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Perú, Humala svolta a destra

Sono passati solo cinque mesi dall'insediamento e il presidente Humala ha già preso le distanze da quei settori popolari che lo avevano portato alla vittoria, per appoggiarsi sui gruppi di potere economico e sulle forze armate. Il cambiamento è stato segnato dal rimpasto di governo della prima metà di dicembre, con cui i tecnocrati neoliberisti hanno guadagnato terreno, mentre la sinistra ha perso numerose posizioni. Alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Salomón Lerner è stato sostituito dall'autoritario titolare dell'Interno, il colonnello a riposo Oscar Valdés. Accanto a lui, ha accresciuto la sua influenza come consigliere presidenziale un altro ex colonnello, Adrián Villafuerte, già compromesso con il fujimorismo. Intervistato da Página/12, il leader del Partido Socialista Javier Diez Canseco ammette: "Non c'è una rottura di Humala con la sinistra, ma un indebolimento di quel rapporto e un significativo allontanamento".

La situazione all'interno del governo era precipitata per i contrasti tra Lerner e il capo dello Stato sulla risposta alla rivolta di Cajamarca. La regione andina è insorta contro il progetto minerario Conga dell'impresa Yanacocha (controllata dalla transnazionale statunitense Newmont Mining Corporation). Secondo questo progetto, per poter estrarre l'oro si deve procedere al prosciugamento di quattro bacini che riforniscono di acqua la popolazione. "Acqua sì, oro no" è dunque la parola d'ordine della protesta. La decisione del presidente Humala di decretare lo stato d'emergenza nella zona, sopprimendo una serie di diritti costituzionali, proprio mentre il suo primo ministro stava negoziando con le comunità, aveva posto Lerner in una situazione insostenibile forzandolo alle dimissioni (e non a caso il fautore della mano dura era proprio il suo successore Valdés). La crisi di Cajamarca non è comunque l'unica: si contano a decine le popolazioni locali che contestano le attività estrattive.

La svolta a destra dell'esecutivo è stata duramente condannata dal mondo sindacale: secondo il segretario generale della Cgtp (Confederación General de Trabajadores del Perú), Mario Huamán, "esiste il pericolo che i cambiamenti promessi dal capo dello Stato non vengano realizzati, il che obbligherà le organizzazioni sociali ad adottare misure per difendere i propri diritti". E persino l'ex presidente Alejandro Toledo ha parlato di rischi di militarizzazione e ha deciso il ritiro dal governo dei rappresentanti del suo partito, pur mantenendo l'appoggio alla maggioranza nel Congresso.

I primi provvedimenti di Ollanta Humala sembravano andare in ben altra direzione: incremento delle imposte alle grandi compagnie minerarie, innalzamento del salario minimo, aumento dei fondi destinati all'istruzione, alla sanità e alle politiche sociali. E soprattutto promulgazione della Ley de Consulta Previa, che impone la consultazione delle comunità indigene prima dello sfruttamento delle risorse naturali dei loro territori: una legge storica, anche se - lo ha imposto la destra in Parlamento - il parere espresso non sarà vincolante. Altro elemento di rottura con il passato, la scelta di non proteggere i funzionari accusati di corruzione: lo stesso Humala ha invitato pubblicamente il suo vice Omar Chehade, coinvolto in uno scandalo, a rinunciare all'incarico (Chehade ha optato invece per un permesso temporaneo fino al termine dell'inchiesta a suo carico).

L'involuzione sul piano interno non ha comunque toccato le direttrici di politica estera: progressivo allontanamento da Washington e rafforzamento dell'integrazione regionale. Il 22 dicembre Perú e Brasile hanno sottoscritto un'alleanza strategica che prevede una stretta cooperazione militare e impegna Brasilia al trasferimento di tecnologie e all'addestramento delle forze armate peruviane.

28/12/2011

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a cura di Nicoletta Manuzzato