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Nicaragua, violenti scontri dopo la vittoria di Ortega

La giornata elettorale del 6 novembre si è chiusa come nelle previsioni: Daniel Ortega è stato rieletto presidente con il 62,4% dei voti, mentre il suo diretto avversario, l'imprenditore Fabio Gadea di Alianza Pli, si è fermato al 31%. Arnoldo Alemán del Partido Liberal Constitucionalista, il corrotto ex capo di Stato un tempo alleato di Ortega, non ha raggiunto neppure il 6%, dato che testimonia il suo declino politico. Nello stesso giorno gli elettori erano chiamati a scegliere i novanta deputati nazionali e i venti rappresentanti nicaraguensi nel Parlamento Centroamericano. Sostanzialmente analogo il responso delle urne: il Frente Sandinista ha ottenuto quasi il 61% di consensi, distaccando ampiamente Pli (31,5%) e Plc (6,4%).

Dopo la proclamazione dei risultati, violenti scontri sono scoppiati tra oppositori e sostenitori del presidente eletto, con il pesante bilancio di quattro morti e oltre cinquanta feriti. Denunce di brogli sono venute non solo dallo sconfitto Gadea, che ha chiesto di annullare le consultazioni, ma anche dalle ex comandanti guerrigliere Dora María Téllez, del Movimiento Renovador Sandinista, e Mónica Baltodano, del Movimiento por el Rescate del Sandinismo.

Riserve sull'andamento del voto sono state espresse dalla delegazione europea e dagli osservatori dell'Organizzazione degli Stati Americani (ai quali era stato impedito l'accesso ad alcuni seggi). Il segretario generale dell'Oea, Insulza, non ha voluto comunque alimentare le polemiche e si è limitato a dichiarare che "la democrazia e la pace hanno fatto un passo avanti". Ma le irregolarità si erano registrate già prima del 6 novembre e la stessa candidatura di Ortega per un nuovo mandato consecutivo, espressamente vietata dalla Costituzione, era stata resa possibile solo da una sentenza della Corte Suprema, strettamente controllata dal partito di governo.

La politica dell'attuale dirigenza sandinista, ufficialmente definita "socialista, cristiana e solidale", ha in realtà ben poco di progressista. Sul piano economico - diversamente dal modello di Chávez - segue le regole neoliberiste e non ha mai rinnegato il Cafta, l'accordo di libero commercio Usa-Centro America, garantendosi così l'appoggio del Fondo Monetario e del grande capitale. Il consenso degli strati più svantaggiati viene assicurato da misure di assistenza clientelare, portate avanti grazie alla cooperazione venezuelana. Il Nicaragua ha infatti aderito all'Alba, l'Alternativa Bolivariana para las Américas, e a Petrocaribe, che gli garantisce forniture di greggio a condizioni favorevoli: un apporto importante per un paese che sul piano energetico dipende dal petrolio. Gli aiuti provenienti da Caracas (complessivamente intorno ai 500 milioni di dollari annui) non vengono iscritti nel bilancio nazionale e non sono sottoposti a verifiche istituzionali, ma vengono gestiti dal gruppo di Ortega attraverso Albanisa, un'impresa mista venezuolano-nicaraguense: le richieste, avanzate dall'opposizione, di una maggiore trasparenza su tali fondi non sono mai state soddisfatte.

L'altro puntello del potere di Ortega è la Chiesa ultraconservatrice del cardinale Obando y Bravo, alla quale si è legato da tempo facendo approvare leggi medioevali come la proibizione dell'aborto in ogni caso, anche quando sia in pericolo la vita della madre o quando la gravidanza sia frutto di uno stupro. E pochi giorni prima del voto Obando y Bravo lo ha ringraziato rivolgendosi a lui e alla moglie, Rosario Murillo, nella sua omelia: Cristo, ha detto l'alto prelato, "saprà ricompensare con abbondanza tutto ciò che di buono avete realizzato per i nicaraguensi". Ma all'interno del mondo cattolico non mancano le voci critiche. Sul numero di aprile della rivista Envio, il religioso domenicano Rafael Aragón sostiene che i programmi sociali del governo hanno migliorato le condizioni di vita di molti poveri, ma non hanno generato partecipazione e coscienza, al contrario hanno portato a "un rapporto di dipendenza dal carattere mitico-religioso". E "quando i diritti sono visti come favori concessi dal governante perché è buono, si sta costruendo una mentalità di servi di fronte a un monarca e non di cittadini dinanzi a un’autorità democratica".

11/11/2011

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a cura di Nicoletta Manuzzato