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8 marzo, l'onda femminista in America Latina  (9/3/2020)

 

El Salvador

Il presidente cool che parla con Dio  (12/2/2020)

 

Haiti

Dieci anni fa il terremoto  (30/1/2020)

 

Nicaragua

La scomparsa di Ernesto Cardenal  (2/3/2020)

 

Perú

Apra e fujimorismo i grandi sconfitti nelle legislative  (7/2/2020)

 

Venezuela

Un'Asamblea Nacional con due presidenti  (7/1/2020)

 


8 marzo, l'onda femminista in America Latina

L'8 marzo le piazze e le strade dell'America Latina si sono riempite di donne di ogni età. Combattive, determinate, decise a rivendicare i propri diritti e a dire no al machismo in tutte le sue forme. Erano due milioni secondo la Coordinadora 8M a Santiago, un interminabile serpente colorato diretto verso Plaza de la Dignidad, come è stato ribattezzato il centro della rivolta di questi ultimi mesi. "Il nuovo Cile lo faremo tutte noi, con le nostre mani", così l'attrice Natalia Valdebenito nel suo improvvisato discorso. Il collettivo femminista Las Tesis, con la performance Un violador en tu camino, ha fornito il tema della mobilitazione. Altre massicce manifestazioni si sono tenute a Valparaíso, Concepción, Osorno, Puerto Montt.

In Messico decine di migliaia di donne hanno espresso la propria indignazione contro la violenza di genere, in un paese in cui ogni giorno si registra una decina di femminicidi, la maggior parte dei quali resta impunita. Una marea viola ha occupato il centro della capitale, marciando dal Monumento a la Revolución allo Zócalo. Manifestazioni anche a Mérida, Querétaro, Oaxaca, Cuernavaca.

A Buenos Aires un grande corteo si è diretto verso il palazzo presidenziale, la Casa Rosada: le manifestanti portavano rose e cartelli con i nomi delle tante vittime di femminicidio. Un'altra battaglia in campo è quella per il diritto d'aborto: dopo le grandi lotte del movimento, il governo Fernández dovrebbe inviare a breve al Congresso un progetto di legge in merito. La Chiesa cattolica però non rinuncia all'opposizione e proprio nella giornata dell'8 marzo ha celebrato una messa "in favore della vita" di fronte alla Basilica di Luján.

A São Paulo e in altre città del Brasile tantissime donne hanno manifestato contro il presidente Bolsonaro, noto per le sue espressioni machiste. In Colombia sono scese in piazza a migliaia per condannare l'inerzia del governo, che non fornisce protezione alle leader sociali, e per denunciare la responsabilità dei membri della forza pubblica in molti casi di violenza. Anche in Centro America le femministe si sono mobilitate: in Salvador per la depenalizzazione dell'aborto (nel paese vige una delle leggi più restrittive in materia), in Guatemala per denunciare l'impunità di cui continuano a godere i responsabili della morte, tre anni fa, di una quarantina di bambine e adolescenti nell'incendio di un centro d'accoglienza per minori. Prima del rogo le giovani ospiti dell'Hogar Seguro Virgen de la Asunción avevano segnalato a più riprese maltrattamenti e abusi.

9/3/2020


Nicaragua, la scomparsa di Ernesto Cardenal

"Sono poeta, sacerdote e rivoluzionario": così si definiva Ernesto Cardenal Martínez, grande figura di intellettuale e di militante per la liberazione dei popoli, morto il primo marzo a Managua a 95 anni. Esponente della Teologia della Liberazione, impegnato nella lotta sociale e politica del suo paese, Cardenal fu una figura fondamentale della Rivoluzione Sandinista.

Nato a Granada, aveva frequentato la scuola in Nicaragua per poi seguire il corso di letteratura presso l'Unam, l'Universidad Nacional Autónoma de México. Alla fine degli anni Quaranta aveva proseguito gli studi a New York e aveva poi viaggiato in Europa, passando anche per l'Italia. Tornato in patria, aveva preso parte alla lotta contro la dinastia dei Somoza e nello stesso tempo aveva iniziato a farsi conoscere pubblicando le sue prime opere sulla rivista bilingue El Corno Emplumado, ponte tra la cultura latinoamericana e quella statunitense.

Entrato come novizio nell'Abbazia di Nostra Signora del Getsemani, nel Kentucky, ricevette gli ordini sacerdotali nel 1965 e fu tra i fondatori della comunità religiosa di Solentiname, un'isola nel Lago di Nicaragua che divenne il punto di riferimento per il cattolicesimo progressista latinoamericano. Diede un importante apporto alla lotta del Frente Sandinista de Liberación Nacional e, dopo l'abbattimento nel 1979 della dittatura di Anastasio Somoza, divenne ministro della Cultura, carica che mantenne fino al 1987. Fu proprio la sua partecipazione al governo sandinista che gli costò il severo rimprovero di papa Giovanni Paolo II, accanito avversario di ogni opzione di sinistra. Nel 1984 Wojtyla lo sospese a divinis e solo nel febbraio dello scorso anno papa Francesco lo riammise al ministero sacerdotale. Nel 1994 Ernesto Cardenal ruppe con il Fsln criticando la direzione personalistica di Daniel Ortega.

Tra le sue opere poetiche ricordiamo Hora Cero, Epigramas, Salmos, Oración por Marilyn Monroe y otros poemas, El Estrecho Dudoso, Mayapán, Homenaje a los indios americanos, Canto nacional, Oráculo sobre Managua, Canto a un país que nace, Tocar el cielo, Vuelos de victoria, Quetzalcóatl, Los ovnis de oro, Cántico Cósmico, El telescopio en la noche oscura, Somos polvo de estrellas, Hijos de las estrellas. Molti i riconoscimenti ricevuti, dal Premio Iberoamericano de Poesía Pablo Neruda alla Orden de la Liberación Cultural Rubén Darío al Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana.

Nel 2003 fu insignito a Cuba della Orden José Martí, "per la sua traiettoria letteraria e la sua difesa incondizionata della Rivoluzione Cubana". Per Cardenal l'esperienza sull'isola caraibica fu fondamentale: "la più importante della mia vita dopo la conversione religiosa - raccontò in seguito - Fu in realtà una conversione alla rivoluzione. Prima credevo che dovessimo cercare un terzo cammino in America Latina, ma a Cuba scoprii che il cammino era il loro e che la loro rivoluzione era molto buona e avevo il dovere di appoggiarla".

2/3/2020


El Salvador, il presidente cool che parla con Dio

Si era autodefinito in Twitter "il presidente più guapo e più cool del mondo". I social network sono stati da lui ampiamente usati per giungere alla presidenza del Salvador, conquistando gran parte del voto giovane. Ma a quanto pare la massima carica dello Stato non gli basta: adesso cerca di liberarsi di qualsiasi opposizione per assicurarsi, con l'appoggio delle forze armate, il controllo totale del paese. Questo almeno il legittimo sospetto sorto dopo l'irruzione di Nayib Bukele nell'aula dell'Asamblea Legislativa, accompagnato da agenti di polizia e militari in assetto di guerra, per ottenere dai parlamentari l'approvazione immediata di un prestito di 109 milioni di dollari destinati alla modernizzazione delle forze armate per la lotta contro le maras. Un evidente pretesto, considerando che il valore dell'economia salvadoregna si aggira sui 29 miliardi di dollari e che l'endemico problema delle bande criminali non verrà certo risolto con questa esigua somma.

I deputati, convocati domenica 9 febbraio in sessione straordinaria dallo stesso Bukele, si sono rifiutati di obbedire all'imposizione: solo una piccola minoranza si è presentata nella sede del Parlamento, circondata dall'esercito. Entrato nell'aula il presidente ha detto: "La decisione che prenderemo la mettiamo nelle mani di Dio" e si è messo a pregare. E' poi uscito per rivolgersi ai suoi sostenitori (peraltro non numerosi), che aveva chiamato all'insurrezione nel caso i parlamentari non si fossero piegati. Visto l'insuccesso della manovra perché l'Asamblea Legislativa era semivuota, ha tranquillizzato i convenuti assicurando che Dio gli aveva comandato di essere paziente: avrebbe dunque concesso una tregua di una settimana.

L'episodio è stato condannato dal presidente del Parlamento, il conservatore Mario Ponce, a nome di tutti gli 84 deputati (compresi i membri della Gran Alianza por la Unidad Nacional che aveva sostenuto Bukele nella sua corsa presidenziale). Il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional ha definito proprie di una dittatura le minacce del capo dello Stato e la Corte Suprema de Justicia gli ha ordinato di astenersi dall'uso della forza armata al di fuori di quanto stabilito dalla Costituzione. Si è trattato di "un golpe contro la democrazia" hanno dichiarato le organizzazioni della società civile, non nascondendo il timore che i mezzi richiesti dal governo in funzione antimaras vengano invece destinati alla repressione delle proteste popolari. Da quando è salito al potere, Bukele si è lanciato in una persecuzione dei dipendenti pubblici legati al Fmln, mentre sul piano internazionale ha rotto le relazioni con il Venezuela Bolivariano e ha promesso di votare per la rielezione di Almagro a segretario generale dell'Oea.

12/2/2020


Perú, Apra e fujimorismo i grandi sconfitti nelle legislative

E' un Congresso frammentato quello emerso dalle elezioni legislative del 26 gennaio: i 130 deputati si suddivideranno in nove diversi gruppi parlamentari. Il partito di maggioranza relativa, Acción Popular (centrodestra), ha conquistato 25 seggi; segue Alianza para el Progreso (destra) con 23. Il voto, che ha visto un astensionismo del 25% e una percentuale del 20% di voti nulli o bianchi, ha riservato alcune sorprese. Clamorosa la sparizione dell'Apra, la formazione fondata da Haya de la Torre nel 1924, il cui leader Alan García si era suicidato in aprile.

Le consultazioni hanno portato in primo piano formazioni pressoché sconosciute come il Frepap, Frente Popular Agrícola del Perú, braccio politico dell'Asociación Evangélica de la Misión Israelita del Nuevo Pacto Universal: si tratta di un movimento evangelico fondamentalista che finora non aveva raccolto più di tre deputati e questa volta è balzato a 15. Un altro inaspettato successo è quello dell'Unión por el Perú (13 parlamentari), il cui attuale leader è il fratello dell'ex presidente Ollanta Humala, Antauro. Ex militare, Antauro è in carcere per aver capeggiato nel 2005 una rivolta contro il governo Toledo. La sua ideologia, l'etnocacerismo, coniuga l'evocazione del passato incaico con un nazionalismo su basi etniche.

Non è andata bene invece alla sinistra nel suo complesso: dopo i buoni risultati del 2016, quando aveva ottenuto venti seggi, in queste elezioni ha pagato il prezzo delle sue divisioni. Tre formazioni, Perú Libre, Juntos por el Perú (che aveva stretto un accordo elettorale con il movimento Nuevo Perú di Verónika Mendoza) e Renacimiento Unido Nacional, non sono riuscite a raggiungere il quorum. Solo il Frente Amplio, ora su posizioni di centrosinistra, si è aggiudicato nove deputati.

Il candidato più votato è l'ex generale Daniel Urresti, di Podemos Perú, accusato negli anni Ottanta, quando era capitano dell'esercito nella zona di Ayacucho, di numerose violazioni dei diritti umani tra cui l'omicidio del giornalista Hugo Bustíos. Rinviato a giudizio per questo caso, nel 2018 con una discussa sentenza Urresti era stato dichiarato innocente, ma l'anno scorso la Corte Suprema ha annullato l'assoluzione: il processo dovrà dunque essere rifatto. Come ministro dell'Interno nel governo Humala, Urresti si era presentato come il campione della lotta alla criminalità, con una politica di mano dura che gli ha garantito una base elettorale.

Da registrare infine il crollo del partito di Keiko Fujimori, Fuerza Popular, che è sceso da 73 a 15 seggi. La convocazione di elezioni anticipate, decisa dal presidente Martín Vizcarra il 30 settembre proprio per spezzare il monopolio fujimorista, aveva incontrato da subito l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, spesso scesa in piazza contro una classe politica corrotta e screditata al grido di Que se vayan todos.

Già in occasione della festa nazionale del 28 luglio Vizcarra aveva lanciato la proposta di accorciare di un anno la durata della legislatura e del mandato presidenziale, che dovevano scadere entrambi nel 2021. Proposta bocciata da Fuerza Popular e suoi alleati, che avevano poi tentato di eleggere sei nuovi membri del Tribunal Constitucional: l'obiettivo era il controllo di questo organismo, con cui garantirsi la protezione per i molti casi di corruzione e la liberazione di Keiko Fujimori, in detenzione preventiva sotto l'accusa di riciclaggio.

Per bloccare la manovra, Vizcarra aveva inviato al Congresso un progetto volto a cambiare il meccanismo di nomina dei magistrati del massimo tribunale, chiedendo su questo un voto di fiducia. Non ottenendolo, aveva fatto uso delle sue prerogative costituzionali per sciogliere il Parlamento. La fine della legislatura era stata accolta favorevolmente dai partiti della sinistra e della destra moderata ed era stata festeggiata dall'opinione pubblica. I fujimoristi, gridando al golpe, avevano tentato un'ultima reazione decretando la sospensione di Vizcarra e la sua sostituzione con la vicepresidente Mercedes Aráoz. Quest'ultima però, priva di ogni sostegno, aveva rassegnato le dimissioni dopo 24 ore. Il braccio di ferro si era concluso così con la vittoria del capo dello Stato. Quanto a Keiko, riuscirà a uscire dal carcere in novembre, ma sarà nuovamente arrestata a fine gennaio.

7/2/2020


Haiti, dieci anni fa il terremoto

Dieci anni fa, esattamente il 12 gennaio 2010, un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter devastava Haiti, uccidendo 316.000 persone e lasciando un milione e mezzo di persone senza tetto. Al sisma si aggiungeva, nell'ottobre dello stesso anno, l'epidemia di colera portata dai militari della Minustah, la Missione di Stabilizzazione dell'Onu, che provocava almeno 10.000 morti (secondo alcuni esperti, sarebbero in realtà 50.000). Anni dopo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, riconosceva la responsabilità dei caschi blu, ma ai familiari delle vittime non veniva assegnato alcun indennizzo.

Nel 2017 la Minustah ha lasciato il posto alla Missione dell'Onu per l'Appoggio alla Giustizia (Minujusth), che ha terminato il suo mandato nell'ottobre dello scorso anno. E in dicembre si è appreso di un altro lascito dei caschi blu. A rivelarlo uno studio accademico pubblicato sul sito web The Conversation: almeno 265 bambini (probabilmente molti di più) sono nati da donne e ragazzine povere, a seguito di uno stupro o dopo un rapporto accettato in cambio di un pasto.

A distanza di dieci anni dal terremoto gran parte della popolazione abita ancora in rifugi di fortuna, senza accesso all'acqua potabile, sopravvivendo quotidianamente con meno di due dollari. L'economia è in grave crisi, l'inflazione continua a salire, la disoccupazione si aggira sul 70%. E quanti possono vantare un lavoro spesso guadagnano solo l'equivalente di 5 dollari al giorno.

Già nel 2018 era scoppiata una rivolta popolare contro il previsto rincaro del prezzo dei combustibili, deciso su pressione del Fondo Monetario Internazionale. Le proteste, che sono riprese con forza nel febbraio 2019 e da allora non si sono quasi mai fermate, chiedono le dimissioni del presidente Jovenel Moïse e un cambiamento reale del sistema. La risposta è stata una sanguinosa repressione, che ha già provocato oltre una ventina di morti e centinaia di feriti. Moïse, membro del partito di centrodestra Tèt Kale, è stato eletto nel novembre 2016 con un contestato voto e un astensionismo record. Imprenditore del settore bananiero, gode dell'appoggio delle ricche famiglie locali e dell'amministrazione statunitense.

Su di lui pesano accuse di corruzione: si sarebbe intascato parte degli oltre 4 miliardi di dollari che il Venezuela, attraverso PetroCaribe, aveva destinato allo sviluppo del paese. Il governo bolivariano è sempre stato in prima fila negli aiuti ad Haiti: nonostante questo, Moïse si è allineato a quegli Stati che non hanno riconosciuto l'elezione di Nicolás Maduro. E il 7 gennaio di quest'anno ha ricevuto il segretario generale dell'Oea, Almagro, che gli ha assicurato il suo pieno sostegno. In compenso Haiti, a fine mese, ha annunciato il suo ingresso nel Grupo de Lima.

Il 13 gennaio è terminato il mandato della Camera e di due terzi del Senato e Moïse ha fatto sapere che la situazione attuale non permette di organizzare elezioni legislative e che quindi governerà per decreto. Haiti è anche da mesi senza governo dopo le dimissioni, uno dopo l'altro, di diversi primi ministri. Non stupisce che le opposizioni abbiano denunciato la "deriva dittatoriale" del paese.

30/1/2020


Un'Asamblea Nacional con due presidenti

Dal 5 gennaio il Venezuela ha due presidenti dell'Asamblea Nacional. Da una parte Juan Guaidó, che nel 2019 aveva utilizzato questa carica per autoproclamarsi capo dello Stato e promuovere maldestri tentativi golpisti. Dall'altra Luis Parra, eletto dall'opposizione con l'appoggio dei deputati filogovernativi.

Guaidó, consapevole di non poter contare sui voti necessari alla riconferma, si è sottratto con vari pretesti al confronto in aula e si è ritirato nella sede del giornale di destra El Nacional, dove si è fatto rieleggere dai suoi seguaci. Il giornalista Atilio Boron ha ricostruito la sceneggiata sulla base dei video diffusi in Internet: "Nonostante l'esistenza del quorum e la presenza dei deputati di tutte le forze politiche, il presidente dell'Asamblea uscente, Juan Guaidó, si è rifiutato di entrare nel Palacio Legislativo e di avviare la sessione, come era suo dovere, rimanendo all'esterno della sede parlamentare e pretendendo di far entrare a forza quattro deputati che, per diverse ragioni, erano stati dichiarati decaduti dal Tribunale Supremo. Nelle registrazioni lo si sente dire: 'Se loro non entrano, non entro neppure io'. Quelli alla fine sono entrati, ma lui è rimasto fuori. Va sottolineato che nessuno di questi aveva partecipato alle sedute dell'attuale periodo legislativo e che Guaidó, come presidente dell'Asamblea, non aveva in nessun momento preteso la loro presenza".

Si è giunti così all'aperta rottura all'interno dell'opposizione: all'ala oltranzista, che punta allo scontro aperto con l'appoggio di Washington anche a costo di scatenare una guerra civile, si contrappone un'ala più moderata, rafforzata sia dal chiaro fallimento dei tentativi di rovesciare con la forza il governo Maduro, sia dagli scandali di cui si sono resi protagonisti Guaidó e la sua cricca, che si sono appropriati per fini personali di parte dei soldi inviati dalla Casa Bianca per finanziare i piani eversivi.

Gli Stati Uniti comunque continuano a puntare su Guaidó: hanno subito riconosciuto la sua "riconferma" a presidente del Parlamento anticipando così le loro prossime mosse: il disconoscimento del risultato delle elezioni legislative che proprio l'Asamblea presieduta da Parra dovrà rendere possibili attraverso il rinnovo del Consejo Nacional Electoral. Un ottimo pretesto per un eventuale intervento armato.

Intanto si registrano nuove azioni di bande armate antichaviste. All'alba di domenica 22 dicembre è stata attaccata un'unità dell'esercito nello Stato di Bolívar. Gli assalitori hanno ucciso un ufficiale della Guardia Nacional Bolivariana e sono riusciti a impadronirsi di un carico di armi, in seguito recuperato in parte quando sei degli attaccanti sono stati catturati. Il governo di Caracas ha denunciato l'appoggio al gruppo da parte di Brasile e Colombia. Una settimana prima era stato reso noto l'arresto di alcuni cospiratori che pianificavano l'assalto a due caserme nello Stato di Sucre.

7/1/2020

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato