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Discurso de Fidel Castro en la clausura del VII Congreso del PCC    Consulado General del Ecuador en Génova: come inviare aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto

Brasile

La Camera vota sì all'impeachment

golpe istituzionale contro Dilma Rousseff

Un vero e proprio golpe. Il 17 aprile, con 367 sì e 137 no, la Camera dei Deputati presieduta da Eduardo Cunha (il politico che più denunce ha collezionato per corruzione) ha votato a favore dell'apertura di un impeachment nei confronti della presidente Dilma Rousseff. Il tutto sulla base di pretestuose irregolarità contabili. Come ha sintetizzato un membro dissenziente del partito golpista Pmdb, "Dilma è onesta, Dilma non ha rubato, Dilma non ha imprese né conti all'estero, dunque non c'è reato". Di conseguenza la messa in stato d'accusa è un colpo di Stato. La palla passa ora al Senato, ma pochi si illudono che la situazione possa ribaltarsi. Va ricordato che siamo di fronte a un Parlamento "controllato dalle lobby delle armi, delle religioni fondamentaliste, dell'agroindustria, della sanità privata, dei mezzi di comunicazione privati, dell'insegnamento privato - come scrive Emir Sader - Un Congresso in gran parte bianco, di anziani, di maschi, di classe medio alta e di strati ricchi della società". Questo Congresso intende destituire una presidente eletta nel 2014 con 54 milioni di voti. (18/4/2016)


Karg: Un golpe contra los Brics

Nepomuceno: El gran circo de los horrores

Pignotti: Dos Brasilias separadas por un muro

Granovsky: El golpe de los esclavócratas

Sader: Los contrastes brasileños

López San Miguel: Por presidenta y por mujer

Editorial La Jornada: Golpe en cámara lenta

Zahluth Bastos: ¿Por qué el juicio político es un golpe?

Rechazo al golpe de estado parlamentario en Brasil

 

Cuba

Fratello Obama, noi non dimentichiamo

il viaggio del presidente Usa visto dai cubani

"Non abbiamo bisogno che l'impero ci regali nulla". Così Fidel Castro conclude le sue riflessioni sulla visita di Obama a Cuba, marcando una certa distanza dalla posizione del fratello Raúl. Il presidente statunitense, sottolinea Fidel nell'articolo pubblicato il 28 marzo su Granma (El hermano Obama), ha utilizzato le parole più mielose per invitare a dimenticare il passato e a guardare a un futuro di speranza, in cui lavorare insieme "come amici, come famiglia, come vicini". Tutto questo "dopo un blocco spietato durato ormai quasi sessant'anni. E quelli che sono morti negli attacchi mercenari a navi e porti cubani, l'aereo di linea affollato di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, le invasioni mercenarie, i molteplici atti di violenza e di forza? Nessuno si illuda che il popolo di questo paese nobile e pronto al sacrificio rinunci alla gloria e ai diritti e alla ricchezza spirituale che si è guadagnato con lo sviluppo dell'educazione, della scienza e della cultura".

Il viaggio di Obama, che i media occidentali hanno enfatizzato ripetendo fino alla sazietà l'aggettivo "storico", viene dunque rimesso nella sua giusta prospettiva. Se pure con una diversa strategia, l'obiettivo di Washington rimane quello di sempre: normalizzare il "cortile di casa". Tanto è vero che pochi giorni prima, mentre tendeva la mano all'Avana, l'amministrazione Obama rinnovava il decreto nel quale si accusava il governo di Caracas di costituire una "minaccia eccezionale e straordinaria" alla sicurezza degli Stati Uniti.

"L'America Latina - ricorda l'analista del Celag Alejandro Fierro - è il principale obiettivo geostrategico degli Stati Uniti e l'era Obama non ha fatto eccezione. I dati sono eloquenti: 76 basi militari dispiegate nel subcontinente, una presenza bellica senza paragone nel resto del mondo; la riattivazione della IV Flotta nel periodo 2008-2009; il rafforzamento del quartier generale del Comando Sur in Florida, con più di duemila persone che rispondono direttamente al Pentagono e non alla Casa Bianca (la logica militare al disopra della politica); un'attività incessante di ingerenza diretta e indiretta volta a minare i processi di emancipazione". E come riferisce il giornalista statunitense Tracey Eaton nel suo blog Along the Malecón, il Dipartimento di Stato ha annunciato un programma rivolto a "giovani leader emergenti" della società cubana per l'orientamento verso "attività comunitarie non governative" (in pratica attività sovversive).

Pur salutando la ripresa dei rapporti diplomatici tra l'Avana e Washington come una vittoria della Rivoluzione, la stampa cubana non si nasconde i veri propositi che animano la Casa Bianca e non risparmia le critiche agli interventi di Obama. "Ci aspettavamo un discorso più serio", titola Omar González su Granma: "Invece quella che ho ascoltato è stata una predica abbastanza rozza dove si banalizzavano la politica e il capitalismo". "Continua il gioco del bastone e della carota - scrive su Juventud Rebelde Elier Ramírez Cañedo - Con questa nuova impostazione politica si vogliono ricomporre gli interessi specifici che gli Stati Uniti perseguono a Cuba con quelli nei confronti dell'America Latina e del mondo. Recuperare la leadership nella regione, per affrontare la sfida all'egemonia a livello mondiale che Cina e Russia rappresentano, risulta oggi vitale per gli interessi di 'sicurezza nazionale' degli Stati Uniti".

Sempre su Juventud Rebelde, Agustín Lage Dávila afferma che il presidente statunitense "è stato molto chiaro, nel discorso e nei messaggi simbolici, nel prendere le distanze dall'economia statale socialista cubana, come se proprietà 'statale' significasse proprietà di un ente estraneo e non proprietà di tutto il popolo". Dopo aver ricordato che "l'espansione dei cuentapropistas e delle cooperative fa parte dell'attuazione dei Lineamientos usciti dal sesto Congresso del Partito", Lage analizza le diverse visioni di questo settore non statale. "Loro vedono l'imprenditoria privata come qualcosa che 'dà potere' al popolo; noi lo vediamo come qualcosa che dà potere a 'una parte' del popolo, e una parte relativamente piccola". E più avanti: "Loro vedono il settore non statale come una fonte di sviluppo sociale; noi lo vediamo in un doppio ruolo, poiché è anche fonte di disuguaglianze sociali (di cui abbiamo già dimostrazioni, come illustrano i recenti dibattiti sui prezzi degli alimenti)".

L'aumento della disparità di condizioni appare una delle principali preoccupazioni dei commentatori di fronte alla svolta economica. Su Cubadebate Rafael Hernández segnala, come maggiore conquista del socialismo cubano, "la rivendicazione del senso della dignità delle persone e la pratica della giustizia sociale". Questo spiega, aggiunge Hernández, perché "noi cubani siamo oggi allarmati di fronte alla crescita della disuguaglianza e della povertà e non la accettiamo come un fatto naturale, ma come l'erosione di una condizione civica fondamentale. O forse il costo della retrocessione dei perdenti si equilibra con la prosperità dei vincitori e la maggiore polarizzazione sociale costituisce il prezzo obbligato di una maggiore libertà?"

Non è mancata, nel corso del viaggio della delegazione statunitense, una nota umoristica che rivela quanto a Washington si ignori la realtà cubana. All'Avana Michelle Obama ha lanciato Let Girls Learn, il programma educativo con prospettiva di genere volto a contrastare l'abbandono scolastico da parte delle ragazze dei paesi considerati "sottosviluppati". In un comunicato la Federación de Mujeres Cubanas ha spiegato all'illustre ospite una verità universalmente nota: "Il 100% delle nostre ragazze frequenta la scuola indipendentemente dal luogo in cui vive, dal colore della pelle, da eventuali handicap o da ricoveri ospedalieri". E ha ricordato che "una cubana, Leonela Relys Díaz, ha creato il metodo Yo sí puedo, con cui sono state alfabetizzate milioni di persone nel mondo". (29/3/2016)


Ecco i link agli articoli di commento alla visita del presidente statunitense pubblicati sulla stampa cubana

Fidel Castro: El hermano Obama

Pérez Silva: La Honda de David

Ramírez Cañedo: Una breve opinión sobre la visita de Obama

Hernández: Sobre las lecciones de Obama ante la sociedad civil cubana

González: Esperábamos un discurso más serio

Lage Dávila: Obama y la economía cubana

Labacena Romero: Las intenciones que tiene y la capacidad que le falta a Estados Unidos

 

Honduras

Le responsabilità di Hillary Clinton

l'uccisione di Berta Cáceres, leader del Copinh

"Hillary Clinton, nel suo libro Hard Choices, ha praticamente predetto ciò che sarebbe accaduto in Honduras. Questo dimostra la criminale eredità dell'influenza nordamericana sul nostro paese. Il ritorno di Mel Zelaya alla presidenza venne considerato una questione secondaria". Così Berta Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras), chiamava direttamente in causa l'ex segretaria di Stato Usa, ricordando le sue responsabilità nell'appoggio ai golpisti che avevano estromesso Zelaya e che si erano perpetuati al potere grazie a elezioni fraudolente avallate da Washington.

La notte del 2 marzo Berta è stata assassinata da sicari penetrati nella sua casa: l'ennesimo crimine del governo di Juan Orlando Hernández. "Cáceres era una decisa e coraggiosa leader indigena, oppositrice del golpe honduregno del 2009 che Hillary Clinton, come segretaria di Stato, rese possibile - scrive su The Nation lo storico Greg Grandin - Dana Frank e io seguimmo lo sviluppo di quel colpo. Più tardi, quando le mail di Clinton vennero rese note, altri come Robert Naiman, Mark Weisbrot e Alex Main rivelarono il ruolo centrale da lei giocato nell'indebolire Manuel Zelaya, il presidente deposto, e il movimento d'opposizione che chiedeva la sua reintegrazione. In tal modo Clinton si alleò con i peggiori settori della società honduregna". Ed esercitò pressioni su altri paesi perché le richieste di ritorno alla democrazia fossero accantonate a favore dell'elezione di un "governo di unità", come lo chiama in Hard Choices, legittimando così un regime dittatoriale basato sulla repressione.

Attraverso i suoi portavoce la candidata democratica alla Casa Bianca ha respinto le accuse di The Nation definendole "assurdità" e ribadendo di aver operato per risolvere una crisi costituzionale spianando la strada a consultazioni democratiche. La realtà è ben diversa, come testimonia l'ondata di omicidi che ha insanguinato e continua a insanguinare l'Honduras: tra le vittime giornalisti, studenti, difensori dei diritti umani, dirigenti contadini e indigeni. Berta Cáceres era ben cosciente dei rischi che correva: a chi le chiedeva se non temesse per la propria vita, rispondeva di sì, spiegando che non era facile vivere in un paese dove le minacce erano costanti. Ma chiarendo anche che lei e la sua organizzazione non si sarebbero lasciate paralizzare dalla paura.

L'anno scorso la coordinatrice del Copinh era stata insignita di un importante riconoscimento, il Goldman Enviromental Prize, per la sua lotta contro il megaprogetto idroelettrico Agua Zarca, portato avanti dall'impresa honduregna Desa e finanziato da capitale internazionale. Un progetto che avrebbe arrecato danni irreparabili all'economia e alle risorse idriche della comunità lenca. In quell'occasione Berta, dopo aver denunciato che l'espansione dello sfruttamento dei territori da parte delle transnazionali "non solo genera conflittualità, ma molteplici forme di violazione dei diritti umani, omicidi compresi", prevedeva una recrudescenza delle persecuzioni contro gli oppositori. Quasi una profezia. (10/3/2016)


Ecco i link agli articoli di The Nation e ad altri interventi sul tema e una video-intervista a Berta Cáceres. Per la cronaca del golpe del 2009 e degli avvenimenti successivi v. Archivio

Grandin: The Clinton-backed Honduran regimen is picking off indigenous leaders

Grandin: Berta Cáceres singled out Hillary Clinton for criticism

Guerra Cabrera: Otro régimen de terror impuesto por Estados Unidos

Holt-Giménez: Desafiando las estructuras del terror

Video-intervista: Berta Cáceres denuncia represión en Honduras

 

Bolivia

I perché della vittoria del No

bocciata la ricandidatura di Evo Morales

"Non siamo stati sconfitti, questa è stata una piccola battaglia per la modifica della Costituzione. Con i movimenti sociali, che sono il popolo, continueremo a combattere. Finché esisteranno capitalismo e imperialismo la lotta continuerà e ora con maggior forza". Così Evo Morales ha commentato la vittoria del No (con poco più del 51% dei voti) al referendum che chiedeva una modifica della Carta Magna per permettergli di ripresentarsi candidato nel 2020. Il risultato del 21 febbraio resta comunque un campanello d'allarme, un segnale che l'appoggio maggioritario di cui il Movimiento al Socialismo godeva comincia a sgretolarsi. E non si tratta del primo avvertimento. Già nel 2015 le elezioni dipartimentali e municipali avevano registrato, rispetto alle consultazioni generali dell'anno prima, un arretramento del Mas che aveva perso in alcuni tradizionali bastioni, come nelle città di El Alto e Cochabamba.

Quali le cause? Secondo gran parte degli osservatori, a incidere pesantemente sul calo di consensi sono state le denunce per corruzione che hanno colpito numerosi funzionari governativi. Basti citare, tra tutti, il caso riguardante la gestione poco trasparente del Fondo Indígena. Più recentemente i media controllati dall'opposizione hanno diffuso e amplificato le voci su presunti favori fatti dal capo dello Stato a una sua ex fidanzata, direttrice commerciale di un'impresa cinese che in Bolivia si è aggiudicata contratti per centinaia di milioni di dollari.

Non va neppure sottovalutato il peso del sostegno statunitense alla campagna per il No (l'ambasciata Usa vi avrebbe contribuito con circa 200.000 dollari). Del resto i finanziamenti della National Endowment for Democracy a organizzazioni e fondazioni della destra boliviana ammonterebbero, tra il 2003 e il 2014, a quasi otto milioni di dollari. Le manovre Usa sono ampiamente documentate nel libro The WikiLeaks Files, uscito nel 2015. Un solo esempio: in un cablogramma dell'aprile 2007 si parla del "più ampio sforzo dell'Usaid (United States Agency for International Development) per rafforzare i governi regionali come contrappeso al governo centrale". Nei due anni successivi i dipartimenti della cosiddetta Media Luna sono stati teatro di tentativi secessionisti e di complotti per uccidere lo stesso capo dello Stato.

Nonostante i problemi interni e le pressioni di Washington, i dati del referendum mostrano che la presidenza Morales riscuote ancora la fiducia di quasi la metà dell'elettorato: uno zoccolo duro conquistato grazie agli innegabili progressi che la Bolivia ha registrato in questi anni. I programmi sociali hanno contribuito a ridurre la diseguaglianza, garantendo una pensione a tutti gli ultrasessantenni, lottando contro l'abbandono scolastico e sradicando l'analfabetismo, diminuendo la mortalità materna e infantile, ampliando l'assistenza sanitaria, combattendo l'estrema povertà. Riforma agraria e nazionalizzazione delle risorse naturali hanno cambiato la struttura economica del paese, un tempo uno dei più poveri del continente. E che adesso, pur in un periodo di crollo dei prezzi delle materie prime, può mantenere un tasso di crescita invidiabile: quasi il 5% nel 2015. Da questa realtà dovrà partire Morales per recuperare il consenso perduto. (25/2/2016)


Altri interventi su questo tema. Per gli avvenimenti degli anni precedenti v. Archivio

Laborde, Oliva: Desafíos para Bolivia

Karg: Por qué ganó el No

Rodríguez Araujo: Perspectiva de Bolivia

Guerra Cabrera: Se refuerza la lucha, asegura Evo

Almeyra: Un tiro en el pie

 

America Latina

Fine di un ciclo?

forze progressiste in difficoltà nel continente

Mar del Plata, 4-5 novembre 2005. In uno storico vertice i presidenti di cinque paesi (l'argentino Néstor Kirchner, il paraguayano Nicanor Duarte Frutos, l'uruguayano Tabaré Vázquez, il brasiliano Lula da Silva, il venezuelano Hugo Chávez) si ribellano alle pressioni statunitensi e dicono no alla formazione dell'Alca. Tramonta così il progetto di Washington di una grande area di libero commercio subordinata ai suoi interessi. A quel progetto viene contrapposta una politica di integrazione regionale che porta alla costituzione prima di Unasur, l'Unión de Naciones Sudamericanas, poi della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños comprendente tutti gli Stati indipendenti del continente con l'esclusione di Usa e Canada.

L'anno scorso è stato ricordato il decimo anniversario dell'incontro di Mar del Plata. Ma proprio il 2015 si è chiuso con pesanti arretramenti delle forze progressiste, che pure nel corso del decennio - con diversa intensità da paese a paese - avevano ottenuto significativi risultati nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze, nella battaglia contro il debito estero, nel recupero del ruolo dello Stato nei confronti del mercato. In Argentina le elezioni presidenziali hanno portato al potere la destra di Mauricio Macri. In Venezuela la sconfitta bolivariana nelle legislative pone a rischio il governo di Nicolás Maduro. In Brasile la presidente Dilma Rousseff è sempre più stretta d'assedio da manovre golpiste, che approfittano del calo di consensi generato dalla recessione. In Ecuador e in Bolivia le scelte governative a favore dell'industria estrattiva e dell'agricoltura da esportazione, per finanziare i programmi sociali, sono accolte da contestazioni e proteste. E' la fine di un ciclo nel continente che in questi anni ha rappresentato la punta più avanzata della lotta al neoliberismo? Siamo a quello che è stato definito "l'esaurimento del modello"?

Certo, i contraccolpi della crisi globale si fanno sentire anche qui: il crollo dei prezzi delle materie prime condiziona fortemente il mantenimento delle politiche sociali (e ora anche l'economia della Cina, destinataria di tanta parte delle esportazioni latinoamericane, mostra le prime crepe). Senza dimenticare i problemi ereditati dalle gestioni precedenti e non sempre attaccati alle radici, dalla mancata diversificazione produttiva all'influenza dei media in mano a gruppi monopolistici. E la rinnovata presenza degli Stati Uniti che, dopo il conflitto iracheno, hanno recuperato l'iniziativa nel "cortile di casa" non solo attraverso l'Alianza del Pacífico, ma favorendo i colpi di Stato in Honduras (2009) e in Paraguay (2012).

E' vero: i governi progressisti di questi anni non hanno attuato una rottura con il sistema dominante, non hanno intaccato i rapporti di potere. Hanno però introdotto reali riforme a vantaggio delle classi più svantaggiate e cambiato il corso della politica estera. Non si giustifica dunque la scelta di alcuni partiti e movimenti di sinistra di schierarsi a fianco dell'opposizione. Nell'intervista rilasciata il 26 novembre al manifesto il sociologo statunitense James Petras, pur sottolineando i limiti del modello, ammoniva: "Non sono d'accordo con quelli che preferiscono marciare con l'oligarchia anziché contestarla. Non capiscono che le destre possono appropriarsi delle critiche per andare al potere e spingere ancora più a fondo l'offensiva conservatrice". (7/1/2016)


Altri interventi sul tema. Su Celac, Unasur, Alianza del Pacífico v. Organizzazioni Internazionali

Boron: La génesis de ciertos acentecimientos recientes

Guerra Cabrera: Argentina, Venezuela y la lucha de clases

Codas: Problemas de la política económica progresista

Svampa: Termina la era de las promesas andinas

De Sousa Santos: La izquierda del futuro

Sader: La izquierda del siglo XXI es antineoliberal

Latinoamerica-online.it anno XVI

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04/font>