Latinoamerica-online.it

 

Luis Sepúlveda, la voce dell'esilio  (17/4/2020)

8 marzo, l'onda femminista in America Latina  (9/3/2020)

 

Brasile

Il Pt chiede l'impeachment di Bolsonaro  (22/5/2020)

 

Cuba

Attentato all'ambasciata cubana a Washington  (14/5/2020)

Solidarietà su scala planetaria  (8/4/2020)

 

Ecuador

Tra pandemia e lawfare  (13/4/2020)

 

El Salvador

Il presidente cool che parla con Dio  (12/2/2020)

 

Haiti

Dieci anni fa il terremoto  (30/1/2020)

 

Nicaragua

La scomparsa di Ernesto Cardenal  (2/3/2020)

 

Perú

Apra e fujimorismo i grandi sconfitti nelle legislative  (7/2/2020)

 

Puerto Rico

La morte dell'indipendentista Rafael Cancel  (3/3/2020)

 

Venezuela

Gruppi mercenari tentano di sbarcare in Venezuela  (19/5/2020)

Contro il Venezuela i ricatti di Washington  (6/4/2020)

Un'Asamblea Nacional con due presidenti  (7/1/2020)

 


Brasile, il Pt chiede l'impeachment di Bolsonaro

Il Partido dos Trabalhadores insieme ad altre forze di sinistra, a 400 movimenti sociali e a noti giuristi ha presentato alla Camera la richiesta di mettere sotto accusa Jair Bolsonaro per attentato alla salute pubblica. Il Brasile è ormai ai primi posti nel mondo per numero di contagi da Covid-19. Le vittime sono oltre mille al giorno e siamo ancora ben lontani dal picco, che si prevede giungerà solo in luglio, ma il presidente attacca ogni giorno le norme di distanziamento sociale e più di una volta ha incontrato decine di sostenitori senza alcuna precauzione. Questa posizione lo ha portato in rotta di collisione con i governatori degli Stati più colpiti, São Paulo e Rio, che cercano di evitare il diffondersi del virus adottando misure di restrizione. "Bolsonaro non ha più le condizioni politiche, amministrative e umane per continuare a governare. Non ha empatia e deve essere allontanato il prima possibile perché costituisce una minaccia per il paese", ha dichiarato la presidente del Pt, Gleisi Hoffmann.

Per combattere la pandemia Bolsonaro non trova altra soluzione che raccomandare l'uso indiscriminato della clorochina, vista come un farmaco miracoloso. I ministri della Sanità Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich, entrambi medici, sono stati costretti a lasciare l'incarico uno dopo l'altro perché non allineati con la politica presidenziale. Li sostituisce ora Eduardo Pazuello, un generale senza alcuna esperienza nel settore; del resto i dicasteri sono ormai in gran parte occupati da esponenti delle forze armate. Già in febbraio, in sostituzione del deputato Onyx Lorenzoni, era stato designato a capo del gabinetto il generale Walter Souza Braga Netto: una nomina che aveva accentuato le tensioni con il potere legislativo.

Attorno a Bolsonaro si sta creando il vuoto. Non è solo il mondo scientifico a prendere le distanze, anche molti antichi alleati appaiono preoccupati dalle azioni di un capo dello Stato che ha innescato conflitti istituzionali senza precedenti appoggiando manifestazioni di stampo golpista, convocate per chiedere "la chiusura del Congresso e del Supremo Tribunal Federal". La richiesta di impeachment promossa dalla sinistra, la prima in forma collettiva, si aggiunge ad altre 31 domande di processo politico contro il capo dello Stato.

Il "superministro" della Giustizia Sérgio Moro, che aveva spianato la strada all'elezione di Bolsonaro condannando senza prove l'ex presidente Lula, si è dimesso in aprile dopo la decisione del capo dello Stato di rimuovere il comandante della Polícia Federal, Maurício Valeixo, per sostituirlo con un uomo di sua fiducia. L'ex ministro non ha risparmiato gli attacchi a Bolsonaro, accusandolo di aver cercato di insabbiare le indagini sui suoi figli, in particolare sul senatore Flávio, sospettato di riciclaggio e collegamenti con le milizie paramilitari. Nel frattempo il dicastero della Giustizia è stato affidato al pastore presbiteriano André de Almeida Mendonça.

Anche la politica estera brasiliana solleva critiche da destra e da sinistra. Celso Amorim, ministro degli Esteri dei governi Lula, e l'ex presidente Fernando Henrique Cardoso, del conservatore Partido da Social Democracia Brasileira, hanno firmato un documento in cui rimproverano all'attuale gestione di aver abdicato, nei rapporti con gli Stati Uniti, alla tradizione diplomatica ispirata alla Costituzione del 1988. Il testo sottolinea l'impossibilità di "conciliare l'indipendenza nazionale con la subordinazione a un governo straniero il cui programma politico dichiarato consiste nella promozione dei suoi interessi al di sopra di qualsiasi altra considerazione".

In marzo Bolsonaro aveva firmato un accordo militare con gli Usa e aveva incontrato il suo idolo, Donald Trump: secondo un comunicato congiunto, nella riunione tra i due capi di Stato era stata ratificata "l'alleanza strategica" tra i rispettivi paesi ed era stato ribadito l'appoggio alla "democrazia nella regione, includendo Guaidó e l'Asamblea Nacional venezuelana democraticamente eletta". Una chiara adesione di Brasilia alla politica antibolivariana di Washington, che potrebbe sfociare in un conflitto dalle conseguenze drammatiche per il continente.

Già in gennaio Bolsonaro aveva dimostrato il suo sostegno cieco agli interessi nordamericani sospendendo la partecipazione brasiliana alla Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, proprio quando il messicano Andrés Manuel López Obrador stava per assumerne la presidenza temporanea. Un regalo agli Stati Uniti, nemici dichiarati di una Comunità che raggruppa tutte le nazioni dell'America Latina e dei Caraibi e che si pone come contraltare all'Oea.

22/5/2020


Gruppi mercenari tentano di sbarcare in Venezuela

Due attacchi in poco più di 24 ore. Il primo all'alba del 3 maggio quando un commando di mercenari, a bordo di due motoscafi provenienti dalla Colombia, ha tentato di sbarcare in territorio venezuelano sulla costa de La Guaira, nei pressi della capitale. L'incursione è stata respinta dalle forze armate bolivariane, con il bilancio di otto morti e due catturati; sequestrati veicoli e armi di grosso calibro. Il secondo nel pomeriggio del giorno successivo: gli invasori sono stati intercettati a Chuao, piccolo villaggio nello Stato di Aragua. Otto persone sono state arrestate; tra queste Antonio Sequea, uno dei capi dell'operazione, già noto per aver partecipato al tentato golpe del 30 aprile dello scorso anno.

I due tentativi di sbarco si collegano direttamente a un'azione bloccata il 26 marzo in Colombia e alla quale partecipava l'ex militare venezuelano Cliver Alcalá Cordibes, attualmente rifugiato negli Stati Uniti: uno dei mercenari caduto, l'ex capitano Robert Colina Pantera, era infatti membro del gruppo agli ordini di Alcalá. E proprio Colina, prima dell'attacco, aveva registrato un video in cui rivelava di essere il comandante del nucleo numero 3 dell'Operación Gedeón e che l'obiettivo era la "cattura degli elementi che stanno detenendo illegittimamente il potere".

A dirigere dall'esterno l'Operación Gedeón - come rivela un video diffuso in rete - sono lo statunitense Jordan Goudreau, ex combattente in Iraq e in Afghanistan e attualmente proprietario dell'impresa di sicurezza privata Silvercorp, e l'ex capitano Nieto Quintero. Goudreau ha chiamato in causa Juan Guaidó, presentando il contratto firmato dall'autoproclamato presidente, in cui questi si impegnava a versare una prima somma di un milione e mezzo di dollari (in realtà mai pagati) per finanziare l'operazione. Un ulteriore colpo alla già scarsa credibilità di Guaidó, che aveva negato qualsiasi legame con il fallito attacco e aveva addirittura liquidato l'azione come un montaggio del governo bolivariano.

Stesso atteggiamento ambiguo da parte dell'amministrazione Trump, che respinge ogni coinvolgimento nei piani golpisti, mentre si susseguono le dichiarazioni di alti funzionari che preannunciano cambiamenti al vertice in Venezuela. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha recentemente affermato di aver dato istruzioni in vista della prossima riapertura dell'ambasciata Usa a Caracas e il rappresentante speciale per il Venezuela, Elliot Abrams, ha ripetuto negli ultimi giorni che molte persone, un tempo vicine al presidente Maduro, stanno preparandosi ad abbandonarlo e a negoziare con rappresentanti statunitensi il piano di transizione proposto dal Dipartimento di Stato. Quanto al ruolo di Bogotá, sempre Goudreau ha rivelato che l'addestramento per l'operazione era in corso già da mesi in territorio colombiano. E l'esecutivo di Iván Duque - ha detto Cliver Alcalá - era al corrente dell'esistenza di questi campi militari.

Gli avvenimenti di inizio maggio hanno fatto salire nuovamente la tensione in Venezuela, che si mantiene in stato di allerta. I controlli effettuati negli ultimi giorni hanno permesso di procedere ad altri arresti: i detenuti si contano già a decine, tra cui i due statunitensi Luke Denman e Airan Berry, già membri della sicurezza di Donald Trump. Un'ulteriore conferma della partecipazione di ex militari nordamericani (chiamati "aquile") viene dall'audio di una conversazione del parlamentare dell'opposizione Hernán Alemán, da tempo ricercato dalla giustizia. Nella registrazione, resa pubblica dal governo di Caracas, Alemán afferma: "Alcune aquile sono già qui. Vedo tutto ormai in fase operativa".

Tra le ripercussioni dell'operazione vi è la rinuncia di Juan José Rendón, responsabile del "comitato di strategia" di Guaidó. A differenza del suo capo, Rendón ha ammesso di aver firmato il contratto con la Silvercorp ed è diventato il capro espiatorio del fallimento insieme al deputato Sergio Vergara, un altro dei firmatari e anch'egli dimissionario.

Il contratto, pubblicato da The Washington Post, prevedeva di "catturare/arrestare/rimuovere Nicolás Maduro, liquidare l'attuale regime e insediare al suo posto il presidente venezuelano riconosciuto, Juan Guaidó". In seguito Silvercorp avrebbe partecipato, per un periodo prorogabile di 450 giorni, al "ristabilimento della stabilità del paese". Per quest'ultimo compito l'impresa era autorizzata a usare ogni mezzo, fino all'eliminazione fisica della "minaccia" rappresentata dai sostenitori del legittimo governo.

19/5/2020


Attentato all'ambasciata cubana a Washington

Più di trenta colpi di fucile sono stati esplosi, all'alba del 30 aprile, contro la sede dell'ambasciata cubana a Washington. Gli spari hanno colpito non solo la facciata dell'edificio, il portone, le colonne dell'ingresso e la statua di José Martí, ma hanno provocato danni anche all'interno del palazzo. L'attentatore, che è stato arrestato, si chiama Alexander Alazo, 42 anni, nato a Cuba, ma residente nel Texas. Secondo la stampa statunitense soffriva da tempo di manie di persecuzione: si sentiva braccato dalla Sicurezza del suo paese d'origine.

Al di là dei problemi psichiatrici di Alazo, l'azione rientra in un clima di crescente ostilità dell'amministrazione Trump nei confronti dell'Avana: dall'aggressività del linguaggio (comprese le dure critiche alle missioni mediche all'estero) all'intensificazione del blocco, che non è stato mitigato neppure nel quadro dell'attuale pandemia. Non stupisce dunque che da parte del Dipartimento di Stato non vi sia stata alcuna condanna dell'accaduto. E alle richieste cubane di condurre un'indagine esaustiva sull'attentato Washington ha risposto con un'ennesima provocazione: l'inserimento dell'isola nell'elenco dei paesi che non cooperano pienamente nella lotta antiterrorista. L'accusa è quella di aver ospitato sul suo territorio la delegazione dell'Ejército de Liberación Nacional, la guerriglia colombiana che nel 2017 aveva avviato trattative di pace con il governo di Bogotá. Cuba era stata cancellata dalla lista nera (in cui figurano anche Venezuela, Iran, Siria e Corea del Nord) nel 2015, durante la presidenza Obama.

Se il 30 aprile non si sono fortunatamente registrate vittime, i rappresentanti cubani sono stati bersaglio negli anni di ripetuti, sanguinosi attacchi. Nel 1976 in Argentina, durante la dittatura militare, furono sequestrati Jesús Cejas Arias e Crescencio Galañena Hernández: i loro resti vennero rinvenuti solo pochi anni fa. Sempre nel 1976 Adriana Corcho ed Efrén Monteagudo furono uccisi da una bomba esplosa nell'ambasciata cubana in Portogallo. Nel 1980 a New York venne assassinato a colpi d'arma da fuoco Félix García Rodríguez, che faceva parte del corpo diplomatico accreditato presso le Nazioni Unite.

14/5/2020


Luis Sepúlveda, la voce dell'esilio

Si è spento il 16 aprile in Spagna, ucciso dal coronavirus, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, noto non solo per il suo importante apporto alla letteratura latinoamericana, ma per l’impegno politico che ha caratterizzato tutta la sua vita. Sepúlveda era nato nel 1949 a Ovalle, nella regione di Coquimbo. Il suo cognome materno, Calfucura, tradiva l’origine mapuche, di cui fu sempre orgoglioso: al popolo mapuche dedicò la Historia de un perro llamado leal, scritta nel 2016.

Militante della sinistra fin da giovane, dopo il golpe di Pinochet fu arrestato e incarcerato per oltre due anni. Partì poi per l’esilio, divenendo la voce dei tanti oppositori alla dittatura costretti a vivere lontano dal Cile. Viaggiò per gran parte dell’America Latina, entrando anche a far parte della Brigada Internacional Simón Bolívar con cui combatté in Nicaragua contro Somoza. Dopo il trionfo della Rivoluzione Sandinista si stabilì in Europa, prima in Svezia, poi in Germania e infine in Spagna.

Si fece conoscere a livello internazionale nel 1988 con il romanzo Un viejo que leía novelas de amor. Tra le altre sue opere vanno ricordate: Mundo del fin del mundo, Nombre de torero, Patagonia Express, Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar, La rosa de Atacama, Fin de siglo, tradotte in decine di lingue diverse. Fu anche cineasta e giornalista.

Nella sua ultima colonna su Le Monde Diplomatique del 26 dicembre 2019 scriveva, riferendosi alla rivolta scoppiata nella sua patria: "La pace dell’oasi cilena è saltata in aria perché le grandi maggioranze hanno cominciato a dire no alla precarietà e si sono lanciate alla riconquista dei loro diritti perduti. Non c’è ribellione più giusta e democratica che quella di questi giorni in Cile. Reclamano una nuova Costituzione che rappresenti tutta la nazione e la sua diversità, reclamano il recupero di questioni tanto essenziali come l’acqua e il mare, anch’esso privatizzato. Reclamano il diritto a essere presenti e a essere soggetti attivi dello sviluppo del paese. Vogliono essere cittadini e non sudditi di un modello fallito per la sua mancanza di umanità, per l’assurdo offuscamento dei suoi gestori. E non c’è repressione, per dura e criminale che sia, in grado di fermare un popolo in marcia".

17/4/2020


Ecuador, tra pandemia e lawfare

Le foto dei corpi senza vita abbandonati nelle strade di Guayaquil, la località con il maggior numero di contagi da Covid-19, hanno fatto il giro del mondo, immagini eloquenti del disastro dell'assistenza pubblica nel paese. Tantissime anche le salme rimaste nelle abitazioni per giorni, in mancanza di medici che stilassero il certificato di morte e per la chiusura di molte agenzie di pompe funebri. Del triste lavoro di recupero è stata infine incaricata un'apposita task force, che ha rivelato di aver raccolto in breve tempo, solo in città, oltre 700 cadaveri. Sono le conseguenze drammatiche della pandemia, sommate ai tagli alla sanità attuati dall'amministrazione Moreno in base alle direttive del Fondo Monetario Internazionale. Così carenze di posti letto, di attrezzature, di personale sanitario hanno portato al collasso le strutture ospedaliere. La priorità del governo non è la salute dei cittadini, ma il pagamento del debito estero.

Nel paese è stato imposto il blocco delle attività produttive. Nessun provvedimento di tutela però è previsto per quanti vivono in condizioni precarie, lavoratori del settore informale e disoccupati che insieme rappresentano il 60% della popolazione economicamente attiva. Come denuncia Pablo Iturralde, del Centro de Derechos Económicos y Sociales, non esiste alcuna protezione neppure per quanti godono di un impiego fisso: "Al contrario, si è permesso al datore di lavoro di scalare i giorni di ferie dall'attuale quarantena. E come secondo provvedimento gli è stato consentito di sospendere il pagamento dei salari a tempo indeterminato". Inoltre, con l'istituzione dell'estado de excepción e poi del coprifuoco, l'esercito è tornato a pattugliare le strade e sono già numerose le denunce contro la violenza dei militari nei quartieri popolari.

Di fronte a questa drammatica situazione il livello di approvazione di Lenín Moreno è crollato al 4%. Per scongiurare una rielezione di Rafael Correa nelle presidenziali del 2021 la destra neoliberista ha fatto ricorso - con un copione già noto - allo strumento del lawfare: il 7 aprile l'ex presidente è stato giudicato colpevole di corruzione e condannato a otto anni di carcere e all'interdizione dai pubblici uffici per 25 anni.

Questa sentenza "fa parte di una trama messa a punto dal Dipartimento di Stato - afferma la parlamentare ecuadoriana Gabriela Rivadeneira, attualmente rifugiata in Messico, in un'intervista a Página/12 - I governi progressisti latinoamericani del primo decennio del secolo XXI sono stati una minaccia per gli Stati Uniti. Tutto quello che abbiamo fatto in tema di integrazione, di sovranità, la richiesta di dignità dei paesi, di libertà dei popoli hanno danneggiato i loro interessi geopolitici. L'arrivo di governi di destra nel continente (Bolsonaro, Duque, Piñera, il golpe in Bolivia) è stato accompagnato dal ritorno al Fmi, alla Banca Mondiale, all'United States Agency for International Development (Usaid), alla cooperazione militare nordamericana. Questo va legato direttamente allo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili che abbiamo qui. Così che quanto avvenuto non è casuale. Forma parte di un complesso di azioni volte a evitare che giungano nuovamente al potere, attraverso il voto popolare, presidenti in grado di spezzare questa logica monopolistica"

13/4/2020


Cuba, solidarietà su scala planetaria

Cuba in prima linea nella solidarietà alle popolazioni in lotta contro la pandemia. Negli stessi giorni in cui l'amministrazione Trump offriva alla compagnia farmaceutica tedesca CureVac una grossa somma di denaro per l'acquisto del vaccino in preparazione contro il Covid-19, con la clausola che il farmaco fosse riservato agli Stati Uniti (offerta rifiutata dall'impresa), il governo dell'Avana consentiva alla nave da crociera britannica MS Braemar di attraccare nel porto di Mariel, nonostante la presenza di casi di coronavirus a bordo. La nave aveva già chiesto ad altri paesi dei Caraibi il permesso di sbarco, ricevendo un netto rifiuto.

Una dimostrazione del diverso approccio di Cuba verso i popoli del mondo. Non è dunque sorprendente vedere come dall'isola siano partite, in questa congiuntura globale, numerose missioni mediche dirette verso numerosi paesi, compreso il nostro. Il 22 marzo, accolti con un lungo applauso, sono giunti in Italia i 52 specialisti destinati a operare nell'ospedale di Crema. Sempre in Europa, medici e infermieri cubani sono arrivati ad Andorra; sono inoltre presenti in Centro e Sud America (Nicaragua, Belice, Venezuela, Suriname) e in nove Stati caraibici, tra cui Giamaica e Haiti, mentre si preparano a portare il loro aiuto in Messico e nei dipartimenti francesi d'oltremare. E questo nonostante anche sull'isola si siano registrati numerosi contagi, dopo il primo caso di tre turisti italiani positivi al coronavirus. "Nostra patria è il mondo": così spiegano il loro altruismo i membri della Brigada Henry Reeve.

La Brigada prende il nome dal giovane statunitense Henry Reeve, morto nel 1876 combattendo per la libertà di Cuba dal dominio spagnolo. Nel 2005 il governo cubano aveva offerto assistenza agli abitanti di New Orleans colpiti dall'uragano Katrina. L'offerta era stata rifiutata da George W. Bush, ma Fidel Castro aveva deciso comunque di creare uno speciale contingente, composto da personale sanitario di entrambi i sessi specializzato nell'affrontare disastri naturali e gravi epidemie. Da allora la Brigada ha fronteggiato molte situazioni di crisi, dal terremoto ad Haiti (2010) all'epidemia di Ebola in Guinea, Liberia e Sierra Leone (2014), dal sisma in Nepal (2015) ai cicloni Idai e Kenneth in Mozambico (2019), per citarne solo alcune. Ma Cuba non aveva aspettato l'istituzione di questo contingente per portare il suo aiuto solidale in qualunque parte del globo. Anche in precedenza erano stati tantissimi gli interventi, fin dall'anno successivo alla Rivoluzione quando un'équipe medica era arrivata nel Cile ferito dal più disastroso terremoto della storia (in quell'occasione ad accompagnare i colleghi cubani c'era da parte cilena il dottor Salvador Allende). Tre anni dopo l'assistenza cubana sbarcava in Algeria, paese rimasto con ridotto personale sanitario dopo la partenza dei francesi.

Nel drammatico scenario dell'attuale pandemia, il blocco statunitense contro l'isola continua con le sue devastanti conseguenze. Un esempio: il carico di mascherine, kit diagnostici e ventilatori polmonari destinato a Cuba dall'imprenditore cinese Jack Ma, fondatore del colosso Alibaba, non ha potuto essere consegnato perché la compagnia statunitense contrattata per il trasporto all'ultimo momento si è tirata indietro, per non violare le restrizioni imposte dalla Casa Bianca. Il blocco era stato ulteriormente inasprito in gennaio, con la sospensione di tutti i voli charter tra gli Stati Uniti e le città cubane a eccezione della capitale (i servizi aerei commerciali con destinazione diversa dall'Avana erano già stati sospesi nell'ottobre scorso). Un ulteriore colpo contro il turismo e dunque contro la possibilità di accedere a divise estere.

8/4/2020


Contro il Venezuela i ricatti di Washington

Anche il Venezuela è impegnato nella lotta contro il Covid-19. Il 16 marzo, in presenza di un numero ancora limitato di contagi, è stata decretata la quarantena per prevenire il diffondersi del virus. Se in questa battaglia Caracas può contare sull'aiuto di Cuba e della Cina, la sua è pur sempre un'economia sottoposta al blocco statunitense; in più si è vista rifiutare dal Fondo Monetario Internazionale, con giustificazioni pretestuose, un prestito di cinque miliardi di dollari che sarebbero stati destinati all'emergenza sanitaria. Sfruttando questo momento di difficoltà dell'avversario, l'amministrazione Trump ha posto un preciso ricatto: come spiega un editoriale comparso su The Washington Post, se Maduro vuole che le sanzioni siano annullate dovrà accettare di collaborare con Guaidó e impegnarsi a celebrare nuove elezioni presidenziali.

Non solo. Con il chiaro intento di distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica nazionale dal disastro provocato dal coronavirus, Washington ha deciso di aumentare la pressione sul Venezuela. Il 26 marzo, nel più puro stile western, la giustizia statunitense ha posto una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolás Maduro: verrà corrisposta a chiunque apporti informazioni che possano portare al suo arresto. Nel caso di Diosdado Cabello, presidente dell'Asamblea Nacional Constituyente, il premio scende a 10 milioni; ricompense sono state promesse anche per la cattura di altri alti funzionari del governo venezuelano. L'accusa per tutti è quella di narcotraffico, in complicità con gli ex guerriglieri delle Farc: avrebbero inondato gli Usa di cocaina fin dal 1999.

Un'accusa a cui non crede nessuno: come afferma Pino Arlacchi, ex vicesegretario delle Nazioni Unite e massimo esperto di lotta al traffico di stupefacenti, in un'intervista al sito web ilPeriodista, "sono falsità clamorose. In oltre quarant'anni ai vertici dell’antidroga mondiale non mi è mai capitato di dovermi occupare di Venezuela: non si trova un solo rigo nei documenti dell'Onu e nemmeno della Dea statunitense". E se l'iniziativa mirava a dividere le forze armate venezuelane ha fallito il suo scopo: i vertici militari hanno infatti ribadito immediatamente il loro appoggio al capo dello Stato.

Cinque giorni dopo l'annuncio della taglia, il segretario di Stato Mike Pompeo e il rappresentante speciale per il Venezuela Elliot Abrams hanno illustrato la roadmap "per la transizione democratica" nel paese: prevede la nomina, da parte dell'Asamblea Nacional presieduta da Guaidó, di un Consejo de Estado incaricato di convocare nuove elezioni presidenziali e legislative. In tale organismo non dovrebbero figurare né Maduro né Guaidó: quest'ultimo è ormai considerato poco utile ai piani statunitensi, dal momento che gran parte dell'opposizione gli ha voltato le spalle.

L'unico appoggio all'autoproclamato presidente si trova all'estero: nel viaggio internazionale intrapreso tra gennaio e febbraio aveva ottenuto qualche riconoscimento (nel Congresso Usa era stato applaudito da democratici e repubblicani), ma all'evento preparato per il suo ritorno in patria aveva trovato ben pochi sostenitori. Il falso attentato ai suoi danni, avvenuto a fine febbraio a Barquisimeto, era stato presto smascherato e il 10 marzo l'ennesima mobilitazione antichavista aveva registrato una scarsa partecipazione. Quello stesso giorno il leader di Acción Democrática, Ramos Allup, preso atto del fallimento della via golpista, annunciava la decisione dello storico partito di partecipare alle legislative di quest'anno, allineandosi alla scelta di altri gruppi oppositori.

Come ultimo gesto di intimidazione, il primo aprile Donald Trump ha comunicato l'avvio di una massiccia operazione antidroga nel Pacifico e nel Mar dei Caraibi, "la più grande d'Occidente", con forze aeree e navali e la partecipazione di 22 paesi, per fronteggiare la "crescente minaccia" di "narcotrafficanti e terroristi", che sarebbero pronti ad approfittare della pandemia per inondare il mercato statunitense.

Di fronte a questa escalation di attacchi Maduro si è rivolto direttamente ai cittadini statunitensi con una lettera aperta, sollecitandoli a non permettere che il loro paese "venga trascinato, ancora una volta, a una guerra interminabile, a un altro Vietnam o un altro Iraq, ma questa volta più vicino a casa" e facendo loro un appello "perché pongano un freno a questa pazzia". "In Venezuela non vogliamo un conflitto armato nella nostra regione - scrive Maduro - Vogliamo rapporti fraterni, di cooperazione, intercambio e rispetto".

6/4/2020


8 marzo, l'onda femminista in America Latina

L'8 marzo le piazze e le strade dell'America Latina si sono riempite di donne di ogni età. Combattive, determinate, decise a rivendicare i propri diritti e a dire no al machismo in tutte le sue forme. Erano due milioni secondo la Coordinadora 8M a Santiago, un interminabile serpente colorato diretto verso Plaza de la Dignidad, come è stato ribattezzato il centro della rivolta di questi ultimi mesi. "Il nuovo Cile lo faremo tutte noi, con le nostre mani", così l'attrice Natalia Valdebenito nel suo improvvisato discorso. Il collettivo femminista Las Tesis, con la performance Un violador en tu camino, ha fornito il tema della mobilitazione. Altre massicce manifestazioni si sono tenute a Valparaíso, Concepción, Osorno, Puerto Montt.

In Messico decine di migliaia di donne hanno espresso la propria indignazione contro la violenza di genere, in un paese in cui ogni giorno si registra una decina di femminicidi, la maggior parte dei quali resta impunita. Una marea viola ha occupato il centro della capitale, marciando dal Monumento a la Revolución allo Zócalo. Manifestazioni anche a Mérida, Querétaro, Oaxaca, Cuernavaca.

A Buenos Aires un grande corteo si è diretto verso il palazzo presidenziale, la Casa Rosada: le manifestanti portavano rose e cartelli con i nomi delle tante vittime di femminicidio. Un'altra battaglia in campo è quella per il diritto d'aborto: dopo le grandi lotte del movimento, il governo Fernández dovrebbe inviare a breve al Congresso un progetto di legge in merito. La Chiesa cattolica però non rinuncia all'opposizione e proprio nella giornata dell'8 marzo ha celebrato una messa "in favore della vita" di fronte alla Basilica di Luján.

A São Paulo e in altre città del Brasile tantissime donne hanno manifestato contro il presidente Bolsonaro, noto per le sue espressioni machiste. In Colombia sono scese in piazza a migliaia per condannare l'inerzia del governo, che non fornisce protezione alle leader sociali, e per denunciare la responsabilità dei membri della forza pubblica in molti casi di violenza. Anche in Centro America le femministe si sono mobilitate: in Salvador per la depenalizzazione dell'aborto (nel paese vige una delle leggi più restrittive in materia), in Guatemala per denunciare l'impunità di cui continuano a godere i responsabili della morte, tre anni fa, di una quarantina di bambine e adolescenti nell'incendio di un centro d'accoglienza per minori. Prima del rogo le giovani ospiti dell'Hogar Seguro Virgen de la Asunción avevano segnalato a più riprese maltrattamenti e abusi.

9/3/2020


Puerto Rico, la morte dell'indipendentista Rafael Cancel

Si è spento il 2 marzo, a 89 anni, Rafael Cancel Miranda, ultimo sopravvissuto del gruppo di indipendentisti che nel 1954 furono protagonisti di uno storico episodio. Il primo marzo di quell'anno Cancel Miranda, Lolita Lebrón, Irving Flores Rodríguez e Andrés Figueroa Cordero, membri del Partido Nacionalista de Puerto Rico, fecero irruzione sparando nella sede del Congresso Usa, per attirare l'attenzione mondiale sul regime coloniale in atto nel loro paese. La data era stata scelta come segno di protesta contro quanto deciso dal governo di Washington il primo marzo 1917, quando la cittadinanza statunitense era stata estesa agli abitanti dell'isola perché lo Zio Sam aveva bisogno di reclutare soldati da mandare al fronte della prima guerra mondiale.

Per quell'assalto Cancel fu condannato a 84 anni di carcere, Lebrón a 50 anni; Flores e Figueroa a 75 anni. Nel 1979 però la pressione internazionale convinse l'allora presidente Jimmy Carter ad accettare lo scambio di prigionieri proposto da Fidel Castro: gli indipendentisti portoricani contro altrettante spie statunitensi. Cancel, Lebrón e Flores vennero dunque liberati (Figueroa era stato rilasciato due anni prima perché malato in fase terminale) e tornarono in patria, dove furono ricevuti come eroi. Insieme a loro lasciò la prigione Oscar Collazo López, anch'egli appartenente al Partido Nacionalista, che era stato arrestato nel 1950 per aver attentato alla vita del presidente Truman.

Dopo la sua scarcerazione Rafael Miranda continuò a battersi per la libertà di Puerto Rico e degli altri paesi del Sud del mondo e si fece conoscere come poeta e come scrittore. Nel dicembre dello scorso anno era stato pubblicato l'ultimo dei suoi libri, Más allá del espejismo.

Come raccontava nel 2005 la giornalista messicana Blanche Petrich, Cancel viaggiava senza passaporto, unicamente con la patente e il suo certificato di nascita. Nonostante tutte le difficoltà che questo comportava nell'attraversare le frontiere, rifiutava di portare con sé un documento che lo indicava come cittadino statunitense. "Se quando sono stato processato per terrorismo in un tribunale di Washington nel 1954 - sosteneva - non ho riconosciuto la legalità dei miei giudici e dei miei carcerieri, tantomeno lo farò adesso".

3/3/2020


Nicaragua, la scomparsa di Ernesto Cardenal

"Sono poeta, sacerdote e rivoluzionario": così si definiva Ernesto Cardenal Martínez, grande figura di intellettuale e di militante per la liberazione dei popoli, morto il primo marzo a Managua a 95 anni. Esponente della Teologia della Liberazione, impegnato nella lotta sociale e politica del suo paese, Cardenal fu una figura fondamentale della Rivoluzione Sandinista.

Nato a Granada, aveva frequentato la scuola in Nicaragua per poi seguire il corso di letteratura presso l'Unam, l'Universidad Nacional Autónoma de México. Alla fine degli anni Quaranta aveva proseguito gli studi a New York e aveva poi viaggiato in Europa, passando anche per l'Italia. Tornato in patria, aveva preso parte alla lotta contro la dinastia dei Somoza e nello stesso tempo aveva iniziato a farsi conoscere pubblicando le sue prime opere sulla rivista bilingue El Corno Emplumado, ponte tra la cultura latinoamericana e quella statunitense.

Entrato come novizio nell'Abbazia di Nostra Signora del Getsemani, nel Kentucky, ricevette gli ordini sacerdotali nel 1965 e fu tra i fondatori della comunità religiosa di Solentiname, un'isola nel Lago di Nicaragua che divenne il punto di riferimento per il cattolicesimo progressista latinoamericano. Diede un importante apporto alla lotta del Frente Sandinista de Liberación Nacional e, dopo l'abbattimento nel 1979 della dittatura di Anastasio Somoza, divenne ministro della Cultura, carica che mantenne fino al 1987. Fu proprio la sua partecipazione al governo sandinista che gli costò il severo rimprovero di papa Giovanni Paolo II, accanito avversario di ogni opzione di sinistra. Nel 1984 Wojtyla lo sospese a divinis e solo nel febbraio dello scorso anno papa Francesco lo riammise al ministero sacerdotale. Nel 1994 Ernesto Cardenal ruppe con il Fsln criticando la direzione personalistica di Daniel Ortega.

Tra le sue opere poetiche ricordiamo Hora Cero, Epigramas, Salmos, Oración por Marilyn Monroe y otros poemas, El Estrecho Dudoso, Mayapán, Homenaje a los indios americanos, Canto nacional, Oráculo sobre Managua, Canto a un país que nace, Tocar el cielo, Vuelos de victoria, Quetzalcóatl, Los ovnis de oro, Cántico Cósmico, El telescopio en la noche oscura, Somos polvo de estrellas, Hijos de las estrellas. Molti i riconoscimenti ricevuti, dal Premio Iberoamericano de Poesía Pablo Neruda alla Orden de la Liberación Cultural Rubén Darío al Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana.

Nel 2003 fu insignito a Cuba della Orden José Martí, "per la sua traiettoria letteraria e la sua difesa incondizionata della Rivoluzione Cubana". Per Cardenal l'esperienza sull'isola caraibica fu fondamentale: "la più importante della mia vita dopo la conversione religiosa - raccontò in seguito - Fu in realtà una conversione alla rivoluzione. Prima credevo che dovessimo cercare un terzo cammino in America Latina, ma a Cuba scoprii che il cammino era il loro e che la loro rivoluzione era molto buona e avevo il dovere di appoggiarla".

2/3/2020


El Salvador, il presidente cool che parla con Dio

Si era autodefinito in Twitter "il presidente più guapo e più cool del mondo". I social network sono stati da lui ampiamente usati per giungere alla presidenza del Salvador, conquistando gran parte del voto giovane. Ma a quanto pare la massima carica dello Stato non gli basta: adesso cerca di liberarsi di qualsiasi opposizione per assicurarsi, con l'appoggio delle forze armate, il controllo totale del paese. Questo almeno il legittimo sospetto sorto dopo l'irruzione di Nayib Bukele nell'aula dell'Asamblea Legislativa, accompagnato da agenti di polizia e militari in assetto di guerra, per ottenere dai parlamentari l'approvazione immediata di un prestito di 109 milioni di dollari destinati alla modernizzazione delle forze armate per la lotta contro le maras. Un evidente pretesto, considerando che il valore dell'economia salvadoregna si aggira sui 29 miliardi di dollari e che l'endemico problema delle bande criminali non verrà certo risolto con questa esigua somma.

I deputati, convocati domenica 9 febbraio in sessione straordinaria dallo stesso Bukele, si sono rifiutati di obbedire all'imposizione: solo una piccola minoranza si è presentata nella sede del Parlamento, circondata dall'esercito. Entrato nell'aula il presidente ha detto: "La decisione che prenderemo la mettiamo nelle mani di Dio" e si è messo a pregare. E' poi uscito per rivolgersi ai suoi sostenitori (peraltro non numerosi), che aveva chiamato all'insurrezione nel caso i parlamentari non si fossero piegati. Visto l'insuccesso della manovra perché l'Asamblea Legislativa era semivuota, ha tranquillizzato i convenuti assicurando che Dio gli aveva comandato di essere paziente: avrebbe dunque concesso una tregua di una settimana.

L'episodio è stato condannato dal presidente del Parlamento, il conservatore Mario Ponce, a nome di tutti gli 84 deputati (compresi i membri della Gran Alianza por la Unidad Nacional che aveva sostenuto Bukele nella sua corsa presidenziale). Il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional ha definito proprie di una dittatura le minacce del capo dello Stato e la Corte Suprema de Justicia gli ha ordinato di astenersi dall'uso della forza armata al di fuori di quanto stabilito dalla Costituzione. Si è trattato di "un golpe contro la democrazia" hanno dichiarato le organizzazioni della società civile, non nascondendo il timore che i mezzi richiesti dal governo in funzione antimaras vengano invece destinati alla repressione delle proteste popolari. Da quando è salito al potere, Bukele si è lanciato in una persecuzione dei dipendenti pubblici legati al Fmln, mentre sul piano internazionale ha rotto le relazioni con il Venezuela Bolivariano e ha promesso di votare per la rielezione di Almagro a segretario generale dell'Oea.

12/2/2020


Perú, Apra e fujimorismo i grandi sconfitti nelle legislative

E' un Congresso frammentato quello emerso dalle elezioni legislative del 26 gennaio: i 130 deputati si suddivideranno in nove diversi gruppi parlamentari. Il partito di maggioranza relativa, Acción Popular (centrodestra), ha conquistato 25 seggi; segue Alianza para el Progreso (destra) con 23. Il voto, che ha visto un astensionismo del 25% e una percentuale del 20% di voti nulli o bianchi, ha riservato alcune sorprese. Clamorosa la sparizione dell'Apra, la formazione fondata da Haya de la Torre nel 1924, il cui leader Alan García si era suicidato in aprile.

Le consultazioni hanno portato in primo piano formazioni pressoché sconosciute come il Frepap, Frente Popular Agrícola del Perú, braccio politico dell'Asociación Evangélica de la Misión Israelita del Nuevo Pacto Universal: si tratta di un movimento evangelico fondamentalista che finora non aveva raccolto più di tre deputati e questa volta è balzato a 15. Un altro inaspettato successo è quello dell'Unión por el Perú (13 parlamentari), il cui attuale leader è il fratello dell'ex presidente Ollanta Humala, Antauro. Ex militare, Antauro è in carcere per aver capeggiato nel 2005 una rivolta contro il governo Toledo. La sua ideologia, l'etnocacerismo, coniuga l'evocazione del passato incaico con un nazionalismo su basi etniche.

Non è andata bene invece alla sinistra nel suo complesso: dopo i buoni risultati del 2016, quando aveva ottenuto venti seggi, in queste elezioni ha pagato il prezzo delle sue divisioni. Tre formazioni, Perú Libre, Juntos por el Perú (che aveva stretto un accordo elettorale con il movimento Nuevo Perú di Verónika Mendoza) e Renacimiento Unido Nacional, non sono riuscite a raggiungere il quorum. Solo il Frente Amplio, ora su posizioni di centrosinistra, si è aggiudicato nove deputati.

Il candidato più votato è l'ex generale Daniel Urresti, di Podemos Perú, accusato negli anni Ottanta, quando era capitano dell'esercito nella zona di Ayacucho, di numerose violazioni dei diritti umani tra cui l'omicidio del giornalista Hugo Bustíos. Rinviato a giudizio per questo caso, nel 2018 con una discussa sentenza Urresti era stato dichiarato innocente, ma l'anno scorso la Corte Suprema ha annullato l'assoluzione: il processo dovrà dunque essere rifatto. Come ministro dell'Interno nel governo Humala, Urresti si era presentato come il campione della lotta alla criminalità, con una politica di mano dura che gli ha garantito una base elettorale.

Da registrare infine il crollo del partito di Keiko Fujimori, Fuerza Popular, che è sceso da 73 a 15 seggi. La convocazione di elezioni anticipate, decisa dal presidente Martín Vizcarra il 30 settembre proprio per spezzare il monopolio fujimorista, aveva incontrato da subito l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, spesso scesa in piazza contro una classe politica corrotta e screditata al grido di Que se vayan todos.

Già in occasione della festa nazionale del 28 luglio Vizcarra aveva lanciato la proposta di accorciare di un anno la durata della legislatura e del mandato presidenziale, che dovevano scadere entrambi nel 2021. Proposta bocciata da Fuerza Popular e suoi alleati, che avevano poi tentato di eleggere sei nuovi membri del Tribunal Constitucional: l'obiettivo era il controllo di questo organismo, con cui garantirsi la protezione per i molti casi di corruzione e la liberazione di Keiko Fujimori, in detenzione preventiva sotto l'accusa di riciclaggio.

Per bloccare la manovra, Vizcarra aveva inviato al Congresso un progetto volto a cambiare il meccanismo di nomina dei magistrati del massimo tribunale, chiedendo su questo un voto di fiducia. Non ottenendolo, aveva fatto uso delle sue prerogative costituzionali per sciogliere il Parlamento. La fine della legislatura era stata accolta favorevolmente dai partiti della sinistra e della destra moderata ed era stata festeggiata dall'opinione pubblica. I fujimoristi, gridando al golpe, avevano tentato un'ultima reazione decretando la sospensione di Vizcarra e la sua sostituzione con la vicepresidente Mercedes Aráoz. Quest'ultima però, priva di ogni sostegno, aveva rassegnato le dimissioni dopo 24 ore. Il braccio di ferro si era concluso così con la vittoria del capo dello Stato. Quanto a Keiko, riuscirà a uscire dal carcere in novembre, ma sarà nuovamente arrestata a fine gennaio.

7/2/2020


Haiti, dieci anni fa il terremoto

Dieci anni fa, esattamente il 12 gennaio 2010, un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter devastava Haiti, uccidendo 316.000 persone e lasciando un milione e mezzo di persone senza tetto. Al sisma si aggiungeva, nell'ottobre dello stesso anno, l'epidemia di colera portata dai militari della Minustah, la Missione di Stabilizzazione dell'Onu, che provocava almeno 10.000 morti (secondo alcuni esperti, sarebbero in realtà 50.000). Anni dopo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, riconosceva la responsabilità dei caschi blu, ma ai familiari delle vittime non veniva assegnato alcun indennizzo.

Nel 2017 la Minustah ha lasciato il posto alla Missione dell'Onu per l'Appoggio alla Giustizia (Minujusth), che ha terminato il suo mandato nell'ottobre dello scorso anno. E in dicembre si è appreso di un altro lascito dei caschi blu. A rivelarlo uno studio accademico pubblicato sul sito web The Conversation: almeno 265 bambini (probabilmente molti di più) sono nati da donne e ragazzine povere, a seguito di uno stupro o dopo un rapporto accettato in cambio di un pasto.

A distanza di dieci anni dal terremoto gran parte della popolazione abita ancora in rifugi di fortuna, senza accesso all'acqua potabile, sopravvivendo quotidianamente con meno di due dollari. L'economia è in grave crisi, l'inflazione continua a salire, la disoccupazione si aggira sul 70%. E quanti possono vantare un lavoro spesso guadagnano solo l'equivalente di 5 dollari al giorno.

Già nel 2018 era scoppiata una rivolta popolare contro il previsto rincaro del prezzo dei combustibili, deciso su pressione del Fondo Monetario Internazionale. Le proteste, che sono riprese con forza nel febbraio 2019 e da allora non si sono quasi mai fermate, chiedono le dimissioni del presidente Jovenel Moïse e un cambiamento reale del sistema. La risposta è stata una sanguinosa repressione, che ha già provocato oltre una ventina di morti e centinaia di feriti. Moïse, membro del partito di centrodestra Tèt Kale, è stato eletto nel novembre 2016 con un contestato voto e un astensionismo record. Imprenditore del settore bananiero, gode dell'appoggio delle ricche famiglie locali e dell'amministrazione statunitense.

Su di lui pesano accuse di corruzione: si sarebbe intascato parte degli oltre 4 miliardi di dollari che il Venezuela, attraverso PetroCaribe, aveva destinato allo sviluppo del paese. Il governo bolivariano è sempre stato in prima fila negli aiuti ad Haiti: nonostante questo, Moïse si è allineato a quegli Stati che non hanno riconosciuto l'elezione di Nicolás Maduro. E il 7 gennaio di quest'anno ha ricevuto il segretario generale dell'Oea, Almagro, che gli ha assicurato il suo pieno sostegno. In compenso Haiti, a fine mese, ha annunciato il suo ingresso nel Grupo de Lima.

Il 13 gennaio è terminato il mandato della Camera e di due terzi del Senato e Moïse ha fatto sapere che la situazione attuale non permette di organizzare elezioni legislative e che quindi governerà per decreto. Haiti è anche da mesi senza governo dopo le dimissioni, uno dopo l'altro, di diversi primi ministri. Non stupisce che le opposizioni abbiano denunciato la "deriva dittatoriale" del paese.

30/1/2020


Un'Asamblea Nacional con due presidenti

Dal 5 gennaio il Venezuela ha due presidenti dell'Asamblea Nacional. Da una parte Juan Guaidó, che nel 2019 aveva utilizzato questa carica per autoproclamarsi capo dello Stato e promuovere maldestri tentativi golpisti. Dall'altra Luis Parra, eletto dall'opposizione con l'appoggio dei deputati filogovernativi.

Guaidó, consapevole di non poter contare sui voti necessari alla riconferma, si è sottratto con vari pretesti al confronto in aula e si è ritirato nella sede del giornale di destra El Nacional, dove si è fatto rieleggere dai suoi seguaci. Il giornalista Atilio Boron ha ricostruito la sceneggiata sulla base dei video diffusi in Internet: "Nonostante l'esistenza del quorum e la presenza dei deputati di tutte le forze politiche, il presidente dell'Asamblea uscente, Juan Guaidó, si è rifiutato di entrare nel Palacio Legislativo e di avviare la sessione, come era suo dovere, rimanendo all'esterno della sede parlamentare e pretendendo di far entrare a forza quattro deputati che, per diverse ragioni, erano stati dichiarati decaduti dal Tribunale Supremo. Nelle registrazioni lo si sente dire: 'Se loro non entrano, non entro neppure io'. Quelli alla fine sono entrati, ma lui è rimasto fuori. Va sottolineato che nessuno di questi aveva partecipato alle sedute dell'attuale periodo legislativo e che Guaidó, come presidente dell'Asamblea, non aveva in nessun momento preteso la loro presenza".

Si è giunti così all'aperta rottura all'interno dell'opposizione: all'ala oltranzista, che punta allo scontro aperto con l'appoggio di Washington anche a costo di scatenare una guerra civile, si contrappone un'ala più moderata, rafforzata sia dal chiaro fallimento dei tentativi di rovesciare con la forza il governo Maduro, sia dagli scandali di cui si sono resi protagonisti Guaidó e la sua cricca, che si sono appropriati per fini personali di parte dei soldi inviati dalla Casa Bianca per finanziare i piani eversivi.

Gli Stati Uniti comunque continuano a puntare su Guaidó: hanno subito riconosciuto la sua "riconferma" a presidente del Parlamento anticipando così le loro prossime mosse: il disconoscimento del risultato delle elezioni legislative che proprio l'Asamblea presieduta da Parra dovrà rendere possibili attraverso il rinnovo del Consejo Nacional Electoral. Un ottimo pretesto per un eventuale intervento armato.

Intanto si registrano nuove azioni di bande armate antichaviste. All'alba di domenica 22 dicembre è stata attaccata un'unità dell'esercito nello Stato di Bolívar. Gli assalitori hanno ucciso un ufficiale della Guardia Nacional Bolivariana e sono riusciti a impadronirsi di un carico di armi, in seguito recuperato in parte quando sei degli attaccanti sono stati catturati. Il governo di Caracas ha denunciato l'appoggio al gruppo da parte di Brasile e Colombia. Una settimana prima era stato reso noto l'arresto di alcuni cospiratori che pianificavano l'assalto a due caserme nello Stato di Sucre.

7/1/2020

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato