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Colombia, Santos dice no al dialogo

L'anno è iniziato con un comunicato del nuovo leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko, che aveva sostituito in novembre Alfonso Cano (ucciso in un'offensiva delle forze armate). Dichiarandosi disposto a sedersi al tavolo del negoziato, Timochenko pone sul tappeto le questioni da discutere: "le privatizzazioni, la deregulation, la libertà assoluta di commercio e di investimento, il saccheggio ambientale, la democrazia di mercato, la dottrina militare" e conclude sottolineando che il conflitto in corso "non avrà soluzione finché le nostre voci non saranno ascoltate".

Il messaggio ricorda poi gli avvenimenti del 26 novembre nel dipartimento di Caquetá, quando quattro ostaggi in mano alla guerriglia morirono nel corso di un attacco da parte dell'esercito. Secondo il ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzón, furono le Farc a uccidere i sequestrati con un colpo di grazia, per evitare che venissero liberati. La versione era già stata messa in dubbio dall'ex senatrice Piedad Córdoba. E in un comunicato del primo dicembre le Farc affermavano che i prigionieri erano stati colpiti, "nel corso di un irrazionale tentativo di riscatto militare dell'esercito colombiano", proprio mentre si dirigevano verso il luogo dove la guerriglia aveva deciso di rilasciarli senza contropartita. Ora Timoleón Jiménez accusa il governo di aver lanciato l'attacco con il proposito di sabotare l'operazione di rilascio e far apparire la liberazione dei sequestrati come il risultato di un'azione di forza.

Vera o no la ricostruzione degli insorti, resta il fatto che il governo appare sempre più restio ad accettare una soluzione pacifica del conflitto. La risposta di Santos all'offerta di trattative di Timochenko è stata un netto rifiuto. "Che si dimentichino di un nuovo Caguán", ha detto il capo dello Stato, scartando l'ipotesi di un dialogo simile a quello avviato tra il 1998 e il 2002, a San Vicente del Caguán, durante la presidenza di Andrés Pastrana.

IN VIGORE LA LEY DE VICTIMAS. All'inizio del 2012 è entrata in vigore la Ley de Víctimas y Restitución de Tierras, che prevede misure di assistenza e di riparazione a favore delle vittime del conflitto. La legge, approvata in maggio dal Congresso, è stata accolta con favore da numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani. Importante sul piano simbolico, sarà però di difficile applicazione soprattutto per quanto riguarda la restituzione agli sfollati delle loro terre, ora finite nelle mani di grandi imprenditori del settore agroindustriale.

In questi ultimi tempi nelle campagne le minacce e le violenze sono aumentate di intensità, come testimonia Juan Diego Restrepo in un articolo pubblicato il 21 dicembre su Semana: "La strategia di intimidazione è simile: giungono ai campi in gruppo, a volte a piedi, a volte in moto o in macchina, si fanno vedere dai contadini, modificano i confini in maniera arbitraria, distruggono le coltivazioni di sussistenza, irrompono di sorpresa a qualsiasi ora del giorno e della notte, terrorizzano con le loro armi, con i loro passamontagna e, in alcuni casi, con i cani che si portano appresso. Una preoccupazione ricorrente dei contadini è che all'interno di quei gruppi armati ci sono smobilitati delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), che operarono nelle stesse regioni che oggi pattugliano sotto un'altra ragione sociale. (...) Parte del loro compito consiste nell'infastidire vicini scomodi, sia perché reclamano la restituzione dei loro poderi, sia perché non li vogliono vendere. L'unico scopo è quello di farli tacere, affogarli nella loro paura per difendere gli interessi di quelli che oggi detengono il potere agrario".

11/1/2012

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a cura di Nicoletta Manuzzato