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Argentina: La expropiación del Bauen   Milano, 15 dicembre: incontro sul Brasile

Cuba

La scomparsa di Fidel Castro

l'ex presidente si è spento la sera del 25 novembre

"Con profondo dolore vengo a informare il nostro popolo e gli amici della nostra America e del mondo che oggi, 25 novembre 2016, alle ore 22.29 è morto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz". Con queste parole il fratello Raúl ha annunciato la tragica notizia. "Per tutti noi verrà il nostro turno - aveva detto lo stesso Fidel in aprile, intervenendo al VII Congresso del partito - Ma rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che sul nostro pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno, e dobbiamo lottare senza tregua per ottenerli".

La figura del leader scomparso è strettamente legata alla storia della sua isola, che da parco di divertimento per ricchi e mafiosi nordamericani, come era sotto la dittatura di Batista, divenne simbolo di dignità e di sovranità. Sanità, educazione e pensioni garantite a tutti, sconfitta dell'analfabetismo, un grande sviluppo culturale in ogni campo, la creazione di un polo scientifico d'avanguardia nelle biotecnologie: questi alcuni dei progressi compiuti sotto la guida di Fidel. "Ma il suo lascito principale - afferma lo storico Francisco López Segrera - è aver dotato il popolo di valori come la generosità, la solidarietà e l'audacia e averlo fatto sentire degno e orgoglioso di essere cubano". E questi valori di solidarietà e generosità hanno contrassegnato la presenza dei medici cubani nei paesi più poveri e nelle zone più disagiate. Basti ricordare, tra gli esempi più recenti, le missioni ad Haiti e tra le popolazioni africane colpite dal virus Ebola.

L'importanza dell'opera di Fidel Castro va però al di là dei ristretti confini della sua isola. Come scrive Atilio Boron: "Cuba diede un appoggio decisivo al consolidamento della rivoluzione in Algeria, sconfiggendo il colonialismo francese nel suo ultimo bastione; Cuba fu a fianco del Vietnam fin dal primo momento e la sua cooperazione risultò di enorme valore per quel popolo sottoposto al genocidio nordamericano; Cuba fu sempre a fianco dei palestinesi e non ebbe mai dubbi su quale fosse il lato giusto nel conflitto arabo-israeliano; Cuba fu decisiva, secondo Nelson Mandela, per ridefinire la mappa sociopolitica del sud del continente africano e farla finita con l'apartheid. Paesi come il Brasile, il Messico, l'Argentina, con economie, territori e popolazioni più grandi, non riuscirono mai a esercitare una tale forza d'attrazione nelle questioni mondiali. Ma Cuba aveva Fidel..."

La sua scomparsa avviene in un momento particolarmente delicato della storia dell'isola, impegnata in una transizione dagli esiti incerti. Sul piano internazionale, l'Avana ha ottenuto il 26 ottobre un innegabile successo: nella votazione alle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna all'embargo, per la prima volta gli Stati Uniti (e il loro fedele alleato Israele) si sono astenuti. La risoluzione è stata dunque approvata con 191 voti a favore e nessun contrario. Nonostante questo il blocco non è stato tolto, mentre Guantanamo rimane in mano statunitense. E l'elezione di Trump alla Casa Bianca non fa certo sperare: i suoi collaboratori hanno già precisato che, senza ulteriori concessioni da parte cubana, non verrà mantenuta la politica di apertura iniziata dall'attuale amministrazione. Una politica, del resto, che Fidel aveva sempre guardato con sospetto. Nel marzo scorso, in occasione della visita di Obama, aveva risposto con fierezza all'invito del presidente Usa a dimenticare il passato (un passato di attentati e attacchi mercenari fomentati da Washington). I cubani - aveva scritto - non avrebbero rinunciato alle conquiste della Rivoluzione e non avrebbero avuto bisogno dei regali dell'impero: "Siamo in grado di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui necessitiamo con lo sforzo e l'intelligenza del nostro popolo". (30/11/2016)

Latinoamerica-online.it si unisce al lutto del popolo cubano per la morte del grande rivoluzionario. V. il ricordo di Stella Calloni Fidel Castro Ruz, los inmoribles e l'articolo La doble moral de Occidente

Argentina/Fabbriche autogestite

Imprese recuperate contro il tarifazo

a rischio migliaia di posti di lavoro

Secondo i dati del rilevamento 2016, le imprese salvate dalla chiusura e recuperate dai lavoratori sono 367 (con quasi 16.000 occupati): 43 in più rispetto a tre anni fa. "Questo panorama di crescita risponde ancora alla dinamica del periodo kirchnerista anteriore", afferma però l'antropologo sociale Andrés Ruggeri in un'intervista a Notas. Le scelte economiche del governo Macri, con la svalutazione (e la conseguente impennata dei prezzi di materie prime e macchinari), l'apertura alle importazioni e soprattutto l'enorme aumento delle tariffe di gas ed energia elettrica, stanno avendo effetti devastanti su cooperative e fabbriche autogestite. Che si trovano anche a dover fronteggiare una diminuzione delle vendite causata dal crollo dei consumi interni.

Spiega ancora Ruggeri: "Noi abbiamo sempre avuto una visione critica sulla politica statale verso le imprese recuperate durante il kirchnerismo che, pur esistendo e presentando tutta una serie di programmi e di sussidi, a volte importanti, non aveva un'unità, non pensava al settore autogestito come a un settore economico. Ma c'era un interlocutore statale per i momenti di difficoltà. Ora questo interlocutore è scomparso". Mentre lo Stato si defila, segnali negativi provengono dalle amministrazioni locali, che respingono le richieste di espropriazione a favore delle imprese recuperate (lo aveva già fatto Macri quando era a capo del governo di Buenos Aires). Al nuovo clima politico si è subito adeguata la magistratura, con l'aumento di cause penali contro le occupazioni di impianti e ripetute minacce di sgombero. E investitori senza scrupoli approfittano delle difficoltà di queste imprese offrendosi di acquistarle, per poi liquidarle e realizzare affari immobiliari: le loro offerte generano conflitti tra i lavoratori, tra quanti vorrebbero accettare per poter contare subito su un po' di denaro e quanti intendono invece mandare avanti la produzione.

Siamo di fronte al tentativo di cancellare questa importante esperienza, che ha salvato migliaia di posti di lavoro ed è servita da modello a tanti altri paesi. E' stato in particolare nell'ultimo decennio del secolo scorso e all'inizio del nuovo millennio che si è registrato il maggior numero di empresas recuperadas da parte dei dipendenti. Industrie metalmeccaniche, alimentari, chimiche, grafiche, ma anche imprese del commercio, della ristorazione, del trasporto hanno così evitato la chiusura dopo il fallimento e l'abbandono dei proprietari. Alcuni casi sono diventati emblematici: l'azienda tessile Bruckman, più volte sgomberata e più volte rioccupata dalle lavoratrici. La Cerámica Zanón, nella provincia patagonica di Neuquén, che ha saputo raccogliere intorno a sé la solidarietà della popolazione. La fabbrica di alluminio Impa, trasformata in importante spazio artistico e culturale. L'Hotel Bauen, albergo di lusso della capitale, ancora al centro di una disputa legale per il pieno riconoscimento del diritto all'autogestione.

Proprio presso il Bauen si è costituita il 6 giugno la Multisectorial, rete di fabbriche autogestite, circoli di quartiere, centri culturali, associazioni di consumatori, organizzazioni e partiti politici, con l'obiettivo di articolare una resistenza collettiva al tarifazo. Cortei e mobilitazioni hanno portato la protesta davanti al Ministero dell'Energia e a quello del Lavoro; contro gli aumenti sono stati presentati innumerevoli ricorsi in tutto il paese. Il governo ha finora respinto tutte le richieste di una tariffa sociale a favore di cooperative e imprese recuperate, ma la battaglia è solo all'inizio e, a differenza degli anni Novanta, i lavoratori appaiono oggi più uniti e più consapevoli della loro forza. (9/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Argentina/Diritti umani

La battaglia per la memoria

Madres e Abuelas nell'epoca di Macri

Una provocazione. Così Estela Barnes de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, ha definito il comunicato della segreteria governativa dei Diritti Umani che abbassa il numero dei desaparecidos da 30.000 a poco più di 7.000. E' l'ultimo episodio del tentativo in atto, da parte ufficiale, di ridimensionare la barbarie del terrorismo di Stato. Non a caso Macri aveva esordito mettendo a capo di quella segreteria Claudio Avruj, un uomo dell'estrema destra. "Vogliono farci apparire bugiarde, mitomani. Hanno avuto il coraggio di dire che i nostri figli sono vivi all'estero e si stanno godendo quarant'anni di assenza, quando gli stessi assassini hanno ammesso che erano 45.000 tra morti e scomparsi", ha dichiarato Estela.

L'obiettivo è quello di gettare discredito sulle organizzazioni per i diritti umani e sulla battaglia contro l'impunità, che Madres e Abuelas hanno condotto per decenni e continuano a condurre. Ormai anziane, non smettono di chiedere giustizia per i loro figli e di cercare i nipoti sottratti negli anni della dittatura (sono già 121 i giovani a cui è stata restituita l'identità: l'ultimo ritrovamento è stato annunciato agli inizi di ottobre). Nei loro appuntamenti del giovedì pomeriggio a Plaza de Mayo, che hanno ormai superato quota duemila, queste donne coraggiose lottano anche contro le storture del presente, denunciano la crescita della disoccupazione e la repressione poliziesca, accusano il governo Macri di aumentare la miseria e approfondire le disuguaglianze.

Ma soprattutto alimentano la memoria, senza la quale un paese è destinato a ripercorrere gli orrori del passato. Si deve a loro se l'Argentina è riuscita a portare davanti a un tribunale decine di assassini e torturatori, mandanti e carnefici. La battaglia per la verità ha conosciuto una svolta decisiva nel 2003 con il governo di Néstor Kirchner. Lo ricorda la stessa Estela nel prologo al libro Guardianas de la memoria colectiva, la raccolta di racconti e testimonianze presentata il 3 ottobre nei locali della ex Esma: "I dodici anni che seguirono furono una fase di riparazione in materia di diritti umani: rimuovere i quadri dei genocidi dal Colegio Militar; chiedere perdono a nome dello Stato nazionale 'per aver taciuto, in vent'anni di democrazia, tante atrocità'; annullare le leggi di Obediencia Debida e Punto Final; riaprire le cause davanti alla Giustizia; istituire il 22 ottobre come Giornata Nazionale per il Diritto all'Identità in omaggio alla nostra lotta; dichiarare festivo il 24 marzo come Giornata Nazionale della Memoria; convertire i luoghi di tortura e di morte della dittatura in siti della memoria; includere nei programmi scolastici il tema dei desaparecidos e dei nipoti rubati come bottino di guerra, e l'elenco potrebbe continuare. Non furono solo riparazioni simboliche. Fu un decennio nel quale la nostra consegna storica di Memoria, Verità e Giustizia fu trasformata in politica di Stato".

Oggi questa fase potrebbe conoscere una battuta d'arresto. Del resto tra i primi a gioire dell'elezione di Macri a presidente erano stati proprio i repressori sotto processo, sicuri che quella vittoria avrebbe significato un passo indietro nella politica dei diritti umani. E in effetti molti procedimenti cominciano a incontrare ostacoli e da più parti si torna a chiedere la concessione dei domiciliari per i condannati in età avanzata. Soprattutto rischia di bloccarsi l'individuazione dei responsabili civili: giudici, giornalisti, sacerdoti, banchieri e imprenditori che coprirono il lavoro sporco delle forze armate e ne sfruttarono i vantaggi. Perché una cosa è certa: non fu solo un golpe militare. La partecipazione di una fetta importante della società civile permise lo sterminio di una generazione, mentre il mondo chiudeva gli occhi su sequestri e omicidi per seguire le partite dei Mondiali di calcio. (8/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Sull'argomento v. i video Las Abuelas de Plaza de Mayo e Argentina 2016, ESMA

Reportage dall'Argentina/1

Verso un nuovo 2001?

in aumento povertà e disoccupazione

Migliaia di lavoratori, studenti, militanti di organizzazioni sociali hanno riempito il 4 novembre il centro di Buenos Aires, dando vita a quella che è stata chiamata Marcha de la dignidad contro la fame e i licenziamenti. Cortei analoghi si sono svolti in altre città. La giornata di mobilitazione era stata convocata dalle due centrali sindacali, la Cta (Central de Trabajadores de la Argentina) diretta da Hugo Yasky e la Cta Autónoma guidata da Pablo Micheli. Manifestazioni, presidi, blocchi stradali sono del resto quotidiani in Argentina. E' la risposta alla politica economica del presidente Macri, che ricalca le misure neoliberiste degli anni Novanta responsabili della drammatica crisi del 2001.

Le cifre parlano chiaro: nei primi dieci mesi di governo Macri i poveri sono aumentati di quasi due milioni di unità (un risultato davvero notevole per chi in campagna elettorale aveva promesso "povertà zero"). Sono anche le conseguenze del cosiddetto tarifazo: l'aumento spropositato delle tariffe di acqua, luce, gas, trasporti che, oltre a pesare sui bilanci familiari, sta provocando la chiusura di decine di piccole e medie aziende. E l'apertura alle importazioni sta gettando sul lastrico gli agricoltori: è ormai scena comune la distribuzione gratuita nelle piazze di frutta e verdura da parte di piccoli produttori schiacciati dalla concorrenza estera.

Vi sono poi i dati allarmanti sulla disoccupazione, che con il nuovo governo ha raggiunto livelli da due cifre. Lo stesso presidente aveva inaugurato il suo mandato con un'ondata di licenziamenti nell'amministrazione statale, una vera e propria epurazione di militanti e simpatizzanti dell'opposizione. Al settore pubblico ha fatto seguito il privato, con decine di migliaia di esuberi a causa della recessione in atto. In totale, solo quest'anno, oltre 180.000 persone hanno perso il lavoro. Nel frattempo l'inflazione, che il governo aveva promesso di controllare, continua a erodere pensioni e salari (il tasso annuo giunge quasi al 40%). E Cambiemos, l'alleanza che ha portato Macri alla presidenza, è l'unico raggruppamento che in Congresso si è rifiutato di discutere un progetto di Ley de Emergencia Social volto a mitigare l'impatto della crisi. Intanto in tutto il paese stanno tornando - come nel 2001 - le ollas populares, con cui si cerca di garantire un pasto a tante famiglie bisognose.

Il panorama sindacale non è però omogeneo. Se le due Cta hanno raggiunto un'unità nella lotta, la Cgt (Confederación General del Trabajo) è in mano a una dirigenza disposta ad accordarsi con Macri e ad accontentarsi di pochi spiccioli: è bastata la promessa di un assegno di fine anno (duemila pesos, neanche 120 euro), concordato con governo e imprenditori, per rinunciare al previsto sciopero nazionale. Questa posizione sta creando spaccature all'interno della stessa Cgt: diverse categorie erano già scese in piazza il 2 settembre, accanto agli altri lavoratori, nella grande Marcha Federal che aveva riunito decine di migliaia di persone a Plaza de Mayo.

Mentre la miseria cresce, transnazionali e speculatori festeggiano. Fin dai suoi primi atti il nuovo presidente ha infatti dimostrato quali sarebbero state le sue linee guida: non più la difesa dell'industria e delle risorse nazionali, ma l'apertura incondizionata ai capitali esteri, anche a costo di accordarsi con i fondi avvoltoi. Accettare le loro imposizioni, che Cristina Fernández aveva respinto con fermezza, costituisce una resa destinata a pesare non solo sull'Argentina, sommersa nuovamente dai debiti (l'emissione di titoli del Tesoro nell'anno in corso supera i 45.000 milioni di dollari), ma su tanti altri paesi del sud del mondo. Secondo il rapporto della commissione di esperti del Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, guidata dallo svizzero Jean Ziegler, l'accordo rappresenta "un passo indietro nel processo volto a stabilire un meccanismo internazionale per ristrutturare i debiti sovrani". Sul piano interno, incrementare il peso del debito "può a lungo termine indebolire lo Stato nell'adempimento dei suoi obblighi in materia di diritti economici e sociali e al tempo stesso rafforzare la disuguaglianza e l'instabilità finanziaria". (4/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Reportage dall'Argentina/2

Costruire un fronte unitario

delle forze contrarie al neoliberismo

L'unità delle forze contrarie al neoliberismo resta fondamentale per far fronte all'offensiva restauratrice. E la formazione di un grande frente unitario è la parola d'ordine lanciata da Cristina Fernández, l'unica figura che sembra attualmente in grado di porsi alla guida dell'opposizione. Proprio per questo contro di lei sono in atto manovre giudiziarie che mirano a screditarla e, se possibile, a incriminarla (il copione è lo stesso usato in Brasile contro Lula). Si passa dai tentativi di ripescare il caso Nisman, il magistrato morto suicida dopo aver lanciato contro Cristina pesanti accuse (con prove giudicate inconsistenti da altri magistrati), alla denuncia di presunte irregolarità nell'assegnazione di appalti per opere pubbliche durante il suo mandato.

Mentre attaccano con tutti i mezzi la ex presidente, i media passano sotto silenzio gli scandali legati al nome di Macri, dai conti offshore agli appalti miliardari concessi al cugino Angelo Calcaterra. Non è sorprendente: quasi tutti i mezzi di comunicazione di massa, in particolare il Grupo Clarín che controlla, oltre al quotidiano, decine di emittenti radiofoniche, canali televisivi, ecc., sono stabilmente in mano alla destra fin dai tempi della dittatura, da cui hanno tratto cospicui benefici. Proprio le pressioni del Grupo Clarín hanno ottenuto che con uno dei suoi primi decreti Macri modificasse in modo sostanziale la Ley de Medios, che poneva un argine alle concentrazioni  editoriali.

Incarcerare Cristina Fernández sulla base di accuse pretestuose appare comunque difficile, per la grande popolarità di cui gode la ex presidente. Dal gennaio scorso è invece in prigione senza alcuna prova Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione Tupac Amaru che nella provincia di Jujuy aveva realizzato importanti opere comunitarie. La sua scarcerazione è stata sollecitata da numerose personalità, tra cui il Premio Nobel per la Pace Pérez Esquivel, e da organismi internazionali quali il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria. Finora però il governatore di Jujuy, Gerardo Morales (Cambiemos), ha respinto in modo arrogante la richiesta. La necessità di controllare ogni opposizione deriva dal fatto che questa provincia nordoccidentale, tra le più povere del paese, ha un'importanza strategica per il suo confine con la Bolivia e gli Stati Uniti, attraverso la Dea, già collaborano con le forze di polizia locali.

Il riavvicinamento agli Usa è il caposaldo della politica estera macrista, che abbandona l'integrazione regionale perseguita dalle amministrazioni di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. E per compiacere Washington attacca il Venezuela e stringe forti relazioni con il Brasile golpista di Michel Temer. Per non parlare della condiscendenza mostrata nei confronti di Londra in merito alla contestata sovranità sulle isole Malvinas. In una dichiarazione congiunta firmata a metà settembre, al termine dell'incontro tra la ministra degli Esteri argentina Susana Malcorra e il ministro inglese Alan Duncan, si manifesta l'intenzione di rimuovere gli ostacoli che limitano lo sviluppo economico dell'arcipelago: in pratica Buenos Aires si dice pronta a consentire la prospezione di idrocarburi nelle acque contese (una decisione che viola le risoluzioni dell'Onu in materia). In ottobre questo atteggiamento conciliante si è scontrato con la decisione britannica di realizzare esercitazioni militari nella sua base delle Malvinas: di fronte alle reazioni indignate di tutta l'opposizione e di parte della sua coalizione, il governo Macri si è visto costretto a inviare a Londra una nota di protesta. Sfruttamento delle ricchezze petrolifere e mantenimento di un controllo militare nella zona sono i motivi che spiegano l'interesse della Gran Bretagna verso quel lontano territorio e l'appoggio degli Stati Uniti alla posizione inglese. (4/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

America Latina

"Fermare l'offensiva restauratrice"

a colloquio con Stella Calloni

Giornalista, scrittrice e poetessa, l'argentina Stella Calloni è nota in tutta l'America Latina. Per il suo pluridecennale impegno nell'informazione militante ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Latinoamericano de Periodismo José Martí. Tra le sue opere ricordiamo Operación Cóndor. Pacto criminal (in italiano Operazione Condor. Un patto criminale, Zambon ed.), Evo en la mira, Recolonización o independencia (con Víctor Ego Ducrot). Nel 2014 è uscita la sua biografia, Stella Calloni íntima. Una cronista de la historia, scritta da Héctor Bernardo e Julio Ferrer e con la prefazione di Fidel Castro.

Nella sua casa di Buenos Aires, parliamo con Stella Calloni del cammino verso l'emancipazione con cui il continente ha aperto il terzo millennio. Un cammino che oggi sta subendo una drammatica battuta d'arresto.

Il crollo economico del 2001 fu molto duro in Argentina, un paese che aveva sempre voluto assomigliare all'Europa (e questo spiega il disprezzo delle classi alte verso boliviani o paraguayani, quasi fossero di un altro mondo). Però venne il momento in cui l'Argentina entrò finalmente in America Latina: avvenne con il governo di Néstor Kirchner, che proveniva dal peronismo più combattivo, e che poté contare sulla contemporanea presenza di Lula in Brasile e soprattutto di Hugo Chávez in Venezuela. Avevo conosciuto Chávez nel 1994, quando nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato presidente. Era un leader naturale e possedeva una grande audacia rivoluzionaria. E non aveva complessi: si opponeva alla colonizzazione culturale esistente in tutto il continente. In quel periodo si cominciò a realizzare l'unità della regione, culminata nel 2011 con la creazione della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Non si era mai vista prima, in America Latina, tanta unità nella diversità.

Kirchner in Argentina, Chávez in Venezuela, Lula in Brasile. Come si era giunti a questa eccezionale coincidenza di governi progressisti?

Questo fenomeno non è ancora stato studiato a fondo. La prima grande rivolta contro il dominio del neoliberismo avviene in Venezuela nel 1989 con il Caracazo: una resistenza spontanea, di fronte alla quale alcuni giovani militari prendono coscienza e si rifiutano di sparare contro il popolo; da qui il levantamiento del 1992. In Argentina, con l'imposizione delle misure neoliberiste, si ha un vero e proprio assalto al paese finché nel 2001 la classe media, ormai in ginocchio, si unisce alla rivolta popolare. In Bolivia Evo Morales sorge dalle lotte nelle strade; in Ecuador la popolazione abbatte tre presidenti che avevano mentito nel corso delle loro campagne elettorali.

Ma gli Stati Uniti non tardano a reagire...

Il primo colpo gli Usa lo ricevono nel 2005 proprio qui in Argentina, a Mar del Plata con la bocciatura dell'Alca, l'accordo di libero scambio che volevano imporre al continente. Da questo momento Washington sa che la situazione gli sta sfuggendo di mano. E comincia a inondare la regione di fondazioni e organizzazioni non governative. Le fondazioni, che affermano di lavorare per la democrazia, per la libertà, hanno in realtà il compito di infiltrarsi in diversi settori della popolazione (studenti, operai, imprenditori, magistrati) e di finanziare l'opposizione. Le ong si insediano nelle zone indigene o nelle zone povere sostenendo di voler aiutare lo sviluppo, ma in realtà distruggendo la rete sociale naturale, come era già avvenuto in Centro America. Il nostro problema poi è che manca la dirigenza politica: le dittature militari degli anni Settanta si erano incaricate di eliminare tutta una brillante generazione di sinistra. Inoltre il tema dell'integrazione regionale, così importante, non è stato debitamente spiegato alla popolazione, un po' come è avvenuto oggi con l'accordo di pace in Colombia, bocciato nel referendum.

E adesso l'offensiva restauratrice è in pieno svolgimento.

Gli Stati Uniti stanno applicando uno schema di controinsurrezione che in altri tempi era militare e che oggi utilizza essenzialmente la guerra psicologica. Grazie al controllo sui mezzi di comunicazione di massa sono riusciti a diffondere un'enorme disinformazione. Stiamo vivendo un momento molto pericoloso, perché Washington intende recuperare il suo "cortile di casa". Attraverso la pesante ingerenza nel voto come in Argentina (con finanziamenti di milioni di dollari alla destra) o attraverso golpes suaves come in Honduras nel 2009, in Paraguay nel 2012 e in Brasile quest'anno. Ma non sarà facile, costerà molte vite: basta guardare il Venezuela che in questa battaglia conta già numerosi morti. E noi dobbiamo lottare per riuscire a impedire questa restaurazione e per sostenere Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela. Perché se quest'ultimo cade sarà una tragedia per tutta la regione. (10/10/2016)

Colombia

Svanita la promessa di pace

il referendum boccia gli accordi

La fine del conflitto sembrava ormai vicina dopo la firma degli accordi di pace, il 26 settembre a Cartagena, e la storica stretta di mano tra il presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko. Tre giorni prima i delegati alla decima Conferencia Nacional Guerrillera avevano ratificato all'unanimità i termini del patto e il gruppo si preparava ad abbandonare la lotta armata per trasformarsi in partito politico. Gli accordi, raggiunti in agosto all'Avana al termine di estenuanti negoziati durati quasi quattro anni, promettevano di porre fine a 52 anni di scontri, costati 220.000 morti, 45.000 scomparsi e quasi sette milioni di sfollati. Ma il referendum del 2 ottobre ha rimesso tutto in discussione: per poche migliaia di voti si è imposto a sorpresa il No. Un risultato favorito da un astensionismo intorno al 63% e da una campagna di menzogne messa in atto dall'estrema destra, che ha puntato tutto sulla paura del comunismo e del chavismo.

Dopo la bocciatura degli accordi, Santos si è rivolto ai colombiani con un messaggio televisivo assicurando che il cessate il fuoco resterà in vigore e affermando: "Non mi arrenderò e continuerò a cercare la pace fino all'ultimo giorno del mio mandato, perché questa è la strada per lasciare un paese migliore ai nostri figli". E E Timochenko, in una dichiarazione letta nella capitale cubana, ha ribadito la volontà delle Farc di porre fine alla guerra per far ricorso unicamente alla parola come arma di costruzione del futuro. La comunità internazionale ha mostrato il suo sostegno alla politica di Santos assegnandogli il 7 ottobre il Premio Nobel per la Pace (escludendo però le Farc dal riconoscimento). E la pace è stata al centro delle mobilitazioni che si sono susseguite in tutto il paese e che sono culminate, il 12 ottobre, in una grande marcia che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone.

Ma nonostante questi segnali positivi, grosse nubi si addensano all'orizzonte. L'ex presidente Alvaro Uribe, che ha guidato il fronte del No rappresentando gli interessi di latifondisti, narcotrafficanti e affaristi legati all'industria della guerra, ora chiede di ridiscutere punti fondamentali degli accordi. In particolare contesta la restituzione ai contadini delle terre da cui erano stati cacciati con la violenza (quelle terre sono andate spesso a ingrossare le grandi proprietà agricole), vuole negare agli ex militanti delle Farc i diritti politici e pretende l'arresto e la condanna dei leader guerriglieri, responsabili a suo dire di delitti atroci. Nessun cenno, naturalmente, ai massacri compiuti dai paramilitari suoi amici, che continuano ad agire impunemente come testimoniano i recenti omicidi di dirigenti sociali e comunitari. Tra gli ultimi assassinati Cecilia Coicué, militante di Marcha Patriótica nel dipartimento del Cauca, e Néstor Iván Martínez, che si batteva per i diritti umani nel dipartimento del Cesar. E' chiaro che le richieste di Uribe mirano a porre le Farc di fronte a una drammatica alternativa: accettare che gli accordi vengano snaturati o riprendere le armi. (13/10/2016)

Venezuela

Un paese sotto attacco

aumenta la pressione su più fronti

E' passato quasi sotto silenzio, nei media occidentali, il XVII Vertice dei Paesi Non Allineati che si è tenuto dal 13 al 18 settembre sulla venezuelana Isla de Margarita. Nel corso dell'incontro, Caracas ha assunto la presidenza del movimento per i prossimi tre anni, succedendo a Teheran. Nel documento finale si parla di riforma dell'Onu, del problema dei rifugiati, di lotta ai paradisi fiscali e ai crimini perpetrati dalle transnazionali ai danni dell'ambiente e delle popolazioni native. E si dichiara pieno sostegno al governo di Caracas, sottoposto ad attacchi sul fronte interno e su quello internazionale.

Sul fronte interno le opposizioni avevano convocato il primo settembre nella capitale una mobilitazione pubblicizzata come la Toma de Caracas, ch, che avrebbe dovuto segnare la fine della presidenza Maduro. Lo stesso giorno era stata promossa una contromanifestazione in difesa della Rivoluzione Bolivariana. Nonostante il clima di tensione i due cortei si sono svolti senza seri incidenti, anche grazie al massiccio spiegamento di forze di sicurezza. Pur imponente, la concentrazione antigovernativa non ha raccolto la partecipazione sperata e Maduro, parlando ai suoi sostenitori, ha potuto annunciare la sconfitta di "un tentativo di colpo di Stato che pretendeva di riempire di violenza e di morte" il paese.

Sul fronte internazionale è ormai crisi aperta per la presidenza del Mercosur. Secondo quanto stabilisce il regolamento, la presidenza viene esercitata a rotazione per un semestre da ciascuno dei membri secondo un criterio alfabetico: avendo l'Uruguay terminato a fine luglio il suo mandato, avrebbe dovuto essere la volta del Venezuela. Ma Argentina, Brasile e Paraguay, ormai uniti in un fronte neoliberista, si sono opposti sostenendo che il governo di Caracas non ha adempiuto a tutti i requisiti richiesti per la piena integrazione nel blocco. Cavilli burocratici che nascondono i veri interessi in gioco: i nuovi accordi commerciali in discussione tra Mercosur e Unione Europea da una parte, Alianza del Pacífico dall'altra. Con un colpo di mano, il 14 settembre Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno assunto per il semestre in corso la presidenza in forma congiunta. La decisione, presa con l'astensione di Montevideo, non è stata riconosciuta dal governo Maduro: la legalità del Mercosur è stata violata, ha accusato la ministra degli Esteri Delcy Rodríguez. (19/9/2016)

Brasile

Cunha fuori, adesso tocca a Temer

a cura di Teresa Isenburg

Finalmente lunedì 12 settembre la Camera dei deputati ha cassato il mandato dell’ex presidente della Camera stessa, Eduardo Cunha. Spregiudicato manovratore, Cunha ha avuto un ruolo insostituibile nel promuovere in modo fraudolento il colpo di Stato contro la presidente costituzionale Dilma Rousseff. Espressione politica di alcune chiese evangeliche, è imputato in diversi processi per falsa testimonianza piuttosto che per conti illegali all’estero. In particolare la Procura Generale elvetica ha in corso contro di lui un processo per dichiarazioni fraudolente in materia patrimoniale. Dal Portal Vermelho del 13 settembre si traduce il commento su questo tarda cassazione.

La cassazione del deputato Eduardo Cunha è conseguenza positiva della forte pressione popolare che occupa le strade dopo la sospensione della presidente Dilma Rousseff (12 maggio) a seguito del fraudolento processo di impeachment del quale l’allora presidente della Camera dei deputati è stato uno dei comandanti. Ed è stato anche regista, in Parlamento, della regressione reazionaria e fondamentalista che ha elevato alla presidenza della Repubblica la figura illegittima di Michel Temer, intimo compagno di Eduardo Cunha nella cospirazione golpista.

La cassazione di Eduardo Cunha ha avuto solo una sorpresa, il risultato: 450 voti contro di lui (quasi il 90% dei deputati), solo 10 favorevoli e nove astensioni, senza contare i deputati che hanno preferito non comparire alla sessione di lunedì, tra i quali il leader del governo, André Moura (Psc-Se, Partido Social Cristão - Sergipe).

Molti sono i tentativi di spiegare questo risultato. Non è possibile che la quasi totalità di coloro che hanno approvato l’impeachment, nella ignominiosa sessione del 17 aprile, abbiano cambiato opinione! Non l’hanno cambiata. Lo stesso odio politico contro la sinistra e il Pt, manifestato da Cuhna nella sua difesa, muove la maggioranza conservatrice di quei parlamentari.

I deputati progressisti, democratici e nazionalisti hanno votato per la cassazione di Cunha, insieme con molti altri, conservatori e di destra. Ciò che ha spinto questi ultimi a cambiare il voto – lo stesso voto che, cinque mesi fa, ha condannato Dilma in una sessione indegna - è stato il loro radicato senso di sopravvivenza politica: la paura di affrontare elezioni, come questa (amministrativa) del 2016, portando sulle spalle la responsabilità di attacchi contro i diritti duramente conquistati dal popolo e dai lavoratori. E che li fa fuggire dal vizio pubblico di alleati della corruzione e dei corrotti. Cunha, il suggeritore dell’impeachment di Dilma Rousseff, è diventato sinonimo di ciò che vi è di più condannabile nella politica, quelli che usano mandati elettivi e cariche pubbliche solo per beneficio personale e di gruppi privilegiati.

La sconfitta del programma neoliberale di Temer e della sua combriccola, che il popolo nelle piazze esige, non termina con la cassazione di Cunha. Adesso il bersaglio della lotta democratica è il presidente illegittimo. Lui e Cunha incarnano lo stesso progetto, lo stesso golpismo, lo stesso tradimento.

La dinamo popolare, che occupa ogni giorno le strade del Brasile esigendo "Fuori Temer" ed elezioni "Dirette subito!" aiuta a capire quel "450 a 10" che ha espulso Eduardo Cunha dalla scena politica. Dinamo che, girata questa pagina, si volta rafforzata contro la collusione di corrotti, antidemocratici, antipopolari e antinazionalisti che si è installata alla presidenza della Repubblica. Dinamo che continua nella strade e aumenta la forza della parola d’ordine "Dirette subito"!


Comunicato del Direttorio Nazionale del Pt – 15/9/2016

Obnubilato dalla sua stessa retorica, il procuratore della Repubblica Deltan Dallagnol, coordinatore del Gruppo di lavoro dell'operazione Lava Jato, ieri, 14 settembre, è stato protagonista insieme al suo gruppo di un grottesco spettacolo mediatico che deve umiliare rappresentanti del Pubblico Ministero non complici della farsa di Curitiba. Tutore della legge che dovrebbe servire per obbligo d’ufficio, il Torquemada di Paraná tuttavia si è travestito in saltellante porta bandiera della banda antipetista.

Il Partido dos Trabalhadores ripudia l’azione sospetta di questo individuo la cui accusa, priva di prove e orientata politicamente, disprezza diritti e garanzie costituzionali, cospira contro l’ordine democratico; si esigono quindi severe misure legali contro la sua parzialità.

Nel denunciare in modo dichiarato senza prove l’ex presidente Lula e la sua sposa, Marisa Letícia, oltre a Paulo Okamoto e ad altri cittadini, il capo dei procuratori insediati a Curitiba rende sempre più evidente il coinvolgimento del suo gruppo nell’intrigo che ha portato al golpe contro la presidente eletta democraticamente. E smaschera la sua intenzione cavillosa, persecutoria e autoritaria di anticipare, al margine della legge, un giudizio sommario e di condanna di coloro che ha scelto, in modo selettivo, come sue vittime.

Associati per criminalizzare il nostro partito e animare la campagna mediatica contro i governi guidati dal Pt, questi burocrati faziosi adesso cercano di portare a termine il lavoro sporco che è stato loro affidato dalle forze reazionarie. Il loro obiettivo è togliere dalla scena politica il principale dirigente del popolo brasiliano e restringere i prossimi processi elettorali a un gioco controllato dalle oligarchie.

Per realizzare il loro proposito nefasto non esitano a plasmare un sistema di eccezione che corrode e lacera lo Stato di Diritto, mano nella mano con circoli conservatori della polizia federale e del potere giudiziario.

Invitiamo tutti i democratici a resistere, con sempre maggiore intensità e mobilitazione, a manovre di questa natura che attentano alla libertà e alla sovranità popolare.

La solidarietà nazionale e internazionale verso l’ex presidente Lula è una trincea fondamentale nella lotta contro il governo usurpatore e contro il sequestro delle istituzioni da parte di coloro che violano la Costituzione.

Direttorio Nazionale del Partido dos Trabalhadores - Agência PT de Notícias (Traduzione di Teresa Isenburg)


Conferenza stampa di Lula – 15/9/2016

Il 14 settembre il Pubblico Ministero Federale ha presentato (in una conferenza stampa molto appariscente e "tecnologica") una denuncia contro l’ex presidente Lula. Secondo Lula e i suoi avvocati la forma in cui la materia è stata trattata, il modo in cui è stata presentata alla stampa, nonché tutto il suo contenuto altro non sono che un gioco di prestigio. Secondo gli avvocati l’operazione Lava Jato vuole imporre a qualunque costo un collegamento indebito tra Lula, donna Marisa e altri e l’operazione stessa. Il procuratore Delton Dallagnol ha affermato che Lula era il "comandante massimo" dello schema della Lava Jato. Il Pubblico Ministero Federale ha anche detto di non avere le prove, ma la convinzione. Nella denuncia Lula è accusato di avere avuto vantaggi indebiti attraverso ristrutturazione di appartamenti come compenso da parte di una concessionaria per aiuto nella corruzione di Petrobras. La denuncia non significa che qualcuno degli accusati sia incolpato di un reato. Spetta alla giustizia accertare o no le argomentazioni dei procuratori. Se saranno accolte, i denunciati diventeranno rei e saranno giudicati. La difesa di Lula è tornata ad affermare, come ha fatto dall’inizio, che l’ex presidente non è padrone degli appartamenti.

Il 15 settembre l’ex presidente in una conferenza stampa di oltre un’ora ha risposto alla procedura atipica del Pubblico Ministero Federale con un discorso di vasto respiro politico e istituzionale, di cui si traducono alcune parti riportando direttamente lo stile comunicativo personale e incisivo di Lula. L’audio dell’intervista è disponibile sul sito www.pt.org.br

Non voglio fare un gioco pirotecnico come hanno fatto ieri, non mi voglio comportare come un ex presidente, non come perseguitato, non come qualcuno che rivendichi un favore. Gli avvocati mi difendono con molta competenza. Voglio solo fare una dichiarazione di un cittadino indignato per quello che succede in questo paese.In primo luogo credo che in questo paese ci siano poche persone con la vita più pubblica, più controllata della mia. Questo fin da quando ero dirigente sindacale negli scioperi del 1978-1979.

Quando sono uscito dal sindacato perché si era ampliata la mia coscienza politica (nel sindacato guardi la tua categoria, poi vuoi guardare oltre) ho ritenuto che fosse necessario creare un partito politico. E sono orgoglioso di aver creato il più grande partito di sinistra dell’America Latina. E di aver creato un partito quando molti ritenevano che fosse impossibile e che i lavoratori non avessero competenza né per creare né per dirigere un partito.

La prima elezione è stata una grande frustrazione perché non eravamo riusciti ad avere voti e i lavoratori avevano paura di noi perché ci chiamavano comunisti, settari, matti. E con solo vent’anni di esistenza di partito abbiamo vinto le elezioni (presidenziali) in questo paese. Era una cosa inattesa. E allora io, che avevo poca fiducia che fosse possibile vincere la presidenza per la strada del voto, cominciai a pensare che fosse possibile. E vent’anni dopo sono giunto alla presidenza della Repubblica con quel sogno, che un metallurgico senza diploma universitario aveva vinto le elezioni democraticamente. E loro speravano che io fallissi. Io sapevo che non volevo fallire in nessun caso, altrimenti nessun lavoratore per un secolo sarebbe più stato presidente. Io non promisi il socialismo, ma se alla fine del mio mandato ogni cittadino avesse avuto tre refezioni al giorno, avrei realizzato l’opera della mia vita. Vedete come sono stato umile, semplice. Strada facendo ho percepito che potevo fare molto di più.

Quando abbiamo cominciato ad avere successo nella presidenza, nel 2005 cercarono di fare quello che hanno fatto con Dilma adesso. Una parte dei media e una parte del giudiziario operarono nello stesso modo. Allora io dissi che se volevano togliermi di mezzo dovevano concorrere con me nelle urne, e sono stato rieletto nel 2006. Ho la coscienza che il mio fallimento avrebbe rallegrato il mio avversario. Non avrebbe suscitato tanto odio contro il Pt. E poi abbiamo avuto la presunzione di eleggere una donna contro candidati impeccabili. E poi l’abbiamo rieletta. E allora sono impazziti: non sarà che questo Lula tornerà?

Allora inventarono una bugia. Resero questa menzogna verità agli occhi dell’opinione pubblica e in una notte (18 aprile 2016) che il Brasile mai dimenticherà 347 deputati raccomandarono che la nostra presidente fosse deferita al Senato.

Per quanto riguarda l’operazione Lava Jato, in tutta questa faccenda io ho la coscienza tranquilla e mantengo il mio buon umore. Io mi conosco, so da dove vengo, dove vado, chi mi ha aiutato ad arrivare dove sono arrivato, so chi vuole che me ne vada e so chi vuole che ritorni.

Nessuno ha fatto più di me e Dilma per rafforzare le istituzioni. Ogni commissario (di polizia) sa cosa era la polizia federale quando io sono arrivato al governo. Ho riorganizzato il Ministero Pubblico Federale. Sono persuaso della necessità di istituzioni forti per un Brasile democratico. Chi è nelle istituzioni più forti deve essere più responsabile.

Non voglio condannare nessuno attraverso la stampa. Oggi in Brasile la logica non è il processo, non sono gli atti del processo, la logica è il titolo di giornale. Chi criminalizziamo con il titolo? Chi demonizzeremo? E’ stato così che dal 2005 il Pt è visto come un partito che deve essere estirpato dalla vita politica brasiliana. Così hanno fatto con il Partito Comunista negli anni ’50. Ma io credo nelle istituzioni forti. Chi ha creato il Portale della Trasparenza? Noi abbiamo tolto il tappeto che nascondeva la corruzione politica. E questo vale per il Pt e per qualunque partito politico. Nessuno è al di sopra della legge, né l’ex presidente né il procuratore generale della Repubblica. Io parlo come cittadino indignato, ho una storia pubblica nota. C’è chi vuole continuare a comandare in questo paese.

Ieri sono stato colto da un momento di indignazione. Sinceramente mai, mai avrei pensato di sentire ciò. Hanno convocato una conferenza stampa per denunciare ciò che il criminale Lula aveva fatto. Ero a Brasilia. Parlarono tanto che pensavo di nascondermi in Cina, dovevo aver commesso un crimine enorme, dovevo avere una malattia della memoria perché avevo dimenticato un crimine enorme. E ho scoperto che sia i miei accusatori che una parte della stampa brasiliana sono più invischiati e compromessi di quanto io pensavo di essere.

Perché hanno costruito una menzogna come se fosse una trama di romanzo e sta arrivando la scadenza della serie: hanno già cassato Cunha, hanno già eletto Temer in modo indiretto con un golpe, hanno deposto Dilma. Chi è il bandito? Finiamo con la vita politica di Lula. Perché non esiste giustificazione allo spettacolo pirotecnico di ieri. Io non conosco i ragazzi (del Ministero Pubblico Federale) di ieri. Non so se hanno famiglia come me, ma sebbene non li conosca, per l’educazione che ho avuto, forse per non essere di ruolo, rispetterei di più la loro famiglia di quanto loro abbiano mancato di rispetto alla mia.

Forse loro pensano che sia stato facile sopportare l’invasione di casa mia (il 4 marzo 2016) da parte della polizia federale, che ha portato via anche il materasso del mio letto, certamente pensando che avessi oro di Mosca o dollari. Hanno invaso la casa di mio figlio rompendo la porta, perché si comportano arrivando all’alba nella tua casa e dovresti aspettarli con la porta aperta e il caffè. Hanno visitato la casa di un mio figlio che mai si è occupato di politica e lo hanno trattato come un bandito. I miei figli non possono lavorare: chi dà lavoro a un figlio di Lula? Anche il mio discorso scritto hanno portato via e fino a oggi mi hanno restituito le cartellette vuole, ma non il discorso. Sarà per plagiare. Avete visto che sono stato tranquillo, non avete sentito una parola. Ho imparato con la vita, il partito, mia madre, che non serve innervosirsi. Se ti arrabbi soffri di più e fai il gioco dell’avversario. Ieri non ho voluto arrabbiarmi, solo non capivo perché quelle cose. Come convochi una conferenza stampa spendendo denaro pubblico per un albergo, mondando una struttura per presentare la prova di un crimine e dici: "Non ho il crimine, ho una convinzione"?

Ho letto un articolo del (giornalista Luiz) Nassif che mi ha colpito. Parla della prova di un elicottero con 400 chili di cocaina (2013, aereo di un deputato): avevano preso l’aereo, avevano la prova, ma non avevano la convinzione.

Nessuno rispetta la legge come me: faccio tutte le deposizioni che possono chiedere. C’è una cosa che loro devono imparare: loro non sono abituati a trattare con dei cittadini. L’unica cosa di cui ho orgoglio è di avere conquistato il diritto di andare a testa alta. Provino una mia corruzione e io andrò a piedi ad essere detenuto. Sinceramente ho pensato di essere in un altro paese.

Credo che il procuratore generale della Repubblica oggi sia meditativo, che ogni commissario di polizia sia meditativo. Che cosa è successo, a quale fine questo spettacolo? A quale fine vendere un prodotto che non può essere consegnato? Discreditare la mia immagine? Stupidate. Tiradentes è stato squartato, ma le sue idee erano diffuse nell’aria e trent’anni dopo abbiamo conquistato la nostra indipendenza. Non serve. Se togliamo Lula dalla politica è tutto a posto. E’ il contrario. Avrete problemi con il golpe che avete dato, avrete problemi con quello che togliete al popolo lavoratore. Avrete problemi nel tentare di consegnare alle multinazionali il patrimonio nazionale del pré-sal. Questo non è governare, è solo mettere in vendita. Governare è dire che il povero ha addirittura il diritto di essere procuratore generale della Repubblica.

Io ho una vita politica costruita viaggiando per questo paese. Quello che mi fa camminare per il paese sono le idee. Questa sì che è la mia convinzione, signor procuratore, che questo paese può essere migliore, può risolvere i suoi problemi, qui sì valgono le convinzioni. E ho le prove, io ho cambiato, ho le prove perché ho partecipato alla maggiore inclusione sociale di questo paese, senza sparare un colpo, solo usando gli strumenti legali che la democrazia mi ha dato.

Questo vi disturba, disturba le tv brasiliane. La cameriera, la schiava può andare dal parrucchiere? Questo è troppo. Ricordo quando lavoravo e non avevo 50 centesimi per prendere il tram e andavo a piedi per chilometri. Non mi sono mai lamentato. Ho scelto di non lamentarmi. Voglio solo che siate veri, onesti con me.

Non conosco i parenti di questi ragazzi (del Ministero Pubblico Federale), ma certo non sono meglio di donna Marisa. Non è poco vedere una donna che è stata prima dama di questo paese non chiedere mai: "Voglio essere a capo di questo e di quello".

Io continuo con la stessa convinzione profonda di prima

Questo discorso di indignazione di un cittadino di 71 anni è il discorso di un cittadino che vuole avvisare questo paese: io non ho tempo per fermarmi; il paese che sogno è lontano dall’essere costruito. Siamo saliti di uno scalino della scala sociale di questo paese, e stanno togliendolo. Non preoccupatevi di Lula, c’è un mucchio di gente più giovane. Questi ragazzi che vanno nelle piazze sono un Lula di 71 anni moltiplicato per milioni.Dichiaro che sono a disposizione. Io non ho tempo di essere triste, perché so cosa è la fame. Nulla, solo Dio, può farmi smettere di lottare per quello in cui credo. L’istituto della cittadinanza è vittima di persecuzione.

Basta cercare preda dove non c’è! Cercate altrove! Voglio dire alle persone serie del Ministero Pubblico che sono a completa disposizione, alle persone serie della polizia federale che sono a disposizione. Voglio dire che nessuno di noi, né l’ex presidente né il procuratore generale della Repubblica, nessuno è superiore alla legge. Quindi quando trasgredisco la legge mi si punisca, ma quando non trasgredisco si cerchi altrove. (Traduzione di Teresa Isenburg)

Brasile

Cancellata la democrazia

il voto dei corrotti destituisce Dilma Rousseff

Il golpe istituzionale si è consumato alle 13.30 del 31 agosto. Un Senato pieno di corrotti e di indagati - tenuti sotto ricatto dall'ex presidente della Camera Eduardo Cunha - ha sancito, con 61 voti contro 20, la destituzione di una presidente a carico della quale non è stata provata alcuna accusa. "E' un golpe contro i movimenti sindacali e sociali che lottano per i diritti. E' un golpe contro il popolo e contro la nazione, è un golpe misogino, omofobico e razzista", ha commentato Rousseff promettendo di non abbandonare la lotta: "Torneremo per continuare la nostra marcia verso un Brasile dove il popolo sia sovrano".

Dilma Rousseff aveva confermato l'intenzione di non arrendersi anche durante il suo discorso prima della votazione, un intervento appassionato e forte. "Non ci si aspetti da me l'ossequioso silenzio dei codardi - aveva detto - In passato con le armi e oggi con la retorica giuridica pretendono di nuovo di attentare alla democrazia e allo Stato di diritto. Se qualcuno straccia il suo passato e lo baratta con i vantaggi del presente, che risponda alla propria coscienza e alla storia per i suoi atti. A me spetta rammaricarmi per quello che sono stati e per quello che sono diventati. E resistere. Resistere sempre. Resistere per svegliare le coscienze ancora addormentate".

Il voto del Senato è stato accolto da manifestazioni di protesta in numerose città: da Brasilia a Porto Alegre, da Rio de Janeiro a São Paulo. In quest'ultima città la polizia militarizzata è intervenuta con violenza per disperdere i dimostranti che, per il terzo giorno consecutivo, bloccavano strade e piazze al grido di Fora Temer. La destituzione della legittima presidente ha incontrato anche l'unanime condanna dei paesi progressisti della regione. Contro "il flagrante sovvertimento dell'ordine democratico in Brasile", Quito ha richiamato per consultazioni il suo incaricato d'affari. Caracas ha deciso di "congelare le relazioni politiche e diplomatiche con il governo sorto da questo golpe parlamentare". Il rappresentante boliviano davanti all'Oea ha dichiarato: "Sebbene questo Consiglio non se ne sia reso conto, nella nazione più grande dell'America del Sud è avvenuto un colpo di Stato". Ben diversa la posizione statunitense: "Riteniamo che le istituzioni democratiche del Brasile abbiano attuato all'interno del quadro costituzionale - ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato - Siamo sicuri che continueremo con la forte relazione bilaterale esistente".

Non c'è dubbio che la politica estera di Michel Temer, con l'abbandono dell'integrazione regionale e l'avvicinamento all'Alianza del Pacífico, sarà assai più gradita a Washington di quanto non fosse quella di Rousseff. Per non parlare dell'apertura al capitale estero, soprattutto per quanto riguarda i ricchi giacimenti petroliferi a grande profondità su cui le transnazionali hanno messo gli occhi da tempo. Subito dopo l'investitura, Temer ha ribadito quali saranno i suoi primi provvedimenti: riforma previdenziale (con innalzamento dell'età pensionistica) e del lavoro (per renderlo più flessibile). E soprattutto imposizione di un tetto alla spesa pubblica, che si tradurrà in drastici tagli a istruzione e sanità, nonché ai programmi sociali con cui i governi del Pt erano riusciti a strappare alla miseria milioni di brasiliani. (1/9/2016)

Bolivia

Viceministro ucciso dai manifestanti

il conflitto tra governo e cooperative minerarie

Una cospirazione politica è alla base della mobilitazione di Fencomin, la Federación Nacional de Cooperativas Mineras. E' la denuncia di Evo Morales dopo l'uccisione del viceministro dell'Interno Rodolfo Illanes, sequestrato e picchiato a morte a Panduro, nel dipartimento di La Paz, dove si era recato per intavolare una trattativa con i minatori delle cooperative. Queste ultime, nate come risposta di sinistra alla crisi del settore, si sono trasformate presto in imprese che sfruttano con logiche capitaliste i giacimenti ricevuti in concessione dallo Stato. E oggi sono in lotta contro il governo perché respingono la sindacalizzazione dei loro lavoratori (molti dei quali minori), non vogliono sottostare ai controlli di impatto ambientale e chiedono di potersi associare a capitali privati, anche stranieri, offrendo così alle transnazionali la possibilità di riappropriarsi delle ricchezze del paese.

La protesta di Fencomin era iniziata nella seconda settimana di agosto con la proclamazione di un paro su tutto il territorio nazionale, accompagnato da blocchi stradali e interruzioni delle principali vie di comunicazione (con frane provocate dalla dinamite). Il governo aveva tentato a più riprese di avviare un dialogo, ma ogni volta che le parti sembravano avvicinarsi, qualche fatto nuovo faceva risalire la tensione. Il 22 agosto si diffondeva la falsa notizia che contro i dirigenti delle cooperative erano stati spiccati ordini di cattura. Due giorni dopo, due minatori venivano uccisi da colpi d'arma da fuoco: a sparare erano stati provocatori presenti nelle file dei dimostranti o membri della polizia che avevano contravvenuto all'ordine del presidente Morales di non portare armi letali? E quando il negoziato stava per ripartire, la morte di un terzo minatore in un oscuro episodio esasperava gli animi e serviva da pretesto per il linciaggio del viceministro. Come si vede, non mancano gli elementi per pensare a un preciso piano destabilizzante.

"Come popolo boliviano e come movimenti sociali abbiamo lottato per recuperare le risorse naturali. Che cosa vogliono alcuni cooperativisti? Non sono repubblichette per firmare contratti - ha dichiarato Morales nel corso di una conferenza stampa - Di fronte a qualsiasi provocazione degli oppositori, che usano certi settori sociali, voglio ribadire che il popolo boliviano non cederà". E Orlando Gutiérrez, segretario esecutivo della Fstm (la Federación Sindical de Trabajadores Mineros), in un'intervista a Resumen Latinoamericano ha assicurato che i minatori salariati del paese non permetteranno che si aprano nuovamente le porte al neoliberismo. Per l'assassinio di Illanes sono state arrestate nove persone, tra cui il presidente di Fencomin, Carlos Mamani. Altri dirigenti dell'organizzazione sono ricercati. Si è intanto appreso che in ospedale è morto un quarto manifestante: era rimasto ferito giorni prima maneggiando un candelotto. (29/8/2016)

Brasile

Cronologia del colpo di Stato

di Teresa Isenburg

Un colpo di Stato che sovverte radicalmente la legalità nella settima potenza mondiale e in un paese "occidentale" non è fatto da guardare con distrazione. Tanto più se si tiene conto del contesto complessivo dei paesi che chiamiamo convenzionalmente appunto occidentali, in parecchi dei quali per motivi diversi (dalla crisi economica alle incursioni terroristiche ai flussi migratori) si mettono in atto forme di controllo sempre più capillari e, in nome della governabilità, si introducono modalità di voto in parte svuotate di significato, con l’applicazione di premi di maggioranza che portano a deformare l’espressione stessa del voto. Dal momento che l’incalzante susseguirsi di informazioni frammentarie fa scomparire rapidamente la continuità delle notizie, che si appannano prima ancora di una possibile comprensione, mi permetto di riassumere in una breve cronologia gli accadimenti recenti del Brasile scosso dall'eversione.

26 ottobre 2014. La presidente uscente Dilma Rousseff vince al secondo turno le elezioni presidenziali con un margine contenuto di vantaggio sul suo avversario (3%); la Camera dei deputati (eletta nel primo turno il 5 ottobre 2014) è molto spostata a destra. Subito si profila un clima politico teso: il candidato sconfitto, sostenuto dall’opposizione, non accetta l’esito e inizia quello che subito viene denominato il "terzo turno" elettorale: una serie di manovre per cercare di impedire l’insediamento della presidente eletta, chiedendo controlli su controlli al Supremo Tribunale Elettorale, tutti con esito negativo. Peraltro la costruzione del golpe risale alla decostruzione mediatica dell’immagine di Dilma e del Pt coltivata per anni dall’oligopolio mediatico (in assenza di un sistema di comunicazione pubblica valido). L’anno 2015 vede l’opposizione della Camera dei deputati impedire l’attività di governo con azioni legittime e manovre scorrette. Questo è reso possibile in quanto presidente della Camera viene eletto (con una grave sconfitta del governo) il deputato Eduardo Cunha del Pmdb, partito di centro alleato del Pt nell'elezione presidenziale e nel governo. Cunha, già leader del partito nel primo governo Dilma, promuove una politica di progressivo spostamento del Pmdb dal centro alla destra, che indebolisce fortemente il governo. A partire da un certo momento questo spostamento assume le caratteristiche della rottura; tra fine 2015 e primi mesi del 2016 il Pmdb toglie progressivamente l’appoggio al governo e il golpe viene organizzato alla luce del sole e con una forte accelerazione.

17 settembre 2015. Il giurista Miguel Real jr. e altri protocollano presso la presidenza della Camera dei deputati la richiesta di impeachment della presidente della Repubblica. Nel sistema presidenziale brasiliano è previsto, in base alla Costituzione del 1988 e alla legge del 1950, il sollevamento dall’incarico del presidente della Repubblica in base a determinati reati di responsabilità chiaramente specificati. Tuttavia i capi di imputazioni che vengono indicati nella richiesta di Real jr. non rientrano nei reati chiaramente definiti dalle leggi che giustificano l’impeachment. E questo per il semplice motivo che la presidente non ha compiuto reati di responsabilità e quindi non può essere accusata di quello che non ha fatto.

2 ottobre 2015. Appare la notizia che Cunha ha quattro conti in Svizzera, notizia corredata di prove il 17 ottobre.

26 novembre 2015. Viene arrestato un senatore di area Pt, padrone di molti segreti e delatore. Il giudice Moro, responsabile dell'inchiesta Lava Jato che indaga corrotti di un grave sistema di tangenti che riguarda Petrobras, con metodi inquisitoriali che travalicano le procedure si prepara a colpire parecchi politici.

1 dicembre 2015. Cunha, non ottenendo garanzie di avere la protezione del Pt per sfuggire alla giustizia, accoglie la richiesta di impeachment giuridicamente infondata di Miguel Real jr. e altri. Il Supremo Tribunale Federale, custode della Costituzione, non fa nulla nonostante l’evidenza di molte irregolarità. Cunha e Temer (vicepresidente della Repubblica) collaborano in modo sempre più coordinato e palese nella preparazione del golpe.

4 marzo 2016. La polizia federale compie il sequestro dell’ex presidente Lula su mandato del giudice Moro. Nelle precedenti settimane una campagna di stampa molto aggressiva, alimentata da fughe di notizie provenienti dal potere giudiziario, aveva attaccato in modo continuativo Lula con accuse infondate e non documentate di tangenti e irregolarità contabili.

17 marzo 2016. In un clima di crescente tensione, Lula viene legittimamente nominato dalla presidente Dilma ministro della Casa Civile per riarticolare le relazioni politiche fra esecutivo e legislativo e con i partiti politici. Ma alla fine del pomeriggio, poco prima del telegiornale, il giudice Moro viola il segreto sull’intercettazione di una telefonata fra Dilma e Lula, che viene divulgata ovunque e che crea un clima favorevole all’impeachment. Ovviamente tutta l’operazione, per vari motivi, era totalmente illegale. Il Supremo Tribunale Federale lascia correre, non vengono prese misure disciplinari nei confronti del giudice Moro, militante del golpe. A giugno un ministro del Tribunale riconoscerà che tutto era stato illegale e illegittimo...

17 aprile 2016. Il Supremo Tribunale Federale respinge il ricorso di Dilma contro l’impeachment e in questo modo dà libero corso al colpo di Stato.

18 aprile 2016. La Camera dei deputati, con una votazione indegna e indecente nella forma e nella sostanza, autorizza che la procedura di impeachment passi al vaglio del Senato.

12 maggio 2016. Il Senato accoglie l'impeachment e la presidente, legittimamente eletta e accusata con addebiti non previsti dalla legge e dalla Costituzione, viene sospesa dalla funzione esecutiva; il processo, che si svolge presso il Senato sotto la presidenza del presidente del Supremo Tribunale Federale, deve essere concluso entro i sei mesi successivi.

Da quella data ha assunto la presidenza ad interim il vicepresidente usurpatore e traditore Michel Temer, che ha nominato (travalicando le sue funzioni di presidente interinale) un governo di soli uomini bianchi, vecchi e ricchi, ha disattivato diversi Ministeri sociali, ha licenziato molto personale, ha tagliato programmi sociali già approvati. La mobilitazione con la parola d’ordine Fora Temer è vasta e quotidiana e l’usurpatore, come pure i suoi ministri e i senatori che hanno votato l’impeachment, non possono presentarsi in luoghi pubblici perché ovunque contestati.

La presidente Dilma viaggia per il paese (con qualche difficoltà perché l’usurpatore le ha vietato l’uso dell’aereo presidenziale, oltre che il cibo per la residenza presidenziale) sempre accolta con molto appoggio e molti cittadini.

14 giugno 2016. La presidente Dilma incontra senatori e movimenti sociali per discutere una proposta politica per ripristinare la democrazia e aprire la strada a un nuovo patto politico dopo la gravissima rottura istituzionale che è stata compiuta. La seconda metà del mese di giugno vede le forze politiche e i movimenti sociali impegnati attorno a questo progetto.

L’eversione in atto riveste le caratteristiche del colpo di Stato in quanto si fonda su basi illegali (imputazioni non previste dalla legge e dalla Costituzione), accusa una presidente innocente ed è stata costruita attraverso la convergenza spesso illecita dei mass media monopolistici, di settori del potere giudiziario fino ai più alti livelli istituzionali, di settori della polizia federale e con deviazioni procedurali gravissime all’interno del Parlamento. Segmenti dei poteri istituzionali hanno disatteso i propri obblighi definiti dalla Costituzione e dalle leggi.

Nella seconda metà del mese di giugno, nell’ambito del ramo giudiziario dell’eversione, alcuni settori della magistratura e della polizia federale e di alcuni Stati hanno attivato interventi spettacolari: uno relativo all’incidente che, quasi due anni fa, fece esplodere l’aereo sul quale viaggiava il candidato alla presidenza Eduardo Campos: la sua morte modificò il quadro politico delle elezioni presidenziali, ma in due anni poco è stato fatto per chiarire il gravissimo fatto. Altro intervento spettacolare è quello compiuto contro esponenti del Pt e nella sede statale del partito a San Paolo, con lo scopo di deviare l’attenzione dalla nube di illegalità che avvolge l’illegittimo governo del presidente interino Michel Temer.

1° luglio 2016. Venerdì 3 giugno il cospiratore e illegittimo presidente in esercizio Michel Temer ha vietato alla legittima presidente Dilma di spostarsi all’interno della Federazione utilizzando l’aereo presidenziale della Força Aérea Brasileira, fatta eccezione per la tratta Brasilia-Porto Alegre. La decisione non merita commento, parla da sola sul livello del governo provvisorio illegittimo. Dopo due settimane la giustizia di Rio Grande do Sul a concesso a Dilma di volare con aerei ufficiali, ma a pagamento. La risposta politica è venuta da due militanti della Resistenza al regime militare (1964-1984) e compagne di cella per anni di Dilma: Guiomar Silva Lopes e Maria Celeste Martins: raccolta di fondi per pagare i viaggi sul sito di finanziamento collettivo Catarse. In 24 ore il progetto "Giornata per la Democrazia" ha raccolto 300.000 reais, la maggiore cifra mai riunita in poche ore dal sito (la seconda era arrivata, tempo addietro, a 83.000).

14 luglio 2016. La presidente Dilma Rousseff attiva il Blog da Alvorada (dal nome del palazzo presidenziale in cui risiede) per far conoscere le vere misure che il governo illegale prende. Infatti è stato disattivato il Blog do Planalto (dal nome del palazzo del governo), dove venivano via via inserite le misure dell’esecutivo. Tecnici del Senato presentano alla Commissione Speciale per l’impeachment una relazione che nega il carattere di crimine di responsabilità per le accuse che costituiscono la base della denuncia contro Dilma. Parere analogo viene espresso dal Ministero Pubblico federale, massimo responsabile dell’azione penale, che nega che la "pedalata fiscale", base dell’accusa, costituisca illecito penale.

19 e 20 luglio 2016. Un tribunale internazionale (tipo Tribunale Russell) giudica con prove e basi giuridiche la situazione brasiliana successiva al 12 maggio 2016 come un colpo di Stato bianco.

28 luglio 2016. Gli avvocati di Lula presentano una petizione al Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra per violazione della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici e per abuso di potere da parte del giudice Sérgio Moro e dei procuratori federati dell'Operazione Lava Jato contro Lula.

31 luglio 2016. Manifestazioni a San Paolo e nelle capitali del paese con la parola d’ordine Fora Temer. (2/8/2016)

Paraguay

Curuguaty: condannate le vittime

pesanti pene per undici campesinos

Quattro imputati hanno ricevuto pene che vanno dai 18 ai 35 anni di carcere per l'uccisione di sei poliziotti. Tre donne, "colpevoli" di essersi trovate in prima fila durante gli scontri, sono state considerate complici di omicidio e condannate a sei anni ciascuna. Altri quattro uomini dovranno scontare quattro anni per associazione criminale e invasione di terreno privato. Nel giudicare gli undici campesinos il tribunale di Asunción non ha tenuto in alcun conto la mancanza di prove certe sulla responsabilità degli accusati. Si è concluso così l'11 luglio il processo per il massacro avvenuto il 15 giugno 2012 a Curuguaty.

Quel giorno la polizia era intervenuta per cacciare i contadini poveri che avevano occupato un terreno di proprietà del latifondista Blas Riquelme (proprietà contestata: l'ex senatore del Partido Colorado si era impadronito, con cavilli legali, di vastissimi possedimenti durante la dittatura Stroessner). Nel corso dello sgombero violenti scontri, creati ad arte da alcuni franchi tiratori confusi tra gli occupanti, portarono alla morte di undici campesinos e sei agenti. Gli incidenti non servirono solo a giustificare la repressione del movimento dei sin tierra. Fornirono anche un pretesto alla messa in stato d'accusa e alla successiva destituzione del presidente Fernando Lugo, reo di aver tentato di avviare una timida riforma agraria. Da notare che - mentre si portava avanti il procedimento per la morte degli agenti - nessuna indagine veniva fatta sull'uccisione degli undici contadini. Come ha detto la responsabile per le Americhe di Amnesty International, Erika Guevara Rosas, la magistratura paraguayana "non ha spiegato in modo convincente i motivi per cui tali morti non sono state investigate, né la presunta alterazione della scena del crimine e le denunce di tortura e di altri maltrattamenti durante la detenzione dei contadini da parte della polizia".

La lettura della sentenza è stata accolta da manifestazioni di protesta all'esterno e all'interno del Palazzo di Giustizia. Questa condanna "illegale e arbitraria", affermano in un messaggio all'opinione pubblica gli avvocati difensori e i familiari degli imputati, "criminalizza la lotta contadina e lascia impuniti i veri responsabili". Del resto era chiaro fin dall'inizio che il processo doveva servire a riportare ordine nelle campagne, dopo la parentesi della presidenza Lugo, e a ribadire il potere dei proprietari terrieri. Il procuratore Jalil Rachid, che aveva seguito inizialmente il caso, è figlio di un ex senatore colorado, amico personale di Riquelme. In seguito Rachid ha lasciato l'incarico perché nominato viceministro per la Sicurezza, ma la sua nuova posizione gli ha permesso di continuare a influenzare il corso del dibattimento. Lo segnalava un comunicato del Frente Guazú all'annuncio dell'ingresso dell'ex procuratore nel governo Cartes: "I poliziotti che dovranno rendere la loro deposizione nella causa, come testimoni citati dal Ministero Pubblico, saranno diretti subordinati del signor Jalil Rachid". (13/7/2016)

Messico

La lotta dei maestri contro la riforma

un nuovo massacro scuote il paese

La repressione con cui le autorità cercano di fermare la battaglia di maestri e professori contro la reforma educativa ha portato all'ennesima strage: il 19 giugno a Nochixtlán, nello Stato di Oaxaca, la polizia federale ha aperto il fuoco sui manifestanti, provocando otto morti e decine di feriti. Immediate le reazioni di protesta: a Città del Messico migliaia di sindacalisti, studenti universitari, membri di organizzazioni contadine e difensori dei diritti umani sono scesi in piazza per esprimere il loro appoggio alla Cnte, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación. La legge alla quale gli insegnanti si oppongono cancella i diritti sindacali e precarizza il lavoro, preparando il terreno alla privatizzazione del settore. Pochi giorni prima del massacro erano stati arrestati, con accuse pretestuose, i dirigenti della locale Cnte Rubén Núñez e Francisco Villalobos; altri docenti erano finiti in carcere nei mesi precedenti.

Ma la lotta non si limita a Oaxaca: coinvolge il Michoacán, il Guerrero, il Chiapas, Veracruz, zone ad alta densità indigena dove i valori comunitari sono ancora vivi e più forte la resistenza alle regole del mercato. Non va dimenticato che i 43 studenti desaparecidos nel 2014 a Iguala provenivano dalla scuola per maestri rurali di Ayotzinapa. Si preparavano ad alfabetizzare le aree più povere del paese, le comunità indigene che ancor oggi sono oggetto di discriminazione e razzismo. E proprio in queste aree si svilupperanno, nelle intenzioni del governo, le nuove Zonas Económicas Especiales, che hanno come assi principali il porto di Lázaro Cárdenas (Michoacán, al confine con il Guerrero), Puerto Chiapas nel municipio di Tapachula (Chiapas), il corridoio industriale interoceanico sull'Istmo di Tehuantepec, tra Salina Cruz (Oaxaca) e Coatzacoalcos (Veracruz), e il corridoio petrolifero da Coatzacoalcos a Ciudad del Carmen (Campeche) passando per il Tabasco. Scrive Carlos Fazio su La Jornada, "In questi Stati del sud-sudest messicano, dove predomina la proprietà collettiva della terra e che sono stati destinati a subire profonde riconfigurazioni territoriali, economiche e demografiche attraverso il saccheggio neocoloniale, il ruolo delle maestre e dei maestri - come formatori di un'identità nazionale e promotori di una pedagogia comunitaria, autonoma, autogestita, solidaria ed emancipatrice - si è trasformato in un ostacolo". Gli enormi interessi in gioco spiegano la sanguinosa risposta dello Stato a ogni opposizione. (24/6/2016)

Perú

Keiko Fujimori di nuovo sconfitta

vince di stretta misura Pedro Pablo Kuczinski

Al ballottaggio del 5 giugno Pedro Pablo Kuczynski ha sconfitto di stretta misura (50,12%) la sua avversaria Keiko Fujimori ed è stato eletto nuovo presidente del Perú. La differenza tra i due candidati era tanto piccola che la proclamazione del vincitore è stata possibile solo quattro giorni dopo il voto, a spoglio ultimato al cento per cento.

Il risultato delle urne non testimonia tanto un consenso verso le proposte elettorali di Kuczynski o quelle del suo partito (Peruanos por el Kambio), quanto il rifiuto di metà del paese all'ipotesi di un ritorno del fujimorismo. Alla vigilia del secondo turno, decine di migliaia di persone avevano riempito il centro di Lima per esprimere il loro no al narcoestado, l'eventuale governo della figlia del dittatore e dei personaggi che la attorniano, molti dei quali indagati per traffico di droga e riciclaggio. La stessa Keiko, al suo secondo tentativo di giungere alla presidenza (nel 2011 aveva perso il ballottaggio con Humala) aveva tranquillamente convissuto con la corruzione e le violazioni ai diritti umani del regime paterno, nel quale aveva svolto le funzioni di primera dama.

Il nuovo capo dello Stato, già titolare del dicastero dell'Energia nel governo Belaúnde e primo ministro e ministro dell'Economia con Toledo, è un convinto neoliberista. Su questo aspetto il suo programma non si discosta di molto da quello di Fuerza Popular, la formazione fujimorista: privatizzazioni, apertura agli investimenti esteri, conferma dell'adesione all'Alianza del Pacífico. L'economia peruviana ha registrato negli ultimi anni una crescita superiore alla media regionale, ma questa maggiore ricchezza non ha portato benefici agli strati più disagiati: la povertà nelle zone rurali tocca quasi la metà della popolazione. Il 75% dei lavoratori è impiegato in attività precarie, sottopagate e senza diritti. E il crollo del prezzo internazionale dei minerali, principale fonte di esportazione, ha già mostrato nel 2015 i primi contraccolpi negativi.

Nel suo discorso dopo la vittoria Kuczinski ha teso la mano alla rivale, offrendo dialogo e conciliazione. Un passo obbligato: in seguito al voto del 10 aprile, in cui oltre al primo turno delle presidenziali si sono tenute anche le consultazioni legislative, il fujimorismo detiene il controllo del Congresso con 73 parlamentari su 130, mentre Peruanos por el Kambio ne ha solo 18. Il resto dei seggi è ripartito tra Frente Amplio (20), Alianza para el Progreso (9), Apra (5) e Acción Popular (5).

La vera rivelazione di queste legislative è il Frente Amplio, che si è imposto come la seconda forza in Parlamento: un risultato che la sinistra non conosceva da oltre trent'anni e che è stato possibile grazie a una ritrovata unità. La candidata del Frente alla massima carica dello Stato, Verónika Mendoza, nel corso della campagna elettorale è riuscita a tener testa ai violenti attacchi mediatici sferrati dalla destra e, pur mancando per un soffio il ballottaggio, ha acquistato notorietà nazionale. Non ha ottenuto seggi invece l'altro raggruppamento di sinistra, Democracia Directa, che presentava come candidato presidenziale Gregorio Santos, il leader della protesta contro il megaprogetto minerario Conga. Santos, tuttora in carcere sotto la pretestuosa accusa di corruzione, è stato comunque il più votato nella regione di Cajamarca. (9/6/2016)

America Latina

Correa denuncia il nuovo Plan Cóndor

cresce l'offensiva della destra nella regione

"E' il nuovo Plan Cóndor per il quale non servono più dittature militari: servono giudici sottomessi, serve una stampa corrotta". Con queste parole il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha denunciato gli ultimi avvenimenti in America Latina. E in effetti l'offensiva della destra contro i governi progressisti della regione sembra obbedire a un piano preordinato. Dopo aver attaccato gli anelli deboli della catena, Honduras e Paraguay, la "normalizzazione" interessa ora l'Argentina di Macri e il Brasile dell'usurpatore Temer, mentre in Venezuela si cerca di seminare il caos puntando alla destabilizzazione. L'obiettivo è quello di riportare indietro il continente, cancellando tutti i passi avanti compiuti in questi anni nella redistribuzione delle ricchezze e nella riduzione delle disuguaglianze. Un obiettivo che sta incontrando forti resistenze popolari in tutti i paesi interessati.

In Argentina il miliardario Mauricio Macri, il cui nome figura nei Panama Papers collegato a imprese offshore, si è dedicato fin dal primo giorno a smontare le conquiste del periodo kirchnerista. Ha concluso un accordo con i fondi avvoltoi accettando tutte le loro richieste, a costo di un massiccio indebitamento del paese, e ha aperto le porte ai capitali esteri puntando alla privatizzazione delle risorse nazionali. Ha licenziato decine di migliaia di persone nell'amministrazione pubblica e favorito la stessa pratica nel privato, ponendo il veto a una legge del Congresso che mirava a porre un freno alle espulsioni dal lavoro. Il contemporaneo aumento delle tariffe di luce, gas, trasporti ha avuto immediate ripercussioni sulle condizioni di vita degli strati più disagiati: secondo un rapporto dell'Universidad Católica Argentina, nei primi tre mesi del nuovo governo la povertà è cresciuta di 5,5 punti e l'indigenza di 1,6. Desta preoccupazione infine la decisione di Macri di derogare la disposizione che, alla fine della più sanguinosa dittatura della storia argentina, aveva posto le forze armate sotto il controllo delle autorità civili. E la nuova élite al potere non teme di far ricorso alla repressione contro tutti gli oppositori. Emblematico il caso di Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione comunitaria Tupac Amaru incarcerata con false accuse e vittima di una persecuzione giudiziaria, attuata con la regia occulta del governatore della provincia di Jujuy, Gerardo Morales.

Anche in Brasile l'offensiva conservatrice privilegia l'arma giudiziaria. Contro la possibilità di una candidatura di Lula alle prossime presidenziali (tutti i sondaggi indicano che l'ex presidente verrebbe rieletto una terza volta), si è mobilitata la magistratura compiacente. L'obiettivo: coinvolgere Lula in un caso di corruzione per giustificare un suo rinvio a giudizio. Significativo quanto avvenuto il 4 marzo quando l'ex presidente è stato prelevato dalla Polizia Federale, su ordine del giudice Sérgio Moro, per rendere una deposizione: l'operazione, simile all'arresto di un pericoloso delinquente, è stata filmata dalle telecamere della catena Globo, preavvertite dallo stesso Moro. L'attacco a Lula e il golpe istituzionale che ha portato alla sospensione del mandato di Dilma Rousseff mirano a cancellare le politiche sociali dei governi del Pt. Il presidente interino Michel Temer, che dovrebbe occuparsi unicamente della normale amministrazione, ha già iniziato l'opera di demolizione: ha bloccato parte del programma Minha casa, minha vida per l'assegnazione di alloggi popolari (il provvedimento è poi rientrato per le proteste del Movimento Sem Teto) e progetta di ridurre drasticamente i beneficiari di Bolsa Família, che assicura pasti regolari ai meno abbienti. Sul piano dei rapporti internazionali, il nuovo ministro José Serra ha preannunciato un giro di 180 gradi, voltando le spalle ai blocchi regionali per avvicinarsi all'Alianza del Pacífico. Questa prospettiva politica, che avrebbe come immediata conseguenza un indebolimento del Mercosur e del blocco dei Brics, incontra naturalmente il favore degli Stati Uniti e dell'Unione Europea ed è vista con entusiasmo dall'Argentina di Macri, che si sta incamminando sulla stessa strada.

Mentre a Brasilia è in atto un pericoloso attentato alle istituzioni democratiche, il segretario generale dell'Oea, l'uruguayano Luis Almagro, invoca l'applicazione della Carta Democratica nei confronti del Venezuela. Si tratta del primo caso in cui tale procedimento (pensato per contrastare tentativi di golpe) viene richiesto contro la volontà di un governo legittimo. In linea con le posizioni dell'opposizione, Almagro ipotizza "l'alterazione dell'ordine costituzionale" da parte dell'esecutivo di Caracas. La proposta non è stata accolta dal Consiglio Permanente dell'Organizzazione, che nella riunione del primo giugno si è invece pronunciato a favore del dialogo tra le parti. L'iniziativa di Almagro rimane comunque un segnale della gravità del conflitto in  corso tra il governo bolivariano e l'Asamblea Nacional (dove la maggioranza è detenuta dalla Mud, la Mesa de la Unidad Democrática).

Nella loro battaglia destituente gli antibolivariani sono sostenuti dalle manovre statunitensi. Non a caso, il ricorso alla Carta Democratica era stato concordato tra Almagro e l'attuale capo del Southern Command, l'ammiraglio Kurt Tidd. E' lo stesso Tidd a rivelarlo in un documento del 25 febbraio, reso noto recentemente e di cui Washington non ha negato l'autenticità. Dal rapporto dell'ammiraglio emerge con chiarezza l'obiettivo della politica statunitense: la creazione delle premesse per un intervento esterno, con il pretesto di una crisi umanitaria in atto. A tal fine è stata stabilita con la Mud un'agenda comune, che prevede uno scenario in cui possono combinarsi "azioni di piazza e l'impiego graduale della violenza armata". L'Asamblea Nacional dovrà agire da tenaglia "per impedire la governabilità: convocando eventi e mobilitazioni, presentando interpellanze, negando crediti, derogando leggi" (cosa che sta puntualmente avvenendo). Si deve promuovere una campagna di discredito verso la figura di Maduro, dipingendolo come un antidemocratico dipendente dai cubani; si deve responsabilizzare lo Stato per la recessione, l'alto tasso di inflazione e la penuria di alimenti, di acqua e di energia elettrica; si deve accusare il governo di corruzione e riciclaggio. Va realizzata una perenne offensiva propagandistica, "fomentando un clima di sfiducia, suscitando paure, rendendo la situazione ingestibile". Tidd si pone poi la questione delle forze armate ancora fedeli a Maduro e soprattutto delle milizie popolari, che ostacolano le manifestazioni dell'opposizione e impediscono il pieno controllo delle installazioni strategiche, ragion per cui vanno "neutralizzate". Infine l'ammiraglio sottolinea che, grazie all'addestramento degli ultimi mesi, i contingenti della Joint Task Force-Bravo di stanza a Palmerola (Honduras) e della Joint Interagency Task Force South sono in grado di intervenire rapidamente, contando sull'appoggio di una serie di basi militari nelle Antille e in Colombia. Il piano per il rovesciamento del presidente Maduro è pronto. (2/6/2016)

 

Latinoamerica-online.it anno XVI

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04