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La Cina sbarca in America Latina  (29/11/2004)

Le "controcelebrazioni" del 12 ottobre  (13/10/2004)

Guerra alla droga: un'arma politica  (6/3/2002)

Bush mostra i muscoli  (31/10/2001)

Lotta alla corruzione: luci e ombre  (24/10/2001)

Varela, lo scienziato della coscienza  (31/5/2001)

Berlusconi ai tempi del Mundialito  (25/5/2001)

La scomparsa dell'archeologo Piña Chan  (12/4/2001)

La Spagna premia Miguel León-Portilla  (16/3/2001)

Integrazione difficile per il continente latinoamericano  (20/12/2000)

 

Bolivia

Un voto contro i partiti tradizionali  (7/12/2004)

 

Cile

Il tramonto del vecchio dittatore  (27/9/2004)

 

Costa Rica

Un paese "diverso"  (12/2/2002)

 

Ecuador

La sconfitta di Gutiérrez  (19/10/2004)

 

El Salvador

Niente pace né giustizia per El Salvador  (15/2/2000)

 

Honduras

Tra miseria e desencanto  (27/11/2001)

 

Messico

Una Commissione per l'uguaglianza  (30/5/2001)

 

Nicaragua

I sandinisti vincono le amministrative  (10/11/2004)

 

Paraguay

La questione agraria  (22/9/2004)

 

Perú

In carcere per un sogno  (7/11/2005)

Montesinos, il Rasputin peruviano  (27/2/2002)

 

Uruguay

"Non siamo l'Onnipotente"  (19/10/2005)

Il trionfo di Tabaré  (2/11/2004)

 

Venezuela

Appunti per un'analisi della situazione venezuelana  (30/3/2004)

I retroscena del golpe  (17/4/2002)

 


Perú, in carcere per un sogno

David Méndez, 32 anni, è originario del dipartimento di San Martín, nella selva peruviana. Militante del Movimiento Revolucionario Túpac Amaru, viene arrestato nel 1992 e accusato di aver partecipato a diverse azioni di guerriglia (l'occupazione di un comando di polizia e di una base dell'esercito, il paro armado del 28 aprile di quell'anno). Ha potuto riacquistare la libertà solo nel novembre del 2003. E' lui stesso a raccontarci la sua vicenda giudiziaria: "I processi erano condotti dai cosiddetti giudici senza volto e duravano in media mezz'ora, un tempo considerato sufficiente per decidere la colpevolezza di un imputato e condannarlo a vent'anni, a trent'anni o all'ergastolo. Così è stato anche nel mio caso: la prima condanna, dopo mezz'ora di dibattimento, fu a vent'anni di reclusione. Feci ricorso in appello e l'istanza superiore annullò la sentenza individuando una serie di vizi di forma. Nel 1996 si realizzò il nuovo processo, ma la condanna rimase la stessa: vent'anni. Dopo l'uscita di scena del dittatore Fujimori, un'uscita di scena vergognosa, con la rinuncia inviata via fax dal Giappone, venne instaurato il governo di transizione di Valentín Paniagua. Tutti i procedimenti realizzati durante il regime Fujimori furono annullati e venni giudicato una terza volta ottenendo una riduzione di pena, anche perché all'epoca dei fatti ero minorenne".

-Hai passato quasi undici anni e mezzo in cinque diverse carceri di massima sicurezza del Perú. Come erano le condizioni di vita in quelle prigioni?

-Eravamo chiusi in cella 23 ore e mezza al giorno: ci veniva concessa solo mezz'ora di aria. Era proibito qualsiasi contatto fisico con i nostri familiari, che vedevamo in parlatorio soltanto mezz'ora al mese. Non potevamo ricevere un quotidiano, una rivista, qualcosa che ci permettesse di conoscere quanto succedeva all'esterno. Eravamo insomma sottoposti alla completa incomunicabilità. Quando sono stato liberato, il cambiamento è stato sconvolgente. Dopo aver passato tanto tempo rinchiuso in uno spazio ristretto (le celle misurano 2 metri per 2,50), è stato difficile adattarmi alla nuova realtà. Ho trovato la mia famiglia molto cresciuta: tanti nipoti che non avevo neppure conosciuto, fratelli che avevo lasciato ancora piccoli e che d'improvviso ho ritrovato già grandi. Per ragioni economiche, infatti, i miei familiari avevano difficoltà a venirmi a trovare in carcere: si trattava di viaggiare per giorni dal dipartimento di San Martín alla capitale o a un penitenziario del nord.

-Il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru nasce negli anni Ottanta, così come Sendero Luminoso. Quali cause determinano il sorgere di questi movimenti armati?

-Negli anni Ottanta il Perú comincia a vivere un periodo di violenza. Si solleva Sendero Luminoso, e nel 1984 appare sulla scena pubblica il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru, ispirato all'azione del Che e alle guerriglie centroamericane del Salvador e del Guatemala. Sono una conseguenza del governo di quei tempi, dimentico della parte più povera ed emarginata della popolazione, della miseria estrema, dell'analfabetismo (tutti mali presenti ancora oggi). Tra il 1987 e il 1990 il Mrta registra una crescita in diverse zone del paese, soprattutto nella regione di San Martín. Sono in particolare i giovani, che non scorgono prospettive di futuro nella società in cui vivono, a veder riflesse in questo movimento le loro speranze e le loro aspettative. Così molti passano a ingrossare le nostre file, con l'unico scopo di giungere a una trasformazione del paese, a una società più giusta e solidale. Quando arriva al potere Fujimori, con il suo governo dittatoriale, opta per la repressione a tutti i costi. E non esita a usare qualunque mezzo per distruggere le organizzazioni popolari. Dopo l'autogolpe dell'aprile 1992 assistiamo a un'ondata di arresti a livello nazionale; molti di noi finiscono in galera, altri scompaiono; decine di migliaia di persone vengono uccise e sepolte in fosse clandestine. Così il Perú si trova immerso in un caos totale: da un lato la repressione da parte dello Stato, dall'altro gli atti terroristici di Sendero. Quanti, come me, sono stati arrestati conoscono un'esperienza molto dura, sottoposti a torture pazzesche, mentre le donne vengono spesso violentate, nel tentativo di strappar loro indicazioni sui compagni di lotta. Ancora oggi ci sono compagni incarcerati da tredici anni solo per aver sognato un domani migliore.

-Quali sono le differenze ideologiche tra voi e Sendero Luminoso?

-Siamo sempre stati in disaccordo con le azioni di Sendero: per noi si trattava di atti terroristici. Si consideravano i detentori della verità e chiunque manifestasse un'opinione contraria veniva semplicemente ucciso perché revisionista (o, come loro dicevano, cabeza negra). Il Mrta invece ha sempre rispettato la vita dei civili e, proprio per differenziarsi dalla popolazione, ha scelto di vestire un'uniforme o di portare un distintivo. I militanti del Movimiento Revolucionario Túpac Amaru non hanno mai sparato contro la popolazione inerme, mai, perché erano coscienti che stavano lottando proprio per quella gente. Il nostro massimo dirigente, il comandante Polay Campos (ora rinchiuso nella base navale del Callao) si è assunto in ogni momento le sue responsabilità: quello del Mrta fu un atto di ribellione, non di terrorismo.

-In questo momento l'obiettivo prioritario è costituito dalla libertà per tutti i prigionieri politici. Una volta conseguito questo obiettivo, come pensate di portare avanti la vostra lotta?

-Il Mrta nasce come partito politico-militare marxista-leninista, che cerca di instaurare un modello sociale superiore al capitalismo, perché convinto che non basti rovesciare un governo, ma sia necessario abbattere il sistema capitalistico e le sue ingiustizie. Oggi siamo in un processo di valutazione: siamo coscienti delle trasformazioni avvenute, non siamo più negli anni Ottanta o Novanta. E' cambiato il Perú, è cambiato il mondo. Per questo stiamo cercando nuove forme di lotta, di rivendicazione del sentimento della maggioranza della popolazione. Siamo certi che continueremo a far parte del sogno di milioni di peruviani, con forme di lotta però legate alla nuova realtà, ai nuovi tempi.

-Come valutate quanto sta avvenendo in altri paesi del continente, ad esempio in Venezuela?

-Vediamo con simpatia l'esperienza venezuelana. Speriamo che parte di questa esperienza sia accolta anche in Perú o in altre nazioni latinoamericane come la Bolivia. E vorrei ricordare con gratitudine che nel Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, che si è celebrato in agosto a Caracas, il comandante Polay è stato nominato presidente onorario: credo che questo riconoscimento esprima il sentimento non solo della gioventù, ma di molti intellettuali ed esponenti politici di diversi paesi.

-Quale soluzione si dovrà dare al problema della violazione dei diritti umani negli ultimi decenni? Militari e politici saranno chiamati a rispondere dei loro atti, o si volterà pagina dimenticando torti e ragioni?

-La mancanza di memoria dei peruviani è deplorevole: tendono a dimenticare rapidamente quanto è successo. E questo atteggiamento è alimentato dai mezzi di comunicazione, che si sono venduti per pochi soles alla dittatura di Fujimori, e dalla classe politica, pronta a chiudere il capitolo. Però noi siamo convinti che quello che abbiamo passato non vada dimenticato e che se oggi tanti cittadini peruviani sono ancora in carcere è per le loro idee, perché hanno tentato di far ascoltare la voce di tutto il paese. Per quanto riguarda i militari che hanno debiti di sangue nei confronti del popolo, ci auguriamo che vengano giudicati per i crimini di lesa umanità che hanno commesso. Lo stesso discorso vale per tanti esponenti di governo, come Fujimori, che devono essere chiamati a rispondere davanti alla società per le loro responsabilità politiche. Non ci aspettiamo che questo avvenga a medio termine, ma speriamo che in futuro tutte le persone coinvolte in crimini di lesa umanità compaiano di fronte alla giustizia.

7/11/2005


Uruguay, "Non siamo l'Onnipotente"

L'uruguayano José Mujica, 70 anni (di cui 14 passati nelle carceri del regime), proclama con orgoglio le sue origini contadine. Proprio questa esperienza gli permette di occuparsi con competenza di Agricoltura, Allevamento e Pesca nella compagine governativa di Tabaré Vázquez. E la presenza nell'esecutivo di questo ex tupamaro, con la sua limpida traiettoria politica, costituisce una garanzia per quanti temono che il governo Vázquez possa deludere le aspettative degli elettori. Per questo le voci di una possibile rinuncia di Mujica, riprese dalla stampa, avevano fatto parlare di un'imminente svolta moderata a Montevideo. Abbiamo incontrato José Mujica a Parma, dove era stato invitato al seminario Scambi agricoli e partnership per l'innovazione in agricoltura tra Unione Europea e Mercosur.

-Alcuni giornali latinoamericani hanno recentemente scritto che lei intende abbandonare il dicastero dell'Agricoltura...

-Ho problemi di salute, problemi seri. Nel mio Ministero ho costituito un'équipe di gente molto valida, anche se politicamente non sono sulle mie stesse posizioni. Per il peso politico che ho, tengo duro e rimango al Ministero nonostante l'età e la malattia, una malattia incurabile del sistema immunitario di cui si sa molto poco. Mi piacerebbe tornare a casa e starmene tranquillo, ma non posso: in un certo senso sono tornato ad essere prigioniero.

-Questa dichiarazione potrà tranquillizzare quanti cominciano a mostrare segni di delusione nei confronti del governo Vázquez, accusandolo di non mantenere le sue promesse di cambiamento.

-Dicono che Dio è onnipotente, ma per creare il mondo ci ha messo sei giorni e solo la domenica ha potuto riposare. Noi siamo il primo governo di sinistra in Uruguay e sono passati soltanto sette mesi: non è semplice cambiare la realtà nel quadro delle costrizioni enormi che abbiamo incontrato. Siamo in uno Stato di diritto, non siamo arrivati al potere con un golpe militare, e dobbiamo rispettare un complesso di regole che i nostri avversari sfruttano per complicarci il più possibile la vita. Il diritto è come un coltello: uno strumento utile, ma molte volte dipende da chi lo impugna e da come lo si usa.

-Uno dei temi su cui la delusione appare maggiore è quello dei diritti umani: in campagna elettorale Tabaré aveva ribadito la sua intenzione di far piena luce sui crimini della dittatura, ma il rapporto sulla sorte dei desaparecidos, presentato dai militari, non ha permesso neppure di scoprire i resti dei prigionieri politici assassinati.

-Abbiamo deciso di portare avanti il più possibile il tema dei diritti umani e stiamo procedendo in questo senso. Se il processo non si compie, so che la decisione del presidente è quella di dichiarare la scomparsa permanente dei prigionieri politici, così che tutti i militari restino al di fuori della Ley de Caducidad e passino alla giustizia ordinaria. Questo lo posso assicurare. Il presidente deve però seguire determinate procedure: non può fare altrimenti in circostanze come questa. E' probabile che nei prossimi giorni finisca con il mandare a riposo un sacco di generali.

-Altro elemento di polemica riguarda le manovre militari Unitas con le forze armate statunitensi: da sinistra si chiede come mai l'esecutivo non abbia deciso di sospenderle.

-Rispetto a operazioni come la Unitas, il presidente ha preso la decisione di non introdurre innovazioni per due ragioni: perché ormai manovre del genere non servono più a niente e perché è certo che saranno le ultime di questo tipo. Saranno le ultime non perché non piacciono a noi, ma perché non sono utili neppure agli Stati Uniti: sono una specie di retaggio storico cui vogliono porre fine. E avendo metà Uruguay votato regolarmente, negli ultimi anni, a favore di tali manovre, il presidente non ha voluto arrivare a una clamorosa rottura con l'opposizione. Questo anche per il momento, assai delicato, dei nostri rapporti internazionali: stiamo ridiscutendo un nuovo trattato con gli Usa, ben diverso da quello che aveva in mente la passata amministrazione. E' un fatto quasi senza precedenti che un piccolo paese discuta un trattato con gli Stati Uniti. Inoltre in questo momento abbiamo un'enorme dipendenza economica dal mercato nordamericano: l'economia nella vita di una società non è solo una questione di principi, ma di realtà. Se venisse meno il mercato statunitense della carne, cosa che per gli Usa non costituirebbe alcun problema, l'Uruguay perderebbe non meno di 150 milioni di dollari l'anno. E' la tragedia di un piccolo paese oberato di debiti, dove non si può fare ciò che si vuole. Bisogna farlo capire alla gente con dignità: non abbiamo abbastanza risorse. Il viaggio che stiamo facendo in Europa è finalizzato proprio a raccogliere risorse: cosa non semplice, e per la quale dobbiamo inghiottire molti rospi.

-Lei è anche il presidente pro tempore del Mercosur. Qual è l'attuale situazione di questo blocco economico?

-La situazione nel Mercosur è molto complicata. La novità positiva è l'ingresso del Venezuela, che è stato approvato proprio in questi giorni. Penso che porterà aria fresca soprattutto per noi che siamo un paese molto piccolo, perché la difficoltà fondamentale è che Brasile e Argentina sono chiusi entrambi nei loro problemi ed è impossibile che il Mercosur progredisca quando i due attori principali non si capiscono. Per questo puntiamo sull'entrata di nuovi attori: attraverso il Venezuela la Comunità Andina, perlomeno Perú, Ecuador... Ma tutto è ancora incerto.

-E a proposito del Venezuela, come giudica la realtà di questo paese?

-E' una realtà complessa: c'è un leader dotato di molto carisma, che si appoggia ai militari fedeli. Questi funzionano in parte come un partito; stanno tentando di costruire un partito. Mancano però i quadri intermedi: è un governo che ha il sostegno di tutto il popolo minuto, ma le classi istruite, quanti hanno potuto frequentare l'Università, sono per la maggior parte all'opposizione. Dunque questo governo ha il denaro, il popolo, ma è carente di quadri intermedi in grado di portare avanti la produzione.

19/10/2005


Bolivia, un voto contro i partiti tradizionali

I conteggi definitivi saranno resi noti solo a fine mese, ma già dai risultati parziali delle consultazioni di domenica 5 emerge un nuovo panorama politico. Le prime elezioni amministrative dopo la Guerra del Gas delineano una polarizzazione tra due forze: il Mas (Movimiento al Socialismo) di Evo Morales e la destra conservatrice rappresentata dall'ex presidente Jorge Quiroga (che pur non scendendo direttamente in campo, ha visto i suoi alleati conquistare numerosi comuni). Il Mas ha raccolto molti consensi in numerose città di medie dimensioni e soprattutto è stata l'unica formazione nazionale ad aumentare in maniera considerevole il suo patrimonio di voti (ha ottenuto quasi un terzo dei suffragi complessivi), eleggendo suoi rappresentanti in pressoché tutti i municipi del paese. "La nostra percentuale di votanti è cresciuta del 50% rispetto alle consultazioni del 2002", ha affermato Morales. Significativo il dato di La Paz ed El Alto, dove i candidati del Movimiento al Socialismo sono giunti secondi. A La Paz ha vinto Juan del Granado, leader del neonato Movimiento Sin Miedo (espressione della borghesia arricchitasi con il commercio informale), mentre il candidato del Mir, Jaime Paz Pereira (figlio dell'ex presidente Paz Zamora), ha subito una cocente sconfitta. A El Alto si è imposto Luis Paredes, appoggiato da Quiroga, alla testa della lista civica Plan Progreso.

Proprio la presenza di sigle indipendenti è stata una delle novità di questa tornata elettorale, in cui quattro milioni e mezzo di elettori erano chiamati a scegliere, tra 13.500 candidati, sindaci e consiglieri di 327 municipi. Grazie a una recente riforma costituzionale, che ha consentito la presentazione di liste senza legami con i partiti, in tutto il paese si è assistito a un fiorire di movimenti civici (oltre 300), anche se solo una minoranza poteva contare su consistenti appoggi finanziari e quindi su concrete possibilità di vittoria. Altra novità di quest'anno, la presentazione di una sessantina di liste di pueblos originarios, che così - pur tra difficoltà organizzative e di mobilitazione - hanno potuto eleggere i propri rappresentanti. "I partiti devono abituarsi a convivere con le agrupaciones ciudadanas e con i popoli indigeni", ha avvertito il presidente Mesa riconoscendo l'importanza di questi nuovi protagonisti della vita politica e sottolineando la rilevanza, per le autonomie regionali, della comparsa in scena di raggruppamenti locali.

I veri sconfitti di domenica sono i partiti tradizionali, che fino all'anno scorso reggevano le sorti della Bolivia. Il Movimiento Nacionalista Revolucionario (Mnr) dell'ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, costretto a fuggire in seguito alla rivolta popolare dell'ottobre 2003, ha vissuto il momento peggiore della sua lunga storia: lo ha ammesso senza mezzi termini la dirigente nazionale Mirtha Quevedo. Non è andata molto meglio al Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir), mentre Nueva Fuerza Republicana (Nfr), di Manfred Reyes Villa, e Unidad Cívica Solidaridad (Ucs), dell'imprenditore della birra Johnny Fernández, rischiano addirittura la scomparsa. La diffidenza e la sfiducia dei cittadini nei confronti della classe politica, già evidenti negli ultimi anni, sono esplose domenica in maniera clamorosa. Dopo questo "voto di castigo" il paese si ritrova spaccato tra il Congresso, dove le formazioni tradizionali detengono ancora il potere, e i consigli comunali, formati in maggioranza da indipendenti.

7/12/2004


La Cina sbarca in America Latina

Il baricentro dell'economia mondiale si sta spostando dall'Oceano Atlantico al Pacifico. Uno spostamento che ha assunto ritmi accelerati con il viaggio che il presidente cinese Hu Jintao ha realizzato in novembre in diverse capitali latinoamericane. La delegazione cinese ha concluso rilevanti accordi commerciali a Buenos Aires, Brasilia, Santiago, l'Avana: per avere un'idea del loro ammontare basti pensare che, solo in Argentina e Brasile, Hu ha annunciato investimenti per 25.000 milioni di dollari. I vantaggi appaiono reciproci: la Cina in via di espansione deve garantirsi materie prime fondamentali come ferro, acciaio, nichel, alluminio, rame, petrolio, ma anche soia e cereali. Nell'indebitata Argentina i capitali di Pechino rappresentano una vera e propria boccata d'ossigeno; a Brasilia garantiscono la possibilità di una maggiore stabilità e dunque di un più ampio margine di manovra di fronte a Fondo Monetario e Banca Mondiale. Senza contare che l'avvicinamento alla Cina va nella direzione di un nuovo rapporto Sud-Sud, centrato sulle potenze emergenti (Brasile, Cina, India, Sudafrica), che nella visione di Lula dovrà sostituire il vecchio e squilibrato rapporto Nord-Sud.

Naturalmente non tutti sono entusiasti delle novità: con una dimostrazione di unità inedita, imprenditori argentini e brasiliani hanno lanciato l'allarme su una temuta "invasione" di prodotti cinesi a prezzi competitivi. Gli industriali, in particolare quelli del settore tessile e delle calzature, contestano la decisione dei loro governi di riconoscere alla Cina lo status di "economia di mercato", limitando così la possibilità di frenare in futuro il flusso delle sue importazioni (analogo riconoscimento è stato annunciato dall'esecutivo cileno, che con Pechino si avvia a negoziare un trattato di libero commercio). Le autorità di Buenos Aires e Brasilia si sono affrettate a rassicurare gli imprenditori: il ministro degli Esteri di Brasilia, Celso Amorim, ha posto l'accento sugli aspetti positivi degli accordi con un paese dall'enorme potenziale economico. E il capo di gabinetto di Buenos Aires, Alberto Fernández, ha dichiarato: "L'industria argentina continuerà a contare su ogni tipo di strumento di protezione. Il governo sa identificare i settori sensibili in modo da non ripetere esperienze che sono finite con la chiusura di fabbriche e livelli di disoccupazione di cui sopportiamo ancor oggi le conseguenze".

Per quanto riguarda l'Avana, con l'aiuto cinese potrà modernizzare gli impianti di estrazione del nichel, ricchezza finora poco sfruttata a causa dell'embargo (attualmente il nichel cubano viene destinato, nella quasi totalità, a un'impresa canadese). In cambio Cuba fornirà soprattutto biotecnologie farmaceutiche. Tra i due paesi sono stati inoltre concordati scambi culturali e sono stati stretti accordi nei campi delle telecomunicazioni e del turismo. Una situazione che non manca di irritare profondamente gli Stati Uniti, già in preallarme per i rapporti tra Pechino e Caracas. Il greggio venezuelano, tanto necessario all'economia del colosso del Nord, potrebbe essere dirottato verso il mercato asiatico, vanificando così i tentativi di ricatto di Washington sul governo Chávez. Se ne possono vedere le premesse nel megaprogetto di gasdotto che da Maracaibo, attraverso il territorio colombiano, dovrebbe giungere fino ai porti del Pacifico, dove il petrolio verrebbe trasportato via nave in Asia. Va ricordato che, accanto a quella cinese, in novembre sono sbarcate in America Latina delegazioni del Vietnam e della Corea del Sud.

Oltre a pesanti ripercussioni sugli interessi statunitensi, il dinamismo economico asiatico potrebbe mettere in crisi anche la presenza europea in America Latina. E i politici più accorti mostrano già i primi segni di preoccupazione. Il premier spagnolo Rodríguez Zapatero ha cercato di correre ai ripari, accogliendo il presidente Chávez a Madrid con tutti gli onori e prendendo in modo clamoroso le distanze dalla politica estera del suo predecessore, Aznar (a cui si rimprovera di aver avallato l'effimero golpe dell'aprile 2002). Contemporaneamente, Zapatero riallaccia i contatti con Cuba, ottenendo la scarcerazione di alcuni dissidenti. Bruxelles può non essere d'accordo, ma la Spagna non intende perdere il suo ruolo di interlocutore privilegiato della regione.

29/11/2004


Nicaragua, i sandinisti vincono le amministrative

Il Nicaragua si avvia verso il cambiamento? Sembrano indicarlo i risultati delle elezioni amministrative di domenica 7, che hanno assegnato un netto trionfo al Frente Sandinista de Liberación Nacional. I sandinisti hanno conquistato 90 dei 152 municipi in palio, compresa la capitale e tutti i capoluoghi di dipartimento (tranne uno). A Managua Dionisio Marenco si è imposto sul candidato del Partido Liberal Constitucionalista, Pedro Joaquín Chamorro, figlio della ex presidente Violeta Barrios. Chamorro ha attribuito la sconfitta all'alto numero di astensioni (intorno al 50%), ma è più probabile che il crollo del Plc sia legato alle vicende giudiziarie del suo leader, l'ex capo dello Stato Arnoldo Alemán, condannato a vent'anni per arricchimento illecito. Non è andata meglio ad Alianza por la República (Apre), filiazione del Plc creata dall'attuale presidente Enrique Bolaños. Secondo dati preliminari, i sandinisti hanno ottenuto il 45% dei consensi; i liberali il 36%; l'Apre l'11%. Il Frente Sandinista si afferma così come la prima formazione del paese, in un voto che ha rovesciato i rapporti di forza a livello nazionale e che da molti osservatori è stato interpretato come un vero e proprio referendum contro la corruzione della classe dirigente (anche Bolaños è indagato per presunte irregolarità nel finanziamento della sua campagna del 2001).

Lunedì, fin dalle prime ore del mattino, migliaia di sostenitori del Fsln si sono riversati nella vecchia Plaza de la Revolución (che ora si chiama Plaza de la República, come ai tempi di Somoza), per festeggiare la vittoria e ricordare l'anniversario della morte del fondatore del movimento sandinista, Carlos Fonseca Amador, caduto in combattimento 28 anni fa. Il segretario generale del Frente, Daniel Ortega, ha tenuto un discorso di due ore davanti alla tomba di Fonseca, promettendo "di non tradire questo voto di fiducia, di proseguire la lotta contro la corruzione e di lavorare per la riconciliazione tra tutti i cittadini". Ortega ha poi respinto i tentativi dei partiti filogovernativi di negare validità alle consultazioni a causa del forte astensionismo: il voto di domenica, ha detto l'oratore, testimonia l'esigenza di una svolta a favore della maggioranza della popolazione, impoverita dai provvedimenti neoliberisti dei governi che si sono succeduti in questi anni.

La festa sandinista è stata funestata dalla tragica morte della corrispondente del quotidiano La Prensa, María José Bravo. La giornalista è stata uccisa martedì sera a Juigalpa, capitale del dipartimento di Chontales, da un colpo a bruciapelo sparato da un esponente del Partido Liberal Constitucionalista, Eugenio Hernández González. In un primo tempo si era detto che María José Bravo, 26 anni, era stata vittima di un tragico incidente mentre seguiva una violenta discussione tra simpatizzanti di Plc e Apre sui risultati delle municipali. In seguito la direzione de La Prensa ha reso noto che la giornalista aveva già ricevuto minacce di morte e l'attenzione degli inquirenti si è spostata verso l'omicidio premeditato. Hernández González, un ex sindaco che durante il conflitto civile aveva militato nelle file della contra, avrebbe agito per conto del deputato liberale Dámisis Sirias.

10/11/2004


Uruguay, il trionfo di Tabaré

L'Uruguay volta pagina. Dopo 174 anni di governi conservatori, con colorados e blancos intenti a spartirsi il potere, il candidato di Encuentro Progresista-Frente Amplio-Nueva Mayoría è stato eletto il 31 ottobre nuovo presidente della Repubblica. Non solo Tabaré Vázquez - sfiorando il 51% dei voti - è passato al primo turno, ma potrà contare su una maggioranza parlamentare che gli garantisce un'ampia governabilità: la coalizione di centrosinistra ha conquistato 17 seggi al Senato (contro gli 11 del Partido Nacional e i 3 del Colorado) e 52 alla Camera (Partido Nacional 36, Partido Colorado 10, Partido Independiente 1). La giornata elettorale si è svolta nella massima calma e ha registrato uno dei più alti indici di affluenza della storia del paese: quasi il 90% degli aventi diritto al voto. In tarda serata Tabaré, un medico oncologo che prima di competere per la massima carica dello Stato era stato sindaco di Montevideo, si è affacciato al balcone dell'albergo in cui aveva fissato il suo quartier generale e ha salutato la folla immensa dei suoi sostenitori esclamando: "Festejen, uruguayos".

Tra le prime dichiarazioni rese alla stampa, Vázquez - che era accompagnato dal vicepresidente eletto Rodolfo Nin Novoa - ha espresso la sua "profonda emozione per essere stato designato dal popolo" all'alta carica, aggiungendo: "Il nostro impegno comincia domani stesso, perché tutti gli uruguayani possano vivere meglio e quelli che sono stati costretti a emigrare possano tornare il più presto possibile". Rivolto agli avversari, Tabaré ha ribadito la sua disponibilità al dialogo e alla ricerca di accordi politici. La sua vittoria del resto è stata riconosciuta senza esitazioni dai due antagonisti: il colorado Guillermo Stirling e l'esponente del Partido Nacional (Blanco), Jorge Larrañaga. Quest'ultimo ha ottenuto il 34% dei voti, mentre Stirling (nonostante, o forse proprio a causa del sostegno del presidente uscente, Jorge Batlle) non ha superato il 10%.

Il successo del Frente Amplio non giunge inaspettato. Sorto nel febbraio del 1971, il Frente aveva fatto nel novembre dello stesso anno la sua prima sortita pubblica, presentando la candidatura del generale Líber Seregni: in quell'occasione si era aggiudicato il 18% dei voti, una percentuale che da allora non ha fatto che crescere. Era poi seguita la drammatica parentesi della dittatura, che aveva portato all'arresto di militanti e dirigenti: tra questi lo stesso Seregni, che anche in carcere non aveva rinunciato alla lotta per l'unità della sinistra. E proprio allo storico leader, scomparso tre mesi fa senza aver potuto assistere alla vittoria, Tabaré ha dedicato nell'ora del trionfo un commosso ricordo. Il compito più urgente che attende ora il nuovo presidente è quello di avviare il cambiamento mediando tra le tante anime della coalizione, in particolare i due settori che hanno raccolto il maggior numero di consensi: il Movimiento de Participación Popular, dell'ex guerrigliero tupamaro José Pepe Mujica, e l'ala moderata di Asamblea Uruguay, guidata dal futuro ministro dell'Economia, Danilo Astori. Il governo che assumerà il potere il primo marzo prossimo dovrà rinegoziare il debito pubblico, che ammonta a 12.860 milioni di dollari (equivalenti al 115% del prodotto interno lordo del 2003): "Abbiamo un debito impagabile e sappiamo che non potremo mai farvi fronte e anche i creditori lo sanno", ha detto Mujica a un'emittente radiofonica argentina.

Il 31 ottobre il centrosinistra non ha vinto solo le presidenziali. Parallelamente si è svolto il referendum sulla proposta di riforma della Costituzione che stabilisce la proprietà statale del servizio d'acqua potabile. A favore si sono pronunciati il 62% degli elettori. Un risultato ottenuto nonostante i "ricatti" dell'impresa spagnola Uragua, che aveva minacciato di ritirarsi dal paese in caso di approvazione, e nonostante gli oscuri tentativi di brogli denunciati dalla Comisión Nacional de Defensa del Agua y de la Vida.

2/11/2004


Ecuador, la sconfitta di Gutiérrez

Il presidente Lucio Gutiérrez, giunto due anni fa al potere con il 55% dei voti, ha subito nelle consultazioni amministrative del 17 ottobre una sconfitta clamorosa. Il suo partito, Sociedad Patriótica, ha ottenuto con fatica il 5% dei consensi. Quello che veniva indicato come il nuovo Chávez, per alcune analogie con la traiettoria personale del presidente venezuelano (entrambi ex militari; entrambi protagonisti di un tentativo di golpe attuato in nome degli strati più emarginati), ha ben presto imboccato una strada moderata che gli è costata l'appoggio del movimento indigeno, facendo scendere il suo indice di popolarità al 14%. E nonostante le sue dichiarazioni di fedeltà agli Stati Uniti e la sua politica economica ben poco rivoluzionaria, non è riuscito a coagulare intorno a sé i settori conservatori.

Dopo aver suscitato tante speranze Gutiérrez appare ormai un relitto politico, al pari del suo collega peruviano Toledo. Per ora il capo dello Stato ha respinto gli inviti a dimettersi provenienti dall'opposizione, ma molti osservatori ritengono che difficilmente potrà giungere alla fine del suo mandato. Il compito di esprimere i bisogni, gli interessi e le contraddizioni della società ecuadoriana è passato ai due partiti vincitori della giornata elettorale: il Partido Social Cristiano sulla costa e Izquierda Democrática sulla sierra. La mappa dei sindaci esprime bene questa dicotomia: socialcristiani sono Jaime Nebot, riconfermato a Guayaquil, e Jorge Zambrano, primo cittadino di Manta. A Izquierda Democrática appartengono invece il generale a riposo Paco Moncayo, riconfermato a Quito, e Marcelo Cabrera, che guiderà l'amministrazione di Cuenca.

Tra le voci che in questi ultimi giorni si sono levate contro il governo, quella di Leonidas Iza, presidente della Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador), che ha denunciato lo strano furto perpetrato all'alba del 14 ottobre nella sede dell'organizzazione indigena a Quito: dagli uffici sono stati trafugati computer e documenti politici. "Non abbiamo altro nemico che il governo traditore di Lucio Gutiérrez - ha affermato Iza - Guarda caso, la pattuglia di guardia alla sede della Conaie è sparita proprio quel giorno". Il leader indigeno ha anche reso noto di aver recentemente ricevuto nuove minacce di morte. Già agli inizi di febbraio due sicari avevano aperto il fuoco contro di lui; nell'attentato era rimasto gravemente ferito il figlio Javier. La Conaie è attualmente impegnata nella battaglia contro l'adesione al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (è stata avviata una raccolta di firme per la convocazione di una Consulta Popular) e contro il coinvolgimento dell'Ecuador nel Plan Colombia.

19/10/2004


Le "controcelebrazioni" del 12 ottobre

Mai come quest'anno il 12 ottobre è stato contrassegnato dalle "controcelebrazioni" delle popolazioni indigene. Dal Messico a Panama, dall'Argentina al Cile, decine di migliaia di persone hanno manifestato contro quello che è stato definito "l'inizio del maggior genocidio della storia". Nella capitale del Venezuela, dove dal 2002 il Día de la Hispanidad o de la Raza, come era conosciuto in precedenza, è stato cambiato per decreto in Día de la Resistencia Indígena, il presidente Chávez ha reso omaggio al monumento al capo indigeno Guaicaipuro, che nel XVI secolo guidò la rivolta contro la penetrazione europea. Chávez ha poi assistito, nel Teatro Teresa Carreño, all'evento Palabras Ancestrales, rappresentazione sul tema dell'origine dell'umanità narrata nelle lingue indigene. Nel frattempo, a pochi isolati di distanza, un gruppo di dimostranti abbatteva la statua in bronzo di Cristoforo Colombo, opera dello scultore Rafael de la Coba, dopo aver simbolicamente sottoposto a processo il navigatore e averlo riconosciuto colpevole.

Anche in Argentina il Día de la Raza potrebbe presto scomparire: il segretario per i Diritti Umani, Eduardo Luis Duhalde, ha presentato un progetto di legge per cambiarne la denominazione in Día del Encuentro de Civilizaciones. Sempre in Argentina, e precisamente a Posadas, il Consiglio dei Caciques dell'etnia Mbya Guaraní ha chiesto per l'ennesima volta la restituzione delle terre sottratte dai colonizzatori. In Bolivia, nei dipartimenti di La Paz e Potosí le comunità native si sono mobilitate contro la distruzione dell'ambiente da parte delle compagnie minerarie. In Cile il centro della capitale è stato attraversato da un combattivo corteo di 4.000 mapuche. In Colombia le organizzazioni indigene hanno unito la loro lotta a quella dei movimenti sociali, scendendo in piazza martedì 12 contro le riforme economiche del governo.

"Sono passati 512 anni da quando gli spagnoli hanno invaso le nostre terre derubandoci, umiliando e obbligando a lavorare come animali i nostro nonni e le nostre nonne, ma senza poter conquistare la saggezza e l'intelligenza dei nostri antenati, perché queste hanno le loro radici nel cuore della terra e del cielo": così a San Cristóbal de las Casas, nello Stato messicano del Chiapas, è stato ricordato l'anniversario dell'arrivo di Colombo. La guatemalteca Rigoberta Menchú, Premio Nobel per la Pace, ha sollecitato le Nazioni Unite ad approvare, nonostante l'opposizione di Washington e Londra, la Dichiarazione Universale dei Diritti Indigeni. In ogni nazione del Centro America innumerevoli iniziative hanno associato, alla protesta contro le discriminazioni, le rivendicazioni contadine e il rifiuto dei trattati commerciali con gli Stati Uniti. Le popolazioni indigene riconfermano insomma con forza la loro presenza sulla scena politica latinoamericana. "L'indio ha smesso di essere una figura pittoresca per diventare, nell'ambito politico, una figura scomoda": queste parole del poeta Ledo Ivo, riferite al Brasile, possono ormai essere estese a tutto il continente.

Non sono mancate le voci discordanti. Il console spagnolo a Córdoba (Argentina), Pablo Sánchez-Terán, durante le celebrazioni del 12 ottobre ha candidamente affermato: "Staremmo molto peggio sotto le civiltà inca, azteca, mapuche, sioux, apache, che sono state idealizzate da storici e antropologi quando sono ben note la loro divisione in caste e il loro carattere imperialista e sanguinario". Immediata la reazione del Nobel per la Pace Pérez Esquivel, che dopo aver ricordato il massacro di più di 70 milioni di indigeni seguito alla Conquista, ha dichiarato che chiederà alle autorità di Madrid di rimuovere il diplomatico dal suo incarico. Ed Enrique Oteiza, responsabile dell'Istituto argentino contro la discriminazione, ha ironicamente suggerito al governo spagnolo di "iscrivere il console in qualche istituzione, perché possa accedere all'informazione storica di cui è carente".

13/10/2004


Cile, il tramonto del vecchio dittatore

"No, non mi ricordo e non era un problema mio. Io ero presidente e poi c'erano i servizi segreti che erano una cosa a parte, penso dipendessero da ufficiali intermedi. Non mi interessavo né del Plan Cóndor, né di altre cose del genere". Così ha risposto Augusto Pinochet al giudice Juan Guzmán Tapia, che il 25 settembre è finalmente riuscito a sottoporre a interrogatorio il vecchio dittatore nella sua lussuosa residenza di Santiago. Il colloquio è durato all'incirca 45 minuti: accanto all'ex generale, oltre a uno dei suoi legali, vi era uno sparuto gruppetto di sostenitori, mentre i familiari delle vittime hanno preferito non essere presenti. Come si è visto, Pinochet si è dichiarato del tutto estraneo all'Operación Cóndor, la rete di coordinamento tra i regimi militari del Cono Sur che negli anni Settanta pianificò il massacro degli oppositori: "Non avevo tempo di occuparmi di questioni minori", ha detto al magistrato. Una risposta che non lo salverà probabilmente dall'accusa di sequestro, tortura e omicidio di 19 militanti di sinistra, scomparsi in quegli anni proprio nel quadro dell'Operación Cóndor. L'unica sua scappatoia potrebbe essere rappresentata dalla diagnosi di "demenza senile", grazie alla quale ha finora evitato di fare i conti con il passato. Una soluzione che per l'ex dittatore deve essere più pesante della prigione, visto che lui stesso si è incaricato di smentirla con l'intervista concessa nel novembre dello scorso anno a un canale televisivo di Miami, intervista in cui si è mostrato lucido e preciso.

Nel corso dell'interrogatorio Pinochet è apparso stanco e a un certo punto ha dovuto far ricorso all'assistenza medica, tanto che Guzmán ha dichiarato ai giornalisti di aver limitato le domande a causa dell'affaticamento del suo interlocutore: nessun segno però di "demenza" o di mancata comprensione della situazione. E a contestare le sue proclamazioni di innocenza sono anche gli antichi collaboratori, che ora non intendono assumersi il peso di tutte le responsabilità. Recentemente l'ex generale Luis Cortés Villa ha dichiarato che fu Pinochet ad autorizzare la riunione che diede avvio all'Operación Cóndor; dal canto suo l'ex capo della polizia segreta del regime, Manuel Contreras, sostiene da tempo di aver sempre eseguito espliciti ordini del dittatore, che informava quotidianamente dell'andamento delle operazioni.

Quello di sabato 25 è stato per Pinochet il quarto incontro con la giustizia. Nel 1998 venne interrogato dai magistrati britannici a Londra, su richiesta del giudice spagnolo Baltasar Garzón. Nel gennaio del 2001 fu la volta dello stesso Guzmán Tapia, che indagava sui crimini commessi dalla cosiddetta Caravana de la Muerte. Recentemente un altro magistrato ha chiesto ragione a Pinochet dei conti a suo nome venuti alla luce presso la Riggs Bank di Washington. Pochi nutrono dubbi sulla provenienza illecita di questa fortuna che, a quanto ha rivelato la settimana scorsa il quotidiano El Mercurio, ammonterebbe a 16 milioni di dollari: difficile credere, come sostiene la difesa, che si tratti di risparmi personali, donazioni e rendite da investimenti. Il sospetto è che un tale patrimonio sia frutto di riciclaggio di denaro sporco e tangenti. La scoperta dei depositi presso la banca statunitense ha provocato l'immediata presa di distanza dell'estrema destra, che alla vigilia delle consultazioni amministrative cerca di presentarsi all'elettorato con un'immagine di trasparenza: la figura del vecchio dittatore, al quale si possono perdonare le stragi di "sovversivi", ma non le ruberie e la corruzione, rischia di diventare ingombrante.

27/9/2004


Paraguay, la questione agraria

Dopo giorni di cortei, occupazioni, blocchi stradali e incidenti con le forze dell'ordine, le organizzazioni contadine, raggruppate nel Frente Nacional de Lucha por la Soberanía y la Vida, sono riuscite a strappare al governo una serie di impegni a favore dei lavoratori delle campagne. Già agli inizi di settembre il presidente Duarte Frutos aveva promesso di destinare una fetta consistente di denaro pubblico all'acquisto di terre per migliaia di famiglie bisognose. Anche se tale promessa ha incontrato un ostacolo al Senato, dove è stata bloccata la proposta di un aumento per circa 70 milioni di dollari dei fondi a bilancio, Duarte ha assicurato che l'acquisizione di terreni proseguirà fino al 2008 (anno in cui termina il suo mandato) e che il Ministero dell'Agricoltura e dell'Allevamento presterà assistenza tecnica a 85.000 coltivatori. Inoltre, per risolvere il conflitto in atto con i leader della Federación Nacional Campesina, che avevano occupato sedi di istituzioni statali sollecitando finanziamenti a favore dei piccoli produttori, è stata decisa l'assegnazione, da parte del Crédito Agricola de Habilitación, di un milione di dollari per l'acquisto di semi e di pesticidi.

Il Paraguay è ai primi posti, insieme al Brasile, per la concentrazione della proprietà fondiaria: il 2% della popolazione possiede il 72% dei terreni. Non c'è da meravigliarsi, dunque, del clima di tensione esistente nelle campagne. Gli ultimi mesi hanno visto duri interventi della polizia contro le occupazioni di estensioni improduttive e l'arresto in luglio a Encarnación, capitale del dipartimento di Itapúa, di 150 braccianti accusati di invasione di proprietà privata. Il ricorso alla forza per allontanare gli occupanti era stato ripetutamente sollecitato dai proprietari, che avevano rimproverato al ministro dell'Agricoltura, Antonio Ibáñez, la sua disposizione al dialogo. In settembre il padronato è tornato a prendere posizione contro la politica del governo. I settori più conservatori vedono con preoccupazione l'intenzione di Duarte di imporre un'imposta progressiva sugli appezzamenti e il suo invito ai latifondisti a cedere parte dei loro terreni allo Stato a un prezzo accessibile: nei progetti dell'esecutivo, entro l'anno prossimo 150.000 ettari dovrebbero essere ripartiti tra 50.000 famiglie. Si tratta di "un vero strappo giuridico-istituzionale della Repubblica, fatto solo per compiacere un settore che continua a protestare e minaccia atti di violenza", ha dichiarato Enrique Riera, presidente della Federación de la Producción, la Industria y el Comercio. Riera, che sente minacciati i suoi interessi di grande allevatore, ha affermato che nel paese "non esiste più garanzia alcuna per la proprietà privata", ha accusato il governo di "aizzare alla lotta di classe e all'anarchia con il suo populismo" e si è detto deciso a rispondere con le fucilate alle occupazioni di terre.

Sempre in merito alla questione agraria il senatore Carlos Filizzola, di País Solidario, ha chiesto l'apertura di un'inchiesta sui 550.000 ettari del soppresso Instituto de Bienestar Rural, di cui si sarebbero appropriati i militari durante la lunga dittatura di Alfredo Stroessner (il quale era solito ricompensare gli "amici" con la concessione di proprietà terriere). Stroessner vive dal 1989 in Brasile, dove ha ottenuto asilo politico. Il 9 settembre il giudice Gustavo Santander ha sollecitato a Brasilia la cattura e l'estradizione dell'ex dittatore, nell'ambito di un'indagine sulla scomparsa di tre oppositori avvenuta negli anni Settanta. I nomi dei tre desaparecidos compaiono negli archivi della polizia segreta, scoperti nel 1992 ad Asunción dall'avvocato Martín Almada. Finora le richieste di estradizione di Stroessner sono sempre state respinte dalle autorità brasiliane.

22/9/2004


Appunti per un'analisi della situazione venezuelana

Per capire gli avvenimenti in corso è necessario ripercorrere gli ultimi periodi di storia del Venezuela. Fin dalla fine degli anni Cinquanta si assiste a un perfetto bipartitismo: la formazione socialdemocratica Ad (Acción Democrática) e quella socialcristiana Copei si avvicendano al potere, anzi se lo spartiscono. Come scrive nel dicembre 1998, su Le Monde Diplomatique, il grande scrittore e giornalista Arturo Uslar Pietri, "Copei e Ad si distinguono per differenze ideologiche minime e hanno stabilito tra di loro un sistema di coalizione di fatto e di mutua collaborazione. Il partito che perde le elezioni non perde per questo tutti i vantaggi di cui disponeva e continua a godere di un gran numero di privilegi. Quote di potere sono state distribuite in maniera permanente, in modo che la nomenklatura si divida equamente le cariche giuridiche, privando così la giustizia della sua indipendenza".

Nei tempi delle vacche grasse, del Venezuela Saudita come viene definito, il sistema regge grazie al petrolio. Si calcola che tra il 1976 (anno della nazionalizzazione del settore ad opera del presidente Carlos Andrés Pérez, di Ad) e il 1995 lo Stato abbia incassato dalla vendita di idrocarburi l'equivalente di 270 miliardi di dollari. Una somma che potrebbe assicurare il benessere di ciascuno dei 23 milioni di abitanti del paese. E invece le disuguaglianze rimangono abissali, anzi si approfondiscono con il crescere della ricchezza di una minoranza di privilegiati, mentre l'80% dei venezuelani rimane in condizioni di povertà. Del resto, sempre in quegli anni, 100 miliardi di dollari vengono esportati illegalmente all'estero finendo nei vari paradisi fiscali.

Dilapidati i proventi del petrolio a favore dei più ricchi, giungono i tempi delle vacche magre e il Venezuela si trova costretto a ricorrere ai prestiti internazionali. Nel 1989 Carlos Andrés Pérez, appena riconfermato per l'ennesima volta alla guida del governo, cede alle pressioni del Fondo Monetario e, per assicurare il pagamento del debito estero, impone rigide misure di austerità a un paese già provato dalla crisi economica. Il 27 febbraio scoppia il Caracazo, la rivolta delle periferie di Caracas dove, nei miseri ranchos (le bidonvilles), si accalca il 60% degli abitanti della capitale. L'esercito, chiamato a sedare i disordini, spara sulla folla provocando migliaia di morti. Il numero reale non si saprà mai: le cifre ufficiali "limitano" il massacro a 500 vittime.

Il Caracazo segna una rottura tra le istituzioni e il popolo; dopo quella data il paese non è più lo stesso. Ed è un avvenimento decisivo per la traiettoria politica dell'attuale presidente Hugo Chávez che - come racconta lui stesso in un colloquio con lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez - assiste alla partenza dei soldati mandati a reprimere i manifestanti, senza neppure sapere perché. Chávez era già entrato in crisi anni prima, quando si era trovato coinvolto nella lotta contro la guerriglia. Come apprendiamo sempre da García Márquez, dopo aver vissuto episodi drammatici aveva cominciato a chiedersi: "Perché sto qui? Da una parte contadini vestiti da soldati torturavano contadini guerriglieri, dall'altra contadini guerriglieri ammazzavano contadini con la divisa verde". Data da allora l'inizio della cospirazione contro l'ordine costituito. E tre anni dopo il Caracazo, precisamente il 2 febbraio 1992, Chávez tenta il golpe alla testa di un gruppo di militari. Al presidente Andrés Pérez rimprovera non solo la sanguinosa repressione della protesta popolare, ma la corruzione in atto nel paese. Il colpo di Stato, fallito in poche ore, costituisce in realtà una vittoria politica: Chávez si assume la responsabilità dei fatti e accetta di arrendersi, a condizione che gli venga concesso di rivolgere un breve discorso alla nazione attraverso lo schermo tv. Quel discorso costituirà l'inizio della sua campagna elettorale.

Scarcerato due anni dopo grazie a un provvedimento del nuovo presidente Caldera, del Copei (che ha sostituito Andrés Pérez, accusato di corruzione), nel 1998 Chávez si presenta candidato e vince con largo margine, incarnando il desiderio di cambiamento dell'elettorato. Anche Caldera infatti ha deluso il paese, nonostante abbia tentato in un primo momento di prendere le distanze dal neoliberismo affidando il Ministero della Pianificazione Economica a Teodoro Petkoff. Quest'ultimo, fondatore del Movimiento al Socialismo e con un'esperienza di guerriglia alle spalle, si è trovato costretto ad applicare le ricette imposte dal Fmi, provocando un brusco rialzo del prezzo del carburante e la svalutazione della moneta nazionale (il bolívar). Nessuna meraviglia che l'elettorato manifesti ormai una profonda sfiducia nella classe politica tradizionale e riponga le sue speranze nell'ex ufficiale che denuncia la corruzione dei partiti.

E' stato da più parti affermato che Chávez, ex militare ed ex golpista, non appare il personaggio più adatto a incarnare una transizione verso la democrazia. Abbiamo però visto che il suo tentativo di colpo di Stato nasceva sull'onda dello sdegno verso la strage di Caracas e verso quell'occupazione del potere attuata da decenni dai governi civili. Del resto non è la prima volta che in America Latina esponenti delle forze armate assumono posizioni progressiste tinte di nazionalismo: basti ricordare il caso del peruviano Velasco Alvarado (1968-1975). Anche Velasco Alvarado si "converte" combattendo contro la guerriglia: dagli interrogatori dei prigionieri apprende l'esistenza di un altro Perú, il Perú contadino della miseria e della fame e, giunto al potere, avvierà una delle prime riforme agrarie del paese. Ben diverso il bilancio dell'amministrazione di Fujimori (1990-2000), uno dei periodi più drammatici della storia peruviana.

Altro elemento da sottolineare è l'origine sociale ed etnica di Chávez, metizo-zambo (metà nero e metà indio) nato da una famiglia di estrazione modesta. Ed è significativo che i suoi sostenitori siano soprattutto gli abitanti dei quartieri più poveri della capitale, dove i neri sono la maggioranza, mentre gli oppositori sono in prevalenza costituiti da quella borghesia medio-alta che guarda agli Usa come a un modello. Una borghesia che ha visto come una provocazione la proclamazione del 12 ottobre (giorno in cui altrove si festeggia il Día de la Raza) "Giorno della Resistenza Indigena". Infine un aspetto del chavismo che ha fatto molta presa nel continente è il richiamo a Bolívar, visto non tanto come il condottiero dell'indipendenza, quanto come il teorico dell'unificazione latinoamericana. Non per nulla il Venezuela è stato ribattezzato República Bolivariana.

Tutto questo aiuta a capire l'intensità dello scontro in atto. Gli esponenti del vecchio ceto dominante non riconoscono Chávez come uno di loro, a prescindere dalle sue scelte politiche, e lo attaccano per i suoi atteggiamenti "folcloristici", per i lunghissimi discorsi in cui cita il Vangelo, Walt Whitman e Martin Luther King e per il modo di fare diretto e immediato. Ma è proprio questo modo di fare che avvicina il presidente alla gente dei quartieri poveri. Che dopo decenni di astensionismo e di disinteresse ha cominciato a occuparsi di politica nelle case, nei quartieri, sui posti di lavoro.

Dopo la prima vittoria elettorale nel 1998, Chávez otterrà nelle successive consultazioni consensi anche maggiori e darà il via a una serie di provvedimenti non certo rivoluzionari, ma sufficienti ad allarmare i padroni del paese: avvio della riforma agraria, con la distribuzione ai senza terra dei latifondi lasciati incolti da due anni, libri gratuiti agli studenti dei quartieri poveri, estensione della sanità pubblica alle zone emarginate (con l'aiuto di medici cubani, visto il boicottaggio di molti professionisti locali), lotta all'analfabetismo, apertura dell'Università agli strati più disagiati. Probabilmente, più che Chávez stesso, fa paura il chavismo, cioè il risveglio politico degli emarginati, risveglio che porta con sé anche risvolti di esasperazione. A tutto questo, da parte dei detentori tradizionali del potere, si risponde con paura e tentativo di rivalsa.

Nell'aprile 2002 questo tentativo di rivalsa sfocia nel colpo di Stato. Un golpe che è stato definito "mediatico", per il ruolo preponderante giocato dalle quattro principali catene televisive (tutte private e con una copertura del 95%) e dai maggiori quotidiani nazionali (anch'essi privati). La concentrazione dei media smentisce quanti si ostinano a parlare di "dittatura" chavista: in pochi paesi al mondo sarebbe tollerata una stampa e una televisione che incita quotidianamente al rovesciamento violento di rappresentanti democraticamente eletti. Per non parlare del fatto che parte della milizia, ad esempio la Guardia Metropolitana di Caracas, è in mano agli oppositori del governo. Il quale deve fare i conti anche con l'atteggiamento negativo della gerarchia ecclesiastica, in seno alla quale è maggioritaria l'Opus Dei, e della Central de Trabajadores (che peraltro rappresenta solo il 17% della forza lavoro), alleata alla Fedecámaras, la Confindustria locale.

Ma sono soprattutto i media, come dicevamo, a determinare lo svolgersi degli avvenimenti. L'11 aprile una manifestazione dell'opposizione viene dirottata verso il Palazzo di governo, mentre circola la falsa voce che il capo dello Stato si è dimesso. I dimostranti puntano dunque su Miraflores, dove sostenitori di Chávez si apprestano a difendere l'edificio. Il presidente tenta di rivolgersi alla nazione attraverso la tv, ma le reti private non lo mandano in onda. Cominciano gli spari e le prime vittime sono militanti chavisti. La versione diffusa dai media però è ben diversa: si sostiene che il governo ha fatto sparare sulla folla e si mostra un filmato che sembra testimoniare un attacco di gruppi filogovernativi al corteo dell'opposizione. Il filmato, che farà il giro del mondo e verrà addirittura premiato in Spagna con un riconoscimento internazionale, è un falso, ma lo si saprà solo mesi dopo, quando l'autore ammetterà la manipolazione avvenuta negli studi di Venevisión. Intanto a Caracas il video serve ottimamente da pretesto per l'intervento di un gruppo di ufficiali ribelli, che sequestra Chávez e insedia al suo posto il leader di Fedecámaras, Pedro Carmona Estanga.

Dopo tre giorni il golpe viene sventato dalla rivolta di migliaia di sostenitori del governo, che dai quartieri della periferia marciano verso il centro della capitale imponendo la liberazione del presidente deposto. A questo punto le reti televisive, che nelle settimane precedenti avevano bombardato gli spettatori con centinaia di spot e di messaggi politici unidirezionali, non trovano niente di meglio che ripiegare su pellicole statunitensi e film d'animazione.

Il resto è storia recente. Dalla lunghissima serrata che ha provocato danni incalcolabili all'economia senza riuscire a spostare i rapporti di forza, all'attuale tentativo dell'opposizione di promuovere un referendum attraverso una raccolta di firme che suscita non pochi dubbi. Resta da considerare un ultimo elemento: la pressione internazionale. Degli Stati Uniti soprattutto, che non perdonano al governo di Caracas l'aumento delle royalties imposte alle compagnie petrolifere, il rifiuto di ogni ipotesi di privatizzazione dell'impresa di Stato Pdvsa (Petróleos de Venezuela), il ruolo svolto all'interno dell'Opec. "Peccati" gravissimi agli occhi della Casa Bianca, perché provengono da un paese le cui forniture di greggio sono fondamentali per l'economia Usa. Ma anche molti Stati europei non appaiono particolarmente ben disposti: gioca a danno del Venezuela anche la presenza, all'interno dell'Internazionale Socialista, di Acción Democrática, il partito di Andrés Pérez responsabile del Caracazo. Più positivo il panorama latinoamericano, dove l'insediamento dei nuovi governi brasiliano e argentino ha significato un indubbio rafforzamento della posizione di Chávez. (Nicoletta Manuzzato, dall'intervento al dibattito Venezuela, un paese spezzato in due)

30/3/2004


Venezuela, i retroscena del golpe

Il golpe era in gestazione da tempo: le sue premesse erano già nelle marce di protesta e nei cacerolazos dei quartieri alti, nelle pubbliche prese di posizione di diversi ufficiali e nella serrata promossa nel dicembre scorso da Fedecámaras, l'associazione imprenditoriale. E sono stati gli imprenditori a giocare un ruolo da protagonisti nel tentato golpe, relegando decisamente in secondo piano la Ctv (Confederación de Trabajadores de Venezuela), che pure aveva loro garantito un certo appoggio di massa. Una volta cacciato Chávez, infatti, il leader sindacale Carlos Ortega scompare dalla scena, monopolizzata dal presidente di Fedecámaras Pedro Carmona. Del resto erano proprio gli imprenditori i più colpiti dal radicale processo di riforme economiche avviato lo scorso novembre dal governo. Un programma destinato a suscitare il malcontento delle classi medio-alte e a far gridare al "pericolo comunista".

Un ruolo fondamentale hanno rivestito anche i media nazionali, tanto pronti a dare risalto alle manifestazioni antipresidenziali prima del golpe, quanto silenziosi e acquiescenti poi. Una pesante censura, condita con minacce e rappresaglie, è scesa sulla stampa: un vero e proprio black out, che ha impedito la comprensione degli avvenimenti. In tutto il mondo prestigiosi organi di informazione sono caduti nella trappola: articoli su articoli si sono affannati a spiegare "il crollo della popolarità di Chávez", "le ragioni per cui il paese si è sollevato contro di lui", ecc. ecc. (si è arrivati a scrivere che il calo di consensi era dovuto ai suoi lunghissimi discorsi televisivi: decisamente una ragione un po' debole per giustificare un'insurrezione). Salvo poi scoprire con sorpresa che il presidente "cacciato a furor di popolo" era tornato proprio grazie all'appoggio popolare.

La gigantesca opera di mistificazione era cominciata fin dal giovedì, quando i morti davanti al palazzo di Miraflores erano stati presentati come le vittime di un regime deciso a mantenersi al potere anche a costo di sparare sulla folla, e non come un tributo di sangue che rientrava nel piano dei golpisti. Molti commentatori hanno accettato, senza battere ciglio, la versione offerta dai media in mano ai golpisti: franchi tiratori fedeli a Chávez avevano sparato su una folla pacifica di oppositori sotto le finestre del palazzo presidenziale; la sanguinosa conclusione della manifestazione aveva innescato la ribellione dei militari, che insorgevano chiedendo le dimissioni del capo dello Stato; alla fine questi si decideva a firmare l'atto di rinuncia (il testo veniva riportato da tutte le agenzie) e scioglieva il suo gabinetto, allontanandosi poi da Miraflores per riparare all'estero. In realtà i fatti si erano svolti ben diversamente, ma solo la rete sotterranea di controinformazione riusciva più tardi a ristabilire la verità. Come si legge sul quotidiano messicano La Jornada di domenica 14, "Resulta que al paso de las horas ahora se sabe que los francotiradores eran los golpistas y no los golpeados, que la Guardia Nacional estaba obedeciendo a los golpistas y no a los golpeados, que las andanadas de disparos no iban dirigidas a los manifestantes de las grandes cámaras empresariales y la Central de Trabajadores Venezolanos -que sólo representa a menos de 12 por ciento de los sindicalizados en Venezuela-, sino que caían sobre quienes rodeaban el Palacio de Miraflores para evitar el golpe. Que la policía que disparaba junto con los francotiradores estaba bajo las órdenes del alcalde mayor de Caracas, Alfredo Peña, quien participaba en el golpe". Tutto questo può accadere nel villaggio globale, sotto gli occhi della stampa nazionale e internazionale pronte a prendere per buona la messinscena.

Che cosa succederà adesso? Secondo molti commentatori, Chávez esce da questa crisi rafforzato: ha ottenuto un nuovo voto di fiducia, un referendum di massa a suo favore. Anche sul piano internazionale la decisa condanna del golpe da parte dell'Oea, che ha inviato sul posto il suo segretario generale, César Gaviria, e dei capi di Stato del Gruppo di Rio (questi ultimi erano riuniti a San José per il loro XVI Vertice) ha fatto segnare al legittimo governo un punto importante. I paesi latinoamericani hanno in effetti condannato subito l'alterazione dell'ordine costituzionale (primo a schierarsi contro il golpe è stato l'argentino Duhalde, che ha più d'una ragione per temere di subire un giorno la stessa sorte). A sbilanciarsi in senso contrario soprattutto gli Stati Uniti e la Spagna di Aznar, che non condannando esplicitamente il golpe hanno manifestato la loro segreta soddisfazione per quanto stava accadendo. The Washington Post e The New York Times hanno recentemente riferito dei ripetuti contatti di alti funzionari dell'amministrazione statunitense con quanti stavano pianificando il rovesciamento delle istituzioni democratiche venezuelane, Carmona compreso. La stessa scelta di inviare come rappresentante Usa a Caracas Charles Shapiro era stata significativa: tra le credenziali dell'ambasciatore, la sua presenza in momenti chiave e in punti chiave dell'emisfero come il Cile e il Salvador e il suo "interessamento" per Cuba all'interno del Dipartimento di Stato. Il fallimento dell'intentona rischia ora, secondo alcuni commentatori, di minare la credibilità di Bush e rendere più difficile il cammino dell'integrazione economica dell'emisfero sotto l'egida statunitense.

Un discorso a parte meritano le dichiarazioni quantomeno inopportune del presidente messicano Fox: questi, pur condannando l'attentato all'ordine costituzionale, ha detto che la destituzione di Chávez aveva le sue radici in un'errata politica economica, che aveva portato il paese al caos. Un'occhiata ai dati dell'economia permette di confutare tale affermazione. Dopo la forte recessione del 1999, il Pil ha recuperato una crescita positiva (+4% nel 2000; +2,8% nel 2001). L'inflazione è scesa dal 29% del '98 al 12,7% dello scorso anno. I conti pubblici registrano un bilancio favorevole di oltre 5.000 milioni di dollari, mentre il saldo della bilancia commerciale è di 7.000 milioni di dollari. Il debito estero è lievemente diminuito, tra il 1999 e il 2001, passando da 32.596 a 30.000 milioni di dollari. Naturalmente il Venezuela continua a dipendere in maniera eccessiva dalle risorse petrolifere (è il quarto esportatore mondiale, il che spiega il forte interesse di Washington nei suoi confronti). Ridurre tale dipendenza è un compito non facile né di breve periodo. Nonostante il calo della disoccupazione urbana di un punto percentuale negli ultimi due anni, la polarizzazione sociale continua ad essere rilevante, conseguenza di decenni di corruzione e di politiche neoliberiste imposte dal precedente governo di Carlos Andrés Pérez (tra il 1982 e il 1997 la popolazione al disotto della soglia della povertà è passata dal 26,4 al 62,5%). Per far fronte a tale situazione, l'esecutivo ha varato lo scorso anno un aumento del 20% delle retribuzioni e delle pensioni dei dipendenti pubblici, accompagnato da un inizio di riforma agraria (Ley de Tierras). Al presidente reinsediato spetta ora il difficile compito di approfondire la politica di riforme, tenendo però presente che si è costituita un'opposizione forte e radicalizzata, un elemento che non esisteva nei primi anni del suo governo. Dalle sue prime dichiarazioni sembra deciso a tenere conto di questa nuova forza, per non ripetere gli errori del passato consentendo il coagularsi dell'alleanza tra una parte del sindacato, le gerarchie ecclesiastiche e le forze imprenditoriali.

17/4/2002


Guerra alla droga: un'arma politica

Si svolge questa settimana a Santa Cruz, in Bolivia, la XX Conferenza Internazionale sul Controllo delle Droghe (Idec), che vede la partecipazione dei dirigenti antinarcotici di 55 Stati. Tra gli scopi dell'incontro, oltre allo scambio di informazioni, la messa a punto di una proposta comune per la lotta al traffico di stupefacenti. Quest'anno per la prima volta, accanto alle polizie del continente, partecipano rappresentanti provenienti dall'Asia e dall'Europa.

Non si tratta però solo di una questione di polizia. Dopo la fine della guerra fredda, e soprattutto dopo il crollo delle Twin Towers, il governo statunitense tende sempre più a utilizzare la lotta contro il narcotraffico come un'arma politica, sulla base dell'equazione droga = terrorismo, che consente di giustificare i vari Plan Colombia e altre indebite intromissioni negli affari interni di nazioni sovrane. "Desde el 11 de septiembredel 2001, nuestra lucha ha adquirido una perspectiva diferente", ha detto nel corso della conferenza il direttore della Dea, Asa Hutchinson. "Ahora tenemos una nueva necesidad urgente en nuestros esfuerzos decontrol de drogas. Persiguiendo a los traficantes eliminaremos el apoyo alas redes de terroristas". Tra le organizzazioni dei trafficanti Washington pone, accanto alle mafie internazionali, le guerriglie del continente (Farc in testa). Senza contare che la distruzione di coltivazioni quali la coca minaccia la sopravvivenza di tante famiglie contadine e incontra l'opposizione delle popolazioni andine, per le quali la foglia di coca costituisce una tradizione millenaria.

All'inaugurazione della conferenza di Santa Cruz mancava il padrone di casa, il presidente boliviano Quiroga. Un'assenza polemica: Quiroga ha definito "inaceptable" il rapporto del Dipartimento di Stato Usa che mette in dubbio l'impegno di La Paz nella battaglia contro la droga. Le rimostranze del governo sul rapporto sono state presentate dal ministro degli Esteri Fernández Saavedra all'incaricato d'affari dell'ambasciata statunitense: Fernández ha affermato che il suo paese ha eliminato il 90% delle piantagioni illegali di coca. Un risultato costato caro in termini economici (circa 300 milioni di dollari), e soprattutto in termini sociali, con scontri sanguinosi tra coltivatori e forze dell'ordine. All'apertura dei lavori il ministro ha chiesto alla comunità internazionale un compenso commerciale per quanto fatto finora, definendolo una "deuda pendiente para continuar en estatarea".

Nonostante la considerevole diminuzione delle coltivazioni di coca in Bolivia e in Perú, i livelli di produzione si mantengono stabili a causa dell'aumento della produzione in altri paesi (in Colombia, ad esempio, gli anni '90 hanno visto triplicare le piantagioni). Secondo dati dell'Interpol nell'area andina sono state prodotte, nel 2000, tra le 700 e le 900 tonnellate di cocaina, la metà delle quali destinata al Nord America. Altro fenomeno negativo: è in aumento il consumo nei paesi finora di transito, Argentina e Cile in primo luogo, ma anche Brasile, Ecuador e Venezuela.

Le principali rotte del narcotraffico nel continente continuano a fare tappa in Centro America e nei Caraibi. Da qui passano anche le droghe sintetiche provenienti dall'Europa Occidentale e dirette negli Stati Uniti. Tra i pochi aspetti positivi degli ultimi tempi, il rafforzamento dei controlli alla frontiera tra il Messico e gli Usa e l'introduzione in molti paesi di nuove norme contro il riciclaggio di denaro sporco.

6/3/2002


Montesinos, il Rasputin peruviano

Le diverse inchieste in corso sul caso Montesinos portano alla luce sempre nuovi particolari sulla rete di mafia, clientelismo e potere da lui creata e sui suoi molteplici "campi di interesse", dallo spionaggio al traffico di droga, dal controllo dei mass media al commercio clandestino di armi. Vi presentiamo un breve compendio di quanto emerso fino ad oggi.

Montesinos è stato dipinto più volte come una sorta di Rasputin, il detentore del potere di fatto alle spalle del presidente Fujimori. Una registrazione audio, pubblicata in esclusiva dal giornale Caretas, è illuminante in questo senso. La registrazione, riguardante una conversazione con il capo delle forze armate, generale Nicolás de Bari Hermoza Ríos, mostra come Montesinos non temesse di dare ordini al massimo comandante militare. In un'altra registrazione l'interlocutore è lo stesso presidente, che appare confuso e disorientato, dipendente in tutto dal suo consigliere-padrone.

Per esercitare il suo potere dietro le quinte, Montesinos doveva però assicurarsi la presenza di Fujimori ai vertici dello Stato. Per questo corruppe parlamentari, proprietari di mezzi di comunicazione, alti ufficiali e magistrati. Come arma di ricatto, usava registrava in video le prove degli avvenuti pagamenti. La sua caduta comincia proprio con uno di questi cosiddetti vladivideos. Il 14 settembre del 2000, quando tutto il paese poté vedere il parlamentare dell'opposizione Alberto Kouri ricevere 15.000 dollari per allinearsi alle posizioni del governo, lo scandalo fu enorme. Con quei soldi Montesinos intendeva comprare quello che Fujimori, appena rieletto presidente, aveva perso con il voto: la maggioranza in seno al Congresso. Due giorni dopo la diffusione del video il presidente dovette annunciare la sua intenzione di sciogliere il Servicio de Inteligencia, guidato di fatto dall'anima nera del regime.

Finiva così un rapporto di complicità che risaliva alle consultazioni del 1990.Secondo l'ex agente segreto Francisco Loayza e il generale Jaime Salinas, Montesinos aveva utilizzato a quei tempi la sua possibilità di accedere a informazioni riservate per far credere a Fujimori che esisteva un piano per assassinarlo. La tendenza per lo spionaggio, del resto, non era nuova: negli anni '70 il capitano Montesinos, assistente del ministro della Guerra nel governo del generale Juan Velasco Alvarado, aveva passato segreti militari agli Stati Uniti. In un documento della Cia, risalente all'aprile del 1977 e recentemente reso pubblico, si dice che "Montesinos fue un contacto valioso para la embajada, en los últimos 4 o 5 años". Risale a questo periodo la visita di Montesinos negli Usa, su invito del governo di Washington. Non avendo l'autorizzazione delle autorità militari per questo viaggio, si fabbricò un falso permesso e al rientro in patria finì sotto processo con l'accusa di tradimento. L'ambasciatore statunitense in Perú, Robert W. Dean, intervenne in suo favore e la vicenda si concluse con due anni di prigione e l'allontanamento dall'esercito.

I suoi primi contatti con il narcotraffico datano dal 1985 quando, come avvocato, assunse la difesa di Evaristo Porras Ardila, un colombiano accusato di lavorare per il cartello di Medellín. Secondo la testimonianza che l'ex agente della Dea José Aguilar, fece davanti alla commissione del Congresso incaricata dell'inchiesta, dopo aver protetto Porras con mezzi illegali, Montesinos si associò con lui per realizzare un laboratorio e una pista clandestina nei pressi della frontiera. Aguilar sostiene anche di aver assistito alla partenza di un piccolo velivolo, con a bordo Porras e Montesinos, diretto alla Hacienda Nápoles di Medellín per incontrarsi con Pablo Escobar. Il fratello di Pablo, Roberto Escobar, ha confermato l'avvenuto incontro, che gettò le basi per un accordo sul traffico di droga. Per tale traffico Montesinos veniva pagato in contanti in diverse parti del mondo: "Se entregaba dinero cuando pedía, se le entregaba en Perú, se le entregó en Panamá y se le entregó en Islas Caimán, se le entregó en Miami, se le entregó en Nueva York ", afferma Roberto Escobar.

Con l'elezione di Fujimori a presidente, l'influenza di Montesinos sui cartelli peruviani della regione dell'Alto Huallaga aumentò. In quell'epoca conobbe il trafficante di droga peruviano Demetrio Chávez Peña Herrera, detto Vaticano, che con lui concordò un pagamento mensile in cambio di protezione e della segnalazione di ogni operazione antidroga prevista nella zona. Nonostante le numerose testimonianze a suo carico, Montesinos continua a negare ogni collegamento con il traffico di stupefacenti.

Uno degli affari che fruttò a Montesinos i maggiori guadagni fu l'acquisto di aerei da combattimento dalla Bielorussia e dalla Russia. Dopo il breve conflitto del 1995 con l'Ecuador la tensione rimaneva alta e i militari peruviani pensarono fosse necessario controbilanciare la superiorità aerea ecuadoriana. Da qui i provvedimenti segreti con carattere d'urgenza emanati dal governo di Lima, che autorizzarono l'acquisto di 18 velivoli da combattimento Mig-29 e 18 Sukhoi-25, equipaggiati con missili e radar, dalla Bielorussia. Costo: più di 463 milioni di dollari. Con la complicità di alcuni prestanome venne creata l'impresa Treves Intora con uffici alle Bahamas, a Panama e in Svizzera. Treves Intora si incaricò di comprare gli aerei bielorussi per rivenderli a un'altra impresa, la W-21 Interchnic, che firmò il contratto con il governo di Lima. Per procedere al pagamento il governo aprì, attraverso il Banco de la Nación, un conto presso il Banco Exterior de Panamá. Da qui il denaro tornava in patria attraverso conti personali. Nel luglio 1998 Montesinos presiedette alla firma di un altro contratto per l'acquisto dalla Russia di 3 aerei da combattimento Mig, al prezzo di più di 126 milioni di dollari.

Anche i mezzi di comunicazione furono oggetto dell'interesse di Montesinos. Pagando cifre favolose riuscì a ottenere il controllo sul contenuto dei programmi informativi, notiziari compresi, di numerose emittenti. Il proprietario di FrecuenciaLatina, Baruch Ivcher, afferma che gli furono offerti 19 milioni di dollari per poter revisionare i servizi giornalistici mandati in onda dal suo canale. Di fronte al suo rifiuto, il governo gli ritirò la cittadinanza peruviana (condizione necessaria per essere proprietario di una televisione), obbligandolo a passare la proprietà ai soci di minoranza Mendel e Samuel Winter. Con questi Montesinos firmò subito un accordo in base al quale non potevano essere trasmessi dibattiti, inchieste o interviste a esponenti politici senza un suo permesso scritto.

Tra le vittime illustri di questa compravendita di testate televisive il giornalista César Hildebrant, che in Global Televisión conduceva un programma apertamente critico nei confronti del governo. Agli inizi del 1999, dopo un incontro tra Montesinos e il direttore di Global Televisión, Genaro Delgado Parker, il programma di Hildebrant venne congelato. In cambio il direttore ottenne una sentenza giudiziaria favorevole in una vertenza che lo contrapponeva ai suoi soci. Sempre in campo televisivo, in un vladivideo si vede distintamente il proprietario di AndinaTelevisión, Julio Vera, che riceve denaro in cambio del ritiro di programmi "sgraditi".

Nell'agosto del 2000 Fujimori e Montesinos convocarono una conferenza stampa per annunciare che era stata individuata un'organizzazione internazionale dedita al traffico di armi. In particolare resero noto che alti ufficiali, a nome del governo, avevano acquistato in Giordania una partita di fucili che era poi finita nelle mani dei guerriglieri colombiani delle Farc. In realtà, secondo numerose testimonianze, dietro questa manovra c'era lo stesso Montesinos. Ad esempio il trafficante giordano Sarkis Soghanalián afferma di aver trattato direttamente con lui. Tale dichiarazione è avvalorata dalla testimonianza di José Luis Aybar Cancho, un capitano in congedo dell'esercito, attualmente in galera, secondo il quale tutta l'operazione venne fatta per ordine diretto di Montesinos. A quanto risulta dalle indagini le armi vennero sganciate dagli aerei su una zona del territorio colombiano controllata dalla guerriglia. La controprova è fornita dal fatto che alcuni fucili, sequestrati nel corso di un'operazione militare contro le Farc, risultarono fabbricati in Europa Orientale e da qui passati in Giordania. Quest'ultimo paese confermò di averli rivenduti al Perú.

Ma che cosa ci guadagnava Montesinos da tutto questo? Poco o nulla in termini monetari. Si deve allora pensare che l'obiettivo fosse un altro. Qualcuno ha ipotizzato che il vero scopo di Montesinos fosse quello di giustificare, con un aggravamento della situazione nella vicina Colombia, l'assegnazione di nuovi fondi per il riarmo dell'esercito peruviano. Dato il controllo da lui esercitato sui contratti d'acquisto, questo gli avrebbe garantito un notevole ritorno finanziario.

Anche la fuga di Montesinos per mezza America Latina, dopo che Fujimori gli ebbe ritirato il suo appoggio nel novembre 2000, presenta alcuni lati oscuri. L'ex capo dei servizi segreti rimase latitante per sette mesi. Si sa che si recò a Panama, nelle Galápagos, nell'isola di Cocos (Costa Rica) e ad Aruba. Giunse infine in Venezuela dove un ex funzionario di polizia, José Guevara, gli garantì sicurezza dietro pagamento di forti somme di denaro. Quando i fondi cominciarono a scarseggiare, Montesinos scrisse via e-mail alla Industrial Pacific Bank di Miami, dove aveva depositato circa 41 milioni di dollari, per tentare di ritirare parte dei suoi "risparmi". La banca informò della corrispondenza gli agenti dell'Fbi, che nel giugno del 2001 arrestarono José Guevara, giunto a Miami su incarico di Montesinos per incontrarsi con i funzionari della Industrial Pacific Bank. Posto di fronte all'alternativa di una lunga permanenza in un carcere statunitense o di una ricompensa di 5 milioni di dollari se rivelava il nascondiglio di Montesinos, Guevara scelse di consegnare il ricercato.

Il seguito dell'episodio è assai confuso. Ufficialmente il governo Chávez non era stato messo al corrente dell'operazione: Lima e Washington pensavano che Montesinos godesse di protezione da parte di qualche esponente della polizia di Caracas. L'autista di Montesinos, José Luis Nuñez, incaricato di consegnarlo all'ambasciata peruviana, avvisò però un amico legato allo spionaggio militare venezuelano, che procedette all'arresto del fuggiasco. Questi venne immediatamente estradato in Perú, cosa che non impedì comunque agli Stati Uniti di seminare sospetti sul comportamento del presidente Chávez.

27/2/2002


Costa Rica, un paese "diverso"

Per decenni il Costa Rica si è distinto in Centro America per la sua stabilità politica e il suo sviluppo economico. Dalla metà degli anni '70 però l'aumento del prezzo del petrolio e il crollo di quello dei prodotti di base hanno provocato gravi ripercussioni sul livello di vita della popolazione. Negli ultimi tempi il paese è comunque riuscito a diversificare la sua produzione, puntando sull'industria informatica ed elettronica, ed ha visto crescere le sue esportazioni e il numero dei turisti, attratti soprattutto dalle ricchezze ambientali. Il Costa Rica è così riuscito a mantenere la sua "diversità": secondo l'indice del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nel 2000 si collocava al 48° posto, poco sotto Argentina, Cile e Uruguay, mentre El Salvador, Honduras, Nicaragua e Guatemala occupavano i posti tra il 104 e il 120.

L'attuale capo di Stato, Miguel Angel Rodríguez Echeverría, è un conservatore educato negli Usa. La sua elezione nel 1998 venne considerata un voto di protesta contro il presidente uscente José María Figueres. Rodríguez ha messo in atto una politica di riequilibrio fiscale e di privatizzazioni, che non ha potuto però portare a termine come avrebbe desiderato: nel marzo 2000 dopo l'approvazione, da parte dell'Assemblea Legislativa, di una legge che poneva fine al monopolio statale delle telecomunicazioni, migliaia di persone scesero in piazza costringendo il governo a tornare sui suoi passi.

Il Costa Rica, che nel 1949 - unico tra i paesi del Centro America - ha dichiarato l'abolizione dell'esercito, è sempre rimasto piuttosto lontano dal processo di integrazione regionale: ancor oggi è l'unica nazione non rappresentata all'interno del Parlamento Centroamericano e nessun partito, nel corso della campagna elettorale, ha proposto di rompere questa sorta di "splendido isolamento".

Le consultazioni del 3 febbraio hanno segnato uno spartiacque nella storia politica del paese: il nuovo capo dello Stato non è stato eletto al primo turno come di consueto e gli elettori saranno nuovamente chiamati a votare il 7 aprile. L'affermazione di un nuovo raggruppamento, il Partido Acción Ciudadana (Pac) che si è affiancato ai tradizionali Partido Unión Socialcristiana (Pusc) e Partido Liberación Nacional (Pln), segna la fine di decenni di bipartitismo.

Tra i candidati alla massima carica dello Stato la maggioranza dei suffragi è stata registrata da Abel Pacheco, della formazione di governo Pusc (38,6%). Pacheco, 67 anni, è una figura pittoresca: ex direttore dell'Ospedale Psichiatrico, deputato, scrittore e personaggio televisivo, è stato anche venditore di pantaloni in un noto locale di San José e autore dei testi di alcune canzonette. All'interno del suo partito rappresenta un certo ritorno al populismo originario, suggerito dalle proteste popolari contro il neoliberismo del governo Rodríguez.

Il 54enne Rolando Araya (30,9%), del Partido Liberación Nacional, conta sull'appoggio del Premio Nobel per la Pace ed ex presidente Oscar Arias. Araya è un ingegnere chimico con alle spalle una vasta esperienza politica. Rappresenta il settore del Pln che si ispira alla "terza via" di Tony Blair. Nipote dell'ex presidente Luis Alberto Monge, è noto per la frase: "Que esté mejor cada día", con la quale salutava il pubblico televisivo al termine del programma cui partecipava come commentatore.

La vera sorpresa di questa tornata elettorale è però costituita dal 26,3% di Ottón Solís. 48 anni, fuoriuscito dal Pln, Solis è fondatore del Partido Acción Ciudadana. Di ispirazione socialdemocratica, è stato docente universitario nel suo paese e in Gran Bretagna, consulente di organismi internazionali e ministro della Pianificazione nel governo Arias. Anche il rinnovo dell'Assemblea Legislativa ha sancito il tramonto del bipartitismo: il Pac ha conquistato 13 seggi e il Movimiento Libertario (di destra) è passato da uno a sette, il tutto ai danni delle due formazioni maggiori, il Pusc (da 27 a 19) e il Pln (da 23 a 17).

12/2/2002


Honduras tra miseria e desencanto

Ricardo Maduro, dunque, è il nuovo presidente dell'Honduras. Dovrà governare un paese tra i più poveri del continente. E un paese in cui si accentua sempre più il distacco dei cittadini dalla politica. Leo Valladares, commissario nazionale per i diritti umani, scrive nel suo rapporto: "Es palpable el desencanto de amplios sectores de la población con los partidos y los políticos, a los que se les señala como irresponsables, demagogos y preocupados por sus propios intereses". Tra gli elementi che, secondo gli osservatori, hanno portato a questa situazione c'è il sostanziale bipartitismo in atto nel paese: da sempre nazionalisti e liberali si spartiscono il potere e l'attuale legge elettorale non facilita il sorgere di forze alternative. La partecipazione alla vita politica dei cittadini è impedita dal divieto di candidature indipendenti, mentre i piccoli raggruppamenti trovano ulteriori ostacoli nella mancanza di regole chiare sul finanziamento delle campagne. Su questi temi i cinque partiti in lizza (oltre al Nacional e al Liberal, il Partido Innovación y Unidad Social Demócrata, la Democracia Cristiana e Unificación Democrática) hanno sottoscritto il Manifiesto de los Partidos Políticos al Pueblo Hondureño, impegnandosi a riformare il sistema, ma il dato dell'astensionismo registrato alle consultazioni di domenica (oltre il 30%) fa ritenere che buona parte dell'elettorato nutra poca fiducia nel cambiamento.

Maduro è il sesto presidente civile dal 1982, anno in cui i militari hanno abbandonato il potere dopo due decenni di regime. Uno dei primi problemi che verrà chiamato ad affrontare è quello dell'insicurezza. L'ultimo episodio di violenza risale alla vigilia del voto: all'alba di sabato alcuni sconosciuti hanno assassinato un candidato dell'opposizione nella zona meridionale del paese. La soluzione proposta da Maduro, che tra l'altro ha visto morire un figlio nel '97, durante un tentativo di sequestro, è semplice: "tolleranza zero". Ma è chiaro che non basta una logica repressiva quando non vengono affrontate le cause sociali del fenomeno. "País pobre y altamente endeudado": così lo definisce il Fondo Monetario Internazionale. Secondo dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, oltre il 62% della popolazione vive in condizioni di povertà: nelle campagne tale percentuale sale al 72%. Quanto al debito estero, ascende a più di 5.000 milioni di dollari. L'emergenza economica è stata aggravata da numerosi disastri naturali. Nell'ottobre del 1998 l'uragano Mitch ha distrutto quasi totalmente la rete viaria, provocando 14.000 morti e due milioni di senzatetto e riportando indietro di vent'anni le infrastrutture del paese. Qualche settimana fa l'uragano Michelle ha colpito la costa caraibica. Per non parlare della recente siccità: nelle zone rurali più di un milione di persone ha dovuto ricorrere agli aiuti alimentari degli organismi di solidarietà.

Ma non è solo e non tanto alla natura che l'Honduras deve i suoi guai. Le ragioni di fondo della miseria risiedono nell'ineguale distribuzione della ricchezza e in un modello economico arretrato, che si basa sull'esportazione di prodotti agricoli sottoposti alle fluttuazioni dei mercati internazionali (si veda il recente crollo del prezzo del caffè; lo stesso discorso vale per canna da zucchero e banane) e sullo sfruttamento di mano d'opera a basso costo e poco qualificata. Una mano d'opera in eccesso, spesso costretta a ingrossare le fila dei clandestini diretti verso il miraggio nordamericano.

27/11/2001


Bush mostra i muscoli

La nuova politica statunitense fa di ogni erba un fascio e mette sullo stesso piano Bin Laden, le Farc colombiane, Daniel Ortega e il presidente Chávez. Ne è una chiara dimostrazione la dichiarazione dell'ambasciatrice statunitense a Bogotá Ann Patterson (24/10/2001), secondo la quale Washington chiederà l'estradizione dei dirigenti dei principali movimenti guerriglieri e paramilitari colombiani coinvolti nel narcotraffico e nel riciclaggio di denaro sporco, per giudicarli negli Stati Uniti. Venerdì 26 la Patterson è tornata sull'argomento, paragonando i metodi dei gruppi armati colombiani per autofinanziarsi con i metodi dei talebani.

Anche se numerosi esponenti politici di Bogotá sono insorti contro queste affermazioni, che tra l'altro rendono ancora più difficile il processo di pace (l'ex presidente López Michelsen ha commentato: "no es frecuente que un diplomático de otro país se anticipe a hacer anuncios sobre pasos que son propios del poder judicial"), il governo Pastrana sembra voler approfittare del nuovo corso Usa per operare una decisa sterzata sul piano interno. Fa parte di questa sterzata il cosiddetto Estatuto Antiterrorista, che verrà a breve presentato davanti al Congresso e che per la prima volta qualifica i raggruppamenti guerriglieri come "terroristi". E ne fa parte il Reglamento contra la violencia, in preparazione, che proibisce la diffusione televisiva di comunicati dei gruppi armati. La Colombia è nel mirino statunitense anche come secondo produttore mondiale di eroina: le autorità antinarcotici Usa pensano che, in seguito al conflitto in Afghanistan, la domanda di questa sostanza si indirizzerà verso il paese sudamericano. "Negli ultimi mesi abbiamo visto un aumento di eroina colombiana, di grande purezza e basso costo, diretta verso la costa orientale statunitense", ha detto ancora l'ambasciatrice.

Ma se per quanto riguarda la Colombia Washington può nascondersi dietro la lotta al narcotraffico, tale pretesto non regge per quanto riguarda il Nicaragua, dove un'eventuale vittoria di Daniel Ortega alle presidenziali del 4 novembre sembra turbare i sonni di George Bush. Pur assicurando che rispetterà il responso delle urne, la Casa Bianca ha apertamente favorito il rivale di Ortega, Enrique Bolaños, destinatario di una lettera di appoggio del fratello del presidente Usa, Jeb Bush, governatore della Florida. E mentre Bolaños veniva ufficialmente invitato da Oliver Garza, ambasciatore statunitense a Managua, all'atto di consegna degli aiuti alimentari alle popolazioni colpite dalla siccità nel nord del paese, a Washignton il sottosegretario di Stato per le questioni politiche Marc Grossman interveniva pesantemente nella politica nicaraguense affermando: "Siamo seriamente preoccupati per la tradizione sandinista di violazione dei principi democratici e dei diritti umani di base, di esproprio di proprietà senza indennizzo e di legami con patrocinatori del terrorismo". E John Keane, sottosegretario aggiunto di Stato, rincarava la dose avvertendo: "Non possiamo dimenticare che (durante il governo sandinista) il Nicaragua si trasformò in rifugio per estremisti politici violenti provenienti dal Medio Oriente, dall'Europa e dall'America Latina".

Altro bersaglio, il presidente venezuelano Hugo Chávez, al quale non vengono perdonate le critiche nei confronti dell'intervento militare in Afghanistan. Chávez aveva osato dire, in un discorso teletrasmesso, che il suo paese appoggia la lotta contro il terrorismo, ma che gli Stati Uniti non possono "rispondere al terrore con altro terrore" colpendo civili innocenti. "Il presidente deplora questi commenti, che non concordano con la posizione adottata dal Venezuela in seno alle Nazioni Unite, all'Organizzazione degli Stati Americani o nelle riunioni del Trattato di Rio", ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer. Il governo Bush non intende accettare voci discordanti, soprattutto se provengono da quella parte del continente tradizionalmente schierata (con la sola eccezione di Cuba) su posizioni filostatunitensi.

31/10/2001


Lotta alla corruzione: luci e ombre

Nel suo Rapporto Globale sulla corruzione 2001, pubblicato a metà ottobre, l'organizzazione non governativa Trasparenza Internazionale segnala che il problema "è ancora ampiamente presente" in tutta l'America Latina. Il documento ammette che "nella regione si sono moltiplicati gli sforzi", ma indica nuovi pericoli, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento dei partiti politici, che deve far fronte al continuo aumento dei costi delle campagne elettorali.

Prendendo in rassegna le diverse aree del continente, il rapporto evidenzia luci e ombre. In Messico il nuovo governo Fox sembra volersi impegnare seriamente nella lotta alla corruzione e in Centro America le organizzazioni internazionali di solidarietà riescono ad esercitare maggiori controlli sugli aiuti alle popolazioni colpite da disastri naturali. Ad Haiti e in alcuni paesi di lingua inglese dei Caraibi, invece, i progressi per una maggiore trasparenza appaiono "modesti". Quanto al Sud America, in molte nazioni è ancora lunga la strada per risvegliare nei cittadini un'adeguata coscienza del problema. Viene comunque vista con favore la fine del regime Fujimori in Perú, nella speranza che questo significhi la cessazione degli abusi che hanno contraddistinto la sua amministrazione. Ed è proprio di questi giorni la fallita evasione di un gruppo di detenuti che facevano parte della rete di corruzione creata dall'ex capo dei servizi segreti Montesinos. Una rete che coinvolgeva decine di funzionari pubblici, giudici, militari, giornalisti, imprenditori, artisti. Ora il Congresso sta valutando l'ipotesi di ricostruire un carcere di massima sicurezza sull'isola di El Frontón, destinato a ospitare condannati per corruzione, delitti di lesa umanità e narcotraffico (il precedente penitenziario era stato distrutto nel 1986, dopo l'intervento militare seguito a una rivolta).

Sempre in tema di corruzione in America Latina, vediamo due casi emblematici. In Guatemala, milioni di dollari sono stati dirottati da settori come la sanità e l'istruzione per permettere il salvataggio di due banche in fallimento. Banche, naturalmente, di cui è proprietario un amico e sponsor politico del presidente Portillo. E agli inizi di settembre, dopo un articolo del giornale locale El Periódico, è scoppiato lo scandalo dell'iscrizione a Cambridge della figlia del capo dello Stato, Otilia Portillo: l'Estado Mayor Presidencial (istituzione sospettata, tra l'altro, di aver pianificato l'assassinio di monsignor Gerardi) aveva deciso che gli studi di Otilia venissero pagati con denaro pubblico. Non si tratta di una spesa da poco: si è calcolato che, con il costo di un corso di architettura nella prestigiosa università inglese, si potrebbe insegnare a leggere e a scrivere a 262.000 bambini.

In Argentina, paese in preda a una crisi economica senza precedenti, ogni anno lo Stato deve sborsare 800 milioni di dollari per le pensioni di privilegio. Sono pensioni che arrivano anche a 6.000 dollari al mese e che vengono erogate a ex ministri, parlamentari, funzionari, nonché ad amici e parenti di noti politici, a prescindere dai contributi versati e dall'età dei beneficiari. Tra i "fortunati", il maestro di tennis dell'ex presidente Carlos Menem, non ancora quarantenne, e la figlia di un giudice in odore di corruzione, che ha ricevuto un appannaggio mensile dall'età di 15 fino ai 23 anni (la pacchia è finita quando la notizia è stata resa pubblica). Lo stesso Menem, al termine del mandato, aveva tentato di aggiudicarsi oltre 10.000 dollari al mese, ma il coro unanime di proteste suscitato dalla sua richiesta lo ha indotto a desistere.

Anche in Argentina, però, qualcosa si muove. Con poche risorse e molto coraggio la deputata Elisa Carrió, chiamata a presiedere il 9 maggio scorso la Comisión Especial Investigadora del Congresso, guida la crociata contro il riciclaggio di denaro sporco. In settembre sono stati resi noti i primi risultati delle indagini, grazie anche alle informazioni fornite da una commissione senatoriale statunitense. Nel rapporto figurano nomi della politica come il solito Carlos Menem la cui campagna elettorale, secondo le risultanze, venne in buona parte finanziata dal banchiere saudita Ghaith Pharaon, uno degli uomini più ricchi del mondo.

Sono emersi anche interessanti dettagli sui maggiori scandali del paese, come quello che ha visto coinvolti l'Ibm e il Banco de la Nación: il contratto firmato nel febbraio 1994 con la multinazionale Usa, per l'informatizzazione dell'istituto bancario, aveva comportato il pagamento di ingenti bustarelle. Per non parlare della vendita illegale di armi alla Croazia e all'Ecuador tra il 1991 e il 1995 (ancora una volta l'imputato è Menem, insieme ad altri 46 funzionari). La cifra reale sborsata per queste armi è stata di tre volte superiore ai 35 milioni di dollari riportati dai documenti ufficiali. "Las operaciones de lavado de dinero proveniente del narcotráfico mueven en Argentina aproximadamente 6.000 millones de dólares anuales, más otro tanto de evasión fiscal", si legge nel rapporto. Tra i capi d'accusa figura anche il favoritismo nei confronti del gruppo Yoma SA, di proprietà del cognato di Menem, Emir Yoma.

L'indagine ripercorre da una parte la pista del riciclaggio e del traffico di armi e droga, dall'altra quella della capitalizzazione del debito estero e delle operazioni condotte per mezzo di compagnie off shore. Purtroppo la Svizzera ha rifiutato di fornire le informazioni richieste sui presunti conti bancari aperti, in territorio elvetico, dal ministro dell'Economia Domingo Cavallo, da Carlos Menem e da Alberto Kohan, braccio destro dell'ex presidente. Ma ci sono altri conti all'estero, soprattutto nelle Isole Bahamas, su cui si sta indagando, ed Elisa Carrió si mostra fiduciosa sul risultato finale. Intanto l'ultima tornata elettorale ha dimostrato che gli argentini hanno capito e apprezzato i suoi sforzi per moralizzare la vita pubblica.

24/10/2001


Varela, lo scienziato della coscienza

E' morto il 28 maggio 2001, all'età di 55 anni, il grande neuroscienziato cileno Francisco Varela. Nato a Santiago nel 1946, Varela si era laureato in Medicina in patria ed era poi emigrato negli Stati Uniti, dove aveva preso il dottorato in Scienze biologiche ad Harvard. Sempre negli Usa aveva iniziato la sua collaborazione con il compatriota Humberto Maturana, collaborazione dalla quale erano nate due opere fondamentali: Autopoiesi e cognizione: la realizzazione del vivente (pubblicata in Italia da Marsilio nel 1985) e L'albero della conoscenza (Garzanti 1987). Si era poi trasferito in Europa, il cui clima culturale gli era più congeniale, e a Parigi aveva diretto a lungo il settore delle neuroscienze del Cnrs (Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica).

Nel gennaio scorso Varela aveva rilasciato un'intervista a Sergio Benvenuto per l'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, intervista in cui ripercorreva il cammino teorico che lo aveva portato a elaborare un concetto nuovo di coscienza. Un percorso iniziato negli anni Settanta, quando ancora la coscienza era un argomento tabù in campo scientifico. "La coscienza restava come qualcosa di mistico, di pertinenza dei filosofi (...) E' stato necessario attendere l'inizio degli anni Novanta perché si facesse strada l'idea che si potevano apprendere molte cose sulla cognizione: come nasce un'idea di movimento, come si costruisce un ricordo, come funziona l'emozione e così via (...) E finalmente fa la sua comparsa qualcosa che mancava ancora e che sta in relazione di prossimità assoluta con la vita dell'uomo: la coscienza, il vissuto".

La maggior parte dei colleghi propende però per una visione riduzionista: la loro ricerca mira alla scoperta del "luogo della coscienza", cioè dei suoi correlati neuronali. Varela al contrario è convinto che il vissuto in quanto tale sia "per principio logicamente ed empiricamente irriducibile a una funzione neuronale".Va tenuto presente che il dibattito sull'argomento si è sviluppato per la maggior parte negli Stati Uniti, dove la filosofia della scienza dominante è di tipo analitico. Lo studioso cileno, che si identifica invece con la fenomenologia di Husserl, è portato a concepire la coscienza come qualcosa di ben diverso da un circuito cerebrale. "Il cervello non è un fascio di neuroni sezionati in laboratorio, ma esiste all'interno di un organismo impegnato essenzialmente nella propria autoregolazione, nella nutrizione e nella conservazione di sé, che ha fame e sete, che ha bisogno di rapporti sociali. Alla base di tutto ciò che pertiene all'integrità degli organismi c'è infine il sentimento dell'esistenza, il sentimento di esserci, di avere un corpo dotato di una certa integrità".

La coscienza è anche in collegamento diretto con la realtà esterna attraverso gli organi di senso. "Io ho coscienza del bicchiere nel senso che, quando lo vedo, dico: ho coscienza di questo bicchiere. Ma il bicchiere non è un'immagine nella mia testa, di cui io debba prendere coscienza dall'interno. Si è scoperto che il bicchiere è inseparabile dall'atto di manipolarlo. L'azione e la percezione costituiscono un'unità e il mondo non esiste se non in questo ciclo, in questo collegamento permanente (...) C'è ancora una terza dimensione, valida soprattutto per l'uomo - ma anche per i primati superiori - il fatto di essere strutturalmente concepiti per avere rapporti con i nostri congeneri, con individui della stessa specie (...) Per esprimersi concisamente, la coscienza è un’emergenza che richiede l’esistenza di questi tre fenomeni, di questi tre cicli: con il corpo, con il mondo e con gli altri".

Viene qui introdotto un altro importante concetto: quello di emergenza. "In biologia si trova che i fenomeni di emergenza sono assolutamente fondamentali. Perché? Perché ci permettono di passare da un livello più basso a un livello più alto, all’emergenza di un nuovo livello ontologico. Quello che era un ammasso di cellule improvvisamente diventa un organismo, quello che era un insieme di individui può diventare un gruppo sociale, quello che era un insieme di molecole può diventare una cellula". E la nozione di emergenza introduce alla causalità mentale. "Il mentale non è più un epifenomeno, non è più una specie di fumo che esce dal cervello. Al contrario, si può dimostrare scientificamente, logicamente e anche matematicamente che l’esistenza, l’emergenza di uno stato mentale, di uno stato di coscienza, può avere un’azione diretta sulle componenti locali, cambiare gli stati di emissione di un neurotrasmettitore, cambiare gli stati di interazione sinaptica tra neuroni e così via". In tal modo la coscienza diventa "parte intrinseca della dinamica del mondo naturale".

31/5/2001


Messico, una Commissione per l'uguaglianza

Il tema dell'uguaglianza tra i cittadini è al centro dei lavori della neonata Comisión Ciudadana de Estudios contra la Discriminación, istituita recentemente a Città del Messico. La presiede Gilberto Rincón Gallardo, uno degli esponenti politici più stimati del paese. Nato nel 1939, laureato in legge, Rincón Gallardo ha combattuto da sempre nelle fila dell'opposizione, finendo ripetute volte in carcere: è stato segretario del Psum e di altre organizzazioni della sinistra, ha partecipato alla fondazione del Partido de la Revoluciôn Democrática e ne è poi uscito per creare un nuovo raggruppamento, Democracia Social, che nel corso dell'ultima campagna elettorale ha sollevato i temi dell'aborto (tuttora considerato reato) e dei diritti degli omosessuali.

Dopo l'elezione di Vicente Fox, Rincón Gallardo ha rifiutato l'invito a entrare nel nuovo governo; ha però proposto l'istituzione di una commissione contro ogni forma di intolleranza e di emarginazione, una proposta che è diventata realtà nel marzo di quest'anno.

Abbiamo incontrato Rincón Gallardo a Ginevra, dove ha guidato la delegazione messicana all'incontro preparatorio della Terza Conferenza delle Nazioni Unite contro il Razzismo (Sudafrica, 31 agosto - 7 settembre). Gli abbiamo chiesto come è strutturata la Commissione da lui presieduta e quali obiettivi si pone. "E' composta da centocinquanta persone: rappresentanti del governo e dei partiti politici, esponenti delle diverse confessioni religiose, imprenditori, accademici, esperti della comunicazione, membri delle ong. La commissione intende essere uno strumento giuridico di trasformazione della società, di cambiamento della cultura della discriminazione esistente in Messico, Una cultura che si esprime in molteplici forme nei confronti delle donne, degli handicappati, dei malati di Aids, della popolazione indigena ed è radicata al punto tale da venire accettata dalle stesse vittime. L'obiettivo è quello di entrare nella 'cultura dell'eguaglianza', ma di entrarci a partire dal riconoscimento della differenza: vederci differenti e vedere la differenza come normale. Per questo sono necessarie due cose: un meccanismo di redistribuzione della ricchezza (perché la discriminazione, come il razzismo, è una relazione politica, di dominio, ed è collegata alla povertà, all'arretratezza) e una legge che non si limiti a proibire l'emarginazione, ma introduca un complesso di azioni affermative".

30/5/2001


Berlusconi ai tempi del Mundialito

Ovvero, come Berlusconi aiutò la giunta militare uruguayana a "rifarsi la facciata" con un torneo sportivo internazionale e come da questo avvenimento iniziò la sua ascesa nel firmamento dei media. Ce ne parla Mario Guarino, autore del libro Fratello P2 1816, recentemente edito dalla Kaos Edizioni e dedicato alla carriera piduista del cavaliere.

La vicenda del Mundialito risale agli anni Ottanta. La giunta militare, che era salita al potere in Uruguay nel '73 e che aveva riempito le carceri di detenuti politici (settemila su una popolazione di tre milioni di abitanti) aveva ideato un torneo di calcio tra le maggiori squadre mondiali, il Mundialito appunto, per rompere l'isolamento internazionale in cui si trovava dai giorni del golpe. Alla manifestazione, che si sarebbe tenuta dal 30 dicembre 1980 al 10 gennaio 1981, avevano aderito diverse nazionali: Argentina, Brasile, Germania, Italia, Olanda (quest'ultima al posto dell'Inghilterra, che si era rifiutata di partecipare per non appoggiare la dittatura).

In Uruguay aveva molti interessi il capo della P2 Licio Gelli: possedeva una villa maestosa, decine di appartamenti e un'azienda agraria; era inoltre azionista del Banco Finanziario Sudamericano. E a Montevideo circolava la voce che Gelli non fosse estraneo all'organizzazione del Mundialito.

Viste le sue finalità propagandistiche, per la giunta era importante che l'evento fosse trasmesso in Europa. La Federazione Calcistica Uruguayana aveva affidato la proprietà dei diritti televisivi alla società Strasad, rappresentata dal commerciante di origine greca Angelo Vulgaris. Già da settembre i giornali italiani avevano cominciato a parlare con grande evidenza del prossimo appuntamento sportivo: in prima fila naturalmente Il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, entrambi della Rizzoli (controllata dalla P2).

Il 20 novembre Vulgaris, sostenendo che l'Eurovisione gli aveva offerto una cifra irrisoria, cedette i diritti televisivi per l'Italia e per altri otto paesi europei alla società Rete Italia della Fininvest. Il prezzo era altissimo: circa un miliardo per sette partite. Da considerare che a quei tempi Berlusconi disponeva solo di una tv privata locale, Telemilano-Canale 5, articolata in forma di network (cosa allora illegale) grazie a una serie di emittenti regionali.Non poteva effettuare trasmissioni in diretta e neppure disporre del satellite necessario per le riprese intercontinentali. Perché dunque aveva comprato quei diritti?

Il primo dicembre Il Giornale Nuovo titolava a caratteri cubitali: "Canale 5 fa gol al Mundialito - L'emittente privata, assicurandosi l'esclusiva, ha fatto segnare una svolta nella storia televisiva". Si chiariva così che, attraverso il torneo del regime uruguayano, Berlusconi intendeva sferrare un attacco al monopolio radiotelevisivo. La manovra entrò nel vivo quando Canale 5 annunciò di aver chiesto ufficialmente alla Rai di poter disporre del satellite per la teletrasmissione da Montevideo. Il ministro delle Poste, Michele Di Giesi del Psdi (partito guidato dal piduista Pietro Longo), rispose in un primo momento negativamente. In una dichiarazione pubblicata su Il Giorno del 3 dicembre Di Giesi affermava infatti: "Se lo Stato consentisse ai privati di monopolizzare i servizi televisivi su tutto il territorio nazionale, solo a pochi, in concreto, sarebbe possibile fruire del diritto sancito dall'art. 21 della Costituzione (diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero), mentre la maggioranza ne sarebbe esclusa".

Intanto però continuava il battage pubblicitario e Silvio Berlusconi veniva ritratto dalla stampa come l'eroico imprenditore privato in lotta contro la tv di Stato per consentire a milioni di telespettatori di assistere al Mundialito. "Il ministro delle Poste Di Giesi deve concedere a Canale 5 l'autorizzazione a usufruire del satellite e inoltre a trasmettere in diretta le partite su tutto il territorio nazionale. Deve, perché agli sportivi italiani non si può negare, per ragioni di monopolio, la visione di avvenimenti che hanno sempre avuto il maggior indice di gradimento": così scriveva il Corriere della Sera.

Fu il Partito Socialista di Bettino Craxi a uscire infine allo scoperto. Il giornale del Psi, l'Avanti!, invitò la Rai a trovare un accordo con Canale 5: "Il cittadino si domanda perché questo accordo non avvenga, anche alla luce del canone piuttosto salato che lo stesso cittadino fa pervenire nelle casse della Rai-Tv". Intanto in Olanda sit-in e dimostrazioni contestavano la partecipazione della nazionale olandese all'evento e in Italia quarantun calciatori di serie A firmavano una pubblica denuncia del regime uruguayano, denuncia di cui non si trova traccia sul Corriere della Sera. Il quotidiano milanese preferiva informare i suoi lettori che "nei dintorni di Montevideo le spiagge si stendono a perdita d'occhio" e che "con una spesa di poco più di due milioni è possibile abbinare gli incontri della nazionale azzurra alla calda estate sudamericana". Non una parola, naturalmente, sulla situazione politica del paese.

Il 20 dicembre si compiva il "miracolo". Il ministro delle Poste annunciava improvvisamente di essere disposto a concedere l'uso del satellite e il presidente della Rai, il socialista Sergio Zavoli, si dichiarava pronto a un'intesa con Canale 5. Il lavorio occulto della Loggia P2 aveva infine dato i suoi frutti. Il Giornale Nuovo del 29 dicembre si incaricò di rendere noti, in prima pagina, i termini dell'accordo: "Tutti gli incontri del Mundialito saranno visti non su uno, ma su due differenti schermi televisivi: in diretta alla Rai quelli della nazionale azzurra e la finalissima, in diretta a Canale 5 gli altri quattro solo in Lombardia, e in differita in tutta Italia l'intera Coppa". E poiché l'Eurovisione fin dall'inizio si era mostrata poco interessata, "la Rai ora dovrà pagare una somma superiore a quella prevista... La tv italiana ha infatti acquistato i diritti di tutti i paesi, e adesso potrà rivenderli a quelle nazioni che ne saranno interessate". Berlusconi non solo aveva ottenuto quello che voleva, ma si era anche liberato dei diritti esteri (inutilizzabili perché bloccati dal veto dell'Eurovisione) rifilandoli in blocco alla Rai a prezzo maggiorato. E il suo network si avviava a diventare, con l'avallo del governo, una televisione a carattere nazionale.

25/5/2001


La scomparsa dell'archeologo Piña Chan

"La conoscenza del nostro passato ci può essere di grande aiuto per avere maggiore coscienza della nostra nazionalità, per valutare l'importanza delle nostre culture e dei gruppi indigeni che le conservano. Ma si tratta di conoscere il passato in funzione del presente; in caso contrario non avrebbe senso. Questa conoscenza ci permetterebbe di spiegare la nostra situazione attuale e di sentirci orgogliosi di ciò che siamo e di ciò che abbiamo". Sono parole di Román Piña Chan, il grande archeologo messicano spentosi il 10 aprile 2001 a Città del Messico.

Una delle figure più rilevanti nell'esplorazione delle civiltà preispaniche, Piña Chan era nato a San Román, nello Stato del Campeche, il 29 febbraio 1920. Allievo di Alfonso Caso, aveva effettuato le sue prime campagne di scavo negli anni Quaranta. Da allora aveva esplorato una ottantina di siti, dal Campeche al Tabasco, dal Chiapas allo Yucatán, al Michoacán (qui aveva riportato alla luce le rovine di Tingambato). I suoi studi hanno permesso progressi significativi nella comprensione dei geroglifici zapotechi e in generale della scrittura mesoamericana.

Nel 1984, durante uno scavo nella zona maya del Río Bec, era rimasto vittima di un grave incidente: cadendo da un'altezza di quasi quattro metri aveva riportato una lesione alla colonna vertebrale. Da allora non aveva più potuto camminare. Ma il suo impegno di ricerca non era diminuito per questo: lo testimoniano decine di pubblicazioni e di saggi scientifici e divulgativi. Tra i libri da lui pubblicati: Los Olmecas Antiguos, Culturas y Ciudades Mayas de Campeche, El Valle de Teotenango - Una Visión del México Prehispánico, El Pueblo del Jaguar. Numerosi i riconoscimenti ricevuti nel corso della sua lunga carriera. Nel 1994 gli era stato assegnato il Premio Nazionale per le Scienze e l'Arte; nel '96 il primo simposio sul tema "L'archeologia alla fine del millennio", organizzato nello Stato del Campeche, era stato a lui dedicato; due anni dopo il terzo simposio aveva portato il suo nome.

Il sacerdote e il giaguaro

Riportiamo alcuni brani di un colloquio con il grande archeologo avvenuto nella sua abitazione di Città del Messico. In quella casa, piena dei ricordi di una vita di studioso, una fotografia più di altre testimoniava i tanti anni trascorsi a fare ricerche sul campo: in primo piano Piña Chan giovane, durante uno scavo, in testa un grande cappello alla Indiana Jones.

Costretto su una sedia a rotelle, non per questo Piña Chan aveva perso la passione per il suo lavoro: continuava a studiare, a scrivere, a insegnare ai futuri archeologi. La sua profonda conoscenza delle culture dell'intero continente gli permetteva di cogliere i collegamenti e i punti di contatto, di tracciare sintesi potenti, in grado di affascinare anche chi non condividesse appieno le sue conclusioni. Nel rapido excursus che qui vi presentiamo avanza ipotesi che rivoluzionano le ricostruzioni più accreditate. L'intervista è apparsa sul n. 66 della rivista Latinoamerica (gennaio-aprile 1998).

"I miei primi studi sono stati rivolti allo sviluppo delle culture preclassiche mesoamericane. Grazie ai dati emersi dagli scavi abbiamo potuto suddividere l'orizzonte preclassico in tre periodi fondamentali: inferiore, medio e superiore. Abbiamo poi caratterizzato questi tre periodi dal punto di vista demografico, economico, religioso. Così il preclassico inferiore e il preclassico medio sono ora inclusi nella fase dei villaggi agricoli, società fondamentalmente autosufficienti; il preclassico superiore segna il passaggio dal villaggio ai primi centri cerimoniali come Cuicuilco, Tlapacoya e - in altre zone - Monte Albán, San Lorenzo, ecc. Si registra qui un cambiamento di mentalità: se prima era chiamata in campo la magia, in seguito è la religione a prevalere. Nella prima fase i maghi sono gli intermediari fra la società e il sovrannaturale; nel preclassico superiore, invece, sono i sacerdoti che fanno da tramite fra la società e il divino. Con la religione, dunque, la preghiera del fedele viene accolta se la divinità lo vuole, mentre in precedenza spettava al mago, e non al dio risolvere i problemi, grazie alla sua esperienza e alle sue conoscenze".

In seguito l'interesse di Piña Chan si volge agli Olmechi. "Si riteneva che il centro da cui era partito il loro sviluppo fosse la Costa del Golfo: molti ricercatori lo sostengono ancora. Ma nel 1964 iniziai a vedere la cultura olmeca come la risultante di gruppi mesoamericani che avevano ricevuto elementi culturali dalla regione del Pacifico, quanto meno dall'Ecuador. La cultura Valdivia dell'Ecuador, fiorita intorno al 3000-2500 a.C., presenta una ceramica simile a quella olmeca e realizzata con le stesse tecniche: decorazioni di corda, tessuti, linee a zig zag tracciate con la conchiglia. Incisioni in profondità e motivi in rilievo caratterizzano due grandi complessi: gli Olmechi e Chavín, in Perú. Partendo dall'Ecuador le influenze passano alla Colombia, al Panama, all'Honduras e, lungo la costa, al Salvador e al Guatemala. In Guatemala abbiamo la cultura Ocos, che aveva già contatti con le antiche culture mesoamericane. In Chiapas la fase Barra è collegata a una ceramica simile a quella della Colombia e dell'Ecuador. Dunque le popolazioni del Chiapas, del Soconusco subiscono l'influenza di questi gruppi; da qui dovrebbero essere venuti il gioco della pelota, la decapitazione, il taglio della testa come trofeo, la navigazione a bordo di zattere, alcuni aspetti magici, la decorazione del corpo, le palizzate in tronchi, ecc. Tali elementi si mescolano con quelli della tradizione mesoamericana e in Chiapas, verso il 1700 a.C., si comincia a formare il gruppo proto mixe-zoque.

"Sotto l'influsso esterno queste popolazioni si vanno trasformando, mentre iniziano la penetrazione nella regione di Oaxaca e - attraverso l'istmo di Tehuantepec - verso la Costa del Golfo. Troviamo quindi Olmechi nelle valli centrali della zona zapoteca, Olmechi sulla costa (San Lorenzo, La Venta e molti altri insediamenti). I Mixe-Zoque che penetrano nella regione di Oaxaca si mescolano con Zapotechi dando vita a una popolazione olmeco-zapoteco-mixe-zoque. I gruppi che si sono diretti verso la costa si incontrano con gente di stirpe maya e. penetrando come un cuneo nel centro della regione veracruzana, si dividono in due: una parte si dirigerà verso nord (Huastechi), un'altra verso sud (Maya yucatechi). La popolazione Mixe-Zoque, Olmechi e altri forma il nucleo della costa, che svilupperà la scrittura, la numerazione, il sistema vigesimale e l'annotazione calendarica. Stiamo parlando di 1500 anni prima di Cristo: questo è il processo che si evidenzia studiando il periodo preclassico, le culture più antiche. Alcuni archeologi nordamericani avanzano la stessa ipotesi, cambiando semplicemente il nome: chiamano questi gruppi Mocaya, uomini del mais, anziché MIxe-Zoque".

Un altro filone di studio intrapreso da Piña Chan riguarda la simbologia delle culture mesoamericane. "Ho lavorato due o tre anni su questo tema, cercando di capire il significato dei simboli che appaiono nella ceramica olmeca, le croci, gli uncini, le macchie: tutti questi segni dovevano pur indicare qualcosa. Ed ecco la mia interpretazione: per gli Olmechi la madre terra era come un gigantesco giaguaro, dire giaguaro per loro è dire terra. E come in quelle antiche tradizioni cinesi, dove il mondo si forma dal caos, dal gigante che muore escono i corsi d'acqua, le montagne, i fiumi, le pietre, la vegetazione, così il giaguaro deve avere in sé gli elementi necessari per spiegare la terra. E alcune piccole figure ritrovate nello Stato di Morelos rappresentano un sacerdote rivestito di pelle di giaguaro. La pelle, decorata di simboli, significa la terra. Le righe raffigurano i corsi d'acqua; i segni a forma di u attraversati da una linea sono appezzamenti di terreno; il rombo è l'orma lasciata dal bastone utilizzato per seminare: la sua impronta appare come una macchia; il cerchio è il grano di mais. Dunque la terra è un piano quadrato o rettangolare; se si disegna un cerchio all'interno di tale piano si ottiene terra con grano di mais o seminata, cioè campo di granturco. La u è il terreno, la riga l'acqua: con un rombo all'interno diventa terreno seminato vicino al fiume, vicino all'acqua.

"C'é un monolito a Tres Zapotes che porta incisa l'iscrizione più antica finora rinvenuta. Questa iscrizione viene tradotta come una data in numerali maya accanto alla parola ic=vento. E ci si chiede: che cosa è successo in quella data, perché è stata incisa? Mistero. Se però il nostro codice funziona, l'iscrizione significa invece: grano di mais, acqua, terra, vento, cioè terreno vicino all'acqua, vicino al fiume, con campi di mais percossi dal vento; è insomma il toponimico del luogo. Il risultato ne esce totalmente trasformato e diventa persino poetico. Molti credono che la semplicità non sia possibile, credono che la scienza debba essere complicata, incomprensibile. Io la penso diversamente: l'iscrizione voleva dire semplicemente che quella era la città dai campi di granturco, dove soffia il vento.

"L'incidente, che sfortunatamente mi ha impedito di continuare a lavorare sul campo, mi ha dato però più tempo per leggere e per scrivere. Attualmente, con i miei studenti dell'Università, sto analizzando l'iconografia del Tajín, del Cerro de las Mesas, di Comalcalco. Il nostro lavoro consiste nel decifrare, decodificare, cercare una chiave che, applicata esattamente, riveli sempre lo stesso significato. Stavo ora riguardando la Cronaca Matichú, in cui Alfredo Barrera Vásquez ha riunito i testi storici dei Chílam Bálam di Maní, Tizimín e Chumayel. Barrera Vásquez li ha posti a confronto, riorganizzati e disposti in parti, che ha chiamato Ma-Ti-Chu. La prima parte parla degli Xiú, la seconda degli Itzá, la terza di Xiú e Itzá, la quarta della conquista spagnola. Leggendo ho notato una contraddizione: la prima parte non può essere collegata con la seconda perché le date sono posteriori. Secondo me, l'8 Ahau di cui si parla nel testo si riferisce al 948-968: in tal modo le parti si intersecano perfettamente tra loro e la cronaca ne esce modificata, perché presenta gli Xiú che si dirigono verso Chac Navitón. Si pensava che questa località fosse nel Petén guatemalteco, invece Chac Navitón è il luogo che sarebbe diventato Chichén Itzá per le popolazioni Itzá. Dunque gli Xiú partono dalla regione del Tabasco-Campeche e vanno verso la penisola; conquistano numerose località, e infatti troviamo la loro impronta culturale in diversi edifici; a Edzna lasciano traccia del loro passaggio sulle stele; passano attraverso Labná, Kabáh e altri siti; alla fine un primo gruppo si ferma a Uxmal, mentre un secondo prosegue e l'anno dopo giunge a Chac Navitòn.

"Questa ricostruzione ci dà una nuova messa a fuoco: dobbiamo distinguere bene quali edifici, quale architettura, quali concezioni fossero Xiú e quali Itzá. Gli Xiú cominciano a governare Chichén e a trasformarla. Ma vent'anni dopo gli Itzá giungono anch'essi a Chichén e dominano, o si alleano con gli Xiú per dominare la città. Per primi quindi sono arrivati gli Xiú e sono stati loro a edificare le costruzioni de las Monjas, la Iglesia, parte dell'Akabtzib, il gioco della palla, l'osservatorio. Nel 1204 gli Itzá dichiarano guerra agli abitanti di Chichén. E in questo periodo gli Xiú scompaiono, mentre gli Itzá iniziano a loro volta a edificare: si nota infatti una trasformazione nell'architettura, che è stata definita tolteca e che in realtà rappresenta un'evoluzione dal periodo Xiú. Per questo ritengo che non siano stati i Toltechi di Tula a dirigersi verso Chichén, ma genti di Chichén a dirigersi verso Tula e a intraprendere la costruzione della grande Tula, con il suo gioco della palla, il tempio simile a quello dei Guerrieri, ecc. In realtà a stabilirsi alla frontiera fra il Tabasco e il Campeche furono Maya Chontal insieme a popolazioni nahuatlizzate, provenienti dall'Altopiano Centrale o dal centro della regione veracruzana: commercianti che si dirigevano verso la costa, in cerca di cacao o piume esotiche da portare sull'altopiano, e spesso si fermavano in quella zona.

"In tal modo si costituisce una popolazione eterogenea, che mostra elementi del centro di Veracruz, del Tajín, di Cacaxtla, di Xochicalco. Sono questi elementi che gli Xiú prima, gli Itzá poi introducono, in modo diverso, ma tutti all'interno di tale simbiosi culturale. Quando venne costruita Mayapán verso il 1185, dicono le cronache che a edificarla fu Kukulcán. In seguito questi lasciò il governo e ritornò da dove era venuto, si diresse cioè verso la costa e continuò - questo le cronache non lo dicono - fino ad arrivare con il suo gruppo a Tula. Essi portarono dunque le loro concezioni a Tula. E dicono le cronache che - siccome a Tula non potevano sostentarsi - proseguirono il loro cammino e giunsero a Cholula e lì regnò con essi Cezalcuati, che è Kukulcán nella versione dello Yucatán".

12/4/2001


La Spagna premia Miguel León-Portilla

L'erede alla corona spagnola Filippo di Borbone ha consegnato a Madrid, il 15 marzo 2001, il Premio Fray Bartolomé de las Casas allo studioso messicano Miguel León-Portilla. Nato a Città del Messico nel '26, León-Portilla è stato allievo del padre Garibay, grande conoscitore delle culture precolombiane. Tra le sue opere più note: Los antiguos mexicanos, Literaturas indígenas de México e La visión de los vencidos, quest'ultima tradotta anche in italiano.

In nome del meticciato, il frutto più vivo di quell'incontro tra culture che fu, al di là degli orrori della Conquista, l'arrivo degli europei in America, Filippo di Borbone ha consegnato al messicano Miguel León-Portilla il premio intitolato a Fray Bartolomé de las Casas. Ma "la fecondità del meticciato" può essere tale solo quando la fusione avviene salvaguardando i valori di tutte le culture in gioco. E per far questo sono indispensabili la conoscenza e il rispetto. A Miguel León-Portilla, e prima di lui a padre Garibay, dobbiamo dunque essere grati per l'impegno instancabile con cui hanno indagato, nel corso degli anni, la grande ricchezza e la straordinaria complessità delle civiltà precolombiane. Ricchezza e complessità che León-Portilla, con le sue doti di divulgatore, ha saputo trasmettere non solo a quanti, come chi scrive, hanno avuto la fortuna di averlo come maestro all'Università di Città del Messico, ma anche a quanti hanno letto i suoi libri, riuscendo così a vedere la "scoperta" del continente "con gli occhi dei vinti".

A testimoniare la novità che León-Portilla ha introdotto nello studio dell'universo preispanico basta il titolo di una sua opera: La filosofía náhuatl estudiada en sus fuentes. Ci vuole coraggio, ammettiamolo, per accostare due termini che a tanti nostri accademici suonerebbero antitetici: filosofia (sì, proprio quella di Parmenide e di Democrito) e nahuatl, la cultura degli Aztechi, un popolo che siamo abituati ad associare ai sacrifici umani e a crudeli divinità. La lettura di questo libro, estremamente stimolante, costituisce anche una grande lezione di umiltà per chi è stato educato a considerare il pensiero europeo come unico interprete della realtà e le sue categorie come i soli parametri della verità.

16/3/2001


Integrazione difficile per il continente latinoamericano

Con la definitiva nomina di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti, potrebbe diventare realtà prima del previsto l’Alca (Area de Libre Comercio de las Américas), che inizialmente doveva costituirsi entro il 2005. Si realizzerebbe così il più grande spazio economico mondiale, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Era stato proprio il padre dell’attuale presidente, il repubblicano George Bush, a proporla per la prima volta nel 1990; due anni dopo l’idea veniva ripresa dal democratico Bill Clinton. Abbozzata nel ’94 a Miami, dove si riunirono i rappresentanti di 34 nazioni (con la significativa eccezione di Cuba), e ribadita a Santiago del Cile nel ’98, l’Alca confermerebbe la supremazia statunitense sull’intero continente. Eppure il progetto è guardato con favore, pur con molti distinguo, dalla classe dirigente latinoamericana. Permetterebbe infatti alle economie di questi paesi di avere accesso al grande mercato del nord e favorirebbe gli investimenti stranieri.

Naturalmente il rafforzamento dei legami fra Usa e America Latina non si limiterebbe all’economia, ma coinvolgerebbe anche la politica. Se la minaccia comunista è venuta meno, con la fine della guerra fredda, nuovi nemici, reali o fittizi, ne hanno preso il posto. La presenza statunitense nel resto del continente si giustifica ora con la lotta contro il traffico di droga, pretesto per quel Plan Colombia lanciato alla fine del ’99 dal presidente Clinton, che ha promesso al capo dello Stato colombiano Pastrana un miliardo e 600 milioni di dollari di aiuti. Molti commentatori politici hanno messo in dubbio le vere motivazioni del Piano. Certo, nelle zone controllate dalla guerriglia delle Farc, la pianta di coca costituisce l’unica fonte di sopravvivenza di gran parte dei contadini, e la guerriglia stessa percepisce un’imposta sulla produzione. Ma i gruppi paramilitari, i cui metodi nella lotta alla guerriglia sono stati più volte denunciati dalle Organizzazioni dei diritti umani, hanno nel traffico di droga un ruolo assai maggiore. E’ proprio nel territorio da essi controllato che sono stati scoperti ingenti quantitativi di cocaina e sofisticati laboratori per la produzione della pasta. E i loro legami con i boss dei narco non sono certo un mistero; qualcuno ha persino avanzato l’ipotesi che, una volta scomparsa la guerriglia, i paramilitari vogliano impadronirsi dell’intero processo produttivo della droga.

Allora qual è il vero obiettivo del Plan Colombia? La liquidazione di Farc ed Eln (Esercito di Liberazione Nazionale) che proprio con il presidente Pastrana hanno recentemente avviato trattative di pace? O piuttosto la “liberazione” di una vasta area ricca di petrolio e di risorse idroelettriche per lo sfruttamento delle quali esistono già megaprogetti internazionali?

Attorno al Plan Colombia Washington sta cercando di raccogliere il maggior numero di paesi del continente. L’integrazione economica e quella politica procederebbero così di pari passo: da una parte la totale apertura alla libera circolazione delle merci (non certo delle persone, come testimonia il dramma degli indocumentados alla frontiera Messico-Usa), dall’altra l’unità politica sotto la guida statunitense. Un progetto che sembra favorito dalla relativa crescita economica conosciuta dall’America Latina negli anni Novanta. Crescita non lineare, anzi contrassegnata da drammatiche crisi: il crack del Messico nel 1994-95, quello brasiliano del 1998-99, le attuali difficoltà dell’Argentina.

Nonostante questo, la situazione appare ben diversa dagli anni Ottanta, il decennio perduto come era stato definito, che aveva visto esplodere il problema del debito. Fino alla fine degli anni Settanta Banca Mondiale, banche private e governi dei paesi ricchi avevano praticato una politica di prestiti a basso tasso di interesse. Era naturale che molte nazioni in via di sviluppo si indebitassero senza troppe preoccupazioni: rimborsare il denaro ottenuto appariva semplice e poco oneroso. Ma il rialzo dei tassi di interesse, accompagnato dal crollo degli introiti dell’esportazione, soprattutto del petrolio, avevano incrinato improvvisamente tanto ottimismo: nel 1982 il Messico decideva la sospensione unilaterale del pagamento degli interessi. L’annuncio sembrava minacciare le fondamenta stesse del sistema finanziario mondiale.

In seguito l’allarme si ridimensionava e l’insolvenza messicana, come quella di altri paesi nelle medesime condizioni, veniva ricondotta nei binari di defatiganti trattative con i creditori e con il Fondo Monetario Internazionale. Scaglionamenti del debito e nuovi prestiti venivano ottenuti però sotto pesanti condizioni: i famigerati piani di riequilibrio strutturale, che prevedevano drastici tagli alle spese sociali, privatizzazione delle industrie pubbliche, deregulation delle condizioni di lavoro. L’America Latina diventava una sorta di laboratorio in cui veniva sperimentata, su vasta scala, la dottrina neoliberista, volta a mettere in causa il ruolo preminente dello Stato e la sua funzione redistributrice.

Vani erano i tentativi di trovare una soluzione politica, dalle proposte del Gruppo di Cartagena (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Messico, Perú, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela) nel 1984, a quelle dei capi di Stato latinoamericani riuniti nel 1986 a Punta del Este. A paesi strangolati da un debito estero superiore alla metà del Pnl i creditori opponevano prima il Piano Baker (1985) e poi il Piano Brady (1989), con cui le nazioni latinoamericane avrebbero beneficiato di denaro fresco, a patto però di consolidare una parte del debito e soprattutto di accettare nuovi programmi di riequilibrio strutturale firmati Fmi.

Le politiche avviate in quegli anni nella regione finivano così con l'assomigliarsi tutte: riduzione degli interventi sociali (scuola, sanità, assistenza); licenziamenti nel pubblico impiego ed eliminazione delle sovvenzioni ai prodotti di prima necessità; privatizzazione di risorse minerarie ed energetiche, ferrovie, compagnie aeree, telecomunicazioni (vendute, o meglio svendute alle multinazionali statunitensi o europee); apertura delle frontiere a massicce importazioni di beni di consumo per le classi medio-alte. Simili erano anche le conseguenze: indebolimento dell’industria nazionale, incapace di reggere la concorrenza straniera; aumento della concentrazione delle terre nelle mani di imprese agricole volte al mercato estero, mentre i contadini poveri andavano a ingrossare le periferie delle grandi città accelerando il processo di urbanizzazione.

Su questa strada si era incamminato per primo il Cile di Pinochet, aprendo il paese ai Chicago Boys e al loro credo ultraliberista. Avevano seguito le sue orme dapprima Messico e Argentina, poi Perú, Uruguay, Ecuador e, in parte, Brasile. La diffusione del modello era stata favorita dal fatto che – apparentemente – il sistema funzionava: gli investimenti internazionali affluivano, attirati soprattutto dalla prospettiva di bassi salari. Ma si trattava per lo più di investimenti speculativi, che non lasciavano alcuna ricchezza e non creavano nuovi posti di lavoro. Dai dati forniti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il quinquennio ’90-‘95, vediamo che, ogni 100 nuovi impieghi, 84 si collocano nel settore informale.

Siamo così arrivati agli anni Novanta: il debito, nonostante l'indubbia crescita economica, non smette di aumentare: dai 42 miliardi di dollari del ’72 ai 706 miliardi del ’99. I soli interessi, 123 miliardi, ammontano a quasi tre volte il debito iniziale. Sale vertiginosamente anche il numero dei poveri: erano 120 milioni nel 1980 (41 % dell’intera popolazione dell’America Latina e dei Carabi), sono circa 220 milioni alla fine del ’99 (45 %).

Sul piano commerciale si sono accentuati, in questi ultimi anni, gli scambi con il colosso del Nord. Dal ’90 al ’96 gli Stati Uniti hanno triplicato le esportazioni verso l’America Latina che costituisce ormai, per le industrie Usa, un mercato di gran lunga più importante dell’Unione Europea. Una ragione di più per spingere verso un’integrazione continentale. Il progetto però incontra ostacoli non indifferenti. Si tratta di armonizzare un complesso di trattati commerciali (bilaterali, regionali, subregionali), che esprimono interessi spesso in contraddizione tra loro. Qualche esempio: nel luglio scorso il Brasile ha sospeso l’accordo nel settore dell'assemblaggio auto sottoscritto con l’Argentina, in segno di protesta contro un decreto di Buenos Aires mirante a proteggere le industrie nazionali (da tempo il mondo imprenditoriale argentino faceva pressione sul presidente De La Rua perché mostrasse maggiore fermezza nei confronti del Brasile).

Il presidente brasiliano Cardoso, dal canto suo, insiste nelle dichiarazioni di fedeltà al Mercosur, ma allo stesso tempo intende difendere i settori chiave, l'automobilistico e l'aerospaziale, prima di spalancare le frontiere alla libera concorrenza. E’ significativo che Brasilia non abbia avviato alcuna consultazione con i partners prima di procedere, nel '99, alla svalutazione del real. E non mancano i timori, da parte dei paesi limitrofi, che il Brasile voglia esercitare una sorta di egemonia sul subcontinente. D’altra parte il governo brasiliano non si stanca di ripetere che un consolidamento del blocco sudamericano metterebbe la regione in posizione meno svantaggiata rispetto agli Stati Uniti. Proprio per questo non ha particolarmente gradito la recente iniziativa cilena di avviare negoziati bilaterali con Washington. L’immediata reazione di Brasilia, che a metà dicembre ospitava il vertice del Mercosur a Florianopolis, è stata quella di sospendere i colloqui in corso per l’ammissione del Cile quale membro a pieno titolo, anziché membro associato. E nel corso dell’incontro il presidente Cardoso ha lanciato un nuovo quanto inutile appello all’unità.

Un tentativo unitario è in atto anche da parte dei paesi del Patto Andino, che il 9 giugno scorso in Perú hanno fissato la data del 2005 per la formazione di un mercato comune regionale. Il Patto Andino è inoltre impegnato in negoziati con il Mercosur e in settembre, nel corso della riunione dei governi sudamericani a Rio de Janeiro, si è detto favorevole alla formazione di un blocco latinoamericano per il 2002. Tutto questo presuppone però la soluzione dei tanti problemi interni, dalla guerriglia in Colombia alla transizione peruviana, alla disastrosa situazione economica boliviana.

Intanto il Messico che dal 1992 fa parte, insieme a Stati Uniti e Canada, del Tlcan (Tratado de Libre Comercio de América del Norte), ha siglato la scorsa estate un accordo con Guatemala, Salvador e Honduras per l'apertura delle reciproche frontiere. Secondo gli analisti, come il Plc ha avuto ripercussioni favorevoli soprattutto per i colossi del Nord, così quest'ultimo accordo dovrebbe beneficiare in particolare gli imprenditori messicani a danno dei partners più piccoli. Tra legami tutt'altro che paritari e conflitti di interesse si attende il prossimo appuntamento continentale, previsto per l'aprile 2001 in Quebec: in vista di quella scadenza i paesi latinoamericani sapranno continuare sulla strada dell'unità, o si presenteranno di nuovo in ordine sparso?

20/12/2000


Niente pace né giustizia per El Salvador

Nel marzo dello scorso anno è stato eletto presidente del Salvador Francisco Flores, esponente di Arena (Alleanza Repubblicana Nazionalista), il partito di estrema destra un tempo famoso per i suoi legami con gli squadroni della morte. Oggi Arena ha abbandonato gli atteggiamenti truculenti di allora per dare di sé un'immagine più moderata. La ragione di questo maquillage è presto detta: rendersi accettabile all'elettorato di centro. E per vincere Flores ha condotto la sua campagna sotto la supervisione di un consigliere nordamericano, che aveva già avuto modo di offrire i suoi servigi a candidati australiani, maltesi, svedesi e ucraini.

Flores non è stato però il solo a fare ricorso all'aiuto di un esperto statunitense: anche il suo maggiore antagonista ha fatto altrettanto. La cosa è tanto più sorprendente in quanto tale antagonista, l'ex comandante guerrigliero Facundo Guardado, era candidato del Fmln, il Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale protagonista della lotta per la rivoluzione salvadoregna. Tre anni fa la rivista spagnola Actualidad Latinoamericana commentava le elezioni municipali e legislative in Salvador sottolineando come il Farabundo Martí avesse ottenuto un buon risultato, ponendo "una seria ipoteca sulle presidenziali del '99". A quanto pare Facundo Guardado ha ritenuto di non dover rischiare mostrandosi troppo progressista e ha cercato di battere il suo avversario sullo stesso terreno: la conquista dell'elettorato di centro. Così - sono parole del quotidiano Wall Street Journal - "ha promesso che non rimetterà in questione le riforme neoliberiste, ad esempio la privatizzazione delle industrie pubbliche. Ha spiegato, in uno dei suoi spot televisivi, che l'avvenire del Salvador non è legato né alla destra né alla sinistra, ma alle soluzioni reali".

Il suo calcolo non ha pagato e Flores è stato eletto con oltre il 51 per cento dei voti, mentre il Fronte si è dovuto accontentare del 29 per cento. Evidentemente il nuovo look non ha convinto il centro e ha deluso l'elettorato di sinistra, in un paese che tuttora vede una ristretta minoranza di privilegiati contrapposta a una grande maggioranza di poveri: mentre questi ultimi hanno ingrossato le fila degli astenuti, non riconoscendosi nelle proposte dell'ex guerrigliero, i settori benestanti hanno confermato la loro fiducia ad Arena nella speranza, soprattutto, di decise misure repressive in grado di contenere la crescente ondata di violenza.

La smobilitazione dei movimenti armati non ha significato un ritorno immediato alla pace nella tormentata regione centroamericana: ovunque si registra un aumento della criminalità. Alcune arterie del Salvador sono praticamente sotto il controllo di bande armate che realizzano rapine, sequestri, assalti ad autobus e autocarri. Nel paese circolano illegalmente migliaia di armi di tutti i tipi, dai mitra alle granate: si calcola che per numero di delitti in proporzione agli abitanti il Salvador sia, dopo la Colombia, al primo posto in America Latina. Impoverimento e decomposizione sociale, uniti all'alto tasso di disoccupazione che rende difficile il reinserimento degli ex combattenti nella vita civile, hanno portato a una situazione inedita: le principali vittime degli squadroni della morte non sono più gli oppositori politici, ma i giovani delinquenti, i bambini di strada, le bande di adolescenti che proliferano nelle periferie urbane. E il diffuso senso di insicurezza, peraltro sfruttato ampiamente dalla destra, spinge la popolazione ad armarsi e a invocare leggi sempre più severe e maggiori poteri per polizia ed esercito. In questo il Salvador si avvicina alla realtà degli altri paesi dell'istmo, dai quali si distingue però per caratteristiche economiche e sociali.

Pur costituendo il più piccolo Stato della regione, è il più densamente popolato. Questo elemento determina l'esistenza di un numeroso esercito di manodopera di riserva. A differenza di gran parte dei paesi vicini, accanto all'economia agraria dominata dalla coltivazione del caffè, fin dagli inizi del secolo si registra un relativo sviluppo industriale, i cui prodotti (filati, tessuti, scarpe, mobili, sapone) vengono esportati soprattutto in Honduras.

L'industrializzazione si accompagna alla crescita della classe operaia. Nel giugno del 1918 duecento delegati, in rappresentanza di tutte le organizzazioni di mutuo soccorso e delle associazioni operaie, partecipano al Congresso di Armenia dando vita alla Federazione dei Lavoratori. Accanto al proletariato vero e proprio vi è poi un ceto sociale composito di artigiani e proprietari di piccole imprese, dalle sartorie alle tipografie, oscillante tra la proletarizzazione e la vocazione piccolo borghese.

L'uso dello strumento dello sciopero segna un salto di qualità nella lotta. Nel 1919 si astengono dal lavoro i ferrovieri, negli anni seguenti gli operai dei calzaturifici, delle industrie tessili, ecc. L'evoluzione del sindacalismo salvadoregno può essere seguita attraverso la storia della Coes, la Confederazione degli Operai di El Salvador, nata dal Congresso di Armenia. Nel '24 la Coes si affilia alla Confederazione Operaia Centroamericana (Coca), che raggruppa rappresentanti di tutti i paesi della regione a eccezione del Costa Rica.

Lo sviluppo economico del Salvador subisce però una battuta d'arresto con la crisi del '29. In quegli anni il prodotto interno lordo è rappresentato per circa il 70% dal settore agrario, all'interno del quale il caffè rimane la coltura prevalente. Nell'ottobre del '29 il prezzo di questo prodotto subisce, sui mercati internazionali, un crollo del 45 per cento, con conseguenze tragiche sull'intera economia: la rendita nazionale registra un forte calo e diminuiscono le importazioni (comprese quelle destinate al processo di industrializzazione) e l'occupazione. Nelle campagne la crisi è devastante: piccoli e medi coltivatori si vedono costretti a vendere i propri appezzamenti al 70-80 per cento in meno del valore reale. Già agli inizi degli anni Trenta quasi il 30 per cento dei contadini ha perso la terra. Si accentua così la dominazione del blocco oligarchico agrario, mentre perde colpi la borghesia industriale.

In questo clima si tengono, nel marzo del 1931, le prime consultazioni democratiche della storia salvadoregna. Principale candidato è Arturo Araujo, appoggiato da un nuovo partito il Laburista, di tendenza socialdemocratica. Invece il Partito Comunista, anch'esso di recente costituzione (è stato fondato nel marzo 1930), è orientato verso l'astensionismo, anche se la base finirà per dare il suo voto ad Araujo. Il quale si presenta alle urne promettendo la distribuzione di piccoli appezzamenti ai contadini e l'appoggio alle rivendicazioni operaie. Ma dopo la vittoria deve fronteggiare l'ostilità dichiarata della grande borghesia e l'opposizione crescente del Partido Comunista, che gli rimprovera di essere venuto meno agli impegni presi. E dopo solo nove mesi di governo Araujo viene abbattuto da un golpe militare. Iniziano massicce le repressioni contro ogni manifestazione di protesta e contro ogni tentativo di sciopero, mentre nei dipartimenti occidentali scoppiano rivolte contadine. Secondo alcuni dirigenti comunisti il Salvador è in una situazione prerivoluzionaria; altri invece, e tra questi il segretario del partito ad interim, Farabundo Martí, non si mostrano tanto ottimisti. "Non abbiamo armi: andiamo verso una sconfitta", sostiene Martí, che tenta in tutti i modi di ritardare lo scoppio dell'insurrezione, sperando di coinvolgere nel movimento una parte dell'esercito. Il Comitato Centrale comunista, travolto dagli avvenimenti e dalla pressione popolare, fissa comunque la data della rivoluzione: il 21 gennaio. Due giorni prima Farabundo Martí, insieme a due dirigenti studenteschi, viene arrestato: sarà fucilato il primo febbraio. Dal carcere, in attesa dell'esecuzione, apprenderà i particolari della sconfitta: migliaia di contadini sono scesi in piazza alla data stabilita, armati di machete e di qualche fucile, occupando numerosi villaggi. In poco tempo però l'esercito ha ripreso il controllo della situazione, aerei militati hanno bombardato le abitazioni contadine e le squadracce degli agrari si sono incaricate di far sparire chiunque fosse sospettato di simpatia verso i rivoltosi.

L'oligarchia consolida così il suo dominio, affidando la gestione del potere politico alle forze armate. La concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta cerchia di grandi proprietari terrieri (non più di quattordici famiglie), che estendono il loro controllo al capitale finanziario e industriale, spiega la cronica debolezza dei settori modernisti della borghesia e la sconfitta di ogni ipotesi riformista. E la presenza di numerose compagnie straniere, specialmente statunitensi, insieme all'importanza strategica di tutto l'istmo, suscitano il forte interesse di Washington.

Si delinea così lo scenario degli avvenimenti degli anni Ottanta. "Credo che il dramma del '32 - scrive il dirigente comunista Miguel Mármol, salvatosi miracolosamente dopo essere stato dato per morto durante una fucilazione di massa - sia stato per il Salvador ciò che fu la barbarie nazista per l'Europa, la barbarie americana in Vietnam: un fenomeno che ha cambiato completamente, in senso negativo, il volto di una nazione. Ci furono più di 30.000 morti, il che significa più del 2,5 per cento della popolazione di quell'epoca...I sopravvissuti pagarono anch'essi un prezzo altissimo: feriti, torturati, imprigionati, donne violentate, bambini che rimasero orfani, famiglie che da quel momento passarono la vita fuggendo dalla morte e dalla persecuzione, gente affamata, cacciata dalle proprie case, divisa dai familiari, spogliata di tutto ciò che aveva, per non parlare delle migliaia di compatrioti che dovettero fuggire, con solo i vestiti che avevano addosso, verso altre terre come il Guatemala, l'Honduras, il Nicaragua. Va detto che la più massiccia ondata di migrazione salvadoregna verso l'Honduras si produsse nel 1932".

Questi stessi rifugiati si troveranno, trent'anni dopo, a subire le conseguenze della tensione fra Salvador e Honduras. Agli inizi degli anni Sessanta si costituisce infatti il Mercato Comune Centroamericano (che entrerà in crisi nel decennio successivo). Salvador e Guatemala, i paesi più industrializzati dell'area, puntano all'abbattimento delle barriere doganali per cercare sbocchi nei mercati vicini. L'Honduras però non apprezza l'invasione di prodotti salvadoregni e lancia una campagna contro le importazioni, rispedendo poi oltre frontiera migliaia di immigrati. Sono queste le vere ragioni che portano, nel '69, allo scoppio della Guerra del Football fra salvadoregni e honduregni, così chiamata perché la scintilla viene provocata dall'aggressione ad alcuni giocatori durante una partita di calcio fra le due nazionali. Il conflitto provocherà più di 5.000 morti, concludendosi con una vittoria di Pirro per l'esercito salvadoregno.

Il rientro degli immigrati crea notevoli problemi al regime di San Salvador, saldandosi a una ripresa degli scioperi e del movimento di protesta. E si produce anche un fatto nuovo: vasti settori della Chiesa, finora alleati dell'oligarchia, si affiancano alle lotte popolari sotto l'influenza della Teologia della Liberazione. Molti esponenti del clero, primo tra tutti monsignor Romero, cadranno in questa battaglia.

Sull'onda del risorto movimento si assiste a un nuovo tentativo di imprimere al paese una svolta riformista: in occasione delle elezioni presidenziali del '72 nasce l'Unione Nazionale di Opposizione, che raggruppa la Democrazia Cristiana, il Movimento Nazionale Rivoluzionario (Mnr) di tendenza socialdemocratica e l'Udn, l'organizzazione di massa egemonizzata dal Partido Comunista. Ma il partito di regime, il Pcn (Partito di Conciliazione Nazionale), vince le consultazioni ricorrendo a palesi brogli. E lo stesso avviene lungo tutto il decennio, o almeno fino al 1979, anno che segna fra l'altro il trionfo sandinista in Nicaragua: a San Salvador, in ottobre, alcuni giovani ufficiali attuano un golpe progressista, costituendo una Giunta militare rivoluzionaria, poi integrata da tre civili. Le speranze in un cambiamento vengono però ben presto deluse: la riforma agraria varata dalla Giunta rimane lettera morta per la reazione dei latifondisti e ai braccianti che occupano le terre incolte si risponde con la repressione.

Agli inizi del 1980 i contrasti tra le diverse tendenze all'interno della Giunta portano alle dimissioni degli elementi più progressisti. E l'uccisione del ministro democristiano Mario Zamora, prima ancora di quello dell'arcivescovo Romero, dimostra il disegno della destra di radicalizzare lo scontro, sottraendo ai riformisti ogni margine di manovra. La Dc salvadoregna è così spinta verso la spaccatura: da una parte Napoleon Duarte, esponente dell'ala più retriva, che rimane al governo garantendo con la sua presenza una facciata "democratica" (necessaria per giustificare gli aiuti economici e militari degli Stati Uniti). Dall'altra Rubén Zamora, fratello del ministro assassinato, e altri leader dc che formano il Movimento Popolare Socialcristiano. Questo raggruppamento, alleandosi con il Mnr, l'Udn e altri gruppi della sinistra, costituirà in seguito il Fronte Democratico Rivoluzionario (Fdr), di cui diverrà presidente il socialdemocratico Guillermo Ungo. In ottobre nasce il Fronte Farabundo Marti per la Liberazione Nazionale (Fmln), composto dal Partito Comunista e da altre quattro organizzazioni guerrigliere. E sarà l'alleanza dei due Fronti, Fdr-Fmln, a portare avanti per dodici anni l'opposizione politica e militare al regime, combattendo una lotta impari contro l'esercito rifornito e sostenuto dagli Usa.

Gli anni Ottanta sono tra i più bui della storia salvadoregna: gli squadroni della morte e i battaglioni speciali addestrati dai nordamericani compiono stragi e uccisioni indiscriminate, come il massacro di oltre mille civili a El Mozote, le cui immagini fanno il giro del mondo. Intanto vengono effettuate consultazioni elettorali prive di ogni legittimità, visto che l'opposizione è impossibilitata a partecipare: a contendersi il potere sono la Dc di Duarte e l'Alleanza Repubblicana Nazionalista del maggiore D'Aubuisson (il mandante dell'assassinio di Romero). Nel 1982 Arena, insieme ad altri partiti di estrema destra, ottiene la maggioranza dei seggi all'Assemblea Costituente. Le presidenziali del 1984 però sono vinte da Duarte, anche grazie all'appoggio degli statunitensi, per i quali costituisce sicuramente un personaggio più presentabile.

Sono, questi, anni difficili per il regime, sia sul piano economico (le ostilità hanno determinato una massiccia fuga di capitali all'estero e il crollo degli investimenti), che su quello militare: una fetta consistente del paese è in mano alle forze della guerriglia. Questa gode anche di una certa solidarietà internazionale: basti ricordare i buoni uffici del Gruppo di Contadora per giungere a colloqui di pace. Constatando che la situazione è ormai a una impasse, nel 1984 Duarte si dichiara disposto a incontrare una delegazione del Fronte per cercare una soluzione politica al conflitto: si tratta in realtà di una risposta alle proposte di dialogo che l'opposizione avanza da tempo.

I colloqui si trascineranno a lungo, con frequenti battute d'arresto; il regime cerca di prendere tempo, nella speranza di sconfiggere militarmente il Fmln. Una speranza vana: mentre la guerriglia "tiene", riprende il movimento di massa sotto la spinta della crisi economica. Agli inizi del 1986 si forma l'Unts (Unità Nazionale dei Lavoratori Salvadoregni), che organizza 500.000 aderenti facendo breccia anche nell'elettorato democristiano. Al dramma della popolazione, già provata da anni di guerra, si aggiungono in ottobre le conseguenze di un violento terremoto che colpisce la capitale, provocando 2.000 morti e lasciando 200.000 persone senza casa.

Il 1987 vede finalmente la firma, il 7 agosto, degli accordi di Esquipulas che, pur non essendo definitivi, permettono il rientro in patria dei dirigenti del Fdr, Ungo e Zamora, e iniziano lo spostamento del conflitto dal terreno militare a quello politico. Ed è qui che, purtroppo, la destra riesce a conseguire quei risultati che aveva cercato invano sul campo di battaglia. Arena ottiene un primo successo alle elezioni legislative e municipali del marzo 1988. E l'anno seguente riesce a portare alla presidenza Alfredo Cristiani, la cui ascesa al potere è emblematica dei cambiamenti avvenuti in seno alle classi dominanti: Cristiani, che è stato insieme a D'Aubuisson tra i fondatori del partito, si è proposto di unificare oligarchia e settori imprenditoriali. Per far ciò deve superare le divisioni fra quanti sostengono la "guerra di basa intensità" di ispirazione statunitense, e quanti al contrario ritengono necessario giungere al più presto a una tregua, consci che nel paese non decolleranno gli investimenti finché il 40 per cento della capacità produttiva resterà bloccato dalle ostilità. Su un punto comunque i due gruppi concordano: nel bocciare qualsiasi ipotesi di riforma, come quelle avviate dal governo Duarte nel tentativo di frenare lo slancio del movimento rivoluzionario. Il modello è invece dichiaratamente neoliberista: massima apertura economica, svalutazione monetaria, privatizzazioni selvagge e riduzione delle tasse.

Sotto la presidenza Cristiani vengono approvati provvedimenti creditizi a favore degli industriali del caffè (egli stesso è uno dei più importanti), e del cotone e aumenti nelle tariffe dei servizi pubblici. Viene annunciata inoltre una "seconda fase" della timida riforma agraria del governo precedente: in realtà una vera e propria controriforma, che favorisce il recupero delle terre alle quali i contadini beneficiari, oppressi dai debiti, rinunciano per poche lire. E mentre si promettono aiuti agli strati più deboli, si indirizza il credito pubblico verso il finanziamento dell'impresa privata. Il ricompattamento della destra salvadoregna riesce così bene da garantire ad Arena l'alleanza del Partito di Conciliazione Nazionale, tradizionale espressione dell'oligarchia fondiaria. Accanto ai vecchi e nuovi detentori del potere economico spuntano infine i militari che, da difensori dei privilegi altrui, si sono trasformati in un ceto con propri interessi terrieri e imprenditoriali.

Questi mutamenti hanno il risultato di spiazzare l'opposizione, peraltro frantumata in molteplici anime. A differenza delle presidenziali del 1989, ritenute giustamente prive di valide garanzie democratiche, nelle elezioni legislative e municipali del 1991 il Fmln decide di non boicottare il voto. Ma le urne non premiano le forze progressiste. Il Movimento Nazionale Rivoluzionario, che insieme al piccolo Partito Socialdemocratico e al Movimento Popolare Socialcristiano di Zamora compone la lista di Convergenza Democratica, è in piena crisi perché rimasto privo di leader, dopo l'uccisione a Città del Guatemala di Héctor Oquelí e la morte per malattia di Guillermo Ungo. L'Udn, espressione legale del Partito Comunista, è ai suoi minimi storici. All'interno del Fmln si è aperto un acceso confronto, i cui termini traspaiono nell'intervista concessa da uno dei suoi dirigenti, Salvador Samayoa, alla rivista Pensamiento Propio del novembre 1990. Uno dei temi del dibattito interno è naturalmente il negoziato. "La gente vuole la pace, ma non una pace a qualunque costo - afferma Samayoa - Tuttavia il Fmln deve rendersi conto che è necessario ottenere conquiste parziali per la popolazione. Sarebbe un errore continuare a pensare, come si è fatto finora, di poter ottenere una vittoria totale e immediata. Questa convinzione va rivista completamente perché, a dieci anni dalla sua costituzione, il Fronte Farabundo Martí è cresciuto, ma non si può dire che questo straordinario accumulo di forze si sia tradotto in passi avanti concreti per la popolazione". Forse alla ricerca, un po' affrettata, di risultati concreti, alcune organizzazioni del Fmln hanno ipotizzato una "identificazione ideologica e politica con la socialdemocrazia internazionale", anche se poi tali posizioni, assicura Samayoa, sono state "corrette".

Pochi mesi dopo, però, qualcuno porta la revisione alle estreme conseguenze. E' il comandante Joaquín Villalobos, dell'Erp (Esercito Rivoluzionario dei Poveri), che a un giornalista del New York Times dichiara, nel marzo del '91: "In Salvador vi è la necessità di isolare o di dare un taglio agli opposti estremismi. Nel nostro caso questo significa il pensiero dello stalinismo dogmatico e del classico comunismo tradizionale". Superato ormai il marxismo, dice Villalobos, il futuro salvadoregno deve essere basato sul modello di paesi capitalistici come la Germania, il Giappone o, in Centro America, il Costa Rica.

Mentre all'interno del Fronte il confronto si fa sempre più teso, proseguono i colloqui di pace. Nel novembre del 1989 le forze guerrigliere hanno lanciato la loro maggiore offensiva, togliendo al regime ogni residua illusione di vittoria militare, e in gennaio governo e opposizione armata riprendono il negoziato con la mediazione dell'Onu. Finalmente, il 16 gennaio 1992, viene firmata la pace di Chapultepec. L'anno seguente la Commissione Verità, istituita per investigare sui crimini del tremendo decennio di guerra, pubblica il suo rapporto, accusando esercito e squadroni della morte del 95 per cento dei casi documentati di esecuzioni sommarie, sequestri, stragi di civili. La risposta del governo è la promulgazione di una legge di amnistia generale. Conseguenza immediata: i due ufficiali condannati per l'assassinio, nel 1989, dei sei gesuiti, vengono subito scarcerati. Quanto ai mandanti, di cui la Commissione ha fatto i nomi, non vengono toccati; per colmo d'ironia uno di essi, l'ex vice ministro della Difesa colonnello Ponce, è chiamato a far parte dell'Associazione Fundapaz, organismo che ha il compito di promuovere la concordia nel paese.

Il 1992 è anche l'anno in cui il Fmln si trasforma in partito politico, presentandosi per la prima volta al giudizio degli elettori nel marzo '94. E gli elettori gli concedono la vittoria in diversi municipi, insieme a 21 seggi nell'Assemblea Legislativa (Arena ottiene però, ancora una volta, la presidenza della Repubblica con il suo candidato, Armando Calderón Sol, aiutato anche da brogli elettorali). Ma i contrasti interni investono ormai ogni aspetto della vita del Fronte, non esclusa la valutazione degli accordi di Chapultepec e del processo di transizione. Mentre alcuni ritengono che, con quella firma, si sia attuata una vera e propria rivoluzione democratica, altri vi vedono soltanto la premessa di una più profonda trasformazione del sistema. E si giunge alla rottura: l'Erp di Villalobos (che nel frattempo ha cambiato nome, divenendo "Espressione Rinnovatrice del Popolo") e Resistenza Nazionale (Rn) optano per la scissione, portandosi via sette deputati; daranno vita in seguito al Partito Democratico, di ispirazione socialdemocratica. Nel Fronte rimangono le altre tre componenti: le Forze Popolari di Liberazione (Fpl), il Partito Comunista e il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori Centroamericani (Prtc), insieme ad alcune frange di Rn ed Erp che non hanno condiviso la scelta separatista.

Sono queste componenti ad avviare in dicembre, nel corso della Convenzione Nazionale del partito, una rielaborazione strategica, che non può prescindere da un'analisi impietosa della situazione. "La concentrazione del capitale in poche mani è maggiore ora che prima della guerra - si legge nei documenti della Convenzione - Un piccolo gruppo di famiglie controlla l'economia, in particolare il sistema finanziario... Siamo in presenza di un boom della speculazione finanziaria e di un'economia fortemente dipendente dalla cooperazione esterna e dai dollari inviati dai salvadoregni all'estero". Il compimento degli accordi - denuncia ancora il Fronte - ha subito negli ultimi tempi una battuta d'arresto, specie per quanto riguarda il trasferimento di terre, l'assegnazione di crediti per le proprietà agricole, il pagamento delle pensioni agli invalidi e alle vittime del conflitto, le indagini su esecutori e mandanti di stragi e delitti politici. "L'approfondimento della riforma politica e l'inizio di una riforma economico-sociale di vasto respiro sono necessità di base per costruire una democrazia stabile". Di fronte a questi imperativi "la sinistra, nonostante la quota di potere istituzionale che si è assicurata, si presenta senza una leadership nazionale, inconsistente, frammentaria e immersa in un processo di ricomposizione complesso... All'interno del Fmln le motivazioni originarie della lotta si sono diluite, distorte e indebolite". Le conseguenze negative si ripercuotono sull'immagine esterna: "La nostra base e soprattutto il popolo, che attendono un'azione ferma, coerente e di opposizione, si sono visti defraudati e confusi".

Al termine della Convenzione, Leonel González viene eletto nuovo coordinatore generale in sostituzione del comunista Schafik Handal, dimissionario, sancendo così il predominio assunto, all'interno del Fronte, dalle Forze Popolari di Liberazione, il gruppo più consistente e più organizzato.

La nuova linea politica viene messa alla prova nelle consultazioni del '97. La campagna elettorale del Fmln è centrata sull'attacco al partito al potere, Arena, per le sue misure antipopolari, in particolare l'aumento delle tariffe dei servizi pubblici, e per la crescita della violenza e della corruzione. Il Fronte, che si dichiara contrario al progetto governativo di privatizzazione delle imprese pubbliche (dai telefoni all'elettricità), propone invece l'abbassamento di tre punti dell'Iva, la stabilizzazione dei prezzi dei prodotti di base e di quelli di sementi e concimi agricoli. I risultati non si fanno attendere: mentre Arena registra una secca perdita, il Farabundo Martí avanza nettamente, giungendo quasi a eguagliare in numero di voti l'avversario e conquistando inoltre numerosi municipi; anche il nuovo sindaco di San Salvador, Héctor Silva, viene eletto con l'appoggio determinante del Fmln. Contemporaneamente crollano i consensi per la Democrazia Cristiana, mentre il Pcn si mantiene sostanzialmente stabile.

Dalle urne emergono dunque dati soddisfacenti per le forze progressiste. Ma un elemento viene sottovalutato: l'alto tasso di assenteismo che, se questa volta ha punito Arena, può ritorcersi domani contro l'opposizione. Ed è quello che avviene, come abbiamo visto, nel '99. Sicuramente la svolta moderata delle presidenziali non è piaciuta al tradizionale elettorato del Fronte. Il quale aveva già qualche motivo di delusione: nel '97 la centrale sindacale Unts, ad esempio, pur confermando il suo sostegno ai candidati del Farabundo Martí, li aveva richiamati a una maggiore identificazione "con gli interessi dei lavoratori e delle maggioranze", ricordando come nella legislatura uscente si fossero spesso dimenticati di quanti gli avevano dato il loro voto.

15/2/2000

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato