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Venezuela, la voce dell'oligarchia al Parlamento Europeo

Perú, ex presidenti sotto accusa

L'ex sindaca di Lima, Susana Villarán, è stata raggiunta da un ordine di carcerazione preventiva per riciclaggio, associazione a delinquere e corruzione, accuse per cui rischia più di vent'anni di carcere. Le imprese costruttrici Odebrecht e Oas (entrambe brasiliane) avrebbero finanziato segretamente le sue campagne elettorali per ottenere in cambio appalti da parte della municipalità della capitale. Dopo aver ripetutamente negato ogni addebito, recentemente Villarán - messa alle strette dalle prove a suo carico - ha ammesso di aver ricevuto fondi occulti per quattro milioni di dollari dalle due imprese per la propaganda elettorale contro una richiesta di revoca a metà mandato. Si è giustificata affermando che di quel denaro non intascò neppure un centesimo e che fu tutto impiegato per evitare che "le mafie organizzate che avevano promosso la revoca dell'incarico impedissero le riforme". Gli inquirenti però sostengono che le somme ricevute ammontarono a dieci milioni di dollari e che riguardarono anche un'altra campagna in cui l'ex sindaca tentò inutilmente di essere rieletta. segue


Brasile: Lula, prigioniero politico

Intorno a Pasqua papa Francesco ha scritto una lettera all’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. La lettera è stata divulgata ai primi di giugno e se ne riporta la traduzione. In data 3-4 giugno al Casino Pio IV in Vaticano si è tenuta la Cupola panamericana dei giudici su diritti sociali e dottrina francescana, con la partecipazione dei paesi delle tre Americhe. Gli interventi sono facilmente ascoltabili su Internet, così come si può leggere l’intervento conlusivo del papa Francesco (Editrice Libreria Vaticana). Se ne traduce qualche passaggio. Si riportano poi alcuni passaggi di un'intervista rilasciata da Lula in data 5 giugno a due giornalisti indipendenti brasiliani. (T.I.) segue

Approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link


Panama, vittoria di Cortizo (Prd) alle presidenziali

L'imprenditore Laurentino Nito Cortizo Cohen, candidato del Partido Revolucionario Democrático fondato da Omar Torrijos, è il nuovo presidente eletto di Panama: nel voto del 5 maggio ha superato per uno stretto margine Rómulo Roux, di Cambio Democrático (la formazione di destra dell'ex capo di Stato Ricardo Martinelli, attualmente agli arresti per un'accusa di intercettazioni illegali). Al terzo posto l'indipendente Ricardo Lombana, seguito da José Blandón, appartenente al Partido Panameñista del presidente uscente Juan Carlos Varela. Sempre il 5 maggio è stata rinnovata l'Asamblea Nacional, dove il Prd ha conquistato la maggioranza relativa. Tra le promesse di campagna del nuovo capo dello Stato, che assumerà le sue funzioni il primo luglio, vi è il recupero dell'alto tasso di crescita economica registrato in anni precedenti e la lotta contro la povertà e le disuguaglianze sociali. segue


Honduras, uno sciopero per la democrazia

Honduras di nuovo in fiamme per lo sciopero generale indetto dai lavoratori della sanità e dell’educazione contro i piani di privatizzazione approvati per decreto dal governo di Juan Orlando Hernández (Partido Nacional Honduregno). Ne abbiamo parlato con Gerardo Torres, segretario internazionale del Partido Libre de Honduras, che avevamo intervistato a Caracas in occasione del II Forum sulla Gran Misión Vivienda Venezuela, e che abbiamo sentito al telefono per gli ultimi aggiornamenti.

Cosa sta succedendo in Honduras? E’ vero che è stata data alle fiamme l’ambasciata Usa? Sulle reti sociali c’è chi ha parlato di una provocazione architettata.

E’ vero, ieri un incendio ha distrutto quasi completamente l’entrata principale dell’ambasciata nordamericana nel secondo giorno di sciopero generale. Il paese è completamente militarizzato, ma durante una mobilitazione che ci ha portato nei pressi dell’ambasciata Usa, alcuni giovani sono riusciti ad avvicinarsi approfittando del poco controllo che c’era in un perimetro solitamente militarizzato. L’Iran e l’Honduras sono gli unici due paesi che hanno dato fuoco a un’ambasciata gringa. Da noi è la seconda volta che succede, la prima è stata nel 1986, durante una protesta con un’alta partecipazione di studenti. Siamo nel pieno di un processo di privatizzazione della salute e dell’educazione voluto da un governo al soldo degli Stati uniti e delle grandi multinazionali. Insieme ai maestri, il collegio medico ha convocato uno sciopero generale. Sia il Frente de Resistencia che il nostro partito stanno accompagnando le mobilitazioni, la cui direzione è nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori. Inizialmente, il governo aveva detto no a ogni trattativa, ma già da ieri ha annunciato di voler derogare i processi di privatizzazione. Probabilmente siamo alla vigilia di una nuova vittoria popolare. (Geraldina Colotti) segue


Venezuela, nuovo fallimento di Guaidó

Continua l'offensiva statunitense contro il Venezuela in appoggio alle frange più estreme dell'opposizione. Dopo i ripetuti sabotaggi al sistema elettrico che hanno contrassegnato buona parte dei mesi di marzo e aprile, con pesanti ripercussioni sui trasporti, sulle comunicazioni e soprattutto sulla rete idrica, all'alba del 30 aprile Leopoldo López, fino a quel momento agli arresti domiciliari, è comparso in un video insieme a Juan Guaidó e a poche decine di militari per incitare alla ribellione. Il video, sostenevano López e Guaidó, era stato girato nell'importante base aerea de La Carlota. Il bluff è stato presto scoperto: la base è rimasta tutto il tempo in mano alle forze bolivariane e il piccolo gruppo di soldati e ufficiali che si era schierato a fianco dell'autoproclamato presidente è stato presto disperso con i gas lacrimogeni dalle truppe leali al governo. Visto il fallimento del piano eversivo, alcuni golpisti si sono rifugiati nell'ambasciata brasiliana, mentre López e famiglia sono stati accolti nella residenza dell'ambasciatore spagnolo. Intanto il movimento chavista si era mobilitato: migliaia di persone si erano raccolte intorno a Miraflores per respingere il colpo di Stato. segue


Trump inasprisce il blocco contro Cuba

Nuovo giro di vite nel blocco contro Cuba. Il 2 maggio entrerà in vigore il capitolo III della legge Helms-Burton, in base al quale i proprietari di beni confiscati dopo la Revolución potranno citare davanti ai tribunali Usa le imprese o i privati, anche stranieri, che traggano profitto dalla gestione di tali beni. Lo ha annunciato il 17 aprile John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, in un incontro a Miami con i veterani del fallito tentativo di sbarco a Playa Girón. Immediata la condanna da parte dell'Avana. Il capitolo III "viola la legislazione internazionale consentendo cause contro entità cubane o straniere che 'traffichino' con proprietà nazionalizzate per decisione sovrana e attenendosi alla legalità", scrive Cubadebate, aggiungendo che il governo cubano aveva raggiunto accordi di indennizzo con paesi le cui imprese erano state espropriate (Gran Bretagna, Canada, Spagna, Svizzera, Italia, Francia), ma che Washington aveva rifiutato le condizioni offerte perché già programmava l'invasione dell'aprile 1961. segue


L'Ecuador revoca l'asilo politico ad Assange

Era da tempo che Lenín Moreno desiderava liberarsi di Julian Assange, rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana di Londra: una scomoda presenza, visto il desiderio del presidente ecuadoriano di ingraziarsi i favori di Washington. L'11 aprile l'asilo politico, che Rafael Correa aveva concesso al fondatore di WikiLeaks, è stato revocato e alla polizia britannica è stato permesso di entrare nella sede diplomatica e di procedere all'arresto di Assange, che ora rischia l'estradizione negli Stati Uniti. Con questa decisione Moreno si libera dell'ultima eredità del suo predecessore, di cui ha tradito tutta la politica, allineandosi agli Stati Uniti su vari fronti (dall'attacco al Venezuela alla demolizione degli organismi di integrazione regionale), smantellando lo Stato sociale secondo i dettami neoliberisti, facendo ricorso ai prestiti del Fondo Monetario e di altre istituzioni finanziarie internazionali. E proprio la consegna di Assange, secondo The New York Times, sarebbe stata posta come condizione da parte di Washington per l'approvazione di un nuovo prestito del Fmi all'Ecuador. Senza contare il desiderio dello stesso capo dello Stato di vendicarsi delle recenti rivelazioni di WikiLeaks su casi di corruzione che lo vedono implicato. segue


Costa Rica, assassinato leader indigeno

Sergio Rojas Ortiz, membro fondatore del Frenapi (Frente Nacional de Pueblos Indígenas), è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco la sera del 18 marzo, nella sua casa posta nel territorio di Salitre (sud del paese). Proprio quel giorno Rojas aveva denunciato per l'ennesima volta davanti alla Procura le minacce e le aggressioni sofferte dall'etnia bribri, cui apparteneva. La legge del Costa Rica, che stabilisce l'inalienabilità e la non trasferibilità dei territori indigeni, è in gran parte disattesa. Dopo aver chiesto innumerevoli volte per vie legali la sua appIicazione, il popolo bribri ha iniziato a riprendersi i terreni usurpati dai latifondisti, che hanno risposto con intimidazioni e violenze. Nel 2015 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha sollecitato il governo di San José ad adottare le misure necessarie per proteggere la popolazione nativa. Ma da parte delle autorità non sono state avviate adeguate indagini e non sono stati condannati i responsabili dei continui attacchi alle comunità. segue


Prosur, il blocco che guarda a Nord

Si chiamerà Prosur, ma molti sostengono che il nome più adatto sarebbe Pronorte. E' la proposta di costituzione di un nuovo blocco avanzata dai governi di destra della regione. Il Foro para el Progreso de América del Sur è stato formalmente lanciato il 22 marzo a Santiago del Cile dai presidenti di Argentina, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Paraguay e Perù, tutti uniti nella difesa del libero mercato e nell'allineamento alle posizioni di Washington. Dall'incontro era stato escluso il Venezuela: per questo i capi di Stato di Bolivia, Uruguay, Guyana e Suriname non si sono presentati, limitandosi a inviare rappresentanti. L'America del Sud rinnega dunque il tentativo di affrancarsi dalla tutela statunitense che era stato alla base della creazione dell'Unión de Naciones Suramericanas nel 2008. L'Unasur è stata svuotata dall'interno prima con la mancata designazione del nuovo segretario generale nel 2017, al termine del mandato di Ernesto Samper, poi con la sospensione della partecipazione dei governi di Buenos Aires, Brasilia, Santiago, Asunción, Lima e con il ritiro definitivo di Bogotá lo scorso anno. E ora l'Ecuador segue le orme colombiane, con il pretesto della trasformazione del blocco "in una piattaforma politica che ha distrutto il sogno dell'integrazione". segue


Brasile, dirigenti sociali e oppositori nel mirino

Il 22 marzo a Tucuruí, nello Stato del Pará, è stata assassinata Dilma Ferreira Silva (nella foto), del Coordinamento Regionale del Mab (Movimento dos Atingidos por Barragens, Movimento dei Danneggiati dalle Dighe). Dilma è stata uccisa insieme al marito e a un amico di famiglia. La centrale idroelettrica di Tucuruí, costruita durante la dittatura militare, si trova sul fiume Tocantins a 310 km. dalla capitale del Pará, Belém. Oltre 30.000 persone furono obbligate ad abbandonare le loro abitazioni per la costruzione della diga e da più di trent’anni lottano per vedere riconosciuti i loro diritti. L'uccisione di Dilma Ferreira avviene a meno di due mesi di distanza dal disastro di Brumadinho, nello Stato di Minas Gerais, dove il 25 gennaio il bacino che conteneva le scorie di lavorazione della compagnia mineraria Vale ha ceduto, seppellendo centinaia di persone. I morti finora accertati sono 212, ma 93 persone mancano ancora all'appello. Un disastro annunciato: nel 2017 l'Agência Nacional de Aguas registrava l'esistenza nel paese di 24.000 dighe, di cui solo 4.500 periodicamente controllate. Nel caso di Brumadinho sono i grafici della Vale che mostrano con chiarezza le responsabilità: negli ultimi cinque anni l'impresa ha aumentato i profitti e diminuito i costi per la sicurezza. segue


8 marzo: giornata di lotta in America Latina

Una giornata non di festa, ma di lotta. L'8 marzo 2019 ha registrato in America Latina una mobilitazione senza precedenti. Milioni di donne sono scese in piazza in tutto il continente contro la violenza e i femminicidi e per contrapporre, all'ondata reazionaria in corso, la battaglia per diritti e uguaglianza. In Argentina, nell'ambito dello sciopero delle donne, un imponente corteo si è mosso dal Congresso verso Plaza de Mayo. In testa le militanti della campagna per l'aborto legale, gratuito e sicuro: nell'agosto 2018 la legge, già approvata dalla Camera, è stata bocciata per pochi voti al Senato. Migliaia e migliaia di manifestanti di tutte le età portavano al collo un fazzoletto verde, il colore della battaglia per l'interruzione volontaria della gravidanza. Una battaglia che si scontra con il fanatismo religioso di quanti proprio in questi giorni, nella provincia di Tucumán, hanno impedito a una bambina di undici anni che era stata violentata di accedere all'aborto, nonostante fosse uno dei casi previsti dalla legge, e le hanno imposto un cesareo (la neonata è comunque morta pochi giorni dopo il parto). segue


Colombia, rottura del negoziato di pace con l'Eln

Un duro colpo alla pace: il 17 gennaio, a Bogotá, un'autobomba contro la scuola dei cadetti della polizia provocava la morte di 22 persone e il ferimento di più di 60. Il giorno seguente il presidente Iván Duque annunciava la rottura delle trattative con l'Ejército de Liberación Nacional (il negoziato, avviato dal febbraio 2017 prima a Quito e poi all'Avana, era del resto già sospeso dal giorno dell'insediamento di Duque nell'agosto scorso). I fautori di una soluzione militare hanno subito approfittato dell'accaduto per attaccare anche gli accordi raggiunti nel 2016 con le Farc, accordi che lo stesso capo dello Stato aveva dichiarato di voler "correggere". Il 21 gennaio il comandante Pablo Beltrán, leader della delegazione dell'Eln presente all'Avana, in una dichiarazione a Prensa Latina negava qualsiasi legame dei negoziatori con quanto avvenuto a Bogotá, ribadendo l'impegno a portare avanti il dialogo con il governo. Ma il giorno dopo un comunicato della dirigenza nazionale dell'organizzazione guerrigliera rivendicava l'attentato come un'azione di guerra, definendo la scuola dei cadetti un'installazione militare. segue


El Salvador, Nayib Bukele è il nuovo presidente

L'imprenditore Nayib Bukele, ex sindaco della capitale, è il nuovo presidente del Salvador. E' stato eletto il 3 febbraio al primo turno con il 53,1% dei voti contro il 31,7% di Carlos Calleja, di Arena, e il 14,4% di Hugo Martínez, del Fmln. Nato in una famiglia di origine palestinese (il padre era stato rappresentante della comunità araba del paese), che durante la guerra civile aveva offerto rifugio ad alcuni dirigenti della guerriglia, Bukele aveva iniziato la sua carriera politica con il Frente Farabundo Martí, da cui era stato però espulso per condotta contraria alla morale del partito. Nella sua ambiziosa corsa verso la massima carica dello Stato aveva prima fondato il movimento Nuevas Ideas, poi si era avvicinato al piccolo partito Cambio Democrático, che però era stato eliminato dalla contesa elettorale in seguito a una sentenza costituzionale. A poche ore dalla chiusura delle liste si era dunque iscritto come candidato del raggruppamento di centrodestra Gana. La sua campagna politica è stata incentrata su una generica lotta alla corruzione. segue

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04