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Prosur, il blocco che guarda a Nord  (23/3/2019)

8 marzo: giornata di lotta in America Latina  (9/3/2019)

 

Brasile

Dirigenti sociali e oppositori nel mirino  (24/3/2019)

 

Colombia

Rottura del negoziato di pace con l'Eln  (25/1/2019)

Una pace sempre più minacciata  (6/1/2019)

 

Costa Rica

Assassinato leader indigeno  (20/3/2019)

 

Cuba

Sessant'anni fa trionfava la Revolución  (8/1/2019)

 

El Salvador

Nayib Bukele è il nuovo presidente  (6/2/2019)

 

Guatemala

In piazza contro il governo Morales  (15/1/2019)

 

Venezuela

Il fallimento di Guaidó  (24/3/2019)

In marcia un tentativo di golpe  (24/1/2019)

 


Brasile, dirigenti sociali e oppositori nel mirino

Il 22 marzo a Tucuruí, nello Stato del Pará, è stata assassinata Dilma Ferreira Silva, del Coordinamento Regionale del Mab (Movimento dos Atingidos por Barragens, Movimento dei Danneggiati dalle Dighe). Dilma è stata uccisa insieme al marito e a un amico di famiglia. La centrale idroelettrica di Tucuruí, costruita durante la dittatura militare, si trova sul fiume Tocantins a 310 km. dalla capitale del Pará, Belém. Oltre 30.000 persone furono obbligate ad abbandonare le loro abitazioni per la costruzione della diga e da più di trent’anni lottano per vedere riconosciuti i loro diritti.

L'uccisione di Dilma Ferreira avviene a meno di due mesi di distanza dal disastro di Brumadinho, nello Stato di Minas Gerais, dove il 25 gennaio il bacino che conteneva le scorie di lavorazione della compagnia mineraria Vale ha ceduto, seppellendo centinaia di persone. I morti finora accertati sono 212, ma 93 persone mancano ancora all'appello. Un disastro annunciato: nel 2017 l'Agência Nacional de Aguas registrava l'esistenza nel paese di 24.000 dighe, di cui solo 4.500 periodicamente controllate. Nel caso di Brumadinho sono i grafici della Vale che mostrano con chiarezza le responsabilità: negli ultimi cinque anni l'impresa ha aumentato i profitti e diminuito i costi per la sicurezza. Dopo la catastrofe ha promesso risarcimenti alle famiglie colpite, ma non ha ancora versato un real.

Accanto alla tragedia umana, quella ecologica. Era già avvenuto nel 2015 a Barra Longa (sempre nello Stato di Minas Gerais), dove la rottura dello sbarramento costruito dalla Samarco per i residui dell'estrazione del ferro aveva provocato la morte di una ventina di persone e contaminato in modo irreversibile il Rio Doce. Dopo aver seminato morte a Brumadinho, i fanghi tossici hanno raggiunto il fiume São Francisco che attraversa cinque Stati passando per una regione molto arida, dove rappresenta l'unica fonte idrica. Un danno irreparabile per l'agricoltura e l'allevamento della zona.

La violenza contro oppositori e dirigenti sociali, di cui l'assassinio di Dilma Ferreira è un esempio, è il tratto distintivo del Brasile odierno. Con uno dei suoi primi decreti, il presidente Bolsonaro ha reso più libero l'acquisto delle armi "per garantire il legittimo diritto alla difesa". E' consentito l'acquisto di un massimo di quattro armi, con la possibilità di aumentare il proprio arsenale se le circostanze lo giustificano (come nel caso dei latifondisti che vedono le loro proprietà minacciate dai conflitti agrari). Del resto i grandi fazendeiros non hanno certo aspettato le nuove norme per respingere con il crimine le occupazioni di terre. Nel dicembre scorso nello Stato di Paraíba due militanti del Movimento Sem Terra, Rodrigo Celestino e José Bernardo da Silva, sono stati uccisi da una banda di sicari. La loro colpa: aver coordinato l'attività di 450 famiglie contadine che dal 2017 si erano stabilite su alcuni terreni lasciati incolti dai proprietari.

In gennaio la deputata dell'Assembleia Legislativa di Rio de Janeiro, Martha Rocha del Partido Democrático Trabalhista, è scampata a un attentato molto simile a quello che il 14 marzo dello scorso anno era costato la vita a Marielle Franco e al suo autista: numerosi colpi sono stati esplosi contro l'auto su cui Martha viaggiava e il conduttore è rimasto ferito. Nello Stato di Rio spadroneggiano le milícias, i gruppi paramilitari a cui Bolsonaro e il suo clan sono strettamente legati.

In marzo sono stati arrestati i presunti autori materiali dell'uccisione di Marielle: farebbero parte dell'organizzazione Escritório do Crime. Uno dei fondatori di tale impresa criminale è l'ex poliziotto Adriano Magalhães da Nóbrega, ora ricercato: lo stesso personaggio che Flávio Bolsonaro, quando era parlamentare statale, fece insignire della massima onorificenza. Sempre Flávio aveva contrattato come assistenti nel suo gabinetto la moglie e la madre di Magalhães. Questi è inoltre amico di Fabrício Queiroz, indagato per sottrazione di fondi pubblici: sono venuti alla luce ripetuti depositi di denaro (probabilmente a fini di riciclaggio) da parte della madre di Magalhães sul conto di Queiroz, che a sua volta avrebbe versato cospicue somme sui conti non solo di Flávio, ma dell'attuale first lady, Michelle de Paula.

24/3/2019


Venezuela, il fallimento di Guaidó

L'offensiva golpista contro la Repubblica Bolivariana, senza tregua da quando Juan Guaidó si è autoproclamato presidente, non sembra aver raggiunto finora i suoi obiettivi. Il 24 gennaio la mozione a favore di Guaidó otteneva solo i voti di 16 dei 35 membri dell'Organizzazione degli Stati Americani. Due giorni dopo, nella riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, numerosi paesi (tra questi Russia, Cina, Cuba, Bolivia) esprimevano il loro sostegno a Maduro. E anche l'Unione Europea non assumeva una posizione unanime: se il Parlamento di Strasburgo riconosceva come "legittimo presidente ad interim" l'autonominato capo di Stato e alcuni governi, a partire da quelli di Madrid, Londra e Parigi, si allineavano alle posizioni di Washington, Roma si richiamava al principio di non interferenza e dichiarava di voler evitare in Venezuela "lo stesso errore che è stato commesso in Libia".

Intanto l'amministrazione Trump decideva nuove e più dure sanzioni economiche, congelando beni della Pdvsa e della sua filiale in territorio statunitense, la Citgo (di cui la Russia possiede quasi la metà delle azioni). Proprio la compagnia petrolifera statale è uno dei principali obiettivi degli antichavisti come risulta dalle linee guida, approvate agli inizi di febbraio dall'Asamblea Nacional presieduta da Guaidó, per la fase di transizione dopo l'eventuale vittoria del golpe. Il documento prevede non solo lo smantellamento della rete di protezione sociale, ma il controllo e la privatizzazione di Pdvsa. E non c'è solo il petrolio o il gas su cui mettere le mani: il Venezuela è ricchissimo anche di oro, ferro, diamanti, coltan.

Le intenzioni della Casa Bianca sono state ben evidenziate dalla decisione di conferire a Elliott Abrams l'incarico di rappresentante speciale per il Venezuela con il compito di "restaurare la democrazia". Abrams è un personaggio già tristemente noto nella regione dai tempi di Ronald Reagan, quando aveva coperto le atrocità dei regimi alleati degli Stati Uniti in Guatemala e in Salvador e sostenuto le operazioni dei contras in Nicaragua. Per finanziare questi ultimi era stato coinvolto nello scandalo Iran-Contras, la vendita illegale di armi a Teheran i cui proventi andavano ai gruppi armati controrivoluzionari e alle loro azioni antisandiniste.

In appoggio ai tentativi golpisti non è mai mancato il massiccio sostegno dei media occidentali che quasi senza eccezione hanno presentato un quadro distorto della situazione, amplificando ogni iniziativa dell'opposizione e passando sotto silenzio le mobilitazioni filogovernative. Come quella, imponente, del 2 febbraio, con cui la Rivoluzione Bolivariana ha celebrato i vent'anni dall'arrivo di Hugo Chávez alla presidenza. In quell'occasione Maduro si è dichiarato una volta di più disposto al dialogo promosso da Messico e Uruguay, cui si sono aggiunti ora la Bolivia e i paesi della Comunità dei Caraibi (Caricom).

Ma Guaidó e i suoi sponsor statunitensi puntano allo scontro: la giornata scelta era quella del 23 febbraio, in cui veniva annunciato con grande clamore l'ingresso nel paese degli "aiuti umanitari". La vigilia era contrassegnata da due concerti contrapposti che avevano radunato decine di migliaia di persone al confine con la Colombia. In territorio venezuelano il Concierto por La Paz contro ogni ingerenza esterna; sull'altro lato il Venezuela Aid Live, organizzato dal miliardario Richard Branson in appoggio all'entrata di una carovana di automezzi ufficialmente carichi di alimenti e medicinali provenienti dagli Usa. Verso la fine di quest'ultimo spettacolo Guaidó faceva un'apparizione a sorpresa accompagnato da tre presidenti latinoamericani (il colombiano Duque, il cileno Piñera e il paraguayano Abdo), nonché dal segretario generale dell'Oea, Almagro.

Nonostante tutti questi appoggi, l'azione si è risolta in un clamoroso fallimento. Il giorno fatidico è trascorso in mezzo a vani tentativi di abbattere con la forza lo sbarramento alla frontiera. Le tanto attese defezioni all'interno della Fanb, la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, non si sono prodotte e l'unico fatto degno di nota è stato l'incendio di due camion. I seguaci di Guaidó hanno subito incolpato del rogo i chavisti, smentiti da un video che mostra chiaramente come il fuoco venga appiccato dalle molotov lanciate dal lato colombiano. Lo confermerà in seguito anche The New York Times. Lo stesso quotidiano statunitense riporterà quanto è stato scoperto una volta domate le fiamme: i mezzi non contenevano cibo o farmaci, ma equipaggiamento per la guerriglia urbana.

L'insuccesso del 23 febbraio ha spinto i paesi latinoamericani ed europei ad adottare una posizione più prudente, ribadendo la contrarietà a un intervento militare. Anche il Brasile, per bocca del vicepresidente Mourão, ha escluso azioni esterne. Gli ultimi avvenimenti hanno infatti mostrato chiaramente che Guaidó ha ben pochi appoggi in patria (anche una parte consistente dell'opposizione non lo sostiene): la sua unica forza sono i governi di destra del continente. In particolare gli Stati Uniti, decisi a ricorrere a ogni mezzo per abbattere il "dittatore" Maduro. La mossa seguente è stata l'attacco informatico alla rete elettrica venezuelana, che ha provocato un gigantesco apagón in buona parte del paese a partire dal pomeriggio del 7 marzo. Le conseguenze si sono protratte per quasi una settimana, creando innumerevoli disagi: mancanza di illuminazione, di refrigerazione, di acqua, di comunicazioni. Ma ancora una volta i calcoli si sono dimostrati sbagliati: la prevista sollevazione popolare contro il governo, che avrebbe dovuto servire da pretesto per l'intervento, non si è verificata. Anzi, due giorni dopo l'inizio dell'apagón, due manifestazioni opposte dimostravano ancora una volta la maggiore capacità di convocazione del chavismo rispetto agli avversari.

E mentre Washington inaspriva ulteriormente le sanzioni contro Caracas, il governo bolivariano annunciava il 23 marzo la scoperta di una nuova cospirazione organizzata da Guaidó e dal suo partito, Voluntad Popular. Sicari contrattati dal Salvador, dal Guatemala e dall'Honduras, con lo scopo di realizzare attentati e sabotaggi, sarebbero già entrati nel paese e ora sono attivamente ricercati; un capo paramilitare colombiano, Wilfrido Torres Gómez, è stato catturato. Nel complotto è coinvolto uno stretto collaboratore di Guaidó, Roberto Marrero, arrestato nella sua abitazione dove sono state trovate numerose armi. Proprio il cellulare di Marrero ha fornito numerose prove del progetto eversivo.

24/3/2019


Prosur, il blocco che guarda a Nord

Si chiamerà Prosur, ma molti sostengono che il nome più adatto sarebbe Pronorte. E' la proposta di costituzione di un nuovo blocco avanzata dai governi di destra della regione. Il Foro para el Progreso de América del Sur è stato formalmente lanciato il 22 marzo a Santiago del Cile dai presidenti di Argentina, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Paraguay e Perù, tutti uniti nella difesa del libero mercato e nell'allineamento alle posizioni di Washington. Dall'incontro era stato escluso il Venezuela: per questo i capi di Stato di Bolivia, Uruguay, Guyana e Suriname non si sono presentati, limitandosi a inviare rappresentanti.

L'America del Sud rinnega dunque il tentativo di affrancarsi dalla tutela statunitense che era stato alla base della creazione dell'Unión de Naciones Suramericanas nel 2008. L'Unasur è stata svuotata dall'interno prima con la mancata designazione del nuovo segretario generale nel 2017, al termine del mandato di Ernesto Samper, poi con la sospensione della partecipazione dei governi di Buenos Aires, Brasilia, Santiago, Asunción, Lima e con il ritiro definitivo di Bogotá lo scorso anno. E ora l'Ecuador segue le orme colombiane, con il pretesto della trasformazione del blocco "in una piattaforma politica che ha distrutto il sogno dell'integrazione". Lenín Moreno ha anche dichiarato che l'edificio di Quito, sede dell'organismo, sarà destinato ad altro scopo e che la statua del primo segretario generale Néstor Kirchner, attualmente posta all'ingresso, verrà rimossa.

Pur tra le difficoltà del momento, l'Unasur rimane in piedi: così Diego Pary, ministro degli Esteri della Bolivia (paese che esercita la presidenza pro tempore dell'istituzione), ha risposto alla decisione del presidente ecuadoriano. E il governo di La Paz è pronto a offrire all'organismo una nuova sede a Cochabamba.

23/3/2019


Costa Rica, assassinato leader indigeno

Sergio Rojas Ortiz, membro fondatore del Frenapi (Frente Nacional de Pueblos Indígenas), è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco la sera del 18 marzo, nella sua casa posta nel territorio di Salitre (sud del paese). Proprio quel giorno Rojas aveva denunciato per l'ennesima volta davanti alla Procura le minacce e le aggressioni sofferte dall'etnia bribri, cui apparteneva.

La legge del Costa Rica, che stabilisce l'inalienabilità e la non trasferibilità dei territori indigeni, è in gran parte disattesa. Dopo aver chiesto innumerevoli volte per vie legali la sua appIicazione, il popolo bribri ha iniziato a riprendersi i terreni usurpati dai latifondisti, che hanno risposto con intimidazioni e violenze. Nel 2015 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha sollecitato il governo di San José ad adottare le misure necessarie per proteggere la popolazione nativa. Ma da parte delle autorità non sono state avviate adeguate indagini e non sono stati condannati i responsabili dei continui attacchi alle comunità.

"Sergio Rojas era un difensore dei diritti indigeni dedicato al recupero delle terre e della cultura bribri", afferma in un comunicato la Defensoría de los Habitantes, ricordando "il suo abbraccio forte, il suo sorriso sincero e le sue parole veementi". Nonostante avessero già attentato alla sua vita, non gli era stata fornita alcuna protezione. In un comunicato sottoscritto dalla Coordinadora de Lucha Sur Sur e da altre organizzazioni si responsabilizza il governo di Carlos Alvarado e quelli che lo hanno preceduto per la morte di Rojas e per non aver garantito "l'integrità fisica e territoriale dei popoli originari del Costa Rica".

20/3/2019


8 marzo: giornata di lotta in America Latina

Una giornata non di festa, ma di lotta. L'8 marzo 2019 ha registrato in America Latina una mobilitazione senza precedenti. Milioni di donne sono scese in piazza in tutto il continente contro la violenza e i femminicidi e per contrapporre, all'ondata reazionaria in corso, la battaglia per diritti e uguaglianza.

In Argentina, nell'ambito dello sciopero delle donne, un imponente corteo si è mosso dal Congresso verso Plaza de Mayo. In testa le militanti della campagna per l'aborto legale, gratuito e sicuro: nell'agosto 2018 la legge, già approvata dalla Camera, è stata bocciata per pochi voti al Senato. Migliaia e migliaia di manifestanti di tutte le età portavano al collo un fazzoletto verde, il colore della battaglia per l'interruzione volontaria della gravidanza. Una battaglia che si scontra con il fanatismo religioso di quanti proprio in questi giorni, nella provincia di Tucumán, hanno impedito a una bambina di undici anni che era stata violentata di accedere all'aborto, nonostante fosse uno dei casi previsti dalla legge, e le hanno imposto un cesareo (la neonata è comunque morta pochi giorni dopo il parto).

Al termine del corteo è stato letto un documento delle associazioni e dei movimenti che avevano convocato la mobilitazione: "Scioperiamo perché siamo tutte e tutti lavoratrici e lavoratori; siamo la classe contro cui va il capitalismo nel mondo, il neoliberismo nella nostra regione e il macrismo nel nostro paese, attraverso i passi avanti della destra e dell'imperialismo in tutta la nostra America Latina. In questo sciopero raccogliamo la storia di tutti gli scioperi storici del movimento femminista e la facciamo nostra, perché siamo in prima fila contro le destre reazionarie, i piani neoliberisti e l'ingerenza dei governi imperialisti".

In Brasile i grandi cortei che hanno attraversato Rio de Janeiro, São Paulo e Brasilia hanno avuto come bersaglio polemico il presidente Jair Bolsonaro, famoso per le sue batture misogine e razziste. Tra le richieste la verità sull'uccisione della consigliera comunale di Rio e militante per i diritti umani Marielle Franco, assassinata il 14 marzo 2018.

Migliaia di donne, e tra queste moltissime giovani e giovanissime, sono scese in piazza in Cile, soprattutto a Santiago e a Valparaíso: sugli striscioni scritte contro il machismo, per una educazione non sessista e per chiedere giustizia per Macarena Valdés, la militante mapuche che si batteva contro la realizzazione di una centrale idroelettrica nella Región de los Ríos. Macarena, che aveva ricevuto ripetute minacce dall'impresa transnazionale RP Global, costruttrice della centrale, è stata trovata impiccata il 22 agosto del 2016: i segni trovati sul suo corpo smentiscono la tesi del suicidio, troppo frettolosamente accettata dagli inquirenti.

Tantissime anche le manifestanti che hanno attraversato il centro di Montevideo, in Uruguay: tra queste la vicepresidente Lucía Topolansky, che ha sottolineato come il problema prioritario del paese sia la violenza domestica. Topolansky nel settembre del 2017, come senatrice più votata, aveva sostituito il dimissionario Raúl Sendic.

In Messico ampie mobilitazioni si sono svolte in almeno tredici città per dire no alla violenza e ai femminicidi e per chiedere la depenalizzazione dell'aborto. Su questo tema la situazione è molto diversa da regione a regione: se a Città del Messico l'interruzione volontaria della gravidanza è legale, altrove viene punita con la reclusione e lo Stato di Nuevo León ha appena riformato la Costituzione per garantire il diritto alla vita del feto. Nella capitale si è svolta una manifestazione di contadine, con alla testa la ministra di Gobernación, Olga Sánchez Cordero.

9/3/2019


El Salvador, Nayib Bukele è il nuovo presidente

L'imprenditore Nayib Bukele, ex sindaco della capitale, è il nuovo presidente del Salvador. E' stato eletto il 3 febbraio al primo turno con il 53,1% dei voti contro il 31,7% di Carlos Calleja, di Arena, e il 14,4% di Hugo Martínez, del Fmln. Nato in una famiglia di origine palestinese (il padre era stato rappresentante della comunità araba del paese), che durante la guerra civile aveva offerto rifugio ad alcuni dirigenti della guerriglia, Bukele aveva iniziato la sua carriera politica con il Frente Farabundo Martí, da cui era stato però espulso per condotta contraria alla morale del partito.

Nella sua ambiziosa corsa verso la massima carica dello Stato aveva prima fondato il movimento Nuevas Ideas, poi si era avvicinato al piccolo partito Cambio Democrático, che però era stato eliminato dalla contesa elettorale in seguito a una sentenza costituzionale. A poche ore dalla chiusura delle liste si era dunque iscritto come candidato del raggruppamento di centrodestra Gana. La sua campagna politica è stata incentrata su una generica lotta alla corruzione. Un tema particolarmente sentito nel paese, dopo le accuse contro l'ex presidente Antonio Saca (Arena) che lo scorso anno di fronte ai giudici si è dichiarato colpevole. E nel 2016 un altro ex capo dello Stato esponente di Arena, Francisco Flores, rinviato a giudizio per appropriazione indebita era morto prima della sentenza. Sempre nel 2016 Mauricio Funes, presidente dal 2009 al 2014 con l'appoggio del Fmln, si era rifugiato in Nicaragua evitando un processo per arricchimento illecito.

Bukele ha sedotto l'elettorato giovane grazie alla sua età (ha 37 anni), al suo abbigliamento informale e al suo uso disinvolto delle reti sociali. Ha fatto grandi promesse: un nuovo aeroporto, una linea ferroviaria lungo la costa del Pacifico, un mega ospedale, che difficilmente potrà onorare. L'insediamento avverrà il primo giugno, ma già il presidente eletto ha indicato quale via intende seguire in politica estera. Ha annunciato infatti che intende riconsiderare i rapporti con il Venezuela sulla base della posizione dell'Oea e ha definito Maduro "un dittatore".

La sua vittoria è stata favorita dalla crisi in cui versa il Frente Farabundo Martí, al governo dal 2009 senza aver potuto introdurre un vero cambiamento perché il potere resta saldamente nelle mani di una ristretta oligarchia. Nonostante alcuni progressi nelle condizioni di vita della popolazione, la gestione del Fmln ha suscitato forti delusioni in quanti avevano sperato in un reale cambiamento. Questo spiega perché l'elettorato gli abbia voltato le spalle affidandosi a un politico che si presenta come antisistema, ma che incarna gli interessi dell'élite di sempre.

6/2/2019


Colombia, rottura del negoziato di pace con l'Eln

Un duro colpo alla pace: il 17 gennaio, a Bogotá, un'autobomba contro la scuola dei cadetti della polizia provocava la morte di 22 persone e il ferimento di più di 60. Il giorno seguente il presidente Iván Duque annunciava la rottura delle trattative con l'Ejército de Liberación Nacional (il negoziato, avviato dal febbraio 2017 prima a Quito e poi all'Avana, era del resto già sospeso dal giorno dell'insediamento di Duque nell'agosto scorso). I fautori di una soluzione militare hanno subito approfittato dell'accaduto per attaccare anche gli accordi raggiunti nel 2016 con le Farc, accordi che lo stesso capo dello Stato aveva dichiarato di voler "correggere".

Il 21 gennaio il comandante Pablo Beltrán, leader della delegazione dell'Eln presente all'Avana, in una dichiarazione a Prensa Latina negava qualsiasi legame dei negoziatori con quanto avvenuto a Bogotá, ribadendo l'impegno a portare avanti il dialogo con il governo. Ma il giorno dopo un comunicato della dirigenza nazionale dell'organizzazione guerrigliera rivendicava l'attentato come un'azione di guerra, definendo la scuola dei cadetti un'installazione militare. Un'azione, al di là del giudizio morale, fortemente criticata da sinistra anche sul piano politico, perché ha fornito al capo dello Stato il pretesto per abbandonare definitivamente le trattative e ha provocato la sospensione di alcune manifestazioni di protesta già programmate nella capitale. In particolare proprio quel giorno gli studenti avevano deciso di scendere in piazza contro i brutali metodi repressivi dell'Escuadrón Móvil Antidisturbios, l'unità antisommossa della polizia.

Anche il governo dell'Avana si è pronunciato duramente contro la strage alla scuola dei cadetti: "Cuba respinge e condanna tutte le azioni, i metodi e le pratiche di terrorismo in tutte le forme e manifestazioni". Le autorità cubane hanno comunque respinto la richiesta di Bogotá di catturare ed estradare i rappresentanti dell'Eln. Una richiesta irricevibile perché il governo dell'isola è tenuto ad applicare, in caso di rottura del dialogo, i protocolli stabiliti che garantiscono la sicurezza dei negoziatori, come del resto farà la Norvegia, altro paese garante dei colloqui.

L'esplosione del 17 gennaio ha avuto pesanti ripercussioni sulla politica colombiana. Il presidente Duque, facendo appello all'unità nazionale contro il terrorismo, ha saputo sfruttare l'ondata di indignazione per aumentare la sua popolarità: un ottimo mezzo per far passare in secondo piano le critiche alla politica economica governativa e i tanti casi di corruzione che coinvolgono i più alti funzionari dello Stato.

La domenica successiva all'attentato, la destra ha promosso cortei in diverse città per esprimere appoggio alle forze di polizia e condannare la violenza. Una condanna a senso unico: chi ha tentato, come è avvenuto a Medellín, di ricordare anche i continui omicidi di leader sociali è stato sommerso da insulti e minacce. Intanto lo stillicidio continua: l'11 gennaio è stato rinvenuto il cadavere di Faiber Manquillo Gómez, dirigente contadino del dipartimento del Cauca, che era stato sequestrato in dicembre. E il 24 gennaio è morta in ospedale Maritza Ramírez Chaverra, presidente della Junta de Acción Comunal de Aguas Claras del municipio di Tumaco (dipartimento di Nariño): giorni prima era stata selvaggiamente picchiata da sconosciuti.

25/1/2019


Venezuela, in marcia un tentativo di golpe

Un tentativo di golpe sta avvenendo in Venezuela con il sostegno aperto di Washington. Dopo la decisione dell'Asamblea Nacional di dichiarare Maduro "usurpatore", il suo presidente Juan Guaidó, del partito Voluntad Popular, si è autoproclamato capo dello Stato ed è stato subito riconosciuto da Stati Uniti, Canada e paesi del Grupo de Lima, Messico escluso. Un copione studiato a tavolino nella speranza di scatenare la sollevazione delle forze armate. Che però (tranne limitati episodi) non si sono prestate: otto generali, a capo di regioni strategiche del paese, hanno ribadito la loro "lealtà assoluta" al governo bolivariano. E il ministro della Difesa Vladimir Padrino, affiancato dai vertici militari, ha parlato alla stampa avvertendo che "si sta attuando un colpo di Stato contro le istituzioni, contro la democrazia, contro la nostra Costituzione, contro il presidente legittimo Nicolás Maduro".

Il 23 gennaio, anniversario della fine della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, è stato scelto dal golpista Guaidó per il suo "giuramento" come presidente ad interim di fronte a una folla di sostenitori nella zona est di Caracas; contemporaneamente, intorno al palazzo presidenziale di Miraflores, si riuniva una moltitudine in difesa del governo. Nel suo discorso Maduro ha annunciato la rottura di ogni relazione diplomatica con gli Usa, invitando i rappresentanti nordamericani ad abbandonare il paese entro 72 ore. In giornata sono avvenuti scontri e atti di violenza che hanno provocato una quindicina di morti. La tensione rimane alta e la polarizzazione esistente potrebbe scatenare una sanguinosa guerra civile. Un'eventualità che non preoccupa certo chi soffia sul fuoco per riportare il Venezuela nell'orbita statunitense.

La nuova offensiva antibolivariana aveva preso come pretesto l'inizio, il 10 gennaio, di un secondo mandato di Nicolás Maduro. Già giorni prima i membri del Grupo de Lima avevano dichiarato che non avrebbero riconosciuto il nuovo governo di Caracas. Solo il Messico di López Obrador si era rifiutato di allinearsi a questa posizione. Quanto all'Oea aveva approvato, con 19 voti a favore, una risoluzione che dichiarava illegittimo l'insediamento di Maduro e chiedeva nuove elezioni. Contrari, oltre al Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua, Saint Vincent and the Grenadines, Dominica e Suriname; otto gli astenuti, tra cui Messico e Uruguay. E mentre il Paraguay rompeva le relazioni con Caracas, l'Unione Europea si affiancava a questa aggressione diplomatica con una dichiarazione in cui deplorava l'avvio di un mandato nato da elezioni "non democratiche".

L'escalation di attacchi contro la Repubblica Bolivariana non aveva impedito che alla data stabilita Maduro ricevesse l'investitura dal presidente del Tribunal Supremo de Justicia, Maikel Moreno, giurando di adoperarsi per "difendere l'indipendenza assoluta della patria, portare alla prosperità economica il popolo e costruire il socialismo del XXI secolo". Alla cerimonia erano presenti i capi di Stato di Bolivia, Cuba, El Salvador e delegazioni ad alto livello di Cina, Russia e Turchia.

Da Mosca e da Pechino è venuto in queste ore pieno sostegno al presidente Maduro. In un comunicato il Ministero degli Esteri russo afferma che la creazione premeditata di un dualismo di poteri "porta direttamente al caos e alla distruzione delle basi dello Stato venezuelano", vede nelle azioni di Washington "una nuova dimostrazione di disprezzo totale delle norme e dei principi del diritto internazionale" e di fronte alle dichiarazioni di alcuni paesi, che non escludono un intervento militare esterno, avverte che "simili avventure possono avere conseguenze catastrofiche". E la portavoce del dicastero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che "la Cina appoggia gli sforzi del governo del Venezuela per mantenere la propria sovranità, indipendenza e stabilità".

24/1/2019


Guatemala, in piazza contro il governo Morales

Il 14 gennaio, mentre il presidente Jimmy Morales teneva il suo terzo informe di governo, organizzazioni contadine, sindacati e movimenti sociali manifestavano nella capitale e massicci blocchi stradali venivano effettuati nei dipartimenti di Alta Verapaz, Quiché, Quetzaltenango, Totonicapán, Chiquimula, Petén. Le proteste erano rivolte contro la politica del capo dello Stato e contro la sua decisione di cacciare dal paese la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig).

Già due giorni prima migliaia di persone erano scese in piazza contro la corruzione e per esprimere appoggio alla Cicig. L'organismo delle Nazioni Unite aveva denunciato nel 2016 un figlio e un fratello di Morales perché coinvolti in una truffa e l'anno successivo aveva chiesto che venisse revocata l'immunità allo stesso presidente, sospettato di finanziamento illecito nel corso della sua campagna elettorale. In quell'occasione Morales era stato salvato dal Congresso, che aveva evitato l'apertura di un'indagine.

La fine dell'accordo del 2006 che aveva portato alla creazione della Commissione era stata notificata il 7 gennaio dalla ministra degli Esteri, Sandra Jovel, ma il segretario generale dell'Onu aveva respinto la decisione, invitando il governo guatemalteco a rispettare i suoi impegni internazionali. Nel frattempo si svolgeva un braccio di ferro tra l'esecutivo e la Corte Costituzionale, che interveniva per permettere l'ingresso nel paese di uno degli inviati della Commissione, Yilen Osorio Zuluaga, bloccato in aeroporto dalle autorità migratorie. La Corte si pronunciava inoltre contro l'interruzione unilaterale della missione della Cicig.

Non è la prima volta che Morales tenta di liberarsi della presenza scomoda dell'organismo dell'Onu. Lo aveva già fatto nel 2017 ordinando l'espulsione del titolare, il colombiano Iván Velásquez: anche allora un intervento della Corte Costituzionale aveva reso nullo il provvedimento. L'anno successivo il capo dello Stato aveva manifestato la decisione di non rinnovare il mandato della Cicig per presunte violazioni alle leggi nazionali. L'annuncio era stato fatto nel corso di una conferenza stampa mentre, in un chiaro atto di intimidazione, veicoli militari prendevano posizione di fronte alla sede dell'organismo. E di nuovo, a bloccare il tentativo del presidente, era intervenuto il massimo tribunale. Massicce manifestazioni in diverse città avevano mostrato il malcontento della popolazione nei confronti della corrotta classe politica.

Non si arresta intanto la strage di ambientalisti e difensori dei diritti umani. Tra le ultime vittime i fratelli Neri e Domingo Esteban Pedro, assassinati in dicembre: si battevano contro la costruzione di una centrale idroelettrica nella regione di Ixquisis (Huehuetenango). A fine luglio era stata uccisa Juana Raymundo, della comunità ixil: il suo corpo era stato ritrovato con segni di tortura a Nebaj, nel Quiché. Juana faceva parte del Movimiento para la Liberación de los Pueblos e del Comité de Desarrollo Campesino, una delle principali organizzazioni rurali del Guatemala. E in settembre, sempre a Nebaj, veniva colpita a morte dai killer la dirigente della Red de Mujeres Ixiles Juana Ramírez Santiago.

15/1/2019


Cuba, sessant'anni fa trionfava la Revolución

Il primo gennaio 1959 segnava il trionfo dell'insurrezione contro il dittatore Batista. Sessant'anni dopo la ricorrenza è stata festeggiata con particolare solennità a Santiago de Cuba, la cuna de la Revolución. Nel suo discorso Raúl Castro ha sottolineato gli sforzi compiuti da varie generazioni di cubani per conquistare la definitiva indipendenza del paese. E Díaz-Canel ha scritto, in un messaggio su Twitter: "Sì alla celebrazione, all'allegria, alla difesa instancabile di tutto ciò che abbiamo costruito e abbiamo edificato insieme".

Il sessantesimo anniversario trova gli abitanti dell'isola impegnati nella discussione sul progetto di nuova Costituzione, destinata a trasformare i lineamenti, fortemente centralisti, dell'ordinamento del 1976. In luglio l'Asamblea Nacional del Poder Popular aveva approvato una prima bozza di riforma, che era stata poi sottoposta alla consultazione popolare. In seguito oltre 133.000 riunioni avevano portato a più di 700.000 proposte di modifiche o eliminazioni. Il 22 dicembre i deputati hanno ratificato il testo risultante, che sarà oggetto di un referendum in febbraio.

Nel progetto è stata reinserita l'aspirazione al comunismo, cancellata nella precedente bozza, e rimane intatto il ruolo del Pc cubano. In campo economico, al sistema socialista pianificato si affianca il riconoscimento delle nuove forme di proprietà collettiva e privata. Un punto su cui si è molto dibattuto riguarda il cambiamento della definizione di matrimonio, non più tra un uomo e una donna, ma tra due persone. Si apre così uno spiraglio verso l'introduzione del matrimonio egualitario, come richiesto dalla comunità lgbt.

A metà dicembre era terminato il rientro in patria dei medici provenienti dal Brasile, dopo la decisione del governo dell'Avana di ritirare gli oltre 8.000 professionisti che lavoravano nel paese sudamericano nell'ambito del programma Mais Médicos, realizzato attraverso l'Organización Panamericana de la Salud. Il ritiro era stato disposto in seguito alle critiche avanzate dal presidente brasiliano Bolsonaro (non ancora insediato), che aveva messo in dubbio la preparazione degli specialisti cubani e ne aveva condizionato la permanenza alla convalida dei titoli e alla stipula di contratti individuali. Tali modifiche "impongono condizioni inaccettabili e vengono meno alle garanzie concordate all'inizio del programma, che erano state ratificate nel 2016", ha risposto il Ministero della Salute Pubblica dell'Avana. In cinque anni erano stati assistiti oltre 113 milioni di pazienti delle zone più povere e impervie del Brasile, che in precedenza non avevano mai goduto di alcuna assistenza sanitaria.

E in gennaio si è scoperta la verità sui presunti attacchi acustici contro funzionari delle ambasciate di Stati Uniti e Canada, che avevano provocato gravi crisi diplomatiche. l colpevoli non erano agenti segreti cubani o russi, come si era ipotizzato, ma grilli della specie caraibica Anurogryllus celerinictus, il cui canto è particolarmente penetrante. Lo ha rivelato una ricerca scientifica condotta dall'Università di Berkeley, in California, e da quella di Lincoln, in Gran Bretagna. In realtà tale risultato era già stato reso noto più di un anno prima da scienziati cubani, ma è stato necessario attendere uno studio angloamericano perché i media di tutto il mondo riportassero la notizia.

8/1/2019


Colombia, una pace sempre più minacciata

E' terminata il 3 gennaio la tregua proclamata dall'Ejercito de Liberación Nacional, a partire dal 23 dicembre, "per generare un clima di tranquillità durante il Natale e l'Anno Nuovo". Il gruppo guerrigliero aveva voluto così venire incontro alle richieste della popolazione che soffre per il conflitto. Nessuna sospensione delle ostilità invece era stata decisa dal governo, che non ha fatto nulla per favorire il dialogo. Fin dall'inizio del suo mandato Duque ha posto come condizioni preliminari alla ripresa delle trattative che l'Eln sospenda unilateralmente ogni azione militare, liberi tutte le persone sequestrate e accetti di ritirarsi in una determinata zona sotto supervisione internazionale. Condizioni che la guerriglia ha respinto perché disconoscono gli accordi presi in precedenza.

In novembre il governo colombiano aveva sollecitato a Cuba la cattura e l'estradizione del leader dell'Eln Nicolás Rodríguez Gabino. Una sorta di provocazione, visto che l'isola è la sede dei colloqui di pace, interrotti con l'ascesa al potere di Iván Duque. E a Cuba rimane la delegazione guerrigliera. "Abbiamo ripetuto a più riprese che non ci alzeremo dal tavolo delle trattative - ha spiegato in una recente intervista a Telesur il comandante Pablo Beltrán - Stiamo mostrando con chiarezza che non disperiamo, stiamo trattando nel frattempo di fare tutto ciò che possiamo da qui, dall'Avana, per la pace in Colombia".

Il 24 novembre 2016 avveniva la firma degli accordi tra il governo e le Farc. Da allora sono oltre ottanta gli ex guerriglieri assassinati. In ottobre due ex comandanti, Iván Márquez (che fu anche capo negoziatore) e Oscar Montero El Paisa, in una lettera alla Comisión de Paz del Senato avevano denunciato il "tradimento" di quanto accordato, affermando che le modifiche al testo originale "hanno trasformato questo patto in un mostruoso Frankenstein". Si riferivano in particolare ai cambiamenti apportati dal Congresso al sistema di giustizia, chiamato a giudicare i crimini commessi da entrambe le parti nel corso del conflitto. "Ingenuamente abbiamo creduto nella parola e nella buona fede del governo, nonostante Manuel Marulanda Vélez ci avesse sempre avvertito che le armi erano l'unica garanzia sicura del compimento di eventuali accordi".

E secondo un rapporto presentato a metà dicembre dalla Defensoría del Pueblo, nel 2018 sono stati assassinati 164 dirigenti sociali e comunitari. L'elenco non è completo: alla vigilia di Natale è stato colpito a morte da membri dell'esercito Luis Eduardo Garay, dell'Asociación de Campesinos del Sur de Córdoba. Il 29 dicembre, nel dipartimento del Chocó, è stato trovato il corpo della giovanissima leader della popolazione embera Maye Sarco Dogirama: era stata uccisa a colpi d'arma da fuoco. Anche il 2019 è iniziato all'insegna della violenza: in sei giorni si contano già altrettante vittime. Tra queste l'afro-discendente Maritza Quiroz Leiva, che guidava la lotta delle donne sfollate di Santa Marta (dipartimento di Magdalena), assassinata dai sicari nella sua abitazione.

Gli ultimi mesi dell'anno sono stati caratterizzati da massicce manifestazioni, in tutto il paese, contro la politica economica del presidente Duque. Il movimento, iniziato dagli universitari che chiedevano più fondi per gli atenei pubblici, ha visto scendere in piazza maestri, pensionati, indigeni, contadini. Alle mobilitazioni hanno aderito le principali centrali sindacali, in lotta contro la proposta di riforma tributaria dell'esecutivo. A metà dicembre gli studenti hanno ottenuto una prima vittoria: il governo si è impegnato a garantire le risorse richieste per l'istruzione superiore.

6/1/2019

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato