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Brasile

Nella distruttiva situazione brasiliana in cui il paese è stato trascinato in seguito al colpo di Stato parlamentare del 30 agosto 2016, a metà maggio si è aperta una nuova fase. Infatti il 17 maggio attraverso una "fuga di notizie" un quotidiano di Rio de Janeiro ha diffuso la notizia che il procuratore generale della Repubblica Rodrigo Janot aveva raccolto la deposizione, ampiamente documentata con prove fattuali, del proprietario della multinazionale della carne Jbs Joseley Batista che il presidente del Psdb senatore Aécio Neves, già candidato sconfitto alle elezioni presidenziali del 2014,  aveva ricevuto tangenti (valigie con soldi contanti usati, come nei film...) e praticato commerci di favori documentati da registrazioni. Ne emergeva un quadro criminale del gruppo centrale dell’esecutivo golpista che arrivava diritto a Temer. La situazione è diventata insostenibile, con le alte cariche (usurpatrici) sulla soglia della prigione e i partiti politici che si interrogano sulle scelte da fare in Parlamento per non essere inghiottiti dalla nave che fa acqua. Si è aperta una fase di conflitto forte fra poteri dello Stato e di incertezza profonda. Si riporta la traduzione di un articolo di analisi di uno dei più qualificati giornalisti che cura un blog di referenza. Va ricordato che in Brasile il ruolo dei blog e dei siti indipedenti è fondamentale, dal momento che i mass media sono concentrati e privati, e molti blog sono di ottima fattura, con giornalisti competenti e attenti. (T.I.)

Il golpe che si è incagliato

di Luis Nassif

All’inizio sembrava semplice, molto semplice.

1. In momenti di malessere generalizzato, la personificazione della crisi è sempre il presidente della Repubblica (in un sistema presidenziale). E c’era una presidente impopolare che aveva commesso non pochi errori.

2. Con l’aiuto della Lava Jato (l’operazione giudiziaria relativa a casi di tangenti nella Petrobras) i mass media completano il lavoro di decostruzione del governo e stimolano le manifestazioni di piazza, rendendo timoroso il Supremo Tribunale Federale.

3. In Parlamento il Pmdb (Partito del Movimento Democratico Brasiliano, della base di governo) e il Psdb (Partito della Socialdemocrazia Brasiliana, di opposizione) bloccano le misure economiche al fine di impedire che la presidente trovi il passo giusto.

4. Deposta la presidente si mettono rapidamente in atto misure radicali, il cosiddetto Ponte per il Futuro (dal nome di un documento del Pmdb dell’ottobre 2015), che non sarebbero approvate in situazione di normalità. In presenza di movimenti di piazza, si azionano la polizia militare e le forze armate.

5. Con la Lava Jato si mantiene la pira accesa e Lula in pugno.

6. Con le misure ci sarà una fase iniziale dura, che verrà messa sul conto del presidente interino. Poi un’economia in ripresa sarà cavalcata dal campione nel 2018 (elezioni politiche generali).

7. E si corre a commemorare il goal.

Questo era il piano, così liscio e semplice come un’analisi della Globonews (le notizie del mass media monopolistico) che stava dietro al golpe. Il primitivismo di questa gente è stato dimenticare che il Brasile è diventato un paese complesso, al quale  non si applicano più i modelli semplicistici del golpismo parlamentare...

Illusione 1- la non soluzione Temer

Mentre Dilma Rousseff era presidente, automaticamente era anche il bersaglio preferito del malessere generale. Quanto esce di scena (12 maggio-30 agosto 2016), il bersaglio diventa il nuovo presidente, impelagato fino al collo nelle indagini della Lava Jato.

Nella fretta di deporre Dilma e mettere in atto il golpe perfetto, non ci si preoccupò neppure di analizzare meglio la personalità del sostituto. I mass media ritennero possibile ricostruire la biografia di Temer in base alle sue post-verità. E rapidamente dovettero constatare che avevano puntato le loro fiches su uno dei politici più mediocri della Repubblica.

Fino a quel momento egli aveva fatto una carriera politica rigorosamente lontano dai riflettori. Occupato il potere, porta al palazzo i suoi quattro operatori personali e si invischia anche in episodi minori, come il passaggio su un aereo dell’impresa Jbs.

Esposto alla luce del sole, si è dissolto.

Illusione 2 – le riforme senza il popolo

Solo la profonda ignoranza di una democrazia giovane può supporre che sia possibile a un’organizzazione sospetta di usurpare il potere e far passare con il bastone riforme radicali contro la maggioranza dell’opinione pubblica.

Poco a poco arriva il segnale, anche fra gli economisti più liberisti, che non c’è uscita al di fuori della discussione democratica con tutti i settori. A non essere che si pretenda di mantenere il paese in modo permanente in uno stato di eccezione. In questo caso, la scelta del dittatore non sarà loro.

Allo stesso tempo, l’illusione che il semplice cambio di governo e l’annuncio di riforme avrebbe risvegliato lo spirito animale dell’imprenditore si scontrò con la realtà. La somma di recessione con interessi reali in ascesa liquida qualunque pretesa di equilibrio fiscale. Senza un atteggiamento audace di incremento calcolato della spesa pubblica non ci sarà recupero dell’economia. E questo passo si potrà dare solo in un clima di intesa fra i principali attori politici ed economici.

Illusione 3 – rimettere il genio nella lampada

Liberarono il genio dalla lampada e ordinarono: i limiti sono Lula e il Pt (Partito dei lavoratori). Poi tentarono di rimetterlo nella lampada, ma il genio non vuole rientrare.In questo mulinello il Psdb è stato divorato, il suo presidente sta per essere arrestato nei prossimi giorni, l’altro presidenziabile, José Serra, si è nascosto (come fa sempre in momenti critici), la maggioranza dei leader si ingarbuglia fra rimanere o uscire. E così obbligano il loro principale portavoce, ministro del Supremo Tribunale Federale, Gilmar Mendes, a esporsi sempre di più.

Gilmar è il più didattico esempio della manipolazione nell’interpretazione della legge, ganglio centrale dell’attivismo giudiziario. Tutto ciò che ha stimolato, nel periodo antecedente e durante l’impeachment, si rivolta contro i suoi. E Gilmar è costretto a cambiare totalmente il suo discorso, mostrando che la posizione ideologico-partitica di molti magistrati è antecedente alla sua interpretazione della legge. C’è un’interpretazione per ogni occasione.

Illusione 4 – il potere illimitato della Globo (sistema di comunicazione monopolista privato)

La Globo non ha più la sottigliezza di una volta, di esercitare le sue preferenze senza lasciare impronte digitali. Adesso si intromette anche nelle elezioni per la lista triplice per la Procura Generale della Repubblica...

Il Ministero Pubblico è una corporazione composta da persone preparate in campo giuridico, ma in generale disinformate sulle manovre politico-mediatiche. Ma è impossibile che questo patto fra il procuratore generale della Repubblica Janot e la Globo passi inosservato alla categoria, come un’intromissione inconveniente nelle sue questioni interne...

Tutto questo pandemonio ha come sfondo gli ultimi capitoli delle indagini dell’Fbi sulla Fifa. Dopo che il presidente del ramo brasiliano Marco Polo Del Nero è stato indiziato, lo scandalo finalmente attinge la Globo. Sarà sempre più difficile per il Ministero Pubblico Federale – e per la cooperazione internazionale – giustificare l’inazione nel fornire informazioni all’Fbi.

Con un accordo con Janot, la Globo cerca di blindarsi. Lo scandalo Del Nero è sulle principali pubblicazioni internazionali, ma continua a essere solennemente ignorato dal procuratore generale della Repubblica (Pgr).

Questo insieme di circostanza può spiegare il patto sorprendente Globo-Pgr per, da un lato, sconfiggere Temer, dall’altro garantire che il candidato di Janot sia ben votato nella lista triplice per la prossima carica alla Procura Generale della Repubblica.

Illusione 5 – gioco senza vincitori

L’evoluzione della crisi politica, economica e sociale mostra che sarà impossibile avere un vincitore in questo gioco. I principali attori sono già mortalmente feriti o prossimi ad esserlo.

Il Psdb è diventato un’alternativa non praticabile. Il “nuovo” João Doria jr (il sindaco di San Paolo di destra e brutale) si dissolve nell’aria giorno dopo giorno, dando prove sempre più evidenti di disinformazione sulla gestione di politiche pubbliche efficaci...

Analogamente, sebbene conti ancora con un appoggio popolare, ogni giorno che passa la Lava Jato si isola, dal momento che lo spazio di cui disponeva discendeva dall’appoggio totale dei mezzi di comunicazione di massa e del mercato al delenda-Lula. Quando ha superato i limiti, non ha più potuto contare con l’appoggio unanime di questi settori...

La stessa Globo dovrà affrontare un potere superiore, in territori esterni in cui la sua influenza non ha gran peso.Si giunge così in uno di quei momenti di impasse in una guerra...

E in Paraná (nel tribunale di prima istanza di Curitiba) un giudice ossessionato e procuratori partitici hanno la pretesa di annichilire Lula, uno dei pilastri centrali per un’uscita politica dal cappio in cui hanno inabissato il paese. (San Paolo 22/6/2017, traduzione di Teresa Isenburg)

Colombia

Bomba in un centro commerciale

tre donne uccise, undici persone ferite

E' l'avvio di una nuova strategia della tensione? Se lo chiedono preoccupati in Colombia di fronte all'attentato del 17 marzo a Bogotá, dove un ordigno posto in un affollato centro commerciale ha provocato la morte di tre donne e il ferimento di altre undici persone. Dopo le prime accuse all'Ejército de Liberación Nacional, che ha subito respinto ogni responsabilità condannando l'accaduto, i sospetti degli inquirenti si dirigono ora verso il Clan del Golfo, banda criminale nata dai resti di strutture paramilitari smobilitate nel 2006 e che è coinvolta nel narcotraffico e nello sfruttamento minerario illegale. Secondo un documento interno della polizia, filtrato ai media, questo gruppo aveva in programma azioni terroristiche nella capitale e a Medellín, allo scopo di ottenere benefici politici simili a quelli concessi dalla presidenza Uribe ai paras che rinunciavano alle armi.

Che la bomba di Bogotá sia opera o meno del Clan del Golfo, certo è che i paramilitari di estrema destra costituiscono la più grossa minaccia a una soluzione politica del conflitto. Questo attacco "può venire solo da chi vuole chiudere la strada della pace e della riconciliazione", ha commentato il leader delle Farc, Timochenko, attraverso Twitter. Ma, pur tra mille difficoltà, l'attuazione degli accordi sta andando avanti: le Farc hanno già consegnato il 60% del loro arsenale alla missione dell'Onu incaricata del ritiro.

Oltre agli attentati, i fautori della guerra civile continuano con gli omicidi mirati: i bersagli non sono solo dirigenti comunitari e difensori dei diritti umani, ma anche sfollati che chiedono la restituzione delle loro terre. Tra le più recenti vittime Bernardo Cuero Bravo, leader di Afrodes (Asociación Nacional de Afrocolombianos Desplazados), ucciso il 7 giugno nella sua abitazione. Nonostante avesse denunciato precedenti tentativi di assassinarlo, Bernardo Cuero non aveva ottenuto alcuna protezione da parte delle autorità. E poche sono le speranze che i colpevoli di questo e analoghi crimini vengano giudicati e condannati: l'impunità in Colombia si aggira intorno al 96%. (18/6/2017)

Colombia

Denunciate le inadempienze del governo

prorogata di due mesi l'attuazione degli accordi

A fine maggio è scaduto il termine di sei mesi previsto per la consegna delle armi da parte delle Farc e per la fine delle cosiddette Zonas Veredales Transitorias de Normalización. Ma il ritardo con cui procedono le operazioni ha reso necessario stabilire una proroga di due mesi. Nelle file della guerriglia cresce la sfiducia di fronte alle inadempienze del governo: in alcuni casi, nelle aree di raduno degli ex combattenti, non è ancora terminata la costruzione delle strutture di accoglienza (avrebbero dovuto essere pronte entro il primo dicembre). Alimenti e altri beni di prima necessità non arrivano o arrivano troppo tardi. Procede con il rallentatore, per le proteste o il rifiuto dei giudici, la concessione delle amnistie ai membri delle Farc ancora in carcere. A complicare le cose una recente sentenza della Corte Costituzionale contro due allegati dell'Acto Legislativo para la Paz, approvato nel dicembre scorso per sveltire l'applicazione degli accordi. E negli ultimi giorni si è registrato l'arresto immotivato di due ex guerriglieri (uno dei due è stato poi rilasciato).

Le preoccupazioni in merito all'attuazione degli accordi sono state sottolineate il 20 maggio dal leader delle Farc, Rodrigo Londoño Timochenko, in una lettera al presidente Santos. "Nessuno può dire, senza ricorrere alla menzogna e alla calunnia, che abbiamo mancato in qualche modo ai nostri impegni. Nonostante questo, sentiamo arrivare tempi di incertezza. Il governo nazionale tiene fede troppo lentamente alla sua parola. Gli altri poteri oscillano o agiscono in modo sospetto in rapporto a quanto accordato". Tra gli elementi più gravi la presenza paramilitare, comprovata dai rappresentanti delle Nazioni Unite. "Con il nome di Nuevas Guerrillas Unidas del Pacífico, al comando di un certo David, le bande armate che prima erano forti a San Sebastián, San Juan, Pital e San Pedro sono cresciute improvvisamente, occupando tutti i fiumi alla frontiera con l'Ecuador, con un piano senza dubbio molto ben preparato" e con un chiaro scopo: le coltivazioni illegali e il business della droga. "Un tale spiegamento risulta inesplicabile senza la collaborazione delle autorità militari": questa la denuncia di Timochenko. Che agli inizi di giugno, di fronte ai continui ostacoli frapposti dalla controparte, è giunto a chiedere attraverso Twitter "una supervisione internazionale".

Della minaccia rappresentata dai paramilitari si è parlato anche all'Avana, nella conferenza stampa congiunta tenuta da Farc ed Eln l'11 maggio. "Fino ad oggi non vediamo la volontà di una lotta frontale da parte dello Stato e del governo contro il paramilitarismo", ha dichiarato il leader dell'Eln, Nicolás Rodríguez Gabino. Nei giorni precedenti le direzioni dei due gruppi guerriglieri si erano incontrate nella capitale cubana, "con il proposito di unire le forze per la soluzione politica del conflitto". In un comunicato reso pubblico al termine delle riunioni, Farc ed Eln affermano di avere "obiettivi comuni, con percorsi diversi ma complementari, come quello di far sì che la società abbia un ruolo da protagonista nel raggiungimento della pace". Concordano inoltre nel mettere al centro i diritti delle vittime "perché si arrivi alla piena verità su questi settant'anni di tragedia nazionale, che permetta ai governi, alle classi dominanti e agli insorti di assumere ciascuno le sue responsabilità, al fine di risolvere le cause che generarono questo confitto sociale, politico e armato". (6/6/2017)

Sulla Colombia v. anche:

“Hay que terminar con el paramilitarismo”

Autodefensas no, franquicias de matones

“La gente no conoce bien los acuerdos”

La poca dicha de Buenaventura con el TLC

Messico

Nasce il Concejo Indígena de Gobierno

María de Jesús Patricio Martínez sarà la portavoce

"Una sollevazione indigena non violenta". Così il Cni (Congreso Nacional Indígena) e l'Ezln hanno definito la costituzione del Concejo Indígena de Gobierno, al termine di un'assemblea a San Cristóbal de las Casas (Chiapas) che ha visto la partecipazione di 1.252 rappresentanti di diverse comunità e 230 delegati zapatisti. Portavoce del Concejo, composto da 71 membri, è stata designata l'indigena nahuatl María de Jesús Patricio Martínez (nella foto), che sarà anche candidata indipendente alle presidenziali del 2018. Originaria di Tuxpan, nello Stato di Jalisco, l'erborista María Patricio Martínez dirige la Calli Tecolhuacateca Tochan, una Casa della Salute in cui si applica la medicina tradizionale.

"Ribadiamo che solo nella resistenza e nella ribellione abbiamo incontrato le strade possibili per continuare a vivere, che in esse vi è la chiave non solamente per sopravvivere nella guerra del denaro contro l'umanità e contro la nostra Madre Terra, ma per rinascere insieme a ogni seme che spargiamo, con ogni sogno e con ogni speranza che si va materializzando in grandi regioni in forme autonome di sicurezza, di comunicazione, di governi indipendenti, di protezione e difesa dei territori - si legge in un comunicato congiunto del Cni e dell'Ezln - Il nostro appello è alle migliaia di messicani e messicane che hanno smesso di contare i loro morti e i loro desaparecidos, che con dolore e sofferenza hanno alzato il pugno e con la minaccia di morte incombente sono insorti, senza temere le dimensioni del nemico".

A un giornalista, che chiedeva l'obiettivo della nomina di Patricio Martínez, ha risposto la concejal Sara: "Perché la nostra portavoce? Per diffondere, denunciare e rendere visibile tutto quello che ci sta distruggendo, che ci sta togliendo la vita, per questo la iscriveremo come candidata, non perché vogliamo il voto". Una candidatura che rappresenti la voce dei popoli originari e che obblighi i media a parlare della lotta delle comunità indigene in difesa dei loro territori, assediati da allevatori di bestiame, talamontes, compagnie minerarie e oggi anche narcotrafficanti.

E proprio sicari del cartello Jalisco Nueva Generación hanno assassinato il 20 maggio i fratelli Miguel e Agustín Vázquez Torres, indigeni wixaritari, che a lungo si erano battuti per il recupero delle terre comunitarie. Un crimine che non ha potuto consumarsi senza la complicità, o almeno l'indifferenza delle autorità statali, come era avvenuto in gennaio con gli ambientalisti Isidro Baldenegro López e Juan Ontiveros Ramos, uccisi a quindici giorni di distanza l'uno dall'altro. La loro colpa: aver difeso i boschi della Sierra Tarahumara, una battaglia per cui Baldenegro aveva ricevuto nel 2005 il prestigioso Goldman Enviromental Prize. (29/5/2017)

Sull'argomento v. anche:

Llegó la hora

María de Jesús Patricio, la vocera del CIG

“Un alzamiento indígena no violento”

Argentina

Uccisa testimone contro i repressori

nuovo crimine dei responsabili del terrorismo di Stato

E' stata trovata morta il 19 maggio nella sua casa di Córdoba, con segni di colpi in testa e un cavo attorno al collo. La polizia parla di omicidio a scopo di rapina, ma l'ipotesi appare poco probabile, anche perché l'abitazione era in perfetto ordine. Elsa Marta Sosa era stata testimone e parte civile in diversi processi per violazione dei diritti umani nella provincia di Mendoza. Era la moglie di Aldo Fagetti, desaparecido nel febbraio 1976 durante il mandato di Isabelita Perón, dopo essere stato sequestrato da una pattuglia di agenti e militari.

Dopo anni di lotta Elsa Sosa aveva ottenuto nel 2007 che il giudice Acosta chiedesse alla Spagna l'estradizione di Isabelita (richiesta poi respinta da Madrid). Elsa non è la prima a pagare con la vita la battaglia per la giustizia: la sua vicenda ricorda quella di Silvia Suppo, assassinata a pugnalate in pieno giorno nel 2010. Sequestrata durante la dittatura, al ritorno della democrazia Silvia aveva denunciato le torture subite e la scomparsa del suo compagno, Reinaldo Hammeter, e la sua testimonianza era stata fondamentale nei processi contro i repressori della provincia di Santa Fe. Nel 2006 era sparito Julio López, testimone chiave contro l'ex commissario Etchecolatz: della sua sorte non si è mai saputo nulla.

Questo nuovo crimine avviene in un momento in cui i responsabili del terrorismo di Stato rialzano la testa, sostenuti da un clima a loro favorevole. Alle dichiarazioni negazioniste di esponenti del governo si aggiungono infatti le sollecitazioni della Chiesa cattolica per una riconciliazione tra i familiari delle vittime e quelle dei militari autori di tante atrocità. E agli inizi di maggio è arrivata la sentenza della Corte Suprema de Justicia, che ha concesso a un ex repressore il beneficio del 2x1 grazie al quale, a partire dal secondo anno di detenzione, i giorni passati in prigione in attesa di giudizio valgono il doppio. Sostenendo che tale beneficio è applicabile anche per i casi di violazione dei diritti umani, il massimo tribunale ha aperto la strada alla possibilità per molti condannati di ottenere la libertà. La sentenza è firmata da tre dei cinque giudici della Corte: due di questi erano stati designati proprio dal presidente Macri. "E' abominevole. Il governo intende cancellarci", è stato il commento della presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela Barnes de Carlotto.

La decisione ha suscitato le reazioni indignate non solo dei partiti politici dell'opposizione, ma di gran parte del paese. Il 10 maggio centinaia di migliaia di persone hanno riempito Plaza de Mayo per esprimere il proprio sdegno e riaffermare la determinazione a non tornare indietro in materia di diritti umani. Moltissimi portavano al collo un fazzoletto bianco, in segno di solidarietà con le Madres, e quando lo hanno agitato in aria la piazza è stata attraversata da un'enorme onda bianca. Poco prima il Senato aveva detto sì all'unanimità alla legge, già approvata dalla Camera, che esclude dal 2x1 gli autori di crimini di lesa umanità. (20/5/2017)

Sull'argomento v. anche:

Somos éstos

Impunidad

Messico

Il paese più violento dopo la Siria

dopo Miroslava Breach ucciso un altro giornalista de La Jornada

E' stata una morte annunciata. Miriam Rodríguez Martínez aveva già ricevuto molteplici minacce dalla criminalità organizzata, che aveva giurato vendetta da quando questa madre coraggiosa aveva fatto condannare gli uomini che le avevano sequestrato e assassinato la figlia Karen. Ed era stata sempre lei a ritrovare i resti della figlia in una fossa clandestina di San Fernando. La sera del 10 maggio un commando ha fatto irruzione nella sua casa a Ciudad Victoria, nello Stato di Tamaulipas, ferendola a morte. Le sue richieste alle autorità perché le fornissero protezione erano rimaste inascoltate: del resto la sua tenace attività di rappresentante del Colectivo de Familiares de Desaparecidos de San Fernando risultava scomoda per i tanti funzionari che a diversi livelli garantiscono, con la loro complicità, l'impunità generalizzata.

Il giorno prima dell'uccisione di Miriam Rodríguez, un rapporto dell'International Institute for Strategic Studies di Londra segnalava che, dopo la Siria, il Messico è la nazione più violenta al mondo: il numero dei morti ammazzati nel 2016 ha superato quello di Iraq e Afghanistan. L'annuncio era stato respinto con irritazione dal governo di Peña Nieto.

Ma il Messico è anche, nel continente americano, il paese più pericoloso per esercitare il giornalismo. Lo afferma il gruppo di esperti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani che ogni anno si incarica di redigere una relazione sulla libertà d'espressione. Le aggressioni e le minacce contro i lavoratori della stampa sono ormai a livelli allarmanti, afferma il rapporto: "Vi sono zone in cui oggi i giornalisti sono sottoposti a una forte intimidazione, originata fondamentalmente da bande delinquenziali interessate a sopprimere un determinato tipo di informazioni dei media e a diffondere quello che serve ai loro interessi criminali". In tale situazione è estremamente difficile realizzare inchieste e articoli su temi quali il crimine organizzato, la corruzione, la sicurezza pubblica e simili.

Nel giro di due mesi e mezzo i killer sono entrati in azione sette volte. Il 2 marzo viene assassinato a Ciudad Altamirano, nello Stato del Guerrero, Cecilio Pineda Brito, collaboratore del settimanale La Voz de Tierra Caliente e dei quotidiani El Universal e La Jornada Guerrero. Pineda, che aveva già subito un attentato due anni prima, stava realizzando un'inchiesta sul narcotraffico nella zona. Il 19 marzo a Yanga (Stato di Veracruz) è la volta di Ricardo Monluí Cabrera, direttore del portale informativo El Político e commentatore de El Sol de Córdoba.

Quattro giorni dopo a Chihuahua viene uccisa Miroslava Breach Velducea, dal 2001 corrispondente de La Jornada: si occupava di temi politici e sociali e aveva indagato il controllo della delinquenza organizzata sui candidati sindaci del Pri e del Pan in alcuni municipi della Sierra Tarahumara. Miroslava Breach lavorava anche per il quotidiano Norte de Ciudad Juárez, che dopo la sua morte ha deciso di cessare le pubblicazioni. "Non esistono le garanzie né la sicurezza per esercitare il giornalismo critico", ha scritto il suo direttore. Il 14 aprile a La Paz, nello Stato di Baja California Sur, i colpi dei sicari raggiungono Maximino Rodríguez Palacios, collaboratore del portale Colectivo Pericú, e il 29 aprile a Tlaquiltenango (Morelos) Filiberto Alvarez Landeros, conduttore di un programma radiofonico presso l'emittente La Señal di Jojutla.

Il 15 maggio ad Autlán, nello Stato di Jalisco, viene gravemente ferita Sonia Córdova, vicedirettrice commerciale del periodico El Costeño; il figlio che viaggiava con lei rimane ucciso. Nello stesso giorno a Culiacán (Sinaloa) muore un altro corrispondente de La Jornada, Javier Valdez Cárdenas, fondatore del settimanale locale Ríodoce. Valdez, che conosceva a fondo i legami tra criminalità organizzata e corruzione governativa, aveva ricevuto nel 2011 l'International Press Freedom Award per "il suo coraggio e la sua attività giornalistica senza concessioni davanti alle minacce". Tra i suoi libri più recenti: Huérfanos del Narco e Narcoperiodismo, la prensa en medio del crimen y la denuncia. "Non parliamo solo di narcotraffico - aveva detto in un'intervista a proposito di quest'ultima opera - Parliamo anche di come ci assedia il governo. Di come viviamo in una redazione infiltrata dal narcotraffico, a fianco di un collega in cui non si può aver fiducia, perché forse è quello che passa informazioni al governo o ai delinquenti". (16/5/2017)

Sul Messico v. anche:

Cacería de periodistas impune en México

Miroslava Breach, la mujer y la periodista

Gobierno de Tamaulipas ignoró las amenazas a Miriam Rodríguez

Desaparición forzada, inoperancia institucional

Brasile

Lula e il giudice Moro a confronto

l'ex presidente ha respinto tutte le accuse

"Poiché ritengo che questo processo sia illegittimo e la denuncia una farsa, sono qui per rispetto alla legge e alla Costituzione, ma con molte obiezioni al comportamento dei procuratori di Lava Jato". Così ha esordito Lula chiamato a deporre il 10 maggio davanti al giudice Sérgio Moro. Oltre cinque ore di interrogatorio, nel corso del quale l'ex presidente ha respinto tutte le accuse e ha più volte sottolineato che finora non è stata prodotta nessuna prova concreta a suo carico. Secondo Moro, Lula è proprietario di un appartamento a Guarujá, località balnearia nello Stato di São Paulo, che avrebbe ricevuto da un'impresa costruttrice in cambio di favori negli appalti pubblici. "Non ho mai chiesto e non ho mai ricevuto quell'appartamento", ha risposto con fermezza Lula.

Sérgio Moro non gioca certo un ruolo imparziale nel contesto brasiliano. Indiscrezioni selettive e semplici sospetti, fatti filtrare per mesi alla stampa, sono stati fondamentali per creare nell'opinione pubblica un clima ostile al governo Rousseff e al Partido dos Trabalhadores, preparando così il terreno al colpo di Stato. Tra i metodi più contestati di questo magistrato, l'abuso della carcerazione preventiva anche in assenza di prove, per indurre gli arrestati alla "delazione premiata", cioè a implicare altre persone in cambio della libertà provvisoria o di future riduzioni di pena. Ora Moro cerca in tutti i modi di coinvolgere Lula in un caso di corruzione per cancellarlo dalla scena politica e impedire una sua ricandidatura nel 2018.

Terminata la deposizione, di fronte a 50.000 persone venute a manifestargli il loro sostegno l'ex presidente ha denunciato di essere vittima della "maggiore persecuzione giuridica nella storia di questo paese". Non per questo è apparso propenso a rinunciare alla lotta, anzi ha riaffermato l'intenzione di concorrere per un terzo mandato alle elezioni del prossimo anno. "Mi sto preparando per tornare", ha detto. Prima di lui aveva preso la parola Dilma Rousseff per salutare la grande mobilitazione popolare.

In un'intervista concessa al quotidiano argentino Página/12, Dilma ha affermato che l'ex presidente è uscito "magnificamente bene" dal confronto con Moro. "Ha denunciato qualcosa che avviene in Brasile e potrebbe essere in atto in altri paesi. Ha detto che una delle istanze del giudizio non è prevista nello Stato democratico di diritto: i grandi media. I grandi media fanno un processo preventivo. Non c'è un processo esplicito, non c'è diritto di difesa e non c'è dibattimento. Si produce una condanna civile, una demolizione della figura morale della persona. La distruzione fisica annienta il nemico. La distruzione attraverso il lawfare, la guerra giuridica, vuole abbattere la cittadinanza dell'individuo, distrugge il diritto civile di esprimersi".

Sull'utilizzo della legge come arma, Rousseff torna nel corso dell'intervista: "Ad Harvard gli studiosi John e Jean Comaroff hanno analizzato molto bene questo tema. Ho conversato con loro ed esiste lawfare in tutta l'America Latina. Altri teorici parlano di un progresso dello stato d'eccezione con centro nel potere giudiziario. Nel paese c'è una vera e propria impasse. Il governo attuale vuole consegnare al mercato e ai grandi media un progetto totalmente neoliberista di liquidazione di diritti che si cominciarono a costruire negli anni Quaranta del secolo scorso. Diritti dei lavoratori soprattutto. La soppressione di diritti cambia la concezione del rapporto tra imprenditori e lavoratori. La legislazione del lavoro brasiliana concepisce il lavoratore come il soggetto più debole. Pertanto lo Stato entrava in gioco, finora, per regolamentare questo rapporto. Impediva la barbarie nel rapporto di lavoro. Oggi stiamo tornando alla barbarie. Vogliono prolungare la giornata di lavoro o lasciarla a discrezione dell'imprenditore. Mirano a consentire il lavoro delle donne incinte in condizioni insalubri. Ma non finisce qui. La barbarie vuole distruggere i sindacati e ridurre il ruolo del Ministero del Lavoro nell'equilibrare la relazione asimmetrica tra padroni e dipendenti". (13/5/2017)

Sull'argomento v. anche:

Lula ringrazia per l'appoggio di massa ricevuto (traduzione di Teresa Isenburg)

La Lava Jato e lo Stato di diritto in Brasile (traduzione di Teresa Isenburg)

Venezuela

Maduro convoca la Costituente

fallita la riunione della Celac a San Salvador

Il presidente Maduro ha annunciato il primo maggio la convocazione di un'Asamblea Nacional Constituyente per rifondare le strutture dello Stato e sconfiggere i tentativi di golpe. Una Costituente "civica, non di partiti politici", in parte eletta su base territoriale e in parte scelta dai movimenti sociali: sindacati, poder popular, comunità indigene, organizzazioni di donne, gruppi lgbt. La proposta è stata subito respinta dagli oppositori riuniti nella Mesa de la Unidad Democrática, che l'hanno definita "un processo fraudolento".

I tentativi di trovare uno sbocco pacifico alla crisi sono finora naufragati. Il 2 maggio si è tenuta a San Salvador la riunione della Celac, che avrebbe dovuto dibattere la situazione venezuelana e manifestare il suo sostegno al dialogo. Il blocco non ha però potuto giungere a una risoluzione perché sette nazioni (Bahamas, Barbados, Brasile, Messico, Paraguay, Perú, Trinidad and Tobago) non hanno inviato alcuna delegazione.

E mentre continua l'offensiva destabilizzante dell'opposizione, che ha già provocato 39 morti, proseguono gli attacchi degli Stati Uniti all'esecutivo di Caracas, accusato di repressione autoritaria e cattiva gestione economica. Parlando davanti a una commissione del Senato il direttore della Cia, Mike Pompeo, ha affermato: "Vi sono molte armi che circolano in Venezuela e il rischio è incredibilmente reale e serio ed è una minaccia per il Sud America e per il Centro America". Parole che preparano la giustificazione a un futuro intervento.

In un comunicato dell'11 maggio il governo bolivariano "condanna il sordido e funesto piano di ingerenza e di controllo diretto dall'amministrazione Usa in complicità con gruppi di potere di quel paese e deplora che le sue nuove autorità seguano il sentiero già fallimentare dell'era Bush e Obama, non ascoltando l'appello del governo venezuelano a promuovere relazioni diplomatiche di rispetto e uguaglianza". La nota sottolinea che "solo nei primi cinque mesi dell'anno abbiamo osservato oltre 105 azioni e dichiarazioni ostili" e che "il finanziamento e l'appoggio logistico statunitense ai gruppi violenti" hanno facilitato l'insurrezione armata nel paese. (12/5/2017)

Sul Venezuela v. anche:

La Venezuela de hoy y de mañana

El proceso de la Asamblea Constituyente

Venezuela sumida en la guerra civil

Brasile

Sciopero generale contro Temer

massiccia adesione in tutto il paese

Era dal 1996 che in Brasile non veniva proclamato uno sciopero generale. E quello del 28 aprile ha superato tutte le aspettative: le principali città sono state paralizzate e anche nei centri minori l'adesione è stata massiccia. La giornata ha dimostrato l'ampiezza dell'opposizione al governo Temer. Un governo neoliberista che ha già imposto un tetto alla spesa pubblica per i prossimi vent'anni, con conseguenti pesanti tagli a sanità ed educazione. E che adesso mira alla riforma del diritto del lavoro e della previdenza, con la liquidazione di decenni di conquiste dei lavoratori e l'aumento di età pensionabile e contributi minimi.

Mentre la popolazione si dibatte tra incremento della disoccupazione e miseria in rapida crescita, la classe politica è sommersa dagli scandali. Otto ministri sono sospettati di corruzione, così come un terzo dei parlamentari. L'ex presidente della Camera Eduardo Cunha, che fu l'artefice principale del golpe, è attualmente in galera: ha ricevuto una prima condanna a quindici anni, ma ha altri sei procedimenti in corso. Quanto al presidente illegittimo Temer, il suo nome è già comparso nell'inchiesta su un grosso giro di tangenti. E i suoi tentativi di ottenere riconoscimenti internazionali conseguono magri risultati: solo l'argentino Macri e lo spagnolo Rajoy hanno finora visitato il Brasile. In aprile papa Bergoglio ha risposto negativamente al suo invito formale a recarsi nel paese. Come ha commentato il teologo Leonardo Boff, "il papa non aveva alcun motivo di venire ad appoggiare un golpista, se fosse venuto avrebbe legittimato questo stato di cose". Del resto Bergoglio aveva già chiarito la sua posizione sul colpo di Stato istituzionale quando aveva scritto alla presidente deposta per esprimerle la sua solidarietà.

Nonostante la forte opposizione dimostrata dai lavoratori, Temer - il cui livello di popolarità non arriva al 10 per cento - ha ribadito che il governo continuerà nel suo impegno per la "modernizzazione della legislazione nazionale". La risposta è stata immediata: il primo maggio, le maggiori centrali sindacali del paese hanno proposto una nuova giornata di astensione dal lavoro per fermare le riforme. (2/5/2017)

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Lo sciopero più grande della storia brasiliana (traduzione di Teresa Isenburg)

Sin aliento

Venezuela

Crisi istituzionale e ingerenza Usa

Caracas annuncia l'uscita dall'Oea

Il Venezuela si prepara a uscire dall'Organizzazione degli Stati Americani. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri, Delcy Rodríguez, dopo la decisione del Consiglio Permanente dell'Oea di convocare a Washington una riunione degli Stati membri per valutare la situazione interna del paese caraibico. Su richiesta di Caracas si riuniranno invece il 2 maggio a San Salvador le nazioni della Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños).

L'Oea da tempo gioca un ruolo palesemente di parte nella crisi venezuelana. Il segretario generale, l'uruguayano Luis Almagro, ha più volte cercato di ottenere il consenso all'applicazione contro Caracas della cosiddetta Carta Democratica, che contempla la sospensione del paese in cui sia avvenuta una "rottura dell'ordine democratico". Senza giungere a tanto, agli inizi di aprile è stata approvata a maggioranza una dichiarazione in cui si afferma che in Venezuela è in atto "una grave alterazione incostituzionale dell'ordine democratico".

Il conflitto istituzionale si era acutizzato a fine marzo con la decisione del Tribunal Supremo de Justicia di assumere le funzioni dell'Asamblea Nacional finché questa non avesse escluso dai lavori i tre deputati la cui elezione era stata contestata per sospetti brogli elettorali (i tre sono essenziali all'opposizione per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento). Sui media interni e su quelli internazionali si era subito gridato al colpo di Stato, anche se il provvedimento era stato ben presto ritirato. La procuratrice generale Luisa Ortega Díaz aveva infatti affermato che nella sentenza si evidenziavano "diverse violazioni dell'ordine costituzionale e la negazione del modello di Stato consacrato nella nostra Costituzione", spingendo così il governo a chiedere alla Corte Suprema di rivedere la sua posizione.

Sul piano interno, per tutto il mese di aprile si sono registrate violente manifestazioni antigovernative concentrate soprattutto nella capitale, che hanno provocato una trentina di morti e centinaia di feriti. L'obiettivo è quello di destabilizzare il paese, portandolo a una situazione di ingovernabilità. Una strategia accompagnata da dichiarazioni di pesante ingerenza da parte statunitense. In un rapporto al Congresso il comandante del Southern Command, ammiraglio Kurt Tidd, ha affermato che il Venezuela attraversa un periodo di scarsità di farmaci e alimenti, incertezza politica e peggioramento della situazione economica e che la crescente crisi umanitaria potrebbe obbligare a una risposta regionale.

Anche il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, non ha risparmiato intromissioni nella politica interna del paese, esprimendo la preoccupazione di Washington perché il governo Maduro "viola la Costituzione" e "non permette che l'opposizione si organizzi in modo che la sua voce sia ascoltata". E una nota firmata dal portavoce del Dipartimento di Stato è giunta a minacciare le autorità venezuelane per la "repressione criminale di attività pacifiche e democratiche" e la "flagrante violazione dei diritti umani", avvertendo che saranno chiamate a "renderne conto". (28/4/2017)

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Paraguay

Proteste contro la riforma costituzionale

il presidente Cartes rinuncia a ricandidarsi nel 2018

Il presidente Horacio Cartes, del Partido Colorado, ha deciso di non ricandidarsi alle elezioni del prossimo anno. Rinuncia dunque alla battaglia per la modifica della Costituzione, che attualmente proibisce l'esercizio di più mandati anche non consecutivi. L'emendamento che consentirebbe la rielezione è fortemente osteggiato da una parte dell'opposizione, in particolare dal Plra, il Partido Liberal Radical Auténtico. E' sostenuto invece dal Frente Guazú che promuove la candidatura dell'ex presidente Fernando Lugo, destituito da un colpo di Stato istituzionale nel 2012.

Il 31 marzo, dopo l'approvazione dell'emendamento da parte del Senato, le proteste nel centro di Asunción erano state duramente represse dalle forze di sicurezza, provocando una trentina di feriti. Un gruppo di manifestanti era riuscito a penetrare nell'edificio del Congresso, appiccando un incendio. All'alba del giorno dopo la polizia aveva fatto irruzione nella sede del Plra, uccidendo il leader giovanile Rodrigo Quintana. La reazione dell'opposizione aveva spinto il capo dello Stato a licenziare il ministro dell'Interno e il comandante della Policía Nacional.

Nonostante la decisione di Cartes di non ripresentarsi nel 2018, la tensione rimane alta: il Partito Colorado ha infatti annunciato che il progetto di riforma costituzionale, passato ora alla Camera, non verrà ritirato. Ma lo scontro è tutto interno allo schieramento conservatore: i liberali infatti non propongono ricette diverse dalle politiche neoliberiste dell'attuale amministrazione. L'unico periodo che aveva visto un timido tentativo di cambiamento era stato violentemente interrotto dal golpe che aveva posto fine alla presidenza Lugo. Da allora il Paraguay è tornato ad essere il paradiso dei latifondisti e, in campo internazionale, il paese in prima fila nell'attacco ai governi progressisti della regione. (18/4/2017)

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America Latina

Sud America, negazionisti all'attacco

minacce e intimidazioni contro i difensori dei diritti umani

In Argentina il processo giudiziario per i crimini di lesa umanità si trova in "stato d'emergenza" per i sempre maggiori ostacoli che si frappongono ai giudizi contro gli ex repressori. Questa la denuncia emersa da un incontro di magistrati, avvocati, parlamentari e rappresentanti degli organismi in difesa dei diritti umani che si è tenuto il 10 aprile. Nel paese che più di tutti aveva progredito nel perseguire il terrorismo di Stato si registra un preoccupante arretramento.

"Il processo di memoria, verità e giustizia ha smesso di essere una politica di Stato - afferma l'avvocata Elizabeth Gómez Alcorta - L'esecutivo ha smantellato quasi tutte le strutture che affiancavano cause penali e magistrati nella ricerca di testimoni e informazioni". "Mancano i giudici e mancano gli spazi fisici per portare avanti le udienze", segnala Angeles Ramos, della Procuraduría de Crímenes contra la Humanidad. Continueranno così a godere dell'impunità non solo numerosi militari, ma anche tanti civili (banchieri, imprenditori, giornalisti) che furono complici della dittatura e da questa trassero profitto.

Mentre si moltiplicano i casi di condannati per sequestro, tortura e omicidio che ottengono il beneficio degli arresti domiciliari con il pretesto dell'età o dello stato di salute, aumentano le dichiarazioni negazioniste di esponenti del macrismo. Proprio in occasione del 41° anniversario del golpe, il 24 marzo, il responsabile della Segreteria dei Diritti Umani, Claudio Avruj, ha nuovamente cercato di ridimensionare il numero dei desaparecidos. Non si tratta di una semplice polemica storica, ma di un preciso messaggio politico che mira a delegittimare il ruolo di Madres e Abuelas de Plaza de Mayo. Come scrive il sociologo Guillermo Levy, la cifra esatta non si conoscerà mai: "Sequestri notturni, silenzio, negazione e distruzione di prove. Non ci sono elenchi, non ci sono confessioni per cui tutto ciò che abbiamo è il frutto del lavoro artigianale e militante di migliaia, di fronte a poteri e silenzi molto più forti dell'energia posta in questa ricostruzione. Chiaramente 30.000 non è oggi il numero della precisione, ma di una posizione. Distruggere questo numero non significa cercare una perfezione quantitativa, ma distruggere un'eredità di lotta a volte solitaria, altre volte di gruppo, di quanti hanno via via costruito, cercato, denunciato e nominato ciò che è avvenuto: un genocidio".

Che l'attacco sia diretto a screditare Madres e Abuelas, costantemente in prima linea contro la politica repressiva del governo, lo dimostrano anche le foto scattate sempre il 24 marzo ai parlamentari della maggioranza, ritratti dietro striscioni con le scritte "I diritti umani non hanno padrone" e "Mai più gli affari dei diritti umani" (era stato lo stesso Macri a definire "un affare sporco" la lotta per i diritti umani).

Ancora più preoccupante la situazione negli altri paesi del Sud America. Lo afferma il brasiliano Jair Krischke, presidente del Movimento de Justiça e Direitos Humanos, al quale Página/12 ha chiesto se nella regione vi siano ancora in azione elementi del Plan Côndor: "Basandomi sui fatti, la risposta che devo dare è sì. Questa gente si sta muovendo per impedire che si conosca la verità e per intimidire la giustizia. Non sto dicendo che il Plan Côndor continua a volare come negli anni Settanta, quando contava sull'apparato degli Stati terroristi di Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Paraguay, ecc. Ora hanno smesso di realizzare sequestri e omicidi in modo coordinato, ma la grande maggioranza dei suoi membri gode ancora della libertà in Cile e in Uruguay, per non parlare del Brasile, perché qui tutti sono liberi grazie all'amnistia che ci ha lasciato la dittatura e che nessun governo civile ha revocato".

E l'anno scorso Temer ha nominato responsabile del gabinetto per la Sicurezza Istituzionale il generale Sérgio Etchegoyen, dando così ai militari un preciso segnale: non devono preoccuparsi di future indagini sul passato. Etchegoyen infatti, durante il mandato di Dilma Rousseff, aveva pubblicamente attaccato la Comissão da Verdade che, pur con molti limiti, cominciava a svelare le implicazioni brasiliane del Plan Cóndor.

Jair Krischke figura nell'elenco di tredici persone minacciate di morte in Uruguay dal sedicente Comando Barneix. Il gruppo prende il nome da un generale a riposo suicidatosi due anni fa, quando stava per essere arrestato sotto l'accusa di aver torturato e assassinato nel 1974 un giovane militante di sinistra. Per ogni nuovo suicidio di militari - afferma il comunicato di questi nostalgici della dittatura - uccideremo tre persone scelte a caso dalla lista. Nel mirino del Comando vi sono personalità impegnate a vario titolo nella difesa dei diritti umani: oltre a Krischke il giurista francese Louis Joinet, la ricercatrice italiana Francesca Lessa, avvocati e magistrati uruguayani e il ministro della Difesa del governo di Montevideo, Jorge Menéndez. (11/4/2017)

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Argentina, “Pretenden borrar la memoria”

Uruguay, en deuda con la justicia

America Latina

Gli Usa rafforzano la presenza in Sud America

sotto assedio i paesi considerati ostili

Con la destra al potere nei due principali paesi sudamericani (elezione di Macri in Argentina, golpe istituzionale in Brasile) si registrano preoccupanti segnali di un ritorno al passato. In particolare assistiamo a una rinnovata presenza, militare e politica, degli Stati Uniti nella regione. Pochi mettono in dubbio il ruolo svolto da Washington nel pilotare la destituzione di Dilma Rousseff. Le compagnie petrolifere Usa da tempo miravano al controllo del cosiddetto pré-sal, i ricchi giacimenti petroliferi sottomarini il cui sfruttamento era stato riservato, dai governi Lula e Rousseff, a Petrobras. E infatti una delle prime decisioni del presidente illegittimo Temer è stata quella di aprire lo sfruttamento di tali risorse alle imprese private transnazionali. Intanto proseguono le trattative per la cessione agli Stati Uniti della base spaziale di Alcântara, nello Stato di Maranhão, tra l’opposizione delle popolazioni locali.

Analoga situazione in Argentina, dove Mauricio Macri sta consegnando il paese nelle braccia di Washington. A fine marzo è stato reso noto il progetto per l'acquisto di armamenti dagli Usa al costo di oltre due miliardi di dollari: aerei da caccia, elicotteri, blindati, lanciagranate, lanciamissili destinati alla lotta contro il terrorismo. Il governo ha cercato di negare, poi ha sostenuto che non di acquisto si trattava, ma di "donazione". Già agli inizi di quest'anno si era appreso della fornitura, da parte di Israele, di materiale navale e sofisticate attrezzature di vigilanza per 80 milioni di dollari. Va poi segnalato il patto di cooperazione militare tra l’Argentina e la National Guard dello Stato della Georgia, che consente ai militari statunitensi di prendere decisioni anche senza il consenso delle forze armate locali. La National Guard fa parte delle forze speciali del Southern Command da cui dipende anche la Quarta Flotta, che dal 2008 è tornata in attività nel "cortile di casa".

A tutto questo vanno aggiunti gli accordi militari firmati da Macri con Obama, che prevedono tra l’altro l’assistenza nella zona della Triple Frontera (dove esistono le maggiori riserve mondiali d’acqua dolce), il coordinamento di missioni in Africa, la cooperazione di forze di sicurezza e controspionaggio. Sono poi avviate le trattative per l’insediamento di due basi statunitensi in territorio argentino, una delle quali nella Terra del Fuoco. Senza contare l’atteggiamento conciliante del governo di Buenos Aires verso la Gran Bretagna, che sta ampiamente militarizzando le isole Malvinas anche con l’invio di sottomarini nucleari, nonostante il Trattato di Tlatelolco del 1969 dichiari l’America Latina e i Caraibi zona denuclearizzata.

Con le basi già esistenti in Colombia, Paraguay, Perú, Cile (Fuerte Aguayo, inaugurata nel 2012 sotto il governo Piñera), Guyana, Guyana Francese (base Nato) e quelle in fase di realizzazione Washington sta in pratica mettendo sotto assedio i paesi considerati ostili: tra questi l'Ecuador che nel 2009, su decisione del presidente Correa, ha "sfrattato" da Manta le forze Usa. Certo nel nuovo millennio la presenza militare è spesso mascherata da lotta contro il terrorismo e il narcotraffico o addirittura da aiuto umanitario, come sta avvenendo in Perù dove alla fine dello scorso anno è stata decisa l’installazione di un nuovo presidio in Amazzonia allo scopo di fronteggiare “disastri naturali”. (8/4/2017)

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04