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Honduras, incendio nel penitenziario: 360 morti

Una notizia più di tutte rende lo strazio di chi ha perso un familiare nel gigantesco rogo del 14 febbraio nella prigione di Comayagua: dopo aver atteso per sei giorni un corpo su cui piangere, i parenti - in gran parte donne - hanno fatto irruzione nell'obitorio della capitale, nel disperato tentativo di recuperare i cadaveri dei loro congiunti. Prima di essere allontanati dagli agenti con i gas lacrimogeni, sono riusciti ad aprire alcune borse di plastica allineate sul pavimento e contenenti i resti carbonizzati ancora senza nome. Delle 360 vittime (353 decedute subito, altre sette dopo il ricovero in ospedale) solo poche decine sono state finora identificate.

Per quanto riguarda lo scoppio dell'incendio, gli esperti sostengono che fu "accidentale". Ma la tragedia ha messo in luce la tremenda situazione di sovraffollamento delle carceri honduregne: nel centro penale di Comayagua, costruito per ospitare 250 detenuti, ne erano stipati più di 850. Da quanto emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti e dalle immagini di un video amatoriale, le guardie non aprirono le celle per permettere ai prigionieri di salvarsi e anzi fecero fuoco contro chi cercava di sfuggire alle fiamme. "Li hanno lasciati morire": questa l'accusa dei familiari. E l'alto commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Navanethem Pillay, ha chiesto che venga svolta un'inchiesta indipendente sull'accaduto. Già nel maggio del 2004, in un disastro analogo nel penitenziario di San Pedro Sula, erano morte più di cento persone.

Quattro giorni dopo la tragedia di Comayagua, un altro incendio ha distrutto alcuni mercati di una zona popolare di Tegucigalpa, provocando undici feriti e ingenti danni materiali. Molte le ipotesi sulle cause: non si esclude neppure l'origine dolosa.

ASSASSINATO UN ALTRO DIRIGENTE CONTADINO. Il 27 gennaio Porfirio Lobo ha "festeggiato" il secondo anniversario del suo mandato con risultati tutt'altro che positivi: funzionari del governo coinvolti in casi di corruzione, un'ondata di criminalità senza precedenti e la delusione dell'elettorato di fronte alle mancate promesse di nuovi posti di lavoro. Da qui il crollo nella popolarità di Lobo rivelato da un recente sondaggio.

Accanto alla delinquenza comune cresce, nella più totale impunità, la violenza politica. Il 20 gennaio l'ennesima uccisione di un dirigente contadino: Matías Valle Cárdenas, ex presidente del Muca (Movimiento Unificado Campesino del Aguán), assassinato a Tocoa da due killer in moto. Matías Valle, che l'anno scorso aveva denunciato la ricomparsa degli squadroni della morte nella zona del Bajo Aguán, era stato più volte minacciato.

21/2/2012

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a cura di Nicoletta Manuzzato