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Nuovo viaggio di Ahmadinejad in America Latina  (13/1/2012)

 

Argentina

Tensione con Londra per le Malvinas  (15/2/2012)

 

Colombia

Chi c'è dietro l'ondata di attentati? - Il paese più pericoloso per i sindacalisti  (6/2/2012)

Santos dice no al dialogo - In vigore la Ley de Víctimas  (11/1/2012)

 

Cuba

La Conferenza Nazionale del Pcc - Si rafforzano i legami con il Brasile  (5/2/2012)

 

Ecuador

I cinque anni di Rafael Correa  (20/1/2012)

 

El Salvador

"A nome dello Stato chiedo perdono per El Mozote"  (16/1/2012)

 

Guatemala

Ríos Montt sarà processato per genocidio  (26/1/2012)

 

Honduras

Incendio nel penitenziario: 360 morti - Assassinato un altro dirigente contadino  (21/2/2012)

 

Messico

Morire di fame nella Sierra Tarahumara  (18/1/2012)

 


Honduras, incendio nel penitenziario: 360 morti

Una notizia più di tutte rende lo strazio di chi ha perso un familiare nel gigantesco rogo del 14 febbraio nella prigione di Comayagua: dopo aver atteso per sei giorni un corpo su cui piangere, i parenti - in gran parte donne - hanno fatto irruzione nell'obitorio della capitale, nel disperato tentativo di recuperare i cadaveri dei loro congiunti. Prima di essere allontanati dagli agenti con i gas lacrimogeni, sono riusciti ad aprire alcune borse di plastica allineate sul pavimento e contenenti i resti carbonizzati ancora senza nome. Delle 360 vittime (353 decedute subito, altre sette dopo il ricovero in ospedale) solo poche decine sono state finora identificate.

Per quanto riguarda lo scoppio dell'incendio, gli esperti sostengono che fu "accidentale". Ma la tragedia ha messo in luce la tremenda situazione di sovraffollamento delle carceri honduregne: nel centro penale di Comayagua, costruito per ospitare 250 detenuti, ne erano stipati più di 850. Da quanto emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti e dalle immagini di un video amatoriale, le guardie non aprirono le celle per permettere ai prigionieri di salvarsi e anzi fecero fuoco contro chi cercava di sfuggire alle fiamme. "Li hanno lasciati morire": questa l'accusa dei familiari. E l'alto commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Navanethem Pillay, ha chiesto che venga svolta un'inchiesta indipendente sull'accaduto. Già nel maggio del 2004, in un disastro analogo nel penitenziario di San Pedro Sula, erano morte più di cento persone.

Quattro giorni dopo la tragedia di Comayagua, un altro incendio ha distrutto alcuni mercati di una zona popolare di Tegucigalpa, provocando undici feriti e ingenti danni materiali. Molte le ipotesi sulle cause: non si esclude neppure l'origine dolosa.

ASSASSINATO UN ALTRO DIRIGENTE CONTADINO. Il 27 gennaio Porfirio Lobo ha "festeggiato" il secondo anniversario del suo mandato con risultati tutt'altro che positivi: funzionari del governo coinvolti in casi di corruzione, un'ondata di criminalità senza precedenti e la delusione dell'elettorato di fronte alle mancate promesse di nuovi posti di lavoro. Da qui il crollo nella popolarità di Lobo rivelato da un recente sondaggio.

Accanto alla delinquenza comune cresce, nella più totale impunità, la violenza politica. Il 20 gennaio l'ennesima uccisione di un dirigente contadino: Matías Valle Cárdenas, ex presidente del Muca (Movimiento Unificado Campesino del Aguán), assassinato a Tocoa da due killer in moto. Matías Valle, che l'anno scorso aveva denunciato la ricomparsa degli squadroni della morte nella zona del Bajo Aguán, era stato più volte minacciato.

21/2/2012


Argentina, tensione con Londra per le Malvinas

In una lettera al presidente dell'Assemblea Generale dell'Onu, Nassir Abdulaziz Al-Nasser, il governo di Cristina Fernández ha ribadito la volontà di trovare una soluzione pacifica alla controversia con Londra sulla sovranità delle isole Malvinas/Falkland. Il tema è tornato d'attualità in questi ultimi tempi, nel trentennale del conflitto anglo-argentino (scoppiato il 2 aprile 1982), in seguito a una serie di iniziative britanniche che hanno preoccupato le autorità di Buenos Aires: l'invio della nave da guerra HMS Dauntless, armata di missili per la difesa antiaerea; l'arrivo sulle isole del principe William per ricevervi addestramento militare; l'installazione di una nuova piattaforma petrolifera che parteciperà ai lavori di prospezione iniziati già due anni fa (e che avevano portato a una crisi diplomatica tra i due paesi). Il greggio presente nelle acque dell'arcipelago è più che sufficiente a giustificare l'interesse inglese.

Ma non si tratta solo di petrolio. La "Fortezza Malvinas", a poche centinaia di chilometri dalla costa argentina, "è diventata una delle cinque principali enclave militari straniere dell'emisfero occidentale e funziona in collegamento con la rete mondiale di basi di controllo e spionaggio che la Nato possiede sul pianeta", scrive Rina Bertaccini su Alai, América Latina en Movimiento del 14 febbraio. E non va dimenticato che dal 2008 la Quarta Flotta statunitense è tornata a pattugliare, dopo 58 anni, le acque latinoamericane.

Il 25 gennaio la presidente argentina ha affrontato l'argomento Malvinas nella sua prima apparizione pubblica dopo il periodo di assenza dovuto a un intervento alla tiroide (gli esami clinici hanno escluso la presenza di cellule cancerogene). Respingendo l'accusa inglese di colonialismo, Cristina Fernández ha affermato che la rabbiosa reazione della Gran Bretagna risponde al tentativo di distogliere l'attenzione dai problemi politici interni, proprio come era avvenuto in Argentina quando la dittatura aveva cercato, scatenando il conflitto, di nascondere la realtà dei 30.000 desaparecidos e di un'economia devastata.

A trent'anni di distanza e con la situazione politica completamente mutata, Buenos Aires non vuole certo un nuovo scontro armato, ma l'apertura di negoziati bilaterali. In questa battaglia può contare sull'appoggio di tutta la regione: dichiarazioni a sostegno delle rivendicazioni argentine sull'arcipelago sono venute dalle nazioni dell'Alba, della Celac e dell'Unasur. In segno di solidarietà i paesi del Mercosur, già nel dicembre scorso, avevano deciso di proibire l'attracco nei loro porti alle imbarcazioni battenti bandiera delle Falkland. Al blocco ha aderito anche il governo cileno, come Piñera ha confermato il 14 febbraio parlando al telefono con il premier inglese Cameron. Sono lontani i tempi il cui il Cile di Pinochet collaborava con la Gran Bretagna di Margaret Thatcher per sconfiggere le truppe argentine.

Da Londra intanto giungono notizie che alimentano la tensione. Si è appreso che un gruppo di parlamentari britannici, membri della Commissione Difesa della Camera, giungerà in marzo alle Malvinas per ispezionarvi le installazioni militari. E alla HMS Dauntless si aggiungerebbe, nella zona contesa, un sottomarino con testate atomiche, in contrasto con il Trattato di Tlatelolco del 1967 che proibisce le armi nucleari in America Latina e nei Caraibi.

15/2/2012


Colombia, chi c'è dietro l'ondata di attentati?

E' stata una delle peggiori ondate di attentati degli ultimi anni: agli inizi di febbraio lo scoppio di una serie di ordigni, in diverse località dei dipartimenti di Nariño, Cauca e Tolima, ha provocato 18 morti e un centinaio di feriti. Non si esclude che i responsabili vadano ricercati tra i gruppi di narcos attivi nella regione, ma il presidente Santos ha subito incolpato i guerriglieri delle Farc, invitandoli a "non essere ipocriti, a non parlare di pace da una parte e commettere atti terroristici dall'altra". Netta la risposta degli insorti che, in una dichiarazione pubblica riportata dall'agenzia Anncol, respingono l'accusa come "assolutamente falsa" e sottolineano: "Niente di più lontano dalle nostre convinzioni che le azioni indiscriminate contro la popolazione civile. I nostri unici obiettivi militari sono le forze armate dello Stato colombiano e le bande criminali al loro servizio".

Nel comunicato le Farc ribadiscono anche il loro appello alla trattativa, ricordando che alla guerra si può trovare una via d'uscita "dialogata, politica, senza imposizioni arroganti, che cerchi una soluzione delle cause alla base del conflitto". In dicembre la guerriglia aveva annunciato la prossima liberazione di sei ostaggi, ma ha poi rinviato il rilascio a data da destinarsi perché la zona scelta "è stata militarizzata in modo ingiustificato dal governo".

IL PAESE PIU' PERICOLOSO PER I SINDACALISTI. La Colombia continua a essere il paese più pericoloso al mondo per i sindacalisti. Secondo Human Rights Watch, pur registrandosi un miglioramento rispetto a un decennio fa, negli ultimi quattro anni sono state 175 le persone assassinate per aver difeso i diritti dei lavoratori. Nel suo rapporto annuale, reso noto il 22 gennaio, l'organizzazione statunitense denuncia l'impunità generalizzata di cui godono i responsabili di questi omicidi e sottolinea come, dal 2007, la maggior parte delle minacce contro i leader sindacali provenga dalle bande criminali emergenti. Questi gruppi, legati al traffico di droga, hanno preso il posto dei paramilitari di estrema destra e mantengono stretti vincoli con membri delle forze di sicurezza e con funzionari locali.

E la strage di sindacalisti non si ferma. Il 17 gennaio Mauricio Arredondo, dell'Unión Sindical Obrera de la Industria del Petroleo, è stato assassinato a Puerto Asís insieme alla moglie, Janeth Ordóñez Carlosama. Nove giorni dopo, a Barranquilla, i killer hanno colpito a morte Ricardo Ramón Paublott Gómez, dirigente sindacale e dipendente dell'Industria Nacional de Gaseosas S.A. (Coca-Cola).

6/2/2012


Cuba, la Conferenza Nazionale del Pcc

Come era stato deciso l'anno scorso dal Sesto Congresso, si è svolta il 28 e 29 gennaio all'Avana la Prima Conferenza Nazionale del Partido Comunista. Tra gli obiettivi delineati nella risoluzione finale, "la difesa dei valori della nostra società e l'unità nazionale intorno al partito e alla Rivoluzione, incentivando la partecipazione attiva del popolo nell'adozione delle decisioni e il rafforzamento della nostra democrazia socialista", una maggiore promozione "di donne, neri, meticci e giovani a responsabilità di direzione", la lotta "alla corruzione, all'illegalità e all'indisciplina".

Sul tema della corruzione è tornato Raúl Castro nel suo discorso conclusivo, definendola "uno dei principali nemici della Rivoluzione, molto più dannosa del multimilionario programma sovversivo e interventista del governo Usa e dei suoi alleati interni ed esterni". Secondo voci non ufficiali, sono circa trecento i funzionari pubblici e i dirigenti d'impresa nazionali e stranieri già arrestati nell'ambito delle indagini per malversazione.

Castro ha anche affrontato le critiche di quanti chiedono la restaurazione di un sistema multipartitico, come se Cuba fosse "un paese in condizioni normali e non una fortezza assediata". Rinunciare al principio del partito unico, ha detto l'oratore, "equivarrebbe semplicemente a legalizzare il partito o i partiti dell'imperialismo su suolo patrio e sacrificare l'arma strategica dell'unità dei cubani". Raúl ha poi riaffermato la decisione di limitare a due periodi consecutivi di cinque anni le principali cariche istituzionali e ha ribadito che al partito spetta il compito di "stimolare, promuovere, coadiuvare al meglio il lavoro degli organi di governo, ma in nessun caso sostituirli". Un cambiamento di prospettiva fondamentale, perché rompe con la tradizione consolidata che assegnava al Pcc l'ultima parola su qualsiasi provvedimento.

Nel frattempo ha perso credibilità la notizia, diffusa dall'opposizione, della morte in carcere del dissidente Wilmar Villar Mendoza in seguito a uno sciopero della fame. Un comunicato ufficiale riferisce che Villar Mendoza, deceduto per setticemia il 19 gennaio a Santiago, nell'ospedale dove era stato ricoverato per problemi respiratori, era in prigione per reati comuni e non stava attuando alcun digiuno volontario. Le autorità dell'Avana hanno quindi respinto gli attacchi di quei paesi (Stati Uniti in testa) che avevano approfittato della vicenda per criticare il governo cubano.

SI RAFFORZANO I LEGAMI CON IL BRASILE. "Vogliamo parlare di diritti umani? Allora cominciamo a parlare di diritti umani in Brasile, negli Stati Uniti e della situazione a Guantanamo". Con queste parole il 31 gennaio la presidente brasiliana Dilma Rousseff, alla sua prima visita ufficiale sull'isola, ha chiuso la bocca a quanti speravano da lei una condanna della "dittatura" cubana. E in seguito, parlando con i giornalisti, ha espresso la sua contrarietà all'embargo statunitense e l'interesse di Brasilia nel rafforzare i rapporti economici con l'Avana. In quest'ambito si inseriscono la concessione di un credito di 350 milioni di dollari per l'acquisto di alimenti e di altri 200 milioni per macchinari agricoli e gli investimenti in corso per l'ampliamento del porto di Mariel.

L'impresa brasiliana impegnata a Mariel, la Odebrecht, ha anche annunciato la firma di un contratto con il gruppo statale Azcuba (che ha sostituito il Ministero dello Zucchero) per la gestione produttiva di uno zuccherificio a Cienfuegos. E' la prima volta che Cuba accetta la partecipazione straniera in questo settore, un tempo colonna portante della sua economia.

5/2/2012


Guatemala, Ríos Montt sarà processato per genocidio

Come previsto, uno dei primi provvedimenti adottati dal governo di Otto Pérez Molina è stato quello di affidare all'esercito la lotta contro il crimine organizzato. Il nuovo presidente ricalca così le scelte adottate dal messicano Calderón (con il catastrofico risultato di un aumento esponenziale della violenza). Del resto l'ex generale aveva centrato la sua campagna elettorale sulla promessa di mano dura contro il narcotraffico, che del Guatemala ha fatto uno degli snodi principali nella rotta dalla Colombia al grande mercato statunitense.

La cerimonia di insediamento di Pérez Molina, il 14 gennaio, alla presenza di decine di delegazioni internazionali, si è svolta in un clima di tensione: il giorno prima, nel centro della capitale, il deputato Oscar Valentín Leal, del partito di destra Libertad Democrática Renovada, e il fratello Erick erano caduti sotto i colpi di ignoti killer. Nel suo discorso Pérez ha alternato appelli alla riconciliazione nazionale a pesanti critiche al suo predecessore, Alvaro Colom, che avrebbe portato il paese vicino al "fallimento economico e morale", a causa del disordine amministrativo e finanziario e di programmi sociali "clientelari e populisti".

Con Pérez Molina, espressione dell'oligarchia tradizionale, torna al potere - sia pure attraverso il voto - un militare sospettato di crimini di lesa umanità. Si interrompe così il ciclo di governi civili inaugurato nel 1986 dal democristiano Vinicio Cerezo: un pericoloso segno di involuzione nella vita democratica del paese. Eppure le organizzazioni per i diritti umani, che il 29 dicembre 2011 hanno ricordato il 15° anniversario della firma degli Accordi di Pace, continuano a lottare per la verità e la giustizia. In gennaio due ex generali-dittatori sono comparsi in tribunale sotto l'accusa di genocidio. In considerazione delle sue cattive condizioni di salute, per Oscar Humberto Mejía Víctores, la giudice Patricia Flores ha deciso la sospensione del procedimento. Per Efraín Ríos Montt invece, che non essendo stato rieletto nelle ultime legislative ha perso l'immunità parlamentare, la stessa magistrata ha disposto il rinvio a giudizio e gli arresti domiciliari.

Ma la battaglia contro l'impunità è ancora lunga e difficile. Come scrive Magdalena Gómez su La Jornada del 17 gennaio, non è un caso che "il mese scorso siano state presentate accuse formali a numerosi giornalisti e attivisti per partecipazione al terrorismo durante il conflitto armato. E' evidente che si tratta di un'azione di intimidazione".

26/1/2012


Ecuador, i cinque anni di Rafael Correa

Ha lasciato Quito la missione dell'Onu incaricata di indagare gli avvenimenti del 30 settembre 2010, quando la rivolta di alcuni reparti di polizia sfociò nel sequestro del capo dello Stato e in scontri che provocarono morti e feriti. Dopo una serie di incontri con autorità civili e militari, esponenti politici e rappresentanti della società civile, in un comunicato emesso il 20 gennaio i delegati delle Nazioni Unite hanno espresso le loro conclusioni: si trattò di "un tentativo di destabilizzazione politica e una minaccia all'ordine costituzionale e democratico". L'inchiesta era stata sollecitata dal governo ecuadoriano per confutare le posizioni dell'opposizione, che ha sempre negato l'ipotesi di un fallito colpo di Stato.

La polemica ha avuto eco anche negli Stati Uniti, dove The Washington Post, nel suo editoriale del 12 gennaio, ha definito il presidente Correa "un autocratico accolito di Hugo Chávez", che "dovrebbe essere noto per il più completo e spietato assalto alla libertà dei media in corso nell'emisfero occidentale". L'articolo si riferiva al processo intentato da Correa contro il giornale El Universo, che riferendosi ai fatti del 30 settembre lo aveva accusato di aver ordinato di sparare contro persone innocenti. Una risposta alle affermazioni del quotidiano statunitense è venuta da Nathalie Cely, da poche settimane ambasciatrice a Washington. Dopo aver rivendicato per il capo dello Stato, come per qualsiasi cittadino, il diritto di "difendere il suo onore di fronte a eventuali offese", la diplomatica segnala come sia giunta l'ora "di realizzare una discussione lucida sui privilegi e le responsabilità della stampa. E' questo il processo in corso in maniera pubblica, problematica e democratica in Ecuador".

La nomina di Nathalie Cely, e quella contemporanea di Adam E. Namm come rappresentante Usa a Quito, hanno segnato il ristabilimento dei rapporti diplomatici tra i due paesi, messi in crisi nell'aprile scorso dalle rivelazioni di Wikileaks. In un cablogramma del 2009 venivano infatti riportati i giudizi negativi dell'ambasciata nordamericana sul generale Humberto Vaca, implicato in casi di corruzione, e veniva insinuato il sospetto che Correa lo avesse posto deliberatamente a capo delle forze di sicurezza per poterlo manipolare.

Il tentativo di golpe ha rappresentato il momento più drammatico della presidenza di Rafael Correa, che a metà gennaio ha celebrato il suo quinto anno al potere con una popolarità del 55%. Un record per questo paese, dove nell'ultimo decennio nessun capo di Stato è riuscito a terminare il suo mandato senza essere cacciato dalla protesta popolare. Come scrive Emir Sader su Alai, América Latina en Movimiento (16/1/2012), la Revolución Ciudadana guidata da Correa "privilegia le politiche sociali e non il riequilibrio fiscale, i processi di integrazione regionale e le alleanze tra il Sud del mondo e uno Stato forte, promotore della crescita economica e garanzia dei diritti sociali e non lo Stato minimo, che rinuncia a favore del mercato. Oltre a ciò, il governo ha ripreso gli investimenti di base - come strade, energia, porti, infrastrutture in generale - che hanno permesso di imprimere dinamismo all'economia ecuadoriana. Nel 2011, nonostante le pressioni esterne negative - diminuzione del credito internazionale, variazioni dei prezzi del petrolio, diminuzione drastica dell'invio delle rimesse degli emigrati alle loro famiglie - l'economia è cresciuta di un 8%, uno degli indici più alti, se non il più alto, di tutta l'America Latina".

20/1/2012


Messico, morire di fame nella Sierra Tarahumara

Già a fine novembre era stato lanciato l'allarme: a causa della prolungata siccità, le riserve di cibo delle comunità della Sierra Tarahumara (Stato di Chihuahua) stavano esaurendosi. "Molta gente non ha da mangiare; poiché non ha piovuto non è cresciuto il mais e neppure i fagioli; da mesi abbiamo dovuto uccidere le capre perché non c'era erba per alimentarle; gli asini e le mule stanno morendo e ancora non è arrivato l'inverno": questa la denuncia di una rappresentante della popolazione, che aveva bussato a diverse istituzioni statali e federali senza ottenere risposta. Ora si apprende che quattro persone (sei secondo altre versioni) sono morte d'inedia e si è diffusa la voce - poi smentita - che altre decine si sarebbero suicidate per la fame. Ma, come scrive Víctor Quintana su La Jornada del 17 gennaio, "nella Tarahumara la fame non è una notizia, è un fatto cronico, strutturale". Le etnie di questa regione "furono spinte dalla conquista spagnola prima, dall'avidità di bianchi e meticci poi, verso le zone più alte e inospitali di quel territorio: pendici, cime e gole sassose. Questo le condannò a praticare un'agricoltura non sufficiente alla sussistenza, che li mantiene in uno stato di denutrizione permanente". Eppure la Sierra Tarahumara possiede enormi risorse minerarie e forestali (spesso sfruttate dalle grandi compagnie straniere); qui nascono numerosi corsi d'acqua che irrigano le valli vicine, o che vengono dirottati verso gli Stati Uniti in base a un trattato internazionale del 1944. Di queste ricchezze nulla rimane agli abitanti, condannati da sempre alla miseria.

Il dramma che si sta consumando nel nord del Messico ha avuto eco anche nella rete, dove si moltiplicano gli appelli e i richiami alla solidarietà. Ma intanto c'è chi trae profitto dalla situazione: il governatore priista di Chihuahua, César Duarte, si è recato nella zona e si è fatto ampiamente riprendere mentre distribuiva viveri. Gli aiuti non erano sufficienti per tutti i convenuti, ma poco importa: il risultato politico è stato raggiunto. L'accusa di Angela Ramos, leader comunitaria, è precisa: "Dicono alla gente di venire, che qui distribuiranno razioni di cibo; arrivano da lontano tutti affamati, fanno file e file e alla fine se ne vanno come sono arrivati: con le mani vuote, senza aver ricevuto niente; in compenso il governatore si fa fotografare e dice che tutta la gente che era lì ha ricevuto una razione e non è vero".

18/1/2012


El Salvador, "A nome dello Stato chiedo perdono per El Mozote"

"Per quel massacro, per le aberranti violazioni dei diritti umani e per gli abusi perpetrati, a nome dello Stato salvadoregno chiedo perdono alle famiglie delle vittime". Con queste parole il presidente Funes si è rivolto alle centinaia di persone raccolte nel villaggio di El Mozote, dove nel dicembre del 1981 soldati del battaglione Atlacatl (corpo d'élite addestrato dagli Stati Uniti) assassinarono un migliaio di civili, molti dei quali bambini. Funes ha voluto citare anche i nomi dei responsabili della strage, come risultano dal rapporto della Comisión de la Verdad: il tenente colonnello Domingo Monterrosa, il maggiore José Armando Azmitia, il maggiore Natividad de Jesús Cáceres.

Il discorso di Mauricio Funes, con il riconoscimento delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze armate e la richiesta di perdono, è stato il momento culminante delle celebrazioni per il ventesimo anniversario degli Accordi di Pace, che il 16 gennaio 1992 posero fine a dodici anni di guerra civile. Ma tra i tanti impegni assunti da Funes verso le vittime e i loro familiari, mancava quello più atteso: la cancellazione della Ley de amnistía del 1993, che garantisce l'impunità ai colpevoli di quelle violazioni.

Se il conflitto si è concluso, il Salvador resta comunque alle prese con problemi drammatici. La crisi economica spinge migliaia di persone a emigrare: un viaggio lungo e pericoloso verso il miraggio del Nord. Per chi resta c'è la miseria quotidiana, che colpisce il 36,5% della popolazione (l'11,2% vive nella completa indigenza), secondo le cifre del Ministero dell'Economia. E c'è la realtà di un paese tra i più violenti al mondo: 70 omicidi ogni 100.000 abitanti.

L'elezione nel 2009 dell'indipendente Mauricio Funes, sostenuto dal Fmln, aveva suscitato molte speranze di cambiamento. Ma il presidente ha progressivamente preso le distanze dagli ex guerriglieri e gli avvicendamenti dello scorso anno all'interno del governo mostrano con chiarezza una svolta politica in direzione sempre più moderata. Ai primi di giugno veniva "licenziata" la ministra del Lavoro, Victoria Velásquez de Avilés: si era opposta alla richiesta dell'Asociación Nacional de la Empresa Privada, la Confindustria locale, di poter estendere la giornata lavorativa a dodici ore. Victoria Velásquez veniva sostituita da Humberto Centeno, del Fmln, che però perdeva l'importante dicastero di Gobernación (Interno) a favore del suo vice, Ernesto Zelayandía.

Cinque mesi dopo lasciava il governo un altro esponente del Fmln, Manuel Melgar, ministro della Giustizia e della Sicurezza. A indurre Funes a rimpiazzarlo con l'ex colonnello David Munguía Payés (già titolare della Difesa) erano state le pressioni della Casa Bianca: Washington, che rimproverava a Melgar di aver partecipato, come comandante guerrigliero, a un attentato contro alcuni consiglieri statunitensi, aveva condizionato al suo allontanamento la firma dell'Asocio para el Crecimiento. In base a tale accordo, sottoscritto il 3 novembre, gli Usa garantiscono al Salvador la loro collaborazione nella lotta contro bassa produttività e alto indice di criminalità. Un patto che sembra disegnato apposta per imporre il dominio del colosso del Nord sul piccolo paese centroamericano. Del resto, come scrive Roberto Pineda (Alai, América Latina en Movimiento - 6/11/2011), "non è la prima volta che gli Stati Uniti tentano di mettere in atto un meccanismo di controllo economico che permetta loro di cooperare e aiutare ad aprire le porte delle economie latinoamericane ai loro giganteschi consorzi, che vengono a prendere il posto degli imprenditori nazionali".

16/1/2012


Nuovo viaggio di Ahmadinejad in America Latina

"Le nostre relazioni con i paesi dell'America Latina sono molto buone e continuano a svilupparsi; la cultura dei popoli di quella regione e le loro esigenze storiche sono simili alle richieste del popolo iraniano". Lo ha detto Ahmadinejad prima di lasciare Teheran per un nuovo giro nella regione. Accanto alle ragioni economiche (gli scambi commerciali sono in crescita, soprattutto con l'Ecuador), la motivazione politica: la ricerca di appoggi nel pieno del conflitto diplomatico con gli Stati Uniti. Da questo punto di vista il risultato per il presidente iraniano non può dirsi entusiasmante, anche se non gli è mancato il sostegno dei tradizionali alleati. Non a caso da questo viaggio era assente il Brasile, dove Dilma Rousseff - a differenza del suo predecessore Lula, che nel 2010 aveva svolto opera di mediazione sulla questione del nucleare - sembra orientata a prendere le distanze dalla Repubblica Islamica.

La prima tappa di Ahmadinejad è stata Caracas, dove è stato accolto trionfalmente da Hugo Chávez. I due capi di Stato, in polemica con gli Usa e le altre potenze occidentali, hanno affermato che i loro governi hanno intenzioni pacifiche e che la loro guerra "è contro la povertà, la fame e il sottosviluppo". Proprio alla vigilia dell'arrivo di Ahmadinejad, Washington aveva mostrato la sua irritazione rendendo nota la decisione di espellere la console generale del Venezuela a Miami, Livia Acosta Noguera. In dicembre la diplomatica era stata accusata, da un servizio della catena Univisión, di complicità in un complotto iraniano mirante a lanciare attacchi informatici contro impianti nucleari statunitensi.

Seconda tappa, Managua. Il 10 gennaio il presidente iraniano ha assistito all'insediamento di Daniel Ortega, giunto al suo terzo mandato. Alla cerimonia erano presenti oltre trenta delegazioni internazionali. Poi Ahmadinejad è partito alla volta di Cuba, dove si è incontrato con il presidente Raúl e ha tenuto una conferenza all'università dell'Avana, che lo ha insignito della laurea honoris causa in Scienze Politiche. Il leader iraniano, che ha avuto anche un lungo colloquio con Fidel, ha definito "buonissimi" gli incontri con i fratelli Castro e ha affermato che Cuba e Iran "si trovano sullo stesso fronte di lotta con lo scopo di rivendicare i diritti dei popoli". Va comunque ricordato che nel 2010 Fidel, in una dichiarazione alla rivista statunitense The Atlantic, aveva criticato Ahmadinejad per la sua negazione dell'Olocausto e aveva difeso il diritto di Israele a esistere come Stato.

Infine il presidente iraniano si è recato in Ecuador, per una visita volta "ad approfondire e a rafforzare i rapporti di amicizia e fratellanza" tra i due paesi. Ad accoglierlo il suo omologo Rafael Correa, con il quale ha passato in rassegna gli accordi bilaterali. Il governo Correa, che difende il diritto di Teheran a sviluppare l'energia nucleare per usi civili, ha recentemente lanciato un appello affinché le parti in causa evitino qualsiasi intervento o provocazione nello Stretto di Hormuz.

13/1/2012


Colombia, Santos dice no al dialogo

L'anno è iniziato con un comunicato del nuovo leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko, che aveva sostituito in novembre Alfonso Cano (ucciso in un'offensiva delle forze armate). Dichiarandosi disposto a sedersi al tavolo del negoziato, Timochenko pone sul tappeto le questioni da discutere: "le privatizzazioni, la deregulation, la libertà assoluta di commercio e di investimento, il saccheggio ambientale, la democrazia di mercato, la dottrina militare" e conclude sottolineando che il conflitto in corso "non avrà soluzione finché le nostre voci non saranno ascoltate".

Il messaggio ricorda poi gli avvenimenti del 26 novembre nel dipartimento di Caquetá, quando quattro ostaggi in mano alla guerriglia morirono nel corso di un attacco da parte dell'esercito. Secondo il ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzón, furono le Farc a uccidere i sequestrati con un colpo di grazia, per evitare che venissero liberati. La versione era già stata messa in dubbio dall'ex senatrice Piedad Córdoba. E in un comunicato del primo dicembre le Farc affermavano che i prigionieri erano stati colpiti, "nel corso di un irrazionale tentativo di riscatto militare dell'esercito colombiano", proprio mentre si dirigevano verso il luogo dove la guerriglia aveva deciso di rilasciarli senza contropartita. Ora Timoleón Jiménez accusa il governo di aver lanciato l'attacco con il proposito di sabotare l'operazione di rilascio e far apparire la liberazione dei sequestrati come il risultato di un'azione di forza.

Vera o no la ricostruzione degli insorti, resta il fatto che il governo appare sempre più restio ad accettare una soluzione pacifica del conflitto. La risposta di Santos all'offerta di trattative di Timochenko è stata un netto rifiuto. "Che si dimentichino di un nuovo Caguán", ha detto il capo dello Stato, scartando l'ipotesi di un dialogo simile a quello avviato tra il 1998 e il 2002, a San Vicente del Caguán, durante la presidenza di Andrés Pastrana.

IN VIGORE LA LEY DE VICTIMAS. All'inizio del 2012 è entrata in vigore la Ley de Víctimas y Restitución de Tierras, che prevede misure di assistenza e di riparazione a favore delle vittime del conflitto. La legge, approvata in maggio dal Congresso, è stata accolta con favore da numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani. Importante sul piano simbolico, sarà però di difficile applicazione soprattutto per quanto riguarda la restituzione agli sfollati delle loro terre, ora finite nelle mani di grandi imprenditori del settore agroindustriale.

In questi ultimi tempi nelle campagne le minacce e le violenze sono aumentate di intensità, come testimonia Juan Diego Restrepo in un articolo pubblicato il 21 dicembre su Semana: "La strategia di intimidazione è simile: giungono ai campi in gruppo, a volte a piedi, a volte in moto o in macchina, si fanno vedere dai contadini, modificano i confini in maniera arbitraria, distruggono le coltivazioni di sussistenza, irrompono di sorpresa a qualsiasi ora del giorno e della notte, terrorizzano con le loro armi, con i loro passamontagna e, in alcuni casi, con i cani che si portano appresso. Una preoccupazione ricorrente dei contadini è che all'interno di quei gruppi armati ci sono smobilitati delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), che operarono nelle stesse regioni che oggi pattugliano sotto un'altra ragione sociale. (...) Parte del loro compito consiste nell'infastidire vicini scomodi, sia perché reclamano la restituzione dei loro poderi, sia perché non li vogliono vendere. L'unico scopo è quello di farli tacere, affogarli nella loro paura per difendere gli interessi di quelli che oggi detengono il potere agrario".

11/1/2012

Latinoamerica-online.it

l'informazione dall'America Latina e dai Caraibi

a cura di Nicoletta Manuzzato