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Scoperte a Panama le tracce di un'antica cultura

Colombia

La vendetta dei militari

Il 13 agosto è stato rinvenuto il corpo crivellato di colpi della militante per i diritti umani Norma Irene Pérez, sequestrata sei giorni prima all'uscita da una riunione. In luglio Norma Pérez aveva partecipato all'udienza pubblica in cui era stata denunciata la scoperta di una fossa comune a La Macarena, nel dipartimento del Meta, utilizzata dalle forze armate e contenente i resti di oltre duemila persone. I cadaveri, secondo quanto riferito dai contadini locali, erano stati scaricati a più riprese da elicotteri militari. L'esistenza dell'enorme cimitero clandestino era stata certificata anche da una delegazione internazionale guidata da sei eurodeputati. Pochi giorni dopo quella denuncia, il presidente uscente Alvaro Uribe aveva visitato le truppe di stanza nella zona, felicitandosi per i successi conseguiti contro la guerriglia e scagliandosi contro i "nemici della sicurezza democratica", colpevoli di "alimentare calunnie contro l'esercito della patria": in pratica aveva additato le organizzazioni per i diritti umani alla vendetta dei militari. Nonostante sia stato ripetutamente accusato, durante il suo mandato, di crimini di guerra, Uribe è stato ora chiamato dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, a far parte della commissione d'inchiesta sull'assalto israeliano alla Freedom Flotilla. Una decisione che Fidel Castro, in un articolo su CubaDebate, ha definito uno "sproposito".

Intanto l'attività dei gruppi armati di estrema destra non conosce soste. Ci sono loro probabilmente dietro l'esplosione di un'autobomba il 12 agosto nella capitale (undici le persone ferite e molti gli edifici danneggiati, tra cui la sede di Radio Caracol): con questo attentato avrebbero respinto le timide aperture al dialogo con la guerriglia avanzate da Juan Manuel Santos il giorno del suo insediamento. E sarebbero paramilitari di Nueva Generación i responsabili del sequestro e dell'uccisione, nel dipartimento di Nariño, dei coniugi Ramiro Imanpuez e María Elena Galíndez, della comunità awá: i cadaveri dei due indigeni, noti per il loro impegno in difesa dei diritti umani, sono stati trovati il 30 agosto nei pressi della frontiera con l'Ecuador.

INCOSTITUZIONALE L'ACCORDO CON GLI USA. La Corte Costituzionale ha bocciato il 17 agosto l'accordo tra Bogotá e Washington sull'utilizzo da parte statunitense di sette basi militari in territorio colombiano. I giudici del massimo tribunale hanno sentenziato che l'intesa con Washington non può ritenersi valida senza l'approvazione di Camera e Senato (il precedente governo sosteneva che il sì del Congresso non era necessario, trattandosi di un ampliamento di accordi precedenti e non di un nuovo trattato). In tal modo, anche se il neo presidente Santos può contare sulla maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, l'opposizione avrà l'opportunità di aprire un dibattito sulla presenza di soldati stranieri nel paese. (30/8/2010)

Nella foto: il presidente Juan Manuel Santos.

Guerra contra las comunas de Medellín

"La estrategia de Seguridad Democrática de Uribe"

"Con Santos va a haber rectificaciones"

Cuba

In arrivo le riforme economiche

Prima della fine di quest'anno verranno approvate le necessarie disposizioni legali e all'inizio del 2011 si apriranno le trattative con gli investitori privati per la costruzione di sedici campi da golf e la vendita (o la cessione in usufrutto) di proprietà immobiliari a cittadini stranieri nelle aree interessate. L'annuncio, fatto alla stampa agli inizi di agosto dal ministro Manuel Marrero, conferma che l'isola si prepara al grande salto: lo sfruttamento del turismo di lusso che ha il suo mercato più promettente negli Stati Uniti.

Accanto a questa apertura alle vacanze esclusive, il governo programma una serie di misure economiche che toccheranno da vicino la vita dei cubani: la riduzione dell'impiego pubblico e l'eliminazione delle limitazioni al lavoro in proprio, in modo che tale settore possa assorbire i dipendenti statali in eccesso. "Un cambiamento strutturale e di concezione al fine di preservare il nostro sistema sociale e di renderlo sostenibile nel futuro", ha spiegato Raúl Castro, aggiungendo che il carattere socialista di Cuba è irrevocabile. Anche il ministro dell'Economia, Marino Murillo, ha cercato di minimizzare le trasformazioni in atto: "Non si può parlare di riforme. Stiamo studiando un aggiornamento del modello economico cubano, dove prevarranno le categorie economiche del socialismo e non il mercato". Ma nonostante l'insistenza, non sono pochi quelli che temono per la vera essenza della Rivoluzione.

IL COMPLEANNO DI FIDEL. Con Fidel e per la pace. Questo lo slogan che ha accompagnato le iniziative culturali per gli 84 anni di Fidel Castro: concerti, presentazione di libri, realizzazione di murales, conferenze e cori di bambini. Pur non figurando tra le festività ufficiali, il 13 agosto rimane per i cubani una data importante, che il quotidiano Granma ha voluto ricordare con un servizio giornalistico sulla casa natale del comandante en jefe nella località di Birán. Il festeggiato continua intanto la sua febbrile attività pubblica: il 7 agosto ha partecipato a una seduta del Parlamento e nel suo intervento ha invitato Barack Obama a evitare un attacco all'Iran, che potrebbe portare allo scoppio di una guerra nucleare. (13/8/2010)

Su Cuba vi segnaliamo il manifesto dell'8 agosto.

"Hay que reinventar el socialismo del siglo XXI"

"Llegué a estar muerto": Fidel Castro

"Soy el responsable de la persecución a homosexuales"

America del Sud

Pace fatta tra Colombia e Venezuela

Con l'accordo raggiunto il 10 agosto nella città colombiana di Santa Marta, Bogotá e Caracas hanno riallacciato le relazioni diplomatiche. I due capi di Stato, il colombiano Juan Manuel Santos (insediato da soli tre giorni) e il venezuelano Hugo Chávez, si sono impegnati a "prevenire la presenza o l'azione di gruppi armati al margine della legge". Si risolve così - anche grazie alla mediazione del segretario generale dell'Unasur, l'argentino Kirchner - la crisi scatenata dalle dichiarazioni del presidente Alvaro Uribe che, pochi giorni prima di cedere il governo a Santos, aveva accusato il Venezuela di ospitare sul suo territorio accampamenti delle Farc (a tale proposito aveva presentato davanti al Consiglio Permanente dell'Oea prove tutt'altro che convincenti). L'iniziativa di Uribe, spalleggiata dal Dipartimento di Stato Usa e interpretata da molti osservatori come un "regalo avvelenato" al suo successore, aveva spinto Chávez a decretare la rottura dei rapporti tra i due paesi.

La strada dello scontro con Caracas, tracciata da Uribe, non è stata dunque seguita dal nuovo presidente. Santos, pur provenendo dalle file dell'oligarchia ed essendo come il suo predecessore un convinto esponente della destra filostatunitense, "ha saputo leggere i nuovi venti che soffiano nella regione e nel mondo", scrive Raúl Zibechi su La Jornada del 30 luglio. "La centralità rivestita dalla guerra nei due governi precedenti si trasferirà all'economia. Le ragioni sono semplici. La guerriglia non è più una minaccia né per la stabilità dello Stato né per la governabilità. E' stata decimata e si trova in una fase di acuta ritirata come mai in quasi cinquant'anni. Per assicurare il potere delle classi dominanti ora deve fare appello alla crescita economica per edificare le basi a lungo termine della desiderata stabilità". E questo sul fronte esterno passa attraverso un miglioramento delle relazioni con i paesi vicini e un potenziamento dell'integrazione regionale, "per fare del commercio la locomotiva della produzione". Non va dimenticato che le tensioni al confine hanno provocato un crollo delle esportazioni colombiane verso il Venezuela da 7.000 milioni di dollari nel 2008 a meno di 1.500 nell'anno in corso. Dall'altra parte della frontiera, dalla distensione trae beneficio anche il governo Chávez, che si prepara all'importante scadenza elettorale del 26 settembre. (10/8/2010)

Nella foto: Juan Manuel Santos e Hugo Chávez. Sulla Colombia vi segnaliamo il manifesto dell'8 agosto.

Tesis equivocadas

Más que un enfrentamiento bilateral

Messico

Amlo annuncia la sua candidatura

Andrés Manuel López Obrador ha annunciato la sua candidatura per le presidenziali del 2012. Il 25 luglio, davanti a migliaia di sostenitori che riempivano lo Zócalo della capitale, ha affermato che tenterà di "sconfiggere la mafia del potere". Tra i punti centrali del suo programma il rinnovamento delle istituzioni e in particolare della Corte Suprema, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, la lotta ai privilegi fiscali, l'appoggio all'industria nazionale e il rafforzamento dei programmi sociali. Ma soprattutto Amlo ha posto l'accento sulla necessità di una riforma morale: "E' indispensabile creare una nuova corrente di pensiero per rafforzare valori culturali, morali e spirituali, poiché la crisi attuale non è nata solo dalla disoccupazione, ma anche dal fatto che l'avidità è stata trasformata in una virtù, il denaro è stato innalzato al rango supremo ed è stata istigata l'idea che sia possibile trionfare a ogni costo, senza scrupoli morali di alcun tipo". López Obrador ha poi promesso, in caso di vittoria, un governo austero, che dimezzi gli stipendi degli alti funzionari pubblici; l'impulso alle attività produttive e la creazione di nuovi posti di lavoro; il riscatto della campagna affinché il Messico produca alimenti anziché importarli e lo sviluppo del settore energetico, che dovrà essere strumento di industrializzazione del paese.

La sfida lanciata da López Obrador avviene in un momento di particolare crisi per il governo Calderón, che a metà luglio si è visto costretto a un ennesimo rimpasto, sostituendo il ministro dell'Interno (Gobernación) Fernando Gómez Mont con José Francisco Blake Mora e la responsabile dell'Ufficio di Presidenza, Patricia Flores Elizondo, con il ministro dell'Economia, Gerardo Ruiz Mateos, rimpiazzato a sua volta da Bruno Ferrari García de Alba. "E' inevitabile chiedersi con quali prospettive e su che basi può operare un gabinetto che negli ultimi quattro anni ha sperimentato 17 sostituzioni nelle sue file", commenta La Jornada del 15 luglio, accusando il calderonismo di muoversi senza una chiara direzione e di essere privo di quadri validi. E in effetti da più parti si rileva che le nuove nomine riguardano esponenti politici di basso profilo, scelti soprattutto per la loro fedeltà al capo dello Stato. Intanto l'ondata di violenza non si arresta e continua l'ecatombe di giornalisti (il 10 luglio sono stati uccisi Marco Aurelio Martínez Tijerina, nello Stato di Chihuahua, e Guillermo Alcaraz Trejo, in Nuevo León). Alle quotidiane notizie di massacri e scontri tra bande rivali si aggiungono le scoperte di protezioni eccellenti. Uno dei casi più eclatanti riguarda la strage del 17 luglio in un albergo di Torreón (Stato di Coahuila): 17 persone assassinate mentre festeggiavano un compleanno. Le indagini hanno permesso di scoprire che gli autori di questo e di altri delitti su commissione erano detenuti che venivano fatti uscire e riforniti di armi e automezzi dalle stesse guardie carcerarie (la direttrice del penitenziario è ora agli arresti domiciliari). Davanti a una situazione del genere non basta l'uccisione il 29 luglio, nel corso di un'operazione militare, di Ignacio Nacho Coronel Villarreal, uno dei capi del potente cartello di Sinaloa, per allontanare dalle autorità il sospetto di collusione con il narcotraffico. (29/7/2010)

Nella foto: Andrés Manuel López Obrador annuncia la sua candidatura alle presidenziali del 2012.

Cuba

Fidel ritorna sulla scena

Con l'arrivo a Madrid, il 23 luglio, di altri cinque dissidenti, il numero degli oppositori scarcerati che hanno raggiunto la Spagna è salito a venti. Il governo si è impegnato a rimettere in libertà, entro quattro mesi, tutti i membri ancora in carcere del gruppo dei 75 arrestati del 2003. Gli esiliati potranno in seguito chiedere all'Avana il permesso di rientrare sull'isola. E' questo il frutto dello storico dialogo avviato in maggio tra il cardinale Jaime Ortega e il presidente Raúl Castro e che ha potuto contare sulla mediazione del governo Zapatero. Secondo alcuni osservatori, gli sforzi del governo cubano verso la distensione sono da collegarsi alla difficile situazione economica, che potrebbe essere alleviata dalla fine delle sanzioni.

Non è questa però l'unica novità a Cuba. Dopo quattro anni di assenza per motivi di salute, in luglio Fidel Castro è ricomparso ripetute volte in pubblico, mostrandosi attivo ed energico. La serie di apparizioni è iniziata il 7 con una visita al Centro Nacional de Investigaciones Científicas. Nei giorni successivi Fidel è intervenuto alla televisione statale; ha discusso animatamente di questioni internazionali presso il Centro de Investigaciones de la Economía Mundial; ha visitato l'Acquario Nazionale; ha parlato per più di un'ora e mezza, con gli ambasciatori riuniti al Ministero degli Esteri, dei "gravi pericoli" per l'umanità che un attacco Usa all'Iran o alla Corea del Nord potrebbe provocare. Il 24, rimettendo per la prima volta dal 2006 la camicia militare, ha reso omaggio al mausoleo in memoria dei giovani ribelli di Artemisa. Ha invece deluso quanti si aspettavano di vederlo, il 26 luglio, alle celebrazioni ufficiali dell'assalto alla caserma Moncada. Per l'occasione l'oratore principale è stato il vicepresidente José Ramón Machado, che ha voluto rassicurare i cubani sulle prossime riforme: "I cambiamenti verranno fatti con senso di responsabilità, passo passo, senza improvvisazioni né precipitazioni". Il líder maximo comunque non è rimasto fermo: si è incontrato con i cantautori Silvio Rodríguez e Amaury Pérez e con il leader del gruppo religioso Pastors for Peace, Lucius Walker, e ha poi deposto una corona di fiori davanti al monumento a José Martí. Dimostra insomma di non voler gettare la spugna: ma la sua ricomparsa in questo momento significa davvero - come qualcuno sostiene - un appoggio alle riforme intraprese dal fratello Raúl? (26/7/2010)

Nella foto: Fidel Castro con i cantautori Silvio Rodríguez e Amaury Pérez. Su Cuba vi segnaliamo il manifesto del 25 luglio.

Cuba

Cile

Esclusi dall'indulto i crimini di lesa umanità

Il presidente Piñera ha comunicato che, in occasione dei festeggiamenti per il bicentenario, concederà l'indulto a persone condannate per una serie di reati, valutati caso per caso: saranno comunque esclusi i crimini di lesa umanità, il terrorismo, il narcotraffico, l'omicidio, lo stupro e l'abuso di minori. L'annuncio è stato accolto con favore dall'opposizione, che temeva il ritorno in libertà dei torturatori e degli assassini della dittatura. Il movimento per i diritti umani "non avrebbe accettato a nessuna condizione che attraverso l'indulto si imponesse l'impunità", ha commentato il deputato comunista Lautaro Carmona. Pur senza molto entusiasmo, anche gli alleati di Piñera hanno appoggiato la decisione: il senatore Juan Antonio Coloma, presidente dell'Udi (Unión Demócrata Independiente), l'ha definita prudente e ponderata. Non hanno nascosto il loro malumore, invece, quei settori delle forze armate compromessi con la dittatura, che non dimenticano le promesse elettorali del candidato Piñera: prima del voto l'attuale capo dello Stato si era incontrato in privato con ufficiali pinochetisti impegnandosi, una volta eletto, a bloccare i procedimenti giudiziari nei loro confronti.

Nei giorni precedenti avevano fatto molto discutere le proposte delle Chiese cattolica ed evangelica, che invitavano a includere nell'indulto anche i responsabili di violazione dei diritti umani. La presidente dell'Agrupación de Familiares de Ejecutados Políticos, Alicia Lira, ha respinto gli appelli alla riconciliazione provenienti da autorità religiose e politiche: "La riconciliazione passa attraverso la sanzione e il fatto che i repressori paghino i loro crimini in carcere senza nessun beneficio". E Lorena Pizarro, presidente dell'Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, si è detta preoccupata che dietro l'annuncio del governo si nasconda qualche scappatoia per i militari condannati: "Ci sono stati sconti di pena e si possono cercare sotterfugi in questo caso per caso, in modo che alcuni dei 64 soggetti che stanno scontando condanne non vengano considerati criminali di lesa umanità".

La cautela dimostrata da Piñera sulla questione indulto cerca forse di far dimenticare alcune sue recenti nomine, che hanno suscitato forti polemiche nel paese. In giugno l'ambasciatore a Buenos Aires, Miguel Otero, era stato costretto a dimettersi dopo la valanga di proteste provocata da una sua intervista, in cui aveva difeso il golpe di Pinochet affermando che "la maggior parte del Cile non sentì la dittatura, al contrario si sentì sollevata". Era stata poi la volta di Alberto Labbé, ambasciatore a Panama, citato in giudizio dalla giudice Raquel Lermanda per i suoi legami con l'ex agente della Dina (la polizia segreta della dittatura) Enrique Arancibia Clavel, unico condannato per l'assassinio del generale Prats. Come se non bastasse, l'economista José Piñera, fratello del capo dello Stato ed ex ministro di Pinochet, aveva paragonato Salvador Allende ad Adolf Hitler, sostenendo che entrambi erano saliti al potere attraverso la via democratica, ma poi avevano violato la Costituzione. Se il presidente cerca di accreditarsi come il rappresentante dell'intera nazione, quanti lo circondano non riescono a nascondere il vero volto dell'attuale amministrazione.

LA MORTE DI LUIS CORVALAN. Si è spento il 21 luglio il grande dirigente politico Luis Corvalán. Nato nel 1916 a Puerto Montt, nel 1958 Corvalán venne nominato segretario generale del Partido Comunista. Negli anni Sessanta fu tra i promotori dell'unità delle forze di sinistra intorno a un programma di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali, progetto che portò alla nascita di Unidad Popular e alla vittoria di Salvador Allende alle presidenziali del 1970. Arrestato dopo il golpe di Pinochet, Corvalán venne liberato tre anni dopo grazie a uno scambio con un dissidente sovietico, ma fu costretto a partire per l'esilio. Tornato in patria, nel 1989 lasciò la direzione del Pc a Volodia Teitelboim. Tra i suoi libri ricordiamo: Santiago- Moscú-Santiago, De lo vivido y lo peleado, El gobierno de Salvador Allende, Los comunistas y la democracia. Al momento della morte stava completando le sue memorie. (25/7/2010)

Sul Cile vi segnaliamo il manifesto del 24 luglio.

El golpismo, igual que la viruela

El Salvador

Nuova denuncia per i piccoli desaparecidos

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha denunciato lo Stato salvadoregno per la scomparsa di sei minori durante la lunga guerra civile, quando esercito e gruppi paramilitari attuavano una politica di terra bruciata contro la popolazione, considerata la base sociale della guerriglia. "Gli eventi che hanno fatto da cornice alle sei sparizioni non sono stati ancora chiariti, i responsabili non sono stati identificati né puniti e, trascorsi quasi trent'anni, i fatti rimangono impuniti", afferma la Commissione che ha trasmesso la causa alla Corte Interamericana per i Diritti Umani. Ana Julia (allora quindicenne) e Carmelina (sette anni) Mejía Ramírez scomparvero il 13 dicembre del 1981, giorno in cui i militari fecero irruzione nella loro casa massacrando il resto della famiglia. Il 25 agosto del 1982 i soldati strapparono ai genitori il piccolo Serapio (meno di due anni) e le sorelline Gregoria (quattro anni) e Julia Inés Contreras (quattro mesi). E il 18 maggio 1983 fu la volta di José Rubén Rivera, tre anni. Solo Gregoria ha potuto essere rintracciata nel 2006: aveva vissuto per anni con la famiglia del militare che l'aveva sequestrata, soffrendo maltrattamenti fisici e psicologici. Degli altri cinque non si sa nulla: potrebbero essere stati portati all'estero. Non sono certo gli unici casi: come afferma Ester Alvarenga, coordinatrice dell'Asociación Pro-Búsqueda de Niñas y Niños Desaparecidos, i bambini di cui è stata segnalata la scomparsa negli anni del conflitto armato sono 871. Solo 360 sono stati finora ritrovati: alcuni erano stati adottati da coppie straniere (anche italiane). Nel 2005 la Corte Interamericana per i Diritti Umani aveva già condannato il Salvador per il caso delle sorelline Ernestina ed Erlinda Serrano, risalente al 1982. (21/7/2010)

Argentina

Storico voto sancisce le nozze omosessuali

L'Argentina si è posta all'avanguardia dei diritti civili in America Latina, approvando in via definitiva una legge che equipara al matrimonio eterosessuale quello tra persone dello stesso sesso. La storica decisione è stata sancita dal Senato all'alba del 15 luglio con 33 voti a favore, 27 contrari e tre astensioni (il progetto aveva già ricevuto in maggio il via libera dalla Camera). La notizia è stata accolta con scene di giubilo dalla folla che - nonostante il freddo polare - era da ore in attesa di fronte al Congresso. Il sì dei senatori è arrivato dopo un lunghissimo  dibattito, che ha attraversato e diviso tutti gli schieramenti. Dalla Cina, dove si trova in visita ufficiale, la presidente Cristina Fernández ha parlato di "passo positivo che difende i diritti della minoranza". Contro le nozze gay la Chiesa aveva rispolverato, nei giorni precedenti, toni da vera e propria crociata: il cardinale Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, aveva invitato a una guerra santa contro "il demonio". In qualche caso però questa intransigenza aveva ottenuto l'effetto contrario, spingendo alcuni indecisi a rivoltarsi contro l'ingerenza confessionale: la stessa presidente, pur devota cattolica, era intervenuta nella discussione dichiarandosi favorevole alla legge. A uscire sconfitte da questo voto sono dunque le gerarchie ecclesiastiche e il loro appello al carattere cattolico della nazione argentina. Un'ideologia che nel periodo della dittatura militare aveva portato l'episcopato ad appoggiare il regime e che lo ha spinto il 25 maggio scorso a presentare al governo una richiesta di amnistia per i principali responsabili di violazioni dei diritti umani di quegli anni.

LA RESPONSABILITA' DEL GENOCIDIO. "Mi assumo la responsabilità nella guerra interna contro il terrorismo sovversivo; i miei subordinati si sono limitati a obbedire ai miei ordini come comandante in capo". Con queste parole l'ex dittatore Jorge Rafael Videla ha rivendicato le violazioni dei diritti umani compiute durante il regime militare. Ha inoltre affermato di disconoscere la competenza del tribunale di Córdoba, dove è in corso il processo per i crimini di lesa umanità commessi nella provincia omonima, perché il suo "giudice naturale" è il Consiglio Supremo delle forze armate. Anche un altro degli imputati nello stesso procedimento, il capo del Terzo Corpo dell'esercito Luciano Benjamín Menéndez, ha voluto provocare magistrati e testimoni: "I terroristi marxisti che, guidati dall'estero, assalirono la Repubblica perché non credevano nelle nostre istituzioni democratiche, ora approfittano, si fanno scudo e usano queste stesse istituzioni democratiche per giudicare noi che le abbiamo difese". (15/7/2010)

Nella foto: di fronte al Congresso, in attesa della votazione. Sull'argomento vi segnaliamo il manifesto del 14 maggio.

Derechos difíciles (y humanos)

"Están matando a nuestros dirigentes"

Panama

In lotta per il diritto di sciopero

I lavoratori dell'educazione e della costruzione hanno realizzato il 13 luglio uno sciopero di 24 ore per protestare contro la Ley 30, nota anche come Ley Chorizo, recentemente approvata dal governo Martinelli. Il provvedimento limita fortemente i diritti dei lavoratori, permettendo alle imprese di contrattare altra mano d'opera in caso di sciopero e cancellando l'obbligo di trattenuta della quota sindacale; minaccia inoltre l'ecosistema, eliminando l'obbligatorietà degli studi di impatto ambientale quando l'esecutivo ritenga il progetto di "interesse sociale". Infine criminalizza la protesta, concedendo maggiori poteri alla Policía Nacional. La prova generale di questa nuova politica repressiva si era avuta la settimana precedente a Changuinola, provincia di Bocas del Toro, dove le forze di polizia avevano attaccato i lavoratori bananieri in lotta uccidendo almeno due persone e ferendone 120. Le vittime in realtà erano state sei, denunciava in un'intervista a Telesur il segretario generale della Central de Trabajadores de Panamá, Mariano Mena.

NORIEGA CONDANNATO A SETTE ANNI. Sette anni di prigione per riciclaggio: questa la condanna comminata il 7 luglio dalla giustizia francese a Manuel Noriega. Al termine di un breve procedimento, un tribunale di Parigi ha stabilito che Noriega riciclò oltre tre milioni di dollari provenienti dai suoi legami con il cartello della droga di Medellín, nascondendoli in una banca francese. L'ex dittatore, che dovrà anche pagare un milione di euro allo Stato panamense, si è sempre dichiarato innocente: i soldi depositati in Francia - ha detto - erano il pagamento per i servigi da lui resi alla Cia negli anni Settanta. (13/7/2010)

Nella foto: manifestazione sindacale a Panama.

"Seguridad" política y represión

La batalla de Changuinola desestabiliza al gobierno

Brasile

Serra in difficoltà nella campagna elettorale

E' iniziata la campagna in vista delle elezioni presidenziali del 3 ottobre e i sondaggi indicano un sostanziale testa a testa tra i due principali candidati: l'ex ministra Dilma Rousseff, appoggiata da un'alleanza guidata dal Pt (Partido dos Trabalhadores) e dal Pmdb (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), e l'ex governatore di San Paolo José Serra, sostenuto da una coalizione di cui fanno parte Psdb (Partido da Social Democracia Brasileira) e Dem (Democratas). Erede naturale di Lula, Dilma Rousseff promette l'approfondimento dei programmi sociali che in questi otto anni hanno strappato alla miseria 24 milioni di persone. Pone l'accento sulla scuola, impegnandosi per il miglioramento degli stipendi degli insegnanti e per l'aumento delle borse di studio, e progetta una riforma urbana che si ponga come priorità le esigenze dei settori più svantaggiati. Sul piano economico non prevede grossi cambiamenti, tranne la realizzazione dell'attesa riforma del fisco che le ha già procurato le critiche del suo avversario. Candidato a vice è il deputato federale Michel Temer, del Pmdb.

Di fronte a un presidente in carica che gode di un altissimo indice di popolarità, José Serra può solo cercare di sfruttare le eventuali falle dell'attuale governo. Nei suoi discorsi promette la creazione di nuovi posti di lavoro e si guarda bene dall'attaccare le realizzazioni sociali di Lula, che invece dice di voler ampliare. Dopo un periodo in cui figurava al primo posto nelle intenzioni di voto, sta ora attraversando un momento di difficoltà, testimoniato anche dalla laboriosa ricerca del compagno di formula. La scelta - dopo molti ripensamenti - è caduta su un oscuro deputato di Rio, Antonio Indio da Costa, dei Democratas (destra). Secondo alcuni osservatori, questo significa che gli esponenti di spicco dell'area conservatrice si sono rifiutati di affiancare Serra nella corsa alla presidenza, nutrendo scarsa fiducia nelle sue possibilità di vittoria. (10/7/2010)

Nella foto: Lula è il grande sostenitore di Dilma Rousseff.

Expansión urbana invade la Amazonia

Venezuela

Estradato a Cuba il complice di Posada

Il governo di Caracas ha estradato a Cuba il salvadoregno Francisco Chávez Abarca El Panzón, principale collaboratore del terrorista Luis Posada Carriles. Abarca, arrestato mentre cercava di entrare in Venezuela con documenti falsi, era ricercato dalle autorità dell'Avana perché accusato di essere implicato in una serie di attentati a Cuba nel 1997: in uno di questi perse la vita il giovane italiano Fabio Di Celmo. La bomba che uccise Di Celmo, secondo gli inquirenti, fu posta dal salvadoregno René Cruz León, che dopo l'arresto confessò di essere stato reclutato dal suo compatriota Chávez Abarca. Quest'ultimo, definito "individuo di altissima pericolosità" dal ministro dell'Interno e della Giustizia El Aissami, avrebbe confessato di aver tentato di entrare in Venezuela per compiere azioni di sabotaggio contro le elezioni parlamentari di settembre. Secondo il ministro degli Esteri Nicolás Maduro, il salvadoregno "fa parte dei gruppi addestrati con finanziamento della Cia negli anni Ottanta e Novanta, che hanno lavorato in operazioni sporche in Centro America, perseguitando, torturando, assassinando i movimenti sociali".

"UN ATTO DI GIUSTIZIA FEMMINISTA". Il 5 luglio, 199° anniversario dell'Indipendenza,  il Venezuela ha reso onore alla generale Manuela Sáenz, compagna di Simón Bolívar ed eroina della guerra contro la Spagna. I resti simbolici di Manuela Sáenz (due urne contenenti terra di Paita, la città peruviana dove incontrò la morte nel 1856) sono stati tumulati accanto a quelli del Libertador, nel Panteón Nacional di Caracas. Si tratta di "un atto di giustizia femminista", ha affermato il presidente Chávez, che presenziava alla cerimonia insieme al suo omologo ecuadoriano Rafael Correa, "una rivendicazione storica del ruolo della donna nei processi rivoluzionari dei nostri popoli". (7/7/2010)

Nella foto: Francisco Chávez Abarca viene estradato a Cuba.

Costa Rica

Arrivano i marines

Da luglio a dicembre faranno il loro ingresso in Costa Rica 7.000 soldati statunitensi, 46 navi da guerra, 200 elicotteri e 10 aerei da combattimento Harriet. L'autorizzazione a questa vera e propria occupazione militare è stata accordata dal Parlamento il primo luglio, con 31 voti a favore e 8 contrari. Il pretesto è quello, abituale, della lotta al traffico di droga: la presidente Laura Chinchilla ha parlato di operazione congiunta dei servizi di vigilanza costiera delle due nazioni. La decisione ha suscitato una valanga di critiche da parte dell'opposizione, che la considera una violazione della sovranità nazionale, tanto più grave in un paese che dal 1948 ha abolito l'esercito. Il permesso accordato alle truppe Usa "inserisce il nostro paese nei piani e nell'agenda di guerra del governo statunitense", si legge in un comunicato della Comisión Nacional de Enlace del Movimiento Popular, secondo il quale siamo di fronte alla diretta conseguenza degli impegni assunti nel quadro del Tratado de Libre Comercio firmato dal presidente Arias. Con questa azione il governo Chinchilla, afferma ancora la Comisión Nacional de Enlace, si associa "al Plan Colombia e all'agenda di aggressione e di guerra contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela e altri paesi sudamericani apertamente minacciati dagli Stati Uniti". Anche i partiti Acción Ciudadana, Unidad Social Cristiana e Frente Amplio si sono dichiarati contrari alla presenza delle truppe di Washington, argomentando che "la forza distruttrice delle navi, degli elicotteri e dei marines è sproporzionata per la lotta al narcotraffico". (5/7/2010)

Messico

Un voto di castigo

Previsioni azzeccate solo in parte nel voto del 4 luglio per l'elezione di governatori, sindaci e parlamentari in dodici Stati (in altri due, Chiapas e Baja California, si rinnovavano solo municipi e Parlamenti locali). Il Pri (Partido Revolucionario Institucional) vince, ma non stravince: riconferma il suo predominio negli Stati di Chihuahua, Durango, Veracruz, Hidalgo, Quintana Roo e Tamaulipas e strappa Aguascalientes e Tlaxcala al Pan (Partido de Acción Nacional) e Zacatecas al Prd (Partido de la Revolucción Democrática). Perde però tre suoi bastioni: Oaxaca, Puebla e Sinaloa, che saranno governati da un'improbabile alleanza tra il conservatore e clericale Pan e il progressista Prd. La strategia che ha portato a questo accordo, scrive Julio Hernández López su La Jornada del 5 luglio, "non ha dato i frutti sperati" e "ha invece sottratto autorevolezza e coerenza" alla cosiddetta sinistra, così pragmatica da allearsi con quelli che fino a pochi anni fa considerava i suoi peggiori nemici.

Più che favorire il Pri, gli elettori sembra abbiano voluto colpire l'inefficienza e il malgoverno del Pan, che nel 2000 si era presentato come espressione del cambiamento. E lo stesso Pri non è stato risparmiato dal voto di castigo: a Oaxaca è stato bocciato il regime corrotto e sanguinario del governatore uscente, Ulises Ruiz; a Puebla quello di Mario Marín, protettore dell'industriale Kamel Nacif, coinvolto nella rete internazionale di pedofili denunciata dalla coraggiosa giornalista Lydia Cacho. Nonostante queste batoste, il "dinosauro" priista fa un ulteriore passo verso la riconquista della presidenza nel 2012, e conserva il potere "in entità chiave per la continuità degli affari che finanziano in modo sotterraneo le sue direttrici elettorali" (Julio Hernández López).

La giornata di voto, caratterizzata da un forte astensionismo specie nel nord, ha registrato la solita sequela di orrori: solo nello Stato di Chihuahua sono stati rinvenuti quattro corpi penzolanti da ponti autostradali, sei cadaveri con segni evidenti di tortura e una donna carbonizzata. Un leader indigeno legato al Prd è stato assassinato a Tenejapa, nel Chiapas; il direttore e il vicedirettore della polizia municipale di Actopan (Hidalgo) sono stati uccisi probabilmente da narcos. Nei giorni precedenti due crimini avevano scosso il paese: il 30 giugno, a Ciudad Juárez, la viceprocuratrice Sandra Ivonne Salas García era stata assassinata insieme a un uomo della sua scorta. Sandra Salas lavorava a stretto contatto con la procuratrice Patricia González Rodríguez, che ha già visto cadere sotto il fuoco dei killer molti dei suoi collaboratori. Due giorni prima, un commando aveva ucciso il candidato priista a governatore di Tamaulipas, Rodolfo Torre Cantú, un deputato locale e quattro agenti di scorta: con questo inequivocabile messaggio, scrive La Jornada nell'editoriale del 29 giugno, "la criminalità ha mostrato di essere determinata a decidere chi dovrà occupare un incarico di potere e chi no". Al posto di Rodolfo Torre è stato eletto il fratello Egidio, che si è presentato al seggio indossando un giubbotto antiproiettile: un chiaro segno del clima di intimidazione e di paura in cui si sono svolte queste consultazioni.

ATENCO: TUTTI LIBERI. Con una maggioranza schiacciante (quattro voti contro uno), la Corte Suprema ha deliberato la liberazione immediata dei dodici militanti del Frente de Pueblos en  Defensa de la Tierra ancora in galera per gli scontri di San Salvador Atenco e Texcoco (Estado de México) del maggio 2006. "Non è una concessione, ma un atto di coerenza giuridica e di risposta alla mobilitazione sociale": questo il commento di Trinidad Ramírez, dirigente del Frente e moglie di Ignacio del Valle, che era stato condannato a 112 anni di prigione per secuestro equiparado (un assurdo legale) e assalti alle vie di comunicazione. Una pena sproporzionata, che si spiega solo con il desiderio di criminalizzare la protesta sociale. "I prigionieri di Atenco, come molti degli abitanti di questa località - scrive La Jornada nell'editoriale del primo luglio - furono vittime di un atto di repressione e di uso smodato della violenza da parte dello Stato che portò, come hanno documentato diversi organismi di difesa dei diritti umani, a stupri, pestaggi, detenzioni arbitrarie, divieto di comunicare, perquisizioni domiciliari, furto di oggetti personali da parte di agenti statali e federali e alla morte di due persone". (5/7/2010)

Sul Messico vi segnaliamo il manifesto del 7 luglio.

Honduras

Dopo un anno la resistenza è sempre viva

Migliaia di persone sono scese in piazza il 28 giugno a Tegucigalpa, nel primo anniversario del golpe contro il presidente Manuel Zelaya. Lavoratori statali, insegnanti, studenti hanno aderito alla manifestazione convocata dal Frente Nacional de Resistencia Popular e a loro si sono uniti centinaia di militanti del Partido Liberal. Il corteo non ha potuto giungere fino alla sede del governo, perché si è trovato il passo sbarrato da un ingente dispositivo di polizia, ma i dimostranti non hanno fatto marcia indietro, mostrando così la loro determinazione. Il Frente denuncia le continue violazioni ai diritti umani sotto la gestione di Porfirio Lobo e chiede la convocazione di un'Assemblea Costituente e il ritorno del presidente deposto. Quest'ultimo, dal suo esilio nella Repubblica Dominicana, ha inviato alla resistenza un messaggio in cui denuncia la responsabilità del Comando Sud statunitense nella pianificazione del colpo di Stato (e a proposito di Stati Uniti, il dirigente del Frente, Carlos Reyes, ha segnalato la recente installazione di una base navale Usa nella zona de La Mosquitia).

Sempre il 28 giugno, promossa dalla Plataforma de Derechos Humanos si è installata una Comisión de Verdad composta tra gli altri dalla religiosa Elsie Monge (Ecuador), dai magistrati Luis Carlos Nieto (Spagna) e Mirna Perla Jiménez (El Salvador), da Nora Cortiñas (Argentina) delle Madres de Plaza de Mayo, dal sacerdote Fausto Milla e dalla scrittrice Helen Umaña (Honduras). Si tratta di un organismo alternativo a quello che era stato creato dal governo in maggio per ripulire l'immagine del regime. "Il presidente Lobo si era impegnato pubblicamente sul tema dei diritti umani, ma non ha agito per garantire il loro rispetto e questo risulta inaccettabile", denuncia un comunicato di Amnesty International. La conferma viene dalla lista delle vittime, che continua ad allungarsi. Tra i casi più recenti l'assassinio del giornalista Luis Arturo Mondragón, di Canal 19, avvenuto il 14 giugno a Danlí (dipartimento di El Paraiso). Il 10 giugno due uomini armati avevano aperto il fuoco contro un'auto uccidendo il cognato e ferendo la sorella e il padre di Porfirio Ponce, vicepresidente del Sindicato de Trabajadores de la Industria de la Bebida y Similares. Poco prima Carolina Pineda, dirigente del combattivo Colegio de Profesores de Educación Media, era sfuggita per un soffio a un analogo attentato. (28/6/2010)

La resistencia hondureña, viva a pesar de la fuerte represión

Honduras: el golpe de Obama

Uruguay

L'ex dittatore: non sapevo dei desaparecidos

Non sapevo dell'esistenza di desaparecidos: l'ho appreso solo dalla stampa. Questa l'incredibile affermazione che l'ex dittatore Gregorio Alvarez ha fatto il 21 giugno nel corso del dibattimento sul sequestro, avvenuto nel 1976, dei piccoli Victoria e Anatole Julien Grisonas. I due fratellini, figli di una coppia di militanti uruguayani scomparsi in Argentina, vennero poi abbandonati in una piazza della città cilena di Valparaíso e adottati da una famiglia. Un caso emblematico del coordinamento in funzione tra le dittature del Cono Sur, che agivano come un unico organo repressivo senza frontiere. Orrori che l'Uruguay non ha del tutto superato, anche a causa della Ley de Caducidad che tuttora protegge i responsabili di violazione dei diritti umani.

Contro l'impunità oltre 10.000 persone avevano partecipato, il 20 maggio a Montevideo, alla tradizionale marcia del silenzio, che dal 1995 ogni anno ricorda le vittime del regime militare. E il 19 giugno, anniversario della nascita dell'eroe nazionale José Artigas, il presidente Mujica aveva celebrato, con un discorso dai toni moderati, il Día del Nunca Más. Ma in una cerimonia parallela il generale Ricardo Galarza, presidente del Circolo Militare, si era incaricato di ribadire la posizione dei settori più reazionari delle forze armate: "Il Nunca Más non si decide per decreto, è morto alla nascita, queste cose bisogna sentirle, altrimenti non hanno futuro". (21/6/2010)

Nella foto: il presidente Mujica passa in rassegna le truppe.

Colombia

Nel segno della continuità

Dopo una campagna contrassegnata da minacce agli elettori e compravendita di voti da parte del partito di governo (pratiche già ampiamente denunciate nel primo turno dagli osservatori internazionali), si è svolto il 20 giugno l'ultimo atto delle elezioni presidenziali. Alla massima carica dello Stato è stato eletto l'ex ministro della Difesa Juan Manuel Santos, che ha ottenuto il 69% dei suffragi contro il 27,5 del candidato del Partido Verde Antanas Mockus. La consultazione si è svolta in un contesto di violenza (16 le vittime della giornata) e ha registrato un'astensione del 56%. Il risultato del voto, ampiamente scontato, rappresenta la perpetuazione della politica di Alvaro Uribe. Del resto l'avversario di Santos non proponeva in sostanza nulla di diverso, tanto che il candidato del Polo Democrático Alternativo, Gustavo Petro, intervistato il 18 giugno da La Jornada, aveva accusato la destra di aver fabbricato il fenomeno dell'ondata verde dandogli un'apparenza di sinistra e di aver gonfiato artificialmente al primo turno i sondaggi in favore di Mockus per sbarrare il passo a ogni possibile alternativa.

Pochi giorni prima del ballottaggio, Santos era stato favorito anche dalla felice conclusione dell'Operación Camaleón dell'esercito, che aveva strappato quattro ostaggi dalle mani delle Farc: un'operazione subito paragonata a quella - guidata dallo stesso Santos - che nel 2008 aveva portato alla liberazione di Ingrid Betancourt. La conferenza stampa degli ex sequestrati si era risolta in uno spot a favore del candidato del governo e in una manifestazione di sostegno alle forze armate, dopo la condanna a trent'anni di carcere comminata il 9 giugno al colonnello a riposo Alfonso Plazas Vega. L'ex militare era accusato della scomparsa di undici persone nel novembre 1985, durante la sanguinosa azione contro un commando del gruppo guerrigliero M-19 asserragliato nel Palazzo di Giustizia (le vittime furono più di cento). La sentenza, dovuta al coraggio e alla determinazione della giudice María Stella Jara Gutiérrez, più volte minacciata perché chiudesse il caso, aveva fornito al presidente Uribe il pretesto per un ennesimo attacco alla magistratura. "Si sta costruendo un panorama di insicurezza giuridica che attenta alla gestione dell'ordine pubblico in Colombia", aveva detto il capo dello Stato. Una posizione non sorprendente, visto che Plazas Vega e gli altri responsabili di quel massacro sono personaggi molto vicini all'attuale esecutivo. (21/6/2010)

Nella foto: il presidente eletto Juan Manuel Santos (a sinistra) e Alvaro Uribe. Sulla Colombia vi segnaliamo il manifesto del 3 luglio.

"Uribe, empresarios y clérigos, parte de una cadena criminal"

El escándalo de los "falsos positivos"

El asesinato a sangre fría ya es práctica institucional del ejército

Messico

Il governo contro i sindacati

Il governo continua la sua offensiva antisindacale, deciso a risolvere con la repressione i conflitti di lavoro. Dopo la battaglia dell'ottobre scorso contro il Sindicato Mexicano de Electricistas, ora è stata la volta dei minatori di Cananea (Stato di Sonora) e Pasta de Conchos (Coahuila), sgomberati con la forza nella notte tra il 6 e il 7 giugno. Era stato lo stesso esecutivo, durante la presidenza Fox, a innescare la miccia criminalizzando la dirigenza sindacale, "colpevole" di aver chiesto giustizia per i 46 lavoratori uccisi nel 2006 a Pasta de Conchos dalla mancanza di adeguate misure di protezione. Come già avvenuto con il sindacato elettricisti, anche per i minatori si sono registrati pesanti interventi da parte del Ministero del Lavoro, con l'appoggio a gruppi dissidenti e la persecuzione sul piano giudiziario nei confronti del segretario generale del sindacato, Napoleón Gómez Urrutia (mentre il Grupo México, concessionario di entrambe le miniere, veniva sollevato da ogni responsabilità per l'incidente del 2006). Contro la politica governativa si sono mobilitati il 10 giugno migliaia di lavoratori del settore elettrico, delle miniere, della scuola, studenti, militanti delle organizzazioni sociali. Un grande corteo ha attraversato il centro di Città del Messico fino allo Zócalo, chiedendo le dimissioni del presidente Felipe Calderón e del ministro del Lavoro, Javier Lozano.

BLOCCATA CAROVANA UMANITARIA. Ancora una volta i membri dell'organizzazione paramilitare Ubisort, che dal novembre 2009 cingono d'assedio il municipio autonomo di San Juan Copala, nello Stato di Oaxaca, hanno impedito il passaggio di una missione umanitaria. L'8 giugno la carovana, intitolata a Bety Cariño e Jyri Jaakkola (i due attivisti assassinati nel corso della precedente spedizione), è stata fermata da un blocco stradale vigilato da uomini armati e ha dovuto tornare indietro. In queste condizioni, scrive La Jornada nell'editoriale del 10 giugno, "lo stato di diritto risulta inesistente". Il quotidiano denuncia la mancata volontà politica delle autorità statali di risolvere il conflitto (il governatore Ulises Ruiz minimizza, parlando di dispute interne alla comunità triqui) e il rifiuto del governo federale di occuparsi della questione, nonostante le critiche dei relatori dell'Onu per le continue violazioni dei diritti umani. (11/6/2010)

Nella foto: la manifestazione del 10 giugno contro l'offensiva antisindacale del governo.

En Ciudad Juárez las heridas de las mujeres no cierran

Paraguay

Approvata la legge antiterrorismo

Con votazione unanime (i pochi deputati progressisti avevano preferito disertare la seduta), la Camera ha approvato il progetto di legge che introduce nel Codice Penale il reato di terrorismo, con condanne da dieci a trent'anni di prigione. In maggio il testo era passato in Senato con la sola opposizione dei senatori Carlos Filizzola e Sixto Pereira. Quasi tutti d'accordo, dunque, su questo progetto inviato all'esame del Parlamento dallo stesso presidente Lugo: proprio lui, "che ci aiutò a redigere il rifiuto alla legge antiterrorismo e marciò fianco a fianco con noi nel 2007", afferma sconsolato l'avvocato Juan Martens, della Coordinadora de Derechos Humanos (Codehupy), intervistato da Página/12. In realtà sul governo di Asunción hanno pesato le pressioni di Washington. Pressioni indirette, esercitate attraverso il Gruppo d'Azione Finanziaria Internazionale (Gafi), l'organismo intergovernativo creato per combattere il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo. Il Gafi ha stilato una serie di "raccomandazioni" che gli Stati devono adottare, pena la sospensione dei prestiti da parte dei principali istituti di credito.

La legge ora approvata, denunciano gli oppositori, non definisce con precisione che cosa si debba intendere per terrorismo e questo consentirà ai giudici di criminalizzare la protesta sociale, dall'occupazione di terre al blocco stradale. Basti pensare che - secondo un rapporto presentato due anni fa dalla Codehupy - dal ritorno della democrazia al 2005 la magistratura ha garantito l'impunità ai responsabili di quasi tutte le esecuzioni arbitrarie di dirigenti contadini. Nel gennaio scorso il procuratore di San Pedro, Jorge Kronawetter, ha ordinato l'arresto di una decina di persone, tra cui alcuni protagonisti della battaglia per la riforma agraria, sospettati di aver fornito appoggio logistico al gruppo armato Epp (Ejército del Pueblo Paraguayo). In seguito le accuse si sono dimostrate infondate, ma gli arrestati sono ancora in carcere. Quanto all'Epp, ottimo pretesto per giustificare la repressione delle lotte nelle campagne, la sua reale consistenza rimane un mistero: nonostante lo stato d'eccezione proclamato per un mese in cinque dipartimenti e la mobilitazione di centinaia di soldati e agenti, dei guerriglieri non è stata trovata traccia. (10/6/2010)

Sul Paraguay vi segnaliamo il manifesto del 17 giugno.

"La transición a la democracia apenas está empezando"

"La guerrilla es un chivo expiatorio para voltear al presidente Lugo"

Organizzazione degli Stati Americani

Lobo difeso da Usa e alleati

Con la generica e accomodante Declaración de Lima si è chiusa l'8 giugno, nella capitale peruviana, la quarantesima Assemblea Generale dell'Oea. Nel corso dei lavori era stato affrontato il tema della corsa agli armamenti nella regione, ma il documento finale si limita a sottolineare la necessità di "promuovere un ambiente propizio" affinché si destinino meno soldi all'acquisto di armi e maggiori risorse allo sviluppo. L'Ecuador aveva presentato una mozione di condanna dell'attacco israeliano alle navi pacifiste dirette a Gaza, ma a favore si sono espressi soltanto dieci paesi (su 33 partecipanti). E' stata invece approvata per acclamazione una risoluzione di sostegno alla posizione argentina sulle Isole Malvinas, che ribadisce la necessità di una ripresa delle trattative tra Londra e Buenos Aires. Il problema più scottante era però quello dell'Honduras, con le sue continue violazioni dei diritti umani: Stati Uniti, Perú, Colombia e paesi centroamericani (con l'eccezione del Nicaragua) hanno difeso il regime di Porfirio Lobo e si sono detti favorevoli a un rientro immediato di Tegucigalpa nell'Oea. Dopo una lunga riunione a porte chiuse è stata decisa la creazione di una Commissione - i cui membri saranno nominati dal segretario generale Insulza - con il compito di pronunciarsi sull'argomento entro il 30 luglio. (8/6/2010)

Nella foto: il segretario generale dell'Oea, Insulza.

Venezuela

Contro la speculazione sugli alimenti

Il presidente Chávez ha annunciato il 6 giugno l'esproprio di alcuni supermercati e grandi magazzini, accusando i proprietari di speculazione e accaparramento. Continua così l'offensiva dell'esecutivo contro quegli imprenditori, in particolare dell'industria alimentare, sospettati di provocare volutamente la scarsità di beni per far lievitare i prezzi e destabilizzare il paese. Gli attacchi di Chávez si sono indirizzati anche contro la maggiore produttrice di alimenti, Empresas Polar, che potrebbe essere nazionalizzata (quest'ipotesi incontra però l'opposizione di una parte del sindacato). Per consolidare la presenza dello Stato nel settore agroindustriale, in maggio il governo aveva decretato l'espropriazione di Monaca (Sociedad Mercantil Molinos Nacionales). Un brutto colpo per il consorzio messicano Gruma, leader mondiale nel mercato delle tortillas, che ne controlla più del 72% (la quota restante è detenuta dal banchiere venezuelano Ricardo Fernández Barruecos, arrestato nel 2009 per l'acquisizione irregolare di quattro istituti bancari). Negli ultimi anni il governo di Caracas ha realizzato numerose "acquisizioni forzate" nel settore della produzione e della distribuzione di alimenti: il processo si è intensificato dopo l'approvazione, nel 2009, di una nuova legge che rende più rapidi i procedimenti di espropriazione. (6/6/2010)

Nella foto: il presidente Hugo Chávez.

Los medios críticos ahora son más

altre notizie 2010

Latinoamerica-online.it  anno X

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04

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