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La giustizia italiana contro i torturatori del Plan Cóndor  (27/7/2022)

Segnali di declino dell'egemonia statunitense  (11/6/2022)

Giochi di guerra nel Mediterraneo Americano  (15/5/2022)

L'America Latina di fronte al conflitto in Ucraina  (7/3/2022)

Processo Condor, ergastolo confermato per Morales Bermúdez  (10/2/2022)

 

Argentina

Un attentato ampiamente annunciato  (3/9/2022)

Argentina futuro membro dei Brics  (25/6/2022)

La pesante eredità di Macri - Un piano contro la Repubblica Bolivariana  (14/2/2022)

 

Brasile

Archiviato il caso per cui Lula finì in carcere  (31/1/2022)

 

Cile

Il Cile dice no al progetto di nuova Costituzione  (9/9/2022)

 

Colombia

La Colombia volta pagina  (22/6/2022)

Gustavo Petro in testa al primo turno  (30/5/2022)

Petro candidato del Pacto Histórico - Aborto depenalizzato fino alla 24ª settimana  (27/3/2022)

 

Costa Rica

La ricetta neoliberista del nuovo presidente  (5/4/2022)

 

Ecuador

Il lungo paro termina con una parziale vittoria  (1/7/2022)

 

El Salvador

"Vietato dimenticare"  (17/1/2022)

 

Guatemala

Archiviate le norme oscurantiste - 25 anni fa gli accordi di pace  (16/3/2022)

 

Honduras

I dissidenti di Libre tornano all'ovile  (8/2/2022)

 

Messico

Ayotzinapa: "un crimine di Stato"  (29/8/2022)

Il Messico nazionalizza il litio  (20/4/2022)

È morta Rosario Ibarra, la madre coraggio messicana  (17/4/2022)

Amlo riconfermato presidente - "La nostra unica difesa è una penna"  (12/4/2022)

 

Perù

Fallisce nuovo golpe parlamentare  (1/4/2022)

Quattro governi in poco più di sei mesi - La morte di Abimael Guzmán  (9/2/2022)

 

Uruguay

Il referendum mostra un paese diviso  (29/3/2022)

 


Il Cile dice no al progetto di nuova Costituzione

La vittoria del Rechazo era prevista dai sondaggi, ma non in questa misura: il 4 settembre quasi il 62% dei cileni ha detto no alla proposta di nuovo ordinamento dello Stato elaborata dalla Convención Constitucional. L'elettorato, che due anni fa si era nettamente pronunciato per la cancellazione dell'eredità di Pinochet, ha respinto un progetto estremamente avanzato: la prima Costituzione del mondo redatta in modo paritario da uomini e donne, un testo apertamente antineoliberista, che riconosce il diritto all'interruzione volontaria della gravidanza, all'educazione gratuita, all'acqua pubblica, all'aria pulita e definisce il Cile "uno Stato sociale e democratico di diritto (...) plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico".

Tra le ragioni che hanno contribuito alla bocciatura c'è sicuramente, come ha affermato in un'intervista a Página/12 l'accademica mapuche Elisa Loncón (prima presidente della Convención), "la campagna di manipolazione mediatica che ha colpito gli elettori con molte menzogne, soprattutto attaccando un punto sensibile per noi che è la plurinazionalità. Al riguardo sono state divulgate bugie come il fatto che il paese sarebbe stato diviso. Sono state diffuse altre notizie false sui diritti sessuali e riproduttivi, dicendo che in caso di approvazione sarebbe stato possibile abortire fino al nono mese. E sostenendo che le persone non avrebbero avuto diritto a una casa di proprietà solo perché nel testo costituzionale si affermava il diritto a un alloggio dignitoso". Queste voci hanno avuto presa soprattutto sugli strati meno politicizzati, che si erano recati alle urne solo perché obbligati. La partecipazione al plebiscito de salida, infatti, a differenza delle consultazioni precedenti non era facoltativa: un elemento che spiega perché l'affluenza abbia raggiunto la cifra record dell'85,7%.

A ciò vanno aggiunti gli errori dei costituenti, in particolare il fatto di non aver cercato di far partecipe la popolazione del dibattito sui temi fondamentali per la vita del paese. E non ha giocato a favore della Convención l'associazione con la gestione del presidente Gabriel Boric, la cui popolarità è decisamente in calo. L'esecutivo, salutato con grandi speranze al suo avvio anche per la predominanza della presenza femminile (14 donne su 24 componenti), si è trovato a fronteggiare una grave situazione economica e soprattutto l'inasprirsi del conflitto nella zona mapuche, alla quale ha risposto con il ricorso all'estado de excepción tanto criticato durante la presidenza Piñera. Il rimpasto di governo seguito al risultato del 4 settembre, improntato a un maggiore moderatismo con l'ingresso nella compagine di esponenti della vecchia Concertación (ad esempio l'ex sindaca di Santiago, Carolina Tohá, come ministra dell'Interno al posto dell'indipendente Izkia Siches) non farà altro che aumentare la delusione di quanti, nel dicembre dello scorso anno, avevano votato per un vero cambiamento.

Il processo costituente non termina qui: il presidente Boric si è impegnato "a costruire insieme al Congresso e alla società civile un nuovo testo, che interpreti la grande maggioranza della cittadinanza". Ma la proposta che verrà portata all'esame dell'elettorato sarà ben lontana dal coraggioso e utopistico documento emerso sull'onda della rivolta del 2019.

9/9/2022


Argentina, un attentato ampiamente annunciato

Los discursos del odio da parte dei settori più reazionari, che da anni hanno preso come bersaglio gli esponenti della sinistra e soprattutto Cristina Fernández, hanno armato la mano di Fernando Sabag Montiel, un giovane neonazista che la sera del primo settembre ha attentato alla vita della ex presidente quando questa stava salutando i suoi sostenitori prima di entrare in casa. Fortunatamente l'arma si è inceppata e l'attentatore è stato subito fermato. Le indagini diranno se Sabag ha agito di sua iniziativa o se faceva parte di un complotto più ampio. Rimane il fatto che molti nella destra vorrebbero "togliere di mezzo" una figura scomoda, che guida l'ala più progressista del peronismo in contrasto con il moderato capo dello Stato Alberto Fernández.

Per impedire un ritorno alla presidenza dell'ala kirchnerista nelle elezioni del 2023 non è mancato il ricorso al lawfare, come già avvenuto con Lula in Brasile. Riesumando un'accusa di una quindicina d'anni fa per presunte irregolarità mai provate, procuratori e giudici legati al cosiddetto Partido Judicial (di cui sono testimoniati i vincoli di amicizia e di interessi con la precedente amministrazione di Mauricio Macri) hanno montato una causa contro Cristina Fernández e il 22 agosto sono arrivati a chiedere una condanna a dodici anni di prigione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. "Un'accusa che naufraga strepitosamente nelle acque della ragione - ha scritto il noto giurista spagnolo Baltasar Garzón - Si vuole responsabilizzare l'attuale vicepresidente della nazione ricorrendo praticamente a un concetto di responsabilità oggettiva, qualcosa di tassativamente proibito dal diritto penale dai tempi dell'Illuminismo".

Opinione condivisa da migliaia di argentini, che hanno immediatamente mostrato la loro vicinanza a Cristina manifestando sotto la sua abitazione. Le dimostrazioni di sostegno sono continuate per giorni nonostante gli attacchi della polizia, inviata dal governo reazionario di Buenos Aires, che ha tentato di scoraggiarle ponendo cordoni di agenti e recinzioni intorno all'edificio. I lavoratori che hanno riconquistato diritti, le famiglie che negli anni di presidenza di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández sono riuscite a sfuggire alla povertà grazie ai programmi sociali del governo hanno ben capito la portata politica di quanto sta accadendo. "No vienen por mí, vienen por ustedes", ha detto loro la stessa vicepresidente riferendosi ai tentativi di incriminazione.

Alla persecuzione giudiziaria contro il kirchnerismo non sono estranei "interessi ideologici che nascono all'esterno dell'Argentina", come ha affermato il ministro degli Esteri Santiago Cafiero riferendosi alla lettera inviata il 25 agosto dal senatore repubblicano Ted Cruz al Dipartimento di Stato Usa, in cui si chiedono sanzioni contro Cristina e la sua famiglia per "atti di corruzione" e per aver "intaccato gli interessi statunitensi". Ancora più grave, qualche giorno prima, l'intervento dell'ambasciatore di Washington Marc Stanley in cui si sollecitava l'opposizione argentina a formare un'ampia coalizione, senza aspettare il 2023, per conquistare il governo (ed estromettere il peronismo o almeno la sua ala più progressista). "Avete i beni di cui il mondo ha bisogno oggi. Ci sono decine di imprese negli Stati Uniti che attendono l'opportunità di partecipare alle vostre decisioni", aveva aggiunto Stanley in un'aperta intromissione negli affari interni del paese.

Il fallito attentato si colloca in questo clima, avvelenato non solo dall'offensiva del Partido Judicial, ma da anni di linciaggio mediatico, di diffusione di diffamazioni e ingiurie che hanno incoraggiato gli atteggiamenti più estremi, arrivando alla richiesta di un deputato del partito di destra Propuesta Repubicana di condannare Cristina alla pena capitale. La cosa non stupisce: attacchi verbali e minacce di morte, con tanto di forche, ghigliottine, bare e sacchi a forma di cadavere con il nome di esponenti della sinistra sono da tempo consuetudine nelle mobilitazioni antigovernative.

I fomentatori di odio però non si aspettavano la reazione popolare all'azione di Sabag Montiel: il giorno dopo, oltre mezzo milione di persone hanno riempito Plaza de Mayo e le vie adiacenti, partecipando alla marcha en defensa de la democracia. Massicce manifestazioni si sono tenute anche a Rosario, Santa Fe, Mar del Plata e altre città. Una risposta di massa ai sussulti golpisti e alle nostalgie dittatoriali.

3/9/2022


Messico, Ayotzinapa: "un crimine di Stato"

"Un crimine di Stato". È questa la verità che emerge dalle 103 pagine del rapporto della Comisión para la Verdad y el Acceso a la Justicia, voluta dal capo dello Stato López Obrador per indagare sul caso Ayotzinapa. Lo ha detto a chiare lettere Alejandro Encinas, viceministro di Gobernación e presidente della Commissione, presentando i risultati di quasi quattro anni di indagini. Al di là delle responsabilità dirette degli agenti municipali, in collusione con i narcotrafficanti del cartello Guerreros Unidos, nella sparizione dei 43 studenti a Iguala tra il 26 e il 27 settembre 2014, le autorità statali e federali sapevano "in tempo reale" quanto stava accadendo e non fecero nulla per salvare quei giovani. Eppure tra i 43 c'era un infiltrato dell'esercito, Julio César López Patolzin, incaricato di tenere sotto controllo l'attività politica degli alunni della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, considerata "un covo di sovversivi". Anche di lui non si è saputo più nulla dopo l'ultimo contatto, avvenuto il giorno stesso della scomparsa.

Subito dopo è iniziata l'opera di depistaggio, "un'azione concertata dell'apparato organizzato del potere a partire dal più alto livello del governo". In novembre il procuratore generale Jesús Murillo Karam, in conferenza stampa, presentava la cosiddetta verdad histórica con l'intenzione di chiudere il caso: i giovani, consegnati dagli agenti ai narcotrafficanti, sarebbero stati assassinati, i loro corpi bruciati nella discarica di Cocula e i resti dispersi nel fiume San Juan. A sostegno di questo cartello di menzogne venivano citate false testimonianze di detenuti, estorte con la tortura. I lavori della Commissione hanno permesso di individuare la responsabilità di Murillo Karam, già agli arresti, e del coordinatore delle indagini Tomás Zerón, attualmente in Israele dove ha chiesto asilo. Mandati di cattura sono stati spiccati inoltre contro venti militari, 44 agenti di polizia, cinque funzionari statali e 14 membri del cartello Guerreros Unidos.

Fu Zerón a guidare le ricerche nel fiume San Juan, dove furono rinvenuti due borsoni di plastica con resti ossei che avrebbero dovuto appartenere agli studenti scomparsi. In realtà - come è stato poi documentato - quei borsoni erano stati lasciati in loco solo il giorno prima del sopralluogo. La "semina" di false prove nella discarica è testimoniata anche da un video proveniente dagli archivi della marina e presentato a fine marzo dal Grupo Interdisciplinario de Expertas y Expertos Independientes. Si sa ora che i giovani non furono uccisi e bruciati tutti insieme a Cocula, ma vennero divisi in almeno tre gruppi e portati in diverse destinazioni. Una di queste è probabilmente la caserma del 27° Battaglione comandato dall'allora colonnello José Rodríguez Pérez, che in una comunicazione con i narcos garantiva loro un luogo dove trasportare "i pacchetti". Secondo quanto segnalato da Encinas, fu sempre Rodríguez Pérez a ordinare l'esecuzione e la sparizione di sei dei 43 normalistas.

La scia di sangue non si è interrotta nel 2014, con la "notte di Iguala", che oltre ai 43 scomparsi costò la vita ad altri tre studenti e a tre persone che si trovavano sulla linea di tiro di polizia e sicari: negli anni una ventina tra funzionari, politici, membri di organizzazioni criminali sono stati assassinati o fatti sparire perché sapevano troppo. Su quei fatti rimangono ancora tanti punti oscuri: non si conosce ad esempio il vero movente della strage: le spiegazioni date finora, come il fatto che i giovani avessero scoperto un traffico di droga, suonano poco convincenti. E soprattutto i familiari non hanno una tomba su cui piangere. Per questo il 26 agosto hanno dato vita a un'ennesima manifestazione nel centro di Città del Messico e hanno ripetuto che non avranno pace finché non conosceranno il destino dei loro figli. Le indagini non si fermano qui, li ha rassicurati il presidente: "Non ci sarà impunità, tutti quelli che parteciparono saranno giudicati".

29/8/2022


La giustizia italiana contro i torturatori del Plan Cóndor

È iniziato il 14 luglio, presso la III Sezione della Corte d'Assise di Roma, il secondo processo contro Jorge Troccoli, l'italo-uruguayano membro dei servizi segreti della marina militare di Montevideo, già condannato all'ergastolo un anno fa per la scomparsa, nell'ambito del cosiddetto Plan Cóndor, di una ventina di oppositori alla dittatura. Questa volta Troccoli, che per sfuggire alla giustizia del suo paese si era rifugiato in Italia, è accusato dell'omicidio dell'uruguayana Elena Quinteros, dell'italiana Raffaella Filippazzi e del marito José Agustín Potenza, cittadino argentino. Sequestrati a Montevideo nel 1977 e portati in Paraguay, Filippazzi e Potenza vennero assassinati: i loro resti furono identificati nel 2016. Rimane desaparecida Elena Quinteros, militante del sindacato dei lavoratori dell'istruzione. Arrestata nel 1976, di lei si sa solo - dai racconti di altri prigionieri - che venne selvaggiamente torturata in un centro di detenzione clandestino dell'esercito uruguayano.

È ancora in fase istruttoria invece il procedimento contro l'italo-argentino Carlos Luis Malatto, che nel 2011 era scappato anche lui nel nostro paese per evitare l'arresto e ultimamente si era stabilito, da tranquillo pensionato, in un lussuoso resort siciliano. Contro Malatto, che durante il regime militare era ufficiale del Regimiento de Infantería de Montaña 22 di base a San Juan, erano stati spiccati dai magistrati argentini tre mandati di cattura: era accusato della morte di otto persone, assassinate o fatte scomparire sempre nell'ambito del Plan Cóndor, ed era tra i più segnalati dai sopravvissuti "per la partecipazione agli interrogatori sotto tortura". Il primo giugno il segretario per i Diritti Umani del governo di Buenos Aires, Horacio Pietragalla Corti, ha depositato presso il Tribunale di Roma una denuncia chiedendo di indagare su altri trenta casi di persone uccise o scomparse a San Juan tra il 1976 e il 1977: da qui l'iscrizione di Malatto nel registro degli indagati. Per anni l'ex ufficiale ha viaggiato liberamente in Italia, spostandosi su tutto il territorio nazionale e con l'aiuto del suo legale Augusto Sinagra, ex avvocato di Licio Gelli e candidato alle politiche del 2018 nelle liste di CasaPound, è riuscito a sfuggire alle richieste di estradizione in Argentina. Ora potrebbe essere finalmente arrivata la resa dei conti.

Anche per un altro complice dei repressori si avvicina forse la giusta punizione. Sono state rese note le motivazioni con le quali il 30 giugno la Cassazione ha accolto il ricorso del governo di Buenos Aires contro il no della Corte d'Appello di Bologna all'estradizione dell'ex cappellano militare Franco Reverberi, rifugiatosi nel 2011 a Sorbolo (Parma), suo paese d'origine, dove ha continuato a dir messa e a confessare i fedeli. Sono molti i testimoni che lo accusano di aver presenziato alle torture dei prigionieri politici nei centri clandestini di detenzione, con la Bibbia in mano e la pistola nella fondina, portando agli aguzzini il suo sostegno morale. E gli viene attribuito anche il concorso nella morte del giovane operaio José Guillermo Berón, sequestrato e desaparecido. I crimini contro l'umanità non si prescrivono: lo prevede il diritto internazionale che prevale anche sulle Costituzione nazionale. Sulla base di questo principio la Cassazione ha rinviato la questione alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio, che potrà concludersi con la concessione dell'estradizione o la decisione di giudicarlo in Italia, vista l'età avanzata e le precarie condizioni di salute del sacerdote.

27/7/2022


Ecuador, il lungo paro termina con una vittoria parziale

Sotto la guida della Conaie, la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, le comunità native hanno dato vita dal 13 giugno a uno sciopero nazionale, con numerosi blocchi stradali, contro l'aumento del prezzo dei combustibili e dei generi di prima necessità, per una moratoria nei pagamenti dovuti dai contadini alle banche e per la sospensione delle attività minerarie e petrolifere nei loro territori. Circa 14.000 indigeni sono confluiti nella capitale al grido di ¡Fuera Lasso, fuera! e la loro protesta si è saldata alla lotta dei movimenti sociali, dei sindacati, degli studenti, delle femministe. Il governo ha risposto con la dichiarazione dell'estado de excepción in sei province e con una feroce repressione che ha provocato sei morti, oltre trecento feriti e centinaia di detenuti.

A questo si è aggiunto l'arresto il 14 giugno del leader della Confederazione, Leonidas Iza (scarcerato dopo 24 ore di detenzione arbitraria), l'assalto delle forze di sicurezza alla Casa de la Cultura Ecuatoriana, istituzione di grande prestigio nel paese e simbolo storico delle sollevazioni popolari, alla ricerca di armi inesistenti, l'attacco a dimostranti pacifici come avvenuto il 23 giugno durante una marcia che si dirigeva verso l'Asamblea Nacional: "Mentre la manifestazione invitava alla non violenza, la polizia e le forze armate avevano già preparato l'imboscata. Molte donne, minorenni e persone anziane che erano in testa al corteo sono state colpite", ha denunciato la Conaie. E ha ribattuto alle dichiarazioni del capo dello Stato che aveva accusato gli scioperanti di aver ricevuto finanziamenti dai cartelli della droga: "Se si riferisce a denaro di provenienza dubbia, che chiarisca prima i Pandora Papers che lo coinvolgono, la compravendita di incarichi pubblici che infanga i suoi ministri, i narcogenerali e gli scandali di corruzione per l'evasione fiscale nel suo gabinetto".

La presidenza di Guillermo Lasso si è distinta per una politica strettamente neoliberista: tagli ai programmi sociali, aumento del costo della vita, privatizzazioni, il tutto accompagnato da casi di corruzione e da una crescente ondata di violenza provocata dalla presenza attiva del narcotraffico. Tra le vittime più recenti la procuratrice della città di Manta, Luz Marina Delgado, uccisa insieme al suo assistente il 25 maggio, e l'ex magistrato Juan Neira, assassinato pochi giorni prima a Esmeraldas. E le carceri sovraffollate sono teatro di rivolte e di sanguinosi scontri tra bande: venti morti in aprile nel penitenziario di Cuenca; 44 in maggio nella prigione di Santo Domingo.

Alla fine l'esecutivo ha dovuto cedere giungendo il 30 giugno, con la mediazione della Chiesa Cattolica, alla firma di un accordo che segna una parziale vittoria degli scioperanti. Nel documento il governo accetta di ridurre dell'8% il prezzo dei combustibili, revoca l'estado de excepción (già sospeso una prima volta e poi reinstallato in quattro province in seguito all'attacco a un convoglio militare nella regione di Sucumbíos, attacco che le autorità attribuivano alla Conaie), stabilisce l'avvio di negoziati sulle altre richieste delle comunità indigene e conferma i decreti già sottoscritti da Lasso nel corso delle giornate di protesta: intensificazione del controllo sui prezzi da parte dei governatori, dichiarazione d'emergenza del settore sanitario, raddoppiamento dei fondi destinati all'istruzione culturale bilingue. Viene inoltre revocato - ed è questo forse l'elemento più significativo dell'accordo - il Decreto 95, che ampliava lo sfruttamento petrolifero nell'Amazzonia ecuadoriana.

Due giorni prima il presidente si era salvato dalla richiesta di destituzione per "grave crisi politica e sommovimento interno". Il partito correista Unión por la Esperanza, che aveva riunito le firme necessarie per la discussione della mozione in seno all'Asamblea Nacional, non ha raggiunto il numero dei voti necessari per l'approvazione. A sostenere Lasso la maggioranza del movimento indigenista Pachakutik, che ha così confermato la sua decisa collocazione a destra dello schieramento politico. Quanto all'ex candidato presidenziale Yaku Pérez, che dopo le elezioni si era dimesso da Pachakutik dicendosi contrario ad appoggiare il governo, nel corso della crisi ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, parlando di "giuste richieste del popolo", ma responsabilizzando infiltrati del correismo nella Conaie per le violenze avvenute durante i 18 giorni di mobilitazione, giustificando quindi in parte la brutale repressione.

1/7/2022


Argentina futuro membro dei Brics

"Aspiriamo ad essere membri a pieno titolo di questo gruppo di nazioni che già rappresenta il 42% della popolazione e il 24% del pil globale". Lo ha detto il presidente argentino Alberto Fernández nel corso del XIV Vertice dei Brics, l'unione dei paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2010, Sudafrica) nata per sviluppare la mutua cooperazione in tutti i campi e favorire l'instaurazione di un nuovo ordine mondiale multipolare. "Una piattaforma con enormi capacità di discutere e promuovere un'agenda di futuro che ci porti verso un tempo migliore e più giusto", ha detto ancora Fernández, secondo il quale l'espansione della Nuova Banca di Sviluppo, creata dal blocco nel 2014, "può essere uno strumento utile per rafforzare le infrastrutture nazionali".

Al vertice, ospitato formalmente a Pechino, ma che si è tenuto in forma virtuale il 23 e 24 giugno, hanno partecipato diversi paesi osservatori. La candidatura di Buenos Aires, che può contare sul sostegno di Russia e Cina, dovrebbe concretizzarsi nel 2023. La pandemia ha negli ultimi tempi frenato lo sviluppo dei Brics, che sembrano ora voler riprendere slancio soprattutto grazie alla perseveranza cinese e all'iniziativa della Nuova Via della Seta (cui l'Argentina ha aderito in febbraio).

Nel Frente de Todos la partecipazione ai Brics costituisce uno dei pochi punti di accordo tra chi fa riferimento all'attuale capo dello Stato e chi all'ala più a sinistra della coalizione, quella kirchnerista di Cristina Fernández. Attualmente il dibattito interno si incentra sulla lotta per contenere il forte aumento dell'inflazione, un fenomeno che la vicepresidente addebita al macrismo. "Prima di ogni balzo inflazionario c'è stato un governo neoliberista che ha indebitato in maniera eccessiva il paese", ha affermato Cristina ricordando la pesante eredità della dittatura, quella dell'amministrazione Menem negli anni Novanta e ora "l'irresponsabile e criminale indebitamento dei quattro anni di Mauricio Macri".

E proprio il tema del debito sta mettendo in forte crisi la maggioranza dopo l'approvazione in marzo, da parte del Congresso, dell'accordo con il Fondo Monetario Internazionale sul rifinanziamento del prestito di oltre 44 miliardi di dollari eredità della presidenza Macri. Un accordo fortemente criticato da sinistra. Lo si è visto nel corso della manifestazione del 24 marzo, la più grande degli ultimi anni, al termine della quale Taty Almeida, delle Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora, ha letto il documento A 46 años del golpe genocida, firmato da tutti gli organismi di difesa dei diritti umani. "Siamo l'identità di un popolo che difende la sovranità e l'indipendenza - afferma il testo - Non vogliamo il neoliberismo. Vogliamo, come hanno sognato i 30.000 desaparecidos, uomini e donne, che il popolo torni ad essere felice". E lo si è visto soprattutto il 12 maggio, quando a Buenos Aires è arrivata la Marcha Federal Piquetera: migliaia di militanti di organizzazioni territoriali, partiti e movimenti sociali di base hanno invaso il centro della capitale per chiedere "lavoro genuino e salari dignitosi" e per esprimere la protesta "di una classe operaia bastonata dall'accordo del governo con il Fmi".

25/6/2022


La Colombia volta pagina

Il 19 giugno segna una data storica per la Colombia: con il 50,4% dei voti contro il 47,3% del suo avversario Rodolfo Hernández, Gustavo Petro è stato eletto presidente, carica che assumerà il 7 agosto diventando così il primo capo di Stato progressista del paese. Lo affiancherà l'avvocata femminista Francia Márquez, protagonista di tante battaglie per i diritti umani e per la salvaguardia dell'ambiente, la prima donna di origine africana a diventare vicepresidente. Il ballottaggio ha visto una partecipazione alle urne di quasi il 58% degli aventi diritto, un'alta percentuale per la nazione caraibica. Al termine dello scrutinio si è scatenata una vera e propria festa popolare: migliaia di persone sono scese in piazza a celebrare la vittoria.

"Un cambiamento vero, un cambiamento reale - ha promesso Petro nel suo primo discorso dopo la conferma del risultato - in questo impegniamo l'esistenza, la vita stessa, non tradiremo questo elettorato che ha gridato al paese, che ha gridato con chiarezza alla storia che a partire da oggi la Colombia cambia, la Colombia è un'altra". E Francia Márquez ha sottolineato la grande novità del "primo governo popolare e dei nessuno" nella storia colombiana: "Fratelli e sorelle, andiamo a riconciliare questa nazione, andiamo in cerca della pace in maniera decisa, senza paura, con amore e allegria, per la dignità e la giustizia sociale". E ancora: "Andiamo noi donne a sradicare il patriarcato, a difendere i diritti della nostra Madre Terra, a prenderci cura della nostra casa grande, a prenderci cura della biodiversità. Andiamo insieme a sradicare il razzismo strutturale".

Il nuovo presidente eredita un paese in preda a una grave crisi: la povertà colpisce quasi il 40% della popolazione, la disoccupazione supera il 12%. Secondo l'Agenzia dell'Onu per i Rifugiati, la Colombia è al primo posto nel mondo per il numero di sfollati interni: decine di migliaia di famiglie costrette a lasciare le loro case a causa della violenza delle bande criminali o dei disastri naturali provocati dal riscaldamento globale. Gli accordi di pace con le Farc sono ancora ben lontani dall'essere attuati e centinaia di ex guerriglieri sono stati assassinati dopo aver deposto le armi. Leader sociali, ambientalisti e difensori dei diritti umani sono tra le principali vittime dei narcotrafficanti e dei gruppi paramilitari al soldo dei latifondisti e delle transnazionali. Le grandi proteste, brutalmente represse, che dal 2019 hanno scosso il paese hanno mostrato il rifiuto della stragrande maggioranza alla politica neoliberista dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni e che non hanno fatto altro che impoverire sempre più la popolazione.

Non sarà facile, per la presidenza entrante, mutare radicalmente rotta. Innanzitutto perché, nonostante l'ottimo risultato conseguito nelle elezioni legislative di marzo, il Pacto Histórico non detiene nel Congresso la maggioranza necessaria e Petro dovrà muoversi alla ricerca di alleanze per far approvare le sue riforme. Va considerata poi la fortissima dipendenza di Bogotá da Washington: la Colombia, partner della Nato, ospita sette basi militari Usa e gli Stati Uniti vi hanno sempre dettato legge, appoggiando sul piano interno gli interessi dell'oligarchia locale e, sul piano internazionale, utilizzando il suo territorio come base per ripetuti attacchi contro il Venezuela. In previsione dei risultati Biden, pochi giorni prima del ballottaggio, aveva rafforzato i rapporti bilaterali designando il paese sudamericano come un "alleato strategico". Quanto ai settori più reazionari, si sono espressi attraverso le parole del governatore della Florida, il repubblicano Ron DeSantis, che ha definito preoccupante "l'elezione in Colombia di un ex narcoterrorista marxista" (un riferimento alla militanza del giovane Petro nel movimento guerrigliero M-19).

In realtà negli ultimi tempi Petro ha moderato non poco il suo programma politico per attrarre l'elettorato di centro. Nel suo discorso ha invitato a un "grande accordo nazionale" e ha affermato: "Noi svilupperemo il capitalismo in Colombia, non perché lo adoriamo, ma perché dobbiamo per prima cosa superare la premodernità, il feudalesimo, i nuovi regimi schiavisti". Ha poi fissato come obiettivo del suo governo che il paese si ponga "alla testa della lotta al cambiamento climatico" e ha proposto che le nazioni dell'America Latina si uniscano per gettare le basi, insieme agli Stati Uniti, di una "transizione energetica". Niente di rivoluzionario, come si vede, anche se sufficiente a spaventare la retrograda oligarchia che fino ad oggi ha detenuto il potere.

Nel frattempo c'è da segnalare una prima, grande svolta: in risposta a un comunicato del governo di Caracas, che aveva espresso "la più ferma volontà di lavorare alla costruzione di una rinnovata tappa di relazioni integrali", Gustavo Petro ha ribadito la sua intenzione di riaprire la frontiera tra le due nazioni, come promesso in campagna elettorale. I rapporti bilaterali erano sospesi da tempo e Iván Duque non ha mai riconosciuto la legittimità dell'elezione di Nicolás Maduro, da lui considerato "un dittatore".

22/6/2022


Segnali di declino dell'egemonia statunitense

Il IX Vertice delle Americhe, che si è svolto a Los Angeles dal 6 al 10 giugno, non si è certo concluso con un bilancio positivo per gli Stati Uniti. La decisione di Washington di non estendere gli inviti a Cuba, Venezuela e Nicaragua, perché "non democratici", ha innescato l'inattesa risposta di molti capi di Stato dell'America Latina. In prima fila il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, che in segno di protesta per le esclusioni ha disertato l'incontro: "Non può esserci un Vertice delle Americhe se non partecipano tutti i paesi del continente americano, o meglio può esserci, ma noi riteniamo che questo significhi continuare con la vecchia politica di interventismo, di mancanza di rispetto verso le nazioni e i loro popoli", ha detto in uno dei suoi tradizionali incontri mattutini con la stampa.

Amlo ha voluto così sottolineare la sua contrarietà alle scelte di Biden, che per timore degli attacchi dei falchi di Miami ha superato persino il repubblicano Donald Trump (nel 2018, all'ottavo vertice, l'unico escluso era stato il governo venezuelano, sostituito dai rappresentanti dell'autoproclamato Guaidó). Con le stesse motivazioni del presidente messicano non si sono recati a Los Angeles il boliviano Luis Arce, l'honduregna Xiomara Castro e il primo ministro di Saint Vincent and the Grenadines, Ralph Gonsalves. In un comunicato la Caricom, la Comunità dei Caraibi, ha espresso la sua condanna dell'esclusione. Analoga posizione è stata presa dall'Alba, l'Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, che ha definito la decisione di Washington "arbitraria, ideologica e politicamente motivata".

La chiusura statunitense nei confronti dei paesi "ribelli" appare tra l'altro in contrasto con le ultime mosse della Casa Bianca. A metà maggio l'amministrazione Biden aveva facilitato le procedure di immigrazione e i trasferimenti di denaro verso Cuba e, pochi giorni prima del vertice, aveva eliminato le restrizioni sui viaggi aerei, che erano state imposte da Trump e che impedivano i voli che non avessero per destinazione l'aeroporto José Martí dell'Avana (rendendo più difficoltose e più care le visite dei cubanostatunitensi all'interno dell'isola). "Un passo avanti limitato nella giusta direzione", aveva commentato il governo di Díaz-Canel, sottolineando comunque che questo "non modifica assolutamente il bloqueo".

Quanto al Venezuela, la necessità di approvvigionarsi di petrolio dopo lo scoppio della guerra in Ucraina ha portato Washington a un cambiamento di rotta nelle relazioni bilaterali, interrotte dal 2019. In marzo, dopo l'incontro di una delegazione statunitense con il presidente Maduro e la vicepresidente Delcy Rodríguez, due cittadini Usa - accusati di corruzione e terrorismo - erano stati liberati dalle prigioni venezuelane. Come risultato di questo riavvicinamento, in maggio la Casa Bianca aveva disposto l'attenuazione delle sanzioni economiche verso la Repubblica Bolivariana, concedendo alla statunitense Chevron una "licenza limitata" per operare nel paese con la compagnia statale Pdvsa. Caracas a sua volta aveva annunciato la ripresa in Messico del negoziato con l'opposizione (sospeso dopo l'estradizione negli Usa del diplomatico Alex Saab). Fonti Usa hanno poi rivelato che l'italiana Eni e la spagnola Repsol potranno inviare petrolio venezuelano in Europa per compensare la chiusura delle forniture russe.

Nonostante queste timide concessioni, come abbiamo visto, e nonostante la richiesta di molti governi del continente, il Vertice delle Americhe non ha allargato le sue maglie. Forse Washington non si aspettava la decisa reazione latinoamericana, una riprova del fatto che la sua influenza sulla regione comincia a scricchiolare. Se alcuni capi di Stato hanno disertato per protesta l'appuntamento di Los Angeles, anche tra i presenti non sono mancati discorsi fortemente critici. In particolare va sottolineato l'intervento dell'argentino Alberto Fernández, che ha parlato nella sua qualità di presidente pro tempore della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Un intervento che aveva ricevuto in precedenza l'avallo sia di López Obrador che di Maduro (Buenos Aires ha deciso in aprile di riallacciare relazioni diplomatiche con Caracas, interrotte durante la gestione Macri).

"L'America Latina e i Caraibi guardano addolorati la sofferenza di popoli fratelli. Cuba sopporta un blocco di più di sei decenni imposto negli anni della guerra fredda e il Venezuela ne subisce un altro mentre una pandemia che devasta l'umanità porta via con sé milioni di vite. Con misure di questo tipo si cerca di condizionare i governi, ma nei fatti si colpiscono solo i popoli - ha detto Fernández - In definitiva avremmo voluto un altro Vertice delle Americhe. Il silenzio degli assenti ci manda un messaggio. Perché questo non succeda un'altra volta, vorrei che fosse stabilito per il futuro che il fatto di essere la nazione ospite del vertice non conferisce l'autorità di imporre un diritto d'ammissione sui paesi membri del continente".

Rivolgendosi a Biden, il presidente argentino ha poi passato in rassegna la "politica immensamente dannosa" verso l'America Latina portata avanti dal suo predecessore: l'uso dell'Organización de los Estados Americanos "come un gendarme per facilitare il colpo di Stato in Bolivia"; l'appropriazione della gestione del Banco Interamericano de Desarrollo "che storicamente è sempre stato in mani latinoamericane", la distruzione delle azioni di avvicinamento a Cuba "che avevano portato a significativi passi avanti durante l'amministrazione di Barack Obama". E il ruolo di Trump nel favorire la concessione di un credito enorme da parte del Fondo Monetario Internazionale al governo Macri, credito che l'Argentina non è in grado di ripagare, solo per impedire la vittoria delle forze progressiste. Sulla gestione di Almagro una condanna senza appello: "L'Oea, se vuole essere rispettata e tornare ad essere la piattaforma politica della regione per la quale fu creata, deve essere ristrutturata rimuovendo immediatamente quanti la dirigono". Per finire, un commento sull'invasione russa in Ucraina, che ha un forte impatto sui paesi del continente: "È urgente costruire scenari di negoziato che pongano fine alla catastrofe bellica. Senza umiliazioni né desideri di dominio. Senza geopolitica disumanizzata né privilegi di violenza".

Il IX Vertice si è concluso con una serie di documenti finali su diversi temi, tra cui spicca la Dichiarazione di Los Angeles per l'Emigrazione e la Protezione, sottoscritta da una ventina di nazioni. Va notato però che nella città californiana mancavano proprio i capi di Stato dei paesi centroamericani da cui proviene la maggior parte dei migranti verso gli Stati Uniti: non solo l'honduregna Castro, ma il guatemalteco Alejandro Giammattei (per una serie di impegni in patria) e il salvadoregno Nayib Bukele (per divergenze con l'amministrazione Biden, che lo ha accusato di violazione dei diritti umani).

Nel complesso, dall'incontro continentale è emerso chiaramente il declino della potenza statunitense. "Venti paesi, su un totale di 32 che si sono manifestati in questa alta tribuna d'America, hanno espresso la loro contrarietà rispetto all'esclusione - ha notato nel suo intervento Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri messicano - Dieci non si sono espressi, si sono astenuti e due hanno detto di essere a favore dell'esclusione". Intanto all'esterno, in contrapposizione al vertice, attivisti, sindacalisti, militanti di organizzazioni di sinistra davano vita a una Cumbre del Pueblo, un evento parallelo ispirato al controvertice di Mar del Plata, da cui era emerso nel 2005 il primo momento di rifiuto dell'egemonia Usa: un netto e deciso "No all'Alca".

11/6/2022


Colombia, Gustavo Petro in testa al primo turno

La formula Gustavo Petro-Francia Márquez, del Pacto Histórico, ha ottenuto poco più del 40% dei voti, confermandosi in testa nel primo turno delle elezioni presidenziali. La Colombia si avvia dunque a voltare pagina, avviandosi verso un governo progressista? È troppo presto per dirlo. Petro deve ora affrontare Rodolfo Hernández, che si è fermato al 28%, ma che per il ballottaggio ha già ricevuto l'appoggio di Federico Gutiérrez (giunto terzo con quasi il 24% dei consensi) e potrà contare quindi sulla macchina elettorale uribista.

Hernández, un imprenditore autoritario e maschilista definito il Trump criollo, alla testa della Liga de los Gobernantes Anticorrupción (nonostante lui stesso sia stato accusato di corruzione), si è affermato con un generico discorso per il cambiamento e contro i politicanti, conquistando una fetta degli indecisi. Il quarto classificato, Sergio Fajardo (4%), non ha dato indicazioni di voto lasciando liberi i suoi elettori. Quanto agli altri candidati hanno ottenuto percentuali ridicole, mentre Ingrid Betancourt, di Verde Oxígeno, si era ritirata ancor prima della consultazione invitando i suoi sostenitori a votare per Gutiérrez.

"Il voto della Colombia lancia questo messaggio centrale al mondo: finisce un periodo, finisce un'era - ha affermato Petro nel suo primo discorso dopo la diffusione dei risultati - Ora si tratta di costruire un futuro". Ma per realizzare questo futuro dovrà cercare di mobilitare quella parte dell'elettorato, il 45%, che il 29 maggio ha deciso di disertare le urne.

La campagna elettorale è stata all'insegna della violenza, con innumerevoli massacri e uccisioni di leader sociali e difensori dei diritti umani. Tra gli episodi più clamorosi il paro armado proclamato agli inizi di maggio dal Clan del Golfo, come vendetta per l'estradizione negli Stati Uniti del boss del narcotraffico Dario Antonio Usuga Otoniel. Per cinque giorni, nei dipartimenti del nord, il Clan ha preso il controllo di centinaia di comuni impedendo l'apertura dei negozi e la circolazione dei mezzi, in una dimostrazione di forza che si è conclusa con l'omicidio di otto persone.

E non sono mancate le minacce ai candidati del Pacto Histórico, non solo da parte del gruppo paramilitare Aguilas Negras, erede delle famigerate Autodefensas Unidas de Colombia. Petro è stato costretto a sospendere un giro elettorale nella zona dell'Eje Cafetero perché l'organizzazione criminale La Cordillera progettava un attentato contro di lui con la complicità di membri della polizia e dell'esercito.

30/5/2022


Giochi di guerra nel Mediterraneo Americano

Sono in corso dal 7 maggio, nella zona marittima dello Stato messicano di Quintana Roo, le manovre militari Tradewinds 2022, organizzate dal Southern Command statunitense con lo scopo di "pianificare e rispondere a situazioni di crisi". Al Messico (e al Belize per la parte terrestre) è affidato il compito di ospitare queste esercitazioni, che dureranno due settimane e che vedono la partecipazione di altre cinque nazioni del continente (Canada, Brasile, Colombia, Guyana, Suriname), di dodici Stati dei Caraibi e di tre paesi europei: Francia, Olanda e Inghilterra. Contemporaneamente la stessa zona del Quintana Roo è teatro della North American Maritime Security Initiative, che ha come obiettivo la collaborazione tra Stati Uniti, Canada e Messico per combattere il terrorismo e la delinquenza organizzata.

L'area in cui si svolgono questi "giochi di guerra" è conosciuta, fin dalla prima metà del secolo scorso, come il Mediterraneo Americano. Per gli Usa una sorta di Mare Nostrum, comprendente il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico, su cui esercitare un dominio diretto. Ne troviamo la teorizzazione nel libro dello statunitense di origine olandese Nicholas Spykman, America's Strategy in Politics, uscito nel 1942. Spykman divide i paesi a sud del Rio Grande in due regioni. La prima comprende i territori che si affacciano sul "Mediterraneo": Messico, Centro America, Caraibi, Colombia e Venezuela, in cui la supremazia di Washington non può essere messa in discussione. Quanto al resto del continente, le minacce all'egemonia Usa possono venire da tre grandi Stati: Argentina, Brasile e, in misura minore, Cile attraverso un'azione comune o con l'appoggio di forze esterne al continente. In tal caso la risposta di Washington dovrà essere la guerra.

Che la visione di Spykman non sia solo un retaggio del passato lo dimostrano le dichiarazioni della nuova comandante del Southern Command, generale Laura Richardson, che lo scorso anno ha preso il posto dell'ammiraglio Craig Faller. In marzo, davanti alla Commissione per i Servizi Armati del Senato, Richardson ha affermato che la Cina, "a lungo termine la rivale strategica" degli Usa, continua la sua "marcia implacabile" per espandere la sua "influenza economica, diplomatica, tecnologica, militare e nel campo dell'informazione in America Latina e nei Caraibi", sfidando l'egemonia di Washington in tutti questi settori. Quanto a Mosca - ha detto - sta intrecciando sempre più rapporti "nelle nostre vicinanze", sottolineando che il viceministro degli Esteri russo in gennaio aveva sostenuto di non poter "né affermare né escludere" l'invio di materiale militare a Cuba e Venezuela. Paesi che, sempre secondo la comandante del Southern Command, "offrono a Putin un punto di appoggio nel nostro emisfero".

Difendere la supremazia Usa sul continente e prevenire influenze estranee è dunque il vero obiettivo di Tradewinds 2022. E se i nemici sono le potenze che hanno osato penetrare in un'area considerata riservata, e cioè Cina e Russia, l'alleato più fedele è la Colombia del presidente Duque, che da tempo lancia provocatori attacchi contro gli Stati venezuelani di Apure e Zulia. A fine marzo si è tenuto l'incontro tra Laura Richardson e il generale Luis Navarro, a capo delle forze armate di Bogotá. Un mese prima nel Mar dei Caraibi si era svolto un addestramento alla guerra sottomarina, con la partecipazione di mezzi navali del Southern Command, della IV Flotta Usa e della marina colombiana.

15/5/2022


Il Messico nazionalizza il litio

Un freno alla svendita delle risorse naturali del paese portata avanti dai precedenti governi: il Congresso, su proposta del presidente López Obrador, ha approvato una serie di riforme alla Ley Minera per cui si stabilisce che "il litio è patrimonio della nazione e la sua esplorazione, il suo sfruttamento e il suo utilizzo sono riservati a beneficio esclusivo del popolo messicano". Hanno votato a favore Movimiento de Regeneración Nacional, Partido del Trabajo e Verde Ecologista.

Nel corso delle sue tradizionali conferenze stampa mattutine, Amlo ha precisato che sta studiando la creazione di un'impresa pubblica dedicata alla prospezione, all'industrializzazione e alla commercializzazione del prezioso minerale e che saranno riviste tutte le licenze concesse dai governi del Pri e del Pan a imprese private. Durante la gestione di Felipe Calderón ed Enrique Peña Nieto, nello Stato di Sonora sono state assegnate autorizzazioni a compagnie straniere per la durata di cinquanta o addirittura cento anni.

Se la battaglia sul litio si è risolta in un'indubbia vittoria per López Obrador, non altrettanto si può dire per la riforma elettrica che mirava a fermare la liberalizzazione del mercato e a difendere le imprese energetiche statali. Secondo il nuovo progetto almeno il 54% dell'energia avrebbe dovuto essere gestito dalla Comisión Federal de Electricidad (attualmente è il 38%). L'opposizione con motivazioni pretestuose ha respinto la proposta, che per essere approvata avrebbe dovuto contare su una maggioranza dei due terzi. Si trattava infatti di modificare le norme costituzionali introdotte nel 2013 dal presidente Peña Nieto, che avevano aperto alla partecipazione privata.

"Un atto di tradimento verso il Messico da parte di un gruppo di legislatori, che invece di difendere gli interessi del popolo o della nazione, invece di difendere la cosa pubblica, si sono trasformati in aperti difensori di imprese straniere che si dedicano ad accumulare ricchezze, a rubare, e questi deputati hanno sostenuto i saccheggiatori": così Amlo ha commentato il voto. E in effetti, in previsione della votazione, non erano mancate le pressioni di Stati Uniti e Spagna in rappresentanza delle loro multinazionali con investimenti nel settore.

Juan Fernández Trigo, segretario di Stato per l'Iberoamerica, aveva preannunciato la ferma reazione del governo Sánchez contro una riforma che avrebbe potuto pregiudicare gli interessi delle imprese spagnole (in particolare Iberdrola). E l'ambasciata statunitense aveva diffuso un comunicato in cui si esprimevano forti preoccupazioni sui cambiamenti nella politica energetica del paese, prevedendo possibili violazioni al trattato tra Usa, Messico e Canada e conseguenti rischi per i potenziali investimenti. Ingerenze inaccettabili, come ha chiarito con forza il governo di Città del Messico, ma che a quanto pare hanno avuto il loro peso sulla destra parlamentare. Così le imprese interessate manterranno i miliardari guadagni ottenuti fino ad oggi.

20/4/2022


È morta Rosario Ibarra, la madre coraggio messicana

"Dobbiamo esigere dalle autorità, ma dobbiamo chiedere anche al popolo messicano che prenda coscienza. La costruzione di una società senza desaparecidos e senza impunità non si ottiene per decreto, in questo compito dobbiamo porre tutti i nostri sforzi". Così la maggiore delle figlie di Rosario Ibarra ha ricordato il senso della lotta instancabile condotta dalla madre per far luce sulle violazioni dei diritti umani negli anni della guerra sucia.

Rosario Ibarra de la Garza è morta a Monterrey il 16 aprile, a 95 anni. Fino all'ultimo si è battuta per la verità sulla sorte degli scomparsi, da quando nel 1974 il figlio Jesús Piedra Ibarra, studente di medicina e militante della Liga Comunista "23 de septiembre", era stato sequestrato dalla polizia giudiziaria. Di lui, come di tanti altri giovani arrestati in quel periodo, non si seppe mai nulla. Trasferitasi da Monterrey a Città del Messico, Rosario bussò a tutte le porte, incontrò il presidente Echeverría, il ministro dell'Interno, vari vertici militari, ma inutilmente. Insieme ad altri familiari fondò il Comité Pro Defensa de Presos, Perseguidos, Desaparecidos y Exiliados Políticos e organizzò uno storico sciopero della fame nell'atrio della Cattedrale della capitale.

Grazie a questa lotta il presidente López Portillo nel 1978 firmò il decreto di amnistia, che permise a 1.500 prigionieri politici di recuperare la libertà. Nascerà poi il Frente Nacional contra la Repressión (in seguito rinominato Comité ¡Eureka!) che permise la ricomparsa di 148 desaparecidos. Non tutti però furono così fortunati: nel 2001 un rapporto della Comisión Nacional de los Derechos Humanos confermò che almeno 275 scomparsi erano stati torturati e assassinati da agenti dei servizi di sicurezza. Nel frattempo Ibarra organizzava altri scioperi della fame, teneva conferenze nelle università di decine di città statunitensi, portava la sua denuncia a Londra, Helsinki, Bonn, Berlino, Stoccolma...

Nel 1982 e nel 1988 accettò la candidatura alla massima carica dello Stato per il Prt (Partido Revolucionario de los Trabajadores); nel 1985 fu eletta deputata per il Prt e nel 2006 senatrice per la coalizione Prd, Pt e Convergencia. Venne più volte candidata al Premio Nobel per la Pace e combatté sempre contro la repressione politica, ma anche a favore dei migranti, delle popolazioni indigene, della rivolta zapatista, della costruzione di un paese più giusto e inclusivo.

Il 23 ottobre del 2019 fu insignita della Medalla Belisario Domínguez, la massima onorificenza conferita dal Senato. Alla cerimonia di consegna, un suo messaggio al presidente López Obrador venne letto dalla figlia Claudia: "Caro e rispettato amico, non permetta che la violenza e la malvagità dei governi precedenti continuino ad agire dalle tenebre dell'impunità e dell'ignominia. Non voglio che la mia lotta rimanga incompiuta, per questo lascio nelle tue mani la custodia di un così prezioso riconoscimento e ti chiedo di restituirmelo insieme alla verità sulla sorte dei nostri cari figli e familiari e con la certezza che la tanto attesa giustizia ha steso su di loro il suo velo protettore. Finché la vita me lo consentirà, non smetterò di cercarli. iVivos se los llevaron, vivos los queremos!"

17/4/2022


Messico, Amlo riconfermato presidente

"È d'accordo sulla revoca del mandato di Andrés Manuel López Obrador, presidente degli Stati Uniti Messicani, per perdita di fiducia, o vuole che continui nella Presidenza della Repubblica fino al termine del suo periodo?" Questo il quesito del revocatorio, il referendum al quale gli elettori sono stati chiamati a rispondere il 10 aprile. La consultazione era stata indetta attraverso la raccolta di oltre undici milioni di firme ed era stata promossa dallo stesso Amlo, che ha voluto così introdurre un precedente dando alla popolazione la possibilità di giudicare, dopo i primi tre anni, la gestione presidenziale.

Il referendum ha riconfermato, ad amplissima maggioranza (quasi il 92%) la fiducia dell'elettorato in López Obrador, anche se il forte astensionismo ha gettato un'ombra sul risultato. La bassa affluenza alle urne (meno del 18%) è legata in parte al boicottaggio dell'opposizione e in parte alla scarsità di seggi approntati per l'occasione dall'Instituto Nacional Electoral: solo un terzo rispetto alle ultime presidenziali, tanto che molti elettori non hanno potuto esprimere il loro voto. Un eventuale esito negativo non sarebbe stato vincolante, perché per la validità della consultazione era necessaria la partecipazione di almeno il 40% degli aventi diritto: alla vigilia Amlo aveva comunque dichiarato che - pur in mancanza di quorum - avrebbe lasciato la carica se la maggioranza dei votanti lo avesse chiesto.

Soddisfatto il commento di Amlo al termine della giornata: "È stato un completo successo, la gente ha agito con molta responsabilità, sono stati milioni di messicani. Siamo davanti a un fatto storico, è qualcosa di inedito, per la prima volta si chiede ai cittadini di decidere sul governo del presidente, se debba rimanere o andarsene, ribadendo che è il popolo che comanda, perché questo risulti chiaro, che metta radici, che nessuno e in nessun modo si ritenga un potere assoluto".

In America Latina altri tre paesi prevedono nella legislatura la possibile revoca degli eletti. In Venezuela la Costituzione del 1999 stablisce che, trascorsa la metà del mandato di un qualsiasi funzionario, il 20% dell'elettorato potrà richiedere la convocazione di un referendum sul suo operato: avvenne nel 2004 con Hugo Chávez, che fu riconfermato con ampia maggioranza. Stesso risultato per il presidente boliviano Evo Morales nel 2008. In Ecuador una simile consultazione non è stata mai realizzata nonostante la popolazione abbia la possibilità di sollecitarla, dopo il primo anno di governo e prima dell'ultimo, con la firma di almeno il 15% degli iscritti nel registro elettorale.

"LA NOSTRA UNICA DIFESA È UNA PENNA". I giornalisti continuano ad essere bersaglio della delinquenza organizzata. Tra le vittime di quest'anno Lourdes Maldonado López, conduttrice di programmi radiofonici, assassinata a colpi d'arma da fuoco il 23 gennaio a Tijuana, nello Stato della Baja California. Nel 2019 Maldonado, durante una delle consuete conferenze stampa mattutine del presidente López Obrador, aveva rivelato di essere stata minacciata e di temere per la sua vita. Era stata posta sotto protezione, ma questo non è servito a salvarla. Meno di una settimana prima sempre a Tijuana era stato ucciso un altro giornalista, Margarito Martínez Esquivel.

E a Zitácuaro il 16 marzo è stata la volta di Armando Linares, il direttore del portale web Monitor Michoacán. In un video pubblicato in Facebook sull'uccisione in gennaio del suo collaboratore Roberto Toledo, Linares aveva affermato: "La nostra unica difesa è una penna, una matita, un notes", denunciando le intimidazioni ricevute da funzionari dell'amministrazione locale per aver svelato casi di corruzione. Dopo la sua morte il Monitor Michoacán è stato chiuso.

Il 19 marzo è stata assassinata anche Patricia Rivera Reyes, coraggiosa militante per i diritti dei popoli indigeni. Fondatrice e presidente della Consultoría de Pueblos Indígenas del Norte de México, aveva rappresentato le comunità in incontri internazionali sulla difesa del territorio dalle attività minerarie e dalla presenza dei narcotrafficanti.

12/4/2022


Costa Rica, la ricetta neoliberista del nuovo presidente

L'economista di destra Rodrigo Chaves, del Partido Progreso Social Democrático, ha vinto il ballottaggio presidenziale del 3 aprile, imponendosi con quasi il 53% dei voti sul suo avversario José María Figueres. Le elezioni hanno visto un'astensione di oltre il 42%. Chaves è stato funzionario della Banca Mondiale, dove venne sanzionato per accuse di abuso sessuale, e in seguito ministro delle Finanze per pochi mesi durante il mandato dell'attuale presidente, Carlos Alvarado.

La vittoria di Chaves segna un netto cambiamento nel panorama politico del paese. Escono sconfitte sia le due formazioni che per decenni si erano alternate al potere (il Partido Liberación Nacional, cui appartiene Figueres, e il Partido Unidad Social Cristiana), sia il Partido Acción Ciudadana, che nel 2014 aveva rotto il tradizionale bipartitismo governando per due legislature. Il 6 febbraio, data in cui si è svolto il primo turno delle presidenziali con ben 25 candidati, gli elettori hanno votato anche per il rinnovo dell'Asamblea Legislativa, nella quale il Pac non ha ottenuto alcun rappresentante, mentre la sinistra del Frente Amplio potrà contare su sei seggi (su un totale di 57).

Il Costa Rica è immerso in una grave crisi economica: la povertà colpisce il 23% degli abitanti. L'occupazione ha registrato, tra il 2019 e il 2020, un calo del 14% e il debito pubblico supera il 70% del pil. Di fronte a questa situazione il presidente eletto propone la classica ricetta neoliberista: riduzione della presenza dello Stato nell'economia, diminuzione delle spese sociali e rimozione degli ostacoli agli investimenti.

5/4/2022


Perù, fallisce nuovo golpe parlamentare

Per la seconda volta dal suo insediamento Pedro Castillo si è salvato da un tentativo di destituzione. A favore della rimozione del capo dello Stato per "incapacità morale" si sono espressi il 28 marzo solo 55 parlamentari (54 i contrari, 19 gli astenuti). L'estrema destra non è riuscita a raccogliere gli 87 voti richiesti per far vincere la sua mozione, anzi ha registrato la defezione di 21 congressisti che due settimane prima avevano detto sì all'avvio del giudizio politico contro il presidente.

Le accuse contro Castillo erano delle più varie: da denunce non provate di corruzione nella concessione di appalti alla nomina di ministri controversi, alla dichiarazione a favore di un eventuale referendum per garantire alla Bolivia uno sbocco al mare (una frase che per qualcuno configura l'ipotesi di alto tradimento). Prima del 28 Castillo aveva lanciato segnali concilianti. "Tendo la mano per costruire ponti, promuovere il dialogo e lavorare uniti per l'agenda del paese", aveva detto rivolgendosi al Congresso. E aveva cambiato il ministro della Giustizia, Angel Yldefonso Narro, contestato dall'opposizione. Quanto al titolare della Sanità, Hernán Condori, a fine marzo un voto del Congresso ha imposto le sue dimissioni: lo si rimproverava tra l'altro di aver promosso cure pseudoscientifiche.

Se la sconfitta di questo ennesimo tentativo golpista consente al governo di guardare al futuro con maggiore tranquillità, l'aiuto ottenuto dai partiti del centrodestra non sarà esente da pesanti condizionamenti. Il governo Castillo ha già abbandonato, in questi pochi mesi, parte delle promesse di cambiamento che tante speranze avevano suscitato nel paese, allontanandosi da quei settori progressisti che avevano permesso la sua vittoria elettorale.

Intanto l'estrema destra festeggia la decisione del Tribunal Constitucional che ha ordinato la liberazione di Alberto Fujimori, annullando la sentenza che nel 2018 dichiarava senza effetto, perché illegale, l'indulto concesso all'ex dittatore dall'allora presidente Kuczynski. Un trionfo dell'impunità, criticato dal governo e contro il quale si sono registrate immediate mobilitazioni popolari. La scarcerazione comunque non è scontata: la Corte Interamericana per i Diritti Umani ha chiesto allo Stato peruviano di non procedere finché non si sarà pronunciata sul ricorso presentato dai familiari delle vittime di Barrios Altos e La Cantuta, i due massacri per i quali Fujimori è stato condannato.

1/4/2022


Uruguay, il referendum mostra un paese diviso

Un paese diviso in due. È questo il quadro che emerge dal referendum del 27 marzo su 135 articoli della Luc, la Ley de Urgente Consideración che il Frente Amplio, il movimento sindacale e diversi settori sociali speravano di derogare attraverso il voto popolare. L'obiettivo non è stato raggiunto per pochi voti: il Sì ha ottenuto il 48,8%, il No il 49,8 (le percentuali sono calcolate sui voti validi, che comprendono anche le schede bianche). Rimarrà dunque in vigore la mega proposta di legge che limita il diritto di sciopero, proibisce picchetti e occupazioni delle fabbriche, amplia i poteri della polizia, promuove la privatizzazione della scuola e favorisce lavoro nero ed evasione fiscale aumentando, fino a un equivalente di 100.000 dollari, il tetto in contanti consentito nelle transazioni.

Il risultato dimostra comunque che la politica economica e sociale del governo di Lacalle Pou incontra una forte opposizione. Lo aveva testimoniato già in luglio la raccolta delle firme necessarie per il referendum, che in poco tempo aveva abbondantemente superato il numero richiesto. E il 15 settembre migliaia di lavoratori si erano mobilitati per il terzo paro sindical contro l'esecutivo. Uno sciopero che il capo dello Stato aveva etichettato come "chiaramente politico". "Sì, è politico, è contro la politica del lavoro, contro la politica salariale", gli aveva risposto Fernando Pereira, presidente della centrale sindacale Pit-Cnt che aveva convocato la protesta. Il Frente Amplio sembra quindi essere riuscito a ricostruire i suoi legami con le organizzazioni sociali, parzialmente entrati in crisi nelle presidenziali del novembre 2019; come ha dichiarato il senatore Mario Bergara, il voto del 27 marzo costituisce "un trionfo politico".

Sull'altro fronte Lacalle Pou, già alle prese con una coalizione eterogenea che si sforza di mantenere unita (il Partido Nacional può contare solo sul 28% dei seggi in Parlamento), esce indebolito da questa magra vittoria. Si è affrettato perciò a voltare pagina, liquidando il tentativo di deroga della Luc come "una tappa superata". Ma non potrà facilmente cancellare la sfiducia di metà dell'elettorato.

29/3/2022


Colombia, Petro candidato del Pacto Histórico

Il Pacto Histórico ha conseguito un ottimo risultato nelle parlamentari del 13 marzo, risultando la coalizione più votata e conquistando almeno 16 seggi al Senato e 25 alla Camera. La composizione esatta del Congresso non si conosce ancora, visto che nel corso delle consultazioni sono stati denunciati brogli e irregolarità che si stanno adesso verificando. Ad esempio in quasi 30.000 seggi (il 26% del totale) non appariva alcun voto per il Pacto Histórico e i controlli hanno fatto emergere almeno 500.000 suffragi non conteggiati a favore della lista progressista.

Altre segnalazioni di irregolarità riguardano la circoscrizione speciale della Camera riservata alle vittime del conflitto armato: nelle liste figuravano nomi inseriti dai partiti tradizionali per ingrossare i propri gruppi parlamentari. Uno dei seggi è stato vinto da Jorge Tovar, figlio del famigerato paramilitare Jorge 40, l'ex comandante delle Autodefensas Unidas de Colombia accusato di numerosi massacri.

Sempre domenica 13 si sono tenute le primarie in vista delle presidenziali. L'ex sindaco di Bogotá Gustavo Petro è stato il grande vincitore della giornata, confermandosi candidato per il Pacto Histórico con oltre l'80% dei suffragi. E il 23 marzo Petro ha presentato ufficialmente chi lo accompagnerà come vice nella battaglia del 29 maggio: l'avvocata afrocolombiana Francia Márquez, giunta al secondo posto all'interno della coalizione. Márquez, che nel 2015 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Difesa dei Diritti Umani in Colombia, è anche nota per la sua lotta ambientalista (nel 2018 è stata insignita del Goldman Environmental Prize, il Nobel dell'ecologia).

Secondo i sondaggi Gustavo Petro dovrà affrontare al ballottaggio l'ex primo cittadino di Medellín Federico Gutiérrez, scelto dagli elettori dell'alleanza Equipo por Colombia (destra). Per Coalición de la Esperanza (centro) si è imposto l'ex governatore di Antioquia Sergio Fajardo. Non hanno partecipato alle primarie l'indipendente Rodolfo Hernández, Ingrid Betancourt di Verde Oxígeno e Oscar Iván Zuluaga del Centro Democrático. Proprio quest'ultimo partito, travolto dalle proteste contro la politica economica e sociale del governo Duque, appare il vero sconfitto nelle legislative, tanto che Zuluaga ha deciso di ritirare la sua candidatura alla presidenza per sostenere Federico Gutiérrez.

Pochi giorni prima del voto il presidente statunitense Joe Biden, nel corso di un incontro con Iván Duque, aveva affermato: "Mi riempie d'orgoglio annunciare che dichiareremo la Colombia come uno dei principali alleati non membri della Nato; questo è il riconoscimento della stretta relazione esistente tra le nostre nazioni. È una pietra angolare per i nostri sforzi di creare un emisfero prospero, sicuro e democratico". Il principale alleato degli Usa è un paese sommerso dalla violenza: il 26 marzo è stata denunciata l'uccisione di quattro persone nel dipartimento di Valle del Cauca, il 26º massacro dall'inizio dell'anno. Nello stesso periodo di tempo sono stati assassinati 45 leader sociali e undici ex membri delle Farc che avevano deposto le armi e aderito agli accordi di pace.

ABORTO DEPENALIZZATO FINO ALLA 24ª SETTIMANA. Con cinque voti a favore e quattro contrari la Corte Costituzionale ha approvato il 21 febbraio la depenalizzazione dell'aborto fino alla 24ª settimana. Dopo tale termine l'interruzione della gravidanza sarà permessa solo in caso di rischio per la salute fisica o mentale della donna, stupro o malformazione del feto. Finora in Colombia, in base a una legge del 2006, l'aborto era consentito unicamente nei tre casi citati. "È un riconoscimento alla libertà e all'autonomia delle donne di decidere sul proprio corpo e sui propri progetti di vita, caratteristiche fondamentali di una piena cittadinanza": così il movimento femminista Causa Justa ha salutato la sentenza della Corte.

27/3/2022


Guatemala, archiviate le norme oscurantiste

Il Congresso ha votato l'archiviazione della Ley para la Protección de la Vida y la Familia, una legislazione oscurantista che era stata approvata solo una settimana prima, esattamente l'8 marzo. La legge aumentava da tre a dieci anni di carcere la pena per l'interruzione volontaria della gravidanza, vietava espressamente "il matrimonio tra persone dello stesso sesso", stabiliva che "la condotta non eterosessuale è incompatibile con gli aspetti biologici e genetici dell'essere umano" e proibiva "agli enti educativi pubblici e privati la promozione nell'infanzia e nell'adolescenza di politiche o programmi tendenti a deviare l'identità sessuale stabilita al momento della nascita".

Contro queste norme erano immediatamente scese in piazza le organizzazioni delle donne e la comunità lgbt, mentre l'Unión Nacional de Mujeres Guatemaltecas convocava una conferenza femminista per esprimere il rifiuto di "azioni misogine e discriminatorie dello Stato patriarcale". La portata delle proteste era stata tale da indurre il presidente Giammattei a dichiarare che non avrebbe firmato la legge e a convincere infine i parlamentari a tornare sulle proprie decisioni. Resta il fatto che, con il sostegno di tutte le confessioni (in particolare i gruppi neopentecostali), il 9 marzo il Guatemala è stato ufficialmente proclamato Capital Iberoamericana Provida: ci si può quindi aspettare qualche altro tentativo di introdurre leggi retrive. Con questa iniziativa Giammattei intendeva assicurarsi l'appoggio delle autorità religiose per contrastare la costante mobilitazione popolare contro il suo governo.

Manifestazioni per chiedere le dimissioni del capo dello Stato si susseguono da mesi, soprattutto dopo la destituzione, il 23 luglio, del capo della Procura Speciale contro l'Impunità, Juan Francisco Sandoval, "colpevole" di aver scoperto casi di malversazione e peculato ai vertici dello Stato. Sandoval era stato costretto anche a rifugiarsi all'estero per non fare la fine del giornalista Frank Ramazzini Véliz, presidente dell'Asociación Fiscalizadora Pro Justicia y Derechos Humanos, assassinato dai killer due settimane prima. Ramazzini aveva denunciato la corruzione esistente all'interno del sistema penitenziario e della Policía Nacional Civil, chiamando in causa il Ministero dell'Interno e lo stesso capo dello Stato.

Le proteste non sono indirizzate solo contro la corruzione, ma contro l'aumento dei beni di prima necessità, che colpisce gravemente gli strati più poveri (quasi il 60% della popolazione). Un dato agghiacciante: nel corso del 2021 sono morti per denutrizione 51 bambini sotto i cinque anni. E nelle campagne continua la lotta contro le imprese minerarie che stanno devastando i territori indigeni. La risposta delle autorità è stata una brutale repressione, con il ricorso allo stato d'assedio nelle zone in cui la resistenza è più forte. Un esempio è il progetto Fénix a El Estor, nel dipartimento di Izabal, per l'estrazione del nichel da parte della Compañía Guatemalteca de Níquel e di Pronico su licenza dell'impresa (a capitale russo-svizzero) Solway Investment Group. Documenti segreti, fatti filtrare dal consorzio di media internazionali Forbidden Stories, hanno rivelato i contributi versati alle forze di polizia e a giudici compiacenti per favorire il trasferimento forzato delle comunità locali e la costruzione di false accuse contro gli oppositori, nonché i danni ambientali provocati dall'attività mineraria, come l'inquinamento del Lago di Izabal con grandi quantità di metalli pesanti.

Per ben due volte, nel 2019 e nel 2020, la Corte de Constitucionalidad aveva ordinato la sospensione dei lavori a El Estor perché non era stata realizzata la consultazione della popolazione interessata, come previsto dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, ma l'impresa non ha mai ubbidito alle sentenze e la presidente dell'alto tribunale, Gloria Porras Escobar, bersaglio di innumerevoli attacchi e minacce, ha dovuto abbandonare il Guatemala. La resistenza comunque continua, con l'obiettivo di "costruire lo Stato plurinazionale attraverso il processo di Assemblea Costituente Popolare", come afferma Thelma Cabrera Pérez. Indigena mam, presidente del Codeca, Cabrera era stata nel 2019 candidata presidenziale per il Movimiento para la Liberación de los Pueblos, ottenendo il 10% dei voti: un risultanto importante per chi si presentava per la prima volta, soprattutto considerando gli immancabili brogli (molte schede non riportavano il simbolo del Mlp).

25 ANNI FA GLI ACCORDI DI PACE. Il 29 dicembre del 1996 veniva firmato, tra il governo di Città del Guatemala e l'Urng (Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca), l'Acuerdo de Paz Firme y Duradera. Terminava così un lungo conflitto che - secondo la Comisión para el Esclarecimiento Histórico - aveva provocato 200.000 morti e 50.000 desaparecidos. Un quarto di secolo dopo la data è passata quasi inavvertita: svaniti i sogni di uguaglianza e di riscatto dalla miseria, in un paese devastato dal neoliberismo dove l'unica via d'uscita consiste nell'ingrossare le carovane di migranti per inseguire il miraggio di una vita diversa al Nord. L'ex partito guerrigliero, ora denominato Urng-Maiz (Movimiento Amplio de Izquierda), in un comunicato ha sottolineato come le promesse del 1996 siano rimaste lettera morta.

"Lo sviluppo economico e sociale configurato dagli accordi di pace è stato frustrato dall'accumulo di risorse e opportunità da parte delle élites economiche dominanti, dalla sistematica corruzione e impunità e dalle strutture clientelari elettorali che hanno dominato i pochi programmi di sviluppo sociale", si legge nel comunicato, che denuncia l'instaurazione di "una dittatura con facciata legale che ha via via chiuso gli spazi di partecipazione democratica".

16/3/2022


L'America Latina di fronte al conflitto in Ucraina

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua riunione d'emergenza il 2 marzo, ha approvato a stragrande maggioranza una risoluzione di condanna dell'"aggressione russa contro l'Ucraina". Nessun voto contario da parte dei paesi dell'America Latina, mentre tra i 35 astenuti figurano Bolivia, Cuba, El Salvador e Nicaragua. Il Venezuela non ha potuto partecipare alla votazione a causa dell'eccessivo indebitamento nei confronti dell'organizzazione (dovuto al blocco economico di cui soffre da parte degli Stati Uniti).

Nonostante la maggior parte dei paesi si sia dunque schierato contro l'invasione, Washington continua a guardare con sospetto i rapporti economici che Russia e Cina intrattengono con "il suo cortile di casa". In realtà il volume delle esportazioni dall'America del Sud verso la Russia non è molto alto: nel 2019 si è aggirato sui 5 miliardi di dollari, contro i 66 miliardi verso gli Stati Uniti e i 119 miliardi verso la Cina. Ma l'avvicinamento di Mosca all'America Latina segue anche altre vie: in occasione della pandemia da Covid-19, il primo vaccino su cui ha potuto contare gran parte della popolazione latinoamericana è stato lo Sputnik V.

E accanto alle tradizionali relazioni con Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, la Bolivia di Evo Morales (e ora quella di Luis Arce), Mosca ha stretto legami con altre nazioni, rette da governi tra loro molto diversi. Per citare solo i casi più recenti, agli inizi di febbraio Putin ha ricevuto al Cremlino il presidente argentino Alberto Fernández (che poi si è recato in Cina dove, tra gli altri accordi, ha dato la sua adesione alla Nuova via della Seta): "L'Argentina ha una dipendenza molto forte dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti. Abbiamo bisogno di aprire altri ponti e di puntare sul multilateralismo senza essere satelliti di nessuno", ha spiegato Fernández in un'intervista. Comunque, come abbiamo visto, in sede Onu Buenos Aires ha condannato l'aggressione all'Ucraina.

Anche Jair Bolsonaro, nonostante i tentativi statunitensi di dissuaderlo, si è incontrato con Putin il 16 febbraio (il 24 i carri armati russi varcavano il confine ucraino), che ha definito "uomo di pace": nella dichiarazione congiunta al termine del colloquio si parla del futuro rafforzamento della cooperazione bilaterale. Quello brasiliano è un caso particolare: Bolsonaro ha ribadito più volte la sua "neutralità" nel conflitto, ma è stato sconfessato dal vicepresidente, il generale Hamilton Mourão, che si è detto addirittura favorevole a un'azione militare in appoggio all'Ucraina. Sicuramente molti esponenti delle forze armate e del corpo diplomatico brasiliano condividono questa posizione.

Contro l'accresciuta presenza della Russia e della Cina gli Stati Uniti hanno promosso da tempo una maggiore penetrazione della Nato in America Latina. L'Alleanza Atlantica può contare sulla base britannica di Mount Pleasant nelle Falkland/Malvinas (le isole rivendicate dall'Argentina), dove è da poco operativo il nuovo sistema di difesa aerea Sky Sabre. Dal 2017 la Colombia è global partner della Nato e a fine febbraio il ministro della Difesa di Bogotá, Diego Molano, ha reso noto che nelle manovre congiunte Usa-Colombia nel Mar dei Caraibi ha partecipato per la prima volta un sottomarino nucleare statunitense. Quanto ad Argentina e Brasile, sono Major Non-Nato Ally, uno status che garantisce loro una priorità nell'acquisto di armamenti e tecnologia. Le adesioni potrebbero aumentare: già nel 2019 il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, rivelava all'agenzia Reuters che altri paesi latinoamericani avrebbero potuto diventare partner.

E pochi giorni fa i senatori statunitensi Marco Rubio e Bob Menendez hanno presentato la nuova strategia per la sicurezza dell'emisfero occidentale (Western Hemisphere Security Strategy Act of 2022). In America Latina e nei Caraibi "non c'è maggiore minaccia che la crescente intromissione di Russia e Cina", ha dichiarato il repubblicano Rubio. "Questo progetto di legge - gli ha fatto eco il democratico Menendez - garantisce che il segretario di Stato e il segretario della Difesa si impegnino con i nostri alleati nella regione per promuovere gli interessi nazionali degli Stati Uniti".

7/3/2022


Argentina, la pesante eredità di Macri

A fine gennaio è stato annunciato un accordo tra il governo Fernández e il Fondo Monetario Internazionale per il rifinanziamento del prestito di oltre 44 miliardi di dollari che l'amministrazione Macri aveva ricevuto nel 2018. Un prestito enorme, che andava contro le stesse regole del Fmi e che era stato dettato da ragioni prevalentemente politiche: doveva favorire l'anno successivo la rielezione di Mauricio Macri, fedele alleato dell'establishment statunitense. I soldi ricevuti, che servirono a finanziare una gigantesca fuga di capitali, hanno gettato una pesante ipoteca sul futuro del paese.

Con l'accordo ora raggiunto vengono concessi nuovi prestiti per permettere di far fronte alle scadenze previste, che l'Argentina non è assolutamente in grado di affrontare. Ma tali aiuti sono condizionati al raggiungimento di determinati obiettivi dei conti pubblici, che saranno soggetti a revisione trimestrale da parte del Fondo. E anche se, a differenza di altri casi, verrebbero escluse privatizzazioni di imprese statali o riforme strutturali del sistema previdenziale e del lavoro, il Fmi sarebbe comunque arbitro delle scelte economiche locali.

È questa la ragione per cui buona parte della sinistra ha respinto i contenuti dell'accordo. All'interno stesso della coalizione di governo, Máximo Kirchner (figlio di Cristina Fernández e Néstor Kirchner) ha rinunciato al suo incarico di presidente dei deputati del Frente de Todos, affermando di non condividere né "la strategia utilizzata", né "i risultati ottenuti".

Già il 10 dicembre, nella grandiosa manifestazione in Plaza de Mayo per la giornata della Democrazia e dei Diritti Umani, la vicepresidente Cristina Fernández aveva avvertito: "I partiti dicano al Fondo Monetario che non si approverà alcun accordo che non contempli il recupero dell'economia". E l'8 febbraio il Frente de Izquierda Unidad (Fit-U) è sceso in piazza in numerose città con lo slogan "Le truffe non si pagano". Come affermava il documento congiunto delle organizzazioni politiche, sociali, sindacali, studentesche, ambientaliste che avevano promosso la mobilitazione: "Il Frente de Todos ha accordato con il Fmi un nuovo patto che significa più dipendenza, più estrattivismo e più miseria per il nostro paese".

UN PIANO CONTRO LA REPUBBLICA BOLIVARIANA. Un articolo del giornalista Horacio Verbitsky, pubblicato il 13 febbraio sul portale El Cohete a la Luna, ha rivelato la partecipazione nel 2019 dell'allora presidente Macri a un piano promosso dall'amministrazione Trump e diretto contro il governo di Nicolás Maduro. Tra l'aprile e il luglio di quell'anno l'esercito argentino realizzò le manovre militari Puma, che prevedevano l'invasione del Venezuela, in coordinamento con unità della marina e dell'aviazione sotto il comando del generale Juan Martín Paleo (attuale capo di Stato Maggiore delle forze armate).

In coincidenza con tali esercitazioni si produceva la cosiddetta Operación Libertad, un fallito tentativo di insurrezione contro la Repubblica Bolivariana capeggiato dall'autoproclamato presidente Juan Guaidó: nelle intenzioni dei promotori, la rivolta avrebbe fornito il pretesto per un "intervento umanitario" degli eserciti di Argentina, Brasile, Colombia. La notizia si aggiunge alla denuncia dell'anno scorso sul materiale bellico inviato da Buenos Aires, sempre nel 2019, ai golpisti boliviani che il 10 novembre avevano spodestato il legittimo presidente Evo Morales.

14/2/2022


Processo Condor, ergastolo confermato per Morales Bermúdez

Si è chiuso l'ultimo capitolo del Processo Condor in Cassazione. La Corte ha respinto il 9 febbraio tutti i ricorsi presentati dai militari peruviani i cui procedimenti erano stati stralciati in attesa della documentazione necessaria. Le condanne all'ergastolo dell'ex dittatore Francisco Morales Bermúdez Cerruti e dell'ex responsabile dei servizi segreti Martín Felipe Martínez Garay sono state dunque confermate. La sentenza è stata invece annullata per l'ex capo dell'esercito, generale Germán Ruiz Figueroa, deceduto nel 2019.

Morales Bermúdez si era impadronito del potere nel 1975 deponendo il suo predecessore Juan Velasco Alvarado ed era stato fautore della partecipazione del suo paese nel famigerato Plan Cóndor. Tra i crimini avvenuti all'interno di questo coordinamento repressivo vi fu il sequestro a Lima nel 1980 di Noemí Gianotti Molfino, una delle Madres de Plaza de Mayo, ad opera di membri del Batallón 601 dell'esercito argentino. Noemí venne poi portata a Madrid dove venne uccisa dai sicari di Videla, con la complicità di funzionari spagnoli le cui responsabilità non furono mai indagate.

10/2/2022


Perù, quattro governi in poco più di sei mesi

Sono passati poco più di sei mesi dall'insediamento di Pedro Castillo e sono stati mesi segnati da una profonda instabilità politica. Alla ricerca di appoggi parlamentari che gli garantiscano di resistere ai continui attacchi dell'estrema destra, il presidente ha abbandonato sempre più le promesse di cambiamento con cui si era presentato all'elettorato. All'inizio di febbraio ha nominato a capo del governo Héctor Valer, un parlamentare legato all'Opus Dei, che ha resistito solo tre giorni nell'incarico: il suo allontanamento è stato richiesto da più parti quando si è appreso che anni prima era stato denunciato dalla moglie e dalla figlia per violenza.

La svolta a destra inaugurata con Valer è continuata con l'esecutivo (il quarto dall'inizio del mandato di Castillo) dell'avvocato Aníbal Torres. Al dicastero dell'Economia è stata confermata la sostituzione di Pedro Francke (sinistra) con il neoliberista Oscar Graham. Quanto al resto del gabinetto, ci sono nomi molto criticati: all'Interno un indagato per traffico di droga, alla Giustizia un ex giudice che liberò poliziotti narcos, ai Trasporti un difensore della mafia del trasporto pubblico. E alla Sanità Hernán Condori, un medico accusato di corruzione, chiamato a rimpiazzare il collega Hernando Cevallos, la cui campagna di vaccinazione contro il Covid-19 era stata apprezzata persino dagli avversari. Unico merito di Condori: essere militante di Perú Libre, con cui il capo dello Stato ha riallacciato i rapporti dopo un periodo di gelo.

Un breve riepilogo degli avvenimenti di questo periodo può dare un'idea della gestione ondivaga di Castillo. Già pochi giorni dopo l'inizio della presidenza si verificava una crisi di governo con le dimissioni, poi ritirate, di due ministri in polemica con la nomina alla guida del gabinetto di Guido Bellido, parlamentare di Perú Libre. Bellido, criticato da sinistra per dichiarazioni omofobiche e maschiliste e da destra per una presunta vicinanza a Sendero Luminoso, in un comunicato rettificava le sue passate posizioni e la crisi rientrava.

A metà agosto si scatenava l'offensiva contro il titolare del dicastero degli Esteri, il sociologo Héctor Béjar, ex guerrigliero negli anni Sessanta, poi imprigionato e liberato grazie a un indulto concesso dal generale di sinistra Velasco Alvarado. Le posizioni di Béjar a favore dell'integrazione regionale e del rafforzamento della Celac e contro il Grupo de Lima lo avevano già reso il bersaglio della destra. Approfittando della divulgazione in tv di alcune sue dichiarazioni estrapolate dal contesto, in cui segnalava che la marina aveva commesso atti terroristici e che era stata addestrata dalla Cia, l'opposizione - con l'aiuto degli ambienti militari - ne forzava le dimissioni. A Béjar mancava totalmente il sostegno del governo: anche il presidente Castillo non diceva una parola in sua difesa.

Il ministro in realtà non aveva fatto altro che riferirsi a episodi realmente avvenuti: gli attentati nel 1975 contro la casa di un ammiraglio fedele a Velasco e, due anni dopo, durante il regime di Morales Bermúdez (condannato in Italia per la sua partecipazione al Plan Cóndor), contro due pescherecci cubani ad opera di sommozzatori della marina, come confermato dai cablogrammi dell'ambasciata Usa rivelati da WikiLeaks. Quanto ai rapporti tra servizi segreti peruviani e Central Intelligence Agency, non sono un mistero per nessuno. Nella stessa conferenza Béjar aveva affermato che Sendero Luminoso era stato "in gran parte opera della Cia".

Pochi giorni dopo aver ottenuto il voto di fiducia dal Congresso, il governo fronteggiava una nuova crisi per le accuse, rivolte dall'opposizione al titolare del dicastero del Lavoro, Iber Maraví, di aver partecipato negli anni Ottanta ad azioni di Sendero Luminoso. Inizialmente Castillo si opponeva alla rinuncia del ministro, maestro e sindacalista come lui. In seguito vedeva in un cambio del gabinetto un modo per risolvere i problemi interni causati dalle pressioni del segretario generale di Perú Libre, Vladimir Cerrón, desideroso di conquistare maggiore potere, e allo stesso tempo per rispondere alle proteste della destra, che continuava a chiedere la testa di Maraví e dello stesso Bellido.

Da qui la nascita il 6 ottobre di un nuovo gabinetto in cui diminuiva la presenza di Pl, mentre si rafforzavano altre forze di sinistra. A capo dell'esecutivo Mirtha Vásquez, ex presidente del Congresso ad interim dal novembre 2020 al luglio del 2001, femminista e militante dei diritti umani. Il cambiamento non piaceva a Cerrón, che decideva di togliere al governo il sostegno del suo partito. Nonostante questa defezione, il nuovo esecutivo otteneva la fiducia del Parlamento grazie anche al voto della destra moderata e di dissidenti di Perú Libre.

In dicembre falliva un primo golpe parlamentare: la richiesta di avviare un processo politico al capo dello Stato, che avrebbe potuto concludersi con la destituzione per "incapacità morale permanente", veniva bocciata. Nonostante la maggioranza del Congresso fosse controllata dall'opposizione, solo tre raggruppamenti di estrema destra, tra cui il partito di Keiko Fujimori, appoggiavano il tentativo di rimozione, che otteneva 46 voti (ne servivano 52 perché il procedimento non fosse archiviato). Tra le motivazioni presentate per sostenere l'incapacità morale, aver ristabilito relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro e aver permesso a Evo Morales di incontrarsi con dirigenti politici e sociali in territorio peruviano, nonché una serie di accuse di corruzione non provate. Questo mentre le squadracce fujimoriste (sotto il nome de La Resistencia) aggredivano politici di sinistra e giornalisti legati ai pochi media democratici.

Infine anche Mirtha Vásquez rinunciava a fine gennaio segnalando che, in seguito alle dimissioni del ministro dell'Interno, Avelino Guillén, si era arrivati a un "momento critico" e che era in dubbio la possibilità di realizzare "cambiamenti indispensabili". Guillén, un ex magistrato noto per la sua onestà, aveva abbandonato il governo perché non aveva ricevuto alcun sostegno da Castillo sulla sua richiesta di destituzione del capo della polizia, di cui criticava l'inefficacia nella lotta al crimine organizzato. Un'ulteriore dimostrazione che qualsiasi tentativo di serie riforme è destinato a scontrarsi con la persistenza dei gruppi di potere e la debolezza del capo dello Stato.

LA MORTE DI ABIMAEL GUZMAN. L'11 settembre, nella cella in cui era rinchiuso da quasi 29 anni, è morto il fondatore del Partido Comunista del Perú-Sendero Luminoso, Abimael Guzmán.

Nel maggio del 1980 Sendero iniziava le azioni armate che dalla regione di Ayacucho si sarebbero estese a quasi tutto il paese, con episodi di violenza che nulla avevano a che fare con ideali di sinistra. I morti nel conflitto furono circa 70.000: come documentato nel 2003 dalla Comisión de la Verdad y Reconciliación, parte di questo tragico bilancio fu colpa dell'esercito, che massacrò migliaia di contadini sospettati di essere sostenitori della guerriglia. Il Perù non ha mai fatto i conti con quel passato: quando la notizia del decesso di Guzmán è stata resa pubblica, i media hanno speso fiumi d'inchiostro per ricordare le responsabilità senderiste, tralasciando il ruolo dei militari e dei governi di allora.

E la morte del Presidente Gonzalo, come lo chiamavano i suoi seguaci, è stata seguita da un grottesco dibattito sul destino da riservare al suo cadavere, per evitare che la tomba potesse diventare meta di pellegrinaggio. Una legge approvata in tutta fretta dal Congresso controllato dalla destra ha stabilito che, in caso di persone condannate per "tradimento alla patria o terrorismo" la cui sepoltura "metta a rischio la sicurezza nazionale o l'ordine interno", il corpo debba essere cremato e le ceneri disperse in un luogo segreto. È quanto avvenuto con i resti di Guzmán, il cui fantasma serve ancora adesso per infangare qualsiasi riferimento a una politica progressista.

9/2/2022


Honduras, i dissidenti di Libre tornano all'ovile

Si è risolta la crisi politica scoppiata alla vigilia dell'insediamento di Xiomara Castro. Il 7 febbraio, dopo un accordo con Manuel Zelaya, coordinatore generale di Libre, i deputati dissidenti che avevano creato un Congresso parallelo sono tornati sui loro passi riconoscendo Luis Redondo, del partito Salvador de Honduras (Psh), come unico presidente del potere legislativo.

La nomina di Redondo faceva parte di un'intesa preelettorale per cui il Psh aveva appoggiato Xiomara alle presidenziali rinunciando alla candidatura di Salvador Nasralla: in caso di vittoria avrebbe ottenuto la presidenza della Camera. Dopo il responso delle urne, però, venti parlamentari di Libre si erano rifiutati di tener fede al patto e, con l'appoggio dell'opposizione (i vecchi partiti espressione delle élites dominanti, il Nacional e il Liberal), avevano eletto a capo del Congresso un esponente del loro gruppo, Jorge Cálix. Mentre gli altri deputati di Libre, insieme al Psh, nominavano Redondo, i dissidenti (rimasti in diciotto perché due si erano ben presto pentiti) venivano cacciati dal partito.

L'anomala situazione, che vedeva due organi legislativi contrapposti, aveva avuto ripercussioni sull'insediamento della nuova presidente, che il 27 gennaio aveva giurato nelle mani della giudice Karla Romero, mentre Redondo si era limitato a collocarle la fascia presidenziale. Alla cerimonia, che si era tenuta nello Stadio Nazionale di Tegucigalpa, avevano assistito tra gli altri il presidente eletto del Cile Gabriel Boric, gli ex capi di Stato Lula, Dilma Rousseff, Evo Morales, le vicepresidenti di Stati Uniti e Argentina, Kamala Harris e Cristina Fernández e il re di Spagna Felipe VI. Il momento più signficativo della giornata era stato la consegna alla neopresidente del bastón de mando delle comunità indigene da parte della figlia di Berta Cáceres, e attuale leader del Copinh, Bertha Zúñiga Cáceres.

"Questa data rimarrà nella storia come l'impronta di una generazione che ha deciso di essere libera e che erediterà alle generazioni future la possibilità di crescere", aveva detto nel suo discorso Xiomara Castro illustrando poi la drammatica situazione che il suo governo dovrà affrontare: "La catastrofe economica che abbiamo sofferto non ha paragone nella storia del paese e il suo impatto sulla vita della gente si riflette nell'aumento del 700% del debito. La miseria è aumentata del 74% circa, rendendo l'Honduras il paese più povero dell'America Latina".

Nella stessa giornata avevano giurato anche i membri del nuovo gabinetto. Tra questi il generale Ramón Sabillón, designato al MInistero della Sicurezza. Nel 2016, quando dirigeva la Policía Nacional, Sabillón si era guadagnato il rispetto popolare perché, disobbedendo a un ordine dall'alto, aveva arrestato alcuni narcotrafficanti: per questa sua decisione era stato destituito e costretto a lasciare l'Honduras.

8/2/2022


Brasile, archiviato il caso per cui Lula finì in carcere

Nuova vittoria giudiziaria per Lula: il caso dell'appartamento nella località balneare di Guarujá, per cui era stato condannato al carcere dal giudice Moro (con l'accusa, mai provata, di averne ottenuto la proprietà in cambio di favori politici), è stato definitivamente archiviato. Intanto i sondaggi continuano a confermare il vantaggio dell'ex presidente nella corsa elettorale di ottobre: secondo i dati raccolti in dicembre dai maggiori istituti demoscopici, vincerebbe al primo turno distanziando di quasi trenta punti Jair Bolsonaro. Quest'ultimo vede scendere sempre più le sue intenzioni di voto: il 60% degli intervistati ha detto che non lo voterebbe per nessuna ragione.

Anche all'estero Lula raccoglie consensi: in novembre è stato ricevuto con tutti gli onori da Macron in Francia e da Pedro Sánchez in Spagna e ha tenuto un discorso davanti al Parlamento Europeo. In dicembre a Buenos Aires ha parlato davanti a una grande folla in Plaza de Mayo insieme al presidente Alberto Fernández, alla vicepresidente Cristina Fernández e all'uruguayano José Mujica. Ben diversa l'accoglienza tributata in ottobre a Bolsonaro nel corso del vertice del G20 a Roma, dove era stato circondato dal disinteresse generale.

Alla fine di gennaio il rapporto finale della Commissione Parlamentare d'Inchiesta del Senato brasiliano sulla gestione della pandemia da parte del governo è stato inviato alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia. Il documento, approvato nell'ottobre scorso dopo sei mesi di indagini, accusa Bolsonaro di "crimini contro l'umanità". Dall'inizio dell'emergenza sanitaria il capo dello Stato ha scoraggiato le misure di contenimento del contagio (mascherine, distanziamento), ha promosso l'uso di farmaci privi di evidenza scientifica e ha messo in dubbio l'efficacia del vaccino. Attualmente il Brasile ha superato i 600.000 morti per Covid-19.

Nel corso del 2021 il paese è stato teatro di massicce proteste al grido di Fora Bolsonaro. A partire dal 29 maggio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a più riprese in tutte le principali città. Partiti di sinistra, sindacati, comunità indigene, organizzazioni femministe e movimenti sociali hanno manifestato contro la drammatica situazione socioeconomica, contro il neoliberismo del ministro dell'Economia Paulo Guedes che ha fatto crescere la disoccupazione e la miseria (in vaste zone è tornata la fame) e contro i numerosi casi di corruzione, come le enormi tangenti pagate a intermediari per l'acquisto di vaccini, mentre il governo poneva ostacoli all'acquisizione diretta a prezzi assai più contenuti.

La posta in gioco non è solo la politica economica, è la democrazia. Che Bolsonaro non escluda un colpo di mano di fronte alla prospettiva di una sconfitta alle prossime presidenziali lo dimostra quanto avvenuto il 7 settembre, Dia da Independência. Mentre la sinistra scendeva in piazza per il tradizionale Grito dos Excluídos, il presidente convocava una mobilitazione dal sapore golpista, il cui bersaglio era il giudice Alexandre de Moraes, reo di aver incluso lo stesso capo dello Stato nell'inchiesta sulla "organizzazione criminale" accusata di diffondere fake news contro gli oppositori. Da un camion munito di altoparlanti, e con accanto il ministro della Difesa generale Braga Netto, il presidente attaccava il Supremo Tribunal Federal. Nel frattempo più di cento automezzi parcheggiati nel centro di Brasilia minacciavano di avanzare verso il Palazzo di Giustizia per cingerlo d'assedio. I conducenti provenivano in gran parte dagli Stati dell'agrobusiness e portavano striscioni in cui si chiedeva apertamente un intervento militare. Dopo 48 ore di tensione lo stesso Bolsonaro, rimasto isolato, era costretto però a fare marcia indietro, affermando che le sue dichiarazioni contro il massimo tribunale erano state pronunciate "nel calore del momento". Meno di un mese prima aveva presenziato a una sfilata di veicoli blindati e carri armati di fronte al Parlamento, in un chiaro atto intimidatorio.

31/1/2022


El Salvador, "Vietato dimenticare"

Prohibido olvidar, "Vietato dimenticare", "La storia non si cancella per decreto" si leggeva sui cartelli dei dimostranti domenica 16 gennaio. Ex guerriglieri, familiari delle vittime, organizzazioni sociali hanno protestato a San Salvador contro la decisione dell'Asamblea Legislativa, controllata dal partito del presidente e dai suoi alleati, di annullare la commemorazione ufficiale della firma degli Accordi di Pace, che trent'anni fa misero fine alla sanguinosa guerra civile iniziata nel 1980. Secondo Nayib Bukele, che ha deciso di dedicare la giornata alle "vittime del conflitto armato", gli accordi furono una "farsa", un "patto tra corrotti": una posizione che mette sullo stesso piano il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional e il regime di estrema destra sostenuto militarmente dagli Usa.

Non è stata la prima mobilitazione contro il capo dello Stato. In maggio alcune centinaia di persone erano scese in piazza contro la deriva autoritaria di Bukele che aveva destituito, con l'appoggio del Parlamento, i cinque membri della Sala Constitucional della Corte Suprema e il procuratore generale sostituendoli con magistrati di sua fiducia. "Un chiaro colpo alla democrazia e un ulteriore passo in direzione della dittatura", aveva commentato il segretario generale del Fmln, Oscar Ortiz. In seguito una risoluzione della nuova Sala Constitucional ha aperto la strada a un'eventuale ricandidatura di Bukele nel 2024, possibilità esclusa dalla Costituzione.

Altre manifestazioni si sono svolte contro l'adozione del bitcoin come moneta ufficiale accanto al dollaro (El Salvador è il primo paese al mondo a dare corso legale alla criptomoneta). Il provvedimento, approvato senza quasi dibattito parlamentare ed entrato in vigore il 7 settembre, è osteggiato dalla maggioranza della popolazione, che teme l'estrema volatilità del valore del bitcoin. Bukele, che ha tentato di promuoverlo come un mezzo per eliminare il pagamento di commissioni nelle rimesse dei salvadoregni all'estero, ha anche annunciato l'intenzione di creare la prima Bitcoin City del pianeta, che utilizzerebbe per il mining l'energia geotermica proveniente dal vulcano Conchagua.

Una strenua opposizione alla politica di Bukele viene anche dal movimento femminista. Il presidente si rifiuta di modificare in qualsiasi modo la legislazione attuale che probisce in maniera assoluta l'aborto, punito con pene fino a trent'anni di carcere. In ottobre una proposta di legge per la depenalizzazione in caso di rischio per la vita della madre, gravidanza prodotto di stupro o malformazione del feto tale da non garantirne la sopravvivenza fuori dall'utero, è stata archiviata dalla commissione parlamentare incaricata di esaminarla, costituita in maggioranza da appartenenti al partito di governo Nuevas Ideas.

Il 12 dicembre si è tenuta una nuova massiccia giornata di protesta antigovernativa: vi hanno aderito sindacati, movimenti di difesa dei diritti umani, organizzazioni ambientaliste, partiti d'opposizione. Ridicola la risposta di Bukele, secondo il quale Washington sarebbe lo sponsor della mobilitazione: "I contribuenti statunitensi devono sapere che il loro governo sta usando i loro soldi per finanziare movimenti comunisti". Del resto, di fronte all'accusa di aver instaurato una dittatura, il presidente si era definito ironicamente in Twitter "el dictador más cool del mundo mundial".

17/1/2022

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato