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E' morta Rosario Ibarra, la madre coraggio messicana

"Dobbiamo esigere dalle autorità, ma dobbiamo chiedere anche al popolo messicano che prenda coscienza. La costruzione di una società senza desaparecidos e senza impunità non si ottiene per decreto, in questo compito dobbiamo porre tutti i nostri sforzi". Così la maggiore delle figlie di Rosario Ibarra ha ricordato il senso della lotta instancabile condotta dalla madre per far luce sulle violazioni dei diritti umani negli anni della guerra sucia.

Rosario Ibarra de la Garza è morta a Monterrey il 16 aprile, a 95 anni. Fino all'ultimo si è battuta per la verità sulla sorte degli scomparsi, da quando nel 1974 il figlio Jesús Piedra Ibarra, studente di medicina e militante della Liga Comunista "23 de septiembre", era stato sequestrato dalla polizia giudiziaria. Di lui, come di tanti altri giovani arrestati in quel periodo, non si seppe mai nulla. Trasferitasi da Monterrey a Città del Messico, Rosario bussò a tutte le porte, incontrò il presidente Echeverría, il ministro dell'Interno, vari vertici militari, ma inutilmente. Insieme ad altri familiari fondò il Comité Pro Defensa de Presos, Perseguidos, Desaparecidos y Exiliados Políticos e organizzò uno storico sciopero della fame nell'atrio della Cattedrale della capitale.

Grazie a questa lotta il presidente López Portillo nel 1978 firmò il decreto di amnistia, che permise a 1.500 prigionieri politici di recuperare la libertà. Nascerà poi il Frente Nacional contra la Repressión (in seguito rinominato Comité ¡Eureka!) che permise la ricomparsa di 148 desaparecidos. Non tutti però furono così fortunati: nel 2001 un rapporto della Comisión Nacional de los Derechos Humanos confermò che almeno 275 scomparsi erano stati torturati e assassinati da agenti dei servizi di sicurezza. Nel frattempo Ibarra organizzava altri scioperi della fame, teneva conferenze nelle università di decine di città statunitensi, portava la sua denuncia a Londra, Helsinki, Bonn, Berlino, Stoccolma...

Nel 1982 e nel 1988 accettò la candidatura alla massima carica dello Stato per il Prt (Partido Revolucionario de los Trabajadores); nel 1985 fu eletta deputata per il Prt e nel 2006 senatrice per la coalizione Prd, Pt e Convergencia. Venne più volte candidata al Premio Nobel per la Pace e combatté sempre contro la repressione politica, ma anche a favore dei migranti, delle popolazioni indigene, della rivolta zapatista, della costruzione di un paese più giusto e inclusivo.

Il 23 ottobre del 2019 fu insignita della Medalla Belisario Domínguez, la massima onorificenza conferita dal Senato. Alla cerimonia di consegna, un suo messaggio al presidente López Obrador venne letto dalla figlia Claudia: "Caro e rispettato amico, non permetta che la violenza e la malvagità dei governi precedenti continuino ad agire dalle tenebre dell'impunità e dell'ignominia. Non voglio che la mia lotta rimanga incompiuta, per questo lascio nelle tue mani la custodia di un così prezioso riconoscimento e ti chiedo di restituirmelo insieme alla verità sulla sorte dei nostri cari figli e familiari e con la certezza che la tanto attesa giustizia ha steso su di loro il suo velo protettore. Finché la vita me lo consentirà, non smetterò di cercarli. iVivos se los llevaron, vivos los queremos!" (17/4/2022)

 

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato