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Il caos a Espiritu Santo

lo sciopero della polizia militare

In questi giorni anche la stampa italiana dà notizia dei disordini che avvengono nello Stato brasiliano di Espirito Santo e in particolare nella capitale Vitoria. Il tono è quello ormai abituale dei mass media, apocalittico e impreciso, volto a creare paure e confusione mentale. Mi permetto di tradurre alcuni articoli, o parte di essi, che consentono di capire un po’ quello che succede. Questa grave crisi pone con forza la basilare questione della polizia militare.

Claudio Machado*

Sabato 4 febbraio i cittadini di Espirito Santo si sono svegliati senza la polizia militare nelle strade. Ma a differenza di ciò che il governo di Stato vuol far credere, non è la corporazione che guida il movimento, ma i familiari dei poliziotti che si sono concentrati davanti ai cancelli di tutte le caserme, impedendo l'uscita degli effettivi, dei mezzi e della cavalleria. Se nessuno esce, nessuno neppure entra. Il servizio di pattuglia e di intervento è completamente paralizzato.

Domenica cinque familiari dei  vigili del fuoco militari hanno anch’essi aderito alla protesta, concentrandosi davanti alle caserme del corpo. Spose e madri di poliziotti e pompieri militari accampati rivendicano migliori salari e condizioni di lavoro, denunciando la scarsa attenzione del governo statale che non è neppure disponibile al dialogo. Il governo di Paulo Hertung (Pmdb) segue la sua strada di compressione salariale generalizzata, che colpisce tutto il pubblico impiego, imponendo una dura austerità generalizzata simile a quella praticata dal governo federale, di cui i lavoratori sono le principali vittime...

L’ultimo adeguamento salariale di poliziotti militari, pompieri e altri settori della funzione pubblica risale al 2014, nel precedente governo. L’attuale governo Hartung ha imposto un taglio lineare dei costi, dell’ordine del 20%, in tutti i settori, diminuendo drasticamente il già incerto servizio pubblico statale...

Stanche della situazione e coscienti dell’impossibilità legale per i militari di organizzare movimenti rivendicativi, le donne hanno deciso di agire e con coraggio hanno preso nelle loro mani la guida e il comando delle rivendicazioni. In questo contesto nelle strade si è stabilito il caos. Sabato e domenica i cittadini di Espirito Santo hanno visto le loro città, soprattutto la regione metropolitana di Vitoria e le principali città dell’interno, aggredite da assalti, scassi e assassinii. Negozi, shopping e anche industrie sono stati depredati…

Lunedì dominava un clima di insicurezza e paura. L’Assemblea Legislativa statale sospendeva le attività, come pure il Tribunale di giustizia e la Giustizia del lavoro. I municipi della regione metropolitana sospendevano le attività nelle scuole municipali. Parimenti l’università federale e altre istituzioni di insegnamenti superiore, mentre parte del commercio non apriva.

Intanto il governo di Stato tratta la situazione in modo autoritario, negando il dialogo con poliziotti e vigili del fuoco, unico modo per trattare in modo democratico ed efficace il grave problema. Preferisce la strada della truculenza e dell’insensatezza, chiedendo l’appoggio della Forza Nazionale, delle Forze Armate e criminalizzando il movimento... Altri settori del pubblico impiego già parlano di aderire al movimento rivendicativo. Lottare per migliori salari e condizioni di lavoro è legittimo, anche per i militari, e non sarà l’autoritarismo e la truculenza che porterà la situazione a una buona soluzione. (6/2/2017)

*segretario di comunicazione del Comitato statale del PCdB di Espirito Santo

Fonte: Vermelho

In un comunicato del 10 febbraio la Commissione politica statale del PCdB dichiara:

Il Partito Comunista del Brasile-PCdB esprime pubblicamente la sua preoccupazione per il caos che si è installato nello Stato di Espirito Santo, specialmente nella sicurezza pubblica, sottolineando che l’attuale gestione, con la sua amministrazione liberista, precarizza tutti i settori e i servizi pubblici.

Espirito Santo continua a essere paralizzato. Commercio, uffici e scuole chiuse, senza trasporto pubblico, con i turisti che fuggono. Corpi si accumulano in modo assurdo nel Dipartimento medico legale (quasi 120 in 7 giorni). Un caos, tutti nel panico! Il governo di Stato di Espirito Santo è l’unico responsabile della crisi della pubblica sicurezza  e dello Stato. Non è la prima volta che questo governatore causa una crisi nella pubblica sicurezza. Durante la sua prima e la sua seconda gestione (2003-2010) venne denunciato  alle Nazioni Unite, non assunse un solo poliziotto e congelò i salari pur avendo ricevuto ampi mezzi dal governo Lula. D’altro lato questo è il momento ideale perché anche i poliziotti militari riflettano e comprendano che movimenti sociali, studenti, funzionari pubblici di altre categorie, professori e diversi settori della società sono tutti vittime di un sistema ingiusto e oppressore, che sempre esige il massimo e dà il minimo (a volte meno del minimo) e che nonostante gli ordini non devono trattare con  truculenza e violenza la popolazione che va in piazza a protestare e rivendicare i propri diritti.

Traduzione di Teresa Isenburg (altri articoli sul blog Cafezinho)

Sul Brasile v. anche:

"Sentinella, a che punto è giunta la notte?" Frente Brasil Popular, San Paolo, 6 febbraio 2017, Circolare 2 del 2017 Traduzione di Teresa Isenburg

"Temer sobreactúa su aproximación a Trump"

America Latina

I contraccolpi della politica di Trump

il Messico principale bersaglio della nuova amministrazione Usa

Le mosse con cui Donald Trump ha inaugurato la sua presidenza hanno sconvolto il mondo politico del continente. Il primo scossone è venuto con il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp (Trans-Pacific Partnership), accordo che gli Usa avevano sottoscritto nell'ottobre 2015 soprattutto per bilanciare l'influenza cinese nella regione. Dei dodici paesi aderenti, tre erano latinoamericani: Messico, Perú e Cile. Anche Santiago, dopo l'annuncio di Washington, ha deciso di lasciare il blocco.

Per l'America Latina l'abbandono statunitense "apre uno scenario di incertezza crescente sulla possibile sopravvivenza di istanze come l'Alianza del Pacífico", scrive Juan Manuel Karg su Página/12. Secondo il politologo, vengono così a galla i limiti del recente avvicinamento a quella stessa alleanza da parte di Argentina e Brasile: "Per Macri, che per tutto l'anno scorso ha insistito sui benefici dell'associarsi al blocco di paesi composto da Messico, Colombia, Perú e Cile, la notizia è un colpo enorme, che parla della poca competenza delle relazioni internazionali del governo in carica: si è preparato per un mondo che non esiste, mosso dall'ideologia anziché dall'esatta comprensione dei processi in corso".

Un contraccolpo negativo per l'economia di Buenos Aires è poi venuto dalla misura adottata dalla nuova amministrazione Usa contro l'importazione di limoni argentini: il provvedimento mira a proteggere i produttori statunitensi. Solo una settimana prima Macri, riferendosi al nuovo inquilino della Casa Bianca, aveva affermato fiducioso: "Non credo che le sue politiche protezionistiche ci danneggeranno".

Ma è il Messico il bersaglio principale di Donald Trump, che ha già firmato l'ordine esecutivo per la costruzione di un muro antimigranti lungo gli oltre 3.000 chilometri di frontiera (in realtà un terzo del confine è già protetto da imponenti barriere, iniziate durante il mandato di Clinton e proseguite da Bush e Obama). Di fronte alla pretesa che sia il Messico stesso a pagare le spese dello sbarramento Peña si è visto costretto, per salvare la faccia, a cancellare il viaggio a Washington fissato per fine mese.

Il previsto contatto tra i due capi di Stato si è dunque limitato a un colloquio telefonico il 27 gennaio, che secondo i comunicati ufficiali si è svolto in tono amichevole. Ben diversa la versione della giornalista Dolia Estévez, che ha avuto accesso a parte della telefonata e che ha parlato di una conversazione "molto offensiva, nel corso della quale Trump ha umiliato Peña Nieto". "Non ho bisogno dei messicani, non ho bisogno del Messico, costruiremo il muro e voi lo pagherete, che vi piaccia o no": queste le parole del presidente Usa nel resoconto di Estévez. E se i militari messicani non sono in grado di combattere il narcotraffico, ha detto ancora Trump, invierà lui stesso le truppe per portare a termine il compito: in pratica una minaccia di invasione. Di fronte al violento e inaspettato attacco pare che Peña sia riuscito solo a balbettare frasi banali sul desiderio di rapporti costruttivi con il potente vicino.

La rivelazione del vero tenore della telefonata ha fatto precipitare ancora di più il tasso di popolarità di Peña Nieto, già ai minimi storici. Al presidente viene rimproverata la mancata difesa della dignità nazionale, un'accusa che rischia di porre in serie difficoltà il Pri alle prossime elezioni presidenziali del 2018. E nel paese ha sempre più successo la campagna che invita a comperare prodotti Hechos en México, come risposta al protezionismo del nord.

In realtà quello dell'amministrazione Trump è un cambiamento di tono solo formale, scrive Carlos Herrera de la Fuente su Aristegui Noticias: "Gli Stati Uniti non sono mai stati benevoli con il Messico. Hanno sempre usato e abusato della loro superiorità economica, politica e militare sul nostro paese. Il fatto che negli ultimi decenni abbiano utilizzato un linguaggio più amichevole per riferirsi alle questioni bilaterali non ha mai significato che la loro politica reale verso il Messico sia stata autenticamente amichevole. Nonostante ciò che ancora si azzardano a dire i vergognosi difensori del Tlc, questo è stato e continua a essere uno strumento commerciale degli Usa per distruggere la nostra economia e sottometterla, integrandola, alla loro logica imperialista. Per il resto la cosiddetta amicizia (parola che tanto amavano usare i Clinton e i Bush) non è stata neppure ragione sufficiente per fermare le massicce deportazioni di immigrati, la costruzione effettiva del muro, la violazione costante della nostra sovranità nazionale attraverso l'illegale cooperazione poliziesca e militare e l'imposizione di una tragica guerra contro il narcotraffico che ha provocato al paese centinaia di migliaia di morti".

La nuova politica di Washington è stata al centro del V Vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha invitato ad "assumere una chiara posizione in difesa degli immigrati non solo dell'America Latina e dei Caraibi": la soluzione al problema dell'immigrazione non sono muri o frontiere, ciò che serve "è la solidarietà, è l'umanità e la creazione di condizioni di benessere e di pace per tutti gli abitanti del pianeta". All'incontro, che si è svolto il 24 e 25 gennaio, non hanno partecipato l'argentino Macri e il golpista brasiliano Temer. Al termine dei lavori la presidenza temporanea del blocco è passata dalla Repubblica Dominicana al Salvador.

Anche il segretario generale dell'Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha criticato l'iniziativa di Trump: "Esprimo la mia opposizione alla decisione provocatoria adottata dal nuovo presidente degli Stati Uniti di imporre al popolo messicano l'obbligo umiliante di pagare l'ancor più umiliante muro che si pretende di costruire, per separare fisicamente gli Stati Uniti e il Canada dal Messico e dall'America Latina". (5/2/2017)

Sull'argomento v. anche:

Chau TPP, ¿hola Mercosur?

Trump, Slim y los negocios

O todos somos México o Trump nos borra

Brasile

Ad Amsterdam contro il golpe

incontro internazionale per la democrazia

Da venerdì 27 gennaio a domenica 29 si è tenuto ad Amsterdam il primo incontro di gruppi e collettivi contro il colpo di Stato in Brasile, provenienti da una ventina di paesi e con la partecipazione via skype da Usa, Canada e Messico. L’incontro è stato trasmesso in vivo dal blog Cafezinho.

La commissione organizzativa era formata da Erica Hassman (Germania), Marcia Nunes (Olanda), Nara Filippon (Regno Unito) e Wellington Calasans (Svezia). Un centinaio di rappresentanti dei diversi collettivi presenti in Europa ha preso parte all’incontro. Inoltre vi erano invitati dal Brasile.

L’apertura di venerdì è stata tenuta dal deputato brasiliano Jean Wyllys (Psol-RJ) che, come aveva detto in precedenza a Berlino, ha avanzato la possibilità della formazione di un fronte delle sinistre in Brasile e la necessità di ampliare il campo di queste sinistre. Emir Sader ha letto una lettera di saluto ai partecipanti della presidente Dilma in viaggio in Europa, ma impegnata in altri incontri.

Al primo tavolo hanno partecipato Kalynka Cruz-Steffani (panorama della resistenza internazionale), Francisco Dominguez (situazione dell’America Latina e resistenza nel Regno Unito), Breno Altman (la geopolitica e il golpe) e Geoffrey Robertson (avvocato di Lula presso l’Alto Commissariato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite). Nel secondo tavolo hanno parlato Tadeu Porto (rappresentante della Federazione Unica dei Lavoratori del settore petrolifero), Fernanda Nasser (aspetti della comunicazione), Márcia Tiburi (aspetti culturali e filosofici), Cristiano Zanin (avvocato di Lula in Brasile) e ancora Emir Sader (prospettive di resistenza e ricomposizione delle sinistre).

I tavoli e i dibattiti generali e dei gruppi hanno sollevato i seguenti punti:

-La difesa del mandato della presidente Dilma. La condanna del golpe, è evidente, è stata unanime, ma è emersa una discussione latente. Un gruppo di giuristi ha avanzato la tesi che è imprescindibile lottare per il ritorno della presidente alla carica che le è stata usurpata dal vice Michel Temer attraverso il golpe. Altra posizione è che, in presenza dell’impossibilità pratica che ciò accada, date le presenti condizioni del Congresso, il lawfare o l’offensiva giuridica e poliziesca contro le sinistre, sarebbe meglio concentrare gli sforzi su nuove elezioni dirette, subito o nel 2018, unificando le sinistre intorno a questa bandiera. Alla fine dell’incontro, domenica 29 gennaio, la plenaria ha approvato la posizione di annullare l’impeachment, per il valore simbolico di riaffermare la illegittimità del governo Temer, senza pregiudicare la rivendicazione di future elezioni.

-La difesa dell’ex presidente Lula di fronte alla persecuzione giudiziaria da parte dell’Operazione Lava Jato e di altre iniziative giudiziarie e poliziesche, ampiamente coperte dalla stampa conservatrice e ostile a lui e alle sinistre. Geoffrey Robertson ha incentrato il suo intervento sugli aspetti giuridicamente inaccettabili, nella pratica e nella legislazione internazionali, in atto nell’Operazione Lava Jato e in altre iniziative simili. Ha sottolineato che il sistema giuridico brasiliano è erede di pratiche inquisitoriali trasferite dal Portogallo. Ma il Portogallo ha riformulato la sua procedura giuridica, mentre il Brasile non lo ha fatto. Questo porta a una situazione considerata assurda dalla legislazione internazionale, cioè che lo stesso giudice conduce l’indagine (quindi producendo l’accusa qualora si definisca un crimine) e il giudizio successivo, ciò che crea una situazione di precondanna nel caso l’accusato venga tradotto in tribunale. Oltre a questo l’avvocato internazionale di Lula ha sottolineato pratiche abusive, come la divulgazione di conversazioni private (comprese intercettazioni telefoniche) dell’ex presidente, che sarebbero inaccettabili in paesi europei, portando all’allontanamento immediato di chi le praticasse, in questo caso il giudice Sergio Moro. L’avvocato di Lula in Brasile, Costantino Zanin, ha prodotto un ampio censimento delle iniziative della Operazione Lava Jato, mostrando che dopo mesi e mesi di indagini, irregolarità di ogni tipo e l’audizione di quasi trenta testimoni di accusa, non si è giunti a caratterizzare un unico illecito da parte dell’ex presidente. Ha aggiunto che questa Operazione è protetta da decisioni dell’istanza superiore, di natura anticostituzionale, che assicura ad essa il privilegio di non obbedire alle leggi esistenti in nome della "eccezionalità" del caso, ciò che caratterizza l’esistenza di uno stato di eccezione nel paese…

-Il comportamento della stampa nazionale e internazionale. Criticare la posizione parziale, persecutoria e di disinformazione della stampa conservatrice brasiliana non è una novità. Ma necessita accompagnare il comportamento dei media internazionali i cui corrispondenti e commentatori si limitano a copiare la stampa brasiliana, senza prendere in considerazione la complessità della situazione e la molteplicità dei punti di vista divergenti. Sono stati citati alcuni casi in cui, di fronte a manifestazioni di insoddisfazione da parte dei lettori, giornali europei hanno cambiato i corrispondenti in Brasile.

-Difesa della Petrobras. Questo punto è stato sottolineato in presenza della disorganizzazione a cui l’impresa è sottoposta dalla gestione di Pedro Parente, comandato dai golpisti. Questa disorganizzazione aiuta a destrutturare ancora di più l’economia brasiliana, in quanto la Petrobras è la spina dorsale di una catena di imprese nazionali legate alla sua produzione, oltre a essere una delle imprese che più investe in attività culturali nel paese. Difendere la Petrobras in questo momento è difendere il Brasile.

-La possibilità di un Fronte delle Sinistre e l’ampliamento del suo programma. Il campo golpista ha le sue fessure e insoddisfazioni interne, anche con divisioni partitiche, ad esempio fra Psdb e Pmdb e fra diversi settori del Psdb. Le sinistre, d’altra parte, sono riuscite a mantenere l’iniziativa delle manifestazioni contrarie al golpe, nonostante la dura repressione che si abbatte su di esse. Ecco quindi la possibilità di costruire un fronte comune, ciò che comporta la necessità di ampliare il programma rispetto al passato: giovani, depenalizzazione delle droghe, discriminazione e persecuzione di giovani neri, rivendicazioni delle donne e movimenti lgbt, lotta al razzismo…

-Sul piano internazionale si è richiamata l’attenzione sull’inserimento del golpe brasiliano nello sforzo conservatore per recuperare, in presenza della crisi mondiale iniziata nel 2007/2008, il margine di profitto a danno della classe lavoratrice. Tuttavia si sono indicate le difficoltà che il neoliberismo incontra nel mondo intero e la possibilità che le sinistre si recuperino nelle elezioni del 2018 che si terranno in Brasile, Argentina e Messico. Madrid trova difficoltà in Argentina e l’attitudine discriminatoria di Trump ha restituito, diciamo così, il Messico all’America Latina.

Domenica 29 gennaio era dedicata all'approvazione della Carta di Amsterdam. L’edizione finale della stessa sarà fatta via internet e divulgata in seguito. Speriamo che iniziative simili si ripetano, in accordo con le circostanze future. (2/2/2017)

Fonte: RBA Rede Brasil Atual Traduzione e adattamento di Teresa Isenburg

 


Dona Marisa São Bernardo do Campo (7/4/1950-2/2/2017)

La famiglia Lula da Silva ha appena annunciato la morte di Dona Marisa Letícia. La ex prima dama era ricoverata nell’ospedale Siro-Libanese di San Paolo, vittima di un ictus emorragico, dal 24 gennaio 2017. Martedì a fine pomeriggio le sue condizioni si erano aggravate e i medici hanno di nuovo indotto il coma. Il 2 febbraio 2017 alle ore 11 circa è sopravvenuta la morte.

L’ex presidente Lula ha scritto sul suo blog: "La famiglia Lula da Silva ringrazia per tutte le manifestazioni di affetto e solidarietà durante la malattia della prima dama Marisa Letícia Lula da Silva in questi ultimi dieci giorni. La famiglia ha autorizzato le procedure preparative per la donazione degli organi".

Fonte: blog di Luis Nassif

Nel momento del commiato da Dona Marisa, compagna di lotta e di vita dell’ex presidente Lula, traduciamo la lettera a Lula dell’ex ministro della giustizia del governo Dilma, Eugênio Aragão, magistrato, importante punto di riferimento nell’attuale fase di lotta contro il golpe parlamentare.

Al nostro amato Lula

Mi sono svegliato agitato oggi, Lula. Come se non bastasse la tensione di questi tempi, con la morte di Teori Zavascki (il ministro del Supremo tribunale federale morto in un incidente di aereo privato alla vigilia di un importante processo) e le tenebrose transazioni che ne sono seguite, nello sforzo di blindare una nidiata di ratti predatori del potere, mi sveglio nell’angustia del momento drammatico che colpisce la tua famiglia. Per non vacillare metto la musica in macchina mentre accompagno i ragazzini a scuola. "Mais uma vez" ("Una volta ancora"), del compianto Renato Russo:

"Mas é claro que o sol vai voltar amanhã

Mais uma vez, eu sei

Escuridão já vi pior, de endoidecer gente sã

Espera que o sol já vem...

Ma è chiaro che il sole tornerà domani

Ancora una volta, lo so

Buio peggiore ho già visto, da fare impazzire gente sana

Aspetta che il sole già viene…

Già, Lula. Con il tuo enorme cuore, nel mezzo di un'implacabile persecuzione che muovono contro di te e contro i tuoi cari persone senza neppure un grammo della tua dignità, tu sei sottoposto a questa acuta sofferenza per la situazione estrema della tua compagna e sposa, Marisa Letícia, con cui hai vissuto per oltre trent’anni. Solo persone grandi come te possono sopportare tanta provocazione con l'accettazione che ti è propria.

Accettazione, a differenza di quanto molti pensano, non è attaccare la giacca al chiodo, non è consegnarsi, non è gettare la spugna. E' la capacità di assumere, nell’anima, la forma delle circostanze, adattarsi a esse. Per meglio affrontare le sfide inevitabili. Per questo con-formarsi. E' l’atteggiamento della saggezza, di farsi signore del destino e non abbattersi a causa sua.

Lula, tu hai sopportato stoicamente offese, insulti, ingiustizie, manovre vili, mancanza di umanità di un collettivo che si è abbrutito adottando il discorso dettato da una stampa perversa, che è al servizio di ciò che è il peggio della nostra società dai forti tratti schiavisti: il corporativismo delle carriere elitarie, il potere economico di redditieri speculatori, di vendipatria, di traditori e alti traditori, di gente dominata dall’odio di classe, di fascisti abbrutiti e nostalgici della dittatura, insomma di una melma di canaglie che non vede a di là del proprio ombelico.

Ma tu sei più grande. Paghi il prezzo dei grandi trasformatori. Non aspettarti gratitudine da questa banda, ma sempre avrai l’affetto di decine di migliaia di brasiliani e brasiliane che ti devono l’inclusione sociale, di innumerevoli popoli ai quali hai dimostrato la solidarietà del Brasile.

Che non osino le scimmiette ammaestrate del fascismo promuovere gazzarra con la tua sofferenza, perché sapremo, noi che ti rispettiamo come brasiliano, reagire all’altezza. Che quegli energumeni stiano attenti, e non si facciano vedere. E' la cosa migliore che possono fare, perché non si debba offendere gli animali, paragonandoli ad essi.

Lula, ricevi in questo momento di profondo dolore la nostra compassione, il nostro con-patimento. Piangiamo con te la sofferenza di questo martirio. Dona Marisa è arrivata a questo stato perché, come molti di noi che amiamo il Brasile, si è sentita profondamente ferita, infettata nella carne viva con il momento tragico di questo paese consegnato a un'accolita di rapaci. Ed è stata anche bersaglio di persistente, codardo e mortifero attacco da parte di chi voleva colpire te attraverso di lei! Non dare loro questa insana soddisfazione: ignorali.

Ma è chiaro che il sole tornerà domani! Ti auguriamo molta forza in questo momento e rimaniamo insieme, uniti per un futuro migliore.

Fonte: dal sito di Paulo Henrique Amorim, Conversa afiada

Un ictus politico

Dona Marisa è già sul conto del giudice Moro: si è trattato di un ictus politico.

Dona Marisa è stata sottoposta a una pressione irresistibile negli ultimi tempi con la persecuzione del marito, dei figli e di lei stessa. Per ordine del giudice Moro di Curitiba, la polizia federale ha realizzato (4 marzo 2016) un trasferimento coatto senza che a Lula fosse stato notificato che doveva deporre. Lula fu brutalmente condotto all’aeroporto di Congonhas e non fu immediatamente trasferito al carcere di Curitiba solo perché vi fu una reazione popolare. La polizia federale invase la casa di donna Marisa all’alba di quel giorno. La tirò giù dal letto e rovistò il materasso in cui dormiva fino a poco prima con il marito. Cercavano dollari, armi, oro di Mosca, cocaina, oppio? Dona Marisa è accusata di avere comprato un trilocale che non comprò e di avere un cascinale che non possiede. I figli sono accusati di essere più ricchi della figliola di Serra (ministro golpista molto sospettato di corruzione). E non volevano che la testa di Dona Marisa esplodesse…

Fonte: testo di Paulo Henrique Amorim sul sito Conversa afiada il 25 gennaio 2017, il giorno successivo al ricovero di Dona Marisa e il 2 febbraio 2017 Traduzione di Teresa Isenburg

Sulla figura di Dona Marisa v. anche:

Se fue la guerrera

Messico

In piazza contro il gasolinazo

l'aumento dei combustibili scatena la rivolta

Non si arresta in Messico la protesta contro il gasolinazo, l'aumento del prezzo dei combustibili scattato il primo gennaio. Il provvedimento è stato giustificato dal presidente Peña Nieto con la necessità di mantenere la stabilità economica e con le conseguenze dell'incremento dei prezzi internazionali (nonostante le ricchezze petrolifere del Messico, benzina e diesel vengono in gran parte importati). Tali spiegazioni non sono servite a calmare l'indignazione popolare: tutti i giorni si registrano manifestazioni, occupazioni di stazioni di servizio e di caselli autostradali, cortei e blocchi dei trasporti. Incidenti e scontri con la polizia hanno provocato sei morti e migliaia di arresti.

La stampa ha dato grande risalto al saccheggio di negozi e supermercati, ma secondo padre Alejandro Solalinde, il fondatore del ricovero per migranti Hermanos en el Camino, queste azioni sono generalmente orchestrate dal governo, che mira così a criminalizzare il movimento sociale. "E' chiaro che la gente ha bisogno, ma altre persone saccheggiano in modo molto pianificato e strategico: si vede lo stesso modus operandi", afferma Solalinde in un'intervista apparsa su La Jornada dell'8 gennaio.

L'ultimo aumento è stato solo il detonatore di un ben più profondo malcontento, legato alla grave crisi economica del paese. Nei quattro anni dell'attuale amministrazione il costo della benzina è cresciuto del 48% e il peso ha subito una svalutazione di oltre l'80% rispetto al dollaro. "C'è fame. Ora qualsiasi pretesto è buono per una rivolta sociale. Anche se il presidente Enrique Peña Nieto facesse marcia indietro con il gasolinazo, sarebbe troppo tardi - spiega Solalinde - La società è estremamente disperata di fronte a una classe politica tanto corrotta, tanto insensibile e tanto cieca da non riuscire a calcolare la dimensione di una sollevazione sociale".

Il rialzo di benzina e diesel, il più pesante degli ultimi anni, fa parte di una politica di liberalizzazione dei prezzi legata alla riforma energetica, varata proprio da Peña alla fine del 2013, che ha aperto agli investimenti privati nel settore. Con questa riforma - aveva promesso allora il capo dello Stato - Pemex e Cfe (la Comisión Federal de Electricidad) "si rafforzano e si modernizzano, saranno imprese produttive dello Stato, efficienti, con la capacità e la flessibilità necessarie ad adempiere alla loro funzione a beneficio di tutta la società messicana". Il presidente aveva aggiunto che il cambiamento avrebbe avuto riflessi positivi sul portafoglio della popolazione, abbassando i costi di luce e gas. E' successo esattamente il contrario.

Nonostante la repressione e gli arresti, le mobilitazioni continuano. Domenica 22 gennaio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in 22 Stati, dalla Baja California al Chiapas, ripetendo ovunque lo stesso slogan: Fuera Peña. Come aveva previsto Padre Solalinde, "questo movimento sociale è diverso dai precedenti; non credo che si estinguerà tanto facilmente, non credo che la gente ceda alla campagna di paura e di terrore che questo malgoverno tenta di imporre. La gente non ne può più". (23/1/2017)

Sul Messico v. anche:

Crónica de una privatización encubierta

El enojo va más allá del gasolinazo

El gasolinazo: la punta del iceberg de la privatización petrolera

Isidro Baldenegro y la impunidad contra los rarámuris

Brasile

Messaggio di Lula di fine anno

"il popolo brasiliano ha bisogno di sognare"

Il 23 dicembre l’ex presidente del Brasile ha registrato un messaggio audiovisivo, breve (2.11 minuti), che circola ampiamente sui blog, di auguri di Natale e per il nuovo anno. I punti politicamente qualificanti sono l’appello a continuare la mobilitazione di piazza e la rivendicazione di elezioni presidenziali dirette subito. Un messaggio con un carattere chiaramente paraistituzionale, così come l’accoglienza di Lula e Dilma ai funerali di Fidel Castro è stata quella riservata ai capi di Stato (e non poteva passare inosservata l’assenza totale del governo usurpatore che al momento occupa i palazzi a Brasilia).

Il paese è bloccato e rimarrà bloccato se il governo non cambia la politica economica. L’Unione non può investire, gli Stati non possono investire, i sindaci non possono investire, gli impresari non stanno investendo, le banche non danno credito e le persone non hanno credito. Come può circolare l’economia in questo modo? Credo sappiate che dico queste cose a ragion veduta, perché ho già fatto tutto ciò una volta. C’è una sola strada per il Brasile nel 2017. E' quella di ricominciare ad avere fiducia nel popolo brasiliano, ricominciare a inserire il popolo nell’economia con occupazione, con finanziamento, con credito. Se la persona deve qualche cosa, si ritratti il vecchio debito, si dia un nuovo credito e si cominci una vita nuova. Per il microimprenditore, per il piccolo imprenditore è necessario mettere l‘economia in movimento, mettere il denaro nelle mani delle persone, altrimenti non c’è crescita economica.

Sappiamo che in primo luogo bisogna ristabilire la democrazia. E può fare quello che io dico solo un presidente che abbia appoggio popolare. E l’appoggio popolare vuol dire voto nell’urna. Quindi è necessario anticipare il processo elettorale. E' necessario che si abbia il coraggio di dirlo. E' necessario che il popolo elegga un presidente con voto diretto, perché possa fare i cambiamenti che il Brasile ha bisogno che si facciano.

Se tu hai fiducia in ciò continua a scendere in piazza. Perché io ho questa fiducia. Io ho fiducia nel Brasile, nel popolo brasiliano, nei lavoratori, negli imprenditori. Credo che sia possibile fare tornare questo paese ad essere un paese dell’ottimismo, il paese del sogno. Perché non sono solo gli altri che hanno diritto ai sogni. Il popolo brasiliano ha bisogno di sognare e di alzarsi ogni giorno per rendere il suo sogno realtà. Perché solo noi, insieme, saremo capaci di ricostruire questo paese economicamente e politicamente. Perché il popolo se lo merita.

Felice Natale e Felice anno nuovo. (23/12/2016)

Traduzione di Teresa Isenburg

Sul Brasile v. anche:

Neoliberismo e repressione

Brasil, un país cada vez más insólito

"Todavía es posible detener a Lula"

Processo Condor

Otto ergastoli dai giudici di Roma

Otto condanne all’ergastolo, 19 assoluzioni e sei proscioglimenti per morte degli imputati. Questa la sentenza pronunciata il 17 gennaio dalla Terza Corte d’Assise di Roma al lungo Processo Condor per la scomparsa di 23 cittadini italiani, sequestrati in diversi paesi dell’America Latina tra il 1973 e il 1978. Tra gli assolti Jorge Néstor Troccoli, ex membro dei servizi segreti uruguayani e ora cittadino italiano: era l'unico imputato presente al procedimento, mentre tutti gli altri sono stati giudicati in contumacia. Le richieste dell'accusa erano di 27 ergastoli e una sola assoluzione.

Le opinioni sulla sentenza non sono univoche. "Per Jorge Ithurburu, infaticabile presidente dell'Associazione 24 marzo che ha accompagnato i processi e le vittime in questi anni - scrive Geraldina Colotti su il manifesto - si è trattato di un risultato altamente positivo nel suo complesso, che per la prima volta ha evidenziato l'articolazione della rete criminale nelle sue responsabilità e diramazioni. Un risultato che, dopo il processo al Condor che si è tenuto in Argentina, rafforzerà le iniziative di quei paesi che, come la Bolivia, stanno per votare una legge per l'istituzione di una Commissione per la Verità sui desaparecidos". Positivo anche il giudizio dell’Associazione Progetto Diritti, di cui fanno parte gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli, legali di molte parti civili. Secondo questi ultimi, come riporta Fabrizio Salvatori in controlacrisi, la sentenza costituisce "un passaggio di grande rilevanza sul piano del giudizio storico e delle responsabilità giuridiche dei responsabili del sequestro, della tortura, del massacro e della sparizione sistematici di migliaia di militanti politici e sindacali nell’America Latina negli anni Settanta e Ottanta".

Ben diverso il commento del linguista e attivista politico statunitense Noam Chomsky, riportato sempre da controlacrisi: "Simpatizzo facilmente con la reazione dei familiari delle vittime, secondo cui 'non è stata fatta giustizia', e sul fatto che questa sentenza (...) non è una risposta sufficiente rispetto all'enormità dei reati commessi". In particolare Chomsky sottolinea una lacuna fondamentale, il fatto che - nonostante i documenti esistenti - non sia stato menzionato il ruolo degli Stati Uniti nella costruzione di questa rete terroristica di Stato.

Questi i condannati all'ergastolo: Hernán Jerónimo Ramírez Ramírez e Rafael Ahumada Valderrama (cileni); Juan Carlos Blanco (uruguayano); Luis García Meza Tejada e Luis Arce Gómez (boliviani); Francisco Morales-Bermúdez Cerruti, Pedro Richter Prada e Germán Ruiz Figueroa (peruviani). Sono morti nel frattempo: Sergio Víctor Arellano Stark, Juan Manuel Guillermo Contreras Sepúlveda, Luis Joaquín Ramírez Pineda, Marcelo Luis Manuel Moren Brito, Iván Paulós, Gregorio Conrado Alvárez Armellino.

Sono stati assolti gli uruguayani José Ricardo Arab Fernández, José Horacio Nino Gavazzo Pereira, Juan Carlos Larcebeau Aguirregaray, Pedro Antonio Mato Narbondo, Luis Alfredo Maurente Mata, Ricardo José Medina Blanco, Ernesto Avelino Ramas Pereira, José Sande Lima, Jorge Alberto Silveira Quesada, Ernesto Soca, Jorge Néstor Troccoli Fernández, Gilberto Vázquez Bissio, Ricardo Eliseo Chávez Dominguez; i cileni Pedro Octavio Espinoza Bravo, Daniel Aguirre Mora, Carlos Luco Astroza, Orlando Moreno Vásquez, Manuel Abraham Vásquez Chauan e il peruviano Martín Martínez Garay. (19/1/2017)

Venezuela

Il Venezuela sospeso dal Mercosur

un attacco all'integrazione regionale

Mancato adeguamento alle norme del Mercosur: con questo pretesto Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno deciso, agli inizi di dicembre, la sospensione della República Bolivariana de Venezuela dal blocco regionale. E' la fase finale di un attacco al governo Maduro da parte dei tre regimi di destra della regione, attacco al quale l'esecutivo di Montevideo si è accodato. In precedenza gli stessi paesi avevano impedito al Venezuela di assumere la presidenza semestrale del mercato comune, contraddicendo la regola che prevede una rotazione per ordine alfabetico (nel primo semestre del 2016 la presidenza era stata esercitata dall'Uruguay).

Ancora più grave quanto accaduto a metà dicembre a Buenos Aires, dove era previsto un incontro dei ministri degli Esteri del Mercosur. La rappresentante venezuelana, Delcy Rodríguez, ha tentato di partecipare alla riunione, ma l'accesso le è stato proibito dalle forze di sicurezza, che l'hanno anche colpita al braccio. Quando finalmente Rodríguez ha potuto entrare nella sala predisposta per l'incontro, ha scoperto che in tutta fretta questo era stato spostato in altra sede.

E' chiaro che la politica del capo di Stato argentino Macri e del golpista brasiliano Temer è agli antipodi rispetto all'integrazione regionale perseguita dai governi progressisti di Kirchner-Fernández e Lula-Rousseff. Ricevendo a Buenos Aires la presidente cilena Michelle Bachelet, Macri ha caldeggiato maggiori relazioni commerciali tra Mercosur e Alianza del Pacífico (l'alleanza sponsorizzata da Washington di cui il Cile fa parte): un incontro tra i ministri dei due blocchi è previsto per il primo trimestre del 2017.

Nel paese la situazione resta tesa dopo il congelamento del dialogo tra governo e opposizione, che era iniziato a fine ottobre sotto gli auspici di papa Francesco e dell'Unasur. Qualche giorno prima del previsto incontro del 6 dicembre, i rappresentanti della Mud, la Mesa de la Unidad Democrática, hanno annunciato l'abbandono del tavolo delle trattative: riprenderanno i colloqui solo se il presidente Maduro accetterà una soluzione elettorale della crisi (referendum revocatorio o consultazioni anticipate) e se verranno liberati quelli che considerano prigionieri politici. Il fallimento del dialogo ha riacceso il conflitto di poteri tra l'esecutivo e l'Asamblea Nacional, dominata dall'opposizione. Quest'ultima responsabilizza il presidente Maduro per la crisi economica che il paese sta vivendo e, accusandolo di "abbandono della carica", vorrebbe arrivare alla sua destituzione (l'impeachment però non è previsto dalla Costituzione venezuelana). Dal canto suo il Tribunal Supremo de Justicia ha dichiarato nulle le decisioni dell'Asamblea, perché dall'aula parlamentare non sono stati esclusi tre deputati la cui elezione era stata sospesa per denunce di brogli. (16/12/2016)

Sul Venezuela v. anche:

Le dieci vittorie di Nicolás Maduro

La casa está mucho más organizada

Golpistas y golpeadores en el Mercosur

El chavismo, dueño de la calle

Colombia

La cartina mostra la massiccia presenza militare statunitense in Colombia. In particolare i sette Comandi per le Operazioni Congiunte tra l'esercito colombiano e quello Usa sono ubicati alla frontiera con il Venezuela, dove hanno sede anche quattro delle cinque basi operative della Cia (i dati sono di quattro anni fa, nel frattempo la presenza nordamericana nel paese è cresciuta). Inoltre in dicembre il presidente Santos ha annunciato l'avvio di trattative per un patto di cooperazione militare con la Nato, in vista della fase successiva alla fine del conflitto con le Farc.

Una pace tra mille insidie

e intanto torna la violenza nelle campagne

Questa volta la cerimonia della firma ha avuto un tono minore. Dopo la doccia fredda della bocciatura nel referendum del 2 ottobre, la Colombia prova nuovamente a uscire dall'incubo del conflitto più lungo della sua storia. Il 24 novembre il presidente Santos e il leader delle Farc Timochenko hanno sottoscritto, nel Teatro Colón della capitale, la nuova versione degli accordi di pace. Il testo accoglie in parte le proposte di modifica presentate dal fronte del No, cercando di sottrarre terreno alla campagna di menzogne che aveva suscitato diffidenze e paura nella popolazione.

Il precedente accordo delineava, per il periodo di transizione, un sistema di giustizia che avrebbe giudicato i crimini commessi durante il conflitto comminando pene alternative al carcere: non venivano però chiariti i termini entro i quali presentare le relative denunce. Questi termini vengono ora stabiliti in dieci anni (prorogabili fino a quindici). Si precisa inoltre che i giudici incaricati di portare avanti i procedimenti dovranno essere di nazionalità colombiana. Nell'ambito del progetto di legge su amnistia e indulto, che il governo dovrà presentare al Congresso, per militari e agenti di polizia è previsto un trattamento differenziato. Per quanto riguarda il reato di narcotraffico potrà essere amnistiato - è stato precisato - solo se non ne sarà derivato un arricchimento personale. Le Farc hanno inoltre accettato di presentare una lista di tutti i loro combattenti e di stilare un inventario dei loro beni, che serviranno a indennizzare le vittime. L'unico punto su cui non sono stati effettuati cambiamenti riguarda la possibilità per gli ex guerriglieri di partecipare alla vita politica: la richiesta della destra di impedire agli insorti l'accesso alle cariche pubbliche è stata respinta con forza.

Gli accordi sono stati ratificati a grande maggioranza dai due rami del Congresso, evitando così un nuovo referendum dall'esito incerto. La strada per la fine del conflitto, comunque, è ancora lunga: le unità delle Farc dovranno concentrarsi in determinate zone rurali per un periodo di sei mesi, fino al completamento del processo di disarmo. E a gettare ombre sinistre sulla pace si è registrata a metà novembre una violazione del cessate il fuoco in cui, in circostanze poco chiare, sono rimasti uccisi due guerriglieri.

Ma soprattutto novembre ha visto una recrudescenza degli attacchi a leader sociali e difensori dei diritti umani. Tra le ultime vittime: Jhon Rodríguez e José Velasco, caduti in due diversi agguati nel Cauca; Erley Monroy, trovato agonizzante in una strada nel dipartimento di Caquetá; Didier Losada, ucciso nella sua casa nel Meta; Rodrigo Cabrera, raggiunto dalle pallottole di due sconosciuti nel dipartimento di Nariño; Froidan Cortés, colpito a morte nella sua abitazione nella Valle del Cauca; Marcelina Canacué, assassinata nei pressi della sua casa. Tutti erano militanti di Marcha Patriótica, il movimento di sinistra impegnato a promuovere la pace e a far conoscere, nei villaggi e nelle aree rurali, i termini dell'intesa tra guerriglia e governo. Uno dei punti nodali degli accordi riguarda proprio il diritto dei piccoli contadini a recuperare le terre da cui furono cacciati, durante la guerra civile, ad opera di gruppi paramilitari al soldo dei latifondisti. Nelle campagne, dunque, si gioca il futuro del paese.

Nel corso di un incontro con la stampa estera a Bogotá, Timochenko ha affermato che in Colombia è in atto uno scontro tra le forze a favore della pace e i guerrafondai. E' probabile che molti membri della guerriglia vengano assassinati una volta abbandonate le armi: "Molti di noi rimarranno sul cammino", ha detto il dirigente delle Farc. "La pace è un processo lungo. E' un progetto a lunga scadenza. Consolidare la pace dopo più di cinquant'anni di scontro non si otterrà in qualche mese o in qualche anno. Noi pensiamo che il prossimo governo, il prossimo presidente debba garantire la continuità di questo processo". Per tale motivo - ha assicurato - il partito politico che nascerà dagli insorti appoggerà nel 2018 un candidato presidenziale che unifichi quanti lottano per la fine del conflitto. (1/12/2016)

Sulla Colombia v. anche:

Quieren "gazificar" la paz

"La paz no se logra simplemente con la firma de un acuerdo"

El envión de Cuba en la paz colombiana

Brasile

Ancora massacri in carcere

tra le cause anche la privatizzazione delle prigioni

Domenica 1° gennaio 2017 una ribellione nel Complesso penitenziario Anísio Jobim (Compaj) a Manaus ha lasciato sul terreno 56 detenuti senza vita; venerdì 6 gennaio 2017 altri 33 detenuti sono stati uccisi in disordini nel Penitenziario agricolo di Boa Vista. Si dichiara che le uccisioni sono conseguenza di scontri fra bande.

di Julinho Bittencourt

Con il massacro nella notte di venerdì 6 gennaio 2017 nel Penitenziario agricolo di Monte Cristo (Pamc), nella zona rurale di Boa Vista (Roraima), in cui sono morti 33 detenuti, salgono a oltre 400 le morti in carcere avvenute sotto l‘amministrazione Temer. Solo da ottobre, quando vi è stato il primo massacro nel Penitenziario Monte Cristo con 25 detenuti uccisi, sono 118 i morti in massacri nelle carceri in Brasile. In pratica l’amministrazione di Michel Temer, nella sua inazione, produce un massacro di Carandiru ogni quattro mesi. Quello accaduto a San Paolo nell’ottobre 1992 è considerato il maggior genocidio di detenuti del paese di tutti i tempi e uno dei maggiori del mondo (111 morti per intervento della polizia. Probabilmente molti di più).

E' sempre bene ricordare che all’epoca Michel Temer (attuale presidente illegittimo) assunse la Segreteria della Sicurezza dello Stato di San Paolo al posto di Pedro Franco de Campos. Insediandosi Temer annunciò come reazione al massacro (compiuto dalla polizia dello Stato di San Paolo) che avrebbe raccomandato riposo e meditazione ai poliziotti coinvolti. Il caso, che sarebbe tragico se non fosse comico, si ripete come tragedia. Il piano di sicurezza d’emergenza proposto da Temer non solo era già previsto in bilancio, ma non risolve neppure lo 0.4% della mancanza di posti nelle prigioni. Il disastro mette in scacco anche la febbre per la privatizzazione nelle prigioni federali. Una della prime frasi di Temer, dopo un lungo silenzio di tre giorni dopo il massacro di Manaus, è stata per incolpare l’impresa contrattata, ironicamente chiama Umanizzare: "Il presidio era terziarizzato e privatizzato, quindi non vi è responsabilità oggettiva, chiara e definita degli agenti statali". La stessa cantilena è stata ripetuta dal suo ministro della giustizia Alexandre de Moraes: "La responsabilità sarà appurata dal gruppo di lavoro che sta svolgendo l’indagine. Il presidio è terziarizzato. Non è un PPP (parceria/impresa pubblico privato). E' una terziarizzazione di servizi. Evidentemente, è ovvio, vi è stato un errore dell’impresa. Non è possibile che entrino armi bianche, coltelli, pezzi di metallo, armi da fuoco incluso schioppi", ha dichiarato il ministro.

Privatizzazioni delle prigioni, come in diversi altri settori vitali dell’amministrazione pubblica, sono applauditi, propagandati e promossi da Temer, dai suoi alleati e soprattutto dal PSDB (Partito della Social Democrazia del Brasile), partito il cui furore per vendere o affittare responsabilità pubbliche si confonde con i suoi stessi colori e le sue bandiere. Essi, comunque, giusti o sbagliati, non presuppongono l’esenzione di colpa dello Stato, al contrario. Temer, il suo ministro della giustizia, come tutta la falange di alleati sono, eccome, responsabili per ciascuna morte nelle carceri brasiliane, come pure per quelle che avvengono in ospedali e servizi pubblici amministrati da organizzazioni sociali. In fin dei conti ciò che abbiamo oggi sono errori primari e un pesante gioco di scarica barile: il primo incolpato è stato il governo dello Stato di Amazonas che, secondo il ministro Alexandre de Moraes, sapeva di un grande piano di fuga e non ha avvisato nessuno. Questi e molti altri errori grossolani, omissioni e progetti "da far vedere agli inglesi"* sono costati centinaia di cadaveri accatastati, famiglie disperate e assenza di controllo del crimine organizzato. Temer, il vice (ex presidente) decorativo, cospiratore e inattivo, forse finirà sconfitto da chi meno se lo aspettava, cioè il Primo Comando della Capitale (PCC) e il Comando Vermelho (Rosso). (6/1/2017)

*espressione che si riferisce al camuffamento delle navi negriere per ingannare le pattuglie inglesi che controllavano l’Atlantico dopo la firma del Bill Aberdeen del 1833, che vietava il traffico da parte dell’Impero brasiliano.

Fonte: Revista Fórum Traduzione di Teresa Isenburg

 


 

Lobbisti del massacro di Manaus

di Leandro Fortes

La Umanizzare esa responsabile per la prigione privata nella quale è avvenuto il recente massacro di detenuti (56 uccisi il 1° gennaio 2017) a Manaus ha un lobbista di servizio nel Congresso Nazionale: il deputato Silas Câmara, del PSD (Partito Social Democratico) di Amazonas. Nel 2014 la Umanizzare ha donato 200.000 reais (circa 50.000 euro) per la campagna a deputato federale di Silas. Esponente della cosiddetta "bancata da bala"* (gruppo della pallottola), Silas è stato uno dei 43 parlamentari nella Commissione di Costituzione e Giustizia della Camera dei Deputati responsabile per l’approvazione dell’ammissibilità della Pec (Proposta di emendamento costituzionale) 171/1993, che prevede la riduzione della maggiore età penale a 16 anni. Cioè il nobile deputato lavora per garantire carne fresca per i presidi privati della Umanizzare, in totale sei in Amazonas e due in Tocantins.

Sempre nel 2014 la sposa di Silas, la vescova dell’Assemblea di Dio Antônia Lúcia Câmara (PSC-Acre), candidata a deputata federale, ricevette 400.000 reais da Umanizzare. Nello stesso anno la figlia della coppia Gabriela Ramos Câmara (PTC-Partito Laburista Cristiano, Acre), allora candidata a deputata statale, ricevette 150.000 reais. Quindi per la sola famiglia Câmara la Umanizzare ha investito niente meno che 750.000 reais! Dettaglio: l’anno scorso il Supremo Tribunale Federale ha condannato Silas Câmara a otto anni di prigione per uso di documento falso e falsità ideologica. Non è in prigione solo perché il crimine è andato prescritto prima della condanna.

La vescova Antônia Lucia, moglie di Silas, eletta deputata federale nel 2010 è stata cassata nel 2011, sempre per falsità ideologica, creazione di fondi neri e scambio di voti in Acre. Lei è dello stesso partito di Marco Feliciano e Jair Messias Bolsonaro. Questo è il livello dei politici che sono dietro agli interessi milionari degli affari delle carceri private in Brasile. E sono tutti con le mani sporche di sangue, impuniti, almeno fino ad ora.

PS: La Umanizzare riceve circa R$ 5.700 al mese per detenuto di Compaj, il regime di sicurezza di Manaus, che aveva tre volte più detenuti rispetto alla capienza. L’impresa dice che non era responsabile per la vigilanza o la sicurezza, cioè a lei interessava avere il carcere sovraffollato per motivi finanziari. Il contratto è stato sottoscritto per 27 anni, ma può essere esteso fino a 35! Ma e il personale dello Stato, teoricamente responsabile per la sicurezza? Ah, sì, rappresentanti dello Stato nel complesso penitenziario fanno affari riscuotendo "facilitazioni" di tutti i tipi. Secondo agenti penitenziari, per esempio, per l’accesso a palestre, ad arredi migliori, a servizi sessuali e armi.

*nel Parlamento brasiliano esistono raggruppamenti trasversali non istituzionali, ma espliciti che si coordinano per determinati progetti legislativi: in particolare la "bancada da bala" spinge per politiche repressive come l’abbassamento della maggiore età penale o l’impunità delle forze dell’ordine; la "bancada da bola" cura gli interessi nazionali e internazionali del calcio; la "bancada da Biblia" cura gli interessi antistorici di settori neopentecostali come unioni civili, negazione della legalizzazione dell’aborto (anche in caso di stupro!), limitazione delle adozioni per singoli o coppie di fatto, ecc. Potentissima la "bancada ruralista" che copre gli interessi dell’agrobusiness).

Fonte: Vi o Mundo Traduzione di Teresa Isenburg

Sul Brasile v. anche:

2017, el año de la vergüenza y la indignación

Il colpo di Stato parlamentare come assalto al bene comune

Cuba

La scomparsa di Fidel Castro

l'ex presidente si è spento la sera del 25 novembre

"Con profondo dolore vengo a informare il nostro popolo e gli amici della nostra America e del mondo che oggi, 25 novembre 2016, alle ore 22.29 è morto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz". Con queste parole il fratello Raúl ha annunciato la tragica notizia. "Per tutti noi verrà il nostro turno - aveva detto lo stesso Fidel in aprile, intervenendo al VII Congresso del partito - Ma rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che sul nostro pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno, e dobbiamo lottare senza tregua per ottenerli".

La figura del leader scomparso è strettamente legata alla storia della sua isola, che da parco di divertimento per ricchi e mafiosi nordamericani, come era sotto la dittatura di Batista, divenne simbolo di dignità e di sovranità. Sanità, educazione e pensioni garantite a tutti, sconfitta dell'analfabetismo, un grande sviluppo culturale in ogni campo, la creazione di un polo scientifico d'avanguardia nelle biotecnologie: questi alcuni dei progressi compiuti sotto la guida di Fidel. "Ma il suo lascito principale - afferma lo storico Francisco López Segrera - è aver dotato il popolo di valori come la generosità, la solidarietà e l'audacia e averlo fatto sentire degno e orgoglioso di essere cubano". E questi valori di solidarietà e generosità hanno contrassegnato la presenza dei medici cubani nei paesi più poveri e nelle zone più disagiate. Basti ricordare, tra gli esempi più recenti, le missioni ad Haiti e tra le popolazioni africane colpite dal virus Ebola.

L'importanza dell'opera di Fidel Castro va però al di là dei ristretti confini della sua isola. Come scrive Atilio Boron: "Cuba diede un appoggio decisivo al consolidamento della rivoluzione in Algeria, sconfiggendo il colonialismo francese nel suo ultimo bastione; Cuba fu a fianco del Vietnam fin dal primo momento e la sua cooperazione risultò di enorme valore per quel popolo sottoposto al genocidio nordamericano; Cuba fu sempre a fianco dei palestinesi e non ebbe mai dubbi su quale fosse il lato giusto nel conflitto arabo-israeliano; Cuba fu decisiva, secondo Nelson Mandela, per ridefinire la mappa sociopolitica del sud del continente africano e farla finita con l'apartheid. Paesi come il Brasile, il Messico, l'Argentina, con economie, territori e popolazioni più grandi, non riuscirono mai a esercitare una tale forza d'attrazione nelle questioni mondiali. Ma Cuba aveva Fidel..."

La sua scomparsa avviene in un momento particolarmente delicato della storia dell'isola, impegnata in una transizione dagli esiti incerti. Sul piano internazionale, l'Avana ha ottenuto il 26 ottobre un innegabile successo: nella votazione alle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna all'embargo, per la prima volta gli Stati Uniti (e il loro fedele alleato Israele) si sono astenuti. La risoluzione è stata dunque approvata con 191 voti a favore e nessun contrario. Nonostante questo il blocco non è stato tolto, mentre Guantanamo rimane in mano statunitense. E l'elezione di Trump alla Casa Bianca non fa certo sperare: i suoi collaboratori hanno già precisato che, senza ulteriori concessioni da parte cubana, non verrà mantenuta la politica di apertura iniziata dall'attuale amministrazione. Una politica, del resto, che Fidel aveva sempre guardato con sospetto. Nel marzo scorso, in occasione della visita di Obama, aveva risposto con fierezza all'invito del presidente Usa a dimenticare il passato (un passato di attentati e attacchi mercenari fomentati da Washington). I cubani - aveva scritto - non avrebbero rinunciato alle conquiste della Rivoluzione e non avrebbero avuto bisogno dei regali dell'impero: "Siamo in grado di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui necessitiamo con lo sforzo e l'intelligenza del nostro popolo". (30/11/2016)

Latinoamerica-online.it si unisce al lutto del popolo cubano per la morte del grande rivoluzionario. V. il ricordo di Stella Calloni Fidel Castro Ruz, los inmoribles e l'articolo La doble moral de Occidente

Argentina/Fabbriche autogestite

Imprese recuperate contro il tarifazo

a rischio migliaia di posti di lavoro

Secondo i dati del rilevamento 2016, le imprese salvate dalla chiusura e recuperate dai lavoratori sono 367 (con quasi 16.000 occupati): 43 in più rispetto a tre anni fa. "Questo panorama di crescita risponde ancora alla dinamica del periodo kirchnerista anteriore", afferma però l'antropologo sociale Andrés Ruggeri in un'intervista a Notas. Le scelte economiche del governo Macri, con la svalutazione (e la conseguente impennata dei prezzi di materie prime e macchinari), l'apertura alle importazioni e soprattutto l'enorme aumento delle tariffe di gas ed energia elettrica, stanno avendo effetti devastanti su cooperative e fabbriche autogestite. Che si trovano anche a dover fronteggiare una diminuzione delle vendite causata dal crollo dei consumi interni.

Spiega ancora Ruggeri: "Noi abbiamo sempre avuto una visione critica sulla politica statale verso le imprese recuperate durante il kirchnerismo che, pur esistendo e presentando tutta una serie di programmi e di sussidi, a volte importanti, non aveva un'unità, non pensava al settore autogestito come a un settore economico. Ma c'era un interlocutore statale per i momenti di difficoltà. Ora questo interlocutore è scomparso". Mentre lo Stato si defila, segnali negativi provengono dalle amministrazioni locali, che respingono le richieste di espropriazione a favore delle imprese recuperate (lo aveva già fatto Macri quando era a capo del governo di Buenos Aires). Al nuovo clima politico si è subito adeguata la magistratura, con l'aumento di cause penali contro le occupazioni di impianti e ripetute minacce di sgombero. E investitori senza scrupoli approfittano delle difficoltà di queste imprese offrendosi di acquistarle, per poi liquidarle e realizzare affari immobiliari: le loro offerte generano conflitti tra i lavoratori, tra quanti vorrebbero accettare per poter contare subito su un po' di denaro e quanti intendono invece mandare avanti la produzione.

Siamo di fronte al tentativo di cancellare questa importante esperienza, che ha salvato migliaia di posti di lavoro ed è servita da modello a tanti altri paesi. E' stato in particolare nell'ultimo decennio del secolo scorso e all'inizio del nuovo millennio che si è registrato il maggior numero di empresas recuperadas da parte dei dipendenti. Industrie metalmeccaniche, alimentari, chimiche, grafiche, ma anche imprese del commercio, della ristorazione, del trasporto hanno così evitato la chiusura dopo il fallimento e l'abbandono dei proprietari. Alcuni casi sono diventati emblematici: l'azienda tessile Bruckman, più volte sgomberata e più volte rioccupata dalle lavoratrici. La Cerámica Zanón, nella provincia patagonica di Neuquén, che ha saputo raccogliere intorno a sé la solidarietà della popolazione. La fabbrica di alluminio Impa, trasformata in importante spazio artistico e culturale. L'Hotel Bauen, albergo di lusso della capitale, ancora al centro di una disputa legale per il pieno riconoscimento del diritto all'autogestione.

Proprio presso il Bauen si è costituita il 6 giugno la Multisectorial, rete di fabbriche autogestite, circoli di quartiere, centri culturali, associazioni di consumatori, organizzazioni e partiti politici, con l'obiettivo di articolare una resistenza collettiva al tarifazo. Cortei e mobilitazioni hanno portato la protesta davanti al Ministero dell'Energia e a quello del Lavoro; contro gli aumenti sono stati presentati innumerevoli ricorsi in tutto il paese. Il governo ha finora respinto tutte le richieste di una tariffa sociale a favore di cooperative e imprese recuperate, ma la battaglia è solo all'inizio e, a differenza degli anni Novanta, i lavoratori appaiono oggi più uniti e più consapevoli della loro forza. (9/11/2016)

Foto di Tullio Quaianni

Argentina/Diritti umani

La battaglia per la memoria

Madres e Abuelas nell'epoca di Macri

Una provocazione. Così Estela Barnes de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, ha definito il comunicato della segreteria governativa dei Diritti Umani che abbassa il numero dei desaparecidos da 30.000 a poco più di 7.000. E' l'ultimo episodio del tentativo in atto, da parte ufficiale, di ridimensionare la barbarie del terrorismo di Stato. Non a caso Macri aveva esordito mettendo a capo di quella segreteria Claudio Avruj, un uomo dell'estrema destra. "Vogliono farci apparire bugiarde, mitomani. Hanno avuto il coraggio di dire che i nostri figli sono vivi all'estero e si stanno godendo quarant'anni di assenza, quando gli stessi assassini hanno ammesso che erano 45.000 tra morti e scomparsi", ha dichiarato Estela.

L'obiettivo è quello di gettare discredito sulle organizzazioni per i diritti umani e sulla battaglia contro l'impunità, che Madres e Abuelas hanno condotto per decenni e continuano a condurre. Ormai anziane, non smettono di chiedere giustizia per i loro figli e di cercare i nipoti sottratti negli anni della dittatura (sono già 121 i giovani a cui è stata restituita l'identità: l'ultimo ritrovamento è stato annunciato agli inizi di ottobre). Nei loro appuntamenti del giovedì pomeriggio a Plaza de Mayo, che hanno ormai superato quota duemila, queste donne coraggiose lottano anche contro le storture del presente, denunciano la crescita della disoccupazione e la repressione poliziesca, accusano il governo Macri di aumentare la miseria e approfondire le disuguaglianze.

Ma soprattutto alimentano la memoria, senza la quale un paese è destinato a ripercorrere gli orrori del passato. Si deve a loro se l'Argentina è riuscita a portare davanti a un tribunale decine di assassini e torturatori, mandanti e carnefici. La battaglia per la verità ha conosciuto una svolta decisiva nel 2003 con il governo di Néstor Kirchner. Lo ricorda la stessa Estela nel prologo al libro Guardianas de la memoria colectiva, la raccolta di racconti e testimonianze presentata il 3 ottobre nei locali della ex Esma: "I dodici anni che seguirono furono una fase di riparazione in materia di diritti umani: rimuovere i quadri dei genocidi dal Colegio Militar; chiedere perdono a nome dello Stato nazionale 'per aver taciuto, in vent'anni di democrazia, tante atrocità'; annullare le leggi di Obediencia Debida e Punto Final; riaprire le cause davanti alla Giustizia; istituire il 22 ottobre come Giornata Nazionale per il Diritto all'Identità in omaggio alla nostra lotta; dichiarare festivo il 24 marzo come Giornata Nazionale della Memoria; convertire i luoghi di tortura e di morte della dittatura in siti della memoria; includere nei programmi scolastici il tema dei desaparecidos e dei nipoti rubati come bottino di guerra, e l'elenco potrebbe continuare. Non furono solo riparazioni simboliche. Fu un decennio nel quale la nostra consegna storica di Memoria, Verità e Giustizia fu trasformata in politica di Stato".

Oggi questa fase potrebbe conoscere una battuta d'arresto. Del resto tra i primi a gioire dell'elezione di Macri a presidente erano stati proprio i repressori sotto processo, sicuri che quella vittoria avrebbe significato un passo indietro nella politica dei diritti umani. E in effetti molti procedimenti cominciano a incontrare ostacoli e da più parti si torna a chiedere la concessione dei domiciliari per i condannati in età avanzata. Soprattutto rischia di bloccarsi l'individuazione dei responsabili civili: giudici, giornalisti, sacerdoti, banchieri e imprenditori che coprirono il lavoro sporco delle forze armate e ne sfruttarono i vantaggi. Perché una cosa è certa: non fu solo un golpe militare. La partecipazione di una fetta importante della società civile permise lo sterminio di una generazione, mentre il mondo chiudeva gli occhi su sequestri e omicidi per seguire le partite dei Mondiali di calcio. (8/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Sull'argomento v. i video Las Abuelas de Plaza de Mayo e Argentina 2016, ESMA

Reportage dall'Argentina/1

Verso un nuovo 2001?

in aumento povertà e disoccupazione

Migliaia di lavoratori, studenti, militanti di organizzazioni sociali hanno riempito il 4 novembre il centro di Buenos Aires, dando vita a quella che è stata chiamata Marcha de la dignidad contro la fame e i licenziamenti. Cortei analoghi si sono svolti in altre città. La giornata di mobilitazione era stata convocata dalle due centrali sindacali, la Cta (Central de Trabajadores de la Argentina) diretta da Hugo Yasky e la Cta Autónoma guidata da Pablo Micheli. Manifestazioni, presidi, blocchi stradali sono del resto quotidiani in Argentina. E' la risposta alla politica economica del presidente Macri, che ricalca le misure neoliberiste degli anni Novanta responsabili della drammatica crisi del 2001.

Le cifre parlano chiaro: nei primi dieci mesi di governo Macri i poveri sono aumentati di quasi due milioni di unità (un risultato davvero notevole per chi in campagna elettorale aveva promesso "povertà zero"). Sono anche le conseguenze del cosiddetto tarifazo: l'aumento spropositato delle tariffe di acqua, luce, gas, trasporti che, oltre a pesare sui bilanci familiari, sta provocando la chiusura di decine di piccole e medie aziende. E l'apertura alle importazioni sta gettando sul lastrico gli agricoltori: è ormai scena comune la distribuzione gratuita nelle piazze di frutta e verdura da parte di piccoli produttori schiacciati dalla concorrenza estera.

Vi sono poi i dati allarmanti sulla disoccupazione, che con il nuovo governo ha raggiunto livelli da due cifre. Lo stesso presidente aveva inaugurato il suo mandato con un'ondata di licenziamenti nell'amministrazione statale, una vera e propria epurazione di militanti e simpatizzanti dell'opposizione. Al settore pubblico ha fatto seguito il privato, con decine di migliaia di esuberi a causa della recessione in atto. In totale, solo quest'anno, oltre 180.000 persone hanno perso il lavoro. Nel frattempo l'inflazione, che il governo aveva promesso di controllare, continua a erodere pensioni e salari (il tasso annuo giunge quasi al 40%). E Cambiemos, l'alleanza che ha portato Macri alla presidenza, è l'unico raggruppamento che in Congresso si è rifiutato di discutere un progetto di Ley de Emergencia Social volto a mitigare l'impatto della crisi. Intanto in tutto il paese stanno tornando - come nel 2001 - le ollas populares, con cui si cerca di garantire un pasto a tante famiglie bisognose.

Il panorama sindacale non è però omogeneo. Se le due Cta hanno raggiunto un'unità nella lotta, la Cgt (Confederación General del Trabajo) è in mano a una dirigenza disposta ad accordarsi con Macri e ad accontentarsi di pochi spiccioli: è bastata la promessa di un assegno di fine anno (duemila pesos, neanche 120 euro), concordato con governo e imprenditori, per rinunciare al previsto sciopero nazionale. Questa posizione sta creando spaccature all'interno della stessa Cgt: diverse categorie erano già scese in piazza il 2 settembre, accanto agli altri lavoratori, nella grande Marcha Federal che aveva riunito decine di migliaia di persone a Plaza de Mayo.

Mentre la miseria cresce, transnazionali e speculatori festeggiano. Fin dai suoi primi atti il nuovo presidente ha infatti dimostrato quali sarebbero state le sue linee guida: non più la difesa dell'industria e delle risorse nazionali, ma l'apertura incondizionata ai capitali esteri, anche a costo di accordarsi con i fondi avvoltoi. Accettare le loro imposizioni, che Cristina Fernández aveva respinto con fermezza, costituisce una resa destinata a pesare non solo sull'Argentina, sommersa nuovamente dai debiti (l'emissione di titoli del Tesoro nell'anno in corso supera i 45.000 milioni di dollari), ma su tanti altri paesi del sud del mondo. Secondo il rapporto della commissione di esperti del Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, guidata dallo svizzero Jean Ziegler, l'accordo rappresenta "un passo indietro nel processo volto a stabilire un meccanismo internazionale per ristrutturare i debiti sovrani". Sul piano interno, incrementare il peso del debito "può a lungo termine indebolire lo Stato nell'adempimento dei suoi obblighi in materia di diritti economici e sociali e al tempo stesso rafforzare la disuguaglianza e l'instabilità finanziaria". (4/11/2016)

Foto di Tullio Quaianni

Reportage dall'Argentina/2

Costruire un fronte unitario

delle forze contrarie al neoliberismo

L'unità delle forze contrarie al neoliberismo resta fondamentale per far fronte all'offensiva restauratrice. E la formazione di un grande frente unitario è la parola d'ordine lanciata da Cristina Fernández, l'unica figura che sembra attualmente in grado di porsi alla guida dell'opposizione. Proprio per questo contro di lei sono in atto manovre giudiziarie che mirano a screditarla e, se possibile, a incriminarla (il copione è lo stesso usato in Brasile contro Lula). Si passa dai tentativi di ripescare il caso Nisman, il magistrato morto suicida dopo aver lanciato contro Cristina pesanti accuse (con prove giudicate inconsistenti da altri magistrati), alla denuncia di presunte irregolarità nell'assegnazione di appalti per opere pubbliche durante il suo mandato.

Mentre attaccano con tutti i mezzi la ex presidente, i media passano sotto silenzio gli scandali legati al nome di Macri, dai conti offshore agli appalti miliardari concessi al cugino Angelo Calcaterra. Non è sorprendente: quasi tutti i mezzi di comunicazione di massa, in particolare il Grupo Clarín che controlla, oltre al quotidiano, decine di emittenti radiofoniche, canali televisivi, ecc., sono stabilmente in mano alla destra fin dai tempi della dittatura, da cui hanno tratto cospicui benefici. Proprio le pressioni del Grupo Clarín hanno ottenuto che con uno dei suoi primi decreti Macri modificasse in modo sostanziale la Ley de Medios, che poneva un argine alle concentrazioni  editoriali.

Incarcerare Cristina Fernández sulla base di accuse pretestuose appare comunque difficile, per la grande popolarità di cui gode la ex presidente. Dal gennaio scorso è invece in prigione senza alcuna prova Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione Tupac Amaru che nella provincia di Jujuy aveva realizzato importanti opere comunitarie. La sua scarcerazione è stata sollecitata da numerose personalità, tra cui il Premio Nobel per la Pace Pérez Esquivel, e da organismi internazionali quali il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria. Finora però il governatore di Jujuy, Gerardo Morales (Cambiemos), ha respinto in modo arrogante la richiesta. La necessità di controllare ogni opposizione deriva dal fatto che questa provincia nordoccidentale, tra le più povere del paese, ha un'importanza strategica per il suo confine con la Bolivia e gli Stati Uniti, attraverso la Dea, già collaborano con le forze di polizia locali.

Il riavvicinamento agli Usa è il caposaldo della politica estera macrista, che abbandona l'integrazione regionale perseguita dalle amministrazioni di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. E per compiacere Washington attacca il Venezuela e stringe forti relazioni con il Brasile golpista di Michel Temer. Per non parlare della condiscendenza mostrata nei confronti di Londra in merito alla contestata sovranità sulle isole Malvinas. In una dichiarazione congiunta firmata a metà settembre, al termine dell'incontro tra la ministra degli Esteri argentina Susana Malcorra e il ministro inglese Alan Duncan, si manifesta l'intenzione di rimuovere gli ostacoli che limitano lo sviluppo economico dell'arcipelago: in pratica Buenos Aires si dice pronta a consentire la prospezione di idrocarburi nelle acque contese (una decisione che viola le risoluzioni dell'Onu in materia). In ottobre questo atteggiamento conciliante si è scontrato con la decisione britannica di realizzare esercitazioni militari nella sua base delle Malvinas: di fronte alle reazioni indignate di tutta l'opposizione e di parte della sua coalizione, il governo Macri si è visto costretto a inviare a Londra una nota di protesta. Sfruttamento delle ricchezze petrolifere e mantenimento di un controllo militare nella zona sono i motivi che spiegano l'interesse della Gran Bretagna verso quel lontano territorio e l'appoggio degli Stati Uniti alla posizione inglese. (4/11/2016)

Foto di Tullio Quaianni

America Latina

"Fermare l'offensiva restauratrice"

a colloquio con Stella Calloni

Giornalista, scrittrice e poetessa, l'argentina Stella Calloni è nota in tutta l'America Latina. Per il suo pluridecennale impegno nell'informazione militante ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Latinoamericano de Periodismo José Martí. Tra le sue opere ricordiamo Operación Cóndor. Pacto criminal (in italiano Operazione Condor. Un patto criminale, Zambon ed.), Evo en la mira, Recolonización o independencia (con Víctor Ego Ducrot). Nel 2014 è uscita la sua biografia, Stella Calloni íntima. Una cronista de la historia, scritta da Héctor Bernardo e Julio Ferrer e con la prefazione di Fidel Castro.

Nella sua casa di Buenos Aires, parliamo con Stella Calloni del cammino verso l'emancipazione con cui il continente ha aperto il terzo millennio. Un cammino che oggi sta subendo una drammatica battuta d'arresto.

Il crollo economico del 2001 fu molto duro in Argentina, un paese che aveva sempre voluto assomigliare all'Europa (e questo spiega il disprezzo delle classi alte verso boliviani o paraguayani, quasi fossero di un altro mondo). Però venne il momento in cui l'Argentina entrò finalmente in America Latina: avvenne con il governo di Néstor Kirchner, che proveniva dal peronismo più combattivo, e che poté contare sulla contemporanea presenza di Lula in Brasile e soprattutto di Hugo Chávez in Venezuela. Avevo conosciuto Chávez nel 1994, quando nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato presidente. Era un leader naturale e possedeva una grande audacia rivoluzionaria. E non aveva complessi: si opponeva alla colonizzazione culturale esistente in tutto il continente. In quel periodo si cominciò a realizzare l'unità della regione, culminata nel 2011 con la creazione della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Non si era mai vista prima, in America Latina, tanta unità nella diversità.

Kirchner in Argentina, Chávez in Venezuela, Lula in Brasile. Come si era giunti a questa eccezionale coincidenza di governi progressisti?

Questo fenomeno non è ancora stato studiato a fondo. La prima grande rivolta contro il dominio del neoliberismo avviene in Venezuela nel 1989 con il Caracazo: una resistenza spontanea, di fronte alla quale alcuni giovani militari prendono coscienza e si rifiutano di sparare contro il popolo; da qui il levantamiento del 1992. In Argentina, con l'imposizione delle misure neoliberiste, si ha un vero e proprio assalto al paese finché nel 2001 la classe media, ormai in ginocchio, si unisce alla rivolta popolare. In Bolivia Evo Morales sorge dalle lotte nelle strade; in Ecuador la popolazione abbatte tre presidenti che avevano mentito nel corso delle loro campagne elettorali.

Ma gli Stati Uniti non tardano a reagire...

Il primo colpo gli Usa lo ricevono nel 2005 proprio qui in Argentina, a Mar del Plata con la bocciatura dell'Alca, l'accordo di libero scambio che volevano imporre al continente. Da questo momento Washington sa che la situazione gli sta sfuggendo di mano. E comincia a inondare la regione di fondazioni e organizzazioni non governative. Le fondazioni, che affermano di lavorare per la democrazia, per la libertà, hanno in realtà il compito di infiltrarsi in diversi settori della popolazione (studenti, operai, imprenditori, magistrati) e di finanziare l'opposizione. Le ong si insediano nelle zone indigene o nelle zone povere sostenendo di voler aiutare lo sviluppo, ma in realtà distruggendo la rete sociale naturale, come era già avvenuto in Centro America. Il nostro problema poi è che manca la dirigenza politica: le dittature militari degli anni Settanta si erano incaricate di eliminare tutta una brillante generazione di sinistra. Inoltre il tema dell'integrazione regionale, così importante, non è stato debitamente spiegato alla popolazione, un po' come è avvenuto oggi con l'accordo di pace in Colombia, bocciato nel referendum.

E adesso l'offensiva restauratrice è in pieno svolgimento.

Gli Stati Uniti stanno applicando uno schema di controinsurrezione che in altri tempi era militare e che oggi utilizza essenzialmente la guerra psicologica. Grazie al controllo sui mezzi di comunicazione di massa sono riusciti a diffondere un'enorme disinformazione. Stiamo vivendo un momento molto pericoloso, perché Washington intende recuperare il suo "cortile di casa". Attraverso la pesante ingerenza nel voto come in Argentina (con finanziamenti di milioni di dollari alla destra) o attraverso golpes suaves come in Honduras nel 2009, in Paraguay nel 2012 e in Brasile quest'anno. Ma non sarà facile, costerà molte vite: basta guardare il Venezuela che in questa battaglia conta già numerosi morti. E noi dobbiamo lottare per riuscire a impedire questa restaurazione e per sostenere Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela. Perché se quest'ultimo cade sarà una tragedia per tutta la regione. (10/10/2016)

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04