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El Salvador: "El Ejército en tareas de seguridad interna fue funcional al crimen organizado"

Argentina

Il Senato boccia le legalizzazione dell'aborto

ma la battaglia del movimento delle donne non si ferma

All'alba del 9 agosto, dopo quasi 17 ore di discussione, i senatori hanno respinto con 38 voti contro 31 (e due astensioni) la legalizzazione dell'interruzione volontaria della gravidanza, che in giugno aveva ricevuto il sì dei deputati. Una sconfitta per milioni di donne che in questi mesi si erano mobilitate. Tantissime sono rimaste a manifestare fino all'ultimo di fronte alla sede del Senato, nonostante il freddo e la pioggia incessante. La proposta di legge stabiliva il diritto all'aborto libero e gratuito negli ospedali pubblici fino alla quattordicesima settimana di gestazione. La sua bocciatura, negando alle donne il controllo del proprio corpo, lascia come unica risorsa l'aborto clandestino. E questo si traduce, per quante non possono permettersi di pagare un intervento in condizioni di sicurezza, nel ricorso a pratiche pericolose e spesso mortali (secondo alcuni calcoli, si praticano ogni anno nel paese tra i 370.000 e i 522.000 aborti clandestini).

Ma la ola verde, come è stata chiamata dal colore scelto dal movimento, ha perso una battaglia, non la guerra. La campagna nazionale continuerà nonostante le pressioni dei settori più conservatori e degli esponenti religiosi. La stessa ex presidente e ora senatrice Cristina Fernández, un tempo contraria, ha affermato di aver cambiato idea vedendo "le migliaia di ragazze che sono scese in piazza a protestare". La lotta di questi mesi ha riproposto all'attenzione nazionale un tema che non sarà più possibile eludere. segue

Cile

L'ondata femminista aveva contagiato nei mesi scorsi anche il Cile. No más lucro, no más deuda, no más educación sexista era stata la parola d'ordine di migliaia di studentesse che avevano occupato numerose facoltà in tutto il paese per denunciare casi di abuso sessuale e comportamenti misogini da parte di insegnanti e autorità. Sugli striscioni dei cortei, che si erano tenuti a Santiago, Valparaíso, Valdivia, Concepción, campeggiava lo slogan: Macho no se nace, la educación chilena lo hace. E nella capitale le alunne liceali avevano simbolicamente occupato l'Instituto Nacional, riservato ai maschi, per protestare contro gli atteggiamenti maschilisti degli studenti. Sull'argomento v. l'articolo: La ola feminista chilena que ha venido para quedarse

Qui e sopra: due immagini dal Cile di Mario Aguirre Montaldo

Michelle Bachelet alta commissaria per i Diritti Umani dell'Onu

L'ex presidente cilena Bachelet è stata designata alta commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in sostituzione del giordano Zeid Ra’ad al-Hussein. Entrerà in carica il primo settembre. La nomina, proposta dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, è stata ratificata il 10 agosto dall'Assemblea Generale. "Bachelet è una pioniera, una visionaria, una donna di principi e una grande leader in questi tempi difficili per i diritti umani", ha affermato Guterres. Assume il suo compito in un momento grave, "con l'odio e la disuguaglianza in aumento, il rispetto per le norme internazionali umanitarie in declino, lo spazio per la società civile in diminuzione e la libertà di stampa sotto pressione". segue

Brasile

Migliaia di persone "registrano" Lula come candidato

Il giorno 15 agosto scadeva il termine per la registrazione delle candidature alla presidenza della Repubblica nelle elezioni generali del 7 ottobre in Brasile. L’ex presidente Lula è stato registrato nel TSE/Tribunale superiore elettorale in Brasilia come candidato della coalizione "Il popolo di nuovo felice", che riunisce il PT/Partito dei lavoratori, il PCdB/Partito comunista del Brasile e il Pros/Partito repubblicano di ordine sociale. Un'enorme partecipazione di cittadini e cittadine ha presidiato la sede del TSE a Brasilia per vigilare sulla consegna della richiesta di registrazione. Il 14 agosto il New York Times aveva pubblicato in prima pagina una lettera di Lula in cui egli difendeva, una volta di più, la propria innocenza e denunciava la persecuzione giudiziaria contro di lui a fini politici. Intanto gli altri gradi del potere giudiziario si mobilitano immediatamente per impedire, illegittimamente, la candidatura di Lula con prese di posizione pubbliche non consone alla irrinunciabile imparzialità di tale potere: in particolare la pratica di Lula è "caduta" nella mani del ministro del STF Luíz Roberto Barroso, la presidenza del TSE è passata alla ministra Rosa Weber, mentre la procuratrice generale della Repubblica Raquel Dodge esprime valutazioni previe. Per riprendere le parole dell’ex ministro della giustizia Eugênio Aragão: "Oggi è stato un giorno in cui la società ha detto no a tutte le manovre che sono state fatte per allontanare Lula dall’urna… Chi lo allontanerà (da essa) fatalmente dovrà rendere conto alla storia". (T.I. 16/8/2018)

Per la prima volta nella storia del Brasile un candidato a presidente è registrato in compagnia di migliaia di brasiliani e brasiliane. Oggi 15 agosto circa 50.000 persone si sono concentrate a Brasilia per protocollare la registrazione della candidatura dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva alla Presidenza della Repubblica per il PT/Partito dei lavoratori. La consegna della richiesta di registrazione presso il TSE è stata fatta da una commissione guidata dalla presidente del PT, senatrice Gleisi Hoffmann, dall’ex presidente Dilma Rousseff, dal candidato alla vicepresidenza della lista Fernando Haddad, ex sindaco di San Paolo, e dalla partner del collegamento, la deputata federale del PCdB Manuela D’Avila. segue

Altri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

Venezuela

Fallisce attentato contro Maduro

Economia: i nostri modelli produttivi sono falliti, dichiara il capo dello Stato

L'attacco accuratamente studiato e realizzato il 4 agosto con mezzi sofisticati aveva come bersaglio Nicolás Maduro. Due droni dotati di cariche esplosive avrebbero dovuto esplodere nei pressi della tribuna dove il capo dello Stato, con accanto la moglie Cilia Flores e gli alti vertici delle forze armate, stava tenendo un discorso in occasione dell'anniversario della Guardia Nacional Bolivariana. L'attentato è fallito perché apparati inibitori di segnali hanno neutralizzato il comando a distanza dei droni (uno dei due si è schiantato contro un edificio), ma ha comunque provocato il ferimento di sette militari.

Qualche ora dopo Maduro, in un discorso alla nazione, ha responsabilizzato dell'attacco l'estrema destra nazionale, ha indicato gli Stati Uniti quali finanziatori del piano e ha affermato di non avere dubbi che dietro il fallito attentato si celi il presidente colombiano Santos. Immediata la risposta di Bogotá e di Washington, che hanno respinto ogni accusa. Il fallito attentato è stato rivendicato su Twitter da una sigla sconosciuta, i Soldados de Franela. E in un comunicato letto a Miami dall'esponente dell'opposizione Patricia Poleo si dice che questa azione, denominata Operación Fénix, è stata diretta da ufficiali e soldati della Fuerza Armada Nacional Bolivariana. segue

Messico

Il trionfo di López Obrador

Il Messico volta pagina: le elezioni del primo luglio hanno consacrato presidente, con il 53% dei voti, Andrés Manuel López Obrador. Un voto storico, che ha mostrato il profondo desiderio di cambiamento che attraversa il paese. La massiccia affluenza alle urne (molti elettori hanno dovuto attendere per ore prima di depositare la scheda nell'urna) e la valanga di consensi per il candidato di Morena hanno scoraggiato anche i temuti brogli, che ne avevano impedito la vittoria nel 2006 e nel 2012. Molto distanziati gli avversari: Ricardo Anaya (Pan, Prd, Movimiento Ciudadano) 22%; Meade (Pri, Partido Verde Ecologista, Nueva Alianza) 16%. E l'indipendente Jaime Rodríguez Calderón El Bronco si è fermato al 5%. L'ammissione della sua candidatura da parte delle autorità elettorali aveva suscitato scandalo per le innumerevoli irregolarità individuate nella raccolta delle firme. Quanto a Margarita Zavala, visti i sondaggi sfavorevoli in maggio aveva annunciato il suo ritiro.

A decretare il trionfo di Amlo è stata la rivolta dei messicani contro il modello neoliberista abbracciato con convinzione da tutti i partiti tradizionali. E con queste consultazioni viene definitivamente sepolto il Pacto por México, sottoscritto il 20 dicembre del 2012 dall'appena insediato Enrique Peña Nieto e dai leader del Pan, del Pri e del Prd. L'accordo sanciva l'avvio di una serie di riforme che avrebbero portato alla "modernizzazione" del paese. In realtà, come scrive Luis Hernández Navarro, la sua attuazione "ha lasciato nel percorso una scia di devastazione sociale e di distruzione del tessuto comunitario. Ben lungi dal potenziare la crescita e il benessere economico, le nuove norme inaugurarono un nuovo ciclo di saccheggio e di approfondimento della disuguaglianza". Un patto "contro il Messico", lo aveva definito López Obrador, "la preparazione di un grande assalto per riformare la Costituzione e cedere i benefici del petrolio". segue

Sul Messico v. anche:

Nestora Salgado y el enseñoreo narco

"Se lucra con el terror"

Colombia

Vince il candidato di Uribe

Iván Duque, candidato del partito di estrema destra Centro Democrático, è il nuovo presidente della Colombia: nel ballottaggio del 17 giugno ha raccolto quasi il 54% dei voti. Come già i precedenti appuntamenti elettorali del 2018 (le legislative dell'11 marzo e il primo turno delle presidenziali il 27 maggio), anche il secondo turno si è svolto in un clima tranquillo, grazie al cessate il fuoco che l'Eln ha proclamato unilateralmente. Ma la prospettiva di un futuro di pace, dopo più di cinquant'anni di conflitto, non è bastata a convincere gli elettori: oltre dieci milioni hanno votato per il delfino di Uribe, che aveva centrato la sua campagna sulla critica agli accordi con le Farc, bisognosi a suo dire di sostanziali "correzioni".

La vittoria di Duque è stata favorita, oltre che da una campagna basata sulla paura del castrochavismo, dall'appoggio ufficiale del Partido Conservador, del Partido Liberal e di Cambio Radical.  Ma non tutti gli esponenti di queste forze hanno seguito le direttive di partito: in particolare l'ex candidato liberale Humberto de la Calle ha annunciato scheda bianca mentre la sua candidata a vice, l'indipendente Clara López, ha dichiarato il suo sostegno a Gustavo Petro. Divisioni anche nel centrosinistra: mentre Sergio Fajardo ha optato per il voto in bianco, importanti dirigenti dei raggruppamenti che lo avevano appoggiato al primo turno (Alianza Verde-Polo Democrático Alternativo) si sono espressi a favore di Petro. segue

Guatemala

Disastro naturale e inefficienza governativa

Le cifre ufficiali parlano di oltre cento morti e quasi duecento dispersi per l'eruzione del Volcán de Fuego, che domenica 3 giugno ha devastato una vasta zona a una cinquantina di chilometri dalla capitale. Ma il bilancio è probabilmente destinato ad aumentare: basti pensare che solo a San Miguel Los Lotes, una delle comunità più colpite, gli abitanti erano più di duemila. I sopravvissuti cercano ancora, tra le macerie delle abitazioni, i resti dei familiari sepolti dalla lava. E poi vi è il dramma di quanti hanno dovuto abbandonare le loro case, parzialmente o completamente inagibili: 1.700.000 persone, che soltanto in minima parte hanno trovato alloggiamenti di fortuna.

La tragedia si poteva evitare? Una domanda legittima, visto che l'allarme per l'evacuazione è stato dato in ritardo, quando per molti era ormai troppo tardi. A questo proposito gli enti preposti, l'Instituto Nacional de Sismología, Vulcanología, Meteorología e Hidrología e la Coordinadora Nacional para la Reducción de Desastres, si scambiano reciproche accuse. Intanto sul suo blog Carolina Vásquez Araya denuncia che, ore prima del disastro, la direzione di un esclusivo club di golf venne allertata "perché vi erano ospitati personaggi importanti". Tutti furono fatti allontanare in tempo dalle installazioni del club e si salvarono. Non così gli abitanti dei poveri villaggi alle falde del vulcano. E ancora: "Le orde governative non tardarono a organizzarsi, ma non per avvertire la popolazione a rischio, bensì per impossessarsi del flusso di aiuti raccolti dalla cittadinanza e fingere, con atti indegni di esseri umani, che questi provenissero dal governo". segue

Nicaragua

Gli appelli al dialogo non fermano gli scontri

In Nicaragua la situazione è sempre più caotica. Le manifestazioni pro e contro l'esecutivo si susseguono in tutto il paese e spesso si concludono con incidenti a causa dell'intervento di agenti provocatori. L'elenco dei morti ha già superato il centinaio, anche se sulla cifra esatta le varie fonti divergono. Si sono registrati attacchi agli atenei occupati, l'Universidad Politécnica e l'Universidad Nacional Autónoma de Nicaragua, epicentro della protesta del Movimiento Estudiantil 19 de Abril. Secondo gli studenti queste azioni sono da addebitare alla Juventud Sandinista, gruppo di appoggio al governo, mentre quest'ultimo accusa l'opposizione per i saccheggi e gli episodi di vandalismo avvenuti in diverse città.

Le forze armate sembrano per ora decise a mantenere una posizione neutrale. Il 12 maggio il portavoce dell'esercito, Manuel Guevara, ha dichiarato: "Non abbiamo motivo di reprimere la popolazione che manifesta in piazza. Siamo convinti che il dialogo sia la soluzione". E il giorno seguente, in un comunicato, i militari hanno ribadito l'appoggio agli sforzi del governo e alla mediazione del cardinale Leopoldo Brenes per risolvere la crisi. Ma l'intervento della Chiesa cattolica non è riuscito finora a riportare la pace. segue

Sull'argomento v. anche:

Carta abierta de mujeres y feministas hondureñas para las mujeres nicaragüenses

Terrorismo

Muore impunito Luis Posada Carriles

"Il maggior terrorista dell’emisfero occidentale" è morto a 90 anni "senza aver pagato i suoi debiti con la giustizia e senza aver risarcito una sola delle sue vittime. Gli Stati Uniti lo hanno protetto fino all’ultimo dei suoi giorni". Così scrive il Granma commentando il decesso, il 23 maggio, dell'anticastrista cubano Luis Posada Carriles. L'ex agente della Cia viveva da tempo in una casa di riposo per veterani di guerra nei pressi di Miami.

Già nel 1961 Posada aveva partecipato ai preparativi della fallita invasione alla Baia dei Porci. In seguito aveva tentato innumerevoli volte di attentare alla vita di Fidel Castro. Ma non si era limitato a cospirare per abbattere la Rivoluzione Cubana: aveva collaborato con le dittature dell'America del Sud, dal Cile di Pinochet all'Argentina di Videla; aveva appoggiato le operazioni militari della Contra antisandinista; aveva stretto legami con i maggiori esponenti della destra mondiale, compreso l'estremista italiano Stefano Delle Chiaie. segue

Bolivia

Muore l'ex dittatore García Meza

Un altro ex dittatore si è portato nella tomba il segreto dei suoi crimini. Luis García Meza è deceduto a 88 anni nell'ospedale militare di La Paz e con la sua morte si chiude la speranza di conoscere la sorte dei desaparecidos del suo regime: tra questi lo scrittore e dirigente politico di sinistra Marcelo Quiroga Santa Cruz e il deputato Juan Carlos Flores Bedregal. I familiari degli scomparsi hanno inutilmente chiesto, per anni, l'apertura di tutti gli archivi delle forze armate. "Quanti sono stati assassinati nelle strade, nelle case, nei posti di lavoro? - afferma in un comunicato l'Asociación de Familiares de Detenidos, Desaparecidos y Mártires por la Liberación Nacional - Deploriamo che non si sia fatta giustizia".

García Meza era salito al potere deponendo con un golpe la presidente Lidia Gueiler nel luglio 1980 e vi era rimasto fino all'agosto 1981. In questo periodo, caratterizzato dalla corruzione e dalla protezione del narcotraffico, si era avvalso della collaborazione degli squadroni della morte al comando dell'ex criminale nazista Klaus Barbie, il Boia di Lione (che viveva in Bolivia sotto il falso nome di Klaus Altmann). Del gruppo facevano parte anche gli estremisti di destra Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai, coinvolti nella strategia della tensione. segue

Unasur

Colpo mortale all'integrazione sudamericana?

Un colpo forse mortale all'integrazione sudamericana. Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Perú e Paraguay hanno annunciato con una lettera la sospensione della loro partecipazione all'Unasur, l'Unión de Naciones Suramericanas. Il messaggio, indirizzato al ministro degli Esteri di La Paz Fernando Huanacuni (la Bolivia ha assunto il 12 aprile la presidenza pro tempore), giustifica la decisione con "l'urgente necessità di risolvere la mancanza di dirigenza dell'organismo". Al termine del mandato del colombiano Ernesto Samper nel 2017, infatti, non era stato possibile raggiungere un'intesa sul nome del nuovo segretario generale. I sei paesi firmanti contestano inoltre "gli obiettivi dell'Unasur, la sua struttura e i metodi di lavoro".

Non è difficile capire gli obiettivi di questa decisione presa da sei governi di destra. Innanzitutto uno "schiaffo" alla Bolivia, uno dei pochi paesi progressisti della regione. E un ulteriore passo verso l'isolamento del Venezuela, che vive un momento politico estremamente difficile. Insomma un regalo agli Stati Uniti, che nell'integrazione sudamericana trovano un ostacolo alle loro mire. Non va dimenticato il ruolo importante giocato dall'Unasur nel frenare le manovre golpiste in Bolivia nel 2008 (tentativo secessionista) e in Ecuador nel 2010 (ammutinamento di alcuni reparti di polizia). Sempre nel 2010 grazie alla mediazione del primo segretario generale, l'argentino Néstor Kirchner, era stato risolto il conflitto diplomatico - fomentato dagli Usa - tra Colombia e Venezuela. Senza contare che con l'Unasur viene indebolito il Consejo de Defensa, che era stato creato per "consolidare una zona di pace" e promuovere la cooperazione tra gli Stati membri in materia di difesa. segue

Paraguay

Sempre più a destra?

"Oggi il popolo paraguayano deve scegliere tra la dittatura e la democrazia". Così commentava Página/12 il 22 aprile, giorno in cui gli elettori erano chiamati a designare il nuovo capo dello Stato. Al termine di una votazione non certo limpida è stato proclamato vincitore un personaggio legato al periodo più buio della storia del paese: Mario Abdo Benítez, figlio dell'ex segretario privato di Stroessner, che nelle sue dichiarazioni ha sempre difeso la figura del defunto dittatore.

Con questa vittoria, ottenuta anche grazie all'appoggio incondizionato dei media, Abdo garantisce la permanenza al potere del Partido Colorado, da sempre espressione dell'oligarchia. Ma contrariamente ai sondaggi della vigilia, che pronosticavano una trentina di punti percentuali di distacco, il suo principale avversario, Efraín Alegre del Plra (Partido Liberal Radical Auténtico), è stato sconfitto per meno di 4 punti. Alegre era sostenuto da Alianza Ganar, coalizione eterogenea dove al Plra si affiancava il Frente Guazú, che presentava come candidato a vicepresidente il giornalista Leo Rubín. Il leader del Frente, l'ex presidente Fernando Lugo, aveva favorito la riedizione della vecchia alleanza per poter sconfiggere i colorados, nonostante nel 2012 fosse stato deposto da un colpo di Stato istituzionale proprio per il tradimento di un esponente del Partido Liberal Radical Auténtico, il suo vice Federico Franco. segue

Cuba

Díaz-Canel succede a Raúl Castro

Miguel Díaz-Canel Bermúdez è il nuovo presidente del Consejo de Estado in sostituzione di Raúl Castro, che rimarrà comunque fino al 2021 primo segretario del Partido Comunista. Un cambio della guardia all'insegna della continuità avvenuto significativamente il 19 aprile, 57° anniversario della vittoria di Playa Girón.

L'11 marzo era stato rinnovato il potere legislativo con l'elezione dei membri dell'Asamblea Nacional del Poder Popular, in gran parte appartenenti alla generazione venuta al mondo dopo la rivoluzione. Anche Díaz-Canel, un ingegnere elettronico della provincia di Villa Clara, è nato nel 1960. Nella sua carica sarà affiancato da sei vicepresidenti, tre uomini e tre donne: tra questi il veterano del Granma Ramiro Valdés Menéndez e la Contralora General de la República, Gladys María Bejerano Portela. segue

Su Cuba v. anche:

Osvaldo Dorticós Torrado: el presidente olvidado por la prensa

Mucho más que lucha por una marca del ron

Brasile

Con Lula in prigione si conclude il golpe

Con Lula incarcerato si conclude il golpe iniziato nell'agosto di due anni fa con la destituzione di Dilma Rousseff. A questo passo si è arrivati attraverso una serie di sentenze che hanno ignorato qualsiasi diritto della difesa: prima la condanna a nove anni e sei mesi, da parte del giudice Moro, per un reato di cui non esiste alcuna prova (pena aumentata in seconda istanza a dodici anni e un mese dal tribunale di Porto Alegre), poi la decisione, presa dagli stessi giudici di Porto Alegre in una seduta lampo, di respingere ogni ricorso e infine il verdetto del Supremo Tribunal Federal, che non ha concesso l'habeas corpus nonostante la presunzione d'innocenza prevista dalla Costituzione, negando quindi a Lula la possibilità di attendere in libertà l'ultimo grado di giudizio.

Il giudice Moro non si è lasciato sfuggire l'occasione e il 5 aprile ha deliberato l'immediato arresto dell'ex presidente, imponendogli di presentarsi entro le 17 del giorno dopo alla polizia federale di Curitiba, capitale dello Stato del Paraná. Una spiegazione di tanta fretta viene dal quotidiano spagnolo El País, che riporta la raccomandazione scritta su un documento riservato, firmato da un membro del pubblico ministero: il "manipolatore di masse" deve essere incarcerato al più presto. Si teme - è chiaro - la mobilitazione popolare. segue

Il discorso di Lula a São Bernardo do Campo

7 aprile 2018, São Bernardo do Campo, San Paolo. Il 4 marzo 2016 la polizia federale effettuava per ordine del giudice di prima istanza di Curitiba Moro il sequestro dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva con l’accusa di ostruzione alla giustizia; la mobilitazione e la non autorizzazione di accesso allo spazio aereo impedirono il trasferimento coatto con incarcerazione a Curitiba. Era il segnale dell’inizio del golpe attivo contro il governo di centrosinistra, concluso in una prima fase con la deposizione illegittima e anticostituzionale il 30 agosto 2016 della presidente Dilma Rousseff. A metà settembre 2016 il ministero pubblico di Curitiba iniziava la persecuzione giudiziaria contro Lula per corruzione, in assenza di prove. A inizio luglio 2017 Moro, sempre senza prove, condannava Lula a 9 anni di prigione, il 24 gennaio 2018 il collegio giudicante di secondo grado di Porto Alegre, sempre senza prove, aumentava la pena a 12 anni, il 4 aprile il Supremo Tribunale Federale/STF respingeva la richiesta della difesa di Lula al diritto costituzionale di habeas corpus fino al termine di tutti i gradi di giudizio; il 5 aprile il giudice Moro chiedeva l’arresto entro 24 ore di Lula; sabato 7 aprile Lula si consegnava e veniva trasferito a Curitiba per la detenzione preventiva.

Lungo tutto l’iter giudiziario la Costituzione del 1988 è stata ripetutamente calpestata, le procedure giudiziarie gettate alle ortiche, il rigore del diritto vilipeso. Pur in un susseguirsi di oltraggi al diritto, forse il punto più miserevole è stato raggiunto nella seduta del STF del 4 aprile: la negazione del diritto di innocenza fino alla condanna finale, che regge la convivenza civile in ogni paese con sistemi democratici. La prima risposta all’indecente mandato di arresto del 5 aprile da parte di Lula, del PT/Partito dei lavoratori, dei partiti di sinistra come il PCdB/Partito comunista del Brasile, il Psol/Partito del socialismo e della libertà e dei movimenti sociali come il MST/Movimento del lavoratori senza terra, il MTST/Movimento dei lavoratoti senza tetto e delle centrali sindacali è stata una risposta politica al più alto livello. Il 4 aprile Lula ha atteso il verdetto del STF nella sede del sindacato dei metalmeccanici di São Bernardo do Campo, nella Grande San Paolo dove Lula è diventato negli anni ’70-’80 leader sindacale delle grandi fabbriche della zona. Lì è rimasto fino alle 19 di sabato 7 aprile, quando si è consegnato alla polizia. segue

Nella foto: al termine della cerimonia in memoria di dona Leticia, Lula è abbracciato da militanti democratici. Altri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

 

Costa Rica

Sconfitto l'oscurantismo religioso

Il duello tra i due Alvarado si è concluso con la vittoria del centrosinistra. Nel ballottaggio di domenica primo aprile Carlos Alvarado del Pac, il Partido Acción Ciudadana del presidente in carica Luis Guillermo Solís, si è imposto con oltre il 60% dei voti sul suo avversario, il predicatore evangelico Fabricio Alvarado (nessuna parentela tra i due). Vicepresidente sarà Epsy Campbell, prima donna nera a occupare tale carica nel continente americano. Laureata in Economia, Campbell si batte da tempo per i diritti delle donne e delle comunità afro.

E' stata così sconfitta la linea ultraconservatrice del Partido Restauración Nacional, contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso, all'aborto, alla fecondazione in vitro e all'educazione sessuale nelle scuole. Il dibattito era sorto in seguito a una recente risoluzione della Corte Interamericana per i Diritti Umani, che imponeva agli Stati membri di garantire pieni diritti alla comunità lgbti. Nella prima tornata elettorale, svoltasi il 4 febbraio con ben tredici candidati, Fabricio Alvarado aveva ottenuto quasi il 25% dei consensi. Il timore di vedere il paese precipitare nell'oscurantismo religioso ha mobilitato l'elettorato, facendo anche leggermente aumentare nel secondo turno la percentuale di affluenza alle urne. segue

Tpp-11

Senza gli Usa nasce il nuovo accordo transpacifico

Undici Stati di tre continenti hanno sottoscritto l'8 marzo, a Santiago del Cile, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, conosciuto anche come Tpp-11. Il nuovo trattato di libero commercio riunisce le nazioni aderenti al Tpp, a eccezione degli Stati Uniti. Si tratta di Canada, Messico, Cile, Perú, Giappone, Vietnam, Malesia, Brunei, Singapore, Australia e Nuova Zelanda, paesi in cui vivono circa 480 milioni di persone. Il blocco costituisce il 13,5% del pil mondiale e al suo interno il socio economicamente più forte è il Giappone. segue

Perú

Travolto dagli scandali Kuczynski si dimette

Alla fine Pedro Pablo Kuczynski ha dovuto cedere. Coinvolto nello scandalo Odebrecht e indagato per aver tentato di sottrarsi all'impeachment comprando l'appoggio dei congressisti, il 21 marzo si è dimesso prima di essere destituito dal voto del Parlamento. Già nel dicembre scorso l'ex presidente si era salvato da una richiesta di destituzione barattando la liberazione di Alberto Fujimori in cambio dell'appoggio del figlio del dittatore, Kenji, e del suo gruppo parlamentare. Un indulto umanitario che aveva suscitato l'indignazione popolare: migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro questo provvedimento di "clemenza".

Questa volta il salvataggio non c'è stato, anche perché Ppk (come Kuczynski viene comunemente conosciuto) non disponeva più di monete di scambio. E alle prove della corruzione, che si sono venute accumulando contro di lui, si sono aggiunti i video che testimoniano la tentata compravendita di voti. La contrattazione, orchestrata a suo favore dall'alleato Kenji, è venuta alla luce perché un membro del partito Fuerza Popular ha registrato le trattative rendendole pubbliche. L'episodio fa parte della guerra che da tempo oppone Kenji alla sorella Keiko per il controllo del movimento fujimorista. Agli inizi di marzo Kenji aveva abbandonato Fuerza Popular, ufficialmente per scrupoli morali, dopo le rivelazioni di un funzionario di Odebrecht che aveva parlato di un cospicuo finanziamento al partito per la campagna elettorale del 2011. segue

Sull'argomento v. anche

Crisis política y oportunidades de nueva transición 

El Salvador

Il Fmln perde le elezioni legislative

A più di una settimana dalle elezioni del 4 marzo i risultati non sono ancora definitivi, ma una cosa è certa: il partito di estrema destra Arena, Alianza Republicana Nacionalista, pur perdendo circa 80.000 voti rispetto alle consultazioni del 2015, si afferma come la maggiore forza parlamentare e insieme alle altre formazioni conservatrici, Partido de Concertación Nacional e Partido Demócrata Cristiano, potrà contare sulla maggioranza degli 84 deputati nazionali. Il voto, considerato un importante test in previsione delle presidenziali che si terranno il prossimo anno, si è svolto in un clima di sostanziale calma, ma anche di scarso interesse: si sono recati alle urne poco più del 30% degli aventi diritto (l'affluenza è scesa del 18% rispetto al 2015) e moltissimi sono stati i voti nulli.

Il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional soffre una vera e propria emorragia di suffragi: più di 360.000. Alla presidenza dal 2009 prima con l'indipendente Mauricio Funes, poi con l'ex comandante guerrigliero Salvador Sánchez Cerén, paga la difficoltà di governare senza una solida maggioranza, per cui ha dovuto talvolta negoziare l'appoggio del partito di centrodestra Gana, Gran Alianza por la Unidad Nacional. Senza contare che l'oligarchia detiene ancora il potere nei posti chiave dell'apparato statale e ha in mano i principali mezzi di comunicazione. segue

America Latina

L'arma giuridica contro i movimenti progressisti

Il 24 gennaio i magistrati di Porto Alegre hanno confermato, e addirittura aumentato (da nove anni e sei mesi a dodici anni e un mese), la condanna comminata all'ex presidente brasiliano Lula per un reato non provato. In tal modo diventa quasi impossibile per l'ex presidente partecipare alle elezioni di ottobre, dove tutti i sondaggi lo indicano come sicuro vincitore. E' questo l'ennesimo atto di una vera e propria guerra giuridica, il cosiddetto lawfare, contro gli esponenti dei movimenti progressisti latinoamericani.

Mentre il Venezuela è quotidianamente sottoposto ad attacchi esterni (sanzioni economiche e minacce di intervento armato) e interni (recentemente si è giunti al sabotaggio di centrali elettriche), nel resto della regione è in corso un'offensiva non meno pericolosa, che mira alla diffamazione e alla criminalizzazione degli oppositori, anche i più moderati. Come afferma il giurista argentino Raúl Zaffaroni, con questa sorta di Plan Cóndor Judicial si vuole "eliminare da ogni contesa elettorale e per via giudiziaria qualsiasi leader o dirigente popolare in grado di vincere un'elezione contro i candidati delle corporazioni". Questa nuova arma, resa ancora più potente dal controllo esercitato sui principali media da parte dei gruppi di potere, punta a far tacere ogni voce alternativa. Lo scopo è quello di cancellare diritti acquisiti nei decenni per restaurare un neoliberismo selvaggio, come sta già avvenendo in buona parte dell'America Latina. segue

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04