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La speranza ha vinto la paura

"Oggi la speranza ha vinto la paura". Così Gabriel Boric, della coalizione Apruebo Dignidad (che raggruppa vari partiti e movimenti ecologisti e di sinistra tra cui il Frente Amplio e il Partido Comunista), ha sintetizzato il risultato delle presidenziali del 19 dicembre in Cile. Boric ha trionfato sull'esponente del Partido Republicano, l'ultraconservatore José Antonio Kast, con quasi il 56% dei voti: una vittoria non scontata, visto che il primo turno si era concluso con Kast in vantaggio per circa due punti percentuali.

Nell'intervallo tra i due voti Boric, ex leader studentesco, ha raccolto l'appoggio della candidata della Democracia Cristiana, Yasna Provoste, di Marco Enríquez-Ominami del Partido Progresista e della ex presidente Michelle Bachelet. E soprattutto ha saputo mobilitare non solo i protagonisti della rivolta del 2019, ma anche settori della classe media con un programma che parla di nuovo modello di sviluppo centrato sulle energie rinnovabili, di welfare, di imposta alle grandi fortune, di rafforzamento dei diritti delle donne e delle minoranze sessuali, in linea con le richieste di cambiamento che hanno portato allaConvención Constitucional attualmente in corso.

La campagna di Kast, neoliberista convinto e - per sua stessa ammissione - nostalgico della dittatura di Pinochet, era stata tutta incentrata sui temi dell'ordine e della sicurezza, con la proposta di costruire un fossato alla frontiera nord per fermare l'immigrazione irregolare e addirittura l'ipotesi di un coordinamento tra governi della regione contro la minaccia sovversiva, in pratica un nuovo Plan Cóndor. Sui diritti civili Kast proponeva un ritorno al passato contro ogni rivendicazione femminista (un membro del suo partito aveva addirittura messo in dubbio la validità del voto femminile), si era dichiarato contrario alla depenalizzazione dell'aborto anche nei tre casi finora ammessi (stupro, pericolo per la vita della madre, impossibilità del feto di sopravvivere) e al matrimonio ugualitario, approvato dal Congresso solo pochi giorni prima del ballottaggio.

La sconfitta dell’estrema destra è dunque un segnale importante per il paese e per l'intera America Latina. Ma il pericolo di simili personaggi non va sottovalutato. Kast, che per la prima volta nella storia cilena si rifaceva apertamente al passato regime militare, aveva ricevuto l'appoggio del brasiliano Bolsonaro e di Matteo Salvini. Ed è a dir poco preoccupante che sia stato votato da oltre il 44% dell'elettorato. Non solo dunque persone legate ai ceti dominanti, ma anche strati popolari si sono lasciati irretire da parole d'ordine misogine, discriminatorie nei confronti di poveri e immigrati, razziste (la militarizzazione delle regioni dell'Araucanía e del Biobío, voluta da Piñera per soffocare la rivolta mapuche, è vista con favore da una parte dell’opinione pubblica cilena).

La pandemia ha aumentato i livelli di povertà in America Latina e nei Caraibi: secondo i dati della Cepal, la commissione economica delle Nazioni Unite, i poveri sono oggi 209 milioni, 22 milioni in più rispetto al periodo pre-Covid; di questi, 78 milioni versano in condizioni di estrema miseria. Le conseguenze negative si sono fatte sentire anche sulla classe media, che era cresciuta tra il 2002 e il 2019 e che ora si trova a dover lottare per mantenersi a galla. L'incremento della disoccupazione a causa della crisi sanitaria e gli effetti nefasti delle politiche neoliberiste hanno provocato insicurezza, ondate di violenza, flussi migratori formati da migliaia di disperati che si scontrano con l'insofferenza delle popolazioni attraversate.

Un quadro contraddittorio, quello latinoamericano, in un momento in cui si vanno ridisegnando gli equilibri regionali. Il periodo di regressione, che era seguito alla fase progressista dell'inizio millennio, aveva riportato al potere le solite élites facendo ampio uso del lawfare e di colpi di Stato più o meno blandi. L'elezione nel 2018 di López Obrador in Messico e quella di Alberto Fernández in Argentina l’anno seguente, insieme al ritorno di un governo democratico in Bolivia, avevano riacceso la speranza, affidata fino ad allora solo alla resistenza di Cuba e del Venezuela. Ora la vittoria di Boric in Cile, Pedro Castillo in Perú, Xiomara Castro in Honduras e le prospettive di un trionfo di Lula nelle presidenziali brasiliane del 2022 incoraggiano chi lotta per trasformare o almeno attenuare le storture del continente più disuguale del mondo. Ma accanto a questi elementi sicuramente positivi assistiamo al sorgere di movimenti di estrema destra che fanno leva sulla paura dei disordini, della violenza, degli stranieri e si richiamano a periodi in cui ognuno "stava al suo posto" e le rivendicazioni di salariati, donne, minoranze sessuali erano represse con ferocia.

Ne vediamo gli esempi non solo in Cile, ma in altri paesi del continente. In Bolivia le manovre destabilizzanti hanno tratto pretesto da una proposta di legge del governo di Luis Arce contro il riciclaggio di denaro sporco, legge che l’opposizione ha denunciato come “persecuzione politica”. Lo sciopero nazionale proclamato da trasportatori, commercianti informali e comités cívicos e osservato in maniera compatta nel dipartimento di Santa Cruz, baluardo dell'opposizione, e in modo minore in quello di Potosí, ha contato sull'appoggio di settori che non venivano minimamente toccati dal provvedimento, ma che si sono lasciati irretire da una propaganda dalle chiare intenzioni golpiste.

Massiccia è stata la risposta del Movimiento al Socialismo, dei sindacati e dei movimenti indigeni: manifestazioni in appoggio al governo si sono tenute in tutte le principali città. I popoli originari si sono mobilitati anche in difesa della wiphala, la loro bandiera che proprio a Santa Cruz era stata ammainata per ordine del governatore Luis Fernando Camacho, uno dei protagonisti del golpe del 2019.

L’opposizione non ha però interrotto i cortei antigovernativi, i blocchi stradali e gli scontri con la polizia e con i militanti del Mas (nel corso dei quali un contadino è morto), obbligando infine il presidente a ritirare la legge. Un successo per la reazione, che comunque ha chiarito che non avrà pace finché non riuscirà a far cadere il legittimo governo boliviano. "Con il popolo non si scherza", ha risposto Luis Arce, che insieme a Evo Morales ha partecipato a fine novembre alla grandiosa Marcha por la Patria, percorrendo in sette giorni i quasi duecento chilometri che separano Caracollo (nel dipartimento di Oruro) da La Paz. Nel paese la situazione rimane comunque tesa e non si possono escludere altri sussulti golpisti.

Del resto un colpo di Stato era già stato tentato nell'ottobre 2020, come è stato rivelato recentemente dal sito web The Intercept: Luis Fernando López, ex ministro della Difesa del regime di Jeanine Añez, si era accordato con imprese straniere per l'invio di mercenari colombiani e venezuelani incaricati di assassinare Arce e impedirgli di assumere il potere. Suona ironico, ma il 28 luglio di quest'anno la città di Miami ha ospitato un convegno organizzato dall'Interamerican Institute for Democracy sul tema "Dittatura in Bolivia, la testimonianza di perseguitati, prigionieri ed esiliati". La dittatura in questione si riferiva non al periodo Añez, ma al governo del presidente Arce, eletto con il 55% dei voti nel corso di consultazioni che tutti gli osservatori internazionali hanno pienamente avallato.

La tensione è alta anche in Perù, dove è in atto un'offensiva contro il nuovo presidente Pedro Castillo, "colpevole" di provenire dagli strati più poveri e storicamente esclusi della popolazione. La sua avversaria Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore ora in carcere per crimini di lesa umanità, non ha mai preso le distanze dalla figura paterna e tra l'altro deve rispondere di varie accuse di corruzione: eppure nel ballottaggio del 6 giugno è stata sconfitta di stretta misura, a dimostrazione della forza che l'estrema destra conserva anche tra gli strati popolari.

Keiko ha cercato di invalidare il voto denunciando presunti brogli e scatenando la violenza di vere e proprie squadracce contro i sostenitori di Castillo. Fallita tale strategia, ha cercato in tutti i modi di minare la stabilità del governo, che fin dall'inizio è passato da una crisi all'altra. In dicembre si è giunti alla richiesta di destituzione di Castillo per "incapacità morale permanente", un'accusa senza fondamento, respinta dai parlamentari con una maggioranza risicata. Ma gli attacchi sicuramente non si fermeranno qui.

Anche nel resto del continente l'avanzata dell'estrema destra è un fenomeno in crescita. Dalla crisi (definitiva?) del capitalismo stanno rinascendo mostri che pensavamo di aver sconfitto per sempre. Lo stiamo sperimentando anche in Europa, con movimenti che si richiamano al nazismo, mentre negli Stati Uniti all'inizio di quest'anno è andato in onda uno sgangherato, ma non per questo meno pericoloso, tentativo di golpe.

Ben noto è, in Brasile, il caso Bolsonaro, anche lui un estimatore dei peggiori torturatori del regime militare. In Argentina il partito La Libertad Avanza, dell'economista Javier Milei, occupa da dicembre cinque seggi nel Congresso, dove - in mancanza di una maggioranza assoluta - il suo voto sarà determinante. Milei è un ammiratore di Trump e Bolsonaro e la sua compagna di lista, Victoria Villarruel, nega apertamente i crimini del terrorismo di Stato. Anche per il senatore Guido Manini Ríos, ex comandante dell'esercito e leader della formazione Cabildo Abierto, che fa parte della coalizione di governo in Uruguay, le violazioni dei diritti umani commesse dalla dittatura non sono mai esistite.

L'aspetto allarmante di questo proliferare di soggetti dall'ideologia reazionaria è rappresentato dai collegamenti internazionali che li uniscono. Un insieme di reti globali che non solo garantiscono finanziamenti più o meno occulti da parte di fondazioni europee e statunitensi, ma servono al coordinamento delle azioni eversive. Si pensi al Foro de Madrid, promosso dal partito spagnolo Vox, e alla sua crociata contro "i regimi totalitari di ispirazione comunista" che sarebbero presenti in quella che viene definita Iberosfera e che opererebbero "sotto l'ombrello del regime cubano".

Tra gli aderenti al Foro ritroviamo Keiko Fujimori, Kast, Milei, Villarruel, Arturo Murillo (ex ministro del governo Añez) e il figlio di Jair Bolsonaro, Eduardo (nonché vari europei tra cui l'italiana Giorgia Meloni). Tutti accomunati da un programma ultraliberista in campo economico e reazionario in campo sociale, nemico del femminismo, dei movimenti lgbt e di quanti si battono in difesa dell'ambiente: in pratica nemico della democrazia. Come ha affermato recentemente l'ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, riferendosi agli errori indotti da un eccessivo ottimismo: "Il più grave è di aver pensato che la democrazia fosse garantita, soprattutto nei paesi che erano passati attraverso dittature militari. Abbiamo ritenuto che fosse una conquista permanente e l'abbiamo data per scontata. Non ci siamo resi conto che non era così, che la democrazia è qualcosa che si conquista continuamente". Una battaglia che chiama in causa tutti noi, perché anche qui la speranza vinca la paura. (20/12/2021)

 

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato