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Ecuador: abandono de la Revolución Ciudadana y giro hacia otro modelo

Venezuela

Nicolás Maduro rieletto presidente

Nicolás Maduro ha trionfato nelle presidenziali del 20 maggio con il 67,7% dei voti: il suo principale avversario Henri Falcón, un ex chavista passato alla destra e ora sostenitore della necessità di dollarizzare l'economia, si è fermato al 21,2%. L'affluenza alle urne ha superato di poco il 46%, una percentuale più bassa rispetto alle passate consultazioni, ma comunque in linea con la tendenza regionale. Un dato importante, visto che gran parte dell'opposizione aveva deciso di non presentare alcuna candidatura e di fare appello all'astensionismo.

La República Bolivariana ha dunque superato un'altra importante prova, sfidando il boicottaggio degli Stati Uniti, dei suoi alleati del Grupo de Lima e dell'Unione Europea, che si sono rifiutati di riconoscere il risultato delle urne. E questo nonostante la presenza di numerosi osservatori internazionali che hanno garantito la regolarità del voto: tra questi l'ex premier spagnolo Zapatero e l'ex presidente ecuadoriano Correa. Senza contare che il sistema in uso in Venezuela possiede tre forme di garanzia: al voto elettronico si aggiunge l'impronta digitale dell'elettore e un certificato cartaceo. segue

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Las tareas inmediatas

Cile

Pensionati e studenti scendono in piazza

Domenica 22 aprile migliaia di persone hanno manifestato per chiedere la fine del vigente sistema previdenziale, creato dalla dittatura di Pinochet e affidato a sei Administradoras de Fondos de Pensiones (Afp), istituzioni finanziarie private che gestiscono oltre 170 miliardi di dollari. Di tutto questo denaro ai pensionati arrivano solo le briciole. Secondo i dirigenti del movimento No más Afp, la partecipazione alla mobilitazione ha superato ogni aspettativa, con 28 concentramenti in tutto il paese.

Tre giorni prima, a Santiago e in altre città, centinaia di migliaia di studenti e professori avevano protestato contro la decisione del Tribunal Constitucional che, accettando il ricorso presentato da un gruppo di università private, aveva dichiarato incostituzionale uno degli articoli cardine della riforma educativa varata durante la presidenza Bachelet, quello che proibisce a persone o istituzioni di controllare gli atenei a fini di lucro. Una manifestazione allegra, al suono dei tamburi, aveva percorso il centro della capitale urlando No más lucro, no más deuda, no más educación sexista. segue

Brasile

Dichiarazione di ex capi di Stato e di governo europei

Mi permetto di richiamare l’attenzione su due notizie un po’ defilate nella nostra stampa, ma di rilievo per il Brasile. La prima riguarda la presa di posizione pubblica di ex capi di Stato e di governo europei, in prevalenza mediterranei, al riguardo dell’impeachment della presidente costituzionale Dilma Rousseff (31 agosto 2016) e dell’incarcerazione dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (7 aprile 2018). È ragionevole ritenere che personalità di peso si siano debitamente informate prima di lanciare una pubblica dichiarazione e che si siano convinte dell’innocenza dei perseguitati.

La seconda notizia riguarda alcune parole di papa Francesco che, con il garbo della comunicazione religiosa, senza nominare direttamente la situazione alla quale si riferisce, non lasciano molto dubbi (secondo i commentatori brasiliani) che il destinatario delle riflessioni papali sia il Brasile. Contemporaneamente (e anche questo probabilmente non è casuale se si considera la modalità comunicativa della Santa Sede) domenica 26 maggio, giorno di Pentecoste in cui lo Spirito scende ad illuminare il credente, è indetto un pellegrinaggio interreligioso per Lula livre ad Aparecida (San Paolo), santuario nazionale della Chiesa cattolica romana che in quanto nazionale non dipende dalle singole diocesi e dai singoli vescovi. La responsabilità delle chiese nel tempo di oggi per difendere la democrazia e lo Stato di diritto in molte realtà è enorme in presenza di spinte integraliste che affiorano in molte e diverse religioni. (T.I. - 18/5/2018)

L’incarcerazione affrettata del presidente Lula, instancabile architetto della riduzione delle diseguaglianze in Brasile, difensore dei poveri del suo paese, può solo destare la nostra emozione. L’impeachment di Dilma Rousseff, eletta democraticamente dal suo popolo e la cui integrità mai è stata messa in discussione, era già una seria preoccupazione. La lotta legittima e necessaria contro la corruzione non può giustificare un’operazione che mette in discussione i principi della democrazia e il diritto dei popoli di eleggere i propri governanti. Noi sollecitiamo solennemente che il presidente Lula posso sottoporsi liberamente al suffragio del popolo brasiliano. segue

Altri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

Bolivia

Muore l'ex dittatore García Meza

Un altro ex dittatore si è portato nella tomba il segreto dei suoi crimini. Luis García Meza è deceduto a 88 anni nell'ospedale militare di La Paz e con la sua morte si chiude la speranza di conoscere la sorte dei desaparecidos del suo regime: tra questi lo scrittore e dirigente politico di sinistra Marcelo Quiroga Santa Cruz e il deputato Juan Carlos Flores Bedregal. I familiari degli scomparsi hanno inutilmente chiesto, per anni, l'apertura di tutti gli archivi delle forze armate. "Quanti sono stati assassinati nelle strade, nelle case, nei posti di lavoro? - afferma in un comunicato l'Asociación de Familiares de Detenidos, Desaparecidos y Mártires por la Liberación Nacional - Deploriamo che non si sia fatta giustizia".

García Meza era salito al potere deponendo con un golpe la presidente Lidia Gueiler nel luglio 1980 e vi era rimasto fino all'agosto 1981. In questo periodo, caratterizzato dalla corruzione e dalla protezione del narcotraffico, si era avvalso della collaborazione degli squadroni della morte al comando dell'ex criminale nazista Klaus Barbie, il Boia di Lione (che viveva in Bolivia sotto il falso nome di Klaus Altmann). Del gruppo facevano parte anche gli estremisti di destra Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai, coinvolti nella strategia della tensione. segue

Unasur

Colpo mortale all'integrazione sudamericana?

Un colpo forse mortale all'integrazione sudamericana. Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Perú e Paraguay hanno annunciato con una lettera la sospensione della loro partecipazione all'Unasur, l'Unión de Naciones Suramericanas. Il messaggio, indirizzato al ministro degli Esteri di La Paz Fernando Huanacuni (la Bolivia ha assunto il 12 aprile la presidenza pro tempore), giustifica la decisione con "l'urgente necessità di risolvere la mancanza di dirigenza dell'organismo". Al termine del mandato del colombiano Ernesto Samper nel 2017, infatti, non era stato possibile raggiungere un'intesa sul nome del nuovo segretario generale. I sei paesi firmanti contestano inoltre "gli obiettivi dell'Unasur, la sua struttura e i metodi di lavoro".

Non è difficile capire gli obiettivi di questa decisione presa da sei governi di destra. Innanzitutto uno "schiaffo" alla Bolivia, uno dei pochi paesi progressisti della regione. E un ulteriore passo verso l'isolamento del Venezuela, che vive un momento politico estremamente difficile. Insomma un regalo agli Stati Uniti, che nell'integrazione sudamericana trovano un ostacolo alle loro mire. Non va dimenticato il ruolo importante giocato dall'Unasur nel frenare le manovre golpiste in Bolivia nel 2008 (tentativo secessionista) e in Ecuador nel 2010 (ammutinamento di alcuni reparti di polizia). Sempre nel 2010 grazie alla mediazione del primo segretario generale, l'argentino Néstor Kirchner, era stato risolto il conflitto diplomatico - fomentato dagli Usa - tra Colombia e Venezuela. Senza contare che con l'Unasur viene indebolito il Consejo de Defensa, che era stato creato per "consolidare una zona di pace" e promuovere la cooperazione tra gli Stati membri in materia di difesa. segue

Nicaragua

Migliaia in piazza contro la riforma

La miccia è stata la riforma della previdenza sociale: aumento fino al 22,5% dei contributi da versare da parte di lavoratori e imprenditori e riduzione del 5% delle pensioni. L'esecutivo giustificava il provvedimento con la necessità di far fronte al colossale deficit dell'Instituto Nicaragüense de Seguridad Social. A partire dal 18 aprile migliaia di persone sono scese in piazza a più riprese dando vita a cacerolazos di protesta, mentre gli studenti occupavano le università. Non è mancato chi ha approfittato del caos per saccheggiare negozi e supermercati.

I manifestanti sono stati attaccati con violenza dalla polizia e da gruppi di sostenitori del governo e gli incidenti hanno provocato numerose vittime, in maggioranza studenti: sul numero esatto esistono discordanze tra i dati ufficiali, che parlano di una decina di morti, e la Comisión Permanente de Derechos Humanos, che fa salire questa cifra a 63 (oltre a 15 dispersi). Le mobilitazioni si sono susseguite non solo a Managua, ma a León, Masaya, Chinandega, Estelí e Bluefields; in quest'ultima località il giornalista Angel Gahona è stato colpito a morte da una pallottola mentre seguiva gli avvenimenti per un notiziario locale. segue

Paraguay

Sempre più a destra?

"Oggi il popolo paraguayano deve scegliere tra la dittatura e la democrazia". Così commentava Página/12 il 22 aprile, giorno in cui gli elettori erano chiamati a designare il nuovo capo dello Stato. Al termine di una votazione non certo limpida è stato proclamato vincitore un personaggio legato al periodo più buio della storia del paese: Mario Abdo Benítez, figlio dell'ex segretario privato di Stroessner, che nelle sue dichiarazioni ha sempre difeso la figura del defunto dittatore.

Con questa vittoria, ottenuta anche grazie all'appoggio incondizionato dei media, Abdo garantisce la permanenza al potere del Partido Colorado, da sempre espressione dell'oligarchia. Ma contrariamente ai sondaggi della vigilia, che pronosticavano una trentina di punti percentuali di distacco, il suo principale avversario, Efraín Alegre del Plra (Partido Liberal Radical Auténtico), è stato sconfitto per meno di 4 punti. Alegre era sostenuto da Alianza Ganar, coalizione eterogenea dove al Plra si affiancava il Frente Guazú, che presentava come candidato a vicepresidente il giornalista Leo Rubín. Il leader del Frente, l'ex presidente Fernando Lugo, aveva favorito la riedizione della vecchia alleanza per poter sconfiggere i colorados, nonostante nel 2012 fosse stato deposto da un colpo di Stato istituzionale proprio per il tradimento di un esponente del Partido Liberal Radical Auténtico, il suo vice Federico Franco. segue

Cuba

Díaz-Canel succede a Raúl Castro

Miguel Díaz-Canel Bermúdez è il nuovo presidente del Consejo de Estado in sostituzione di Raúl Castro, che rimarrà comunque fino al 2021 primo segretario del Partido Comunista. Un cambio della guardia all'insegna della continuità avvenuto significativamente il 19 aprile, 57° anniversario della vittoria di Playa Girón.

L'11 marzo era stato rinnovato il potere legislativo con l'elezione dei membri dell'Asamblea Nacional del Poder Popular, in gran parte appartenenti alla generazione venuta al mondo dopo la rivoluzione. Anche Díaz-Canel, un ingegnere elettronico della provincia di Villa Clara, è nato nel 1960. Nella sua carica sarà affiancato da sei vicepresidenti, tre uomini e tre donne: tra questi il veterano del Granma Ramiro Valdés Menéndez e la Contralora General de la República, Gladys María Bejerano Portela. segue

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Colombia

Nuovi attacchi al processo di pace

Non si ferma la catena di omicidi nelle campagne. Alla fine di marzo è stata assassinata a Mapiripán, nel dipartimento del Meta, María Magdalena Cruz Rojas. I killer, mascherati, sono giunti alla fattoria dove abitava e l'hanno colpita a morte di fronte al marito e al figlio. Cruz Rojas si batteva in difesa dei diritti dei contadini e guidava il movimento per la sostituzione delle coltivazioni di coca. La zona durante il conflitto armato era un bastione del gruppo paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia, che proprio a Mapiripán nel 1997 massacrò decine di persone.

Intanto l'attuazione degli accordi governo-Farc incontra sempre più difficoltà. Secondo le valutazioni di diverse parti, fino ad oggi è stato realizzato solo il 20% di quanto stabilito: i ritardi maggiori riguardano le alternative economiche offerte agli ex combattenti per favorire il loro reinserimento nella società. Non mancano le denunce di cattiva gestione e di corruzione negli organismi statali incaricati di gestire i fondi nazionali e internazionali predisposti a questo scopo. segue

Brasile

Con Lula in prigione si conclude il golpe

Con Lula incarcerato si conclude il golpe iniziato nell'agosto di due anni fa con la destituzione di Dilma Rousseff. A questo passo si è arrivati attraverso una serie di sentenze che hanno ignorato qualsiasi diritto della difesa: prima la condanna a nove anni e sei mesi, da parte del giudice Moro, per un reato di cui non esiste alcuna prova (pena aumentata in seconda istanza a dodici anni e un mese dal tribunale di Porto Alegre), poi la decisione, presa dagli stessi giudici di Porto Alegre in una seduta lampo, di respingere ogni ricorso e infine il verdetto del Supremo Tribunal Federal, che non ha concesso l'habeas corpus nonostante la presunzione d'innocenza prevista dalla Costituzione, negando quindi a Lula la possibilità di attendere in libertà l'ultimo grado di giudizio.

Il giudice Moro non si è lasciato sfuggire l'occasione e il 5 aprile ha deliberato l'immediato arresto dell'ex presidente, imponendogli di presentarsi entro le 17 del giorno dopo alla polizia federale di Curitiba, capitale dello Stato del Paraná. Una spiegazione di tanta fretta viene dal quotidiano spagnolo El País, che riporta la raccomandazione scritta su un documento riservato, firmato da un membro del pubblico ministero: il "manipolatore di masse" deve essere incarcerato al più presto. Si teme - è chiaro - la mobilitazione popolare. segue

Il discorso di Lula a São Bernardo do Campo

7 aprile 2018, São Bernardo do Campo, San Paolo. Il 4 marzo 2016 la polizia federale effettuava per ordine del giudice di prima istanza di Curitiba Moro il sequestro dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva con l’accusa di ostruzione alla giustizia; la mobilitazione e la non autorizzazione di accesso allo spazio aereo impedirono il trasferimento coatto con incarcerazione a Curitiba. Era il segnale dell’inizio del golpe attivo contro il governo di centrosinistra, concluso in una prima fase con la deposizione illegittima e anticostituzionale il 30 agosto 2016 della presidente Dilma Rousseff. A metà settembre 2016 il ministero pubblico di Curitiba iniziava la persecuzione giudiziaria contro Lula per corruzione, in assenza di prove. A inizio luglio 2017 Moro, sempre senza prove, condannava Lula a 9 anni di prigione, il 24 gennaio 2018 il collegio giudicante di secondo grado di Porto Alegre, sempre senza prove, aumentava la pena a 12 anni, il 4 aprile il Supremo Tribunale Federale/STF respingeva la richiesta della difesa di Lula al diritto costituzionale di habeas corpus fino al termine di tutti i gradi di giudizio; il 5 aprile il giudice Moro chiedeva l’arresto entro 24 ore di Lula; sabato 7 aprile Lula si consegnava e veniva trasferito a Curitiba per la detenzione preventiva.

Lungo tutto l’iter giudiziario la Costituzione del 1988 è stata ripetutamente calpestata, le procedure giudiziarie gettate alle ortiche, il rigore del diritto vilipeso. Pur in un susseguirsi di oltraggi al diritto, forse il punto più miserevole è stato raggiunto nella seduta del STF del 4 aprile: la negazione del diritto di innocenza fino alla condanna finale, che regge la convivenza civile in ogni paese con sistemi democratici. La prima risposta all’indecente mandato di arresto del 5 aprile da parte di Lula, del PT/Partito dei lavoratori, dei partiti di sinistra come il PCdB/Partito comunista del Brasile, il Psol/Partito del socialismo e della libertà e dei movimenti sociali come il MST/Movimento del lavoratori senza terra, il MTST/Movimento dei lavoratoti senza tetto e delle centrali sindacali è stata una risposta politica al più alto livello. Il 4 aprile Lula ha atteso il verdetto del STF nella sede del sindacato dei metalmeccanici di São Bernardo do Campo, nella Grande San Paolo dove Lula è diventato negli anni ’70-’80 leader sindacale delle grandi fabbriche della zona. Lì è rimasto fino alle 19 di sabato 7 aprile, quando si è consegnato alla polizia. segue

Nella foto: al termine della cerimonia in memoria di dona Leticia, Lula è abbracciato da militanti democratici. Altri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

 

Costa Rica

Sconfitto l'oscurantismo religioso

Il duello tra i due Alvarado si è concluso con la vittoria del centrosinistra. Nel ballottaggio di domenica primo aprile Carlos Alvarado del Pac, il Partido Acción Ciudadana del presidente in carica Luis Guillermo Solís, si è imposto con oltre il 60% dei voti sul suo avversario, il predicatore evangelico Fabricio Alvarado (nessuna parentela tra i due). Vicepresidente sarà Epsy Campbell, prima donna nera a occupare tale carica nel continente americano. Laureata in Economia, Campbell si batte da tempo per i diritti delle donne e delle comunità afro.

E' stata così sconfitta la linea ultraconservatrice del Partido Restauración Nacional, contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso, all'aborto, alla fecondazione in vitro e all'educazione sessuale nelle scuole. Il dibattito era sorto in seguito a una recente risoluzione della Corte Interamericana per i Diritti Umani, che imponeva agli Stati membri di garantire pieni diritti alla comunità lgbti. Nella prima tornata elettorale, svoltasi il 4 febbraio con ben tredici candidati, Fabricio Alvarado aveva ottenuto quasi il 25% dei consensi. Il timore di vedere il paese precipitare nell'oscurantismo religioso ha mobilitato l'elettorato, facendo anche leggermente aumentare nel secondo turno la percentuale di affluenza alle urne. segue

Guatemala

La morte dell'ex dittatore Ríos Montt

"Si è spento in pace, tranquillo". Così il suo avvocato ha descritto la morte dell'ex dittatore Efraín Ríos Montt, ben diversa da quella riservata alle migliaia di vittime del suo regime. Giunto al potere nel marzo 1982 grazie a un colpo di Stato, Ríos Montt venne a sua volta deposto, nell'agosto dell'anno dopo, da un golpe guidato dal ministro della Difesa Mejía Víctores.

Tra le prime misure del suo governo de facto l'istituzione dei Tribunales de Fuero Especial, in cui giudici dal volto coperto emettevano sentenze capitali. Nei 17 mesi in cui rimase al potere, si calcola che nelle comunità indigene siano state massacrate dall'esercito oltre 25.000 persone, accusate di parteggiare per la guerriglia. Del resto anche in precedenza, come generale di brigata e poi capo di stato maggiore dell'esercito, Ríos Montt si era fatto conoscere per la brutalità dei suoi metodi repressivi. Ministro della setta pentecostale Iglesia del Verbo, si considerava scelto da Dio per liberare il Guatemala dalla "minaccia comunista" e infarciva i suoi discorsi di citazioni bibliche. segue

Argentina

Di nuovo in piazza contro il governo

Sempre più gente scende in piazza per protestare contro la politica di Mauricio Macri. Il 24 marzo una marea umana ha invaso le strade di Buenos Aires nel Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia, a 42 anni dall'inizio della più sanguinosa dittatura della storia argentina. La manifestazione, che per affluenza ha superato ogni aspettativa, ha dimostrato che il paese non tollererà passi indietro nella lotta contro l'impunità e che respinge con forza la concessione degli arresti domiciliari ai responsabili di violazione dei diritti umani, come il governo ha già iniziato a fare. Forti applausi hanno accolto l'ex funzionario dell'amministrazione di Cristina Fernández, Carlos Zannini, e il dirigente sociale Luis D'Elía, appena liberati dal carcere perché i giudici hanno riconosciuto che la loro detenzione era ingiusta.

L'8 marzo centinaia di migliaia di donne avevano dato vita a un imponente corteo contro la violenza e i femminicidi, ma anche contro le misure di austerità e per l'aborto libero, sicuro e gratuito. E oltre 400.000 persone avevano partecipato il 21 febbraio alla mobilitazione promossa, con uno sforzo unitario, dalle organizzazioni sindacali come reazione alla crisi sociale in atto, all'ondata di licenziamenti, al taglio delle pensioni e all'aumento delle tariffe. segue

Sull'Argentina v. anche:

Video: Oh Macri Chao

Inacayal

Tpp-11

Senza gli Usa nasce il nuovo accordo transpacifico

Undici Stati di tre continenti hanno sottoscritto l'8 marzo, a Santiago del Cile, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, conosciuto anche come Tpp-11. Il nuovo trattato di libero commercio riunisce le nazioni aderenti al Tpp, a eccezione degli Stati Uniti. Si tratta di Canada, Messico, Cile, Perú, Giappone, Vietnam, Malesia, Brunei, Singapore, Australia e Nuova Zelanda, paesi in cui vivono circa 480 milioni di persone. Il blocco costituisce il 13,5% del pil mondiale e al suo interno il socio economicamente più forte è il Giappone. segue

Perú

Travolto dagli scandali Kuczynski si dimette

Alla fine Pedro Pablo Kuczynski ha dovuto cedere. Coinvolto nello scandalo Odebrecht e indagato per aver tentato di sottrarsi all'impeachment comprando l'appoggio dei congressisti, il 21 marzo si è dimesso prima di essere destituito dal voto del Parlamento. Già nel dicembre scorso l'ex presidente si era salvato da una richiesta di destituzione barattando la liberazione di Alberto Fujimori in cambio dell'appoggio del figlio del dittatore, Kenji, e del suo gruppo parlamentare. Un indulto umanitario che aveva suscitato l'indignazione popolare: migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro questo provvedimento di "clemenza".

Questa volta il salvataggio non c'è stato, anche perché Ppk (come Kuczynski viene comunemente conosciuto) non disponeva più di monete di scambio. E alle prove della corruzione, che si sono venute accumulando contro di lui, si sono aggiunti i video che testimoniano la tentata compravendita di voti. La contrattazione, orchestrata a suo favore dall'alleato Kenji, è venuta alla luce perché un membro del partito Fuerza Popular ha registrato le trattative rendendole pubbliche. L'episodio fa parte della guerra che da tempo oppone Kenji alla sorella Keiko per il controllo del movimento fujimorista. Agli inizi di marzo Kenji aveva abbandonato Fuerza Popular, ufficialmente per scrupoli morali, dopo le rivelazioni di un funzionario di Odebrecht che aveva parlato di un cospicuo finanziamento al partito per la campagna elettorale del 2011. segue

Sull'argomento v. anche

Crisis política y oportunidades de nueva transición 

El Salvador

Il Fmln perde le elezioni legislative

A più di una settimana dalle elezioni del 4 marzo i risultati non sono ancora definitivi, ma una cosa è certa: il partito di estrema destra Arena, Alianza Republicana Nacionalista, pur perdendo circa 80.000 voti rispetto alle consultazioni del 2015, si afferma come la maggiore forza parlamentare e insieme alle altre formazioni conservatrici, Partido de Concertación Nacional e Partido Demócrata Cristiano, potrà contare sulla maggioranza degli 84 deputati nazionali. Il voto, considerato un importante test in previsione delle presidenziali che si terranno il prossimo anno, si è svolto in un clima di sostanziale calma, ma anche di scarso interesse: si sono recati alle urne poco più del 30% degli aventi diritto (l'affluenza è scesa del 18% rispetto al 2015) e moltissimi sono stati i voti nulli.

Il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional soffre una vera e propria emorragia di suffragi: più di 360.000. Alla presidenza dal 2009 prima con l'indipendente Mauricio Funes, poi con l'ex comandante guerrigliero Salvador Sánchez Cerén, paga la difficoltà di governare senza una solida maggioranza, per cui ha dovuto talvolta negoziare l'appoggio del partito di centrodestra Gana, Gran Alianza por la Unidad Nacional. Senza contare che l'oligarchia detiene ancora il potere nei posti chiave dell'apparato statale e ha in mano i principali mezzi di comunicazione. segue

Messico

Verso il voto tra violenza e crisi economica

Il Messico si avvia verso le elezioni di luglio in una situazione di profonda crisi, stretto tra disoccupazione, inflazione, crescita delle disuguaglianze. E soprattutto aumento esponenziale della violenza, con il 2017 che si conferma, da questo punto di vista, come il peggiore degli ultimi due decenni. La risposta del governo, con l'approvazione in dicembre della Ley de Seguridad Interior che formalizza la partecipazione delle forze armate in compiti di polizia, non è certo destinata a riportare la pace nel paese. La militarizzazione della sicurezza infatti è in atto già da tempo - sia pure con carattere "provvisorio" - e non ha fatto che moltiplicare i casi di violazione dello Stato di diritto. Con questa legge si vuole sottomettere l'autorità civile a quella militare, ha sottolineato il rappresentante in Messico dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Diritti Umani, Jan Jarab, che si è detto preoccupato soprattutto per la possibilità che le forze armate intervengano nella repressione di manifestazioni e proteste.

E certo l'intervento dei soldati non ferma le uccisioni di dirigenti sociali e comunitari. Il 16 gennaio nei pressi di Chilchota (Stato del Michoacán) è stato ritrovato il cadavere di Guadalupe Campanur Tapia. Indigena purépecha, Guadalupe aveva partecipato attivamente alla rivolta degli abitanti di Cherán che nel 2011, per preservare il patrimonio boschivo dalle minacce dei trafficanti illegali di legname, avevano organizzato una ronda comunitaria e si erano costituiti in municipio autonomo. L'autogoverno di Cherán, sul modello dei caracoles zapatisti del Chiapas, è diventato in questi anni un esempio per quanti lottano in difesa del territorio e delle risorse idriche, contro le ecomafie e i loro protettori politici. segue

Nella foto: Marichuy durante una conferenza stampa

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America Latina

L'arma giuridica contro i movimenti progressisti

Il 24 gennaio i magistrati di Porto Alegre hanno confermato, e addirittura aumentato (da nove anni e sei mesi a dodici anni e un mese), la condanna comminata all'ex presidente brasiliano Lula per un reato non provato. In tal modo diventa quasi impossibile per l'ex presidente partecipare alle elezioni di ottobre, dove tutti i sondaggi lo indicano come sicuro vincitore. E' questo l'ennesimo atto di una vera e propria guerra giuridica, il cosiddetto lawfare, contro gli esponenti dei movimenti progressisti latinoamericani.

Mentre il Venezuela è quotidianamente sottoposto ad attacchi esterni (sanzioni economiche e minacce di intervento armato) e interni (recentemente si è giunti al sabotaggio di centrali elettriche), nel resto della regione è in corso un'offensiva non meno pericolosa, che mira alla diffamazione e alla criminalizzazione degli oppositori, anche i più moderati. Come afferma il giurista argentino Raúl Zaffaroni, con questa sorta di Plan Cóndor Judicial si vuole "eliminare da ogni contesa elettorale e per via giudiziaria qualsiasi leader o dirigente popolare in grado di vincere un'elezione contro i candidati delle corporazioni". Questa nuova arma, resa ancora più potente dal controllo esercitato sui principali media da parte dei gruppi di potere, punta a far tacere ogni voce alternativa. Lo scopo è quello di cancellare diritti acquisiti nei decenni per restaurare un neoliberismo selvaggio, come sta già avvenendo in buona parte dell'America Latina. segue

Ecuador

Vittoria (parziale) di Moreno

Il referendum del 4 febbraio, con la vittoria del Sì a tutte le domande, costituisce un indubbio trionfo per il governo Moreno. In particolare l'approvazione dell'emendamento alla Costituzione che cancella la rielezione indefinita, permettendo alle cariche elettive una sola possibilità di concorrere a un nuovo mandato, preclude all'ex presidente Rafael Correa la possibilità di ricandidarsi nel 2021. Altro quesito fondamentale riguardava la ristrutturazione del Consejo de Participación Ciudadana y Control Social, un organo creato da Correa con la funzione di designare le autorità di controllo, compresi i membri della Corte Costituzionale. Ora quest'organo sarà gestito in via transitoria da un nuovo Consejo, che verrà nominato dall'Asamblea Nacional all'interno di una rosa di candidati indicati dall'esecutivo, e che dovrà valutare (e potrà rimuovere) tutti i funzionari legati alla precedente amministrazione. Quanto all'abrogazione della Ley de Plusvalía, che colpiva la speculazione su beni immobili e terreni, è un chiaro regalo alle destre e in particolare al settore della costruzione. segue

Honduras

Insediamento tra le proteste

Juan Orlando Hernández si è insediato il 27 gennaio per un secondo mandato, in una seduta del Congresso tenuta presso l'Estadio Nacional pieno di suoi sostenitori. In un'altra zona della capitale si erano concentrati gli oppositori, con alla testa l'ex candidato Salvador Nasralla e l'ex presidente Manuel Zelaya. Non appena i manifestanti hanno mosso i primi passi in direzione dell'Estadio sono stati dispersi con gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza. Nel suo discorso di investitura Hernández ha fatto appello al dialogo e all'unità, cercando di far dimenticare i brogli grazie ai quali è stato rieletto. "Si è consolidata la dittatura, è un governo che ha il sigillo dello Stato, ma è privo di legittimità. Si impone in modo violento con i militari nelle strade", ha affermato Bertha Oliva, coordinatrice del Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos. segue

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04