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La verità del Venezuela sugli ultimi piani golpisti

Brasile, il Pt chiede l'impeachment di Bolsonaro

Il Partido dos Trabalhadores insieme ad altre forze di sinistra, a 400 movimenti sociali e a noti giuristi ha presentato alla Camera la richiesta di mettere sotto accusa Jair Bolsonaro per attentato alla salute pubblica. Il Brasile è ormai ai primi posti nel mondo per numero di contagi da Covid-19. Le vittime sono oltre mille al giorno e siamo ancora ben lontani dal picco, che si prevede giungerà solo in luglio, ma il presidente attacca ogni giorno le norme di distanziamento sociale e più di una volta ha incontrato decine di sostenitori senza alcuna precauzione. Questa posizione lo ha portato in rotta di collisione con i governatori degli Stati più colpiti, São Paulo e Rio, che cercano di evitare il diffondersi del virus adottando misure di restrizione. "Bolsonaro non ha più le condizioni politiche, amministrative e umane per continuare a governare. Non ha empatia e deve essere allontanato il prima possibile perché costituisce una minaccia per il paese", ha dichiarato la presidente del Pt, Gleisi Hoffmann. segue

V. i nostri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link


Gruppi mercenari tentano di sbarcare in Venezuela

Due attacchi in poco più di 24 ore. Il primo all'alba del 3 maggio quando un commando di mercenari, a bordo di due motoscafi provenienti dalla Colombia, ha tentato di sbarcare in territorio venezuelano sulla costa de La Guaira, nei pressi della capitale. L'incursione è stata respinta dalle forze armate bolivariane, con il bilancio di otto morti e due catturati; sequestrati veicoli e armi di grosso calibro. Il secondo nel pomeriggio del giorno successivo: gli invasori sono stati intercettati a Chuao, piccolo villaggio nello Stato di Aragua. Otto persone sono state arrestate; tra queste Antonio Sequea, uno dei capi dell'operazione, già noto per aver partecipato al tentato golpe del 30 aprile dello scorso anno. I due tentativi di sbarco si collegano direttamente a un'azione bloccata il 26 marzo in Colombia e alla quale partecipava l'ex militare venezuelano Cliver Alcalá Cordibes, attualmente rifugiato negli Stati Uniti: uno dei mercenari caduto, l'ex capitano Robert Colina Pantera, era infatti membro del gruppo agli ordini di Alcalá. E proprio Colina, prima dell'attacco, aveva registrato un video in cui rivelava di essere il comandante del nucleo numero 3 dell'Operación Gedeón e che l'obiettivo era la "cattura degli elementi che stanno detenendo illegittimamente il potere". segue


Attentato all'ambasciata cubana a Washington

Più di trenta colpi di fucile sono stati esplosi, all'alba del 30 aprile, contro la sede dell'ambasciata cubana a Washington. Gli spari hanno colpito non solo la facciata dell'edificio, il portone, le colonne dell'ingresso e la statua di José Martí, ma hanno provocato danni anche all'interno del palazzo. L'attentatore, che è stato arrestato, si chiama Alexander Alazo, 42 anni, nato a Cuba, ma residente nel Texas. Secondo la stampa statunitense soffriva da tempo di manie di persecuzione: si sentiva braccato dalla Sicurezza del suo paese d'origine. Al di là dei problemi psichiatrici di Alazo, l'azione rientra in un clima di crescente ostilità dell'amministrazione Trump nei confronti dell'Avana: dall'aggressività del linguaggio (comprese le dure critiche alle missioni mediche all'estero) all'intensificazione del blocco, che non è stato mitigato neppure nel quadro dell'attuale pandemia. Non stupisce dunque che da parte del Dipartimento di Stato non vi sia stata alcuna condanna dell'accaduto. E alle richieste cubane di condurre un'indagine esaustiva sull'attentato Washington ha risposto con un'ennesima provocazione: l'inserimento dell'isola nell'elenco dei paesi che non cooperano pienamente nella lotta antiterrorista. L'accusa è quella di aver ospitato sul suo territorio la delegazione dell'Ejército de Liberación Nacional, la guerriglia colombiana che nel 2017 aveva avviato trattative di pace con il governo di Bogotá. Cuba era stata cancellata dalla lista nera (in cui figurano anche Venezuela, Iran, Siria e Corea del Nord) nel 2015, durante la presidenza Obama. segue


Brasile, crisi sanitaria, economica, istituzionale

L’editoriale della rivista scientifica britannica di riferimento internazionale The Lancet del 9 maggio denuncia senza mezzi termini la situazione negativa della gestione della pandemia di coronavirus da parte del governo Bolsonaro. Al 15 maggio i numeri ufficiali registravano nella Federazione (210 milioni di cittadini/e) 218.223 casi positivi, 84.970 recuperati, 14.817 morti. Nello Stato di San Paolo (44 milioni) i contagiati sono 38.479, i morti 4501. Si ritiene che la sottostima chieda di moltiplicare da 4 a 6 volte i dati ufficiali. Il decorso dell’epidemia è in fase ascendente ed espansiva, mentre i posti letto del SUS/Sistema unico di salute pubblico sono già molto occupati. In questo contesto, fin dall’inizio della manifestazione della malattia il 26 febbraio il signor Bolsonaro ha assunto una posizione, unica al mondo, negazionista e di attacco primitivo alla scienza che si protrae nonostante la gravità evidente della situazione. In una pratica di necropolitica, ontinui comportamenti offensivi (non usare la maschera, convocare manifestazioni, dedicarsi a momenti ludici in mezzo al lutto, ecc.) si mescolano ad affermazioni antiscientifiche (è un raffreddore, certe medicine guariscono ecc.). Negli ultimi giorni continui sono gli appelli del signor Bolsonaro alla necessità economica di riaprire tutte le attività e di ritornare tutti al lavoro in disprezzo, anche espresso verbalmente, del distanziamento sociale, dell’uso continuativo di protezione individuale, di attenzione igienica. Molti ovviamente imitano questo pessimo esempio che viene dall’alto. (T.I.) segue

Approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link


Puerto Rico, la morte dell'indipendentista Rafael Cancel

Si è spento il 2 marzo, a 89 anni, Rafael Cancel Miranda, ultimo sopravvissuto del gruppo di indipendentisti che nel 1954 furono protagonisti di uno storico episodio. Il primo marzo di quell'anno Cancel Miranda, Lolita Lebrón, Irving Flores Rodríguez e Andrés Figueroa Cordero, membri del Partido Nacionalista de Puerto Rico, fecero irruzione sparando nella sede del Congresso Usa, per attirare l'attenzione mondiale sul regime coloniale in atto nel loro paese. La data era stata scelta come segno di protesta contro quanto deciso dal governo di Washington il primo marzo 1917, quando la cittadinanza statunitense era stata estesa agli abitanti dell'isola perché lo Zio Sam aveva bisogno di reclutare soldati da mandare al fronte della prima guerra mondiale. Per quell'assalto Cancel fu condannato a 84 anni di carcere, Lebrón a 50 anni; Flores e Figueroa a 75 anni. Nel 1979 però la pressione internazionale convinse l'allora presidente Jimmy Carter ad accettare lo scambio di prigionieri proposto da Fidel Castro: gli indipendentisti portoricani contro altrettante spie statunitensi. Cancel, Lebrón e Flores vennero dunque liberati (Figueroa era stato rilasciato due anni prima perché malato in fase terminale) e tornarono in patria, dove furono ricevuti come eroi. Insieme a loro lasciò la prigione Oscar Collazo López, anch'egli appartenente al Partido Nacionalista, che era stato arrestato nel 1950 per aver attentato alla vita del presidente Truman. segue


Luis Sepúlveda, la voce dell'esilio

Si è spento il 16 aprile in Spagna, ucciso dal coronavirus, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, noto non solo per il suo importante apporto alla letteratura latinoamericana, ma per l’impegno politico che ha caratterizzato tutta la sua vita. Sepúlveda era nato nel 1949 a Ovalle, nella regione di Coquimbo. Il suo cognome materno, Calfucura, tradiva l’origine mapuche, di cui fu sempre orgoglioso: al popolo mapuche dedicò la Historia de un perro llamado leal, scritta nel 2016. Militante della sinistra fin da giovane, dopo il golpe di Pinochet fu arrestato e incarcerato per oltre due anni. Partì poi per l’esilio, divenendo la voce dei tanti oppositori alla dittatura costretti a vivere lontano dal Cile. Viaggiò per gran parte dell’America Latina, entrando anche a far parte della Brigada Internacional Simón Bolívar con cui combatté in Nicaragua contro Somoza. Dopo il trionfo della Rivoluzione Sandinista si stabilì in Europa, prima in Svezia, poi in Germania e infine in Spagna. segue


Ecuador, tra pandemia e lawfare

Le foto dei corpi senza vita abbandonati nelle strade di Guayaquil, la località con il maggior numero di contagi da Covid-19, hanno fatto il giro del mondo, immagini eloquenti del disastro dell'assistenza pubblica nel paese. Tantissime anche le salme rimaste nelle abitazioni per giorni, in mancanza di medici che stilassero il certificato di morte e per la chiusura di molte agenzie di pompe funebri. Del triste lavoro di recupero è stata infine incaricata un'apposita task force, che ha rivelato di aver raccolto in breve tempo, solo in città, oltre 700 cadaveri. Sono le conseguenze drammatiche della pandemia, sommate ai tagli alla sanità attuati dall'amministrazione Moreno in base alle direttive del Fondo Monetario Internazionale. Così carenze di posti letto, di attrezzature, di personale sanitario hanno portato al collasso le strutture ospedaliere. La priorità del governo non è la salute dei cittadini, ma il pagamento del debito estero. Nel paese è stato imposto il blocco delle attività produttive. Nessun provvedimento di tutela però è previsto per quanti vivono in condizioni precarie, lavoratori del settore informale e disoccupati che insieme rappresentano il 60% della popolazione economicamente attiva. Come denuncia Pablo Iturralde, del Centro de Derechos Económicos y Sociales, non esiste alcuna protezione neppure per quanti godono di un impiego fisso: "Al contrario, si è permesso al datore di lavoro di scalare i giorni di ferie dall'attuale quarantena. E come secondo provvedimento gli è stato consentito di sospendere il pagamento dei salari a tempo indeterminato". Inoltre, con l'istituzione dell'estado de excepción e poi del coprifuoco, l'esercito è tornato a pattugliare le strade e sono già numerose le denunce contro la violenza dei militari nei quartieri popolari. segue


8 marzo, l'onda femminista in America Latina

L'8 marzo le piazze e le strade dell'America Latina si sono riempite di donne di ogni età. Combattive, determinate, decise a rivendicare i propri diritti e a dire no al machismo in tutte le sue forme. Erano due milioni secondo la Coordinadora 8M a Santiago, un interminabile serpente colorato diretto verso Plaza de la Dignidad, come è stato ribattezzato il centro della rivolta di questi ultimi mesi. "Il nuovo Cile lo faremo tutte noi, con le nostre mani", così l'attrice Natalia Valdebenito nel suo improvvisato discorso. Il collettivo femminista Las Tesis, con la performance Un violador en tu camino, ha fornito il tema della mobilitazione. Altre massicce manifestazioni si sono tenute a Valparaíso, Concepción, Osorno, Puerto Montt. In Messico decine di migliaia di donne hanno espresso la propria indignazione contro la violenza di genere, in un paese in cui ogni giorno si registra una decina di femminicidi, la maggior parte dei quali resta impunita. Una marea viola ha occupato il centro della capitale, marciando dal Monumento a la Revolución allo Zócalo. Manifestazioni anche a Mérida, Querétaro, Oaxaca, Cuernavaca. segue


Nicaragua, la scomparsa di Ernesto Cardenal

"Sono poeta, sacerdote e rivoluzionario": così si definiva Ernesto Cardenal Martínez, grande figura di intellettuale e di militante per la liberazione dei popoli, morto il primo marzo a Managua a 95 anni. Esponente della Teologia della Liberazione, impegnato nella lotta sociale e politica del suo paese, Cardenal fu una figura fondamentale della Rivoluzione Sandinista. Nato a Granada, aveva frequentato la scuola in Nicaragua per poi seguire il corso di letteratura presso l'Unam, l'Universidad Nacional Autónoma de México. Alla fine degli anni Quaranta aveva proseguito gli studi a New York e aveva poi viaggiato in Europa, passando anche per l'Italia. Tornato in patria, aveva preso parte alla lotta contro la dinastia dei Somoza e nello stesso tempo aveva iniziato a farsi conoscere pubblicando le sue prime opere sulla rivista bilingue El Corno Emplumado, ponte tra la cultura latinoamericana e quella statunitense. segue


El Salvador, il presidente cool che parla con Dio

Si era autodefinito in Twitter "il presidente più guapo e più cool del mondo". I social network sono stati da lui ampiamente usati per giungere alla presidenza del Salvador, conquistando gran parte del voto giovane. Ma a quanto pare la massima carica dello Stato non gli basta: adesso cerca di liberarsi di qualsiasi opposizione per assicurarsi, con l'appoggio delle forze armate, il controllo totale del paese. Questo almeno il legittimo sospetto sorto dopo l'irruzione di Nayib Bukele nell'aula dell'Asamblea Legislativa, accompagnato da agenti di polizia e militari in assetto di guerra, per ottenere dai parlamentari l'approvazione immediata di un prestito di 109 milioni di dollari destinati alla modernizzazione delle forze armate per la lotta contro le maras. Un evidente pretesto, considerando che il valore dell'economia salvadoregna si aggira sui 29 miliardi di dollari e che l'endemico problema delle bande criminali non verrà certo risolto con questa esigua somma. segue


La scomparsa di Marcello Gentili

E' morto l'8 febbraio a Milano, dove era nato 90 anni fa, Marcello Gentili. Avvocato penalista, Gentili fu protagonista in processi rilevanti, da quello sulla strage di piazza Fontana alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Nel corso del suo impegno civile rappresentò i familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine e quelli dei desaparecidos italiani in Argentina e in Cile. Nel 2010 venne decorato con la Orden de Mayo dal governo della presidente Cristina Fernández per la sua lotta contro l'impunità.


Perú, Apra e fujimorismo i grandi sconfitti nelle legislative

E' un Congresso frammentato quello emerso dalle elezioni legislative del 26 gennaio: i 130 deputati si suddivideranno in nove diversi gruppi parlamentari. Il partito di maggioranza relativa, Acción Popular (centrodestra), ha conquistato 25 seggi; segue Alianza para el Progreso (destra) con 23. Il voto, che ha visto un astensionismo del 25% e una percentuale del 20% di voti nulli o bianchi, ha riservato alcune sorprese. Clamorosa la sparizione dell'Apra, la formazione fondata da Haya de la Torre nel 1924, il cui leader Alan García si era suicidato in aprile. Le consultazioni hanno portato in primo piano formazioni pressoché sconosciute come il Frepap, Frente Popular Agrícola del Perú, braccio politico dell'Asociación Evangélica de la Misión Israelita del Nuevo Pacto Universal: si tratta di un movimento evangelico fondamentalista che finora non aveva raccolto più di tre deputati e questa volta è balzato a 15. Un altro inaspettato successo è quello dell'Unión por el Perú (13 parlamentari), il cui attuale leader è il fratello dell'ex presidente Ollanta Humala, Antauro. Ex militare, Antauro è in carcere per aver capeggiato nel 2005 una rivolta contro il governo Toledo. La sua ideologia, l'etnocacerismo, coniuga l'evocazione del passato incaico con un nazionalismo su basi etniche. segue


Haiti, dieci anni fa il terremoto

Dieci anni fa, esattamente il 12 gennaio 2010, un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter devastava Haiti, uccidendo 316.000 persone e lasciando un milione e mezzo di persone senza tetto. Al sisma si aggiungeva, nell'ottobre dello stesso anno, l'epidemia di colera portata dai militari della Minustah, la Missione di Stabilizzazione dell'Onu, che provocava almeno 10.000 morti (secondo alcuni esperti, sarebbero in realtà 50.000). Anni dopo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, riconosceva la responsabilità dei caschi blu, ma ai familiari delle vittime non veniva assegnato alcun indennizzo. Nel 2017 la Minustah ha lasciato il posto alla Missione dell'Onu per l'Appoggio alla Giustizia (Minujusth), che ha terminato il suo mandato nell'ottobre dello scorso anno. E in dicembre si è appreso di un altro lascito dei caschi blu. A rivelarlo uno studio accademico pubblicato sul sito web The Conversation: almeno 265 bambini (probabilmente molti di più) sono nati da donne e ragazzine povere, a seguito di uno stupro o dopo un rapporto accettato in cambio di un pasto. A distanza di dieci anni dal terremoto gran parte della popolazione abita ancora in rifugi di fortuna, senza accesso all'acqua potabile, sopravvivendo quotidianamente con meno di due dollari. L'economia è in grave crisi, l'inflazione continua a salire, la disoccupazione si aggira sul 70%. E quanti possono vantare un lavoro spesso guadagnano solo l'equivalente di 5 dollari al giorno. segue


Venezuela, un'Asamblea Nacional con due presidenti

Dal 5 gennaio il Venezuela ha due presidenti dell'Asamblea Nacional. Da una parte Juan Guaidó, che nel 2019 aveva utilizzato questa carica per autoproclamarsi capo dello Stato e promuovere maldestri tentativi golpisti. Dall'altra Luis Parra, eletto dall'opposizione con l'appoggio dei deputati filogovernativi. Guaidó, consapevole di non poter contare sui voti necessari alla riconferma, si è sottratto con vari pretesti al confronto in aula e si è ritirato nella sede del giornale di destra El Nacional, dove si è fatto rieleggere dai suoi seguaci. Il giornalista Atilio Boron ha ricostruito la sceneggiata sulla base dei video diffusi in Internet: "Nonostante l'esistenza del quorum e la presenza dei deputati di tutte le forze politiche, il presidente dell'Asamblea uscente, Juan Guaidó, si è rifiutato di entrare nel Palacio Legislativo e di avviare la sessione, come era suo dovere, rimanendo all'esterno della sede parlamentare e pretendendo di far entrare a forza quattro deputati che, per diverse ragioni, erano stati dichiarati decaduti dal Tribunale Supremo. Nelle registrazioni lo si sente dire: 'Se loro non entrano, non entro neppure io'. Quelli alla fine sono entrati, ma lui è rimasto fuori. Va sottolineato che nessuno di questi aveva partecipato alle sedute dell'attuale periodo legislativo e che Guaidó, come presidente dell'Asamblea, non aveva in nessun momento preteso la loro presenza". segue


Le nuove cariche dello Stato cubano

Il 21 dicembre, con la nomina a primo ministro di Manuel Marrero Cruz, si è conclusa la riorganizzazione delle principali cariche dello Stato. Vice primo ministro è stato designato Ramiro Valdés, ultimo rappresentante della storica generazione della rivoluzione rimasto nel governo. Secondo la nuova Costituzione approvata in aprile, Marrero - il cui mandato durerà cinque anni - controllerà non solo l'operato dei funzionari dell'amministrazione centrale, ma anche quello dei governatori provinciali. Il 10 ottobre l'Asamblea Nacional del Poder Popular aveva eletto come presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che fino ad allora era a capo dei Consejos de Estado y de Ministros. Il mandato di Díaz-Canel si concluderà nel 2023 come quello del suo vice, Salvador Valdés Mesa. Le figure del primo ministro e del presidente della Repubblica non esistevano dal 1976. Sempre il 10 ottobre i deputati avevano eletto Esteban Lazo Hernández presidente dell'Asamblea e del Consejo de Estado. Ana María Mari Machado e Homero Acosta Alvarez avevano assunto gli incarichi rispettivamente di vicepresidente e di segretario. Al Consejo de Estado sono demandate importanti funzioni: in particolare vigilare sul rispetto e il compimento della Costituzione, con il potere di sospendere decreti, accordi e altre disposizioni in contrasto con la Carta fondamentale. segue


Trent'anni fa gli Usa invadevano Panama

A distanza di trent’anni dalla sanguinosa invasione statunitense, il presidente Laurentino Cortizo ha dichiarato il 20 dicembre giorno di lutto nazionale "per onorare tutti gli innocenti che persero la vita e difesero l’integrità del nostro territorio". E' la prima volta che il governo panamense adotta una tale decisione, venendo incontro a una richiesta dell’Associazione dei familiari e amici delle vittime. Un passo puramente simbolico: la bandiera nazionale è stata issata a mezz’asta, ma su pressione del mondo imprenditoriale fabbriche e uffici sono rimasti aperti. Si tratta comunque di una novità importante, che segna la presidenza di Cortizo, eletto nel maggio di quest’anno. Per tre decenni sugli avvenimenti del 20 dicembre 1989 è stato steso un velo di silenzio. Nessuna commemorazione ufficiale, nessuna inchiesta sull’accaduto. Solo nel 2016, dopo innumerevoli sollecitazioni dei familiari, è stata creata una commissione presieduta dal rettore universitario Juan Planells e incaricata di ricostruire la verità storica. Ma lo stesso Planells ammette che i lavori procedono a passo di lumaca e del resto i fondi sono stati sempre erogati con il contagocce. Intanto decine di corpi senza nome giacciono ancora nei cimiteri: le prime esumazioni per identificarli avverranno soltanto in gennaio. segue


L'Uruguay svolta a destra

Per soli 30.000 voti Luis Lacalle Pou, candidato del Partido Nacional, si è imposto nel ballottaggio del 24 novembre su Daniel Martínez, del Frente Amplio. Proprio questa piccola differenza ha reso necessario procrastinare di qualche giorno la proclamazione ufficiale per procedere a un ricontrollo delle schede. Il nuovo capo dello Stato, che assumerà le sue funzioni il primo marzo, è figlio del presidente Luis Alberto Lacalle (1990-1995). Parlamentare dal 2002, prima come deputato poi come senatore, Lacalle Pou si è sempre opposto ai progetti di legge presentati dal centrosinistra, dall'aborto al matrimonio egualitario, dai diritti delle persone transessuali alla regolamentazione della marijuana, dalle norme a favore dei braccianti a quelle per le lavoratrici domestiche. Come primi provvedimenti ha già preannunciato la riduzione delle spese statali per abbassare il deficit fiscale senza aumentare le tasse, il che si tradurrà inevitabilmente in tagli a sanità, istruzione e programmi sociali. segue


"La Colombia ha perso la paura"

"La Colombia ha perso la paura". Questa frase, scritta sui cartelli dei manifestanti, sintetizza efficacemente quanto sta avvenendo nel paese, dove uno straordinario movimento di protesta contesta da oltre due settimane la politica neoliberista del presidente Duque. Nel mirino in particolare le misure dettate dal Fondo Monetario e che il governo vorrebbe applicare: precarizzazione del lavoro, riforma della previdenza e riforma tributaria a favore dei redditi più alti. La prima grande mobilitazione è avvenuta il 21 novembre, con uno sciopero generale promosso dalle organizzazioni sindacali. Un milione le persone scese in piazza in diverse città: oltre a un cambiamento della politica governativa chiedevano la protezione per i leader sociali, sempre più bersaglio dei gruppi paramilitari, e la piena attuazione degli accordi di pace con le Farc. In gran parte i cortei si sono svolti in maniera pacifica anche se in alcuni casi, come a Bogotá, la presenza di provocatori ha fornito il pretesto per un violento intervento della polizia. E in altre località gli scontri hanno provocato la morte di tre manifestanti. segue


Messico, il primo anno di governo di Amlo

Domenica primo dicembre oltre 250.000 persone si sono date convegno nello Zócalo di Città del Messico per festeggiare il primo anno di governo di Andrés Manuel López Obrador. Un anno che ha visto l’avvio di quella Quarta Trasformazione tra i cui obiettivi vi è anche l’avvio di una serie di programmi sociali. Proprio per garantire che tale politica assistenziale continui anche dopo il termine dell’attuale mandato, è stata inviata alla Camera una proposta governativa che prevede l’inserimento in Costituzione dell’obbligo di istituire un sistema sanitario nazionale per le persone a basso reddito, un sistema previdenziale per portatori di handicap e anziani privi di pensione contributiva e appoggi economici per gli studenti poveri di ogni ordine e grado. Un altro cambiamento fondamentale riguarda l’atteggiamento nei confronti dei movimenti di protesta: Amlo ha tenuto fede alla promessa di non utilizzare metodi repressivi e gli accampamenti dei vari gruppi sociali che per diverse ragioni stazionano davanti al Palacio Nacional non sono stati sgomberati. Il presidente si è più volte incontrato con i familiari dei 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014, anche se la sua crociata per la verità e la giustizia si scontra con ancora troppe sacche di impunità. segue


Bolivia, continua la resistenza indigena

Dagli altipiani centinaia di contadini con i ponchos rojos, di uomini e donne con le bandiere whipala sono giunti a La Paz dando vita a massicce manifestazioni e subendo la violenta repressione della polizia. A Sacaba, nel dipartimento di Cochabamba, i sostenitori di Morales sono stati selvaggiamente attaccati dalle forze di sicurezza. In tutto il paese si registrano già una trentina di morti e centinaia di feriti. E' il tragico bilancio del golpe razzista e classista attuato dall'élite bianca, che non ha mai digerito un presidente aymara. Intanto il governo de facto cerca di imporre l'ordine della dittatura concedendo l'impunità ai militari per le azioni compiute nel corso della repressione. E per non lasciare dubbi sulla sua collocazione internazionale, il nuovo esecutivo ha rotto le relazioni diplomatiche con Venezuela e Cuba e ha ritirato la Bolivia dall'Alba e dall'Unasur. In America Latina la Bolivia ha il triste primato del maggior numero di colpi di Stato (ben 188). Il 189° è avvenuto il 10 novembre: Evo Morales costretto a rinunciare di fronte alla violenza scatenata dai gruppi di estrema destra, che hanno trovato l'appoggio di una polizia in rivolta per ragioni economiche e la complicità dei militari. Sono stati questi ultimi, attraverso un comunicato letto da Williams Kaliman, comandante delle forze armate, a sollecitare le dimissioni del presidente dando l'avallo al golpe. Da qui la decisione di Morales di abbandonare la Casa del Pueblo (la nuova sede del governo) per evitare una guerra civile. "Il colpo di Stato si è consumato", ha commentato il vicepresidente García Linera, anch'egli dimissionario. segue


Brasile, Lula torna in libertà

L'8 novembre si sono aperti i cancelli e Lula è tornato ad abbracciare il suo popolo, dopo 580 giorni di ingiusta prigionia. Il giorno precedente il Supremo Tribunal Federal, per sei voti contro cinque, aveva riconosciuto che secondo la Costituzione un condannato ha diritto a rimanere in libertà fino a che non si siano esauriti tutti i gradi di giudizio. A far propendere i giudici verso la liberazione di Lula era stata anche la rivelazione, da parte del sito The Intercept, delle manovre illegali attuate nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato per arrivare all'imprigionamento dell'ex presidente. Le informazioni fornite dal sito web sulla base di chat registrate, audio e video, hanno rappresentato un vero e proprio terremoto nella politica brasiliana: minando la credibilità del giudice Sérgio Moro hanno dimostrato come il vero obiettivo della sua tanto celebrata lotta alla corruzione fosse in realtà la detenzione di Lula per permettere la vittoria di Bolsonaro alle presidenziali del 2018. E mentre Lula era in cella, il governo Bolsonaro si lanciava all'attacco di tutte le conquiste degli ultimi anni: riforma del lavoro e delle pensioni in senso neoliberista, offerta al miglior offerente del pré-sal (i giacimenti petroliferi delle profondità marine), via libera alla devastazione dell'Amazzonia da parte di grandi coltivatori, commercianti di legname e compagnie minerarie. segue


L'elettorato argentino licenzia Mauricio Macri

Il 27 ottobre l'Argentina ha voltato pagina, abbandonando il fallimentare modello neoliberista di Mauricio Macri e della sua coalizione Cambiemos per scegliere come presidente Alberto Fernández, del Frente de Todos, accompagnato alla vicepresidenza da Cristina Fernández. La presenza di quest'ultima ha contribuito potentemente al successo della formula. Lasciata la presidenza dopo due mandati con un'ampia popolarità, Cristina in maggio aveva fatto un passo indietro proponendo per la massima carica dello Stato un personaggio più moderato, con l'obiettivo di costruire un ampio fronte contro il macrismo. Scommessa riuscita: nel Frente de Todos sono confluiti diversi settori del peronismo, il Frente Renovador di Sergio Massa, Proyecto Sur di Pino Solanas, Somos di Victoria Donda, partiti e movimenti di ispirazione radicale e socialista. E Alberto ha vinto al primo turno con il 48% (per evitare il ballottaggio la legge prescrive che il candidato abbia ottenuto almeno il 45% dei voti), contro il 40,4 del presidente in carica. Al terzo posto si è classificato Roberto Lavagna, di Consenso Federal, con il 6,2%. Nella stessa giornata Cambiemos ha perso anche la provincia di Buenos Aires, la più popolosa del paese, dove la governatrice María Eugenia Vidal è stata sconfitta da Axel Kicillof, ex ministro dell'Economia nel secondo governo di Cristina Fernández. segue


Cile, oltre un milione di persone in piazza contro il governo

Erano oltre un milione le persone in piazza a Santiago il 25 ottobre, in quella che è subito apparsa come la più grande manifestazione della storia cilena. E' stata questa la risposta alla sanguinosa repressione con cui il presidente Piñera ha cercato di soffocare la mobilitazione popolare in corso dal 18 ottobre. Il bilancio è tragico: decine di morti e alcune centinaia di feriti. La decisione delle autorità di dichiarare l'estado de emergencia e di chiamare l'esercito a riportare l'ordine ha mostrato l'intransigenza di un governo che si rifiuta di ascoltare le ragioni dei suoi concittadini. Per la prima volta dal ritorno della democrazia i militari sono tornati a pattugliare le strade e a controllare i punti nevralgici della capitale, dove è stato decretato il coprifuoco (poi esteso a gran parte del paese). Migliaia gli arrestati, mentre crescono le desapariciones e le denunce di torture e di abusi sessuali nei confronti delle persone detenute. segue


Ecuador, vittoria parziale della protesta popolare

Regna una calma tesa in Ecuador dopo l'accordo tra governo e movimento indigeno che ha posto fine, per il momento, a undici giorni di mobilitazioni e di sanguinosa repressione, con il tragico bilancio di otto morti e 1.340 feriti (oltre a migliaia di arrestati). La protesta popolare era stata scatenata all'inizio di ottobre dall'annuncio del decreto esecutivo 883, che togliendo il sussidio ai combustibili e liberalizzandone il prezzo aveva provocato aumenti fino al 123%. Era uno dei provvedimenti imposti al paese dal Fondo Monetario Internazionale, che in marzo aveva concesso un prestito di 4 miliardi e 200 milioni di dollari, di cui 900 milioni già versati: il resto nei prossimi tre anni, condizionato all'osservanza delle draconiane misure pattuite. Il prestito era stato contestato a suo tempo da alcuni economisti, secondo i quali la richiesta rispondeva in realtà a motivi politici. Andrés Arauz, autore (insieme a Mark Weisbrot) del rapporto Obstáculos al crecimiento: El programa del FMI en Ecuador, afferma che "in questo momento non esiste una congiuntura per stabilire trattati di libero commercio, come pretendono gli Stati Uniti. Allora, davanti alla minaccia di un ritorno di governi progressisti, cercano di condizionare la politica economica, basata su modelli neoliberisti". Nel caso ecuadoriano, ribadisce Arauz, "non c'era un'economia in recessione, né la necessità di effettuare questo tipo di accordo con il Fondo Monetario". segue


Wanda Vázquez nuova governatrice di Puerto Rico

Wanda Vázquez Garced è la nuova governatrice di Puerto Rico. Ha prestato giuramento il 7 agosto, dopo che il Tribunale Supremo all’unanimità aveva dichiarato incostituzionale la nomina di Pedro Pierluisi, il successore designato da Ricardo Rosselló. E' il terzo cambiamento, in meno di un mese, al vertice dell’isola. Rosselló era stato costretto ad annunciare le dimissioni il 25 luglio, in seguito alla diffusione delle sue chat con alcuni stretti collaboratori: in queste conversazioni venivano espressi giudizi pesantemente omofobi e sessisti e ci si burlava delle vittime dell’uragano María, che nel 2017 aveva devastato il paese provocando quasi 3.000 morti. Le chat avevano inoltre messo a nudo casi di appropriazione indebita di fondi pubblici da parte di alti funzionari dell’amministrazione. Le rivelazioni avevano suscitato l’indignazione popolare: per due settimane migliaia di persone avevano riempito le piazze, chiedendo a gran voce la rinuncia del governatore. Alle proteste avevano partecipato artisti di fama internazionale, come il cantante Ricky Martin e l’attore Benicio del Toro. segue

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04