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Segnali di declino dell'egemonia statunitense

Il IX Vertice delle Americhe, che si è svolto a Los Angeles dal 6 al 10 giugno, non si è certo concluso con un bilancio positivo per gli Stati Uniti. La decisione di Washington di non estendere gli inviti a Cuba, Venezuela e Nicaragua, perché "non democratici", ha innescato l'inattesa risposta di molti capi di Stato dell'America Latina. In prima fila il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, che in segno di protesta per le esclusioni ha disertato l'incontro: "Non può esserci un Vertice delle Americhe se non partecipano tutti i paesi del continente americano, o meglio può esserci, ma noi riteniamo che questo significhi continuare con la vecchia politica di interventismo, di mancanza di rispetto verso le nazioni e i loro popoli", ha detto in uno dei suoi tradizionali incontri mattutini con la stampa.

Amlo ha voluto così sottolineare la sua contrarietà alle scelte di Biden, che per timore degli attacchi dei falchi di Miami ha superato persino il repubblicano Donald Trump (nel 2018, all'ottavo vertice, l'unico escluso era stato il governo venezuelano, sostituito dai rappresentanti dell'autoproclamato Guaidó). Con le stesse motivazioni del presidente messicano non si sono recati a Los Angeles il boliviano Luis Arce, l'honduregna Xiomara Castro e il primo ministro di Saint Vincent and the Grenadines, Ralph Gonsalves. In un comunicato la Caricom, la Comunità dei Caraibi, ha espresso la sua condanna dell'esclusione. Analoga posizione è stata presa dall'Alba, l'Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, che ha definito la decisione di Washington "arbitraria, ideologica e politicamente motivata".

La chiusura statunitense nei confronti dei paesi "ribelli" appare tra l'altro in contrasto con le ultime mosse della Casa Bianca. A metà maggio l'amministrazione Biden aveva facilitato le procedure di immigrazione e i trasferimenti di denaro verso Cuba e, pochi giorni prima del vertice, aveva eliminato le restrizioni sui viaggi aerei, che erano state imposte da Trump e che impedivano i voli che non avessero per destinazione l'aeroporto José Martí dell'Avana (rendendo più difficoltose e più care le visite dei cubanostatunitensi all'interno dell'isola). "Un passo avanti limitato nella giusta direzione", aveva commentato il governo di Díaz-Canel, sottolineando comunque che questo "non modifica assolutamente il bloqueo".

Quanto al Venezuela, la necessità di approvvigionarsi di petrolio dopo lo scoppio della guerra in Ucraina ha portato Washington a un cambiamento di rotta nelle relazioni bilaterali, interrotte dal 2019. In marzo, dopo l'incontro di una delegazione statunitense con il presidente Maduro e la vicepresidente Delcy Rodríguez, due cittadini Usa - accusati di corruzione e terrorismo - erano stati liberati dalle prigioni venezuelane. Come risultato di questo riavvicinamento, in maggio la Casa Bianca aveva disposto l'attenuazione delle sanzioni economiche verso la Repubblica Bolivariana, concedendo alla statunitense Chevron una "licenza limitata" per operare nel paese con la compagnia statale Pdvsa. Caracas a sua volta aveva annunciato la ripresa in Messico del negoziato con l'opposizione (sospeso dopo l'estradizione negli Usa del diplomatico Alex Saab). Fonti Usa hanno poi rivelato che l'italiana Eni e la spagnola Repsol potranno inviare petrolio venezuelano in Europa per compensare la chiusura delle forniture russe.

Nonostante queste timide concessioni, come abbiamo visto, e nonostante la richiesta di molti governi del continente, il Vertice delle Americhe non ha allargato le sue maglie. Forse Washington non si aspettava la decisa reazione latinoamericana, una riprova del fatto che la sua influenza sulla regione comincia a scricchiolare. Se alcuni capi di Stato hanno disertato per protesta l'appuntamento di Los Angeles, anche tra i presenti non sono mancati discorsi fortemente critici. In particolare va sottolineato l'intervento dell'argentino Alberto Fernández, che ha parlato nella sua qualità di presidente pro tempore della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Un intervento che aveva ricevuto in precedenza l'avallo sia di López Obrador che di Maduro (Buenos Aires ha deciso in aprile di riallacciare relazioni diplomatiche con Caracas, interrotte durante la gestione Macri).

"L'America Latina e i Caraibi guardano addolorati la sofferenza di popoli fratelli. Cuba sopporta un blocco di più di sei decenni imposto negli anni della guerra fredda e il Venezuela ne subisce un altro mentre una pandemia che devasta l'umanità porta via con sé milioni di vite. Con misure di questo tipo si cerca di condizionare i governi, ma nei fatti si colpiscono solo i popoli - ha detto Fernández - In definitiva avremmo voluto un altro Vertice delle Americhe. Il silenzio degli assenti ci manda un messaggio. Perché questo non succeda un'altra volta, vorrei che fosse stabilito per il futuro che il fatto di essere la nazione ospite del vertice non conferisce l'autorità di imporre un diritto d'ammissione sui paesi membri del continente".

Rivolgendosi a Biden, il presidente argentino ha poi passato in rassegna la "politica immensamente dannosa" verso l'America Latina portata avanti dal suo predecessore: l'uso dell'Organización de los Estados Americanos "come un gendarme per facilitare il colpo di Stato in Bolivia"; l'appropriazione della gestione del Banco Interamericano de Desarrollo "che storicamente è sempre stato in mani latinoamericane", la distruzione delle azioni di avvicinamento a Cuba "che avevano portato a significativi passi avanti durante l'amministrazione di Barack Obama". E il ruolo di Trump nel favorire la concessione di un credito enorme da parte del Fondo Monetario Internazionale al governo Macri, credito che l'Argentina non è in grado di ripagare, solo per impedire la vittoria delle forze progressiste. Sulla gestione di Almagro una condanna senza appello: "L'Oea, se vuole essere rispettata e tornare ad essere la piattaforma politica della regione per la quale fu creata, deve essere ristrutturata rimuovendo immediatamente quanti la dirigono". Per finire, un commento sull'invasione russa in Ucraina, che ha un forte impatto sui paesi del continente: "E' urgente costruire scenari di negoziato che pongano fine alla catastrofe bellica. Senza umiliazioni né desideri di dominio. Senza geopolitica disumanizzata né privilegi di violenza".

Il IX Vertice si è concluso con una serie di documenti finali su diversi temi, tra cui spicca la Dichiarazione di Los Angeles per l'Emigrazione e la Protezione, sottoscritta da una ventina di nazioni. Va notato però che nella città californiana mancavano proprio i capi di Stato dei paesi centroamericani da cui proviene la maggior parte dei migranti verso gli Stati Uniti: non solo l'honduregna Castro, ma il guatemalteco Alejandro Giammattei (per una serie di impegni in patria) e il salvadoregno Nayib Bukele (per divergenze con l'amministrazione Biden, che lo ha accusato di violazione dei diritti umani).

Nel complesso, dall'incontro continentale è emerso chiaramente il declino della potenza statunitense. "Venti paesi, su un totale di 32 che si sono manifestati in questa alta tribuna d'America, hanno espresso la loro contrarietà rispetto all'esclusione - ha notato nel suo intervento Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri messicano - Dieci non si sono espressi, si sono astenuti e due hanno detto di essere a favore dell'esclusione". Intanto all'esterno, in contrapposizione al vertice, attivisti, sindacalisti, militanti di organizzazioni di sinistra davano vita a una Cumbre del Pueblo, un evento parallelo ispirato al controvertice di Mar del Plata, da cui era emerso nel 2005 il primo momento di rifiuto dell'egemonia Usa: un netto e deciso "No all'Alca". (11/6/2022)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato