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Brasile: Per Aécio e Temer la politica è una credenziale per il crimine

Messico

Il paese più violento dopo la Siria

dopo Miroslava Breach ucciso un altro giornalista de La Jornada

E' stata una morte annunciata. Miriam Rodríguez Martínez aveva già ricevuto molteplici minacce dalla criminalità organizzata, che aveva giurato vendetta da quando questa madre coraggiosa aveva fatto condannare gli uomini che le avevano sequestrato e assassinato la figlia Karen. Ed era stata sempre lei a ritrovare i resti della figlia in una fossa clandestina di San Fernando. La sera del 10 maggio un commando ha fatto irruzione nella sua casa a Ciudad Victoria, nello Stato di Tamaulipas, ferendola a morte. Le sue richieste alle autorità perché le fornissero protezione erano rimaste inascoltate: del resto la sua tenace attività di rappresentante del Colectivo de Familiares de Desaparecidos de San Fernando risultava scomoda per i tanti funzionari che a diversi livelli garantiscono, con la loro complicità, l'impunità generalizzata.

Il giorno prima dell'uccisione di Miriam Rodríguez, un rapporto dell'International Institute for Strategic Studies di Londra segnalava che, dopo la Siria, il Messico è la nazione più violenta al mondo: il numero dei morti ammazzati nel 2016 ha superato quello di Iraq e Afghanistan. L'annuncio era stato respinto con irritazione dal governo di Peña Nieto.

Ma il Messico è anche, nel continente americano, il paese più pericoloso per esercitare il giornalismo. Lo afferma il gruppo di esperti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani che ogni anno si incarica di redigere una relazione sulla libertà d'espressione. Le aggressioni e le minacce contro i lavoratori della stampa sono ormai a livelli allarmanti, afferma il rapporto: "Vi sono zone in cui oggi i giornalisti sono sottoposti a una forte intimidazione, originata fondamentalmente da bande delinquenziali interessate a sopprimere un determinato tipo di informazioni dei media e a diffondere quello che serve ai loro interessi criminali". In tale situazione è estremamente difficile realizzare inchieste e articoli su temi quali il crimine organizzato, la corruzione, la sicurezza pubblica e simili.

Nel giro di due mesi e mezzo i killer sono entrati in azione sette volte. Il 2 marzo viene assassinato a Ciudad Altamirano, nello Stato del Guerrero, Cecilio Pineda Brito, collaboratore del settimanale La Voz de Tierra Caliente e dei quotidiani El Universal e La Jornada Guerrero. Pineda, che aveva già subito un attentato due anni prima, stava realizzando un'inchiesta sul narcotraffico nella zona. Il 19 marzo a Yanga (Stato di Veracruz) è la volta di Ricardo Monluí Cabrera, direttore del portale informativo El Político e commentatore de El Sol de Córdoba.

Quattro giorni dopo a Chihuahua viene uccisa Miroslava Breach Velducea, dal 2001 corrispondente de La Jornada: si occupava di temi politici e sociali e aveva indagato il controllo della delinquenza organizzata sui candidati sindaci del Pri e del Pan in alcuni municipi della Sierra Tarahumara. Miroslava Breach lavorava anche per il quotidiano Norte de Ciudad Juárez, che dopo la sua morte ha deciso di cessare le pubblicazioni. "Non esistono le garanzie né la sicurezza per esercitare il giornalismo critico", ha scritto il suo direttore. Il 14 aprile a La Paz, nello Stato di Baja California Sur, i colpi dei sicari raggiungono Maximino Rodríguez Palacios, collaboratore del portale Colectivo Pericú, e il 29 aprile a Tlaquiltenango (Morelos) Filiberto Alvarez Landeros, conduttore di un programma radiofonico presso l'emittente La Señal di Jojutla.

Il 15 maggio ad Autlán, nello Stato di Jalisco, viene gravemente ferita Sonia Córdova, vicedirettrice commerciale del periodico El Costeño; il figlio che viaggiava con lei rimane ucciso. Nello stesso giorno a Culiacán (Sinaloa) muore un altro corrispondente de La Jornada, Javier Valdez Cárdenas, fondatore del settimanale locale Ríodoce. Valdez, che conosceva a fondo i legami tra criminalità organizzata e corruzione governativa, aveva ricevuto nel 2011 l'International Press Freedom Award per "il suo coraggio e la sua attività giornalistica senza concessioni davanti alle minacce". Tra i suoi libri più recenti: Huérfanos del Narco e Narcoperiodismo, la prensa en medio del crimen y la denuncia. "Non parliamo solo di narcotraffico - aveva detto in un'intervista a proposito di quest'ultima opera - Parliamo anche di come ci assedia il governo. Di come viviamo in una redazione infiltrata dal narcotraffico, a fianco di un collega in cui non si può aver fiducia, perché forse è quello che passa informazioni al governo o ai delinquenti". (16/5/2017)

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Brasile

Lula e il giudice Moro a confronto

l'ex presidente ha respinto tutte le accuse

"Poiché ritengo che questo processo sia illegittimo e la denuncia una farsa, sono qui per rispetto alla legge e alla Costituzione, ma con molte obiezioni al comportamento dei procuratori di Lava Jato". Così ha esordito Lula chiamato a deporre il 10 maggio davanti al giudice Sérgio Moro. Oltre cinque ore di interrogatorio, nel corso del quale l'ex presidente ha respinto tutte le accuse e ha più volte sottolineato che finora non è stata prodotta nessuna prova concreta a suo carico. Secondo Moro, Lula è proprietario di un appartamento a Guarujá, località balnearia nello Stato di São Paulo, che avrebbe ricevuto da un'impresa costruttrice in cambio di favori negli appalti pubblici. "Non ho mai chiesto e non ho mai ricevuto quell'appartamento", ha risposto con fermezza Lula.

Sérgio Moro non gioca certo un ruolo imparziale nel contesto brasiliano. Indiscrezioni selettive e semplici sospetti, fatti filtrare per mesi alla stampa, sono stati fondamentali per creare nell'opinione pubblica un clima ostile al governo Rousseff e al Partido dos Trabalhadores, preparando così il terreno al colpo di Stato. Tra i metodi più contestati di questo magistrato, l'abuso della carcerazione preventiva anche in assenza di prove, per indurre gli arrestati alla "delazione premiata", cioè a implicare altre persone in cambio della libertà provvisoria o di future riduzioni di pena. Ora Moro cerca in tutti i modi di coinvolgere Lula in un caso di corruzione per cancellarlo dalla scena politica e impedire una sua ricandidatura nel 2018.

Terminata la deposizione, di fronte a 50.000 persone venute a manifestargli il loro sostegno l'ex presidente ha denunciato di essere vittima della "maggiore persecuzione giuridica nella storia di questo paese". Non per questo è apparso propenso a rinunciare alla lotta, anzi ha riaffermato l'intenzione di concorrere per un terzo mandato alle elezioni del prossimo anno. "Mi sto preparando per tornare", ha detto. Prima di lui aveva preso la parola Dilma Rousseff per salutare la grande mobilitazione popolare.

In un'intervista concessa al quotidiano argentino Página/12, Dilma ha affermato che l'ex presidente è uscito "magnificamente bene" dal confronto con Moro. "Ha denunciato qualcosa che avviene in Brasile e potrebbe essere in atto in altri paesi. Ha detto che una delle istanze del giudizio non è prevista nello Stato democratico di diritto: i grandi media. I grandi media fanno un processo preventivo. Non c'è un processo esplicito, non c'è diritto di difesa e non c'è dibattimento. Si produce una condanna civile, una demolizione della figura morale della persona. La distruzione fisica annienta il nemico. La distruzione attraverso il lawfare, la guerra giuridica, vuole abbattere la cittadinanza dell'individuo, distrugge il diritto civile di esprimersi".

Sull'utilizzo della legge come arma, Rousseff torna nel corso dell'intervista: "Ad Harvard gli studiosi John e Jean Comaroff hanno analizzato molto bene questo tema. Ho conversato con loro ed esiste lawfare in tutta l'America Latina. Altri teorici parlano di un progresso dello stato d'eccezione con centro nel potere giudiziario. Nel paese c'è una vera e propria impasse. Il governo attuale vuole consegnare al mercato e ai grandi media un progetto totalmente neoliberista di liquidazione di diritti che si cominciarono a costruire negli anni Quaranta del secolo scorso. Diritti dei lavoratori soprattutto. La soppressione di diritti cambia la concezione del rapporto tra imprenditori e lavoratori. La legislazione del lavoro brasiliana concepisce il lavoratore come il soggetto più debole. Pertanto lo Stato entrava in gioco, finora, per regolamentare questo rapporto. Impediva la barbarie nel rapporto di lavoro. Oggi stiamo tornando alla barbarie. Vogliono prolungare la giornata di lavoro o lasciarla a discrezione dell'imprenditore. Mirano a consentire il lavoro delle donne incinte in condizioni insalubri. Ma non finisce qui. La barbarie vuole distruggere i sindacati e ridurre il ruolo del Ministero del Lavoro nell'equilibrare la relazione asimmetrica tra padroni e dipendenti". (13/5/2017)

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Brasile

Sciopero generale contro Temer

massiccia adesione in tutto il paese

Era dal 1996 che in Brasile non veniva proclamato uno sciopero generale. E quello del 28 aprile ha superato tutte le aspettative: le principali città sono state paralizzate e anche nei centri minori l'adesione è stata massiccia. La giornata ha dimostrato l'ampiezza dell'opposizione al governo Temer. Un governo neoliberista che ha già imposto un tetto alla spesa pubblica per i prossimi vent'anni, con conseguenti pesanti tagli a sanità ed educazione. E che adesso mira alla riforma del diritto del lavoro e della previdenza, con la liquidazione di decenni di conquiste dei lavoratori e l'aumento di età pensionabile e contributi minimi.

Mentre la popolazione si dibatte tra incremento della disoccupazione e miseria in rapida crescita, la classe politica è sommersa dagli scandali. Otto ministri sono sospettati di corruzione, così come un terzo dei parlamentari. L'ex presidente della Camera Eduardo Cunha, che fu l'artefice principale del golpe, è attualmente in galera: ha ricevuto una prima condanna a quindici anni, ma ha altri sei procedimenti in corso. Quanto al presidente illegittimo Temer, il suo nome è già comparso nell'inchiesta su un grosso giro di tangenti. E i suoi tentativi di ottenere riconoscimenti internazionali conseguono magri risultati: solo l'argentino Macri e lo spagnolo Rajoy hanno finora visitato il Brasile. In aprile papa Bergoglio ha risposto negativamente al suo invito formale a recarsi nel paese. Come ha commentato il teologo Leonardo Boff, "il papa non aveva alcun motivo di venire ad appoggiare un golpista, se fosse venuto avrebbe legittimato questo stato di cose". Del resto Bergoglio aveva già chiarito la sua posizione sul colpo di Stato istituzionale quando aveva scritto alla presidente deposta per esprimerle la sua solidarietà.

Nonostante la forte opposizione dimostrata dai lavoratori, Temer - il cui livello di popolarità non arriva al 10 per cento - ha ribadito che il governo continuerà nel suo impegno per la "modernizzazione della legislazione nazionale". La risposta è stata immediata: il primo maggio, le maggiori centrali sindacali del paese hanno proposto una nuova giornata di astensione dal lavoro per fermare le riforme. (2/5/2017)

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Lo sciopero più grande della storia brasiliana (traduzione di Teresa Isenburg)

Sin aliento

Venezuela

Crisi istituzionale e ingerenza Usa

Caracas annuncia l'uscita dall'Oea

Il Venezuela si prepara a uscire dall'Organizzazione degli Stati Americani. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri, Delcy Rodríguez, dopo la decisione del Consiglio Permanente dell'Oea di convocare a Washington una riunione degli Stati membri per valutare la situazione interna del paese caraibico. Su richiesta di Caracas si riuniranno invece il 2 maggio a San Salvador le nazioni della Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños).

L'Oea da tempo gioca un ruolo palesemente di parte nella crisi venezuelana. Il segretario generale, l'uruguayano Luis Almagro, ha più volte cercato di ottenere il consenso all'applicazione contro Caracas della cosiddetta Carta Democratica, che contempla la sospensione del paese in cui sia avvenuta una "rottura dell'ordine democratico". Senza giungere a tanto, agli inizi di aprile è stata approvata a maggioranza una dichiarazione in cui si afferma che in Venezuela è in atto "una grave alterazione incostituzionale dell'ordine democratico".

Il conflitto istituzionale si era acutizzato a fine marzo con la decisione del Tribunal Supremo de Justicia di assumere le funzioni dell'Asamblea Nacional finché questa non avesse escluso dai lavori i tre deputati la cui elezione era stata contestata per sospetti brogli elettorali (i tre sono essenziali all'opposizione per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento). Sui media interni e su quelli internazionali si era subito gridato al colpo di Stato, anche se il provvedimento era stato ben presto ritirato. La procuratrice generale Luisa Ortega Díaz aveva infatti affermato che nella sentenza si evidenziavano "diverse violazioni dell'ordine costituzionale e la negazione del modello di Stato consacrato nella nostra Costituzione", spingendo così il governo a chiedere alla Corte Suprema di rivedere la sua posizione.

Sul piano interno, per tutto il mese di aprile si sono registrate violente manifestazioni antigovernative concentrate soprattutto nella capitale, che hanno provocato una trentina di morti e centinaia di feriti. L'obiettivo è quello di destabilizzare il paese, portandolo a una situazione di ingovernabilità. Una strategia accompagnata da dichiarazioni di pesante ingerenza da parte statunitense. In un rapporto al Congresso il comandante del Southern Command, ammiraglio Kurt Tidd, ha affermato che il Venezuela attraversa un periodo di scarsità di farmaci e alimenti, incertezza politica e peggioramento della situazione economica e che la crescente crisi umanitaria potrebbe obbligare a una risposta regionale.

Anche il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, non ha risparmiato intromissioni nella politica interna del paese, esprimendo la preoccupazione di Washington perché il governo Maduro "viola la Costituzione" e "non permette che l'opposizione si organizzi in modo che la sua voce sia ascoltata". E una nota firmata dal portavoce del Dipartimento di Stato è giunta a minacciare le autorità venezuelane per la "repressione criminale di attività pacifiche e democratiche" e la "flagrante violazione dei diritti umani", avvertendo che saranno chiamate a "renderne conto". (28/4/2017)

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Paraguay

Proteste contro la riforma costituzionale

il presidente Cartes rinuncia a ricandidarsi nel 2018

Il presidente Horacio Cartes, del Partido Colorado, ha deciso di non ricandidarsi alle elezioni del prossimo anno. Rinuncia dunque alla battaglia per la modifica della Costituzione, che attualmente proibisce l'esercizio di più mandati anche non consecutivi. L'emendamento che consentirebbe la rielezione è fortemente osteggiato da una parte dell'opposizione, in particolare dal Plra, il Partido Liberal Radical Auténtico. E' sostenuto invece dal Frente Guazú che promuove la candidatura dell'ex presidente Fernando Lugo, destituito da un colpo di Stato istituzionale nel 2012.

Il 31 marzo, dopo l'approvazione dell'emendamento da parte del Senato, le proteste nel centro di Asunción erano state duramente represse dalle forze di sicurezza, provocando una trentina di feriti. Un gruppo di manifestanti era riuscito a penetrare nell'edificio del Congresso, appiccando un incendio. All'alba del giorno dopo la polizia aveva fatto irruzione nella sede del Plra, uccidendo il leader giovanile Rodrigo Quintana. La reazione dell'opposizione aveva spinto il capo dello Stato a licenziare il ministro dell'Interno e il comandante della Policía Nacional.

Nonostante la decisione di Cartes di non ripresentarsi nel 2018, la tensione rimane alta: il Partito Colorado ha infatti annunciato che il progetto di riforma costituzionale, passato ora alla Camera, non verrà ritirato. Ma lo scontro è tutto interno allo schieramento conservatore: i liberali infatti non propongono ricette diverse dalle politiche neoliberiste dell'attuale amministrazione. L'unico periodo che aveva visto un timido tentativo di cambiamento era stato violentemente interrotto dal golpe che aveva posto fine alla presidenza Lugo. Da allora il Paraguay è tornato ad essere il paradiso dei latifondisti e, in campo internazionale, il paese in prima fila nell'attacco ai governi progressisti della regione. (18/4/2017)

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America Latina

Sud America, negazionisti all'attacco

minacce e intimidazioni contro i difensori dei diritti umani

In Argentina il processo giudiziario per i crimini di lesa umanità si trova in "stato d'emergenza" per i sempre maggiori ostacoli che si frappongono ai giudizi contro gli ex repressori. Questa la denuncia emersa da un incontro di magistrati, avvocati, parlamentari e rappresentanti degli organismi in difesa dei diritti umani che si è tenuto il 10 aprile. Nel paese che più di tutti aveva progredito nel perseguire il terrorismo di Stato si registra un preoccupante arretramento.

"Il processo di memoria, verità e giustizia ha smesso di essere una politica di Stato - afferma l'avvocata Elizabeth Gómez Alcorta - L'esecutivo ha smantellato quasi tutte le strutture che affiancavano cause penali e magistrati nella ricerca di testimoni e informazioni". "Mancano i giudici e mancano gli spazi fisici per portare avanti le udienze", segnala Angeles Ramos, della Procuraduría de Crímenes contra la Humanidad. Continueranno così a godere dell'impunità non solo numerosi militari, ma anche tanti civili (banchieri, imprenditori, giornalisti) che furono complici della dittatura e da questa trassero profitto.

Mentre si moltiplicano i casi di condannati per sequestro, tortura e omicidio che ottengono il beneficio degli arresti domiciliari con il pretesto dell'età o dello stato di salute, aumentano le dichiarazioni negazioniste di esponenti del macrismo. Proprio in occasione del 41° anniversario del golpe, il 24 marzo, il responsabile della segreteria dei Diritti Umani, Claudio Avruj, ha nuovamente cercato di ridimensionare il numero dei desaparecidos. Non si tratta di una semplice polemica storica, ma di un preciso messaggio politico che mira a delegittimare il ruolo di Madres e Abuelas de Plaza de Mayo. Come scrive il sociologo Guillermo Levy, la cifra esatta non si conoscerà mai: "Sequestri notturni, silenzio, negazione e distruzione di prove. Non ci sono elenchi, non ci sono confessioni per cui tutto ciò che abbiamo è il frutto del lavoro artigianale e militante di migliaia, di fronte a poteri e silenzi molto più forti dell'energia posta in questa ricostruzione. Chiaramente 30.000 non è oggi il numero della precisione, ma di una posizione. Distruggere questo numero non significa cercare una perfezione quantitativa, ma distruggere un'eredità di lotta a volte solitaria, altre volte di gruppo, di quanti hanno via via costruito, cercato, denunciato e nominato ciò che è avvenuto: un genocidio".

Che l'attacco sia diretto a screditare Madres e Abuelas, costantemente in prima linea contro la politica repressiva del governo, lo dimostrano anche le foto scattate sempre il 24 marzo ai parlamentari della maggioranza, ritratti dietro striscioni con le scritte "I diritti umani non hanno padrone" e "Mai più gli affari dei diritti umani" (era stato lo stesso Macri a definire "un affare sporco" la lotta per i diritti umani).

Ancora più preoccupante la situazione negli altri paesi del Sud America. Lo afferma il brasiliano Jair Krischke, presidente del Movimento de Justiça e Direitos Humanos, al quale Página/12 ha chiesto se nella regione vi siano ancora in azione elementi del Plan Côndor: "Basandomi sui fatti, la risposta che devo dare è sì. Questa gente si sta muovendo per impedire che si conosca la verità e per intimidire la giustizia. Non sto dicendo che il Plan Côndor continua a volare come negli anni Settanta, quando contava sull'apparato degli Stati terroristi di Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Paraguay, ecc. Ora hanno smesso di realizzare sequestri e omicidi in modo coordinato, ma la grande maggioranza dei suoi membri gode ancora della libertà in Cile e in Uruguay, per non parlare del Brasile, perché qui tutti sono liberi grazie all'amnistia che ci ha lasciato la dittatura e che nessun governo civile ha revocato".

E l'anno scorso Temer ha nominato responsabile del gabinetto per la Sicurezza Istituzionale il generale Sérgio Etchegoyen, dando così ai militari un preciso segnale: non devono preoccuparsi di future indagini sul passato. Etchegoyen infatti, durante il mandato di Dilma Rousseff, aveva pubblicamente attaccato la Comissão da Verdade che, pur con molti limiti, cominciava a svelare le implicazioni brasiliane del Plan Cóndor.

Jair Krischke figura nell'elenco di tredici persone minacciate di morte in Uruguay dal sedicente Comando Barneix. Il gruppo prende il nome da un generale a riposo suicidatosi due anni fa, quando stava per essere arrestato sotto l'accusa di aver torturato e assassinato nel 1974 un giovane militante di sinistra. Per ogni nuovo suicidio di militari - afferma il comunicato di questi nostalgici della dittatura - uccideremo tre persone scelte a caso dalla lista. Nel mirino del Comando vi sono personalità impegnate a vario titolo nella difesa dei diritti umani: oltre a Krischke il giurista francese Louis Joinet, la ricercatrice italiana Francesca Lessa, avvocati e magistrati uruguayani e il ministro della Difesa del governo di Montevideo, Jorge Menéndez. (11/4/2017)

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Argentina, “Pretenden borrar la memoria”

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America Latina

Gli Usa rafforzano la presenza in Sud America

sotto assedio i paesi considerati ostili

Con la destra al potere nei due principali paesi sudamericani (elezione di Macri in Argentina, golpe istituzionale in Brasile) si registrano preoccupanti segnali di un ritorno al passato. In particolare assistiamo a una rinnovata presenza, militare e politica, degli Stati Uniti nella regione. Pochi mettono in dubbio il ruolo svolto da Washington nel pilotare la destituzione di Dilma Rousseff. Le compagnie petrolifere Usa da tempo miravano al controllo del cosiddetto pré-sal, i ricchi giacimenti petroliferi sottomarini il cui sfruttamento era stato riservato, dai governi Lula e Rousseff, a Petrobras. E infatti una delle prime decisioni del presidente illegittimo Temer è stata quella di aprire lo sfruttamento di tali risorse alle imprese private transnazionali. Intanto proseguono le trattative per la cessione agli Stati Uniti della base spaziale di Alcântara, nello Stato di Maranhão, tra l’opposizione delle popolazioni locali.

Analoga situazione in Argentina, dove Mauricio Macri sta consegnando il paese nelle braccia di Washington. A fine marzo è stato reso noto il progetto per l'acquisto di armamenti dagli Usa al costo di oltre due miliardi di dollari: aerei da caccia, elicotteri, blindati, lanciagranate, lanciamissili destinati alla lotta contro il terrorismo. Il governo ha cercato di negare, poi ha sostenuto che non di acquisto si trattava, ma di "donazione". Già agli inizi di quest'anno si era appreso della fornitura, da parte di Israele, di materiale navale e sofisticate attrezzature di vigilanza per 80 milioni di dollari. Va poi segnalato il patto di cooperazione militare tra l’Argentina e la National Guard dello Stato della Georgia, che consente ai militari statunitensi di prendere decisioni anche senza il consenso delle forze armate locali. La National Guard fa parte delle forze speciali del Southern Command da cui dipende anche la Quarta Flotta, che dal 2008 è tornata in attività nel "cortile di casa".

A tutto questo vanno aggiunti gli accordi militari firmati da Macri con Obama, che prevedono tra l’altro l’assistenza nella zona della Triple Frontera (dove esistono le maggiori riserve mondiali d’acqua dolce), il coordinamento di missioni in Africa, la cooperazione di forze di sicurezza e controspionaggio. Sono poi avviate le trattative per l’insediamento di due basi statunitensi in territorio argentino, una delle quali nella Terra del Fuoco. Senza contare l’atteggiamento conciliante del governo di Buenos Aires verso la Gran Bretagna, che sta ampiamente militarizzando le isole Malvinas anche con l’invio di sottomarini nucleari, nonostante il Trattato di Tlatelolco del 1969 dichiari l’America Latina e i Caraibi zona denuclearizzata.

Con le basi già esistenti in Colombia, Paraguay, Perú, Cile (Fuerte Aguayo, inaugurata nel 2012 sotto il governo Piñera), Guyana, Guyana Francese (base Nato) e quelle in fase di realizzazione Washington sta in pratica mettendo sotto assedio i paesi considerati ostili: tra questi l'Ecuador che nel 2009, su decisione del presidente Correa, ha "sfrattato" da Manta le forze Usa. Certo nel nuovo millennio la presenza militare è spesso mascherata da lotta contro il terrorismo e il narcotraffico o addirittura da aiuto umanitario, come sta avvenendo in Perù dove alla fine dello scorso anno è stata decisa l’installazione di un nuovo presidio in Amazzonia allo scopo di fronteggiare “disastri naturali”. (8/4/2017)

Argentina

La protesta scende in piazza

settimane di cortei e mobilitazioni

L'Argentina si è mobilitata contro il governo Macri. In poche settimane centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per dire no a una politica economica che sta provocando aumento della disoccupazione e della povertà, crollo della produzione industriale e fallimento di piccole e medie aziende. Il 6 marzo 80.000 insegnanti in sciopero hanno dato vita a un combattivo corteo, all'inizio di un'astensione dal lavoro di 48 ore. Il giorno successivo oltre 400.000 dimostranti hanno partecipato alla manifestazione indetta dalla Cgt, la Confederación General del Trabajo, e appoggiata da Cta Autónoma e Cta de los Trabajadores (le due centrali sono peraltro in fase di unificazione). Ma i dirigenti sindacali della Cgt sono stati duramente contestati quando nei loro discorsi non hanno voluto fissare la data dello sciopero generale chiesto a gran voce dai lavoratori. E l'8 marzo una marea interminabile di donne ha attraversato il centro di Buenos Aires al grido di: Sí se puede/sí se puede/el paro a Macri/se lo hicimos las mujeres. Altre decine di migliaia di donne hanno manifestato nel resto del paese.

Nuove mobilitazioni hanno avuto luogo una settimana dopo: di fronte all'aggravarsi della crisi, movimenti sociali e organizzazioni di disoccupati hanno effettuato decine di blocchi stradali e realizzato 300 ollas populares, mentre gli insegnanti scendevano nuovamente in sciopero. E ancora la settimana successiva 400.000 maestri e professori sono stati protagonisti a Buenos Aires di una grande Marcha Federal Educativa, per ottenere l'avvio di trattative contrattuali su base nazionale e per difendere la scuola pubblica.

Appoggio agli insegnanti in lotta è stato proclamato anche durante la manifestazione "per la memoria, la verità e la giustizia", nell'anniversario del golpe del 24 marzo 1976. Una folla mai vista, che ha cominciato a sfilare dalle prime ore della mattina, ha riempito il centro della capitale per condannare la più sanguinaria dittatura della storia argentina, ma anche per ribadire che il programma economico macrista ha gli stessi obiettivi di quello imposto dal regime militare: colpire i diritti dei lavoratori, aumentare in maniera sconsiderata il debito estero e allinearsi con la politica degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale.

Il 30 marzo le due Cta hanno occupato Plaza de Mayo per una nuova massiccia protesta contro l'attuale modello economico e per confermare la loro adesione allo sciopero nazionale di 24 ore, finalmente proclamato dalla Cgt per il 6 aprile. Lo sciopero, il primo contro il governo Macri, ha visto un'altissima partecipazione sorprendendo gli stessi promotori. Da parte dell'esecutivo la risposta è stata una violenta repressione dei picchetti e il tentativo di minimizzare la portata dell'astensione dal lavoro. Ma il paro si è sentito con forza in tutto il paese, paralizzando le attività produttive e mostrando la realtà di un malcontento diffuso. (7/4/2017)

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Macri, entre Honduras y Holanda

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Ecuador

Lenín Moreno è il nuovo presidente

il candidato di Alianza País sconfigge il banchiere Lasso

Lenín Moreno, candidato di Alianza País, è il nuovo presidente dell'Ecuador. Il 2 aprile ha sconfitto al secondo turno, con il 51 per cento dei consensi, le proposte neoliberiste dell'ex banchiere Guillermo Lasso, della coalizione di destra Creo-Suma. "Alla fine del mio mandato voglio poter dire che è stata sradicata la denutrizione infantile, l'estrema miseria, la corruzione e la mancanza di imprenditoria giovanile", ha dichiarato il vincitore, che ha poi ringraziato Rafael Correa "per essere stato il leader con il quale il popolo ecuadoriano ha recuperato fiducia e orgoglio nazionale".

La vittoria è stata proclamata ufficialmente dalle autorità del Consejo Nacional Electoral e la regolarità delle consultazioni è stata confermata dagli osservatori internazionali dell'Unasur, dell'Oea e dell'Unión Interamericana de Organismos Electorales. Nonostante questo, Lasso continua a non riconoscere il risultato e a denunciare presunti brogli, invitando i suoi sostenitori a scendere in piazza. Ma i suoi appelli cadono sempre più nel vuoto: dopo i primi momenti di mobilitazione, la situazione a Quito è tornata sostanzialmente tranquilla.

Vicepresidente di Rafael Correa dal 2007 al 2013, Moreno è molto noto a livello internazionale per la sua lotta a favore delle persone con handicap (lui stesso ha perso l'uso delle gambe dopo essere stato colpito dal proiettile di un malvivente): su questo tema è stato a lungo inviato speciale del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Per un soffio non aveva vinto al primo turno, il 19 febbraio. Aveva staccato Lasso di oltre dieci punti percentuali, ma non aveva raggiunto il 40% necessario per essere eletto alla massima carica, fermandosi al 39,35%. L'esito del ballottaggio non era scontato perché Lasso poteva contare sul sostegno di Cynthia Viteri del Partido Social Cristiano, giunta terza con il 16%, che aveva invitato i suoi elettori ad appoggiare la candidatura del miliardario. Quanto al socialdemocratico Paco Moncayo, quarto con il 6,7%, non aveva dato indicazioni di voto.

Gli ecuadoriani hanno comunque voluto garantire la continuità della politica di Correa, premiando le realizzazioni dell'ultimo decennio: la diminuzione della povertà e la riduzione drastica delle disuguaglianze, le decine di migliaia di anziani che godono di una pensione da cui in precedenza erano esclusi e di bambini che hanno potuto abbandonare il lavoro e incominciare ad andare a scuola, la costruzione di nuovi ospedali e nuove scuole, le opere pubbliche che hanno trasformato il paese: strade, ponti, gallerie, aeroporti.

Guillermo Lasso è stato tra i responsabili e tra i grandi beneficiati della crisi del 1999, che mise sul lastrico centinaia di migliaia di persone e portò il paese ad abbandonare la moneta nazionale per il dollaro: in quell'anno era infatti ministro dell'Economia e dell'Energia del governo Mahuad. In seguito fu ambasciatore itinerante sotto Lucio Gutiérrez, il presidente eletto con un discorso progressista e che poi portò avanti una politica di totale allineamento a Washington e venne cacciato da una rivolta popolare.

Il 19 febbraio gli elettori erano stati chiamati anche a rinnovare l'Asamblea Nacional, in cui Alianza País ha conquistato 74 seggi su 137, e a pronunciarsi in un referendum sul divieto di esercitare cariche pubbliche a chi detenga fondi nei cosiddetti paradisi fiscali. La vittoria del sì con il 54,9% dei voti segna un importante passo avanti nella lotta per una maggiore trasparenza della politica. Come ha sottolineato Alex Cobham, della ong Tax Justice Network, questo provvedimento "dà a una società un livello di protezione contro l'utilizzo di giurisdizioni segrete da parte delle élites e dei politici. E aiuta a fondare l'idea che l'uso del segreto finanziario sia una forma di corruzione che dobbiamo eliminare". Proprio l'Ecuador, presidente pro tempore del G77 più Cina (il gruppo delle Nazioni Unite che riunisce i paesi in via di sviluppo), sta attualmente promuovendo la creazione di un organismo sovranazionale per eliminare i paradisi fiscali. (4/4/2017)

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El pueblo dijo ni un paso atrás

No hubo fin de ciclo

Entrevista a Rafael Correa

“El pasado de Lasso influyó en la elección”

Una bisagra regional

Colombia

Assassinata leader comunitaria

squadroni della morte di nuovo all'opera

Gli squadroni della morte sono tornati a colpire. Il 2 marzo è stata assassinata a Medellín la giovane leader comunitaria Alicia López Guisao (nella foto). Appartenente al movimento di sinistra Congreso de los Pueblos, Alicia partecipava alla realizzazione del progetto Cumbre Agraria nel dipartimento del Chocó. Nello stesso giorno è stato ucciso Fabián Antonio Rivera, presidente di una junta comunal di Bello, città nei pressi di Medellín. E il 5 marzo sono caduti sotto il piombo dei sicari prima José Antonio Anzola e, due ore dopo, la sorella Luz Angela. Entrambi erano membri del Partido Comunista e del Sindicato de Trabajadores Agrícolas Independientes del dipartimento del Meta. Nei primi due mesi dell'anno in corso si erano già contate 25 vittime. Tra queste la dirigente comunitaria di Yarumal (dipartimento di Antioquia), Luz Herminia Olarte, e il presidente della Junta de Acción Comunal di Esmeraldas (Cauca), Faiver Cerón Gómez.

Nel frattempo l'applicazione degli accordi di pace incontra mille ostacoli. Il 18 febbraio i guerriglieri delle Farc hanno ultimato il concentramento nelle zone stabilite per la consegna delle armi e la preparazione al rientro nella vita civile. Ma in molti casi non hanno trovato sul posto le strutture destinate ad accoglierli, il cui allestimento era compito del governo. Come afferma in un'intervista a Página/12 il comandante Jesús Santrich, "noi abbiamo dimostrato la nostra volontà di pace, per esempio abbiamo tenuto fede agli impegni riunendo i nostri combattenti. Vi è però una serie di mancati adempimenti da parte governativa che potrebbero continuare a ritardare tutto. In ogni modo ricordiamo la cosa più importante: oggi non c'è uno spiegamento strategico militare. Non ci sono più azioni di guerra".

Con lentezza procede anche l'applicazione dell'amnistia nei confronti dei militanti delle Farc tuttora in carcere. "Su 400 indulti in corso (che furono sollecitati prima della Ley de Amnistía) ci sono solo 150 risoluzioni, ma in libertà non abbiamo ancora un centinaio di guerriglieri - sottolinea ancora Santrich - Così si sta mettendo a rischio la volontà della gente. E la riforma agraria integrale non è neppure cominciata". Elemento ancora più preoccupante: da più parti si denuncia l'avanzata di gruppi paramilitari nei territori un tempo occupati dalla guerriglia. Insieme all'elenco interminabile di omicidi che le autorità continuano a definire "crimini passionali" o "vendette personali", questo fa temere una riedizione del genocidio di cui furono vittime, negli anni Ottanta e Novanta, migliaia di membri dell'Unión Patriótica. (6/3/2017)

America Latina

I contraccolpi della politica di Trump

il Messico principale bersaglio della nuova amministrazione Usa

Le mosse con cui Donald Trump ha inaugurato la sua presidenza hanno sconvolto il mondo politico del continente. Il primo scossone è venuto con il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp (Trans-Pacific Partnership), accordo che gli Usa avevano sottoscritto nell'ottobre 2015 soprattutto per bilanciare l'influenza cinese nella regione. Dei dodici paesi aderenti, tre erano latinoamericani: Messico, Perú e Cile. Anche Santiago, dopo l'annuncio di Washington, ha deciso di lasciare il blocco.

Per l'America Latina l'abbandono statunitense "apre uno scenario di incertezza crescente sulla possibile sopravvivenza di istanze come l'Alianza del Pacífico", scrive Juan Manuel Karg su Página/12. Secondo il politologo, vengono così a galla i limiti del recente avvicinamento a quella stessa alleanza da parte di Argentina e Brasile: "Per Macri, che per tutto l'anno scorso ha insistito sui benefici dell'associarsi al blocco di paesi composto da Messico, Colombia, Perú e Cile, la notizia è un colpo enorme, che parla della poca competenza delle relazioni internazionali del governo in carica: si è preparato per un mondo che non esiste, mosso dall'ideologia anziché dall'esatta comprensione dei processi in corso".

Un contraccolpo negativo per l'economia di Buenos Aires è poi venuto dalla misura adottata dalla nuova amministrazione Usa contro l'importazione di limoni argentini: il provvedimento mira a proteggere i produttori statunitensi. Solo una settimana prima Macri, riferendosi al nuovo inquilino della Casa Bianca, aveva affermato fiducioso: "Non credo che le sue politiche protezionistiche ci danneggeranno".

Ma è il Messico il bersaglio principale di Donald Trump, che ha già firmato l'ordine esecutivo per la costruzione di un muro antimigranti lungo gli oltre 3.000 chilometri di frontiera (in realtà un terzo del confine è già protetto da imponenti barriere, iniziate durante il mandato di Clinton e proseguite da Bush e Obama). Di fronte alla pretesa che sia il Messico stesso a pagare le spese dello sbarramento Peña si è visto costretto, per salvare la faccia, a cancellare il viaggio a Washington fissato per fine mese.

Il previsto contatto tra i due capi di Stato si è dunque limitato a un colloquio telefonico il 27 gennaio, che secondo i comunicati ufficiali si è svolto in tono amichevole. Ben diversa la versione della giornalista Dolia Estévez, che ha avuto accesso a parte della telefonata e che ha parlato di una conversazione "molto offensiva, nel corso della quale Trump ha umiliato Peña Nieto". "Non ho bisogno dei messicani, non ho bisogno del Messico, costruiremo il muro e voi lo pagherete, che vi piaccia o no": queste le parole del presidente Usa nel resoconto di Estévez. E se i militari messicani non sono in grado di combattere il narcotraffico, ha detto ancora Trump, invierà lui stesso le truppe per portare a termine il compito: in pratica una minaccia di invasione. Di fronte al violento e inaspettato attacco pare che Peña sia riuscito solo a balbettare frasi banali sul desiderio di rapporti costruttivi con il potente vicino.

La rivelazione del vero tenore della telefonata ha fatto precipitare ancora di più il tasso di popolarità di Peña Nieto, già ai minimi storici. Al presidente viene rimproverata la mancata difesa della dignità nazionale, un'accusa che rischia di porre in serie difficoltà il Pri alle prossime elezioni presidenziali del 2018. E nel paese ha sempre più successo la campagna che invita a comperare prodotti Hechos en México, come risposta al protezionismo del nord.

In realtà quello dell'amministrazione Trump è un cambiamento di tono solo formale, scrive Carlos Herrera de la Fuente su Aristegui Noticias: "Gli Stati Uniti non sono mai stati benevoli con il Messico. Hanno sempre usato e abusato della loro superiorità economica, politica e militare sul nostro paese. Il fatto che negli ultimi decenni abbiano utilizzato un linguaggio più amichevole per riferirsi alle questioni bilaterali non ha mai significato che la loro politica reale verso il Messico sia stata autenticamente amichevole. Nonostante ciò che ancora si azzardano a dire i vergognosi difensori del Tlc, questo è stato e continua a essere uno strumento commerciale degli Usa per distruggere la nostra economia e sottometterla, integrandola, alla loro logica imperialista. Per il resto la cosiddetta amicizia (parola che tanto amavano usare i Clinton e i Bush) non è stata neppure ragione sufficiente per fermare le massicce deportazioni di immigrati, la costruzione effettiva del muro, la violazione costante della nostra sovranità nazionale attraverso l'illegale cooperazione poliziesca e militare e l'imposizione di una tragica guerra contro il narcotraffico che ha provocato al paese centinaia di migliaia di morti".

La nuova politica di Washington è stata al centro del V Vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha invitato ad "assumere una chiara posizione in difesa degli immigrati non solo dell'America Latina e dei Caraibi": la soluzione al problema dell'immigrazione non sono muri o frontiere, ciò che serve "è la solidarietà, è l'umanità e la creazione di condizioni di benessere e di pace per tutti gli abitanti del pianeta". All'incontro, che si è svolto il 24 e 25 gennaio, non hanno partecipato l'argentino Macri e il golpista brasiliano Temer. Al termine dei lavori la presidenza temporanea del blocco è passata dalla Repubblica Dominicana al Salvador.

Anche il segretario generale dell'Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha criticato l'iniziativa di Trump: "Esprimo la mia opposizione alla decisione provocatoria adottata dal nuovo presidente degli Stati Uniti di imporre al popolo messicano l'obbligo umiliante di pagare l'ancor più umiliante muro che si pretende di costruire, per separare fisicamente gli Stati Uniti e il Canada dal Messico e dall'America Latina". (5/2/2017)

Sull'argomento v. anche:

Chau TPP, ¿hola Mercosur?

Trump, Slim y los negocios

O todos somos México o Trump nos borra

Messico

In piazza contro il gasolinazo

l'aumento dei combustibili scatena la rivolta

Non si arresta in Messico la protesta contro il gasolinazo, l'aumento del prezzo dei combustibili scattato il primo gennaio. Il provvedimento è stato giustificato dal presidente Peña Nieto con la necessità di mantenere la stabilità economica e con le conseguenze dell'incremento dei prezzi internazionali (nonostante le ricchezze petrolifere del Messico, benzina e diesel vengono in gran parte importati). Tali spiegazioni non sono servite a calmare l'indignazione popolare: tutti i giorni si registrano manifestazioni, occupazioni di stazioni di servizio e di caselli autostradali, cortei e blocchi dei trasporti. Incidenti e scontri con la polizia hanno provocato sei morti e migliaia di arresti.

La stampa ha dato grande risalto al saccheggio di negozi e supermercati, ma secondo padre Alejandro Solalinde, il fondatore del ricovero per migranti Hermanos en el Camino, queste azioni sono generalmente orchestrate dal governo, che mira così a criminalizzare il movimento sociale. "E' chiaro che la gente ha bisogno, ma altre persone saccheggiano in modo molto pianificato e strategico: si vede lo stesso modus operandi", afferma Solalinde in un'intervista apparsa su La Jornada dell'8 gennaio.

L'ultimo aumento è stato solo il detonatore di un ben più profondo malcontento, legato alla grave crisi economica del paese. Nei quattro anni dell'attuale amministrazione il costo della benzina è cresciuto del 48% e il peso ha subito una svalutazione di oltre l'80% rispetto al dollaro. "C'è fame. Ora qualsiasi pretesto è buono per una rivolta sociale. Anche se il presidente Enrique Peña Nieto facesse marcia indietro con il gasolinazo, sarebbe troppo tardi - spiega Solalinde - La società è estremamente disperata di fronte a una classe politica tanto corrotta, tanto insensibile e tanto cieca da non riuscire a calcolare la dimensione di una sollevazione sociale".

Il rialzo di benzina e diesel, il più pesante degli ultimi anni, fa parte di una politica di liberalizzazione dei prezzi legata alla riforma energetica, varata proprio da Peña alla fine del 2013, che ha aperto agli investimenti privati nel settore. Con questa riforma - aveva promesso allora il capo dello Stato - Pemex e Cfe (la Comisión Federal de Electricidad) "si rafforzano e si modernizzano, saranno imprese produttive dello Stato, efficienti, con la capacità e la flessibilità necessarie ad adempiere alla loro funzione a beneficio di tutta la società messicana". Il presidente aveva aggiunto che il cambiamento avrebbe avuto riflessi positivi sul portafoglio della popolazione, abbassando i costi di luce e gas. E' successo esattamente il contrario.

Nonostante la repressione e gli arresti, le mobilitazioni continuano. Domenica 22 gennaio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in 22 Stati, dalla Baja California al Chiapas, ripetendo ovunque lo stesso slogan: Fuera Peña. Come aveva previsto Padre Solalinde, "questo movimento sociale è diverso dai precedenti; non credo che si estinguerà tanto facilmente, non credo che la gente ceda alla campagna di paura e di terrore che questo malgoverno tenta di imporre. La gente non ne può più". (23/1/2017)

Sul Messico v. anche:

Crónica de una privatización encubierta

El enojo va más allá del gasolinazo

El gasolinazo: la punta del iceberg de la privatización petrolera

Isidro Baldenegro y la impunidad contra los rarámuris

Processo Condor

Otto ergastoli dai giudici di Roma

Otto condanne al carcere a vita, 19 assoluzioni e sei proscioglimenti per morte degli imputati. Questa la sentenza pronunciata il 17 gennaio dalla Terza Corte d’Assise di Roma al lungo Processo Condor per la scomparsa di 23 cittadini italiani, sequestrati in diversi paesi dell’America Latina tra il 1973 e il 1978. Le richieste dell'accusa erano di 27 ergastoli e una sola assoluzione.

Le opinioni sulla sentenza non sono univoche. "Per Jorge Ithurburu, infaticabile presidente dell'Associazione 24 marzo - scrive Geraldina Colotti su il manifesto - si è trattato di un risultato altamente positivo nel suo complesso, che per la prima volta ha evidenziato l'articolazione della rete criminale nelle sue responsabilità e diramazioni". Positivo anche il parere dell’Associazione Progetto Diritti, di cui fanno parte gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli, legali di molte parti civili: la sentenza costituisce "un passaggio di grande rilevanza sul piano del giudizio storico e delle responsabilità giuridiche". Ma secondo i familiari delle vittime "non è stata fatta giustizia". Giudizio condiviso dal linguista e attivista politico statunitense Noam Chomsky, per il quale la decisione dei giudici romani "non è una risposta sufficiente rispetto all'enormità dei reati commessi". In particolare Chomsky sottolinea una lacuna fondamentale, il fatto che non sia stato menzionato il ruolo degli Stati Uniti nella costruzione di questa rete terroristica di Stato.

La pena dell'ergastolo è stata comminata ai cileni Hernán Jerónimo Ramírez e Rafael Ahumada Valderrama, all'uruguayano Juan Carlos Blanco, ai boliviani Luis García Meza e Luis Arce Gómez, ai peruviani Francisco Morales Bermúdez, Pedro Richter Prada e Germán Ruiz Figueroa. Tutti gli imputati sono stati però giudicati in contumacia: assolto l'unico presente in aula, l'ex membro dei servizi segreti uruguayani e ora cittadino italiano Jorge Néstor Troccoli. (19/1/2017)

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

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