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Luis Sepúlveda, la voce dell'esilio

Si è spento il 16 aprile in Spagna, ucciso dal coronavirus, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, noto non solo per il suo importante apporto alla letteratura latinoamericana, ma per l’impegno politico che ha caratterizzato tutta la sua vita. Sepúlveda era nato nel 1949 a Ovalle, nella regione di Coquimbo. Il suo cognome materno, Calfucura, tradiva l’origine mapuche, di cui fu sempre orgoglioso: al popolo mapuche dedicò la Historia de un perro llamado leal, scritta nel 2016.

Militante della sinistra fin da giovane, dopo il golpe di Pinochet fu arrestato e incarcerato per oltre due anni. Partì poi per l’esilio, divenendo la voce dei tanti oppositori alla dittatura costretti a vivere lontano dal Cile. Viaggiò per gran parte dell’America Latina, entrando anche a far parte della Brigada Internacional Simón Bolívar con cui combatté in Nicaragua contro Somoza. Dopo il trionfo della Rivoluzione Sandinista si stabilì in Europa, prima in Svezia, poi in Germania e infine in Spagna.

Si fece conoscere a livello internazionale nel 1988 con il romanzo Un viejo que leía novelas de amor. Tra le altre sue opere vanno ricordate: Mundo del fin del mundo, Nombre de torero, Patagonia Express, Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar, La rosa de Atacama, Fin de siglo, tradotte in decine di lingue diverse. Fu anche cineasta e giornalista.

Nella sua ultima colonna su Le Monde Diplomatique del 26 dicembre 2019 scriveva, riferendosi alla rivolta scoppiata nella sua patria: "La pace dell’oasi cilena è saltata in aria perché le grandi maggioranze hanno cominciato a dire no alla precarietà e si sono lanciate alla riconquista dei loro diritti perduti. Non c’è ribellione più giusta e democratica che quella di questi giorni in Cile. Reclamano una nuova Costituzione che rappresenti tutta la nazione e la sua diversità, reclamano il recupero di questioni tanto essenziali come l’acqua e il mare, anch’esso privatizzato. Reclamano il diritto a essere presenti e a essere soggetti attivi dello sviluppo del paese. Vogliono essere cittadini e non sudditi di un modello fallito per la sua mancanza di umanità, per l’assurdo offuscamento dei suoi gestori. E non c’è repressione, per dura e criminale che sia, in grado di fermare un popolo in marcia". (17/4/2020)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato