Latinoamerica-online.it

 

Una comunità continentale senza Usa e Canada  (3/12/2011)

Dove va la diplomazia di Chávez? - Nasce a Lima l'Alianza del Pacífico  (30/4/2011)

Gli scarsi risultati del viaggio di Obama  (25/3/2011)

Anche l'Uruguay riconosce la Palestina  (15/3/2011)

 

Argentina

Cristina Fernández sarà operata in gennaio - Nuove condanne di repressori  (29/12/2011)

"Effetto Cristina" sul risultato delle urne  (24/10/2011)

Cristina Fernández trionfa alle primarie  (18/8/2011)

Aperti gli archivi italiani della dittatura - Cristina Fernández visita Messico e Italia  (3/6/2011)

Le sentenze per i repressori del Plan Cóndor - "Lo Stato turco ha commesso genocidio"  (1/4/2011)

Fallisce la serrata degli agrari - Un vertice al femminile  (31/1/2011)

 

Bolivia

Morales cede alle richieste indigene  (25/10/2011)

Morales chiede perdono al popolo  (30/9/2011)

Proteste e tensione per il rialzo dei prezzi  (25/2/2011)

Morales ritira il gasolinazo - L'opposizione perde il dipartimento di Tarija  (2/1/2011)

 

Brasile

Il governo perde un altro ministro - Molti limiti alla ricerca della verità - "Abbiate cura di questa terra"  (4/12/2011)

Amorim sostituisce Jobim alla Difesa - Giudice coraggiosa uccisa a Rio  (25/8/2011)

Ancora morti per l'Amazzonia  (6/7/2011)

I primi cento giorni di Dilma  (17/4/2011)

Inizia con l'emergenza la presidenza Rousseff  (18/1/2011)

 

Cile

"Il popolo ha recuperato la memoria"  (11/9/2011)

Studenti e lavoratori contro Piñera - Podlech assolto a Roma  (18/7/2011)

Un grande avvocato comunista  (13/7/2011)

Ambientalisti contro le dighe dell'Enel  (21/5/2011)

Pesanti condanne a dirigenti mapuche  (22/3/2011)

Piñera sconfitto nella battaglia del gas  (18/1/2011)

 

Colombia

La morte di Cano è un colpo alla pace - Un ex guerrigliero sindaco della capitale  (5/11/2011)

Il Tlc "un atto di sottomissione"  (21/10/2011)

Sanguinosa campagna elettorale  (19/8/2011)

Chi farà rispettare la Ley de Víctimas?  (12/6/2011)

Contro l'ingresso del capitale privato negli atenei - Morte di una giudice coraggiosa  (7/4/2011)

Una farsa le smobilitazioni dei paras - Le Farc liberano sei ostaggi  (7/3/2011)

Migliaia di vittime senza giustizia  (8/1/2011)

 

Cuba

Indulto a quasi tremila detenuti  (27/12/2011)

Nuova condanna dell'Onu all'embargo Usa - Il via alla compravendita di case  (4/11/2011)

Raúl Castro: la riforma sarà graduale  (19/4/2011)

Quindici anni allo statunitense Gross - L'ultimo viaggio di Alberto Granado  (22/3/2011)

Condanne per i pazienti morti di freddo - Le conseguenze della riforma  (31/1/2011)

 

Ecuador

Vittoria di Correa al referendum  (19/5/2011)

La Conaie (divisa) contro Correa - Crisi diplomatica con Washington  (11/4/2011)

 

Guatemala

Il ritorno dei kaibiles  (9/11/2011)

Le destre al ballottaggio  (13/9/2011)

Contadini vittime di imprese e narcos - La consulenza degli Usa nella guerra sucia  (8/6/2011)

Assassinati giovani leader indigeni - Comunità native contro Enel e Unión Fenosa  (16/2/2011)

 

Haiti

Nuovamente prorogata la missione Onu  (18/10/2011)

Il cantante Martelly è il nuovo presidente  (5/4/2011)

Escluso dal ballottaggio il candidato di Préval  (8/2/2011)

 

Honduras

I militari svolgeranno compiti di polizia  (13/12/2011)

Militarizzazione e repressione  (5/10/2011)

Nasce il Frente Amplio  (15/7/2011)

Il doppio ritorno  (2/6/2011)

Opposizione sotto attacco  (18/5/2011)

In difesa della scuola pubblica  (4/4/2011)

Passa la riforma che servì da pretesto per il golpe  (17/2/2011)

 

Messico

Caccia ai militanti sociali - Due studenti uccisi dalla polizia  (25/12/2011)

La sinistra candida López Obrador - Movimiento por la Paz nel mirino  (28/11/2011)

Dietro i narcos una strategia della tensione?  (26/9/2011)

La carovana della resistenza  (23/6/2011)

Il risveglio della società civile  (8/5/2011)

Effetto Wikileaks: si dimette l'ambasciatore Usa - Assassinati sei membri di una famiglia  (21/3/2011)

Gli Usa ipotizzano un'alleanza tra narcos e Al Qaeda - Reintegrata la giornalista scomoda  (21/2/2011)

L'opposizione scende in piazza - Samuel Ruiz, il vescovo dei poveri  (31/1/2011)

 

Nicaragua

Violenti scontri dopo la vittoria di Ortega  (11/11/2011)

 

Panama

Lavitola e lo scandalo Finmeccanica - Estradato dalla Francia l'ex dittatore Noriega  (11/12/2011)

 

Paraguay

Stato d'emergenza in due dipartimenti - Anche gli emigrati potranno votare  (13/10/2011)

 

Perú

Humala svolta a destra  (28/12/2011)

L'ingiustizia regna nelle carceri  (22/8/2011)

Un governo all'insegna della continuità  (28/7/2011)

Humala è il nuovo presidente  (6/6/2011)

Humala e Keiko Fujimori al ballottaggio  (15/4/2011)

 

Uruguay

Una sconfitta per i diritti umani  (20/5/2011)

 

Venezuela

La malattia di Chávez  (16/7/2011)

 


Argentina, Cristina Fernández sarà operata in gennaio

Sarà il vicepresidente Amado Boudou ad assumere il potere esecutivo dal 4 al 24 gennaio, periodo in cui Cristina Fernández non potrà esercitare le sue funzioni. Il 4 infatti la presidente sarà sottoposta a intervento chirurgico per un cancro alla tiroide. Il tumore sembra circoscritto e non sono state riscontrate metastasi, ma la notizia della malattia ha fortemente scosso l'opinione pubblica.

Il 10 dicembre una grande folla aveva accompagnato la cerimonia di inizio del secondo mandato presidenziale. Nel suo discorso d'investitura, Cristina Fernández aveva ricordato la svolta segnata dall'ascesa alla presidenza del marito Néstor Kirchner: "L'Argentina ha fatto un balzo fenomenale dalla sua assunzione nel maggio 2003. Oggi abbiamo un paese che è cresciuto più che nei suoi duecento anni di storia". Ma aveva anche sottolineato che il compito non è finito: "Finché ci sarà un solo povero, il nostro progetto nazionale, popolare e democratico non sarà completato".

Pochi i cambiamenti nel gabinetto, che sarà guidato da Juan Manuel Abal Medina in sostituzione di Aníbal Fernández. Tra le prime iniziative del nuovo governo, il progetto di legge che dichiara di interesse pubblico la produzione, la commercializzazione e la distribuzione della carta da stampa e che impone alla compagnia Papel Prensa di garantirne la fornitura a un prezzo unico a tutti i quotidiani. Il provvedimento è stato approvato grazie ai risultati delle recenti elezioni, che hanno dato al Frente para la Victoria la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Un colpo non indifferente al monopolio fin qui esercitato da Papel Prensa, i cui principali azionisti (accanto a una partecipazione dello Stato) sono i giornali di destra Clarín e La Nación. La loro acquisizione della proprietà era avvenuta con l'appoggio della giunta militare, che nel 1977 aveva costretto la vedova del proprietario, Lidia Papaleo, a firmare l'atto di cessione.

NUOVE CONDANNE DI REPRESSORI. L'ex generale Reynaldo Bignone, dittatore dal luglio 1982 al dicembre 1983, ha ricevuto la terza condanna per crimini di lesa umanità. Nell'aprile 2010 gli era stata comminata una pena di 25 anni di prigione e nell'aprile 2011 l'ergastolo: a tutto questo si aggiungono ora 15 anni per l'assalto nel 1976 all'Hospital Posadas di Buenos Aires e l'arresto arbitrario di medici e infermieri (alcuni vennero assassinati, altri risultano desaparecidos), accusati di aver curato guerriglieri feriti.

Si conclude così un anno importante nella lotta contro l'impunità. La sentenza più significativa è stata quella del 26 ottobre contro i principali responsabili di sequestri, torture e omicidi nella prigione clandestina dell'Escuela de Mecánica de la Armada: dodici repressori, tra cui Alfredo Astiz (l'ex ufficiale di marina soprannominato "l'angelo biondo della morte"), Jorge Tigre Acosta, Ricardo Miguel Cavallo sono stati condannati al carcere a vita; altri quattro a pene varianti dai 18 ai 25 anni. La vigilia di Natale è stato catturato nella città boliviana di Santa Cruz, ed estradato in Argentina, l'ex colonnello carapintada Luis Enrique Baraldini, ricercato per gravi violazioni dei diritti umani. Baraldini era protetto dagli ambienti dell'estrema destra boliviana, con cui aveva cospirato nel 2009 per uccidere il presidente Morales. Il 24 novembre è morto l'ex generale Antonio Domingo Bussi: durante la dittatura aveva operato nella provincia di Tucumán, facendosi conoscere per la sua ferocia. Con il ritorno della democrazia era riuscito a riciclarsi: aveva fondato un suo partito, Fuerza Republicana, giungendo a occupare un seggio al Congresso nazionale e a diventare governatore di Tucumán. Ma alla fine la giustizia era arrivata anche per lui: nel 2007 era stato arrestato e l'anno seguente condannato all'ergastolo per il sequestro e la scomparsa del senatore peronista Guillermo Vargas Aignasse. Una vittima tra le oltre mille che gli vengono attribuite.

29/12/2011


Perú, Humala svolta a destra

Sono passati solo cinque mesi dall'insediamento e il presidente Humala ha già preso le distanze da quei settori popolari che lo avevano portato alla vittoria, per appoggiarsi sui gruppi di potere economico e sulle forze armate. Il cambiamento è stato segnato dal rimpasto di governo della prima metà di dicembre, con cui i tecnocrati neoliberisti hanno guadagnato terreno, mentre la sinistra ha perso numerose posizioni. Alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Salomón Lerner è stato sostituito dall'autoritario titolare dell'Interno, il colonnello a riposo Oscar Valdés. Accanto a quest'ultimo ha accresciuto la sua influenza come consigliere presidenziale un altro ex colonnello, Adrián Villafuerte, già compromesso con il fujimorismo. Intervistato da Página/12, il leader del Partido Socialista Javier Diez Canseco ammette: "Non c'è una rottura di Humala con la sinistra, ma un indebolimento di quel rapporto e un significativo allontanamento".

La situazione all'interno del governo era precipitata per i contrasti tra Lerner e il capo dello Stato sulla risposta alla rivolta di Cajamarca. La regione andina è insorta contro il progetto minerario Conga dell'impresa Yanacocha (controllata dalla transnazionale statunitense Newmont Mining Corporation). Secondo questo progetto, per poter estrarre l'oro si deve procedere al prosciugamento di quattro bacini che riforniscono di acqua la popolazione. "Acqua sì, oro no" è dunque la parola d'ordine della protesta. La decisione del presidente Humala di decretare lo stato d'emergenza nella zona, sopprimendo una serie di diritti costituzionali, proprio mentre il suo primo ministro stava negoziando con le comunità, aveva posto Lerner in una situazione insostenibile forzandolo alle dimissioni (e non a caso il fautore della mano dura era proprio il suo successore Valdés). La crisi di Cajamarca non è comunque l'unica: si contano a decine le popolazioni locali che contestano le attività estrattive.

La svolta a destra dell'esecutivo è stata duramente condannata dal mondo sindacale: secondo il segretario generale della Cgtp (Confederación General de Trabajadores del Perú), Mario Huamán, "esiste il pericolo che i cambiamenti promessi dal capo dello Stato non vengano realizzati, il che obbligherà le organizzazioni sociali ad adottare misure per difendere i propri diritti". E persino l'ex presidente Alejandro Toledo ha parlato di rischi di militarizzazione e ha deciso il ritiro dal governo dei rappresentanti del suo partito, pur mantenendo l'appoggio alla maggioranza nel Congresso.

I primi provvedimenti di Ollanta Humala sembravano andare in ben altra direzione: incremento delle imposte alle grandi compagnie minerarie, innalzamento del salario minimo, aumento dei fondi destinati all'istruzione, alla sanità e alle politiche sociali. E soprattutto promulgazione della Ley de Consulta Previa, che impone la consultazione delle comunità indigene prima dello sfruttamento delle risorse naturali dei loro territori: una legge storica, anche se - lo ha imposto la destra in Parlamento - il parere espresso non sarà vincolante. Altro elemento di rottura con il passato, la scelta di non proteggere i funzionari accusati di corruzione: lo stesso Humala ha invitato pubblicamente il suo vice Omar Chehade, coinvolto in uno scandalo, a rinunciare all'incarico (Chehade ha optato invece per un permesso temporaneo fino al termine dell'inchiesta a suo carico).

L'involuzione sul piano interno non ha comunque toccato le direttrici di politica estera: progressivo allontanamento da Washington e rafforzamento dell'integrazione regionale. Il 22 dicembre Perú e Brasile hanno sottoscritto un'alleanza strategica che prevede una stretta cooperazione militare e impegna Brasilia al trasferimento di tecnologie e all'addestramento delle forze armate peruviane.

28/12/2011


Cuba, indulto a quasi tremila detenuti

Il 2011 si chiude a Cuba con la concessione dell'indulto a quasi tremila detenuti, tra cui diversi stranieri, in omaggio alla prossima visita sull'isola di papa Benedetto XVI. Il provvedimento è stato comunicato dal presidente Castro il 23 dicembre, al termine della riunione plenaria dell'Asamblea Nacional del Poder Popular. Nel suo messaggio Raúl ha anche affermato che Cuba mantiene la proposta di avanzare verso la normalizzazione delle relazioni con Washington, nonostante la mancanza di volontà politica manifestata dall'amministrazione Obama. Ha poi ribadito l'importanza della lotta contro la corruzione, che nel corso di quest'anno ha visto l'arresto di numerosi funzionari (pochi giorni prima erano finiti in carcere i principali dirigenti della Tecnotex, l'impresa militare incaricata dell'acquisto di equipaggiamento, tecnologia, materiale da costruzione). Quanto all'attesa apertura migratoria, il presidente ha confermato che verrà realizzata, spiegando però che le trasformazioni in questo campo saranno introdotte gradualmente.

Con gradualità prosegue anche la riforma economica: il 27 dicembre il Granma, organo ufficiale del Partido Comunista, ha annunciato le nuove norme per l'ampliamento del lavoro autonomo nella sfera dei servizi. A partire dal primo gennaio, come già avvenuto per barbieri e parrucchieri, altri dipendenti statali si trasformeranno in lavoratori por cuenta propia: potranno affittare immobili e strumenti (che resteranno proprietà dello Stato) e fissare orari e prezzi. Il cambiamento riguarda diverse categorie, dai falegnami ai calzolai, dai fotografi ai tappezzieri, dagli ombrellai ai gommisti e sarà applicato inizialmente in sei province: le altre seguiranno nel corso dell'anno. In precedenza era entrato in vigore un decreto legge che autorizzava la concessione di crediti bancari, con criteri di mercato, a piccoli imprenditori, contadini, cooperative agricole, cittadini desiderosi di costruire o riparare l'abitazione.

27/12/2011


Messico, caccia ai militanti sociali

"Nel quadro della violenza scatenata dalla guerra contro il narcotraffico, il paese assiste a una caccia a militanti sociali, difensori dei diritti umani e cittadini che hanno deciso di alzare la voce e reclamare giustizia - afferma l'editoriale de La Jornada dell'8 dicembre, dopo aver riportato un lungo elenco di sequestri e omicidi - E' difficile pensare che tutte le aggressioni riferite siano prodotto del caso; al contrario sembrerebbero contenere un messaggio di morte diretto ai settori della società che si sono mobilitati per la pacificazione del paese e per la giustizia verso le vittime e i loro familiari".

Tra i più recenti bersagli di questa caccia figurano Eva Alarcón Ortiz e Miguel Marcial Bautista Valle, rispettivamente coordinatrice e presidente dell'Organización de Campesinos Ecologistas de la Sierra de Petatlán y Coyuca de Catalán, nello Stato del Guerrero. Di loro non si sa più nulla dal 7 dicembre: un gruppo di uomini armati ha fermato l'autobus su cui viaggiavano alla volta di Città del Messico, li ha obbligati a scendere e li ha trascinati via. Nei mesi scorsi era stata chiesta invano la protezione della polizia per Eva Alarcón che, insieme a Natalia Ruiz Martínez, aveva denunciato i responsabili dell'assassinio del giovane ecologista Zenaido Ruiz Martínez, avvenuto in giugno.

Sempre il 7 dicembre nel comune di Aquila (Stato del Michoacán) è stato rinvenuto il cadavere di Trinidad de la Cruz Crisóforo, sequestrato il giorno prima in circostanze che gettano una pesante ombra sul ruolo delle forze di sicurezza. Trinidad de la Cruz, leader comunitario di Santa María de Ostula, e altri membri del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad viaggiavano con la scorta di agenti della polizia federale, che però a un certo punto si sono ritirati. Priva di protezione, la comitiva è stata aggredita da una banda di paramilitari, che hanno portato via il dirigente contadino e lo hanno torturato e ucciso. Un nuovo atto intimidatorio nei confronti delle famiglie indigene che due anni fa erano riuscite a recuperare le proprie terre. Per loro sfortuna quei terreni sono ricchi di giacimenti di ferro e oro, su cui hanno posto gli occhi compagnie minerarie straniere. Sorgono inoltre nei pressi di una proprietà dell'ex presidente Vicente Fox e della moglie Marta Sahagún, che da tempo progettano di realizzare nella zona un vasto villaggio turistico.

Cinque giorni prima dell'uccisione di Trinidad, era stata ferita a colpi d'arma da fuoco Norma Andrade, una delle fondatrici dell'organizzazione Nuestras Hijas de Regreso a Casa che lotta contro i feminicidios di Ciudad Juárez. L'attentato era stato preceduto da una lunga serie di minacce e dall'incendio della casa della figlia di Norma, Malú García, "colpevole" di aver segnalato alla magistratura i membri di una banda specializzata nella "tratta delle bianche".

E la violenza non si è arrestata neppure alla vigilia di Natale quando il professor Rafael Vicente Rodríguez Enríquez, segretario generale del Frente Amplio de Comunidades Marginadas, è stato gravemente ferito da ignoti killer a Santa Lucía del Camino, nello Stato di Oaxaca. Trasportato all'ospedale, Rodríguez è morto poco dopo. Il docente assassinato aveva partecipato attivamente alla lotta del movimento degli insegnanti e alla difesa dei diritti delle comunità indigene. Nel 2002 era finito in carcere, sospettato di essere membro dell'Ejército Popular Revolucionario e di aver preso parte al rapimento del nipote di un dirigente del Pri: in seguito era stato scarcerato per l'assenza di prove a suo carico.

DUE STUDENTI UCCISI DALLA POLIZIA. Volevano solo ottenere un incontro con il governatore del Guerrero, Angel Aguirre Rivero, per presentargli una serie di richieste. Per questo il 12 dicembre gli studenti dell'Escuela Normal Rural di Ayotzinapa avevano occupato l'autostrada che da Città del Messico porta ad Acapulco. Agenti federali e statali sono intervenuti con estrema violenza per sgomberarli e di fronte alla reazione dei manifestanti hanno sparato, uccidendo Jorge Alexis Herrera Pino (21 anni) e Gabriel Echeverría de Jesús (20 anni). Dopo aver negato, in maniera poco convincente, le responsabilità degli agenti, le autorità hanno dovuto arrendersi di fronte alla valanga di proteste da tutto il paese e hanno disposto la rimozione di tre funzionari e l'arresto di dieci poliziotti, cinque federali e cinque statali, sospettati di aver aperto il fuoco.

25/12/2011


Honduras, i militari svolgeranno compiti di polizia

"E' la conseguenza diretta dell'applicazione del terrorismo di Stato, come parte della politica di un governo che violenta sistematicamente i diritti umani". Così il Comité de perseguidos, presos y exiliados políticos ha commentato la nomina a capo del servizio di informazioni della polizia di Elder Madrid Guerra, denunciato a più riprese per arresti illegali, abuso di autorità e torture nei confronti di esponenti dell'opposizione. Prosegue nel frattempo la militarizzazione del paese, nonostante le critiche di ampi settori della società civile. Il 5 dicembre il regime di Tegucigalpa ha approvato lo stato d'emergenza in materia di sicurezza pubblica per novanta giorni (prorogabili), autorizzando le forze armate a svolgere compiti di polizia.

E sono stati proprio i militari, il 13 dicembre, ad attaccare con gas lacrimogeni un corteo di giornaliste dirette verso la Casa Presidencial. La manifestazione era stata indetta per protestare contro l'uccisione della redattrice radiofonica Luz Marina Paz Villalobos, assassinata il 6 dicembre da un commando armato mentre si trovava in macchina insieme a un meccanico (anche lui colpito a morte). Prima di lavorare per la Cadena Hondureña de Noticias, Luz Marina Paz aveva collaborato con Radio Globo, l'emittente in prima fila nella lotta contro il golpe del giugno 2009. Il giorno dopo la morte di Luz Marina, i killer entravano ancora in azione uccidendo il difensore dei diritti umani Alfredo Landaverde, ex segretario del Consejo Nacional Contra el Narcotráfico e severo critico della corruzione delle forze di polizia. Nell'attentato rimaneva ferita la moglie di Landaverde, la sociologa venezuelana Hilda Caldera.

Continua anche la violenza nelle campagne, in particolare nella martoriata zona del Bajo Aguán: il 2 novembre i sicari al soldo di un possidente locale, aiutati da elementi della polizia e dell'esercito, hanno teso un'imboscata a un gruppo di contadini uccidendone due.

13/12/2011


Panama, Lavitola e lo scandalo Finmeccanica

Lo scandalo Finmeccanica sta travolgendo il presidente Ricardo Martinelli, grande amico di Silvio Berlusconi. I quotidiani panamensi hanno denunciato che, nella commessa per l'acquisto di radar, elicotteri e sistemi di cartografia da satellite da tre aziende controllate dal gruppo italiano (Selex Sistemi Integrati, AgustaWestland e Telespazio), figura un costo supplementare di ben 81 milioni di dollari. Una differenza notevole, che però non sembra preoccupare la magistratura locale e neppure la Contraloría General guidata da Gioconda de Bianchini, che guarda caso - prima di essere nominata a quell'incarico dal capo dello Stato - lavorava per le imprese dello stesso Martinelli.

Nella vicenda compare a più riprese il nome di Valter Lavitola, il faccendiere coinvolto con Tarantini nel giro di escort per il premier e attualmente latitante. A fungere da intermediaria, in cambio di una commissione del 10%, era infatti la società anonima panamense Agafia Corp, creata nel 2010 pochi giorni prima del viaggio a Panama di Berlusconi (con Lavitola al seguito, come testimonia il video che ritrae i due mentre scendono dall'aereo). Alla presidenza dell'Agafia Corp era stata posta la giovanissima (23 anni) Karen De Gracia Castro, amica intima del faccendiere: questi teneva dunque sotto controllo la società senza comparire ufficialmente. Da notare che nell'agosto scorso, quando Martinelli fece una visita a sorpresa in Italia per parlare con Berlusconi, era accompagnato proprio da Karen de Gracia, che si presentava come sua nipote. E a completare il panorama l’ex ministro degli Esteri panamense, Juan Carlos Varela, ha rivelato di aver più volte respinto le pressioni di Martinelli e della Farnesina per la nomina di Lavitola a console onorario a Roma.

Le notizie dello scandalo hanno intaccato la già scarsa popolarità del presidente Martinelli, che in questi mesi affronta dure proteste popolari. Medici, insegnanti, sindacalisti sono scesi in piazza contro il progetto di legge che, creando il regime di Asociación Público-Privada, apre la strada alla privatizzazione di tutti i servizi e i beni pubblici, a cominciare dall'acqua.

ESTRADATO DALLA FRANCIA L'EX DITTATORE NORIEGA. Manuel Noriega ha lasciato le carceri parigine ed è stato estradato a Panama, dove è stato immediatamente trasferito nella prigione di El Renacer. In patria deve scontare vent'anni di prigione per l'omicidio, nel 1985, del medico guerrigliero di origini italiane Hugo Spadafora, che aveva denunciato il coinvolgimento di Noriega nel traffico di droga. Non è l'unica condanna a carico dell'ex dittatore: altri quarant'anni gli sono stati comminati per l'assassinio del maggiore Moisés Giroldi, che nell'ottobre del 1989 aveva tentato un colpo di Stato, e per il massacro di Albrook, l'uccisione degli altri ufficiali che avevano partecipato al golpe. Il tentativo di Giroldi aveva l'appoggio degli Stati Uniti, che all'ultimo momento però si tirarono indietro: due mesi dopo, il pretesto della cattura di Noriega servì a Bush padre per giustificare la sanguinosa invasione - e successiva occupazione - del paese da parte dei marines. Così quello che un tempo era stato un fedele alleato di Washington, nonché agente della Cia, pagava il suo progressivo allontanamento dalla politica statunitense.

11/12/2011


Brasile, il governo perde un altro ministro

Già sette componenti del governo di Dilma Rousseff, scelti su pressione del suo predecessore Lula o dei partiti alleati, si sono dimessi o sono stati rimossi. L'ultimo caso in ordine di tempo riguarda il titolare del dicastero del Lavoro, Carlos Lupi, che il 4 dicembre ha rinunciato all'incarico. Le accuse di irregolarità e ruberie a carico del suo Ministero in realtà erano note da tempo, ma come per gli altri anche la nomina di Lupi, presidente del Partido Democrático Trabalhista, faceva parte delle regole del gioco. In Brasile un capo dello Stato può essere eletto pur essendo privo di maggioranza parlamentare: in tal caso è costretto, per governare, a costruirsi una rete di alleanze (generalmente in cambio di posti ministeriali). Una situazione che si scontra con l'intransigenza di Dilma verso ogni forma di corruzione.

E infatti, prima di Lupi, altri cinque membri del governo erano stati "licenziati" per la loro disinvolta gestione dei fondi pubblici: il capo di gabinetto Palocci, il titolare dei Trasporti Nascimento, quello dell'Agricoltura Rossi, cui si erano aggiunti in settembre il ministro del Turismo Pedro Novais, del Pmdb (sostituito dal suo compagno di partito Gastão Dias Vieira) e in ottobre il ministro dello Sport, il comunista Orlando Silva (rimpiazzato da Aldo Rebelo, anche lui comunista). Solo il titolare della Difesa, Nelson Jobim, è caduto per motivi più strettamente politici: la sua eccessiva acquiescenza alle posizioni delle gerarchie militari.

MOLTI LIMITI ALLA RICERCA DELLA VERITA'. Il Brasile ha finalmente la sua Comissão da Verdade. Il 18 novembre, dopo l'approvazione del Parlamento, la presidente Dilma Rousseff ha promulgato la relativa legge, che istituisce l'organismo incaricato di far luce sulle violazioni dei diritti umani durante la dittatura. La Commissione, che sarà composta da sette membri eletti dal capo dello Stato, per due anni potrà visionare documenti pubblici, ascoltare testimoni e sollecitare analisi forensi per identificare i resti dei desaparecidos. Non avrà però funzioni penali, perché i responsabili sono protetti dall'amnistia. Nonostante questo, ha potuto nascere solo dopo intense trattative con le forze armate e con l'opposizione di destra, che hanno preteso l'ampliamento del periodo preso in esame (dal 1946 al 1988 e non solo dal 1964 al 1985, gli anni della dittatura).

"Affinché i fatti che macchiarono la nostra storia non avvengano mai più è necessario che si conosca la verità": queste le parole di Dilma Rousseff, ex prigioniera politica, che ha reso omaggio a quanti hanno lottato e sono morti per la democrazia. Pur nei suoi limiti, l'istituzione della Comissão da Verdade è stata accolta con soddisfazione da quanti si battono per la memoria e la giustizia. Da Ginevra l'alto commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, la sudafricana Navanethem Pillay, ha salutato la notizia come "un primo passo essenziale e grandemente benvenuto per curare le ferite del paese e chiarire le ingiustizie del passato". Pillay ha però invitato Brasilia ad adottare ulteriori provvedimenti per permettere il giudizio dei colpevoli. Non sarà facile, visto che recentemente la Camera ha respinto la proposta di revisione della Lei de Anistia presentata dalla deputata socialista Erundina, che chiedeva la cancellazione dell'impunità per i crimini di lesa umanità. Per questo Luiza Erundina ha definito "una farsa" la creazione della Commissione, che a suo parere sarà del tutto inutile. I responsabili godono già dell'amnistia, che interesse avrebbero di presentarsi davanti alla commissione a deporre?

"ABBIATE CURA DI QUESTA TERRA". "Abbiate cura di questa terra". E' il testamento spirituale di Nísio Gomes, leader religioso della comunità Guarani-Kaiowá, assassinato il 18 novembre da alcuni uomini mascherati. Gomes aveva guidato un piccolo gruppo di indigeni che agli inizi del mese avevano ripreso possesso della loro terra ancestrale, nello Stato di Mato Grosso do Sul: un'azione che i latifondisti hanno voluto subito punire. Il 22 ottobre, nello Stato del Pará, era stato ucciso il sindacalista rurale João Chupel Primo, che aveva coraggiosamente denunciato la deforestazione illegale.

4/12/2011


Una comunità continentale senza Usa e Canada

"Un giorno storico". Così si è espresso il presidente Chávez commentando la conclusione del vertice che il 2 e 3 dicembre, nella capitale venezuelana, ha portato alla nascita della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. E l'aggettivo storico non è eccessivo: trenta capi di Stato, un vicepresidente e due ministri degli Esteri hanno sancito la creazione di una comunità che riunisce tutti i paesi del continente, ad eccezione di Stati Uniti e Canada. In pratica un'alternativa all'Organización de los Estados Americanos, come ha sottolineato l'ecuadoriano Rafael Correa: "Abbiamo bisogno di un nuovo sistema interamericano. L'Oea è stata sistematicamente sequestrata dagli interessi nordamericani. Questo la rende poco affidabile per i tempi dell'America Latina".

La Celac è il frutto di un lungo processo verso l'integrazione, le cui tappe fondamentali sono rintracciabili nel Gruppo di Rio, costituito nel 1986 con l'obiettivo di "rafforzare e rendere sistematico l'accordo politico dei governi attraverso la realizzazione di consultazioni regolari", e nella Calc, la Cumbre de América Latina y del Caribe riunitasi per la prima volta nel dicembre 2008 a Salvador de Bahia.

"Che la Celac avanzi nel processo di integrazione politica, economica, sociale e culturale con un saggio equilibrio tra l'unità e la diversità dei nostri popoli, affinché il meccanismo regionale di integrazione sia lo spazio idoneo per l'espressione della nostra ricca diversità culturale e al tempo stesso lo spazio adeguato per riaffermare l'identità dell'America Latina e dei Caraibi, della sua storia comune e delle sue continue lotte per la giustizia e la libertà", si legge nella Declaración de Caracas. Il documento invita a "dare impulso allo sviluppo sostenibile della regione" e ad approfondire "la cooperazione e la concretizzazione di politiche sociali per la riduzione delle disuguaglianze sociali interne".

Le 33 nazioni della Celac raggruppano quasi 600 milioni di abitanti, sparsi su un territorio di 20 milioni di chilometri quadrati. Il prodotto interno lordo complessivo della comunità si aggira sui sei miliardi di dollari. La regione possiede le maggiori riserve mondiali di petrolio e il 30% delle fonti di acqua dolce del pianeta. E' al primo posto per la produzione ed esportazione di alimenti e al terzo per la generazione di energia.

3/12/2011


Messico, la sinistra candida López Obrador

Prd, Pt, Movimiento Ciudadano (ex Convergencia) e il Movimiento de Regeneración Nacional (Morena) fondato da López Obrador si presenteranno insieme alle elezioni del 2012. Lo hanno annunciato i rappresentanti dei diversi partiti nel corso di una conferenza stampa congiunta. Il candidato alle massima carica dello Stato sarà ancora Andrés Manuel López Obrador, che nelle inchieste condotte da due agenzie indipendenti ha superato l'altro aspirante, Marcelo Ebrard. La decisione di costituire una coalizione, presa dopo mesi di discussioni, permetterà alla sinistra di concorrere con qualche speranza di successo alle presidenziali del prossimo anno. E soprattutto dovrebbe chiudere ogni ipotesi di accordo del Prd con l'attuale partito di governo, il Pan, per contrastare l'avanzata del Pri (favorito nei sondaggi con il suo precandidato, Enrique Peña Nieto).

La proclamazione di un candidato comune per il 2012 "non elude la crisi del Prd né le sconfitte elettorali accumulate, ma pone le cose in una prospettiva politica che permette di ricreare l'ottimismo, sempre necessario al momento di intraprendere una nuova sfida di portata storica: la costruzione di un nuovo patto sociale per l'uguaglianza e il progresso". Questo il commento su La Jornada di Adolfo Sánchez Rebolledo, che aggiunge: "Si tratta ora di costruire un ampio fronte, un polo capace di attrarre non solo i cittadini che già sono convinti dell'urgenza di agire a favore dei cambiamenti, ma la maggioranza che per le sue condizioni di esistenza è posta, obiettivamente e moralmente, al margine degli intrallazzi del potere costituito, sempre a beneficio dei grandi interessi in gioco".

Intanto nel paese si moltiplicano i segnali di una reazione della società civile di fronte alla spirale di violenza. In occasione del Día de Muertos intorno all'Angel de la Independencia, il monumento simbolo di Città del Messico, il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad (Mpjd) di Javier Sicilia ha collocato decine di croci bianche per dare visibilità ai tanti morti dimenticati, caduti nella fallimentare guerra contro il crimine organizzato. Pochi giorni dopo, a Ciudad Juárez, le autorità sono state accolte con fischi e insulti all'inaugurazione del Memoriale dedicato alle vittime del feminicidio. La realizzazione del monumento era stata ordinata dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani, davanti alla quale avevano fatto ricorso le madri di tre ragazze assassinate: nel 2009 la Corte aveva riconosciuto le responsabilità dello Stato messicano, che non aveva fatto nulla per individuare gli autori degli omicidi. Il viceministro dell'Interno (Gobernación), Felipe Zamora, ha chiesto ufficialmente perdono per questi delitti, ma le sue parole sono state coperte dalle grida di quanti reclamavano giustizia e protestavano perché né il presidente Calderón né il ministro dell'Interno Blake Mora avevano sentito il dovere di essere presenti.

E proprio José Francisco Blake Mora è morto l'11 novembre, insieme ad altri sette funzionari, in un incidente nei pressi della capitale: l'elicottero in cui viaggiava è precipitato per ragioni non ancora chiarite. L'accaduto ha subito richiamato alla mente quanto avvenuto tre anni fa a un altro titolare del dicastero dell'Interno, Juan Francisco Mouriño: poco prima dell'atterraggio, l'aereo con cui Mouriño stava rientrando a Città del Messico si era schiantato al suolo esplodendo.

MOVIMIENTO POR LA PAZ NEL MIRINO. Gli inquirenti hanno tentato di spiegare il delitto con una rissa familiare o un litigio tra ubriachi. Ma l'uccisione di Pedro Leyva Domínguez, militante del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, è solo l'ultimo episodio di una feroce guerra dei possidenti contro le comunità che lottano per le loro terre. I comuneros di Santa María Ostula (Stato del Michoacán) erano riusciti nel giugno 2009, dopo una lunga battaglia, a recuperare un territorio di 1.300 ettari. Da quel momento contro di loro si è scatenata la violenza dei gruppi armati, con il bilancio di 26 morti e quattro scomparsi. Il 6 ottobre alla tragica lista si è aggiunto il nome di Pedro Leyva, membro della Comisión por la Defensa de los Bienes Comunales, che a fine giugno, in un incontro organizzato dal giornale Cambio, aveva ricordato con commozione i suoi compagni assassinati e ancora in attesa di giustizia.

Anche Nepomuceno Moreno Muñoz, ucciso il 28 novembre a Hermosillo (capitale dello Stato di Sonora), era impegnato nel Mpjd. Era stato più volte minacciato perché aveva denunciato la scomparsa, nel 2010, del figlio Jorge Mario e di altri quattro giovani e aveva raccolto prove e testimonianze che chiamavano in causa la Procura statale e la polizia municipale di Ciudad Obregón.

28/11/2011


Nicaragua, violenti scontri dopo la vittoria di Ortega

La giornata elettorale del 6 novembre si è chiusa come nelle previsioni: Daniel Ortega è stato rieletto presidente con il 62,4% dei voti, mentre il suo diretto avversario, l'imprenditore Fabio Gadea di Alianza Pli, si è fermato al 31%. Arnoldo Alemán del Partido Liberal Constitucionalista, il corrotto ex capo di Stato un tempo alleato di Ortega, non ha raggiunto neppure il 6%, dato che testimonia il suo declino politico. Nello stesso giorno gli elettori erano chiamati a scegliere i novanta deputati nazionali e i venti rappresentanti nicaraguensi nel Parlamento Centroamericano. Sostanzialmente analogo il responso delle urne: il Frente Sandinista ha ottenuto quasi il 61% di consensi, distaccando ampiamente Pli (31,5%) e Plc (6,4%).

Dopo la proclamazione dei risultati, violenti scontri sono scoppiati tra oppositori e sostenitori del presidente eletto, con il pesante bilancio di quattro morti e oltre cinquanta feriti. Denunce di brogli sono venute non solo dallo sconfitto Gadea, che ha chiesto di annullare le consultazioni, ma anche dalle ex comandanti guerrigliere Dora María Téllez, del Movimiento Renovador Sandinista, e Mónica Baltodano, del Movimiento por el Rescate del Sandinismo.

Riserve sull'andamento del voto sono state espresse dalla delegazione europea e dagli osservatori dell'Organizzazione degli Stati Americani (ai quali era stato impedito l'accesso ad alcuni seggi). Il segretario generale dell'Oea, Insulza, non ha voluto comunque alimentare le polemiche e si è limitato a dichiarare che "la democrazia e la pace hanno fatto un passo avanti". Ma le irregolarità si erano registrate già prima del 6 novembre e la stessa candidatura di Ortega per un nuovo mandato consecutivo, espressamente vietata dalla Costituzione, era stata resa possibile solo da una sentenza della Corte Suprema, strettamente controllata dal partito di governo.

La politica dell'attuale dirigenza sandinista, ufficialmente definita "socialista, cristiana e solidale", ha in realtà ben poco di progressista. Sul piano economico - diversamente dal modello di Chávez - segue le regole neoliberiste e non ha mai rinnegato il Cafta, l'accordo di libero commercio Usa-Centro America, garantendosi così l'appoggio del Fondo Monetario e del grande capitale. Il consenso degli strati più svantaggiati viene assicurato da misure di assistenza clientelare, portate avanti grazie alla cooperazione venezuelana. Il Nicaragua ha infatti aderito all'Alba, l'Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, e a Petrocaribe, che gli garantisce forniture di greggio a condizioni favorevoli: un apporto importante per un paese che sul piano energetico dipende dal petrolio. Gli aiuti provenienti da Caracas (complessivamente intorno ai 500 milioni di dollari annui) non vengono iscritti nel bilancio nazionale e non sono sottoposti a verifiche istituzionali, ma vengono gestiti dal gruppo di Ortega attraverso Albanisa, un'impresa mista venezuolano-nicaraguense: le richieste, avanzate dall'opposizione, di una maggiore trasparenza su tali fondi non sono mai state soddisfatte.

L'altro puntello del potere di Ortega è la Chiesa ultraconservatrice del cardinale Obando y Bravo, alla quale si è legato da tempo facendo approvare leggi medioevali come la proibizione dell'aborto in ogni caso, anche quando sia in pericolo la vita della madre o quando la gravidanza sia frutto di uno stupro. E pochi giorni prima del voto Obando y Bravo lo ha ringraziato rivolgendosi a lui e alla moglie, Rosario Murillo, nella sua omelia: Cristo, ha detto l'alto prelato, "saprà ricompensare con abbondanza tutto ciò che di buono avete realizzato per i nicaraguensi". Ma all'interno del mondo cattolico non mancano le voci critiche. Sul numero di aprile della rivista Envio, il religioso domenicano Rafael Aragón sostiene che i programmi sociali del governo hanno migliorato le condizioni di vita di molti poveri, ma non hanno generato partecipazione e coscienza, al contrario hanno portato a "un rapporto di dipendenza dal carattere mitico-religioso". E "quando i diritti sono visti come favori concessi dal governante perché è buono, si sta costruendo una mentalità di servi di fronte a un monarca e non di cittadini dinanzi a un’autorità democratica".

11/11/2011


Guatemala, il ritorno dei kaibiles

Dopo 25 anni di governi civili un militare torna alla guida del Guatemala, questa volta non grazie a un golpe, ma vincendo il secondo turno con quasi il 54% dei voti. L'ascesa al potere di Otto Pérez Molina apre comunque il campo a inquietanti interrogativi. Non solo per il passato dell'ex generale, le violazioni dei diritti umani di cui si sarebbe macchiato e l'accusa di coinvolgimento nell'uccisione del vescovo Gerardi. A preoccupare è il suo progetto di militarizzazione della lotta al narcotraffico, sull'esempio del Messico di Felipe Calderón che Pérez cita espressamente come modello. Dimenticando che la guerra di Calderón ha fatto finora 50.000 morti e ha reso la società messicana ostaggio della criminalità organizzata e dell'esercito. In Guatemala la situazione non sarebbe diversa, visto che a combattere la delinquenza sarebbero chiamati i kaibiles, le truppe d'élite già responsabili di crimini e massacri.

Otto Pérez, che sarà accompagnato dalla deputata Roxana Baldetti, prima donna ad arrivare alla vicepresidenza, eredita una nazione sull'orlo del baratro. L'espansione dei cartelli della droga, che ne hanno fatto uno dei corridoi privilegiati per il trasporto della merce dal Sud America agli Stati Uniti, ha reso questo paese uno dei più violenti al mondo, con 50 omicidi ogni 100.000 abitanti. Metà della popolazione vive in condizioni di miseria assoluta, il 15% soffre di denutrizione.

Il presidente uscente, il socialdemocratico Alvaro Colom, aveva cercato di varare timide riforme per rendere un po' più equo il sistema tributario e combattere la gigantesca evasione fiscale, che sta portando il paese alla bancarotta. Aveva però dovuto fare marcia indietro di fronte alla dura reazione dell'oligarchia. Ora Pérez Molina, che con il suo Partido Patriota aveva contribuito nel Congresso ad affossare quei tentativi, promette a sua volta di riformare il fisco, ma sono in pochi a crederci. In ogni caso, per realizzare i suoi progetti politici il nuovo capo dello Stato si vedrà costretto a tessere una rete di alleanze, essendo privo di maggioranza parlamentare.

9/11/2011


Colombia,la morte di Cano è un colpo alla pace

Dicono che il presidente Santos si sia messo a piangere dalla gioia alla notizia della morte del comandante guerrigliero Alfonso Cano. Con la scomparsa del numero uno delle Farc, ucciso in un'offensiva dell'esercito nel dipartimento del Cauca, il governo segna sicuramente un punto a suo favore. E soprattutto a favore di uno sbocco militare al conflitto (opzione che le autorità di Bogotá continuano a preferire). Cano infatti, che per la sua preparazione culturale era considerato l'ideologo degli insorti, era "il più fervido assertore della necessità della soluzione politica e della pace", ricorda il comunicato delle Farc del 5 novembre. Nell'agosto scorso, in un filmato di saluto ai partecipanti all'Encuentro por la Paz di Barrancabermeja, il leader guerrigliero aveva detto: "Crediamo nel dialogo, riteniamo praticabile la parola d'ordine centrale di questo evento e la consideriamo giusta. Il dialogo è la via". Al tempo stesso aveva deplorato il tono "minaccioso" del governo, che vedeva nella guerra l'unica risposta ai problemi del paese.

Anche Colombianas y Colombianos por la Paz, l'organizzazione diretta dall'ex senatrice Piedad Córdoba, esprime in un comunicato la sua profonda preoccupazione: "Il governo nazionale sta dimostrando che, ponendo come priorità il confronto armato rispetto alla soluzione politica attraverso il dialogo e il negoziato, manca di una vera politica di pace e cerca solo di mantenere i privilegi e i vantaggi ottenuti con la guerra".

UN EX GUERRIGLIERO SINDACO DELLA CAPITALE. Le elezioni amministrative del 30 ottobre hannosegnato una netta sconfitta dei candidati sostenuti dall'ex presidente Uribe. Sindaco della capitale è stato eletto l'ex guerrigliero Gustavo Petro, alla testa del movimento Progresistas (centrosinistra) creato dopo la sua uscita dal Polo Democrático Alternativo. Nella seconda città del paese, Medellín, si è imposto il liberale Aníbal Gaviria.

La campagna elettorale è stata estremamente sanguinosa: tra il 2 febbraio e il 20 ottobre sono stati assassinati 41 candidati, con un aumento di oltre il 50% rispetto alle consultazioni del 2007. La violenza è continuata anche dopo la chiusura delle urne, accompagnata da denunce di brogli e irregolarità: in una ventina di piccole località si sono registrati incidenti che hanno provocato un morto e numerosi feriti. Nel comune di Bello pressioni e minacce avevano costretto al ritiro tutti i candidati tranne uno, Germán Antonio Londoño del Partido Conservador, sostenuto da un esponente della parapolitica. Il piano però è fallito: oltre il 50% degli elettori ha votato scheda bianca, costringendo le autorità elettorali ad annullare la consultazione.

All'indomani del voto, Santos ha voluto marcare una presa di distanza dagli aspetti più discussi della politica del suo predecessore annunciando la soppressione del Das (Departamento Administrativo de Seguridad). Durante il governo Uribe, l'organismo di sicurezza era stato utilizzato per controllare e spiare magistrati, giornalisti e oppositori. Lo scandalo delle intercettazioni illegali aveva travolto lo scorso anno l'ex direttrice María del Pilar Hurtado, costretta a fuggire a Panama. Un altro ex direttore del Das (ed ex console a Milano), Jorge Noguera, è stato condannato in settembre a 25 anni di carcere per omicidio e associazione a delinquere. Secondo le accuse di un suo collaboratore, Noguera aveva messo il Das al servizio di paramilitari e narcotrafficanti.

5/11/2011


Cuba, nuova condanna dell'Onu all'embargo Usa

Il 25 ottobre, per la ventesima volta, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro Cuba. I voti a favore sono stati 186; due i paesi contrari (Usa e Israele) e tre gli astenuti (Isole Marshall, Micronesia e Palau).

Sono passati quasi cinquant'anni da quel 3 febbraio 1962 in cui il presidente Kennedy proclamò l'embargo per punire l'isola che aveva osato sfidare il potere dell'impero. Nel rapporto presentato dal governo di Raúl Castro all'Assemblea dell'Onu si sottolinea come nulla sia cambiato da allora, neppure con la gestione Obama, che si è anzi caratterizzata "per un aggravamento della dimensione extraterritoriale del blocco". Nel mirino dell'intervento Usa non mancano le imprese straniere interessate alle prospezioni petrolifere in acque cubane. "Compagnie di paesi terzi che hanno legami commerciali con Cuba sono oggetto di persecuzione, minacce e sanzioni da parte delle autorità del governo statunitense in qualsiasi angolo del mondo, indipendentemente dalla loro origine, dal loro patrimonio, dal fatto che abbiano o meno vincoli con gli Stati Uniti". Nel 2010 alla banca olandese ABN Amro venne comminata una multa di 500 milioni di dollari per aver realizzato operazioni finanziarie con cittadini cubani. E una sanzione analoga colpì addirittura la United Nations Federal Credit Union, istituzione cooperativa senza scopo di lucro che si occupa delle necessità finanziarie del personale dell'Onu.

Secondo il documento dell'Avana, dalla data dell'imposizione al dicembre dello scorso anno il blocco ha provocato all'isola perdite per 104.000 milioni di dollari. Gli inconvenienti maggiori riguardano il settore della sanità. Nel gennaio 2011 il governo di Washington sequestrò 4.207.000 dollari di un finanziamento proveniente dal Fondo Globale per la Lotta contro l'Aids, la Tubercolosi e la Malaria, perché erano stati realizzati progetti di cooperazione con Cuba. L'Hospital Ortopédico Frank País fu costretto a rivolgersi ad altri mercati perché la ditta californiana Amron rifiutò di fornire gli elementi per il mantenimento della camera iperbarica destinata ai pazienti.

IL VIA ALLA COMPRAVENDITA DI CASE. Era la riforma più attesa: dal 10 novembre i cubani, e gli stranieri con residenza permanente sull'isola, potranno comprare e vendere legalmente la propria casa o riceverla in proprietà da parenti che lascino definitivamente il paese (finora la compravendita era proibita ed era ammessa solo la permuta). Il tramite dovrà avvenire attraverso un atto notarile e comportare il pagamento delle relative imposte. Resterà comunque proibito possedere più di due case, una come residenza permanente e una per le vacanze. La risoluzione è stata dettata dalla necessità di stimolare il settore delle costruzioni per risolvere l'annoso problema degli alloggi (si parla di un deficit di 600.000 abitazioni), dando al tempo stesso un impulso all'economia. La nuova legge potrebbe anche attrarre capitali dagli esiliati, che utilizzerebbero i familiari rimasti a Cuba per acquistare case o terreni edificabili. In settembre un'altra riforma aveva liberalizzato il mercato delle automobili, che come quello immobiliario era bloccato da quasi cinquant'anni.

In ottobre il governo dell'Avana aveva deciso l'eliminazione di alcuni Ministeri e la trasformazione di altri in semplici dipartimenti, per snellire la burocrazia (era già avvenuto in settembre con il dicastero dello Zucchero). Nonostante questi provvedimenti, siamo ancora ben lontani dalla riduzione di un milione di posti di lavoro come era nelle intenzioni dell'esecutivo: finora, a quanto si calcola, è stato raggiunto solo un decimo dell'obiettivo.

4/11/2011


Bolivia, Morales cede alle richieste indigene

La strada che doveva unire il dipartimento di Cochabamba a quello del Beni attraversando la riserva naturale del Tipnis non si farà. Lo ha annunciato in una conferenza stampa il presidente Morales cedendo alle richieste dell'Octava Marcha Indígena, giunta a La Paz dopo aver percorso 650 chilometri in poco più di due mesi. A far decidere il governo in tal senso è stata l'accoglienza da eroi che i tremila indigeni hanno ricevuto al loro ingresso in città e l'appoggio manifesto della grande maggioranza della popolazione. Insieme alla salvaguardia del Tipnis, i partecipanti alla marcia avevano presentato altre quindici rivendicazioni, che sono state discusse in lunghe riunioni con il capo dello Stato.

Il passo indietro dell'esecutivo sulla contestata strada sembra aver posto fine al drammatico confronto con una parte del movimento indigeno, ricomponendo l'unità di quegli strati popolari che nel 2005 avevano votato in massa per Morales e che nel 2009 lo avevano riconfermato al Palacio Quemado (il palazzo di governo). Il 12 ottobre, una settimana prima dell'arrivo della marcia di protesta, sempre a La Paz migliaia di contadini, minatori, impiegati statali avevano celebrato il Día de la Descolonización esprimendo il loro sostegno al presidente e al processo di cambiamento.

Un cambiamento che passa anche attraverso l'elezione per voto popolare delle cariche giudiziarie, una delle novità della nuova Costituzione politica in vigore dal 2009. La consultazione si è tenuta il 16 ottobre e, nonostante l'alta percentuale di schede bianche o nulle, è stata importante perché per la prima volta esponenti di varie etnie indigene sono stati designati ad amministrare la giustizia. La più votata è stata l'aymara Cristina Mamani Aguilar, di professione avvocato, che entrerà a far parte del Consejo de la Magistratura.

25/10/2011


Argentina, "effetto Cristina" sul risultato delle urne

Quello che alcuni osservatori hanno soprannominato "effetto Cristina" si è manifestato domenica 23 ottobre con una valanga di voti a favore della presidenta e del suo raggruppamento, il Frente para la Victoria (FpV). Cristina Fernández ottiene il 54% dei suffragi, il risultato più positivo dal ritorno della democrazia nel 1983, distaccando di 37 punti il socialista Hermes Binner (che rovesciando l'esito delle primarie sopravanza il centrodestra di Ricardo Alfonsín e la destra peronista di Eduardo Duhalde). Il FpV si assicura inoltre la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento e la nomina di otto governatori su nove, che si aggiungono a quelli già conquistati nelle scorse consultazioni.

Dopo la chiusura delle urne, man mano che affluivano le cifre del trionfo migliaia di persone festanti si concentravano davanti all'Hotel Intercontinental, dove il FpV aveva il suo quartier generale, e poi in Plaza de Mayo. Moltissimi i giovani, il cui impegno è stata la rivelazione di questa campagna. Nel suo primo discorso dopo il voto, Cristina Fernández ha ringraziato gli elettori e ha fatto appello all'unità nazionale: "Nella vittoria bisogna sempre essere ancora più grandi, più generosi, più comprensivi e più riconoscenti". E non ha mancato di ricordare la figura del marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, "il grande fondatore della vittoria".

24/10/2011


Colombia, il Tlc "un atto di sottomissione"

Questo trattato "è il più importante che abbiamo firmato nella nostra storia", ha dichiarato euforico il presidente Santos commentando il sospirato sì di Washington al Tratado de Libre Comercio. Dopo l'approvazione da parte del Congresso Usa, il 21 ottobre Barack Obama ha promulgato il patto commerciale con la Colombia (insieme a quelli con Panama e Corea del Sud). Con il Tlc - sostiene Santos - si creeranno nuovi posti di lavoro, diventerà più efficace la lotta alla povertà e si attireranno maggiori investimenti per le infrastrutture, l'industria e lo sviluppo rurale.

Ben diversa l'opinione di Antonio Caballero, che su Semana definisce l'accordo "un atto di sottomissione. Dopo anni di suppliche, cambiando i termini più volte di fronte alle esigenze crescenti della controparte, sempre rispettate e a volte addirittura sollecitate con oscena abiezione, i governi di Alvaro Uribe e Juan Manuel Santos sono riusciti alla fine a svendere la Colombia". Secondo Caballero, il Tlc avrà conseguenze negative per la già debole industria nazionale e soprattutto per le campagne: "La produzione di agricoltura e allevamento sarà annientata, dovendo competere senza aiuti (la Colombia rinuncia a sovvenzionarla) con i poderosi (e in più, loro sì, fortemente sovvenzionati, dal momento che gli Stati Uniti si riservano questo diritto) produttori nordamericani di pollo, uova, latte, riso, mais. E caffè".

Anche negli Stati Uniti non sono mancate le voci contrarie: la deputata democratica della California, Maxine Waters, ha ricordato le stragi di sindacalisti, di cui la Colombia detiene il record mondiale. E non può non destare preoccupazione il fatto che nel testo dell'accordo non sia stato inserito in forma vincolante il "piano d'azione", con cui il governo di Bogotá si impegna a proteggere i diritti dei lavoratori.

Intanto non si fermano le proteste e le mobilitazioni degli universitari contro il progetto governativo che - affermano - costituisce un primo passo verso la privatizzazione dell'educazione superiore. Negli atenei pubblici è in corso uno sciopero a oltranza iniziato il 12 ottobre. Quel giorno le grandi manifestazioni in tutto il paese, con la partecipazione di oltre 200.000 persone, erano state funestate dalla morte di uno studente di medicina di Cali, Yan Farid Cheng Lugo, ucciso dallo scoppio di un ordigno lanciato contro il corteo.

21/10/2011


Haiti, nuovamente prorogata la missione Onu

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato per un altro anno la Missione di Stabilizzazione ad Haiti (Minustah), disponendo però il ritiro di un primo contingente di circa tremila tra militari e agenti. La decisione, presa all'unanimità, si è basata sulla relazione presentata dal segretario generale Ban Ki-moon, in cui si afferma tra l'altro che la situazione "si è mantenuta relativamente tranquilla, anche se instabile", ma potrebbe deteriorarsi dal momento che "omicidi, stupri e sequestri sono aumentati". E la Polizia Nazionale, pur avendo rafforzato la sua capacità di proteggere la popolazione civile, "non è nelle condizioni di assumere la responsabilità piena della sicurezza interna". Con un tale quadro, il mantenimento dei caschi blu nel paese era già stabilito e ancora una volta i membri del Consiglio di Sicurezza hanno evitato di entrare nel merito della questione.

I tanti interessi in gioco si impongono così sulla volontà della popolazione, che nelle ultime settimane è scesa più volte in piazza per chiedere la fine della missione. Ad accendere la miccia, la diffusione su YouTube di un video che documenta l'aggressione sessuale a un giovane haitiano da parte di soldati uruguayani (questi ultimi sono stati rimpatriati in attesa di giudizio, dal momento che i membri dell'Onu non sono soggetti alla legislazione locale). A confermare che non si è trattato di un caso isolato, il 4 ottobre il rapporto di un gruppo di medici, avvocati, giornalisti nordamericani denunciava decine di violazioni dei diritti umani perpetrate dai soldati delle Nazioni Unite dal giorno del loro arrivo: violenze sessuali, rapine, uccisioni, repressioni sanguinose delle proteste. Senza contare l'introduzione del colera, che studi scientifici fanno risalire direttamente al contingente nepalese (il ceppo che sta devastando il paese proviene dall'Asia meridionale). Con tutta probabilità i rifiuti organici dei soldati nepalesi, uno dei quali colpito dal male, sono stati scaricati in un affluente del fiume Artibonite, da cui la popolazione attinge l'acqua per bere e per lavarsi. E dalla regione dell'Artibonite l'epidemia si è propagata con estrema velocità, favorita dalle precarie condizioni igieniche del dopo terremoto.

Alla vigilia del primo anniversario della sua comparsa, la malattia ha già ucciso oltre 6.500 persone e la situazione non è ancora sotto controllo. "L'emergenza è tuttora presente", hanno dichiarato in una conferenza stampa i rappresentanti di Médecins sans Frontières. La popolazione rurale resta la più esposta, soprattutto per la carenza di personale sanitario. In settembre il Senato, in una risoluzione approvata all'unanimità, chiedeva - oltre al ritiro definitivo della Minustah entro l'ottobre 2012 - risarcimenti economici in favore delle vittime del colera. Ma difficilmente questa richiesta verrà ascoltata, visto che la missione delle Nazioni unite continua a respingere ogni responsabilità nello scoppio dell'epidemia. E gli aiuti dall'estero, tanto sbandierati dopo il tremendo sisma del gennaio 2010, arrivano con il contagocce: al giugno 2011, secondo dati ufficiali, i donatori internazionali del settore pubblico avevano sborsato solo il 37,8% dei fondi promessi.

Intanto il governo di Washington è riuscito a mettere a segno un punto a suo favore. Su proposta del presidente Martelly, è stata infatti ratificata dal Parlamento la nomina a primo ministro di Garry Conille. Il nuovo premier è stato uno stretto collaboratore di Bill Clinton, inviato speciale delle Nazioni Unite per Haiti: è dunque legato a filo doppio all'amministrazione Usa.

18/10/2011


Paraguay, stato d'eccezione in due dipartimenti

Torna per 60 giorni lo stato d'eccezione nei dipartimenti di Concepción e San Pedro: lo ha decretato il 10 ottobre il presidente Lugo su sollecitazione del Parlamento, dopo l'attacco a un piccolo commissariato nei pressi di Horqueta. Nel corso dell'attacco, attribuito ai guerriglieri dell'Ejército del Pueblo Paraguayo (Epp), due sottufficiali erano rimasti uccisi. Il ministro dell'Interno, Carlos Filizzola, ha annunciato la creazione di un comando operativo congiunto tra polizia e forze armate.

Filizzola è stato nominato alla guida del dicastero in agosto in sostituzione di Federico Acuña, dimissionario dopo due mesi per ragioni di salute. Prima di Acuña l'incarico era stato svolto dal cugino dell'attuale ministro, Rafael Filizzola, destituito il 17 giugno insieme al titolare delle Opere Pubbliche, Efraín Alegre. Secondo alcuni osservatori, i due erano stati rimossi per la loro opposizione a una proposta di emendamento costituzionale che avrebbe permesso la ricandidatura di Lugo alle presidenziali del 2013. La proposta, presentata con il sostegno di centomila firme dal Frente Guazú (la coalizione progressista nata nel marzo 2010), era stata poi respinta dal Senato.

Numerose voci si sono levate contro la decisione di imporre lo stato d'eccezione nei due dipartimenti dove è più viva la battaglia per la terra. La Conamuri (Coordinadora Nacional de Organizaciones de Mujeres Trabajadoras Rurales e Indígenas) sostiene in un comunicato che con questo provvedimento, dietro il pretesto della guerriglia "verrà criminalizzata ancora di più la lotta sociale, in vista di un'imminente persecuzione dei dirigenti contadini nel contesto delle rivendicazioni storiche e popolari". Il Partido Comunista ha accusato Lugo di aver ceduto alle pressioni "del Congresso reazionario che opera in chiave golpista". E il segretario generale della Federación Nacional Campesina, Odilón Espínola, ha dichiarato: "L'Epp come esercito non esiste nel nostro paese, c'è solo un gruppo di delinquenti criminali che attaccano persone indifese e nient'altro. Il giorno in cui le autorità vorranno liberarsene definitivamente lo faranno. Ma, da quel che stiamo vedendo, non si può escludere che dietro tutti questi assassini vi sia gente interessata a mantenerli attivi e se possibile a collegarli con le organizzazioni contadine".

ANCHE GLI EMIGRATI POTRANNO VOTARE. Nonostante la bassa affluenza alle urne, il referendum del 9 ottobre costituisce una svolta storica. E' stato infatti approvato a larga maggioranza l'emendamento all'articolo 120 della Costituzione, che restringeva il diritto di voto ai residenti sul territorio nazionale. In tal modo gli oltre 700.000 paraguayani che vivono all'estero potranno partecipare alle prossime consultazioni. L'esclusione degli emigrati dai diritti elettorali era stata decisa nel 1992: la dittatura di Stroessner era finita tre anni prima, ma era ancora ben saldo il dominio del Partido Colorado (solo la vittoria di Lugo nel 2008 vi porrà termine). E il potere temeva la politicizzazione di quanti avevano lasciato il paese spinti dalla miseria e dalla repressione.

13/10/2011


Honduras, militarizzazione e repressione

"Di fronte alla ricetta di morte e di violenza che propongono i corpi repressivi, la strada da percorrere è quella dell'autonomia popolare dei processi politici, culturali ed economici, l'unità nella diversità delle opinioni, la ribellione della parola e dell'organizzazione e con urgenza la necessità di costruire un patto sociale popolare che combatta non solo il militarismo, ma anche il piano imperiale di dominio economico, sociale e culturale. Questo patto dovrà chiamare a raccolta le forze progressiste del paese, le comunità e il popolo cosciente in generale per affrontare i profondi problemi di miseria, sfruttamento e violenza in tutte le sue espressioni". Questi gli obiettivi scaturiti dall'Encuentro sobre la militarización, represión y ocupación de Honduras, che ha riunito dal 30 settembre al 3 ottobre a Tocoa, nella Valle dell'Aguán, centinaia di militanti della resistenza.

Contro i partecipanti all'incontro non sono mancate minacce e intimidazioni. E proprio a Tocoa il 2 ottobre è stato assassinato il giovane Carlos Humberto Martínez, del Movimiento Unificado Campesino del Aguán (Muca). Del 5 ottobre è il ferimento di altri due membri del Muca, Heder Jael Sánchez e Pedro Alfredo Matamoros. Pochi giorni prima era stato ferito Germán Castro, presidente della cooperativa agricola Prieta: nell'attentato era rimasta uccisa la moglie, Emelda Fiallos. In agosto, come rappresaglia ai tentativi di recupero delle terre, nel giro di ventiquattro ore erano stati uccisi i dirigenti contadini Secundino Ruiz e Pedro Salgado, quest'ultimo insieme alla moglie, Reina Mejía. Nel Bajo Aguán, dove i latifondisti impongono con il terrore la loro legge, sono già una quarantina i contadini organizzati uccisi in meno di due anni.

La criminalizzazione della lotta nelle campagne avviene anche con false notizie giornalistiche. Il 25 agosto diverse organizzazioni popolari denunciano un articolo, comparso sul quotidiano La Prensa, sull'esistenza di un fantomatico gruppo guerrigliero attivo nell'Aguán. Si cerca di creare uno scenario di guerra per giustificare la crescente militarizzazione del paese: mentre il regime lancia l'operazione Xatruch II, si rafforzano le basi statunitensi nella zona de La Mosquitia e nell'isola di Guanaja. E a cadere non sono solo i contadini: il 7 settembre a Tegucigalpa viene crivellato di colpi uno stretto collaboratore di Zelaya, il cittadino del Suriname Mahadeo Roopchand Emo Sadloo. Il giorno seguente, a Puerto Cortés, la stessa sorte tocca a Medardo Flores, giornalista di Radio Uno e amministratore delle finanze del Frente Nacional de Resistencia Popular.

La repressione si abbatte anche sugli studenti, mobilitati contro il progetto di Ley General de Educación (nuovo tentativo governativo di privatizzare l'educazione). Le scuole occupate vengono sgomberate con brutalità e le forze di sicurezza intervengono a disperdere cortei pacifici, percuotendo e arrestando decine di manifestanti. E il 22 agosto il diciassettenne Nahum Guerra Guerrero, che partecipava all'occupazione dell'istituto di agronomia dove frequentava il secondo anno, è colpito a morte da due proiettili sparati da un'auto in corsa.

5/10/2011


Bolivia, Morales chiede perdono al popolo

"Voglio chiedere nuovamente alle famiglie vittime (della repressione) che ci perdonino, che mi perdonino. Voglio che lo sappiano: non c'è stato alcun ordine né mai avremmo pensato che potesse avvenire in questo modo. Ci fa parecchio male, a noi che siamo state vittime in molte occasioni della repressione da parte della forza pubblica". Con queste parole, riportate il 29 settembre dal sito web del quotidiano La Razón, Evo Morales si è rivolto ai partecipanti all'Octava Marcha Indígena, duramente attaccati domenica 25 settembre a Yucumo dalle forze di polizia.

La marcia, diretta a La Paz, era iniziata il 15 agosto in difesa della riserva naturale del Tipnis (Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure), minacciata dalla realizzazione di un'ampia strada tra il dipartimento di Cochabamba e quello del Beni. Non vi sono alternative possibili al tracciato che attraversa il Tipnis, sostiene l'esecutivo, secondo il quale l'arteria favorirà lo sviluppo del paese. Favorirà soprattutto le casse delle imprese brasiliane incaricate dell'opera, ribattono gli oppositori.

Il cammino dei dimostranti ha incontrato l'ostilità di gruppi filogovernativi. Ma questi ultimi appaiono ora in minoranza: le manifestazioni promosse dalla Cob, la Central Obrera Boliviana, contro la violenta azione della polizia hanno registrato una forte adesione. E anche all'interno del governo si sono levate voci critiche: per protestare contro la repressione la ministra della Difesa, Cecilia Chacón, e la direttrice nazionale di Migración, María René Quiroga, hanno rassegnato le dimissioni. I funzionari considerati responsabili dell'accaduto, il ministro Sacha Llorenti e il viceministro Marcos Farfán, hanno dovuto rinunciare all'incarico. Dopo i fatti del 25 settembre Morales ha sospesola costruzione, convocando a un referendum per dirimere la questione. Un'ipotesi respinta dai marciatori, che chiedono la cancellazione definitiva del progetto.

Lo scontro ha ridato respiro alla destra, che adesso si atteggia ad ambientalista per approfondire il fossato tra il capo dello Stato e la popolazione. E non mancano le manovre di Washington: già il 24 agosto La Paz aveva annunciato l'espulsione dell'agenzia di cooperazione statunitense Usaid (United States Agency for International Development), sospettata di ingerenza nella questione. Per Evo Morales è un momento estremamente difficile, peggiore forse di quello vissuto con il gasolinazo del dicembre 2010 (il decreto di aumento dei combustibili che provocò grandi proteste e venne infine ritirato). Ma la vicenda non si esaurisce nella sorte di una riserva naturale: investe il futuro dell'intera nazione. Scrive Raúl Zibechi su Alai, América Latina en Movimiento: "Forse qualcuno può ignorare che il Buen Vivir e la rinuncia allo sfruttamento della natura impediranno l'accesso al consumo a grandi settori della popolazione? E' possibile combinare una politica che non punti allo sviluppo, una politica con bassa crescita economica, con una minima soddisfazione delle necessità di alimentazione, salute ed educazione di tutta la popolazione?"

30/9/2011


Messico, dietro i narcos una strategia della tensione?

Le azioni di violenza che quotidianamente riempiono le cronache "sfuggono alla logica tradizionale delle dispute territoriali, delle vendette e dei regolamenti di conti in seno alla delinquenza organizzata o degli scontri tra questa e gli elementi della forza pubblica dispiegati sul territorio"; fanno pensare piuttosto "alla posta in marcia di operazioni orientate principalmente a creare terrore e allarme nella popolazione e alla possibilità che il disordine, l'angoscia, la distruzione del tessuto sociale e la profonda perdita di pace pubblica non siano solo conseguenza di inettitudine nell'applicazione di una politica di sicurezza o di una sua cattiva pianificazione, ma siano anche indizi del successo di un disegno destabilizzante". Così l'editoriale de La Jornada del 26 agosto ipotizza l'esistenza di una vera e propria strategia della tensione dietro la sequenza di orrori che il Messico sta vivendo.

Il giorno precedente 53 persone erano morte a Monterrey nell'incendio del Casino Royale, appiccato da un gruppo criminale perché i proprietari si erano rifiutati di pagare la protezione. Il bilancio era stato reso ancora più pesante dal fatto che le uscite d'emergenza della casa da gioco erano bloccate. Ancora prima, a Torreón, una sparatoria davanti allo stadio mentre era in corso la partita non aveva provocato vittime solo per puro caso. E il 20 settembre nei pressi di Veracruz un commando armato ha abbandonato, di fronte a un grande centro commerciale, due camionette con i cadaveri di 35 membri di una banda rivale. Gli autori del massacro apparterrebbero al cartello Jalisco Nueva Generación, che in tal modo ha voluto sfidare le autorità: in un centro congressi a pochi metri da lì, infatti, stava per aprirsi un incontro nazionale di alti magistrati.

Ma continuano anche gli omicidi selettivi. Il 26 luglio a Boca del Río (Stato di Veracruz) viene trovata decapitata la giornalista di Notiver Yolanda Ordaz de la Cruz: stava indagando sull'uccisione del suo collega Miguel Angel López Velasco, avvenuta in giugno. Il 25 agosto a Culiacán, nello Stato di Sinaloa, viene rinvenuto il cadavere di Humberto Millán Salazar, direttore del settimanale on line A discusión: era stato sequestrato il giorno prima da uomini armati. Nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre vengono assassinate Ana María Marcela Yarce Viveros e Rocío González Trápaga, giornaliste della rivista di sinistra Contralínea: i loro corpi, con segni di violenza, sono ritrovati in un parco della capitale. Il 17 settembre vengono scoperti in una località del Guerrero i cadaveri, in avanzato stato di decomposizione, del deputato del Pri Moisés Villanueva e del suo autista Eric Estrada, scomparsi da due settimane. E il 25 settembre a Nuevo Laredo appare il corpo decapitato di María Elizabeth Macías, capo redattrice del quotidiano locale Primera Hora: è stata uccisa per le sue coraggiose denunce in rete delle azioni dei narcos.

Un elemento inquietante in questo quadro di violenza, afferma il già citato editoriale, è la presenza "di gruppi appartenenti alle agenzie di sicurezza e di informazione della Casa Bianca e delle forze speciali del Pentagono, istituzioni alle quali non sono estranee le strategie di disgregazione, di ingovernabilità e di insicurezza collettiva fuori dal territorio statunitense". La conferma viene dalla stessa stampa Usa. "Gli Stati Uniti stanno espandendo il loro ruolo nel sanguinoso conflitto in Messico contro le organizzazioni di narcotrafficanti, inviando nel paese nuovi agenti della Cia e personale militare in ritiro e considerando l'impiego di contractors privati", scrive The New York Times del 7 agosto. Washington ha già addestrato circa 4.500 agenti messicani, ha fornito assistenza nelle intercettazioni telefoniche, nella gestione degli informatori e nell'interrogatorio dei sospetti, ha inviato sofisticate attrezzature (compresi gli elicotteri Black Hawk) e negli ultimi mesi ha dato avvio ai voli di ricognizione con i droni. La lotta contro la droga sta passando sempre più sotto il controllo del Pentagono e la militarizzazione del conflitto produce un crescente costo in vite umane e una sempre maggiore repressione della protesta sociale.

L'unico segnale di speranza è costituito dalla società civile: il 19 settembre la nuova Caravana por la Paz guidata dal poeta Javier Sicilia è giunta a Città del Messico dopo un percorso di tremila chilometri. Se in giugno aveva avuto come meta Ciudad Juárez, nell'estremo nord, questa volta la carovana ha attraversato le regioni meridionali, raccogliendo anche qui testimonianze di violenze e di prevaricazioni non solo verso la popolazione locale, ma verso i migranti centroamericani che tentano di raggiungere il confine statunitense. "Tra i risultati immediati della Caravana al Sur - scrive Luis Hernández Navarro su La Jornada del 20 settembre - vi è quello di aver costruito un ponte visibile tra i vecchi abusi del potere e la nuova insicurezza pubblica. Parenti delle vittime della guerra sucia che chiedono giustizia, comunità indigene che hanno sofferto la repressione di paramilitari ed esercito si sono incontrati e si sono riconosciuti con i familiari dei desaparecidos della guerra contro il narcotraffico di Felipe Calderón".

26/9/2011


Guatemala, le destre al ballottaggio

Saranno un ex militare accusato di numerosi massacri e un imprenditore sospettato di legami con il narcotraffico a disputarsi il 6 novembre la presidenza del Guatemala. E' questo il risultato del primo turno delle presidenziali svoltosi domenica 11 settembre. Si chiude così il breve periodo di Alvaro Colom, la cui elezione nel 2007 aveva suscitato tante speranze di cambiamento. Durante il suo mandato Colom ha introdotto alcune timide misure per alleviare la miseria, ma nel complesso le sue promesse sono rimaste tali. E il tentativo di assicurare la continuazione del suo programma attraverso la moglie Sandra Torres è fallito: la legge proibisce infatti la candidatura di familiari del capo dello Stato e il falso divorzio tra i due non è bastato a far sì che il Tribunal Supremo Electoral permettesse alla primera dama di presentarsi alle consultazioni.

In tal modo ha avuto gioco facile Otto Pérez Molina, generale a riposo formatosi nella famigerata Escuela de las Américas da cui sono usciti i peggiori repressori e dittatori del continente. Candidato del Partido Patriota, Pérez Molina si è aggiudicato il 36% dei voti promettendo mano dura ai suoi compatrioti spaventati dall'aumento della delinquenza organizzata e dalla penetrazione di gruppi narcos come i messicani Los Zetas. A quanto pare hanno fatto poca presa sull'elettorato le stragi che l'ex generale avrebbe compiuto nella regione indigena del Nebaj durante la guerra civile e neppure l'esplicita accusa, rivoltagli da Francisco Goldman nel libro El arte delasesinato político, di essere implicato nell'omicidio del vescovo Gerardi (che con la pubblicazione del rapporto Guatemala Nunca Más aveva denunciato le violenze di paramilitari ed esercito).

Avversario di Otto Pérez nel ballottaggio sarà Manuel Baldizón, che ha ottenuto il 23% dei suffragi anche grazie alla proposta di ripristinare la pena di morte. Baldizónera stato eletto deputato nel 2007 nelle file del partito di Colom, l'Unidad Nacional de la Esperanza, ma se ne era poi allontanato perché deluso nelle sue aspettative di essere candidato alle presidenziali. Aveva dunque creato una sua forza politica ribattezzata Lider, Libertad Democrática Renovada, ed era riuscito a comprarsi l'adesione di una decina di parlamentari (lo testimoniano i cablogrammi resi noti da Wikileaks, in cui si parla di 61.000 dollari versati a ogni transfuga). Se Pérez Molina è espressione dell'oligarchia tradizionale, Baldizón ha l'appoggio di settori emergenti giunti alla ricchezza con attività non sempre lecite: ne è un esempio la sua vicinanza alla famiglia di narcotrafficanti Mendoza Matta.

Denunce di irregolarità e di compravendita di voti sono state presentate dal Premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú, candidata del Frente Amplio, una coalizione progressista composta dal Movimiento Político Winaq, dall'Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (Urng-Maíz), da Alternativa Nueva Nación e da diverse organizzazioni comunitarie e sociali. Il razzismo tuttora forte in Guatemala e la frammentazione dell'elettorato indigeno hanno penalizzato il Frente Amplio, che ha raccolto poco più del 3% dei consensi.

13/9/2011


Cile, "Il popolo ha recuperato la memoria"

"Il popolo ha recuperato la memoria". Questa frase del deputato comunista Hugo Gutiérrez sintetizza nel modo migliore il significato del corteo dell'11 settembre. Accanto ai vecchi militanti che ricordavano il 38° anniversario del golpe marciavano migliaia di giovani, in rappresentanza del movimento che vuole abbattere il modello educativo ereditato dal regime militare. E gli slogan andavano dall'evocazione del "compagno presidente" Salvador Allende alla consegna della lotta di questi giorni: "Cadrà, cadrà l'educazione di Pinochet". I dirigenti di queste lotte studentesche "sono il seme di una generazione che ha lottato contro la dittatura e che si è stancata dei vent'anni della transizione politica cilena, che sono stati uno schifo perché con la Concertación si è approfondito il modello politico-economico", ha dichiarato Lorena Pizarro, presidente dell'Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, al quotidiano argentino Página/12.

Da tre mesi gli studenti si battono con manifestazioni, occupazioni, scioperi della fame, cacerolazos per una scuola pubblica, gratuita e di qualità. Un massiccio sciopero nazionale il 24 e il 25 agosto ha visto su questi temi la mobilitazione della Cut, la principale centrale sindacale. E i numerosi cortei, soprattutto quelli del 21 e del 25 agosto, hanno riunito centinaia di migliaia di persone, mostrando che le richieste studentesche raccolgono la simpatia di ampi settori.

Il governo ha risposto con una violenta repressione che ha provocato decine di feriti e la morte del sedicenne Manuel Gutiérrez (colpito la sera del 25 agosto da un proiettile dei carabineros). La stessa repressione usata in luglio contro i terremotati di Dichato, una località del sud devastata dal cataclisma del febbraio 2010, che protestavano contro la lentezza della ricostruzione. Alla fine però il presidente Piñera, con una popolarità in caduta libera, ha dovuto tentare la carta del dialogo. Un segno di debolezza delle autorità e una prima vittoria dei giovani cileni.

11/9/2011


Brasile, Amorim sostituisce Jobim alla Difesa

Nuovi avvicendamenti nell'esecutivo. Il 4 agosto il titolare della Difesa, Nelson Jobim, ha dovuto rinunciare all'incarico su richiesta della presidente Rousseff: dopo i pesanti attacchi lanciati a due colleghe, la sua presenza nel governo era diventata insostenibile. Come già avvenuto per altre nomine, anche quella di Jobim era stata imposta da Lula e accettata senza troppo entusiasmo da Dilma Rousseff, che non apprezzava la sua eccessiva vicinanza alle posizioni delle gerarchie militari. Queste ultime si oppongono con forza a qualsiasi tentativo di cancellare l'impunità di cui hanno finora goduto e vedono con sospetto anche la creazione di una Comissão da Verdade: hanno dunque reagito negativamente all'arrivo al dicastero della Difesa dell'ex ministro degli Esteri Celso Amorim, considerato troppo di sinistra. "La peggiore scelta possibile" è stato il commento fatto trapelare alla stampa da alcuni alti ufficiali, protetti dall'anonimato.

Se nel cambio della guardia alla Difesa sono intervenute ragioni strettamente politiche, le dimissioni il 17 agosto del ministro dell'Agricoltura, Wagner Rossi, sono state motivate da denunce di irregolarità. Al posto di Rossi è stato designato il parlamentare Mendes Ribeiro Filho, esponente - come il suo predecessore - del Partido do Movimento Democrático Brasileiro. La battaglia di Dilma Rousseff contro la corruzione, che aveva già visto la caduta del capo di gabinetto, Antonio Palocci, e del titolare dei Trasporti, Alfredo Nascimento, sembra essere ben accolta nel paese: la presidente ha raggiunto nei sondaggi il 70% di popolarità.

GIUDICE CORAGGIOSA UCCISA A RIO. La giudice Patrícia Ascioli aveva rinviato a giudizio poliziotti e militari colpevoli di esecuzioni sommarie ai danni di semplici sospetti, in una guerra ai narcotrafficanti che nelle favelas continua a mietere vittime innocenti. La sera del 12 agosto la magistrata è stata assassinata a Rio de Janeiro da un commando di una dozzina di persone, che dopo averle teso un'imboscata l'hanno crivellata di colpi. Le analisi dei periti non lasciano dubbi sui responsabili: gli assassini hanno usato armi in dotazione delle forze di sicurezza dello Stato di Rio.

A Marabá, nello Stato amazzonico del Pará, due uomini incappucciati hanno ucciso il 25 agosto il leader contadino Valdemar Oliveira Barbosa. Membro del Sindicato dos Trabalhadores Rurais, un anno fa Barbosa aveva coordinato un gruppo di famiglie nell'occupazione della Fazenda Califórnia, a Jacundá. Dopo lo sgombero della tenuta da parte della polizia, il sindacalista non si era arreso e minacciava una nuova occupazione: per questo si sospetta che il proprietario abbia assoldato i sicari incaricati di fermarlo.

25/8/2011


Perú, l'ingiustizia regna nelle carceri

Antauro, fratello minore di Ollanta Humala, spera in un atto di clemenza del neo capo dello Stato che gli permetta di uscire dal carcere, dove sconta una pesante condanna per l'azione armata del gennaio 2005 contro l'allora presidente Alejandro Toledo. Alla testa di un gruppo di militanti del Movimiento Etnocacerista, formazione nazionalista che prende il nome dall'eroe della guerra contro il Cile Andrés Avelino Cáceres (1836-1923), aveva assalito il commissariato di Andahuaylas provocando la morte di quattro poliziotti.

Per ora Ollanta non appare disposto a esaudire la richiesta del fratello: il tema - ha detto - non è nell'agenda dell'esecutivo. Contro un'eventuale liberazione di Antauro si oppongono due considerazioni: da una parte l'ex presidente Toledo è oggi il miglior alleato del governo, dall'altra un tale provvedimento potrebbe favorire anche l'ex dittatore Alberto Fujimori. Un'ipotesi già ventilata l'8 agosto dal titolare della Difesa, Daniel Mora (e in seguito smentita dalla vicepresidente Marisol Espinoza). Parlando con i giornalisti, il ministro aveva dichiarato di ritenere possibile un indulto o un'amnistia "per ragioni umanitarie" sia a favore di Antauro che di Fujimori.

Nel frattempo sui privilegi riservati a quest'ultimo è scoppiato l'ennesimo scandalo, dopo le rivelazioni sulla stampa dei festeggiamenti organizzati a fine luglio per il suo 73° compleanno. Una grande parrillada era stata predisposta nel penitenziario vip che lo ospita e Fujimori aveva fatto gli onori di casa accogliendo familiari e amici (tra cui molti parlamentari, come si poteva dedurre dal numero di auto ufficiali in attesa all'esterno).

A rendere ancora più scandalosa questa prigionia dorata vi sono le condizioni inumane cui sono sottoposti altri detenuti, in particolare i membri del Movimiento Revolucionario Túpac Amaru. Basti pensare alla sorte di Víctor Polay Campos, tuttora rinchiuso nella prigione militare del Callao. E da mesi le organizzazioni umanitarie chiedono inutilmente alle autorità la scarcerazione di Jaime Ramírez Pedraza, condannato nel 1995 a 25 anni. Colpito da una grave forma di neuropatia degenerativa, Ramírez Pedraza non è più in grado di muovere gli arti superiori e avrebbe bisogno di cure specialistiche che in cella gli sono negate.

22/8/2011


Colombia, sanguinosa campagna elettorale

Nessuna tregua alla violenza in Colombia: in vista delle consultazioni del 30 ottobre per l'elezione di governatori, sindaci e consiglieri comunali, 28 candidati sono stati assassinati e altre decine di esponenti politici sono stati minacciati di morte. Lo ha reso noto il 16 agosto il senatore Camilo Romero, del Polo Democrático Alternativo, che ha denunciato la persistenza di "residui dei paramilitari e della parapolitica che mirano al potere locale". Alcuni dei parlamentari arrestati per i loro legami con i paras, ha accusato Romero, continuano a controllare i processi elettorali nelle loro regioni. Su 978 dei 1.100 municipi pesa il rischio della violenza per la presenza attiva di gruppi armati illegali.

E a conferma di questo fosco panorama si è appreso che l'ex senatrice Piedad Córdoba, dirigente di Colombianas y Colombianos por la Paz, ha dovuto abbandonare il paese dopo essere stata avvertita di un imminente attentato alla sua vita. Non è la prima volta che Piedad Córdoba finisce nel mirino dell'estrema destra, che le rimprovera la sua battaglia in difesa di una soluzione pacifica del conflitto e la sua opera di mediazione con le Farc per la liberazione degli ostaggi. Questa ennesima minaccia "è il risultato di tutta la campagna orchestrata da Uribe contro di lei, non solo per determinare la sua morte politica, ma per provocare il suo assassinio", ha affermato Luis Guillermo Pérez, legale dell'ex parlamentare. Pérez ha responsabilizzato anche l'attuale presidente, Juan Manuel Santos, che non ha riconosciuto la legittimità della gestione della Córdoba a favore dei sequestrati e della pace e "ha taciuto di fronte agli attacchi di Uribe".

19/8/2011


Argentina, Cristina Fernández trionfa alle primarie

In giugno la presidente Fernández aveva sciolto la riserva e confermato l'intenzione di ripresentare la sua candidatura alle elezioni del 23 ottobre, scegliendo come compagno di formula l'attuale ministro dell'Economia, Amado Boudou. La sua decisione è stata premiata con una vittoria schiacciante alle primarie del 14 agosto: Cristina Fernández ha ottenuto oltre il 50% dei suffragi, distaccando del 38% il suo diretto avversario Ricardo Alfonsín (Unión para el Desarrollo Social, centrodestra). Quasi alla pari con Alfonsín si è attestato l'esponente della destra peronista Eduardo Duhalde (Frente Popular). Al quarto posto, con il 10%, il socialista Hermes Binner (Frente Amplio Progresista), seguito da un altro peronista di destra, Alberto Rodríguez Saá (Alianza Compromiso Federal, 8%), dalla conservatrice messianica Elisa Carrió (Coalición Cívica-Ari, poco più del 3%), da Jorge Altamira del Frente de Izquierda (quasi il 2,5%, un dato che supera comodamente lo sbarramento dell'1,5%).

Il trionfo di Cristina, tanto più importante considerata l'alta l'affluenza alle urne (l'astensionismo è rimasto sotto il 22%), non è dovuto solo alle divisioni dell'opposizione. Vi hanno contribuito senza dubbio la favorevole congiuntura economica e l'aumento dell'occupazione (anche se spesso "in nero"). E l'elettorato sembra aver apprezzato i provvedimenti governativi volti a migliorare la situazione dei settori più svantaggiati, come l'asignación universal por hijo o l'ampliamento alle casalinghe della copertura previdenziale. Senza contare l'appoggio alla battaglia delle Madres e delle Abuelas contro l'impunità, il progresso nel campo dei diritti civili con il matrimonio egualitario, il ritorno alla gestione pubblica dei fondi pensionistici, la rinazionalizzazione di Aerolíneas Argentinas. E le nuove norme per contrastare il monopolio delle telecomunicazioni, norme contro cui le grandi corporazioni - gruppo Clarín in testa - hanno scatenato una feroce offensiva mediatica. Certo, non tutto è perfetto nell'Argentina di Cristina Fernández: determinati interessi appaiono inattaccabili e sulla gestione di alcune opere pubbliche pesano sospetti di corruzione; la percentuale di poveri, pur diminuita, non riesce a scendere sotto il 20%; i dati ufficiali sull'inflazione sono poco credibili. Ma soppesando i pro e i contro, il paese ha deciso di darle fiducia.

Il risultato del 14 agosto era stato preceduto da segnali non troppo incoraggianti. Nel ballottaggio di fine luglio Mauricio Macri si era riconfermato alla guida di Buenos Aires, sconfiggendo con ampio margine Daniel Filmus, candidato del governativo Frente para la Victoria. Macri aveva potuto contare sul sostegno di tutte le formazioni di destra e di centrodestra e soprattutto sui principali media, mentre la sinistra si era presentata in ordine sparso. In particolare aveva fatto discutere la decisione del regista Pino Solanas (Proyecto Sur), che dopo l'esclusione dal secondo turno aveva deciso di non dare indicazioni di voto ai suoi elettori. Sempre in luglio, nella provincia di Jujuy, un violento sgombero di famiglie sin techo che avevano occupato le terre dell'Ingenio Ledesma di proprietà della famiglia Blaquier (latifondisti tristemente noti per la loro complicità con la dittatura) si era chiusa con il tragico bilancio di quattro morti e diversi feriti. L'improvviso attacco della polizia, coadiuvata dalle guardie dell'impresa, era avvenuto mentre erano in corso le trattative tra le autorità locali e gli occupanti, che chiedevano l'espropriazione di alcuni ettari di terreno per costruirvi le proprie abitazioni.

18/8/2011


Perú, un governo all'insegna della continuità

In assenza del suo predecessore Alan García (che temeva di essere subissato dai fischi) e tra le contestazioni dei parlamentari fujimoristi, il 28 luglio si è svolta la cerimonia di insediamento di Ollanta Humala. A scatenare le ire dei sostenitori dell'ex dittatore la decisione del presidente eletto di giurare sulla Costituzione del 1979 e non su quella attualmente in vigore, imposta da Alberto Fujimori nel 1993. Anche i due vicepresidenti, Marisol Espinoza Cruz e Omar Chehade Moya, hanno prestato giuramento sulla vecchia Carta Magna.

Nel suo discorso Humala ha promesso di dedicare tutte le sue energie "a porre le basi per cancellare in maniera definitiva dalla nostra storia il volto lacerante dell'esclusione e della povertà, edificando un Perú per tutti". E ha poi annunciato l'aumento del salario minimo da 600 a 750 soles - una delle principali promesse della sua campagna - in due tappe: la prima subito, la seconda nel gennaio 2012. Altri annunci attesi: un'imposta sui profitti straordinari delle compagnie minerarie (da negoziarsi con le stesse imprese) e la revisione dei contratti di esportazione del gas con il consorzio internazionale che sfrutta il progetto Camisea per dare priorità al mercato interno. Il neo presidente si è poi impegnato a vigilare sullo Stato di diritto, a difendere i diritti umani e la libertà di stampa e a lottare contro la corruzione.

Nel complesso non si prospettano grandi svolte politiche. Humala ha prefigurato, nell'ambito di "un'economia nazionale di mercato aperta al mondo", un rafforzamento dello Stato che si faccia promotore "non solo della crescita, ma anche dello sviluppo sociale". Allo stesso tempo ha assicurato il rispetto dei trattati di libero commercio sottoscritti dal Perú, trattati che porranno all'azione del governo limiti ben precisi. E come hanno notato alcuni commentatori, ha sorvolato su temi importanti quali i diritti sindacali e il dialogo con le comunità sullo sfruttamento delle risorse naturali nei territori indigeni.

Anche la composizione del nuovo gabinetto mostra scarsa volontà di cambiamento. Alla testa dell'esecutivo l'industriale Salomón Lerner Ghitis, che ha guidato la campagna elettorale e ha contribuito al suo finanziamento: rappresenta il legame del neo presidente con il mondo dell'imprenditoria. Il dicastero dell'Economia è affidato a Luis Miguel Castilla, neoliberista ortodosso già viceministro di Alan García. La continuità del modello economico è ribadita dalla ratifica, alla guida del Banco Central de Reserva, di Julio Velarde, anch'egli legato agli ambienti imprenditoriali. Humala si guadagna così gli applausi della destra, ma suscita non poche preoccupazioni in quei settori di sinistra che lo hanno portato alla vittoria. Tanto più che il dicastero del Lavoro viene assunto da Rudecindo Vega, ex ministro del governo (non certo progressista) di Alejandro Toledo. L'alleanza con l'ex presidente, che lo ha già aiutato nel secondo turno, garantisce a Humala la maggioranza al Congresso. Difesa e Interno sono assegnati a due militari a riposo, Daniel Mora e Oscar Valdés, nonostante la promessa di destinare a esponenti civili questi fondamentali incarichi. Scarsa infine la rappresentanza femminile: la dirigente del Partido Socialista Aída García Naranjo al Ministero della Donna e dello Sviluppo Sociale, la docente universitaria Patricia Salas all'Istruzione e la cantante Susana Baca alla Cultura.

Il nuovo presidente eredita un paese scosso da forti tensioni sociali. Il 24 giugno, dopo oltre un mese e mezzo di proteste della popolazione locale e una sanguinosa repressione da parte della polizia (che aveva provocato cinque morti e una trentina di feriti), il presidente Alan García era stato costretto a revocare alla canadese Bear Creek Mining Corporation la concessione mineraria nel dipartimento di Puno. Qualche giorno prima erano stati gli studenti a ribellarsi contro il progetto di legge che prevedeva tagli finanziari all'Universidad Nacional de Huancavelica per creare un altro centro di studi: il bilancio era stato di quattro morti e oltre settanta feriti.

28/7/2011


Cile, studenti e lavoratori contro Piñera

Decisamente un periodo nero per il presidente Piñera: l'ultimo sondaggio d'opinione rivela che solo il 31% dei cileni approva la sua gestione. E da oltre un mese il capo dello Stato deve affrontare le proteste degli studenti, che hanno occupato decine di istituti e dato vita a innumerevoli cortei.

A differenza degli anni del governo Bachelet, quando a manifestare erano soprattutto i pingüinos (i liceali), ora la protesta coinvolge anche universitari e docenti. Vogliamo "che si ponga fine al profitto in campo educativo, che lo Stato recuperi il suo ruolo, che si privilegi il pubblico rispetto al privato, maggiore democrazia nelle scuole e nelle università e che si vada verso un'educazione di qualità e non elitaria come quella attuale": queste le rivendicazioni comuni elencate dal presidente del Colegio de Profesores, Jaime Gajardo. E Camila Vallejo, la giovane leader della Fech (Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile), spiega perché il movimento respinge il dialogo con l'esecutivo: "Noi esigiamo che sia rispettata la legge in base alla quale non si può lucrare sull'educazione. Questa norma non viene rispettata ed è mancata la volontà politica di farla rispettare". Non è sorprendente, dal momento che perfino membri del governo hanno sostanziosi interessi nella scuola privata.

La proposta de La Moneda di apportare qualche ritocco al sistema (aumento dei fondi da destinare all'insegnamento superiore e nuove borse di studio) non ha convinto gli studenti, che il 14 luglio sono scesi di nuovo in piazza. Erano forse un po' meno numerosi (in giugno avevano manifestato in 200.000), ma combattivi e decisi ad andare avanti. E come è ormai quasi consuetudine, a Santiago le forze dell'ordine hanno caricato con violenza il corteo.

Le proteste non vengono soltanto da licei e università. L'undici luglio, proprio nel quarantesimo anniversario della storica nazionalizzazione del rame decisa da Salvador Allende, i lavoratori della Codelco (Corporación Nacional del Cobre) hanno attuato uno sciopero di 24 ore contro i piani di ristrutturazione della nuova dirigenza e contro le minacce di privatizzazione. Il governo si è affrettato a smentire ogni intenzione di vendere Codelco, che solo nel 2010 ha garantito al fisco introiti per sei miliardi di dollari.

Le difficoltà in cui si dibatte il governo sono apparse chiare il 18 luglio quando Piñera ha annunciato un ampio rimpasto, il secondo da quando ha assunto il potere. Oltre a una serie di avvicendamenti, nell'esecutivo sono entrati due senatori del partito di estrema destra Unión Demócrata Independiente (Udi): Andrés Chadwick alla Segreteria Generale di Governo e Pablo Longueira al Ministero dell'Economia. Un altro esponente dell'Udi, Joaquín Lavín, messo sotto accusa dalla mobilitazione studentesca, ha lasciato a Felipe Bulnes il dicastero dell'Istruzione per assumere quello della Pianificazione. E subito è comparsa in rete una foto che ritrae Chadwick, Longueira e Lavín a colloquio con il dittatore Pinochet: un'immagine eloquente del peso che i sostenitori del vecchio regime stanno sempre più assumendo nell'esecutivo.

PODLECH ASSOLTO A ROMA. "Con questa sentenza mio marito è stato fatto sparire di nuovo". Sono le amare parole di Fresia Cea, moglie di Omar Venturelli, l'ex sacerdote italiano scomparso nelle carceri di Pinochet. L'11 luglio la Prima Corte d'Assise di Roma ha assolto "per non aver commesso il fatto" l'ex procuratore militare Alfonso Podlech Michaud dall'accusa di omicidio aggravato. Quanto agli altri reati di cui Podlech era imputato, per il sequestro di persona è intervenuta la prescrizione, per la strage l'impossibilità a procedere perché in Cile quel reato non esiste. La decisione del tribunale ha provocato sconcerto negli ex prigionieri e nei familiari dei desaparecidos, venuti a Roma a testimoniare nonostante le pressioni e le minacce ricevute in patria.

18/7/2011


Venezuela, la malattia di Chávez

"Sento che sto uscendo dall'abisso". Con queste parole di speranza Hugo Chávez aveva suggellato dall'Avana il suo discorso del 30 giugno. Con un breve messaggio alla nazione il presidente venezuelano, pallido e dimagrito, aveva rotto il silenzio ed era intervenuto in prima persona sulle voci e le speculazioni in merito al suo stato di salute. Chávez aveva ammesso di essere stato operato di cancro a Cuba, dove era stato ricoverato inizialmente per un ascesso pelvico. "Gli esami hanno confermato l'esistenza di un tumore con presenza di cellule cancerogene che ha reso necessario un secondo intervento", aveva spiegato, aggiungendo di non aver comunque delegato la guida del paese e di essersi mantenuto in costante contatto con il vicepresidente Elías Jaua e con il resto del governo. Il 4 luglio Chávez era tornato in patria, accolto da una massiccia manifestazione di sostenitori, per seguire il giorno successivo (sia pure attraverso la televisione) le celebrazioni del Bicentenario dell'Indipendenza.

Il trattamento medico non si è però concluso con l'asportazione del tumore. Per questo il 16 luglio, prima di ripartire alla volta di Cuba per un primo ciclo di chemioterapia, Chávez ha affidato alcune funzioni al vicepresidente Jaua e al ministro di Pianificazione e Finanze, Jorge Giordani. Una delega parziale, non certo la rinuncia al governo come richiesto dall'opposizione, che sfruttando l'infermità del capo dello Stato preme per elezioni anticipate (le consultazioni presidenziali sono previste per la fine del 2012). Resta il fatto che la malattia ha posto allo scoperto un problema fondamentale della Rivoluzione Bolivariana: la mancata creazione di una nuova classe dirigente. L'eccessivo personalismo ha reso la figura di Chávez difficilmente sostituibile e una sua scomparsa comprometterebbe la continuità del progetto.

16/7/2011


Honduras, nasce il Frente Amplio

Il 28 giugno il Frente Nacional de Resistencia Popular ha ricordato il secondo anniversario del colpo di Stato del 2009. Nei pressi della base Usa di Soto Cano una manifestazione di protesta contro il ruolo giocato da Washington a favore dei golpisti è stata attaccata con violenza da militari e polizia.

Impunità e violazioni dei diritti umani - denuncia il Fnrp - non sono cessate nonostante la firma dell'accordo per l'avvio di un processo di riconciliazione. "Si sta perseguitando l'opposizione e i golpisti vengono protetti, dunque mi sembra che si stia violando l'Acuerdo de Cartagena", ha affermato Manuel Zelaya esprimendo solidarietà al suo ex ministro Enrique Flores Lanza, attualmente agli arresti domiciliari per una serie di strumentali accuse. Sempre Zelaya ha proposto di dar vita a una nuova alleanza politica, il Frente Amplio de Resistencia Popular, per la costruzione di un'alternativa al sistema oligarchico. La proposta è stata approvata a maggioranza, il 26 giugno, dall'assemblea dei delegati del Fnrp riuniti a Tegucigalpa.

Si allunga intanto la lista dei giornalisti uccisi: il 4 luglio a La Ceiba è stato assalito, derubato e colpito alla testa da un proiettile Adán Benítez, collaboratore di diverse emittenti radiotelevisive. La polizia ha subito segnalato il furto come movente del crimine, ma soltanto una settimana prima Benítez aveva denunciato, nel corso del notiziario, una banda di delinquenti della zona. Anche per la morte del direttore di Radio Joconguera di Candelaria, Nery Jeremías Orellana Serrano, la polizia sta seguendo la pista della rapina. Eppure Orellana, ferito gravemente il 14 giugno mentre in moto si dirigeva alla sede dell'emittente e deceduto qualche ora dopo in ospedale, aveva ricevuto in passato pesanti minacce. La sua "colpa": aveva aperto gli spazi informativi della radio alle voci della resistenza e alle denunce delle violenze commesse contro le comunità locali.

15/7/2011


Cile, un grande avvocato comunista

Il 13 luglio, nel Cementerio General, i comunisti cileni hanno dato un commosso saluto a Fernando Ostornol, spentosi a novant'anni a Santiago. Insigne avvocato, Fernando Ostornol aveva messo le sue conoscenze e la sua energia al servizio delle lotte popolari. Nel 1970 aveva contribuito alla vittoria di Unidad Popular e durante la presidenza di Salvador Allende aveva ricoperto incarichi presso la Procura del Banco del Estado. Dopo il golpe di Pinochet si era occupato come legale della situazione dei detenuti politici. Aveva assunto tra l'altro la difesa di Luis Corvalán, segretario generale del Partido Comunista, e questo gli era costato l'arresto e una lunga detenzione nei campi di concentramento della dittatura. Liberato, era stato costretto a partire per l'esilio, ma non aveva abbandonato la sua militanza: prima in Italia e poi in Messico si era battuto per costruire la solidarietà internazionale attorno alla causa cilena. Rientrato in patria al ritorno della democrazia, aveva continuato fino all'ultimo a lavorare per una società più giusta. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ricorda l'acutezza delle sue analisi politiche e la sua profonda cultura, ma anche la sua umanità, la sua semplicità, il suo amore per la vita.

13/7/2011


Brasile, ancora morti per l'Amazzonia

Lottare per la difesa dell'Amazzonia continua a costare la vita. Il 24 maggio a Nova Ipixuna, nel Pará, sono stati uccisi in un'imboscata i coniugi José Cláudio Ribeiro da Silva e Maria do Espírito Santo. I due erano stati più volte minacciati per la loro coraggiosa battaglia contro la deforestazione. Cinque giorni dopo è stato trovato nella stessa zona il cadavere del giovane Eremilton Pereira dos Santos: forse era stato testimone dell'omicidio precedente e per questo i killer hanno voluto farlo tacere. Il 27 maggio a Vista Alegre do Abunã, in Rondônia, è stata la volta del dirigente contadino Adelino Ramos, che nell'agosto 1995 era sopravvissuto al massacro di Corumbiara (il sanguinoso sgombero, da parte della polizia, di una tenuta occupata dai sem terra).

Il primo giugno è stato assassinato, nelle campagne di Eldorado dos Carajás (Pará), Marcos Gomes da Silva. Colpito dapprima nei pressi di casa, è stato poi finito dagli attentatori mentre, a bordo di una macchina, veniva trasportato in ospedale da un vicino. Qualche giorno dopo, sempre nel Pará, ignoti killer hanno ucciso Obede Loyla Souza, colpevole di aver denunciato il taglio indiscriminato delle foreste. Infine il 2 luglio a Sertânia (Pernambuco) è stato ammazzato il leader contadino José Luiz da Silva. Questa volta il crimine è avvenuto in una fazenda appartenente al governo statale: come ha denunciato la Commissione Pastorale della Terra, le famiglie accampate nell'area da oltre un decennio non hanno ancora ottenuto la regolarizzazione del possesso dei terreni e sono sottoposte a continue minacce da parte dei mercanti di legname della regione.

La nuova ondata di violenza contro gli ambientalisti si accompagna a una pericolosa offensiva a livello legislativo. Proprio il 24 maggio, giorno del duplice delitto di Nova Ipixuna, la Camera ha approvato con 410 voti a favore, 63 contrari e un'astensione una riforma del Codice Forestale che Raul Silva Telles do Valle, dell'Instituto Socioambiental, ha definito "il più grosso passo indietro della legislazione ambientale brasiliana degli ultimi decenni". Grazie a un emendamento presentato dal Partido do Movimento Democrático Brasileiro (alleato del governo), la riforma prevede tra l'altro un'amnistia per quanti si siano resi responsabili del disboscamento illegale di aree protette prima del 22 luglio 2008. Le pressioni dei produttori agricoli per rendere meno rigide le norme in materia si sono accentuate con l'aumento internazionale dei prezzi: nel Mato Grosso, in un anno, il guadagno garantito dalla soia è aumentato quasi del 100%. In attesa del voto del Senato, da più parti si è chiesto alla presidente Rousseff di porre il veto alla legge.

Non sono solo le questioni ambientali ad agitare le acque della politica brasiliana. In giugno la decisione del Supremo Tribunal Federal di scarcerare Cesare Battisti, negando definitivamente l'estradizione chiesta dall'Italia, ha innescato una crisi diplomatica con Roma: alle proteste di Frattini e Napolitano si è aggiunto il commento di Calderoli, che ha proposto come ritorsione il boicottaggio dei Mondiali del 2014. Secca la risposta di Dilma Rousseff, riportata dalla sua portavoce: una decisione del Tribunale Supremo non si discute, si rispetta.

Sempre in giugno è tornata d'attualità la battaglia per la verità sui crimini della dittatura, un impegno assunto da Dilma all'atto dell'insediamento. Già nel 2010 alti ufficiali a riposo avevano parlato del "rischio" rappresentato dall'arrivo al potere di un'ex guerrigliera; all'inizio di quest'anno il generale in attività Carvalho Siqueira aveva difeso l'operato dei repressori. Ora la questione è stata ripresa da due ex presidenti che non hanno mai nascosto le loro simpatie per le forze armate: José Sarney e Fernando Collor de Mello. Con accenti diversi, i due si sono detti contrari all'apertura degli archivi del regime militare, perché questo potrebbe provocare problemi con i paesi vicini e minacciare gli alti interessi dello Stato. Dietro i tentativi di impedire la divulgazione di documenti segreti vi è probabilmente il desiderio di nascondere la partecipazione brasiliana, tutt'altro che secondaria, al Plan Cóndor. Ma dopo una breve incertezza, dovuta al timore di ripercussioni tra gli alleati di governo (di cui Sarney è un importante esponente), Dilma Rousseff ha deciso di andare avanti e il 17 giugno ha fatto sapere che "in materia di diritti umani non esiste alcun documento ultra segreto".

Oltre a rintuzzare gli attacchi dei circoli militari, in queste ultime settimane la presidente ha dovuto far fronte a due scandali che hanno coinvolto membri della compagine di governo. A metà maggio la bufera ha colpito il potente capo di gabinetto Antonio Palocci, sospettato di arricchimento illecito perché in quattro anni il suo patrimonio personale è aumentato di venti volte. Dopo aver cercato inutilmente di resistere, il 7 giugno Palocci si è visto costretto a rinunciare per la seconda volta a un incarico governativo (era già avvenuto, per motivi analoghi, nel 2006). La sua sostituzione con una senatrice del Pt quasi sconosciuta, Gleisi Hoffmann, rappresenta secondo alcuni commentatori l'affrancamento di Dilma dalla tutela del suo predecessore: era stato Lula, infatti, a imporre il nome di Palocci come garanzia della continuità nella politica economica. Neanche un mese dopo si è dimesso per sospetta corruzione il ministro dei Trasporti, Alfredo Nascimento (altra nomina voluta da Lula). I due episodi hanno dimostrato la volontà della presidente Rousseff di non accettare attorno a sé politici chiacchierati.

6/7/2011


Messico, la carovana della resistenza

"Voglio chiedere al presidente Calderón se ne è valsa la pena. Se nella sua guerra di 40.000 morti e 10.000 scomparsi sono i criminali a cadere. Io dico che è in debito verso queste vittime, che la sua guerra è sbagliata e che non avrebbe dovuto intraprenderla, dal momento che le istituzioni si stanno rivelando marce, perché sono complici". Così il poeta Javier Sicilia si è rivolto al capo dello Stato a Chihuahua, una delle tappe della nuova Caravana por la Paz con Justicia y Dignidad che da Cuernavaca, capitale dello Stato di Morelos, si è diretta verso nord. Il lungo percorso di resistenza civile (quasi tremila chilometri) non poteva che terminare a Ciudad Juárez, la città più colpita dalla violenza: qui gli abitanti si sono riversati in strada con bandiere bianche e cartelli, a testimoniare il loro desiderio di giustizia. Ad accogliere ufficialmente la carovana Luz María Dávila, madre di due giovani uccisi nel gennaio 2010 insieme ad altri studenti. All'indomani di quel massacro Luz María aveva saputo controbattere la ricostruzione di comodo di Calderón, che aveva parlato di uno scontro tra bande rivali.

Il 10 giugno le diverse organizzazioni partecipanti all'iniziativa hanno sottoscritto un Pacto Nacional, che sollecita prima di tutto il ritorno dei soldati nelle caserme e la smilitarizzazione delle funzioni di polizia. E il 23 giugno il Castello di Chapultepec, nella capitale, ha accolto l'incontro tra il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad e Felipe Calderón. Sull'opportunità di un dialogo con il governo, sostenuta dallo stesso Sicilia, il movimento aveva dibattuto a lungo, arrivando quasi alla rottura. Il risultato dell'incontro ha dato sostanzialmente ragione ai più pessimisti: Calderón è rimasto fermo sulle sue posizioni, difendendo la scelta di militarizzare la lotta contro il crimine.

Quasi a mostrare una volta di più il fallimento della strategia governativa, il 20 giugno a Veracruz sono stati assassinati il giornalista di Notiver Miguel Angel López Velasco, la moglie Agustina Solana e il figlio minore Misael. López aveva a più riprese denunciato la corruzione della classe politica locale e i legami delle forze di sicurezza con i narcos: nel libro Todos están adentro aveva documentato un episodio emblematico, la battaglia avvenuta nel novembre 1991 tra militari e agenti di polizia per un carico di droga. E il primo giugno a Chinameca, sempre nello Stato di Veracruz, sono stati rinvenuti in una fossa i resti di Noel López Olguín, collaboratore di alcuni giornali locali: era stato rapito in marzo.

23/6/2011


Colombia, chi farà rispettare la Ley de Víctimas?

Un ufficiale, un sottufficiale e cinque soldati sono stati condannati a 31 anni e sei mesi di carcere per l'uccisione nel 2008 di tre contadini, presentati come guerriglieri caduti in combattimento. Secondo il racconto di un sopravvissuto, i militari rivestirono i tre cadaveri con uniformi e misero nelle loro mani pistole e granate: una macabra messinscena volta a mostrare i buoni risultati dell'esercito e a ottenere premi e promozioni. Agli inizi di giugno altri otto militari erano stati condannati per la morte di due giovani in circostanze analoghe.

E' stato invece scarcerato il 7 giugno il professore universitario Miguel Angel Beltrán, arrestato due anni fa in Messico ed estradato in Colombia sotto l'accusa di appartenere alle Farc. L'imputazione si basava sui presunti dati contenuti nel computer di Raúl Reyes (il leader guerrigliero abbattuto nel 2008), dati che - ha stabilito una recente sentenza della Corte Suprema - non hanno valore probatorio. Parlando con i giornalisti, Beltrán ha definito la vicenda "un montaggio per tentare di giustificare la repressione contro il pensiero critico".

Il 10 giugno il presidente Juan Manuel Santos ha promulgato la Ley de Víctimas y Restitución de Tierras, che prevede un risarcimento alle vittime della violenza e il recupero della verità storica sugli avvenimenti degli ultimi 25 anni. La legge era stata fortemente osteggiata dall'ex capo dello Stato, Alvaro Uribe, che si era sempre rifiutato di riconoscere l'esistenza di un conflitto interno. Sono circa quattro milioni le persone che dovrebbero beneficiare delle nuove norme.

Condanne ai militari, risarcimento alle vittime: il governo Santos sta veramente cambiando la Colombia? Sono in molti a dubitarne. Nel 2011 già diciotto attivisti per i diritti umani sono stati assassinati. E' la reazione rabbiosa dei gruppi di potere che temono di perdere i propri privilegi e lo Stato non appare in grado di contrastarli. L'ultima vittima di questa guerra è Ana Fabricia Córdoba (cugina dell'ex senatrice dell'opposizione Piedad Córdoba), raggiunta il 7 giugno dalla pistola di un sicario su un autobus di Medellín. Ana Fabricia, che aveva perso diversi familiari, tra cui uno dei figli, per mano dei paramilitari e un altro figlio per mano della polizia, nonostante le continue minacce non aveva mai smesso di reclamare giustizia. Ed era dirigente di un'organizzazione di desplazados, i contadini che chiedono la restituzione delle terre da cui sono stati cacciati. Proprio a favore dei desplazados è stata approvata la Ley de Víctimas: ma chi la farà rispettare?

12/6/2011


Guatemala, contadini vittime di imprese e narcos

Una lunga sequenza di omicidi ha insanguinato nelle ultime settimane il paese. Il 24 maggio è stato trovato il cadavere fatto a pezzi di Allan Stowlinsky Vidaurre, il magistrato che aveva diretto le indagini per la cattura del presunto trafficante di droga Hugo Gómez. Si pensa dunque a una vendetta dei narcos: Gómez, ex membro dei kaibiles (i famigerati gruppi d'élite dell'esercito cui si attribuiscono innumerevoli crimini), è considerato il capo della cellula locale de Los Zetas. Proprio questa cellula è sospettata dell'uccisione di 27 braccianti, trovati decapitati a metà maggio nel Petén: l'unica colpa delle vittime era quella di lavorare per un padrone legato a un cartello rivale.

Il 4 giugno, a San José Panorama (dipartimento di Alta Verapaz), è caduta sotto i colpi di tre killer María Margarita Chub Che, combattiva leader delle lotte sociali. Nella zona da tempo si susseguono gli attacchi delle guardie private delle imprese, spalleggiate da polizia ed esercito, contro le comunità: il 21 maggio uomini armati dello zuccherificio Chabil Utzaj avevano ucciso un contadino, ferendone altri cinque.

LA CONSULENZA DEGLI USA NELLA GUERRA SUCIA. L'attività repressiva svolta negli anni della guerra sucia dalla polizia guatemalteca si avvalse della consulenza e della cooperazione di esperti statunitensi. Lo documenta il rapporto di oltre 500 pagine Del Silencio a la Memoria: Revelaciones del Archivo Histórico de la Policía Nacional, presentato il 7 giugno nella capitale. Sempre più militarizzate e subordinate all'esercito, a partire dagli anni Sessanta le forze di sicurezza intensificarono il controllo sociale e l'annientamento delle opposizioni. Con il pretesto della lotta al comunismo e al terrorismo realizzarono perquisizioni illegali, arresti arbitrari, desapariciones, uccisioni di civili innocenti.

8/6/2011


Perú, Humala è il nuovo presidente

Ollanta Humala è il nuovo presidente del Perú: nel ballottaggio di domenica 5 giugno ha ottenuto circa il 51,5% dei suffragi. In nottata, quando ormai la vittoria era certa, Humala ha raggiunto la centrale Plaza Dos de Mayo di Lima e, davanti a una moltitudine in festa, ha "rinnovato l'impegno con il popolo peruviano di crescita economica con inclusione sociale" e ha promesso un governo di unità nazionale con la partecipazione di tecnici e intellettuali indipendenti. Ha poi parlato di "lotta senza quartiere" alla corruzione, di rafforzamento del mercato interno, di promozione dell'agricoltura e dell'industria nazionale, di miglioramento dell'istruzione e della sanità, di integrazione latinoamericana (la politica estera era stata quasi assente nella campagna elettorale). Il giorno seguente Keiko Fujimori ha riconosciuto la sconfitta, ha fatto gli auguri al vincitore e ha annunciato che dall'opposizione difenderà la continuità del modello economico neoliberista.

La Borsa non ha salutato con entusiasmo il risultato del secondo turno: lunedì 6, all'apertura delle contrattazioni, ha registrato una forte caduta e per tutta la giornata gli operatori hanno continuato a chiedere una rapida designazione del futuro ministro dell'Economia, allo scopo di "tranquillizzare i mercati". Una sorta di "avvertimento" al futuro presidente, che comunque avrà un margine di manovra limitato dai trattati di libero commercio firmati con gli Stati Uniti e con la Cina. Senza contare la mancanza di una maggioranza parlamentare, che lo costringerà a cercare alleanze con altre formazioni come il partito dell'ex presidente Toledo, Perú Posible.

La campagna elettorale era stata contrassegnata da una pesante offensiva dei grandi gruppi economici contro il candidato progressista. La stragrande maggioranza dei media non aveva risparmiato colpi bassi, addebitando a Humala ogni nefandezza e accusandolo di voler trasformare il Perú in una colonia del Venezuela. Una guerra sucia che aveva indotto Mario Vargas Llosa, non certo sospettabile di simpatie verso la sinistra, ad abbandonare la sua collaborazione a El Comercio. "Nasconde e manipola l'informazione, deforma i fatti, apre le sue pagine alle bugie e alle calunnie": queste le accuse rivolte al quotidiano dal Premio Nobel per la Letteratura. Gli attacchi ai sostenitori di Humala non si erano limitati alle menzogne: i redattori dei pochi giornali che, come La Primera, si opponevano al fujimorismo, avevano ricevuto intimidazioni e minacce di morte.

A contrastare Humala anche la diplomazia Usa. Mentre l'amministrazione Obama si manteneva ufficialmente neutrale - scrive Jim Lobe su Ips del 6 giugno - l'ambasciatrice a Lima Rose Likins, "in incontri privati con gruppi della società civile e altri settori d'opinione", esprimeva il suo pieno appoggio a Keiko Fujimori. La maggiore preoccupazione di Washington è che il risultato del 5 giugno possa vanificare i recenti tentativi di creare nuovi blocchi filostatunitensi, come l'Alianza del Pacífico che ha visto la luce in aprile proprio a Lima.

6/6/2011


Argentina, aperti gli archivi italiani della dittatura

Un importante accordo è stato firmato il primo giugno dai ministri degli Esteri di Roma e Buenos Aires, Frattini e Timerman. Con tale accordo l'Italia si impegna ad aprire gli archivi delle sue sedi diplomatiche e a consegnare all'Archivo Nacional de la Memoria i documenti sui desaparecidos raccolti negli anni della dittatura. La richiesta era stata avanzata dai parenti delle vittime e da varie organizzazioni della società civile, dalle Madres de Plaza de Mayo a Libera.

Negli Stati Uniti un'analoga richiesta, presentata dal deputato Maurice Hinchey e riguardante la documentazione in possesso della Cia e del Federal Bureau of Investigation, era stata respinta a fine maggio dalla Camera con argomenti pretestuosi ("in questo momento la priorità è la lotta ad Al Qaeda: la questione argentina può aspettare"). Tale rifiuto renderà più difficile non solo la punizione dei repressori, ma l'identificazione dei tanti neonati strappati alle loro madri nei centri clandestini di detenzione e dati illegalmente in adozione. E proprio questo probabilmente si vuole nascondere: la partecipazione di diplomatici statunitensi, durante il regime militare, al furto di bambini e alla soppressione della loro identità. Sono ancora circa 400- secondo le Abuelas de Plaza de Mayo - i bambini che mancano all'appello: molti, probabilmente, sono stati portati all'estero.

Uno squarcio su questa realtà proviene dalle indagini della giornalista tedesca Gabriela Weber sul caso di un bimbo della provincia di Tucumán. Non era figlio di una detenuta politica, ma di una donna povera e analfabeta alla quale venne fatto firmare un documento di cui non conosceva il contenuto. Il piccolo venne adottato da un funzionario dell'ambasciata Usa con la mediazione del Movimiento Familiar Cristiano, organismo legato alla Chiesa cattolica. Lo stesso movimento, che contava tra i suoi membri il dittatore Videla, risulta coinvolto nell'appropriazione di una ventina di figli di desaparecidos. "Fu un piano sistematico - denuncia la giovane Victoria Moyano Artigas, che solo dopo anni ha potuto ricongiungersi alla propria famiglia d'origine - all'interno di un piano più grande che era quello del genocidio".

L'attenzione delle Abuelas si volge anche alla Germania: si sospetta ad esempio che il figlio dell'allora dirigente della Mercedes Benz, Tasselkraut, sia in realtà nato nella base di Campo de Mayo, dove funzionava un centro clandestino di detenzione con annessa "maternità". E proprio all'ospedale militare di Campo de Mayo l'azienda automobilistica regalò in quegli anni un'apparecchiatura per la neonatologia. Una ricompensa alla dittatura che aveva fatto sparire 14 dipendenti della fabbrica, colpevoli di essere troppo combattivi in campo sindacale?

Sempre in tema di violazione dei diritti umani, il 14 aprile il tribunale federale di San Martín ha comminato l'ergastolo all'ex funzionario di polizia Luis Patti, che non solo era riuscito finora a godere dell'impunità, ma nel 2005 era stato eletto deputato (e soltanto il voto della Camera lo aveva privato del seggio). Stessa pena per l'ex dittatore Reynaldo Bignone, l'ex generale Santiago Omar Riveros e l'ex agente dei servizi di informazione dell'esercito Martín Rodríguez (Bignone e Riveros avevano già collezionato precedenti condanne). Tutti saranno rinchiusi in un carcere comune.

CRISTINA FERNANDEZ IN MESSICO E A ROMA. L'accordo sottoscritto il primo giugno dai rappresentanti di Roma e Buenos Aires testimonia il rilancio delle relazioni tra i due paesi dopo la crisi dei bond. A ratificare questo rilancio la visita ufficiale in Italia, nei primi giorni di giugno, di Cristina Fernández. Il viaggio era stato preceduto da laboriose trattative che avevano portato la stragrande maggioranza dei 450.000 possessori di bond ad accettare l'offerta argentina: solo in 20.000 rimangono ancorati all'opzione legale e un piccolo gruppo di questi ha inscenato a Roma una protesta contro la presenza della presidente.

Dopo aver incontrato Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano, Cristina Fernández ha partecipato alle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. La visita si è conclusa il 3 giugno a Venezia con un riconoscimento alla cultura del paese sudamericano: all'Argentina è stato concesso per ventidue anni un padiglione permanente alla Biennale.

Prima di giungere in Italia Cristina Fernández aveva fatto scalo a Città del Messico, dove il 30 maggio era stata ricevuta dal suo omologo messicano Felipe Calderón. Un incontro formale e privo di cordialità: al di là della firma di una serie di accordi di minore importanza e della formulazione dei buoni propositi di rito, è apparsa evidente la distanza tra i due governi: da parte argentina, con l'attuale presidenza e ancor prima con quella di Néstor Kirchner, una politica estera volta all'integrazione regionale; da parte messicana una crescente dipendenza da Washington.

3/6/2011


Honduras, il doppio ritorno

Manuel Zelaya è rientrato in patria, dopo sedici mesi di esilio nella Repubblica Dominicana. Il deposto presidente è giunto il 28 maggio all'aeroporto della capitale, accolto da decine di migliaia di sostenitori. Il suo ritorno forma parte del cosiddetto Acuerdo de Cartagena, l'accordo di riconciliazione firmato sei giorni prima, con la mediazione di Colombia e Venezuela, dallo stesso Zelaya e da Porfirio Lobo, il presidente uscito dalle contestate elezioni del novembre 2009.

Il documento di Cartagena suscita non poche perplessità nell'opposizione perché costituisce la premessa a un altro ritorno, fortemente voluto dagli Stati Uniti: quello dell'Honduras nell'Oea. "Manuel Zelaya ha sottoscritto l'Acuerdo de Cartagena nella sua condizione di ex presidente e il Fnrp ha appoggiato quella firma perché include una delle nostre richieste, il suo rientro e quello di tutti gli esiliati. In qualità di ex presidente ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione e il suo giudizio, ma come resistenza riaffermiamo il nostro rifiuto al reinserimento dell'Honduras nell'Oea ed esigiamo risposte alle nostre richieste, che comprendono la punizione dei repressori", afferma il 25 maggio Esly Banegas, del comitato politico del Frente Nacional de Resistencia Popular (intervista raccolta da Giorgio Trucchi).

"Non vediamo chiarezza su come e quando verranno puniti i responsabili dei crimini di lesa umanità commessi durante e dopo il golpe", dichiara dal canto suo Bertha Oliva, del Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos (Cofadeh), ai giornalisti di Ips. Ma l'appello del Cofadeh e di altre organizzazioni umanitarie contro il riconoscimento internazionale del regime rimane inascoltato: il primo giugno, in un incontro a Washington, i membri dell'Oea riaccolgono l'Honduras come membro a pieno titolo. 32 i voti a favore (con riserva quello del Venezuela, che non è riuscito a includere nel testo uno specifico richiamo alla lotta contro l'impunità). Contrario solo l'Ecuador: il giorno seguente il presidente Correa ribadisce che il suo paese non ristabilirà relazioni diplomatiche con il governo di Tegucigalpa. La riammissione dell'Honduras nell'Oea è una "legalizzazione dei colpi di Stato", segnala in un comunicato ufficiale il Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas). La decisione, "risultato dello sforzo collettivo per la riconciliazione democratica", viene invece salutata con soddisfazione da Zelaya.

2/6/2011


Cile, ambientalisti contro le dighe dell'Enel

La gestione del governo di Sebastián Piñera ha scontentato molti cileni: oltre 40.000 persone (studenti, disoccupati, ecologisti, movimenti per i diritti degli omosessuali, organizzazioni di difesa delle comunità mapuche) sono scese in piazza a Santiago il 20 maggio contro la politica della destra. La giornata si è conclusa con violenti scontri tra carabineros e gruppi di dimostranti. Le proteste si sono trasferite il giorno successivo a Valparaíso, sede del potere legislativo, dove Piñera doveva presentare il tradizionale rapporto sullo stato del paese: il suo discorso è stato più volte interrotto dai fischi e dalle grida di "Bugiardo, bugiardo", mentre i parlamentari dell'opposizione srotolavano uno striscione con la scritta: "No a HidroAysén. Patagonia senza dighe".

Il progetto HidroAysén, che prevede la realizzazione di cinque centrali idroelettriche nella Patagonia cilena e di un elettrodotto lungo oltre duemila chilometri, è fortemente criticato per il suo impatto ambientale: le dighe inonderanno migliaia di ettari di territorio mapuche e i cavi ad alta tensione spezzeranno la continuità di parchi nazionali, riserve forestali e siti per la conservazione della biodiversità. Il piano del consorzio formato dall'impresa Colbún, di proprietà dell'influente famiglia Matte, e da Enersis (di cui è principale azionista la spagnola Endesa, controllata dall'Enel), costerà 7.000 milioni di dollari e fornirà energia per 2.750 megawatt all'area della capitale e all'industria mineraria di Atacama.

La prima parte del progetto era stata approvata dalla commissione governativa il 9 maggio e aveva subito suscitato proteste in diverse città, con incidenti e arresti. Quattro giorni dopo, a Santiago, i carabineros avevano represso con brutalità la massiccia manifestazione convocata da Patagonia Sin Represas. Ma l'iniziativa divide trasversalmente il mondo politico: le necessità energetiche del paese hanno portato anche esponenti della Concertación ad avallare la costruzione del megacomplesso.Con cui Endesa e Colbún, che detengono i diritti di sfruttamento delle risorse idriche grazie alle leggi varate da Pinochet, passeranno a dominare il 90% della produzione di energia. Un duopolio che lascerà fuori dal mercato qualsiasi ipotesi di fonti alternative.

21/5/2011


Uruguay, una sconfitta per i diritti umani

Come tradizione, migliaia di persone sono scese in piazza il 20 maggio a Montevideo, dando vita a un corteo silenzioso per ricordare i desaparecidos e chiedere verità e giustizia. Ma quest'anno l'indignazione prevaleva sul dolore: il giorno precedente la Camera, dopo 14 ore di discussione, aveva respinto il progetto interpretativo proposto dal Frente Amplio che avrebbe di fatto annullato la Ley de Caducidad.

A salvare la legge che garantisce l'impunità ai repressori è stato il deputato della maggioranza Víctor Semproni che pure nell'ottobre scorso, durante il primo dibattito alla Camera, aveva votato per l'annullamento. Il 12 aprile il progetto aveva ricevuto il sì del Senato, anche se con qualche resistenza da parte di tre parlamentari del Frente Amplio: uno di essi aveva espresso voto contrario, un altro aveva disertato la seduta e un terzo aveva votato a favore solo per disciplina di partito, annunciando poi la sua rinuncia al seggio. Il progetto era infine tornato alla Camera per la definitiva approvazione. Ma qui Semproni, in contrasto con le indicazioni del suo schieramento, si è ritirato dall'aula facendo mancare il voto determinante.

Alcuni giorni prima anche il presidente Mujica, in una lettera pubblicata dal quotidiano La República, aveva dichiarato la sua contrarietà al progetto sostenendo che, con l'annullamento della Ley de Caducidad, si sarebbe ignorata la volontà popolare (la legge era stata confermata dai referendum del 1989 e del 2009), si sarebbe danneggiato il futuro politico della coalizione di governo e si sarebbero date armi in mano all'opposizione. "Se ci convinciamo che sia necessario abbandonare lungo la strada la nostra identità, non avranno importanza i risultati elettorali: saremo sconfitti anche in caso di vittoria", avevano risposto sulle colonne dello stesso giornale i firmatari del gruppo Frenteamplistas contra la impunidad (tra cui lo scrittore Eduardo Galeano, il musicista Daniel Viglietti, la sindaca della capitale Ana Olivera).

Contro l'impunità si è pronunciata in modo chiaro la Corte Interamericana per i Diritti Umani. Intervenendo sul sequestro e l'assassinio di María Claudia García (nuora del poeta argentino Juan Gelman), il 24 marzo la Corte ha imposto allo Stato uruguayano di assumere i provvedimenti necessari a far sì che la Ley de Caducidad "cessi di rappresentare un ostacolo all'indagine sui casi di scomparsa forzata di persone e all'identificazione e all'eventuale punizione dei responsabili". Non serve rifarsi all'esito delle consultazioni popolari: "Nei casi di gravi violazioni alle norme del diritto internazionale, la protezione dei diritti umani costituisce un limite invalicabile alla regola della maggioranza".

20/5/2011


Ecuador, vittoria di Correa al referendum

Dopo dodici giorni di laborioso spoglio delle schede, il Consejo Nacional Electoral ha annunciato i risultati del referendum del 7 maggio: il sì si è imposto, con 500.000 voti di scarto, in tutte le dieci domande poste all'elettorato. E' una nuova vittoria per il presidente Correa, che dovrà comunque confrontarsi con una percentuale di no superiore al previsto: i suffragi a favore oscillano tra il 44,9 e il 50,4%, quelli contrari tra il 38,8 e il 42,5% .

Tra i quesiti sottoposti al voto figurano cinque emendamenti costituzionali, che prevedono la riforma del potere giudiziario, il cambiamento dei termini della prigione preventiva e soprattutto il divieto "alle istituzioni del sistema finanziario privato così come alle imprese private di comunicazione di carattere nazionale, ai suoi direttori e ai suoi principali azionisti di essere proprietari o di possedere partecipazione azionaria al di fuori rispettivamente dell'ambito finanziario o di quello della comunicazione". Proprio su questo punto Correa aveva ricordato il caso del gruppo Isaías, "che più di tutti frodò lo Stato con un debito di 600 milioni di dollari": i suoi proprietari (oggi rifugiati a Miami), oltre a creare un impero finanziario e commerciale, acquistarono il canale televisivo GamaTV "non per informare, ma per difendere i propri affari".

Per la parte consultiva, gli elettori hanno detto sì alla creazione di un Consejo de Regulación che vigili sulla diffusione attraverso i media di "messaggi di violenza, esplicitamente sessuali o discriminatori" e che fissi criteri di responsabilità ulteriore per i giornalisti e gli organi di stampa. Forse per timore di una stretta alla libertà d'espressione, il margine dei consensi risulta qui più ristretto: 44,9 contro 42%. Maggiore appoggio popolare hanno incontrato le proposte di inserire come reato nel Codice Penale l'arricchimento privato non giustificato, di considerare infrazione penale la mancata iscrizione dei dipendenti all'istituto di previdenza sociale, di proibire il gioco d'azzardo e gli spettacoli che implicano la morte di animali. Su quest'ultimo punto, che riguarda anche le corride, la consultazione era realizzata su scala locale: il sì ha vinto in 127 cantoni su 221.

19/5/2011


Honduras, opposizione sotto attacco

Ancora un giornalista ucciso durante il regime di Porfirio Lobo. Héctor Francisco Medina Polanco, direttore del notiziario di Omega Visión, è stato vittima di un agguato il 10 maggio a Morazán: due killer a bordo di una moto gli hanno sparato all'uscita dal canale televisivo. Ricoverato in gravi condizioni all'ospedale di San Pedro Sula, Medina è morto il giorno successivo. Il giornalista aveva denunciato casi di corruzione nell'amministrazione comunale di Morazán e azioni illegali compiute dai grandi allevatori della zona per il possesso delle terre: per questo era stato più volte minacciato, ma le autorità non gli avevano garantito alcuna protezione.

Intanto nelle campagne è guerra dichiarata alle organizzazioni contadine. Il 7 maggio viene assassinato Henry Roney Díaz, del Movimiento Auténtico Reivindicador de Campesinos del Aguán (Marca). Il 10 maggio è la volta di José Paulino Lemus Cruz, del Movimiento Campesino del Aguán (Mca). Nello stesso giorno Alejandro Gómez viene sequestrato e brutalmente torturato dalle guardie private dei latifondisti. Il 15 scompare Francisco Pascual López: di lui non si sa più nulla. E il 18, in due diversi assalti, muoiono Sixto Ramos (anch'egli del Mca) e Dennis Moisés Lara Orellana, segretario regionale dell'Asociación Nacional de Campesinos de Honduras (Anach).

Non si fermano dunque i sanguinosi attacchi contro ogni opposizione, ma gli Stati Uniti continuano a premere perché l'intera comunità internazionale riconosca il regime di Tegucigalpa. Quest'ultimo cerca intanto di rendersi presentabile in vista della riunione dell'Oea a giugno, che potrebbe sancire il suo rientro nell'organismo. Va letta in tal senso la decisione della Corte d'Appello di annullare i due procedimenti giudiziari aperti contro Manuel Zelaya. Caduti gli ostacoli al ritorno in patria del deposto presidente, la segretaria di Stato Usa, Hillary Clinton, si è detta fiduciosa di una pronta riammissione dell'Honduras "come membro pieno del sistema interamericano", un passo che "avrebbe dovuto essere dato da tempo". Le hanno indirettamente risposto dall'Avana i dirigenti del Frente Nacional de Resistencia Popular Sonia Banegas e Francisco Ríos, ribadendo l'opposizione al reintegro dell'Honduras nell'Oea finché non verrà dato compimento a quattro richieste fondamentali: il rientro in piena sicurezza di tutti gli esiliati, la convocazione di un'Assemblea Costituente, il riconoscimento del Fnrp come forza politica e la garanzia del rispetto dei diritti umani.

18/5/2011


Messico, il risveglio della società civile

Perché si è permesso al presidente della Repubblica di inviare l'esercito nelle strade, in una guerra assurda che ci è costata 40.000 vittime e milioni di messicani abbandonati alla paura e all'incertezza? Questo si è chiesto il poeta Javier Sicilia al termine della Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad. La manifestazione, partita da Cuernavaca il 5 maggio, si è conclusa tre giorni dopo nello Zócalo della capitale, accolta da decine di migliaia di persone. Una marcia silenziosa e carica di dolore, composta dalle madri delle giovani desaparecidas a Ciudad Juárez; dai genitori dei bambini morti nel 2009 nel rogo del loro asilo, vittime della negligenza e della corruzione; dai familiari degli indigeni massacrati nel 1997 dai paramilitari ad Acteal. Lo stesso Javier Sicilia piange la morte di suo figlio, assassinato a fine febbraio insieme ad altre sei persone: ma ha saputo trasformare il suo lutto in protesta contro la spirale di violenza e la militarizzazione del paese. Già un mese fa, il 6 aprile, 40.000 persone vestite di bianco avevano risposto al suo appello scendendo in piazza a Cuernavaca. E la mobilitazione della società civile non si ferma qui: se dalle autorità non verranno risposte, si prospettano nuove azioni di resistenza pacifica.

Non è soltanto il governo a essere chiamato in causa, ma anche la magistratura. In aprile il procuratore generale della Repubblica, Arturo Chávez Chávez è stato sostituito da Marisela Morales Ibáñez, prima donna chiamata a occupare tale carica. Se la nomina di Chávez nel 2009 era stata fortemente criticata perché, come procuratore di Chihuahua, si era reso responsabile di pesanti omissioni nelle indagini sui feminicidios di Ciudad Juárez, a Marisela Morales si rimprovera di aver favorito, in un suo precedente incarico, il cosiddetto michoacanazo: la retata in piena campagna elettorale del 2009 di una trentina tra sindaci e alti funzionari dello Stato del Michoacán, accusati di far parte di un cartello di narcotrafficanti (tutti furono in seguito liberati, l'ultimo nell'aprile di quest'anno). Dunque, secondo il Prd, la nuova procuratrice generale non garantirà l'autonomia del potere giudiziario, ma continuerà la politica di subordinazione nei confronti dell'esecutivo.

8/5/2011


Dove va la diplomazia di Chávez?

La sinistra latinoamericana si interroga sulle recenti scelte diplomatiche del presidente venezuelano. In particolare ha destato allarme l'estradizione in Colombia di Joaquín Pérez Becerra, direttore dell'agenzia Anncol, arrestato il 23 aprile all'aeroporto di Caracas e trasferito in 48 ore a Bogotá. Becerra si era rifugiato in Svezia (di cui ha ora la cittadinanza) dopo essere sopravvissuto al massacro attuato dai paramilitari, a partire dalla metà degli anni Ottanta, contro migliaia di militanti dell'Unión Patriótica. Le autorità colombiane lo accusano di essere l'ambasciatore delle Farc in Europa. In sua difesa, prima dell'estradizione, innumerevoli artisti e intellettuali (tra cui Adolfo Pérez Esquivel, Ana Esther Ceceña, Marta Harnecker, Martín Almada) avevano inviato un appello a Chávez: "I giochi di potere che perseguitano con il sangue i combattenti sociali vogliono mettere a rischio anche i processi democratici, come quello da lei guidato. La difesa della vita di Pérez Becerra è oggi anche la difesa della capacità di autodeterminazione dei popoli della Nostra America".

La ragion di Stato a quanto pare ha prevalso e lo stesso presidente venezuelano si è assunto la responsabilità della decisione di consegnare il prigioniero al governo Santos. Proprio con Juan Manuel Santos il 9 aprile, a Cartagena, Chávez aveva avuto un incontro estremamente cordiale, nel corso del quale erano stati sottoscritti sedici accordi bilaterali in vari campi, compresa la lotta al traffico di droga. E c'è chi avanza l'ipotesi che la contropartita alla deportazione di Becerra sia l'estradizione di Walid Makled, il narcotrafficante venezuelano di origine siriana catturato nel 2010 in Colombia. Makled ha dichiarato di possedere registrazioni audio e filmati che dimostrerebbero il coinvolgimento di funzionari e di alti ufficiali di Caracas in attività illegali.

Un altro passo poco chiaro della politica estera chavista è rappresentato dalle aperture nei confronti di Tegucigalpa. Proprio durante i colloqui di Cartagena è comparso, invitato da Santos, il presidente honduregno Porfirio Lobo, eletto nelle consultazioni tenute dopo il golpe e fino ad oggi non riconosciuto dalla maggior parte dei paesi sudamericani (Venezuela in testa). E ora Hugo Chávez gli stringe la mano, si dichiara disposto a fungere da mediatore per la concordia e la riconciliazione nel paese e spiega che non si tratta di una svolta improvvisa: "E' da qualche tempo che stiamo tessendo una diplomazia discreta per tentare di normalizzare la situazione dell'Honduras nell'emisfero, affinché rientri in seno all'Oea".

Eppure non sembra che il rispetto dei diritti umani sia migliorato in Honduras, anzi: secondo il rapporto annuale della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, le violazioni ai diritti fondamentali "si sono incrementate a partire dal colpo di Stato". Due esempi tra i più recenti: il 12 aprile i manifestanti che partecipavano al paro cívico nacional (il secondo in meno di quindici giorni) sono stati attaccati con estrema violenza dalla polizia; il 19 aprile sono stati trovati i corpi senza vita di Carlos Alberto Acosta Canales e Tarin Daniel García Enamorado (quest'ultimo era stato decapitato). Entrambi erano militanti del Muca, il Movimiento Auténtico Campesino del Aguán che lotta contro lo strapotere dei latifondisti.

L'incontro tra Santos, Chávez e Lobo ha colto di sorpresa i membri della resistenza. Intervistata da Claudia Korol, Berta Cáceres, coordinatrice del Copinh (organizzazione di base che fa parte della galassia del Frente Nacional de Resistencia Popular, Fnrp), ha definito "molto pericolosa" l'iniziativa proposta a Cartagena, ha condannato il fatto che non sia stata sottoposta alla discussione dell'assemblea del Frente e ha dichiarato "inaccettabile la partecipazione di Santos"; quanto a Lobo, "è un tipo ipocrita come il regime che rappresenta".

Ma c'è anche chi si dice favorevole al dialogo. Il 16 aprile, dopo essersi incontrato a Caracas con il presidente venezuelano e con Manuel Zelaya, il vicecoordinatore del Frnp, Juan Barahona, dichiara piena fiducia nella mediazione di Chávez "per il ritorno all'ordine costituzionale in Honduras". Zelaya e Barahona "pretendono di imporre dall'alto la posizione del Frente", commenta l'ex deputato Tomás Andino Mencía, ricordando che nell'assemblea di febbraio del Fnrp era stata decisa "una linea d'azione totalmente contraria al riconoscimento e alla riconciliazione con il regime golpista". E in un comunicato del 17 aprile il Copinh ribadisce l'opposizione a qualsiasi accordo che non ponga fine "all'impunità che regna in questo paese dove i responsabili degli omicidi, della repressione e del colpo di Stato sono gli stessi che sono al potere" e invita alla "lotta per la rifondazione del paese". Anche dopo l'approvazione il 21 aprile, da parte della direzione nazionale del Fnrp, della proposta emersa a Cartagena, Dick e Mirian Emanuelsson segnalano l'esistenza di "una corrente d'opposizione all'interno del Frente" (Kaos en la Red, 28 aprile). Cartagena insomma sta pericolosamente dividendo le forze che da due anni oppongono un'eroica resistenza al golpismo.

NASCE A LIMA L'ALIANZA DEL PACIFICO. Si chiama Alianza del Pacífico ed è la risposta da destra al processo di integrazione sviluppato negli ultimi anni dai governi progressisti sudamericani, un tentativo di resuscitare il fallito progetto statunitense di Area de Libre Comercio de las Américas. L'hanno sottoscritta il 28 aprile a Lima i capi di Stato di Messico, Colombia, Perú e Cile, uniti da una forte affinità ideologica. Il nuovo blocco economico si propone come principale obiettivo la conquista dei mercati asiatici. Con questo accordo "costituiremo una delle zone commerciali più importanti, più prospere, più competitive e di maggiore crescita in America Latina tra nazioni affratellate dalle coste del Pacifico", ha celebrato il presidente messicano Felipe Calderón. Ma non mancano le voci critiche. Marco Aurélio Garcia, ex collaboratore di Lula e attuale consigliere di Dilma Rousseff per i problemi internazionali, ha sottolineato il desiderio di alcuni paesi di dare all'Alianza del Pacífico un carattere politico, "di creare un polo d'opposizione al Mercosur".

30/4/2011


Cuba, Raúl Castro: la riforma sarà graduale

Si è chiuso il 19 aprile senza svolte radicali, come del resto era nelle previsioni, il Sesto Congresso del Partido Comunista de Cuba. Scontata anche l'elezione a primo segretario di Raúl Castro al posto del fratello Fidel, che ha lasciato così l'ultimo incarico pubblico. Il mio compito è quello di impedire il ritorno del regime capitalista, ha detto Raúl nel suo intervento conclusivo, assicurando che la riforma rimarrà all'interno del sistema socialista e che avverrà in maniera graduale, cercando l'appoggio popolare e senza traumi sociali. Ha detto inoltre che combatterà dogmi e criteri obsoleti ancora esistenti nel partito.

La Conferenza del Pcc prevista per il gennaio 2012 potrà introdurre ulteriori cambiamenti nella leadership e anche nella composizione del Comitato Centrale, già parzialmente rinnovato nel corso di questo Congresso. Da sottolineare in particolare l'aumentata presenza femminile (la percentuale è passata dal 13,3 al 41,7%) e quella di neri e meticci (31,3%, 10 per cento in più).

Per quanto riguarda il governo si rimane nel solco del partito unico, ponendo però limiti temporali ai mandati e puntando a un ricambio generazionale. Un obiettivo, quest'ultimo, che si scontra con la carenza di quadri giovani, in grado di sostituire i veterani della Rivoluzione. Tra i volti nuovi all'interno del Buró Político, sceso da 24 a 15 membri, l'economista cinquantenne Marino Murillo, astro nascente della politica cubana. Sul piano economico le linee direttrici sono l'apertura alla microimpresa privata, la prosecuzione del programma di tagli nel settore della burocrazia statale e l'eliminazione di sussidi considerati inefficaci. Il documento sottoposto al dibattito congressuale era il frutto di 163.000 assemblee realizzate tra dicembre e febbraio nei quartieri, nelle scuole e sui posti di lavoro, con la partecipazione di quasi nove milioni di cubani.

POSADA ASSOLTO DA TUTTE LE ACCUSE. Con una sentenza "a sorpresa", come ha riconosciuto la stessa stampa statunitense, l'8 aprile un tribunale di El Paso (Texas) ha prosciolto il terrorista anticastrista Luis Posada Carriles dalle accuse di frode migratoria, spergiuro e ostruzione alle indagini, relative al suo ingresso illegale in territorio Usa nel 2005 e all'inchiesta sugli attentati del 1997 all'Avana (che costarono la vita al giovane italiano Di Celmo). Posada Carriles, la cui estradizione è da tempo richiesta sia da Cuba che dal Venezuela, continua dunque a godere di solide protezioni negli Stati Uniti.

19/4/2011


Brasile, i primi cento giorni di Dilma

Diritti umani e politica estera: è qui che appaiono le maggiori differenze tra la gestione di Dilma Rousseff, giunta al traguardo dei primi cento giorni, e quella del suo predecessore Lula. "E' stato dato impulso alla Comissão da Verdade, sembra che su questo tema Dilma si sia presentata con maggiore volontà politica di Lula e che voglia realizzarla. I giovani devono sapere che la dittatura eliminò quanti si opponevano", commenta Laura Petit da Silva a nome della Comissão de Familiares de Mortos e Desaparecidos Políticos. Di una Commissione incaricata di ristabilire la verità sugli anni della dittatura si era già parlato negli otto anni del governo Lula, ma senza troppa convinzione; la nuova presidente l'ha posta invece tra le sue priorità. Non sarà facile: dovrà superare la resistenza degli ambienti militari che hanno più volte segnalato la loro ostilità al riguardo.

Proprio rifacendosi alla salvaguardia dei diritti umani, anche in politica estera Dilma Rousseff si è allontanata in parte dal sentiero tracciato dalla precedente amministrazione. La sua denuncia della situazione delle donne in Iran e della pratica della lapidazione ha allentato i legami con Teheran. Non per niente Celso Amorim, il ministro degli Esteri di Lula sostenitore dei legami con il regime iraniano, è stato sostituito da Antonio Patriota, ex ambasciatore a Washington.

Non si discosta invece dall'eredità di Lula il rapporto con Pechino, dove Dilma ha compiuto dall'11 aprile un viaggio ufficiale di sei giorni. La Cina, che nel paese sudamericano ha investito lo scorso anno 30.000 milioni di dollari, è anche il primo socio commerciale del Brasile, con un volume di import-export passato dai 2.300 milioni di dollari nel 2000 ai 56.400 milioni del 2010. Con il gigante asiatico il governo brasiliano vuole ora avviare un nuovo modello di intercambio economico, basato sulla cooperazione tecnologica (sulla scia della fruttuosa collaborazione in ambito spaziale) e sull'esportazione non solo di materie prime, ma di prodotti di alto valore aggiunto. Nel corso del suo viaggio Dilma Rousseff ha partecipato anche al terzo vertice dei Brics, il gruppo delle economie emergenti di cui il Brasile fa parte insieme a Cina, India, Russia e Sudafrica.

17/4/2011


Perú, Humala e Keiko Fujimori al ballottaggio

Saranno Ollanta Humala e Keiko Fujimori a disputarsi la massima carica dello Stato il 5 giugno, giorno fissato per il ballottaggio. Il 10 aprile, data del primo turno, Ollanta ha ottenuto il 31,7% dei voti, seguito da Keiko (23,5%), dall'economista neoliberista Pedro Pablo Kuczynski (18,5%), dall'ex presidente Alejandro Toledo (15,6%) e dall'ex sindaco della capitale Luis Castañeda (9,8%). Per quanto riguarda il Parlamento, secondo i dati non ancora definitivi diffusi il 15 aprile, la coalizione di Humala Gana Perú si aggiudica 45 seggi; Fuerza 2011 (Fujimori) 34; Perú Posible (Toledo) 20; Alianza por el Gran Cambio (Kuczynski) 14; Solidaridad Nacional (Castañeda) 12. Grande sconfitto il Partido Aprista di Alan García, che si deve accontentare di quattro seggi. L'Apra era rimasta esclusa dalla competizione presidenziale dopo la rinuncia in gennaio, per dissidi interni al partito, della candidata designata Mercedes Aráoz.

Keiko Fujimori ha centrato la sua campagna sulla rivendicazione del regime autoritario del padre, presentandosi come l'unico baluardo contro il cambiamento prospettato da Humala. Un cambiamento che non appare certo rivoluzionario. Marcando un deciso allontanamento da Hugo Chávez, il cui appoggio nelle presidenziali del 2006 lo aveva in realtà penalizzato, Ollanta ha cercato di attrarre il voto del centrosinistra proclamandosi ammiratore di Lula. I risultati dimostrano che è riuscito a capitalizzare, specie nelle zone andine, il malessere di vasti settori popolari esclusi dal "miracolo peruviano". Il tasso di crescita economica ha registrato lo scorso anno un eccezionale 8,9%, ma questo sviluppo non intacca la grande disuguaglianza esistente nel paese: una persona su tre è povera e una su dieci vive in estrema miseria. E mentre gli utili delle imprese si moltiplicano, i salari sono congelati da anni e il lavoro diventa sempre più precario.

Pochi giorni prima del voto, il governo aveva finalmente bloccato il progetto minerario Tía María della Southern Copper (Grupo México). Una vittoria della popolazione della Valle di Tambo, nel dipartimento di Arequipa, insorta in difesa dell'ambiente e delle risorse idriche. Oltre due settimane di proteste, blocchi stradali e scontri con la polizia avevano provocato tre morti e decine di feriti.

15/4/2011


Ecuador, la Conaie (divisa) contro Correa

La Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador) ha chiesto al presidente Correa la restituzione del bastone di comando che contraddistingue le autorità indigene e che gli era stato consegnato nel 2007, alla vigilia del suo insediamento. Viene dunque sancito l'allontanamento del movimento dal governo, con il quale si sono registrati forti contrasti soprattutto in merito alle leggi sull'attività mineraria e sulle risorse idriche.

La Conaie appare però divisa al suo interno e i suoi leader si accusano reciprocamente di posizioni filogovernative. Nel corso del IV Congresso, in disaccordo con l'elezione a presidente di Humberto Cholango come successore di Marlon Santi, diverse delegazioni hanno abbandonato i lavori. Il Congresso si è concluso il 3 aprile con l'approvazione di un documento che convoca a una "grande mobilitazione" per respingere le scelte politiche "neoliberiste" di Correa e il referendum del 7 maggio. Con questa consultazione popolare il governo intende ottenere via libera a una serie di trasformazioni, tra cui la ristrutturazione della giustizia e l'introduzione di meccanismi di regolazione dei mezzi di informazione e del sistema finanziario.

CRISI DIPLOMATICA CON WASHINGTON. Immediata ritorsione statunitense dopo la decisione del presidente Correa di dichiarare persona non grata l'ambasciatrice Usa Heather Hodges: al rappresentante ecuadoriano a Washington, Luis Gallegos, è stato chiesto di lasciare il paese. La crisi nei rapporti diplomatici tra i due governi è scoppiata in seguito alle rivelazioni di Wikileaks. In un cablogramma del luglio del 2009 Heather Hodges parlava della nomina, a capo delle forze di sicurezza, del discusso generale Hurtado Vaca, coinvolto in casi di corruzione, avanzando l'ipotesi che Correa lo avesse scelto volutamente per poterlo manipolare con più facilità.

11/4/2011


Colombia, contro l'ingresso del capitale privato negli atenei

La proposta governativa di riforma dell'educazione superiore ha generato una forte opposizione negli atenei di tutto il paese. Tra i punti più discussi, la possibilità concessa al capitale privato di investire nelle università pubbliche per "lo sviluppo di progetti di ricerca e di progetti produttivi". Il 7 aprile, giornata nazionale di protesta, più di un milione di persone sono scese in piazza a Bogotá, Medellín, Cali, Bucaramanga, Santa Marta, Barranquilla. I manifestanti si sono espressi anche contro il Tratado de Libre Comercio con gli Stati Uniti, che nelle stesse ore era il tema di un incontro a Washington tra Juan Manuel Santos e Barack Obama (redatto nel 2006, il Tlc deve essere ancora ratificato dal Congresso Usa).

Se i cortei del 7 aprile si sono svolti in maniera pacifica, nei giorni precedenti duri scontri erano avvenuti tra studenti e polizia. Il 31 marzo il giovane Andrés Arteaga Ceballos, dell'Universidad de Nariño, era morto per le ferite provocate dallo scoppio di un ordigno. Lo stesso giorno a Medellín le squadre antisommossa erano penetrate nel campus dell'Universidad de Antioquia, attaccando con estrema violenza quanti protestavano. Accanto alla repressione, contro i dimostranti era stata rispolverata l'accusa di essere pilotati dalla guerriglia: il presidente Santos aveva parlato di infiltrazioni di Farc ed Eln in diverse università. Poche settimane prima, gruppi paramilitari avevano inviato un messaggio alle organizzazioni studentesche, minacciando di morte i "terroristi" colpevoli di coltivare l'idea pazza "di cambiare il paese".

MORTE DI UNA GIUDICE CORAGGIOSA. Circa 40.000 giudici si sono astenuti dal lavoro il 25 marzo per protestare contro l'assassinio della magistrata Gloria Constanza Gaona Rangel, avvenuto tre giorni prima a Saravena (nel dipartimento di Arauca), e per denunciare le intimidazioni e le aggressioni di cui sono costantemente oggetto. La responsabilità viene attribuita in gran parte alla criminalità organizzata, ma nel caso di Gloria Gaona i mandanti vanno ricercati altrove. La magistrata stava indagando su quanto avvenuto nell'ottobre dello scorso anno a Tame: una quattordicenne e i suoi due fratellini erano stati uccisi a colpi di machete da membri dell'esercito, dopo che la ragazzina era stata violentata dal sottotenente Raúl Muñoz. Quest'ultimo ha ammesso lo stupro della vittima e di un'altra bambina, negando però ogni partecipazione negli omicidi. Muñoz è difeso dalla Demil (Defensoría Militar Integral), un'entità privata che ha le proprie sedi nelle installazioni militari e della cui giunta direttiva fanno parte alti ufficiali in servizio.

In questi mesi gli avvocati del sottufficiale avevano cercato di guadagnare tempo con continue manovre dilatorie, per giungere alla scadenza dei termini e ottenere la scarcerazione dell'accusato. Tutti tentativi che Gloria Gaona aveva respinto, annunciando anzi di voler denunciare due legali della Demil. Una nuova udienza contro Muñoz era stata fissata per il 31 marzo. Pochi dubitano dunque del legame tra l'uccisione della giudice e il massacro di Tame. La stampa colombiana riporta inoltre la notizia che i testimoni del crimine e i familiari delle tre piccole vittime hanno ricevuto minacce di morte.

Tra il 22 e il 23 marzo si sono registrati altri omicidi politici. Nel dipartimento di Antioquia sono caduti sotto i colpi dei killer Bernardo Ríos Londoño, della Comunidad de Paz di San José de Apartadó, e David de Jesús Góez, che a nome di 120 famiglie lottava per recuperare le terre strappate ai contadini nella regione di Urabá. Nel dipartimento di Sucre è stato assassinato il difensore dei diritti umani Eder Verbel Rocha, del Movimiento Nacional de Víctimas de Crímenes de Estado. Uno dei fratelli di Eder, Guillermo, era stato ucciso nel 2005 dai paramilitari.

7/4/2011


Haiti, il cantante Martelly è il nuovo presidente

Il cantante Michel Martelly, noto come SweetMicky, è il nuovo presidente di Haiti secondo i risultati, non ancora definitivi, resi noti il 4 aprile dal Conseil Electoral Provisoire. Nel ballottaggio del 20 marzo Martelly (Repons Peyizan) ha ottenuto il 67,57% dei voti, contro il 31,74% della sua avversaria Mirlande Manigat (Rassemblement des Démocrates Nationaux Progressistes). Quest'ultima ha però denunciato brogli e irregolarità e lo stesso organismo elettorale ha ammesso che il 14% degli atti provenienti dai seggi era "chiaramente falso".

La campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali era stata caratterizzata da episodi di violenza, in particolare da parte dei sostenitori di Martelly. Anche il giorno del voto, che ha visto un'affluenza alle urne maggiore rispetto al primo turno, è stato contrassegnato da isolati scontri, con il bilancio di due morti e diversi feriti.

Michel Martelly proviene da una famiglia della media borghesia ed è alla sua prima esperienza politica. Trasferitosi negli Stati Uniti, è ritornato in patria dopo la caduta di Duvalier (al quale peraltro ha recentemente espresso il suo appoggio), iniziando la carriera nel mondo della musica. Nel 2008 ha dato vita, insieme alla moglie, alla Fondation Rose et Blanc per l'assistenza ai poveri con distribuzioni di cibo e di giocattoli per i bambini: un'attività che gli ha fatto guadagnare il consenso dei settori emarginati.

Due giorni prima del ballottaggio Jean-Bertrand Aristide era tornato dall'esilio sudafricano, accolto da migliaia di persone festanti. Rivolgendosi dall'aeroporto al popolo haitiano, il deposto presidente aveva ricordato che il suo partito, Fanmi Lavalas, era stato escluso dalla competizione elettorale e che questo aveva significato "l'esclusione della maggioranza".

Il rientro di Aristide ad Haiti era stato contrastato fino all'ultimo dal governo di Washington: Barack Obama aveva telefonato al presidente sudafricano Zuma per esprimergli la sua "profonda preoccupazione" in merito. Dai documenti diffusi da Wikileaks emergono del resto le manovre portate avanti nel corso degli anni dalla diplomazia statunitense per impedire il ritorno, compresa la minaccia di bloccare l'ingresso del Sudafrica nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

5/4/2011


Honduras, in difesa della scuola pubblica

Non si è conclusa la battaglia degli insegnanti in difesa della scuola pubblica. Il 4 aprile hanno ripreso le lezioni in 14 dei 18 dipartimenti del paese, sospendendo lo sciopero che durava dal 9 marzo, ma i leader della protesta hanno annunciato che riprenderanno l'agitazione se il governo non accetterà le loro richieste. Maestri e professori erano scesi in lotta per ottenere il pagamento degli stipendi arretrati e la cancellazione del debito dello Stato nei confronti dell'istituto previdenziale (debito che pone in pericolo le future pensioni), ma soprattutto per respingere la Ley de descentralización educativa, primo passo verso la privatizzazione dell'istruzione. Il governo aveva risposto dichiarando illegale lo sciopero, minacciando di licenziamento quanti avessero rifiutato di riprendere il lavoro e scatenando una violenta repressione, che aveva portato a decine di arresti e aveva provocato numerosi feriti e la morte, il 18 marzo, dell'insegnante Ilse Ivana Velásquez Rodríguez, travolta da una carica della polizia a Tegucigalpa.

In appoggio alle rivendicazioni dei docenti, il Frente Nacional de Resistencia Popular aveva promosso il 30 marzo un paro cívico nacional che aveva visto un'ampia mobilitazione popolare. Nonostante gli attacchi delle forze di sicurezza, la giornata di protesta aveva dimostrato la vitalità dell'opposizione al regime. "Stanno reprimendo in tutto il paese, ma la gente resiste a Progreso, San Pedro Sula, Santa Rosa de Copán, Olancho, Colón, qui nella capitale e in molte altre località. Sono tornati a bloccare le strade e continuano a lottare": questa la cronaca di Berta Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras). Il giorno successivo, dopo un tentativo di dialogo tra le parti conclusosi con un nulla di fatto, nella tarda serata la contestata legge veniva approvata dal Parlamento.

4/4/2011


Argentina, le sentenze per i repressori del Plan Cóndor

Ergastolo per l'ex generale Eduardo Cabanillas, 25 anni di carcere per Horacio Martínez Ruiz ed Eduardo Ruffo e 20 anni per Raúl Guglielminetti. Queste le condanne per i quattro repressori che operarono nel centro clandestino di detenzione Automotores Orletti, base principale del Plan Cóndor in Argentina. La sentenza, attesa da anni, è stata accolta con commozione dai familiari dei desaparecidos e dai sopravvissuti all'orrore. Tra questi ultimi l'uruguayana Sara Méndez, alla quale durante la prigionia venne sottratto il figlio neonato Simón (poté riabbracciarlo solo 25 anni dopo). Insieme a lei passarono per l'inferno Orletti decine di uruguayani, ma anche paraguayani, cileni e di altre nazionalità, vittime del coordinamento criminale tra le dittature del Cono Sur.

"LO STATO TURCO HA COMMESSO GENOCIDIO". "Lo Stato turco ha commesso il reato di genocidio ai danni del popolo armeno, nel periodo compreso tra il 1915 e il 1923", quando un milione e mezzo di persone furono vittime di un piano di sterminio. Lo ha stabilito il giudice federale argentino Norberto Oyarbide, basandosi sul precedente del caso Pinochet, sull'imprescrittibilità dei crimini di lesa umanità e sulla giurisdizione universale.La causa era stata avviata nel 2000 su impulso del cittadino di origine armena Gregorio Hairabedian, che aveva denunciato l'uccisione di oltre una quarantina di familiari. La condanna, la prima al mondo di questo genere, non ha conseguenze penali; può costituire però il primo passo per spingere la Turchia al riconoscimento storico del genocidio.

1/4/2011


Gli scarsi risultati del viaggio di Obama

"Sorrisi, visita di luoghi esotici e frasi che pretendevano di essere profonde, ma sono suonate vuote". Così Raúl Zibechi, su La Jornada del 25 marzo, liquida il viaggio di Obama (e famiglia) in America Latina. Un tour più commerciale che politico, volto a rafforzare le relazioni con paesi "che giocano un ruolo crescente nel nostro futuro economico", aveva spiegato lo stesso presidente statunitense il 17 marzo, due giorni prima della partenza, su Usa Today. E forse solo sul piano commerciale si può parlare di qualche risultato.

La tappa brasiliana del presidente statunitense non ha dissipato le tensioni tra le due nazioni, nonostante la firma di una decina di accordi bilaterali. Dilma Rousseff, nel suo discorso di benvenuto, non ha risparmiato puntate polemiche, sottolineando che "una relazione commerciale più giusta ed equilibrata esige che si abbattano le barriere innalzate contro i nostri prodotti". E soprattutto dichiarandosi erede del governo Lula, i cui rapporti personali con Obama non sono stati certo idilliaci (tanto che Lula ha clamorosamente respinto l'invito a partecipare al pranzo ufficiale). Non ha contribuito alla reciproca comprensione l'attacco in Libia, ordinato dal presidente Usa proprio mentre era a colloquio con Dilma e nonostante questa avesse affermato che, prima di intraprendere un'azione militare, sarebbe doveroso esaminare a fondo costi e benefici. Del resto il Brasile, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si era astenuto sulla risoluzione che autorizzava l'intervento.

Diversa naturalmente la posizione del Cile, seconda tappa del viaggio. Nel corso di una conferenza stampa congiunta subito dopo l'arrivo del suo omologo statunitense, Piñera ha manifestato pieno appoggio all'iniziativa contro Gheddafi. Il presidente cileno ha poi menzionato gli accordi che sarebbero stati firmati tra i due paesi. Poiché tra questi figurava anche lo sviluppo della ricerca nucleare, Piñera ha dovuto precisare che durante il suo governo "il Cile non costruirà né progetterà di costruire alcuna centrale a energia nucleare". Un tentativo di arginare l'allarme creato, nell'opinione pubblica, dall'ipotesi di un impianto atomico in un territorio tra i più sismici al mondo. Rimane il sospetto che, se non ci fosse stato il disastro giapponese, il discorso sarebbe stato ben diverso. Quanto a Obama, chi si aspettava che chiedesse perdono per le pesanti responsabilità del suo paese nel golpe di Pinochet è rimasto deluso. Alla precisa domanda di un giornalista, il capo della Casa Bianca ha risposto in modo evasivo: è importante comprendere e fare chiarezza sui fatti del passato, ma "non possiamo rimanere prigionieri della storia".

Infine Obama si è recato in Salvador, dove ha annunciato la concessione di 200 milioni di dollari per un programma di appoggio alla lotta al narcotraffico. Come già in Brasile e in Cile, anche qui la sua visita è stata accolta da contestazioni e manifestazioni di protesta. Questa terza tappa è stata la più "politica". Obiettivo principale del presidente Usa in Salvador - ha scritto Rudis Yilmar Flores Hernández su América Latina en Movimiento - era quello di assicurarsi che i cambiamenti in atto (nel 2009 l'elezione di Funes ha posto fine alla ventennale egemonia di Arena) non mettessero a rischio il Centro di Monitoraggio Antinarcotici, in funzione presso la base militare di Comalapa, e l'International Law Enforcement Academy, la scuola di addestramento per le forze di polizia considerata una versione edulcorata della famigerata School of the Americas. In tale contesto l'omaggio reso il 22 marzo da Obama alla tomba dell'arcivescovo Romero, assassinato nel 1980 su mandato del maggiore Roberto D'Aubuisson (uno degli allievi della School of the Americas), è apparso a molti un semplice gesto di circostanza.

Ben più sentito il tributo che migliaia di salvadoregni hanno reso a monsignor Romero due giorni dopo, 31° anniversario della morte, recandosi in pellegrinaggio alla cripta della cattedrale dove riposano i resti dell'alto prelato. Proprio per onorare la memoria di Romero, nel dicembre scorso le Nazioni Unite hanno proclamato il 24 marzo Giornata Internazionale per il Diritto alla Verità. Una celebrazione che assume particolare significato in Argentina, dove nello stesso giorno si ricorda l'anniversario del sanguinoso colpo di Stato del 1976: anche quest'anno migliaia e migliaia di manifestanti hanno riempito Plaza de Mayo per ribadire il loro impegno alla verità e alla giustizia.

25/3/2011


Cile, pesanti condanne a dirigenti mapuche

Pesanti pene detentive sono state comminate a quattro dirigenti mapuche, accusati di tentato omicidio nei confronti del procuratore Mario Elgueta e di tre ufficiali di polizia e di intimidazione e furto ai danni di un agricoltore (un ex collaboratore degli agenti di Pinochet, secondo gli organismi di difesa dei popoli indigeni). Héctor Llaitul, è stato condannato a 25 anni; Ramón Llanquileo, Jonathan Huillical e José Huenuche a vent'anni di carcere.

L'ammontare della pena è stato comunicato il 22 marzo, ma il processo si era concluso un mese prima con l'assoluzione di altri tredici imputati, che erano stati subito rilasciati. Il pubblico ministero infatti, anche sull'onda del lunghissimo sciopero della fame attuato da 34 detenuti mapuche, aveva deciso di ritirare le accuse basate sulla Ley Antiterrorista e di procedere solo per reati comuni. Si è trattato comunque di un processo politico, ha spiegato in un'intervista a Página/12 la compagna di Llaitul, Pamela Pessoa, sottolineando come i quattro condannati siano "gli unici, tra tutti gli accusati, ad essere membri della Coordinadora Arauco Malleco", che rivendica l'autonomia delle comunità native. Dunque quelle condanne "non hanno altra ragione d'essere se non quella di inviare un messaggio all'organizzazione ideologica e politica che lotta, nella maniera più radicale, contro gli investimenti capitalistici nei territori mapuche del Cile". Senza contare che la Procura si è avvalsa di testimoni segreti, che né la difesa, né il tribunale hanno potuto avvicinare. Un'altra prova era costituita dalla dichiarazione di uno dei quattro, Huillital, che in seguito ha accusato la polizia di averlo costretto con la tortura a firmare la confessione.

22/3/2011


Cuba, quindici anni allo statunitense Gross

Il cittadino statunitense Alan Gross è stato condannato a quindici anni di carcere: era accusato di aver utilizzato una rete di comunicazioni per promuovere piani di destabilizzazione del sistema cubano. La notizia è stata data il 12 marzo dalla televisione dell'isola. Secondo un comunicato ufficiale, Gross ha riconosciuto di essere stato strumentalizzato e manipolato dall'agenzia del governo di Washington Usaid, che aveva contrattato i servizi di Development Alternatives, l'impresa per cui lavorava. Contro la sentenza il condannato potrà presentare ricorso davanti al Tribunal Supremo Popular.

Si sono intanto concluse le scarcerazioni dei dissidenti appartenenti al gruppo dei 75. Il 22 marzo è stata annunciata la liberazione di Luis Enrique Ferrer García e Félix Navarro Rodríguez, che hanno rifiutato l'esilio e ottenuto il permesso di rimanere a Cuba. La stessa scelta era stata fatta dal medico antiabortista Oscar Elías Biscet, uscito di prigione una decina di giorni prima, e da Eduardo Díaz Fleitas, Héctor Maseda, Angel Moya e Iván Hernández Carrillo, liberati in febbraio. Altri 74 detenuti, in gran parte condannati per aver tentato di emigrare illegalmente (in alcuni casi facendo ricorso alla violenza), sono stati scarcerati e inviati in Spagna.

L'ULTIMO VIAGGIO DI ALBERTO GRANADO. E' morto all'Avana, a 88 anni, l'argentino Alberto Granado, amico di Ernesto Guevara e suo compagno nel mitico viaggio in motocicletta attraverso l'America Latina. I suoi resti sono stati cremati e le ceneri disperse in Argentina, Cuba e Venezuela. Quest'anno Granado progettava di tornare nella città di Córdoba, dove aveva conosciuto il Che, insieme all'attore Rodrigo de la Serna, che aveva interpretato il suo personaggio nel film I diari della motocicletta.

22/3/2011


Messico, effetto Wikileaks: si dimette l'ambasciatore Usa

Carlos Pascual ha rinunciato al suo incarico di ambasciatore statunitense in Messico. Una decisione personale, è stato detto a Washington, presa allo scopo di assicurare i buoni rapporti tra i due paesi dopo le polemiche seguite alle rivelazioni di Wikileaks. Solo quindici giorni prima il Dipartimento di Stato Usa aveva ribadito pieno appoggio al diplomatico, nonostante le dichiarazioni fatte dal presidente Felipe Calderón nel corso della sua visita negli Stati Uniti agli inizi di marzo. Intervistato dal quotidiano The Washington Post, Calderón aveva accennato ai seri danni alle relazioni bilaterali provocati dalla diffusione dei cablogrammi inviati da Pascual, nei quali venivano criticati l'operato delle forze armate e la strategia messicana di lotta al narcotraffico.

Al di là dei cambiamenti nella sede diplomatica, dai documenti di Wikileaks emergono le ingerenze nordamericane nella politica messicana, ingerenze che si sono accentuate negli ultimi anni. Scrive Pedro Miguel su La Jornada del 21 marzo: "Dal secondo semestre del 2006 il Dipartimento di Stato, il Pentagono, la Dea, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, le Dogane e la Protezione alla Frontiera e chissà quanti altri dipartimenti si sono dati da fare per sostenere un esecutivo traballante e privo di legittimità che per convinzione, per la forza delle circostanze o per entrambe le ragioni, ha ceduto alle autorità statunitensi facoltà di governo e poteri sovrani: subordinazione e intromissione sono, nel rapporto del governo calderonista con le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama, termini della stessa equazione".

ASSASSINATI SEI MEMBRI DI UNA FAMIGLIA. Il 7 febbraio María Magdalena Reyes Salazar, suo fratello Elías e la moglie di questi, Luisa Ornelas Soto, erano stati sequestrati da un gruppo di uomini armati che aveva fatto irruzione nella loro casa di Guadalupe, nello Stato di Chihuahua. Diciotto giorni dopo i loro corpi sono stati ritrovati a pochi chilometri di distanza. La sorella di María Magdalena e di Elías, Josefina Reyes, nota per le sue battaglie sociali e le sue denunce delle violenze dell'esercito, era stata assassinata nel gennaio 2010 a Ciudad Juárez; in agosto la stessa sorte era toccata al fratello Rubén, mentre il figlio di Josefina, Julio César, era stato ucciso nel 2009. "Davanti alla mancanza di protezione" da parte delle autorità messicane, i membri superstiti della famiglia Reyes Salazar hanno deciso di emigrare in Spagna, paese che ha offerto loro asilo politico.

21/3/2011


Anche l'Uruguay riconosce la Palestina

Il 15 marzo l'Uruguay ha riconosciuto ufficialmente lo Stato Palestinese. L'annuncio è avvenuto nel corso di un incontro a Montevideo tra il presidente Mujica e il rappresentante palestinese Walid Muaqqat. Analoga decisione era stata presa in gennaio dal Cile di Sebastián Piñera e in dicembre da Brasile, Argentina, Bolivia ed Ecuador (i governi di Brasilia, Buenos Aires e Quito avevano espressamente dichiarato di riconoscere il nuovo Stato all'interno delle frontiere del 1967, precedenti l'occupazione israeliana). I primi paesi latinoamericani ad allacciare rapporti diplomatici con la Palestina erano stati Cuba, Venezuela, Nicaragua e Costa Rica.

15/3/2011


Colombia, una farsa le smobilitazioni dei paras

Nel corso del suo mandato il presidente Alvaro Uribe presentò come un grande successo la smobilitazione dei membri del gruppo armato di estrema destra Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), ai quali venivano garantite lievi pene o addirittura l'impunità. In realtà in molti casi si trattò di una farsa, come emerge ora dalle dichiarazioni dell'ex comandante paramilitare Freddy Rendón Herrera. Secondo Rendón, tra gli 855 uomini che in una cerimonia pubblica deposero le armi nel novembre del 2003, molti appartenevano a una banda di killer al soldo dei narcotrafficanti. Beneficiario della commedia il cartello della droga di Diego Murillo (noto come Don Berna), i cui sicari ebbero così la possibilità di regolare i propri problemi con la giustizia.

Per questo episodio è indagato l'allora alto commissario per la pace Luis Carlos Restrepo, ma Rendón sostiene che il presidente Uribe ne era sicuramente al corrente. E contesta le cifre del governo, che indicava in 32.000 il numero dei paras smobilitati, quando le Auc contavano in tutto 16.000 membri. Restrepo è sotto inchiesta anche per una smobilitazione di segno opposto avvenuta nel marzo del 2006. In quell'occasione a consegnare le armi fu un gruppo di militanti delle Farc. Alcuni testimoni affermano che 66 dei presunti insorti erano civili reclutati nei quartieri poveri, che in cambio di denaro accettarono di presentarsi come guerriglieri pentiti.

Non era solo Alvaro Uribe ad avere un occhio di riguardo per i paramilitari. Il 21 febbraio il cugino Mario è stato condannato dalla Corte Suprema a sette anni e mezzo di reclusione per aver stretto un patto con le Auc: grazie al loro appoggio, e alle pressioni esercitate sui votanti, si era garantito l'elezione a senatore nel 2002.

LE FARC LIBERANO SEI OSTAGGI. Nel periodo dal 9 al 16 febbraio le Farc hanno liberato due politici, due militari e due poliziotti. Il gruppo guerrigliero ha voluto così tener fede alla promessa fatta in dicembre di rilasciare alcuni ostaggi in segno di riconoscimento per l'opera di mediazione svolta dalla senatrice liberale Piedad Córdoba. Quest'ultima era stata privata l'anno scorso del seggio parlamentare da una sentenza della Procura Generale perché accusata di legami con gli insorti.

7/3/2011


Bolivia, proteste e tensione per il rialzo dei prezzi

E' ripreso il 24 febbraio il dialogo tra il governo e la Central Obrera Boliviana, che chiede incrementi salariali per far fronte al rialzo del costo della vita seguito al cosiddetto gasolinazo. Il decreto di fine dicembre, che comportava forti aumenti dei combustibili, era stato ritirato dall'esecutivo dopo le proteste della popolazione, ma ha comunque provocato un'impennata speculativa dei prezzi di molti prodotti di base e la scarsità di alcuni alimenti. Una situazione che ha generato forte tensione nel paese e ha determinato una caduta di popolarità del presidente Morales.

Il 10 febbraio manifestazioni di massa si erano svolte a Santa Cruz, Cochabamba, La Paz ed El Alto. A Oruro lo scoppio di razzi e candelotti di dinamite aveva costretto Morales ad annullare la sua partecipazione alla commemorazione del Grito Libertario, l'insurrezione del 1781. Cinque giorni dopo, le principali città erano state paralizzate da nuove proteste e il 18 febbraio aveva avuto luogo lo sciopero nazionale di 24 ore promosso dalla Cob.

Un ulteriore elemento di conflittualità è costituito dall'astensione dal lavoro dei conducenti del trasporto urbano, che premono per ottenere un aumento delle tariffe. Contro tale richiesta si sono schierati il governo, le autorità municipali e soprattutto gli utenti: numerosi gli incidenti tra autisti e passeggeri esasperati.

25/2/2011


Messico, gli Usa ipotizzano un'alleanza tra narcos e Al Qaeda

Che cosa succederebbe se Al Qaeda si alleasse con Los Zetas, uno dei più temibili cartelli della droga messicani? A porsi questa domanda il 9 febbraio, in un intervento al Congresso statunitense, è stata la segretaria per la Sicurezza Nazionale, Janet Napolitano. Se l'ipotesi appare inverosimile, resta preoccupante il fatto che a sollevarla sia stata una rappresentante del governo di Washington. Due giorni prima un alto funzionario dell'esercito Usa, Joseph Westphal, aveva sostenuto che in Messico è in atto una forma di "insurrezione" capeggiata dai narcos, che potrebbero giungere a impadronirsi del potere, e questo implicherebbe una risposta militare degli Stati Uniti. In seguito Westphal si era affrettato a smentire, ma le sue parole riecheggiano quanto detto nel settembre scorso da Hillary Clinton: anche lei aveva parlato di "indizi di insurrezione".

REINTEGRATA LA GIORNALISTA SCOMODA. Era stata licenziata da Mvs Radio, dove conduceva il notiziario mattutino, per aver sollevato il problema del presunto alcoolismo del presidente Calderón, un tema dibattuto anche in Parlamento. Il 21 febbraio Carmen Aristegui è stata reintegrata, dopo che il suo caso aveva suscitato forti proteste.

La nota giornalista era da tempo nel mirino della censura: come ricorda il saggista Pablo Moctezuma, aveva denunciato la cosiddetta Ley Televisa approvata durante la presidenza Fox (che favoriva il duopolio Grupo Televisa e Tv Azteca), le aberrazioni del sacerdote pedofilo Marcial Maciel, la violenza consumata nel 2007 dai soldati contro l'anziana contadina Ernestina Ascención, i legami della famiglia Salinas con il narcotraffico. Senza dimenticare le accuse al potere politico di condizionare le concessioni per le telecomunicazioni alla sottomissione da parte delle imprese radiotelevisive. Guarda caso, proprio in questo periodo Mvs sta trattando con il governo Calderón la riconferma delle sue concessioni in banda larga.

21/2/2011


Honduras, passa la riforma che servì da pretesto per il golpe

Quasi una beffa: con 104 voti a favore, 11 contrari e un'astensione, il Congresso ha ratificato il 17 febbraio una riforma costituzionale che introduce la possibilità di convocare referendum anche sugli articoli della Carta Magna finora considerati intoccabili (compreso quello che proibisce la rielezione presidenziale). Proprio per aver cercato di indire una consultazione popolare non vincolante su tali temi, il presidente Manuel Zelaya venne deposto da un golpe nel giugno del 2009.

Della possibilità di ripresentare la sua candidatura alla massima carica dello Stato potrà avvalersi Porfirio Lobo, l'attuale presidente uscito vincitore nelle elezioni promosse dai golpisti. Il 27 gennaio Lobo ha compiuto il suo primo anno di governo. Il bilancio è di sostanziale fallimento: sul piano internazionale, gran parte dei paesi latinoamericani non riconoscono la legittimità del suo mandato e l'Honduras non ha potuto riprendere il suo posto in seno all'Oea; sul piano interno le violazioni dei diritti umani continuano a ritmo serrato, con violenze e uccisioni di giornalisti, sindacalisti, militanti dei movimenti sociali.

E in occasione del primo anniversario della presidenza Lobo, migliaia di persone sono scese in piazza a Tegucigalpa per chiedere il ritorno di Zelaya e la convocazione di un'Assemblea Costituente. Di fronte alla sede della Corte Suprema i manifestanti hanno urlato "Assassini, assassini". In altre zone del paese sono stati effettuati blocchi stradali in segno di protesta.

17/2/2011


Guatemala, assassinati giovani leader indigeni

Quattro giovani leader della comunità indigena di Quebrada Seca, nel dipartimento di Izabal, sono stati uccisi il 12 febbraio in un'imboscata. Catalina Mucú Maas (23 anni), Alberto Coc Caal (25), Sebastián Xun Cac (28) e Amílcar Choc (24) stavano tornando a casa a bordo di una lancia sul Río Dulce, al termine di una giornata di studio all'Università. Il giorno dopo l'imbarcazione è stata trovata sporca di sangue e con fori di proiettile; in seguito i quattro corpi sono stati rinvenuti nel fiume. Catalina e Alberto Coc erano guide spirituali maya, Sebastián e Amílcar maestri elementari. In un comunicato la Coordinadora Nacional Indígena y Campesina denuncia che già da tempo la popolazione della zona è oggetto di minacce e soprusi da parte di proprietari terrieri che cercano di appropriarsi dei terreni comunitari.

COMUNITA' NATIVE CONTRO ENEL E UNION FENOSA. Le comunità indigene di San Juan Cotzal sono scese in lotta contro l'Enel Green Power, la società del Gruppo Enel per le energie rinnovabili. La compagnia italiana è accusata di aver avviato nel 2009 la costruzione dell'impianto idroelettrico di Palo Viejo senza ottenere il consenso delle popolazioni native, come prescritto dall'Onu e dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro: ora gli abitanti chiedono un risarcimento dei danni causati al loro territorio.

Dopo tre riunioni infruttuose (l'ultima il 31 gennaio) con i responsabili Enel, le comunità hanno scritto una lettera aperta all'opinione pubblica internazionale e al popolo italiano, criticando la mancata volontà di dialogo da parte dell'impresa e la politica del governo guatemalteco, che si è schierato a fianco della transnazionale. Nel messaggio si annuncia l'intenzione di continuare con la resistenza pacifica, per salvaguardare le risorse naturali "che abbiamo ereditato dai nostri antenati maya" e che garantiscono il sostentamento delle future generazioni. In una successiva lettera si denuncia il tentativo dell'amministrazione locale (che ha approvato il piano Enel senza consultare i diretti interessati) di ottenere la fine della mobilitazione con la promessa di qualche "regalia" e la minaccia di destinare altrove il progetto per una scuola già finanziato dalla cooperazione internazionale.

La centrale, che sfrutterà l'energia idrica del fiume Cotzal e dei suoi tre affluenti, avrà una capacità complessiva di 84 megawatt e un costo approssimativo di 185 milioni di euro. All'investimento ha contribuito anche la Simest, la finanziaria controllata dal governo italiano che sostiene i piani di sviluppo delle aziende nazionali all'estero. Con Palo Viejo, Enel Green Power consolida la sua presenza in America Latina e nel novembre scorso ha fatto il suo ingresso in Borsa a Milano e a Madrid. Ma quali saranno i benefici per la regione? Ben pochi, visto che l'energia prodotta è destinata in gran parte all'esportazione. Ai contadini di San Juan Cotzal rimarranno terre allagate e un ecosistema distrutto.

Sempre sul fronte energetico, una situazione drammatica è vissuta nel dipartimento di San Marcos, dove gli abitanti contestano da due anni la società elettrica spagnola Unión Fenosa (già condannata a suo tempo dalla giustizia guatemalteca per richieste arbitrarie). Dopo una consultazione popolare, gli utenti avevano deciso lo sciopero delle bollette per ottenere la nazionalizzazione del settore e la creazione di imprese energetiche municipali. Per tutta risposta l'Unión Fenosa ha sistematicamente bloccato la fornitura di elettricità a interi comuni per giorni e giorni. A farne le spese anche gli ospedali, dove la mancanza di refrigerazione ha portato alla perdita di decine di migliaia di vaccini destinati ai bambini.

A questa sorta di rappresaglia si aggiungono gli omicidi selettivi contro i leader della protesta. Le vittime sono già una decina: tra queste la dirigente del Frena (Frente de Resistencia en Defensa del Pueblo y de los Recursos Naturales) Evelinda Ramírez Reyes, assassinata nel gennaio 2010 al ritorno da un incontro con funzionari governativi. Come nel caso dell'Enel, l'esecutivo si è rifiutato di prendere posizione a favore della popolazione locale, anzi ha risposto con la repressione e la sospensione delle garanzie costituzionali.

16/2/2011


Haiti, escluso dal ballottaggio il candidato di Préval

Il presidente Préval ha ottenuto dal Parlamento l'autorizzazione a rimanere in funzione fino al 14 maggio (formalmente il suo mandato si è concluso il 7 febbraio). La notizia ha scatenato l'indignazione di centinaia di persone che sono scese in piazza, scontrandosi con le forze di polizia e i caschi blu dell'Onu, per chiedere le dimissioni immediate del capo dello Stato. Non è questo l'unico motivo di tensione nel paese. Molti dei candidati che avevano partecipato al primo turno delle presidenziali continuano a chiedere l'annullamento del voto, definito "una mascherata".

Ma la macchina elettorale non si ferma. Il 3 febbraio il Conseil Electoral Provisoire ha annunciato che saranno Mirlande Manigat e il cantante Michel Martelly a contendersi il 20 marzo la massima carica dello Stato. Rovesciando i risultati preliminari, viene escluso dal ballottaggio il candidato di Préval, Jude Célestin. Sono state dunque accettate le raccomandazioni avanzate dalla missione dell'Organizzazione degli Stati Americani, che aveva segnalato una serie di brogli e irregolarità a favore di Célestin, e le conseguenti pressioni di Stati Uniti, Canada e Unione Europea.

Non tutto però è chiaro nel lavoro degli esperti internazionali. Santiago O’Donnell, su Página/12 del 23 gennaio, trova curioso il rapporto dell'Oea, "che parla di una differenza di 3.000 voti, ossia lo 0,3% degli iscritti nei registri elettorali, quando gli osservatori normalmente non hanno accesso al totale dei suffragi, ma a campioni rappresentativi. Questi campioni hanno di solito un margine di errore del 2%, molto superiore ai 3.000 voti in disputa". E la cosa diventa "sospetta", aggiunge O’Donnell, se si considera che Célestin in campagna elettorale aveva dichiarato che avrebbe permesso il ritorno del deposto presidente Aristide, mentre Martelly ha detto che vedrebbe con favore come suo consigliere l'ex dittatore Jean-Claude Duvalier (Baby Doc).

Il clamoroso rientro di quest'ultimo a metà gennaio, dopo 25 anni di esilio dorato, ha provocato reazioni contrastanti. Da una parte indignazione e ripudio, dall'altra segnali di giubilo da parte di molti giovani. Resta poco chiara la posizione della comunità internazionale. Se Duvalier è rientrato con un passaporto diplomatico - fanno notare gli analisti - e al suo arrivo è stato scortato dalla polizia e da soldati della Minustah (la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite), significa che il suo ritorno è stato approvato dall'Onu e dai paesi influenti ad Haiti, Francia e Stati Uniti in testa. Ma quali sono le vere ragioni della mossa a sorpresa di Baby Doc? Secondo Alix Fils-Aimé, un sopravvissuto dell'inferno carcerario del regime, Duvalier è tornato in patria per motivi strettamente personali: deve dimostrare ai banchieri svizzeri di non avere pendenze giudiziarie, per ottenere lo scongelamento di otto milioni di dollari dei suoi conti. Non sarà facile: quattro denunce sono già state presentate contro di lui per crimini di lesa umanità (uno dei denuncianti è lo stesso Fils-Aimé) e la giustizia potrebbe finalmente fare il suo corso.

8/2/2011


Argentina, fallisce la serrata degli agrari

Si è conclusa il 23 gennaio, con un sostanziale fallimento, la serrata delle associazioni dei grandi produttori agricoli riunite nella cosiddetta Mesa de Enlace. A differenza di quanto avvenuto nel 2008, quando pesanti blocchi stradali avevano creato difficoltà di approvvigionamento nelle città, questa volta il tentativo di paralizzare il commercio dei cereali non è riuscito per le divergenze sorte tra gli stessi promotori e ha trovato scarse simpatie nell'opinione pubblica. Alla base della protesta degli agrari, che pure nell'ultima annata hanno registrato eccezionali profitti, l'insofferenza nei confronti di qualsiasi intervento statale (dalle imposte alle quote sulle esportazioni). Legato all'estrema destra, questo settore è da tempo in prima fila nelle manovre destabilizzanti contro il governo Fernández.

L'altra faccia della medaglia è costituita dalle insostenibili condizioni di vita dei braccianti, vittime dei retaggi autoritari della dittatura e delle conseguenze della politica neoliberista di Menem. Secondo il Ministero del Lavoro, il 59% dei lavoratori delle campagne non può contare su alcuna forma di contratto ed è completamente in balia del padronato. E recentemente indagini giudiziarie hanno permesso di scoprire casi di vera e propria schiavitù: centinaia di persone costrette a lavorare fino a 14 ore al giorno, a vivere in baracche prive di luce e acqua, senza poter comunicare con le famiglie né allontanarsi dalle tenute. Nel ruolo di moderni schiavisti, i rappresentanti di transnazionali come la Nidera o la Southern Seeds Production.

UN VERTICE AL FEMMINILE. Un vertice di estrema importanza, quello che si è tenuto il 31 gennaio a Buenos Aires: per la prima volta, a rappresentare le due principali economie del Sud America, erano due donne, l'argentina Cristina Fernández e la brasiliana Dilma Rousseff. L'incontro ha portato alla firma di 14 accordi di cooperazione in vari campi, dallo sviluppo del nucleare a fini pacifici all'impegno per la promozione dell'uguaglianza di genere. In tal modo le due presidenti hanno voluto ribadire, sulla scia dei predecessori Kirchner e Lula, la rilevanza delle relazioni bilaterali. Durante la visita Dilma Rousseff ha avuto un colloquio con le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo: il tema della battaglia per i diritti umani è all'ordine del giorno in Brasile, dove si sta dibattendo la creazione di una Comissão da Verdade sui crimini della passata dittatura.

31/1/2011


Messico, l'opposizione scende in piazza

Decine di migliaia di persone hanno attraversato il 31 gennaio il centro della capitale, per chiedere un cambiamento di rotta nella politica economica e sociale. Parlando al termine della marcia, il segretario generale del Sindicato Mexicano de Electricistas, Martín Esparza, ha invitato a "un'insurrezione civile e pacifica in tutto il paese" sull'esempio della Tunisia e dell'Egitto e il leader della Confederación Nacional Campesina, Gerardo Sánchez, ha ribadito l'indignazione contadina contro l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e contro le misure antipopolari del governo Calderón. Tra i promotori della manifestazione anche il Movimiento Nacional por la Soberanía Alimentaria y Energética, che protestava contro la spirale inflazionistica.

Nei due giorni precedenti si era mobilitata invece la società civile di Ciudad Juárez. "Basta sangue, basta impunità, basta feminicidios": questo lo slogan di familiari delle vittime, studenti, intellettuali, sacerdoti nel primo anniversario del massacro di Villas de Salvárcar (diciotto persone uccise e sedici ferite il 30 gennaio 2010, durante una festa di giovani). Una cerimonia si era svolta anche alla frontiera con gli Stati Uniti, con centinaia di partecipanti da una parte e dall'altra del muro metallico eretto per impedire il passaggio dei clandestini.

Ma la violenza non sembra destinata a diminuire. Nel 2010, secondo le cifre del Consejo de Seguridad Nacional, 15.273 persone sono morte in assalti e scontri a fuoco provocati dalla criminalità organizzata: 50% in più rispetto all'anno prima. Drammatica soprattutto la situazione a Ciudad Juárez, dove i feminicidios sono in costante aumento: lo scorso anno le donne uccise sono state 306. E anche il 2011 è iniziato all'insegna del sangue: il 6 gennaio, in una strada della città, è stato rinvenuto il cadavere della poetessa Susana Chávez: aveva la mano sinistra recisa e una borsa di plastica nera in testa. Susana aveva partecipato a innumerevoli mobilitazioni per i diritti e la dignità delle donne: sua era la frase "Non una morta in più".

Un'altra emergenza è quella delle estorsioni di cui sono vittime gli immigrati clandestini, che attraversano il Messico per raggiungere gli Usa. Nel 2010 sono stati registrati 214 sequestri di massa ai danni di indocumentados, costretti a diventare corrieri della droga o a recuperare la libertà pagando un riscatto. L'episodio più clamoroso resta quello scoperto in agosto nello Stato di Tamaulipas: 72 persone, 54 uomini e 18 donne, rapite e assassinate dalla banda de Los Zetas.

SAMUEL RUIZ, IL VESCOVO DEI POVERI. "Sono venuto a evangelizzare gli indios e ho finito per essere evangelizzato da loro". Così Samuel Ruiz García, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, spiegava il suo incontro con la realtà del Chiapas. Teologo della liberazione e promotore della Teologia Indigena, mediatore nel dialogo tra gli zapatisti e il governo di Città del Messico, fondatore del Centro de Derechos HumanosFray Bartolomé de las Casas, Samuel Ruiz è morto il 24 gennaio. Alle sue esequie nella cattedrale di San Cristóbal hanno partecipato migliaia di persone di tutte le età e di tutte le condizioni, venute a salutare el Tatic (il padre). Era una delle "voci profetiche che annunciano e denunciano la situazione di violenza e ingiustizie che vive la maggioranza dei popoli latinoamericani. Sono le voci dei diseredati, dei senza voce che vanno recuperando il loro protagonismo storico", disse di lui Pérez Esquivel. E in un comunicato l'Ezln, pur sottolineando che "non furono poche né superficiali le differenze, le divergenze e le distanze", rende omaggio a don Samuel e ai suoi collaboratori che "non solo si sono impegnati per conseguire la pace con giustizia e dignità per gli indigeni del Chiapas, ma hanno anche rischiato e rischiano la loro vita, libertà e beni in questo cammino stroncato dalla superbia del potere politico".

31/1/2011


Cuba, condanne per i pazienti morti di freddo

Wilfredo Castillo, ex direttore dell'Hospital Psiquiátrico dell'Avana, dovrà scontare 15 anni di prigione per la morte, un anno fa, di almeno 26 pazienti uccisi dal freddo. In realtà le vittime furono forse di più, affermano i familiari, visto che alcuni malati vennero trasferiti in gravi condizioni in altri ospedali. Oltre al direttore, quattro dirigenti, la dietologa e sette impiegati amministrativi sono stati condannati a pene varianti tra i 6 e i 14 anni. Nel corso del dibattimento si è appreso che i ricoverati soffrivano di denutrizione e anemia, nonostante il nosocomio ricevesse quantità di cibo in misura maggiore rispetto a quella richiesta. E i parenti hanno testimoniato che alcune camerate erano prive di porte e finestre.

Prima della Rivoluzione, l'ospedale psichiatrico della capitale era tristemente noto per la sovrappopolazione e i maltrattamenti ai pazienti. Nel 1959 Fidel Castro ne affidò la rifondazione a Eduardo Bernabé Ordaz, uno dei medici della Sierra Maestra, che lo trasformò integralmente e ne fece un'istituzione di punta nella cura della malattia mentale. Dopo Ordaz, la direzione venne assunta da Lorenzo Somarriba (attualmente capo della missione medica cubana ad Haiti) e, nel 2008, da Castillo.

LE CONSEGUENZE DELLA RIFORMA. "L'attuale riforma sta infrangendo per la prima volta tre linee di politica sociale che hanno dominato nell'isola per mezzo secolo: a) la garanzia di un posto di lavoro per chiunque ne facesse richiesta, b) un sussidio di disoccupazione virtualmente a tempo indeterminato e c) un ampio pacchetto di sovvenzioni a beni e servizi". Così Gerardo Arreola, su La Jornada, sintetizza le conseguenze della svolta in politica economica, che prevede massicce riduzioni di personale e aumenti tariffari: un cambiamento che per molti lavoratori si preannuncia traumatico. Il 2011 è iniziato con il ritiro, dall'elenco dei beni sovvenzionati, di articoli per l'igiene come il sapone e il dentifricio. Nelle nuove direttive rientra anche la ricerca di una maggiore trasparenza: il governo - scrive il quotidiano Juventud Rebelde - ha deciso di diffondere, attraverso l'Oficina Nacional de Estadísticas, i movimenti di bilancio dell'amministrazione pubblica e la situazione finanziaria delle imprese statali.

31/1/2011


Cile, Piñera sconfitto nella battaglia del gas

Una settimana di proteste e mobilitazioni popolari ha costretto il presidente Piñera a rimangiarsi l'annunciato incremento del prezzo del gas. La decisione della statale Enap (Empresa Nacional del Petróleo), ratificata dal governo, di un aumento del 16,8% aveva provocato una vera e propria rivolta nella regione meridionale di Magallanes, dove le gelide temperature rendono indispensabile il riscaldamento. Durante la campagna elettorale Piñera aveva assicurato che sul gas si sarebbe mantenuta una tariffa preferenziale: per questo l'indignazione della popolazione era esplosa incontenibile. Blocchi stradali, saccheggi, occupazione di aeroporti, barricate incendiarie: il no degli abitanti era stato unanime e persino il vescovo di Punta Arenas, Bernardo Bastres, chiamato a favorire il dialogo tra l'Asamblea Ciudadana di Magallanes e le autorità, aveva definito "sproporzionato" il rialzo. La sera dell'11 gennaio, durante una manifestazione, due giovani donne erano state travolte e uccise da una camionetta.

La crisi era costata il posto al ministro dell'Energia, Ricardo Raineri, costretto alle dimissioni dopo un'improvvida dichiarazione (quando era stato reso pubblico l'aumento, aveva affermato: "E' finita la festa a Punta Arenas"). A succedergli era stato chiamato Laurence Golborne, responsabile delle Miniere, salito alla ribalta con il salvataggio dei 33 minatori rimasti intrappolati per settimane nelle viscere della terra. E finalmente il 18 gennaio l'esecutivo ha ceduto, firmando un'intesa con i rappresentanti dell'Asamblea Ciudadana. L'aumento, che partirà dal primo febbraio, sarà limitato al 3% (in linea con l'inflazione) e verrà compensato con sussidi a favore degli strati più vulnerabili. "L'accordo significa una chiara sconfitta per il governo la cui testardaggine, arroganza e prepotenza hanno dilatato senza ragione la risoluzione del conflitto", ha commentato il senatore socialista Pedro Muñoz.

18/1/2011


Brasile, inizia con l'emergenza la presidenza Rousseff

Quella che si è abbattuta sul Brasile nella prima metà di gennaio è stata la peggiore catastrofe naturale della sua storia. Piogge torrenziali hanno provocato inondazioni e smottamenti nello Stato di Rio de Janeiro, abbattendosi in particolare sulle città di Nova Friburgo, Teresópolis, Petrópolis e Sumidouro. I dati ufficiali parlano di quasi settecento morti e oltre duecento dispersi, ma il bilancio non è ancora definitivo perché si pensa che intere famiglie, spazzate via dall'acqua e dal fango, non rientrino nelle stime. Decine di bambini, anche piccolissimi, sono rimasti soli e non si conosce la sorte dei loro genitori. La presidente Dilma Rousseff, insediata da pochi giorni, ha visitato la zona colpita e ha stanziato 350 milioni di dollari per l'assistenza ai sinistrati. Ma ha anche evidenziato le responsabilità umane dietro la tragedia, sottolineando l'abbandono in cui sono state lasciate "le famiglie a basso reddito che vivevano sulle rive del torrente, del fiume e sui fianchi delle colline".

Alle radici del disastro l'urbanizzazione incontrollata, che nessuno ha saputo frenare. "Ci vorrà parecchio tempo prima che si sappia quante vite sono costate l'imprevidenza, l'incuria e l'irresponsabilità di generazioni di amministratori pubblici nella regione distrutta - scrive Eric Nepomuceno, su Página/12 del 18 gennaio - La devastazione dei boschi, l'occupazione irregolare delle colline e delle montagne sono cose che avvengono da molti anni. Case e costruzioni precarie piazzate sui pendii sono, visibilmente, sfide alle leggi dell'equilibrio. E tuttavia la loro espansione, per lo meno dagli ultimi vent'anni, avviene di fronte alla disattenzione degli amministratori municipali. Peggio: oltre a non impedire quelle occupazioni, molte volte sono loro i chiari promotori dell'espansione di favelas e quartieri".

E' iniziato dunque all'insegna dell'emergenza il mandato di Dilma Rousseff, che il primo gennaio ha sostituito Lula alla guida del Brasile. Come omaggio alla lotta contro la dittatura della nuova presidente, i primi inviti ufficiali diramati per il giorno dell'insediamento erano diretti alle sue vecchie compagne di cella, con le quali Dilma ha condiviso, in gioventù, la prigionia e le selvagge torture per mano dei militari. Niente invito invece per Porfirio Lobo, visto che il governo di Tegucigalpa, eletto dopo il golpe, non è riconosciuto da Brasilia.

Nel suo discorso dopo la cerimonia, Dilma ha reso omaggio al suo predecessore e ha promesso di valorizzare il ruolo delle donne e di continuare la battaglia per sradicare la miseria. In campo internazionale si è impegnata a promuovere l'integrazione regionale. Proprio sul piano dei rapporti con l'estero, la mancata estradizione in Italia dell'ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti, decisa da Lula prima di lasciare il governo, rischia di innescare una crisi diplomatica con Roma.

Nei giorni precedenti l'insediamento, Dilma Rousseff aveva presentato il suo futuro gabinetto. Dieci le ministre, che occuperanno dicasteri importanti come quello della Pianificazione (Miriam Belchor), dell'Ambiente, dello Sviluppo Sociale, dei Diritti Umani, della Cultura (quest'ultimo affidato all'attrice e cantante Ana de Hollanda, sorella di Chico Buarque). Nel complesso il governo non presenta personalità di spicco e mostra una sostanziale continuità con il periodo Lula. Il ruolo di coordinamento spetta ad Antonio Palocci, ex ministro delle Finanze (incarico che passa a Guido Mantega). La Giustizia è affidata a José Eduardo Cardozo, in questo caso una scelta personale della presidente. Quanto alle varie componenti della coalizione, va segnalato il relativo ridimensionamento del Partido do Movimento Democrático Brasileiro, che mantiene sei dicasteri, ma di peso minore e con meno fondi a disposizione. Istruzione e Sanità, settori chiave per Dilma Rousseff che ha promesso al paese di migliorare scuola e servizi sanitari, saranno gestiti dal Pt.

Un tema scottante sul tappeto riguarda la creazione di una Comissão da Verdade sui crimini della dittatura. In questo ambito la neo presidente si propone di fare un passo avanti rispetto alla precedente amministrazione, anche se non si tratterà di punire i crimini di lesa umanità, ma unicamente di far luce su circa 400 omicidi o sparizioni e su migliaia di incarcerazioni illegali. La possibilità di portare gli ex repressori davanti ai giudici appare infatti assai remota: lo scorso anno il Tribunale Supremo Federale aveva respinto la richiesta, presentata dall'Ordine degli Avvocati, di rivedere la Lei de Anistia, promulgata nel 1979 dal generale golpista Figueiredo.

Recentemente il ministro della Difesa, Nelson Jobim, che già in precedenza si era fatto portavoce delle gerarchie militari, in un'intervista al quotidiano Folha de S. Paulo ha posto precisi limiti alla futura Commissione, che dovrà tendere al recupero della memoria "per fare da guida al futuro", non "per una rappresaglia verso il passato". Il ministro ha poi minimizzato la condanna della Corte Interamericana, che aveva definito la legge di amnistia brasiliana incompatibile con la Convenzione Americana sui Diritti Umani. E qualcuno si è spinto ancora più in là nella giustificazione dei crimini del regime: il generale José Elito Carvalho Siqueira, nuovo responsabile della Sicurezza Istituzionale, ha affermato tranquillamente che il paese non deve vergognarsi dell'esistenza di desaparecidos. Richiamato all'ordine dalla presidente Rousseff, l'alto ufficiale ha dovuto presentare immediate scuse, ma le sue parole svelano la mentalità tuttora imperante nelle forze armate.

18/1/2011


Colombia, migliaia di vittime senza giustizia

"Nel 2011 raddoppieremo le attività in ogni senso". Lo ha annunciato il leader delle Farc, Alfonso Cano, in un messaggio video trasmesso il 7 gennaio dall'agenzia Anncol. Nello stesso giorno il gruppo guerrigliero si è scontrato con reparti dell'esercito nella zona di San Vicente del Caguán. Nel corso del combattimento sono morti cinque guerriglieri, tre militari e una bambina di undici anni, che è stata raggiunta dai proiettili mentre stava tornando a casa in compagnia della sorella maggiore.

Se il 2011 è iniziato con un nuovo versamento di sangue, il 2010 si era concluso con l'ennesima legge di impunità. Approvata dal Congresso il 15 dicembre, il 29 era stata promulgata dal governo Santos la Ley 1424, mirante a garantire la non punibilità degli ex paramilitari che ancora rischiavano il carcere. In base al provvedimento, il governo promuoverà un "Accordo di contributo alla verità storica e alla riparazione" con gli ex membri dei gruppi armati, che vedranno sospesi tutti gli ordini di cattura nei loro confronti. In cambio dovranno manifestare l'impegno a reintegrarsi nella società e a far luce su tutti i fatti di cui sono a conoscenza. Ma tale informazione "non potrà, in nessun caso, essere utilizzata come prova in un processo giudiziario", né contro gli autori della confessione, né contro altri. Ancora una volta, insomma, migliaia di vittime rimarranno senza giustizia.

8/1/2011


Bolivia, Morales ritira il gasolinazo

Il governo di La Paz ha dovuto ritirare il cosiddetto gasolinazo, il decreto annunciato il 26 dicembre che, eliminando i sussidi agli idrocarburi, aveva prodotto aumenti tra il 50 e l'82%. La decisione aveva provocato violente proteste, con saccheggi, blocchi stradali e distruzione di edifici. Annunciandone la revoca, il presidente Morales ha spiegato che il decreto mirava a equiparare il costo dei combustibili a quello degli altri paesi della regione (un litro di benzina in Bolivia costa 48 centesimi, in Brasile tre volte tanto), ma ha riconosciuto che "il popolo non era preparato ad affrontare le conseguenze della misura". Si tratta comunque solo di un rinvio, perché prima o poi il provvedimento si renderà necessario: "Non so per quanto tempo il Tesoro avrà le risorse per sostenere il programma di sovvenzione: due, tre o cinque anni". Morales ha poi denunciato la presenza, dietro alcune delle manifestazioni di protesta, di settori della destra e del raggruppamento di sinistra Movimiento Sin Miedo.

LA DESTRA PERDE IL DIPARTIMENTO DI TARIJA. La destra ha perso il controllo del dipartimento di Tarija, principale produttore di gas naturale. A metà dicembre il governatore Mario Cossío, accusato di corruzione da uno dei suoi funzionari, è stato sospeso e sostituito da Lino Condori, del Movimiento al Socialismo. Cossío ha cercato di opporsi iniziando uno sciopero della fame, durato meno di 24 ore, e denunciando di essere vittima di un golpe da parte del governo. Uno sciopero in suo appoggio, promosso da un comitato civico, è subito fallito. La maggioranza governa ora sette dipartimenti, mentre all'opposizione restano Santa Cruz e Beni.

2/1/2011

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato