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Chile: Mitos del 5 de octubre

La vittoria di Bolsonaro

Il Brasile nel labirinto di Minosse

ora è in pericolo la vita stessa di Lula

Mi permetto di inviare una riflessione di José Luiz Del Roio che contestualizza la situazione brasiliana successiva alle elezioni del 28 ottobre sullo scacchiere internazionale. Aggiungo che l’ambasciatore italiano è stato fra i primi a visitare il neoeletto presidente, mentre altri importanti paesi europei sono molto più prudenti. Mi sembra che non si possa non essere preoccupati di questo atteggiamento di vicinanza che manifesta il governo italiano; né va dimenticato che nel nostro Parlamento siedono brasiliani dei collegi esteri e molti sono i cittadini con doppia nazionalità. La nostra Costituzione non ammette tolleranza verso forme di fascismo e razzismo. (T.I.)

Lo spazio e la popolazione brasiliani sono terreno di battaglia della nuova guerra mondiale in atto degli Stati Uniti soprattutto contro la Cina. La conseguenza del lungo golpe che è durato quasi cinque anni (dalle manifestazioni "anticorruzione" del giugno 2013) si vede interamente adesso. Il Brasile è stato attore fondamentale della costituzione del Brics e aveva centralizzato tutta la sua politica estera in difesa del multilateralismo con rispetto dei trattati internazionali e su una posizione di equilibrio e di azione per la soluzione delle tensioni dei conflitti. Questo è via via divenuto insopportabile per l’establishment di destra statunitense e per i suoi sodali internazionali. Le forze che si apprestano a dominare il governo brasiliano si apparentano a questa estrema destra statunitense, che si colloca addirittura a destra di Trump, tanto che spesso il presidente non ha forza o volontà di seguirle. segue

Altri approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

Cuba

L'Onu chiede nuovamente la fine dell'embargo

solo Stati Uniti e Israele contrari alla risoluzione di condanna

Anche quest'anno Cuba ha ottenuto l'appoggio quasi unanime dell'Assemblea Generale dell'Onu sul documento di condanna all'embargo statunitense: 189 i paesi a favore e solo due contrari, Stati Uniti e Israele. Prima della votazione erano stati respinti gli otto emendamenti presentati da Washington per tentare di screditare la politica cubana. La manovra Usa, definita un disonesto stratagemma dal ministro degli Esteri dell'Avana, Bruno Rodríguez, era riuscita solo ad allungare il dibattito.

"I popoli del mondo hanno votato per Cuba perché sanno che la nostra causa è veramente giusta", ha scritto su Twitter il presidente Miguel Díaz-Canel da Mosca, dove era giunto in visita ufficiale. Il viaggio di Díaz-Canel nella capitale russa e il suo incontro con Vladimir Putin sono il preludio a più stretti rapporti economici e commerciali tra i due paesi, come emerge dal comunicato congiunto emesso al termine dei colloqui. Progetti di cooperazione bilaterale verranno sviluppati nei settori dell'energia, del trasporto, della metallurgia, della biotecnologia. segue

La carovana dei migranti

Un primo gruppo di migranti centroamericani (circa seimila) è arrivato a Juchitán, nello Stato messicano di Oaxaca. Molti di loro sono esausti, malati e alcuni hanno deciso di arrendersi e ritornare in patria. Ma la maggior parte intende continuare fino alla frontiera statunitense, nella speranza di un futuro migliore. Intanto il presidente Trump, che sta sfruttando "l'invasione" a fini elettorali in vista del voto di medio termine il 6 novembre, ha annunciato che invierà al confine 15.000 soldati. Una cifra spropositata, quasi si trattasse di far fronte a un esercito nemico e non a una massa di donne, uomini e bambini in fuga da fame e violenza.

Brasile

L'estrema destra al potere attraverso il voto

al ballottaggio Jair Bolsonaro sconfigge il candidato di Lula

Il nuovo presidente del Brasile è Jair Bolsonaro, l'ex capitano dell'esercito noto per le sue posizioni di estrema destra e le sue sparate misogine, razziste, omofobe, un nostalgico della dittatura che - a suo parere - ebbe l'unico torto di non uccidere abbastanza oppositori. La vittoria del "candidato dell'odio", come è stato definito, dell'uomo favorevole alla tortura e alla massiccia diffusione delle armi, è il risultato del colpo di Stato del 2016 contro Dilma Rousseff. Un colpo di Stato completato con la condanna senza prove e con l'arresto di Lula, che secondo tutti i sondaggi avrebbe vinto con facilità le elezioni. Il 31 agosto il Tribunal Superior Eleitoral impediva all'ex presidente di candidarsi e gli proibiva qualsiasi intervento nella campagna attraverso interviste o dichiarazioni alla stampa. A nulla servivano gli appelli di personalità di tutto il mondo contro questa sentenza, le decine di migliaia di firme raccolte, le massicce manifestazioni come la Marcha Nacional Lula Livre e persino le raccomandazioni del Comitato per i Diritti Umani dell'Onu.

Il Partido dos Trabalhadores doveva ripiegare su Fernando Haddad, ex sindaco di São Paulo ed ex ministro dell'Istruzione, accompagnato da Manuela D'Avila del Partido Comunista de Brasil come candidata alla vicepresidenza. Ma il tentativo di far convergere su Haddad il potenziale elettorato di Lula riusciva solo in parte. Al primo turno, domenica 7 ottobre, Bolsonaro raccoglieva i voti di tutto lo schieramento di destra ottenendo il 46% dei consensi, contro il 29% di Haddad e il 12,5% di Ciro Gomes (centrosinistra). Ad aiutarlo forse anche l'attentato di cui aveva sofferto in settembre (un uomo, probabilmente uno squilibrato, lo aveva accoltellato durante un comizio): con il pretesto delle conseguenze dell'attacco aveva evitato ogni confronto televisivo con gli avversari, concedendo interviste senza contraddittorio a media compiacenti. E neppure le manifestazioni di centinaia di migliaia di donne, scese in piazza con lo slogan Ele não per mostrare il loro ripudio verso l'ex capitano, avevano intaccato la sua base elettorale. segue

Cile

La lunga lotta contro l'inquinamento

a Quintero e Puchuncaví acqua, aria e suolo sono avvelenati dagli insediamenti industriali

Gli abitanti di Quintero e Puchuncaví, nella regione di Valparaíso, convivono da decenni con grandi insediamenti industriali (fonderie, raffinerie, impianti chimici) che hanno avvelenato acqua, aria e suolo tanto che l'area è stata riconosciuta, dall'Instituto Nacional de Derechos Humanos, come "zona di sacrificio". L'inquinamento ha danneggiato le coltivazioni e la pesca, ma soprattutto ha rovinato la salute della popolazione: gravi problemi respiratori, aborti spontanei e aumento dei tumori, presenza di metalli pesanti nel sangue dei bambini.

Le prime segnalazioni del degrado ambientale risalgono al 1968, come risulta dal Ministero dell'Agricoltura che in quell'anno registrò il reclamo dei coltivatori locali. Dopo il periodo buio della dittatura, con il ritorno della democrazia le mobilitazioni ripresero e negli anni Novanta ottennero l'avvio di un piano limitato di decontaminazione, senza però che gli impianti produttivi venissero spostati. Un nuovo programma di decontaminazione è stato bocciato nel 2017 dalla Contraloría dello Stato. segue

Perú

Fujimori si salva dal carcere con una legge ad personam

il Congresso ha approvato in tutta fretta una norma che beneficia i detenuti anziani

L'indulto umanitario che era stato concesso ad Alberto Fujimori per motivi di salute è stato annullato il primo ottobre dalla giustizia peruviana per mancanza dei requisiti richiesti e perché il provvedimento violava le norme internazionali, trattandosi di un condannato per crimini di lesa umanità. Una revisione della misura di clemenza era stata chiesta già in giugno dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani. Non appena appresa la notizia dell'annullamento, per evitare di essere immediatamente rinchiuso in prigione (dove peraltro godeva di ogni comodità) Fujimori si è fatto ricoverare in una clinica adducendo presunti problemi cardiaci. Da lì ha inviato un video drammatico sostenendo che un rientro in carcere significherebbe per lui la morte perché il suo cuore non resisterebbe.

Ma l'ex dittatore non tornerà tra quattro mura. A tempo di record la maggioranza fujimorista in Parlamento ha approvato una legge su misura: i detenuti di più di 78 anni (75 se soffrono di qualche grave patologia) che abbiano scontato almeno un terzo della pena possono essere liberati e sottoposti unicamente a vigilanza elettronica. Non potranno però uscire dalla provincia di residenza se non con il permesso di un giudice. Dal provvedimento sono esclusi i condannati per terrorismo, alto tradimento e altri reati, ma non i responsabili di violazione dei diritti umani. Dunque nessun beneficio per il leader di Sendero Luminoso, Guzmán, mentre potrebbe essere favorito tra pochi anni l'ex braccio destro di Fujimori, Vladimiro Montesinos. "Una legge vergognosa", l'ha definita la parlamentare Tania Pariona, del Movimiento Nuevo Perú. La norma deve ora essere promulgata dal presidente Vizcarra, che potrebbe sollevare delle obiezioni e rimandarla al Congresso. La maggioranza avrebbe comunque il potere di respingere tali obiezioni e approvare in via definitiva la legge. segue

Bolivia

Niente accesso al mare per la Bolivia

il Tribunale internazionale dell'Aia sentenzia a favore del Cile

Con dodici voti a favore e tre contrari, il Tribunale Internazionale dell'Aia ha sentenziato il primo ottobre che il Cile "non ha contratto l'obbligo legale di negoziare con la Bolivia un accesso sovrano all'Oceano Pacifico". Viene così respinta la richiesta di La Paz, che aveva invocato le "legittime aspettative" generate dai ripetuti contatti intercorsi tra i due paesi nel corso del XX e all'inizio del XXI secolo. Il verdetto è inappellabile. I giudici dell'Aia hanno comunque aggiunto che tale decisione non deve impedire una continuazione del dialogo tra le parti.

All'epoca della sua nascita come nazione, nel 1825, la Bolivia poteva contare su 400 chilometri di costa, ma con la sconfitta nella Guerra del Pacífico (1879-1884) li perse a favore del Cile, che si impadronì di un territorio di 120.000 chilometri quadrati. Un territorio ricco di risorse: argento, rame e soprattutto guano e salnitro, all'epoca molto richiesti dall'agricoltura europea come fertilizzanti. Il casus belli era stata proprio la decisione boliviana di imporre una tassa di 10 centesimi su ogni quintale di salnitro esportato. L'imposta colpiva direttamente la Compañía de Salitres y Ferrocarril de Antofagasta, impresa a capitale cileno-britannico: dietro il conflitto c'erano dunque anche interessi inglesi. Il Trattato di Pace del 1904 con il Cile sanciva la rinuncia boliviana a ogni sbocco al mare. segue

Ecuador

"Moreno ha trattato sottobanco con la Chevron"

la compagnia petrolifera ha vinto la battaglia legale con Quito

L'ex presidente Correa ha accusato il governo di Lenín Moreno di aver trattato sottobanco con la compagnia petrolifera Chevron che il 7 settembre ha ottenuto, dal Tribunale Arbitrale dell'Aia, una sentenza favorevole nella sua controversia giuridica con l'Ecuador. Nel 2011 l'impresa statunitense era stata condannata, da una Corte ecuadoriana, al pagamento di 9.500 milioni di dollari per l'inquinamento di una vasta area dell'Amazzonia. Il nuovo verdetto sostiene che tale condanna era stata raggiunta "attraverso la frode, le tangenti e la corruzione" e ribalta completamente la situazione. Ora sarà Quito a dover pagare un indennizzo, il cui ammontare non è ancora stato stabilito, "per aver violato l'articolo 2 del Trattato Bilaterale per la Protezione degli Investimenti tra Ecuador e Stati Uniti".

"E' evidente che la Chevron è colpevole e che ha distrutto la nostra foresta. Solo un ordine mondiale immorale e un governo traditore possono lasciarla nell'impunità", ha commentato Correa su Twitter.  Dal canto suo il presidente Moreno ha approfittato della vicenda per attaccare nuovamente il suo predecessore. In un comunicato ufficiale si legge che "il regime di Rafael Correa ha utilizzato il caso Chevron per guadagnare protagonismo politico e mediatico e ha impiegato fondi pubblici per propaganda, manipolando l'opinione pubblica nazionale e internazionale, le cui conseguenze si vedono riflesse in questa sentenza del Tribunale Arbitrale dell'Aia". segue

Colombia

Quorum mancato per la Consulta Anticorrupción

dall'elettorato è venuta comunque una richiesta di maggiore trasparenza

Sulla carta la Consulta Popular Anticorrupción è fallita per mancanza di quorum: l'obiettivo non è stato raggiunto per mezzo milione di voti. Ma molti giudicano una vittoria il fatto che oltre undici milioni e mezzo di persone (più degli elettori di Iván Duque) si siano recati alle urne il 26 agosto per sollecitare maggiore trasparenza e un inasprimento delle pene per i corrotti. Secondo i promotori, in prima fila la senatrice Claudia López del Partido Verde, questo risultato dimostra che l'elettorato è stanco delle ruberie della classe politica. Una sconfitta per la destra da sempre al potere, in particolare per Centro Democrático, il partito dell'ex presidente Uribe (più volte inquisito), che dopo aver approvato in Congresso la realizzazione della consultazione aveva ritirato il suo appoggio.

Il 7 agosto Duque aveva assunto la presidenza e nel suo primo discorso aveva ribadito quanto già annunciato in campagna elettorale: l'intenzione di introdurre "correzioni" agli accordi di pace con le Farc e di realizzare "una valutazione responsabile, prudente e completa" dei colloqui in corso all'Avana con l'Eln. Contro questa politica, che rischia di riproporre lo spettro del conflitto civile, centinaia di persone vestite di bianco erano scese in piazza portando fiori e bandiere nazionali. Tra le richieste dei manifestanti al nuovo capo dello Stato, il rispetto degli impegni assunti con le Farc e la protezione dei leader dell'opposizione, bersaglio delle bande paramilitari (tra le ultime vittime Ana María Cortés, coordinatrice della campagna elettorale di Gustavo Petro nel dipartimento di Antioquia, uccisa agli inizi di luglio; il leader contadino Uriel Rodríguez e la dirigente indigena Mary Florelia Canas Meza, assassinati in agosto nel Cauca). segue

Sulla Colombia v. anche:

"La paz debe ser un proceso sostenible" 

Argentina

IIl Senato boccia la legalizzazione dell'aborto

ma la battaglia del movimento delle donne non si ferma/p>

All'alba del 9 agosto, dopo quasi 17 ore di discussione, i senatori hanno respinto con 38 voti contro 31 (e due astensioni) la legalizzazione dell'interruzione volontaria della gravidanza, che in giugno aveva ricevuto il sì dei deputati. Una sconfitta per milioni di donne che in questi mesi si erano mobilitate. Tantissime sono rimaste a manifestare fino all'ultimo di fronte alla sede del Senato, nonostante il freddo e la pioggia incessante. La proposta di legge stabiliva il diritto all'aborto libero e gratuito negli ospedali pubblici fino alla quattordicesima settimana di gestazione. La sua bocciatura, negando alle donne il controllo del proprio corpo, lascia come unica risorsa l'aborto clandestino. E questo si traduce, per quante non possono permettersi di pagare un intervento in condizioni di sicurezza, nel ricorso a pratiche pericolose e spesso mortali (secondo alcuni calcoli, si praticano ogni anno nel paese tra i 370.000 e i 522.000 aborti clandestini).

Ma la ola verde, come è stata chiamata dal colore scelto dal movimento, ha perso una battaglia, non la guerra. La campagna nazionale continuerà nonostante le pressioni dei settori più conservatori e degli esponenti religiosi. La stessa ex presidente e ora senatrice Cristina Fernández, un tempo contraria, ha affermato di aver cambiato idea vedendo "le migliaia di ragazze che sono scese in piazza a protestare". La lotta di questi mesi ha riproposto all'attenzione nazionale un tema che non sarà più possibile eludere. segue

Venezuela

Fallisce attentato contro Maduro

Economia: i nostri modelli produttivi sono falliti, dichiara il capo dello Stato

L'attacco accuratamente studiato e realizzato il 4 agosto con mezzi sofisticati aveva come bersaglio Nicolás Maduro. Due droni dotati di cariche esplosive avrebbero dovuto esplodere nei pressi della tribuna dove il capo dello Stato, con accanto la moglie Cilia Flores e gli alti vertici delle forze armate, stava tenendo un discorso in occasione dell'anniversario della Guardia Nacional Bolivariana. L'attentato è fallito perché apparati inibitori di segnali hanno neutralizzato il comando a distanza dei droni (uno dei due si è schiantato contro un edificio), ma ha comunque provocato il ferimento di sette militari.

Qualche ora dopo Maduro, in un discorso alla nazione, ha responsabilizzato dell'attacco l'estrema destra nazionale, ha indicato gli Stati Uniti quali finanziatori del piano e ha affermato di non avere dubbi che dietro il fallito attentato si celi il presidente colombiano Santos. Immediata la risposta di Bogotá e di Washington, che hanno respinto ogni accusa. Il fallito attentato è stato rivendicato su Twitter da una sigla sconosciuta, i Soldados de Franela. E in un comunicato letto a Miami dall'esponente dell'opposizione Patricia Poleo si dice che questa azione, denominata Operación Fénix, è stata diretta da ufficiali e soldati della Fuerza Armada Nacional Bolivariana. segue

Messico

Il trionfo di López Obrador

Il Messico volta pagina: le elezioni del primo luglio hanno consacrato presidente, con il 53% dei voti, Andrés Manuel López Obrador. Un voto storico, che ha mostrato il profondo desiderio di cambiamento che attraversa il paese. La massiccia affluenza alle urne (molti elettori hanno dovuto attendere per ore prima di depositare la scheda nell'urna) e la valanga di consensi per il candidato di Morena hanno scoraggiato anche i temuti brogli, che ne avevano impedito la vittoria nel 2006 e nel 2012. Molto distanziati gli avversari: Ricardo Anaya (Pan, Prd, Movimiento Ciudadano) 22%; Meade (Pri, Partido Verde Ecologista, Nueva Alianza) 16%. E l'indipendente Jaime Rodríguez Calderón El Bronco si è fermato al 5%. L'ammissione della sua candidatura da parte delle autorità elettorali aveva suscitato scandalo per le innumerevoli irregolarità individuate nella raccolta delle firme. Quanto a Margarita Zavala, visti i sondaggi sfavorevoli in maggio aveva annunciato il suo ritiro.

A decretare il trionfo di Amlo è stata la rivolta dei messicani contro il modello neoliberista abbracciato con convinzione da tutti i partiti tradizionali. E con queste consultazioni viene definitivamente sepolto il Pacto por México, sottoscritto il 20 dicembre del 2012 dall'appena insediato Enrique Peña Nieto e dai leader del Pan, del Pri e del Prd. L'accordo sanciva l'avvio di una serie di riforme che avrebbero portato alla "modernizzazione" del paese. In realtà, come scrive Luis Hernández Navarro, la sua attuazione "ha lasciato nel percorso una scia di devastazione sociale e di distruzione del tessuto comunitario. Ben lungi dal potenziare la crescita e il benessere economico, le nuove norme inaugurarono un nuovo ciclo di saccheggio e di approfondimento della disuguaglianza". Un patto "contro il Messico", lo aveva definito López Obrador, "la preparazione di un grande assalto per riformare la Costituzione e cedere i benefici del petrolio". segue

Sul Messico v. anche:

Nestora Salgado y el enseñoreo narco

"Se lucra con el terror"

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04