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Caracas annuncia l'uscita dall'Oea

Il Venezuela si prepara a uscire dall'Organizzazione degli Stati Americani. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri, Delcy Rodríguez, dopo la decisione del Consiglio Permanente dell'Oea di convocare a Washington una riunione degli Stati membri per valutare la situazione interna del paese caraibico. Su richiesta di Caracas si riuniranno invece il 2 maggio in Salvador le nazioni della Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños).

L'Oea da tempo gioca un ruolo palesemente di parte nella crisi venezuelana. Il segretario generale, l'uruguayano Luis Almagro, ha più volte cercato di ottenere il consenso all'applicazione contro Caracas della cosiddetta Carta Democratica, che contempla la sospensione del paese in cui sia avvenuta una "rottura dell'ordine democratico". Senza giungere a tanto, agli inizi di aprile è stata approvata a maggioranza una dichiarazione in cui si afferma che in Venezuela è in atto "una grave alterazione incostituzionale dell'ordine democratico".

Il conflitto istituzionale si era acutizzato a fine marzo con la decisione del Tribunal Supremo de Justicia di assumere le funzioni dell'Asamblea Nacional finché questa non avesse escluso dai lavori i tre deputati la cui elezione era stata contestata per sospetti brogli elettorali (i tre sono essenziali all'opposizione per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento). Sui media interni e su quelli internazionali si era subito gridato al colpo di Stato, anche se il provvedimento era stato ben presto ritirato. La procuratrice generale Luisa Ortega Díaz aveva infatti affermato che nella sentenza si evidenziavano "diverse violazioni dell'ordine costituzionale e la negazione del modello di Stato consacrato nella nostra Costituzione", spingendo così il governo a chiedere alla Corte Suprema di rivedere la sua posizione.

Sul piano interno, per tutto il mese di aprile si sono registrate violente manifestazioni antigovernative concentrate soprattutto nella capitale, che hanno provocato una trentina di vittime. L'obiettivo è quello di destabilizzare il paese, portandolo a una situazione di ingovernabilità. Una strategia accompagnata da dichiarazioni di pesante ingerenza da parte statunitense. In un rapporto al Congresso il comandante del Southern Command, ammiraglio Kurt Tidd, ha affermato che il Venezuela attraversa un periodo di scarsità di farmaci e alimenti, incertezza politica e peggioramento della situazione economica e che la crescente crisi umanitaria potrebbe obbligare a una risposta regionale.

Anche il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, non ha risparmiato intromissioni nella politica interna del paese, esprimendo la preoccupazione di Washington perché il governo Maduro viola la Costituzione e "non permette che l'opposizione si organizzi in modo che la sua voce sia ascoltata". E una nota firmata dal portavoce del Dipartimento di Stato è giunta a minacciare le autorità venezuelane per la "repressione criminale di attività pacifiche e democratiche" e la "flagrante violazione dei diritti umani", avvertendo che saranno chiamate a "renderne conto". (26/4/2017)

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Paraguay

Proteste contro la riforma costituzionale

il presidente Cartes rinuncia a ricandidarsi nel 2018

Il presidente Horacio Cartes, del Partido Colorado, ha deciso di non ricandidarsi alle elezioni del prossimo anno. Rinuncia dunque alla battaglia per la modifica della Costituzione, che attualmente proibisce l'esercizio di più mandati anche non consecutivi. L'emendamento che consentirebbe la rielezione è fortemente osteggiato da una parte dell'opposizione, in particolare dal Plra, il Partido Liberal Radical Auténtico. E' sostenuto invece dal Frente Guazú che promuove la candidatura dell'ex presidente Fernando Lugo, destituito da un colpo di Stato istituzionale nel 2012.

Il 31 marzo, dopo l'approvazione dell'emendamento da parte del Senato, le proteste nel centro di Asunción erano state duramente represse dalle forze di sicurezza, provocando una trentina di feriti. Un gruppo di manifestanti era riuscito a penetrare nell'edificio del Congresso, appiccando un incendio. All'alba del giorno dopo la polizia aveva fatto irruzione nella sede del Plra, uccidendo il leader giovanile Rodrigo Quintana. La reazione dell'opposizione aveva spinto il capo dello Stato a licenziare il ministro dell'Interno e il comandante della Policía Nacional.

Nonostante la decisione di Cartes di non ripresentarsi nel 2018, la tensione rimane alta: il Partito Colorado ha infatti annunciato che il progetto di riforma costituzionale, passato ora alla Camera, non verrà ritirato. Ma lo scontro è tutto interno allo schieramento conservatore: i liberali infatti non propongono ricette diverse dalle politiche neoliberiste dell'attuale amministrazione. L'unico periodo che aveva visto un timido tentativo di cambiamento era stato violentemente interrotto dal golpe che aveva posto fine alla presidenza Lugo. Da allora il Paraguay è tornato ad essere il paradiso dei latifondisti e, in campo internazionale, il paese in prima fila nell'attacco ai governi progressisti della regione. (18/4/2017)

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Brasile

La lotta in difesa della previdenza

Dall’occupazione del potere fra maggio e agosto del 2016 il cosiddetto governo Temer ha promosso tre leggi antisociali principali: il blocco della spesa pubblica in salute ed educazione per vent'anni, la demolizione della previdenza e la terziarizzazione in tutti i settori. Inoltre ha emanato norme di distruzione della scuola pubblica e in politica estera azioni volte a disgregare i sistemi regionali e a indebolire il Brics. Le conseguenze sulle condizioni di vita dei cittadini sono brutali, con un'impennata della crisi. Contro questo indirizzo la mobilitazione è forte e continuativa. Le difficoltà politiche sono molte. L’illegalità galoppa a briglia sciolta, con la vendita a gruppi internazionali di parti importanti di risorse nazionali senza gare di appalto. Il sistema giudiziario si è attribuito poteri di eccezione. (T.I.)

Vescovi e parrocchie contro la riforma

Parrocchie, professori di teologia e la stessa Cnbb (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile) in coincidenza con il tempo della Quaresima e della Settimana Santa colgono l’occasione di rendere coscienti i fedeli cattolici sulla distruzione dei diritti sindacali proposta dal cosiddetto governo di Michel Temer. Secondo i sacerdoti, è compito della Chiesa promuovere il dialogo sulle nuove misure imposte ai brasiliani.

Secondo il padre gesuita e professore di teologia Elio Gasda "i fedeli devono discutere i valori umani. La Chiesa convoca i cristiani per una presa di coscienza dei messaggi legati all’Evangelo e ai messaggi di amore verso il prossimo. Quindi questo tempo della Settimana Santa è un’opportunità per i cristiani di alzare davvero la voce per coloro che soffrono, che sono traditi e crocifissi, le vittime dei sistemi o degli imperi di oggi”.

A fine marzo la Cnbb ha divulgato una nota prendendo posizione contro la riforma della previdenza, sostenendo che essa sarebbe una strada per “l’esclusione sociale”. Nel documento, l’entità convoca i cristiani a mobilitarsi. Secondo il vescovo don Leonardo Ulrich Steiner, segretario generale della Cnbb, è compito dell’organizzazione incentivare il dibattito su questi temi. “La Cnbb chiede che vi sia trasparenza sui dati, è necessario in primo luogo mostrare come funziona la previdenza. E la società deve partecipare al dibattito per aiutare a suggerire e costruire una previdenza duratura. Richiamiamo l’attenzione sulle persone che non possono esprimersi e sulle persone che saranno più colpite, che saranno sempre le più povere”. Don Leonardo sottolinea anche che la Chiesa ha dato aiuti alla riflessione e al dibattito nel paese in diversi contesti. “La Cnbb ha ricevuto molte persone e gruppi con i quali ha dialogato sul tema della riforma della previdenza, sempre cercando interlocutori e collocandosi a disposizione per il dialogo. Quindi la Chiesa ha certamente un ruolo di educazione, di formazione”.

Anche padre Gasda ha come punto di partenza principale la questione dei diritti sociali, umani e all’interno di questo campo la priorità dei poveri. I colpiti dalla riforma della previdenza sono i poveri, i lavoratori, i pensionati che semplicemente sopportano il peso di un serio problema brasiliano, il problema dell’evasione fiscale delle grandi imprese per quanto concerne il pagamento delle imposte del governo”.

Stessa posizione è difesa dai frequentatori della Parrocchia Nostra Signora del Carmo, nella regione est di San Paolo. Per Edoardo Brasileiro de Carvalho, sociologo e fedele della parrocchia, le messe del padre Paulo Sérgio Bezerra sono state essenzialmente volte alla presa di coscienza politica. “Posso dire che tutta la mia formazione umana e politica è venuta dalla Parrocchia Nostra Signora del Carmo, prima ancora di qualunque facoltà o formazione educativa. Perché essa ha sempre dato priorità alla formazione. E da questo punto di vista padre Paulo ha sempre stimolato la partecipazione giovanile per mettere in discussione il mondo che ci circonda”. La parrocchia ha tra l’altro incluso nei suoi stampati critiche alle posizioni di Temer ripetendo nelle preghiere che il governo golpista e la grande stampa hnnoa manipolato il popolo brasiliano. (12/4/2017)

Fonte: Brasil de Fato - Traduzione di Teresa Isenburg


 

"Esigere 25 anni di contributi è escludente"

di Christiane Peres

Nonostante la marcia indietro del Planalto, alcuni economisti affermano che l’essenza della riforma della previdenza rimane inalterata e danneggia la popolazione.

Sotto la pressione della piazza, Temer ha annunciato la possibilità di cambiamenti nelle regole della Proposta di Emendamento alla Costituzione (Pec) 287/16 sulla riforma della previdenza. Nonostante la marcia indietro, l’essenza della proposta rimane inalterata, con età minima a 65 anni e minimo contributivo di 25 anni. Per gli economisti invitati dalla dirigenza del PCdB (Partido Comunista do Brasil) a dibattere del tema questa settimana alla Camera dei Deputati, la regola generale è fattore escludente e impedirà che i brasiliani in futuro possano pensionarsi, qualora la misura venisse approvata.

"Vi è stata un’apparente marcia indietro, ma di fatto non è cambiato niente. La questione cruciale è l’obbligatorietà dei 65 anni e dei 25 anni di contributi. E non parlo neppure dei 49 per ricevere il tetto integrale, perché questo è un assurdo, una ironia, di fronte alle condizioni del mercato del lavoro brasiliano. Vi sono studi che mostrano che l'80% delle persone che si sono pensionate per anzianità hanno contribuito per meno di 24 anni. Quindi 25 anni per avere diritto a una pensione parziale escludono l'80% della popolazione. E questa regola viene mantenuta", mette in guardia l’economista e professore dell’Unicamp Eduardo Fagnani.

Secondo Fagnani lo scenario risulta ancora più critico dopo l’approvazione del PL 4302/98, che generalizza la terziarizzazione. Il testo è stato varato da Temer il 31 marzo, in un'edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale dell’Unione. "In media, un lavoratore contribuisce per nove mesi in un anno, in conseguenza del turn over lavorativo, dato che abbiamo un elevato livello di lavoro informale; e con la terziarizzazione, la difficoltà per contribuire alla previdenza sarà ben maggiore. La tendenza oggi senza terziarizzazione è che il lavoratore contribuisca con meno di 25 anni, con la terziarizzazione questo scenario peggiorerà. Nessuno si pensionerà", aggiunge Fagnani.

Negli ultimi vent'anni il Brasile è già passato attraverso quattro grandi riforme della previdenza, ciò che secondo Fagnani è un motivo in più per non approvare il testo inviato da Temer. "Dicono che le pensioni sono precoci. Questo non è vero ed è stato corretto con il fattore 85/95, approvato nel 2015. Non abbiamo bisogno di una riforma ampia, come se nulla fosse già accaduto. Dobbiamo correggere questioni puntuali. Ma come si può pensare a un sistema unico di previdenza in un paese così diseguale come il nostro? E' giusto che la donna lavoratrice rurale abbia le stesse regole di un funzionario del Senato Federale? E' uno scandalo dire che con questa riforma annunciata si finirà con i privilegi. Questo parte dal presupposto che nulla sia già stato fatto".

Membro della Commissione sulla riforma della previdenza, la deputata Jandira Feghali (PCdoB/RJ) ricorda le manovre del governo Temer per cercare di "ingannare" la popolazione sull’impatto della proposta. "Anche con la marcia indietro che il governo annuncia, noi non sappiamo cosa viene fuori. Ma la misura più crudele è il tempo minimo: i 25 anni di contributi e questo pare non debba cambiare. Oggi questa riforma non passa, ma il governo sta facendo manovre e può volere ingannare le persone. Questo non lo possiamo permettere".

Per l’economista dell’ Istituto di Ricerca Economica Applicata (Ipea) André Calixtre, la Pec 287 "incentiva" l’uscita delle persone dal sistema previdenziale e di sicurezza. "Il nostro sistema previdenziale dipende dal livello di solidarietà. Se le persone escono, esso crolla". Sostenendo che la riforma della previdenza viene fatta per servire il mercato, la deputata Alice Portugal (BA), leader del PCdoB alla Camera, condivide l’opinione di Calixtre che in definitiva il governo vuole abbattere la previdenza sociale. "Vogliono che le persone abbandonino la previdenza e si pensionino con modelli privati, già utilizzati in passato, ma che sono falliti. Le persone devono cercare queste informazioni. Una volta ancora questo governo vuole spingere i cittadini verso le banche per far fallire la previdenza sociale”, afferma Alice Portugal.

Questa settimana il relatore della riforma della previdenza, Arthur Oliveira Maia (PPS/BA) ha annunciato che i leader della base si sono impegnati per un voto favorevole al testo, dopo alterazioni nella proposta. Nella sua relazione Maia deve ritirare l’età in cui le persone debbono essere inquadrate nella regola di transizione della pensione – il testo originale del governo prevedeva 45 anni per le donne e 50 per gli uomini, Inoltre il relatore promette di diminuire il "pedaggio" richiesto per ricevere il versamento, il tempo cioè che il lavoratore dovrà lavorare in più per sollecitare la pensione. Il testo deve essere presentato la prossima settimana nella Commissione Speciale, ciò che dimostra la necessità di un’ampia mobilitazione, dal momento che i cambiamenti annunciati non modificano l’essenza della riforma. (12/4/2017)

Fonte: Portal Vermelho, PcdoB na Camara - Traduzione di Teresa Isenburg

Sul Brasile v. anche:

A un año del principio del golpe


 

Il 93% dei brasiliani è contro la riforma della previdenza

Il rigetto verso il governo di Michel Temer continua a crescere. Una nuova ricerca dell’istituto Vox Populi richiesta dalla Centrale Unica dei Lavoratori (Cut), realizzata fra il 6 e il 10 aprile, mostra che solo il 5% degli intervistati considera l’attività del cosiddetto presidente ottima o buona. Questa percentuale era dell’8% a dicembre dello scorso anno e del 14% in ottobre.

I dati mostrano anche che la popolarità di Temer si sta sciogliendo. Degli intervistati il 65% ha classificato l’operare di Temer cattivo o pessimo. Nel passato ottobre, in una fase migliore, il presidente era rigettato dal 34%. Il maggior rifiuto di Temer si è registrato nel Nord-Est (78%), il minore nel Centro-Ovest (57%).

Per avere una idea, nell’auge dell’impeachment (giugno-agosto 2016), con la valanga mediatica di fughe di notizie e illazioni, la Presidente costituzionale Dilma Rousseff non aveva indici così bassi. Nei sondaggi Dilma oscillava fra il 13% e il 10% in diverse analisi con valutazione di ottimo o buono. Il rilevamento indica anche un lieve peggioramento nella percezione dei brasiliani riguardo alla lotta alla corruzione. Per il 51% essa è peggiorata con Temer. In dicembre questa opinione era del 49% degli intervistati.

Distruzione della pensione e terziarizzazione

Le misure di distruzione della pensione, 65 anni di età minima e 25 anni di contributi, sono giudicate negativamente dal 3% dei brasiliani sentiti in tutti gli Stati e nel Distretto Federale. Solo il 5% è d’accordo con le misure e il 2% è indifferente. La maggior percentuale di coloro che discordano dalle misure si trova nella regione che ha più appoggiato il colpo di Stato, il Sud-est (94%), seguita dalle regioni Centro-Ovest/Nord (93%), Nord-Est (92%) e Sud (91%).

Altre misure di Temer disapprovate dalla popolazione sono il congelamento per i prossimi vent'anni delle spese pubbliche, soprattutto per la salute e l’educazione, respinte dall’83% degli intervistati. e la generalizzazione della terziarizzazione in tutti i settori dell’economia, rigettata dall’80% delle persone.

La ricerca Cut-Vox Populi è stata realizzata nel periodo 6-10 aprile, su un campione di 2000 persone di oltre 16 anni intervistate in 118 municipi di aree urbane e rurali di tutti gli Stati e del Distretto Federale, in capitali, regioni metropolitane e nell’entroterra. Il margine di errore è del 2,2%. (13/4/2017) 

Fonte: Portal Vermelho con informazioni di agenzie - Traduzione di Teresa Isenburg

America Latina

Sud America, negazionisti all'attacco

minacce e intimidazioni contro i difensori dei diritti umani

In Argentina il processo giudiziario per i crimini di lesa umanità si trova in "stato d'emergenza" per i sempre maggiori ostacoli che si frappongono ai giudizi contro gli ex repressori. Questa la denuncia emersa da un incontro di magistrati, avvocati, parlamentari e rappresentanti degli organismi in difesa dei diritti umani che si è tenuto il 10 aprile. Nel paese che più di tutti aveva progredito nel perseguire il terrorismo di Stato si registra un preoccupante arretramento.

"Il processo di memoria, verità e giustizia ha smesso di essere una politica di Stato - afferma l'avvocata Elizabeth Gómez Alcorta - L'esecutivo ha smantellato quasi tutte le strutture che affiancavano cause penali e magistrati nella ricerca di testimoni e informazioni". "Mancano i giudici e mancano gli spazi fisici per portare avanti le udienze", segnala Angeles Ramos, della Procuraduría de Crímenes contra la Humanidad. Continueranno così a godere dell'impunità non solo numerosi militari, ma anche tanti civili (banchieri, imprenditori, giornalisti) che furono complici della dittatura e da questa trassero profitto.

Mentre si moltiplicano i casi di condannati per sequestro, tortura e omicidio che ottengono il beneficio degli arresti domiciliari con il pretesto dell'età o dello stato di salute, aumentano le dichiarazioni negazioniste di esponenti del macrismo. Proprio in occasione del 41° anniversario del golpe, il 24 marzo, il responsabile della segreteria dei Diritti Umani, Claudio Avruj, ha nuovamente cercato di ridimensionare il numero dei desaparecidos. Non si tratta di una semplice polemica storica, ma di un preciso messaggio politico che mira a delegittimare il ruolo di Madres e Abuelas de Plaza de Mayo. Come scrive il sociologo Guillermo Levy, la cifra esatta non si conoscerà mai: "Sequestri notturni, silenzio, negazione e distruzione di prove. Non ci sono elenchi, non ci sono confessioni per cui tutto ciò che abbiamo è il frutto del lavoro artigianale e militante di migliaia, di fronte a poteri e silenzi molto più forti dell'energia posta in questa ricostruzione. Chiaramente 30.000 non è oggi il numero della precisione, ma di una posizione. Distruggere questo numero non significa cercare una perfezione quantitativa, ma distruggere un'eredità di lotta a volte solitaria, altre volte di gruppo, di quanti hanno via via costruito, cercato, denunciato e nominato ciò che è avvenuto: un genocidio".

Che l'attacco sia diretto a screditare Madres e Abuelas, costantemente in prima linea contro la politica repressiva del governo, lo dimostrano anche le foto scattate sempre il 24 marzo ai parlamentari della maggioranza, ritratti dietro striscioni con le scritte "I diritti umani non hanno padrone" e "Mai più gli affari dei diritti umani" (era stato lo stesso Macri a definire "un affare sporco" la lotta per i diritti umani).

Ancora più preoccupante la situazione negli altri paesi del Sud America. Lo afferma il brasiliano Jair Krischke, presidente del Movimento de Justiça e Direitos Humanos, al quale Página/12 ha chiesto se nella regione vi siano ancora in azione elementi del Plan Côndor: "Basandomi sui fatti, la risposta che devo dare è sì. Questa gente si sta muovendo per impedire che si conosca la verità e per intimidire la giustizia. Non sto dicendo che il Plan Côndor continua a volare come negli anni Settanta, quando contava sull'apparato degli Stati terroristi di Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Paraguay, ecc. Ora hanno smesso di realizzare sequestri e omicidi in modo coordinato, ma la grande maggioranza dei suoi membri gode ancora della libertà in Cile e in Uruguay, per non parlare del Brasile, perché qui tutti sono liberi grazie all'amnistia che ci ha lasciato la dittatura e che nessun governo civile ha revocato".

E l'anno scorso Temer ha nominato responsabile del gabinetto per la Sicurezza Istituzionale il generale Sérgio Etchegoyen, dando così ai militari un preciso segnale: non devono preoccuparsi di future indagini sul passato. Etchegoyen infatti, durante il mandato di Dilma Rousseff, aveva pubblicamente attaccato la Comissão da Verdade che, pur con molti limiti, cominciava a svelare le implicazioni brasiliane del Plan Cóndor.

Jair Krischke figura nell'elenco di tredici persone minacciate di morte in Uruguay dal sedicente Comando Barneix. Il gruppo prende il nome da un generale a riposo suicidatosi due anni fa, quando stava per essere arrestato sotto l'accusa di aver torturato e assassinato nel 1974 un giovane militante di sinistra. Per ogni nuovo suicidio di militari - afferma il comunicato di questi nostalgici della dittatura - uccideremo tre persone scelte a caso dalla lista. Nel mirino del Comando vi sono personalità impegnate a vario titolo nella difesa dei diritti umani: oltre a Krischke il giurista francese Louis Joinet, la ricercatrice italiana Francesca Lessa, avvocati e magistrati uruguayani e il ministro della Difesa del governo di Montevideo, Jorge Menéndez. (11/4/2017)

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Argentina, “Pretenden borrar la memoria”

Uruguay, en deuda con la justicia

America Latina

Gli Usa rafforzano la presenza in Sud America

sotto assedio i paesi considerati ostili

Con la destra al potere nei due principali paesi sudamericani (elezione di Macri in Argentina, golpe istituzionale in Brasile) si registrano preoccupanti segnali di un ritorno al passato. In particolare assistiamo a una rinnovata presenza, militare e politica, degli Stati Uniti nella regione. Pochi mettono in dubbio il ruolo svolto da Washington nel pilotare la destituzione di Dilma Rousseff. Le compagnie petrolifere Usa da tempo miravano al controllo del cosiddetto pré-sal, i ricchi giacimenti petroliferi sottomarini il cui sfruttamento era stato riservato, dai governi Lula e Rousseff, a Petrobras. E infatti una delle prime decisioni del presidente illegittimo Temer è stata quella di aprire lo sfruttamento di tali risorse alle imprese private transnazionali. Intanto proseguono le trattative per la cessione agli Stati Uniti della base spaziale di Alcântara, nello Stato di Maranhão, tra l’opposizione delle popolazioni locali.

Analoga situazione in Argentina, dove Mauricio Macri sta consegnando il paese nelle braccia di Washington. A fine marzo è stato reso noto il progetto per l'acquisto di armamenti dagli Usa al costo di oltre due miliardi di dollari: aerei da caccia, elicotteri, blindati, lanciagranate, lanciamissili destinati alla lotta contro il terrorismo. Il governo ha cercato di negare, poi ha sostenuto che non di acquisto si trattava, ma di "donazione". Già agli inizi di quest'anno si era appreso della fornitura, da parte di Israele, di materiale navale e sofisticate attrezzature di vigilanza per 80 milioni di dollari. Va poi segnalato il patto di cooperazione militare tra l’Argentina e la National Guard dello Stato della Georgia, che consente ai militari statunitensi di prendere decisioni anche senza il consenso delle forze armate locali. La National Guard fa parte delle forze speciali del Southern Command da cui dipende anche la Quarta Flotta, che dal 2008 è tornata in attività nel "cortile di casa".

A tutto questo vanno aggiunti gli accordi militari firmati da Macri con Obama, che prevedono tra l’altro l’assistenza nella zona della Triple Frontera (dove esistono le maggiori riserve mondiali d’acqua dolce), il coordinamento di missioni in Africa, la cooperazione di forze di sicurezza e controspionaggio. Sono poi avviate le trattative per l’insediamento di due basi statunitensi in territorio argentino, una delle quali nella Terra del Fuoco. Senza contare l’atteggiamento conciliante del governo di Buenos Aires verso la Gran Bretagna, che sta ampiamente militarizzando le isole Malvinas anche con l’invio di sottomarini nucleari, nonostante il Trattato di Tlatelolco del 1969 dichiari l’America Latina e i Caraibi zona denuclearizzata.

Con le basi già esistenti in Colombia, Paraguay, Perú, Cile (Fuerte Aguayo, inaugurata nel 2012 sotto il governo Piñera), Guyana, Guyana Francese (base Nato) e quelle in fase di realizzazione Washington sta in pratica mettendo sotto assedio i paesi considerati ostili: tra questi l'Ecuador che nel 2009, su decisione del presidente Correa, ha "sfrattato" da Manta le forze Usa. Certo nel nuovo millennio la presenza militare è spesso mascherata da lotta contro il terrorismo e il narcotraffico o addirittura da aiuto umanitario, come sta avvenendo in Perù dove alla fine dello scorso anno è stata decisa l’installazione di un nuovo presidio in Amazzonia allo scopo di fronteggiare “disastri naturali”. (8/4/2017)

Ecuador

Lenín Moreno è il nuovo presidente

il candidato di Alianza País sconfigge il banchiere Lasso

Lenín Moreno, candidato di Alianza País, è il nuovo presidente dell'Ecuador. Il 2 aprile ha sconfitto al secondo turno, con il 51 per cento dei consensi, le proposte neoliberiste dell'ex banchiere Guillermo Lasso, della coalizione di destra Creo-Suma. "Alla fine del mio mandato voglio poter dire che è stata sradicata la denutrizione infantile, l'estrema miseria, la corruzione e la mancanza di imprenditoria giovanile", ha dichiarato il vincitore, che ha poi ringraziato Rafael Correa "per essere stato il leader con il quale il popolo ecuadoriano ha recuperato fiducia e orgoglio nazionale".

La vittoria è stata proclamata ufficialmente dalle autorità del Consejo Nacional Electoral e la regolarità delle consultazioni è stata confermata dagli osservatori internazionali dell'Unasur, dell'Oea e dell'Unión Interamericana de Organismos Electorales. Nonostante questo, Lasso continua a non riconoscere il risultato e a denunciare presunti brogli, invitando i suoi sostenitori a scendere in piazza. Ma i suoi appelli cadono sempre più nel vuoto: dopo i primi momenti di mobilitazione, la situazione a Quito è tornata sostanzialmente tranquilla.

Vicepresidente di Rafael Correa dal 2007 al 2013, Moreno è molto noto a livello internazionale per la sua lotta a favore delle persone con handicap (lui stesso ha perso l'uso delle gambe dopo essere stato colpito dal proiettile di un malvivente): su questo tema è stato a lungo inviato speciale del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Per un soffio non aveva vinto al primo turno, il 19 febbraio. Aveva staccato Lasso di oltre dieci punti percentuali, ma non aveva raggiunto il 40% necessario per essere eletto alla massima carica, fermandosi al 39,35%. L'esito del ballottaggio non era scontato perché Lasso poteva contare sul sostegno di Cynthia Viteri del Partido Social Cristiano, giunta terza con il 16%, che aveva invitato i suoi elettori ad appoggiare la candidatura del miliardario. Quanto al socialdemocratico Paco Moncayo, quarto con il 6,7%, non aveva dato indicazioni di voto.

Gli ecuadoriani hanno comunque voluto garantire la continuità della politica di Correa, premiando le realizzazioni dell'ultimo decennio: la diminuzione della povertà e la riduzione drastica delle disuguaglianze, le decine di migliaia di anziani che godono di una pensione da cui in precedenza erano esclusi e di bambini che hanno potuto abbandonare il lavoro e incominciare ad andare a scuola, la costruzione di nuovi ospedali e nuove scuole, le opere pubbliche che hanno trasformato il paese: strade, ponti, gallerie, aeroporti.

Guillermo Lasso è stato tra i responsabili e tra i grandi beneficiati della crisi del 1999, che mise sul lastrico centinaia di migliaia di persone e portò il paese ad abbandonare la moneta nazionale per il dollaro: in quell'anno era infatti ministro dell'Economia e dell'Energia del governo Mahuad. In seguito fu ambasciatore itinerante sotto Lucio Gutiérrez, il presidente eletto con un discorso progressista e che poi portò avanti una politica di totale allineamento a Washington e venne cacciato da una rivolta popolare.

Il 19 febbraio gli elettori erano stati chiamati anche a rinnovare l'Asamblea Nacional, in cui Alianza País ha conquistato 74 seggi su 137, e a pronunciarsi in un referendum sul divieto di esercitare cariche pubbliche a chi detenga fondi nei cosiddetti paradisi fiscali. La vittoria del sì con il 54,9% dei voti segna un importante passo avanti nella lotta per una maggiore trasparenza della politica. Come ha sottolineato Alex Cobham, della ong Tax Justice Network, questo provvedimento "dà a una società un livello di protezione contro l'utilizzo di giurisdizioni segrete da parte delle élites e dei politici. E aiuta a fondare l'idea che l'uso del segreto finanziario sia una forma di corruzione che dobbiamo eliminare". Proprio l'Ecuador, presidente pro tempore del G77 più Cina (il gruppo delle Nazioni Unite che riunisce i paesi in via di sviluppo), sta attualmente promuovendo la creazione di un organismo sovranazionale per eliminare i paradisi fiscali. (4/4/2017)

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Assassinata leader comunitaria

squadroni della morte di nuovo all'opera

Gli squadroni della morte sono tornati a colpire. Il 2 marzo è stata assassinata a Medellín la giovane leader comunitaria Alicia López Guisao (nella foto). Appartenente al movimento di sinistra Congreso de los Pueblos, Alicia partecipava alla realizzazione del progetto Cumbre Agraria nel dipartimento del Chocó. Nello stesso giorno è stato ucciso Fabián Antonio Rivera, presidente di una junta comunal di Bello, città nei pressi di Medellín. E il 5 marzo sono caduti sotto il piombo dei sicari prima José Antonio Anzola e, due ore dopo, la sorella Luz Angela. Entrambi erano membri del Partido Comunista e del Sindicato de Trabajadores Agrícolas Independientes del dipartimento del Meta. Nei primi due mesi dell'anno in corso si erano già contate 25 vittime. Tra queste la dirigente comunitaria di Yarumal (dipartimento di Antioquia), Luz Herminia Olarte, e il presidente della Junta de Acción Comunal di Esmeraldas (Cauca), Faiver Cerón Gómez.

Nel frattempo l'applicazione degli accordi di pace incontra mille ostacoli. Il 18 febbraio i guerriglieri delle Farc hanno ultimato il concentramento nelle zone stabilite per la consegna delle armi e la preparazione al rientro nella vita civile. Ma in molti casi non hanno trovato sul posto le strutture destinate ad accoglierli, il cui allestimento era compito del governo. Come afferma in un'intervista a Página/12 il comandante Jesús Santrich, "noi abbiamo dimostrato la nostra volontà di pace, per esempio abbiamo tenuto fede agli impegni riunendo i nostri combattenti. Vi è però una serie di mancati adempimenti da parte governativa che potrebbero continuare a ritardare tutto. In ogni modo ricordiamo la cosa più importante: oggi non c'è uno spiegamento strategico militare. Non ci sono più azioni di guerra".

Con lentezza procede anche l'applicazione dell'amnistia nei confronti dei militanti delle Farc tuttora in carcere. "Su 400 indulti in corso (che furono sollecitati prima della Ley de Amnistía) ci sono solo 150 risoluzioni, ma in libertà non abbiamo ancora un centinaio di guerriglieri - sottolinea ancora Santrich - Così si sta mettendo a rischio la volontà della gente. E la riforma agraria integrale non è neppure cominciata". Elemento ancora più preoccupante: da più parti si denuncia l'avanzata di gruppi paramilitari nei territori un tempo occupati dalla guerriglia. Insieme all'elenco interminabile di omicidi che le autorità continuano a definire "crimini passionali" o "vendette personali", questo fa temere una riedizione del genocidio di cui furono vittime, negli anni Ottanta e Novanta, migliaia di membri dell'Unión Patriótica. (6/3/2017)

America Latina

I contraccolpi della politica di Trump

il Messico principale bersaglio della nuova amministrazione Usa

Le mosse con cui Donald Trump ha inaugurato la sua presidenza hanno sconvolto il mondo politico del continente. Il primo scossone è venuto con il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp (Trans-Pacific Partnership), accordo che gli Usa avevano sottoscritto nell'ottobre 2015 soprattutto per bilanciare l'influenza cinese nella regione. Dei dodici paesi aderenti, tre erano latinoamericani: Messico, Perú e Cile. Anche Santiago, dopo l'annuncio di Washington, ha deciso di lasciare il blocco.

Per l'America Latina l'abbandono statunitense "apre uno scenario di incertezza crescente sulla possibile sopravvivenza di istanze come l'Alianza del Pacífico", scrive Juan Manuel Karg su Página/12. Secondo il politologo, vengono così a galla i limiti del recente avvicinamento a quella stessa alleanza da parte di Argentina e Brasile: "Per Macri, che per tutto l'anno scorso ha insistito sui benefici dell'associarsi al blocco di paesi composto da Messico, Colombia, Perú e Cile, la notizia è un colpo enorme, che parla della poca competenza delle relazioni internazionali del governo in carica: si è preparato per un mondo che non esiste, mosso dall'ideologia anziché dall'esatta comprensione dei processi in corso".

Un contraccolpo negativo per l'economia di Buenos Aires è poi venuto dalla misura adottata dalla nuova amministrazione Usa contro l'importazione di limoni argentini: il provvedimento mira a proteggere i produttori statunitensi. Solo una settimana prima Macri, riferendosi al nuovo inquilino della Casa Bianca, aveva affermato fiducioso: "Non credo che le sue politiche protezionistiche ci danneggeranno".

Ma è il Messico il bersaglio principale di Donald Trump, che ha già firmato l'ordine esecutivo per la costruzione di un muro antimigranti lungo gli oltre 3.000 chilometri di frontiera (in realtà un terzo del confine è già protetto da imponenti barriere, iniziate durante il mandato di Clinton e proseguite da Bush e Obama). Di fronte alla pretesa che sia il Messico stesso a pagare le spese dello sbarramento Peña si è visto costretto, per salvare la faccia, a cancellare il viaggio a Washington fissato per fine mese.

Il previsto contatto tra i due capi di Stato si è dunque limitato a un colloquio telefonico il 27 gennaio, che secondo i comunicati ufficiali si è svolto in tono amichevole. Ben diversa la versione della giornalista Dolia Estévez, che ha avuto accesso a parte della telefonata e che ha parlato di una conversazione "molto offensiva, nel corso della quale Trump ha umiliato Peña Nieto". "Non ho bisogno dei messicani, non ho bisogno del Messico, costruiremo il muro e voi lo pagherete, che vi piaccia o no": queste le parole del presidente Usa nel resoconto di Estévez. E se i militari messicani non sono in grado di combattere il narcotraffico, ha detto ancora Trump, invierà lui stesso le truppe per portare a termine il compito: in pratica una minaccia di invasione. Di fronte al violento e inaspettato attacco pare che Peña sia riuscito solo a balbettare frasi banali sul desiderio di rapporti costruttivi con il potente vicino.

La rivelazione del vero tenore della telefonata ha fatto precipitare ancora di più il tasso di popolarità di Peña Nieto, già ai minimi storici. Al presidente viene rimproverata la mancata difesa della dignità nazionale, un'accusa che rischia di porre in serie difficoltà il Pri alle prossime elezioni presidenziali del 2018. E nel paese ha sempre più successo la campagna che invita a comperare prodotti Hechos en México, come risposta al protezionismo del nord.

In realtà quello dell'amministrazione Trump è un cambiamento di tono solo formale, scrive Carlos Herrera de la Fuente su Aristegui Noticias: "Gli Stati Uniti non sono mai stati benevoli con il Messico. Hanno sempre usato e abusato della loro superiorità economica, politica e militare sul nostro paese. Il fatto che negli ultimi decenni abbiano utilizzato un linguaggio più amichevole per riferirsi alle questioni bilaterali non ha mai significato che la loro politica reale verso il Messico sia stata autenticamente amichevole. Nonostante ciò che ancora si azzardano a dire i vergognosi difensori del Tlc, questo è stato e continua a essere uno strumento commerciale degli Usa per distruggere la nostra economia e sottometterla, integrandola, alla loro logica imperialista. Per il resto la cosiddetta amicizia (parola che tanto amavano usare i Clinton e i Bush) non è stata neppure ragione sufficiente per fermare le massicce deportazioni di immigrati, la costruzione effettiva del muro, la violazione costante della nostra sovranità nazionale attraverso l'illegale cooperazione poliziesca e militare e l'imposizione di una tragica guerra contro il narcotraffico che ha provocato al paese centinaia di migliaia di morti".

La nuova politica di Washington è stata al centro del V Vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha invitato ad "assumere una chiara posizione in difesa degli immigrati non solo dell'America Latina e dei Caraibi": la soluzione al problema dell'immigrazione non sono muri o frontiere, ciò che serve "è la solidarietà, è l'umanità e la creazione di condizioni di benessere e di pace per tutti gli abitanti del pianeta". All'incontro, che si è svolto il 24 e 25 gennaio, non hanno partecipato l'argentino Macri e il golpista brasiliano Temer. Al termine dei lavori la presidenza temporanea del blocco è passata dalla Repubblica Dominicana al Salvador.

Anche il segretario generale dell'Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha criticato l'iniziativa di Trump: "Esprimo la mia opposizione alla decisione provocatoria adottata dal nuovo presidente degli Stati Uniti di imporre al popolo messicano l'obbligo umiliante di pagare l'ancor più umiliante muro che si pretende di costruire, per separare fisicamente gli Stati Uniti e il Canada dal Messico e dall'America Latina". (5/2/2017)

Sull'argomento v. anche:

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Messico

In piazza contro il gasolinazo

l'aumento dei combustibili scatena la rivolta

Non si arresta in Messico la protesta contro il gasolinazo, l'aumento del prezzo dei combustibili scattato il primo gennaio. Il provvedimento è stato giustificato dal presidente Peña Nieto con la necessità di mantenere la stabilità economica e con le conseguenze dell'incremento dei prezzi internazionali (nonostante le ricchezze petrolifere del Messico, benzina e diesel vengono in gran parte importati). Tali spiegazioni non sono servite a calmare l'indignazione popolare: tutti i giorni si registrano manifestazioni, occupazioni di stazioni di servizio e di caselli autostradali, cortei e blocchi dei trasporti. Incidenti e scontri con la polizia hanno provocato sei morti e migliaia di arresti.

La stampa ha dato grande risalto al saccheggio di negozi e supermercati, ma secondo padre Alejandro Solalinde, il fondatore del ricovero per migranti Hermanos en el Camino, queste azioni sono generalmente orchestrate dal governo, che mira così a criminalizzare il movimento sociale. "E' chiaro che la gente ha bisogno, ma altre persone saccheggiano in modo molto pianificato e strategico: si vede lo stesso modus operandi", afferma Solalinde in un'intervista apparsa su La Jornada dell'8 gennaio.

L'ultimo aumento è stato solo il detonatore di un ben più profondo malcontento, legato alla grave crisi economica del paese. Nei quattro anni dell'attuale amministrazione il costo della benzina è cresciuto del 48% e il peso ha subito una svalutazione di oltre l'80% rispetto al dollaro. "C'è fame. Ora qualsiasi pretesto è buono per una rivolta sociale. Anche se il presidente Enrique Peña Nieto facesse marcia indietro con il gasolinazo, sarebbe troppo tardi - spiega Solalinde - La società è estremamente disperata di fronte a una classe politica tanto corrotta, tanto insensibile e tanto cieca da non riuscire a calcolare la dimensione di una sollevazione sociale".

Il rialzo di benzina e diesel, il più pesante degli ultimi anni, fa parte di una politica di liberalizzazione dei prezzi legata alla riforma energetica, varata proprio da Peña alla fine del 2013, che ha aperto agli investimenti privati nel settore. Con questa riforma - aveva promesso allora il capo dello Stato - Pemex e Cfe (la Comisión Federal de Electricidad) "si rafforzano e si modernizzano, saranno imprese produttive dello Stato, efficienti, con la capacità e la flessibilità necessarie ad adempiere alla loro funzione a beneficio di tutta la società messicana". Il presidente aveva aggiunto che il cambiamento avrebbe avuto riflessi positivi sul portafoglio della popolazione, abbassando i costi di luce e gas. E' successo esattamente il contrario.

Nonostante la repressione e gli arresti, le mobilitazioni continuano. Domenica 22 gennaio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in 22 Stati, dalla Baja California al Chiapas, ripetendo ovunque lo stesso slogan: Fuera Peña. Come aveva previsto Padre Solalinde, "questo movimento sociale è diverso dai precedenti; non credo che si estinguerà tanto facilmente, non credo che la gente ceda alla campagna di paura e di terrore che questo malgoverno tenta di imporre. La gente non ne può più". (23/1/2017)

Sul Messico v. anche:

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El gasolinazo: la punta del iceberg de la privatización petrolera

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Processo Condor

Otto ergastoli dai giudici di Roma

Otto condanne al carcere a vita, 19 assoluzioni e sei proscioglimenti per morte degli imputati. Questa la sentenza pronunciata il 17 gennaio dalla Terza Corte d’Assise di Roma al lungo Processo Condor per la scomparsa di 23 cittadini italiani, sequestrati in diversi paesi dell’America Latina tra il 1973 e il 1978. Le richieste dell'accusa erano di 27 ergastoli e una sola assoluzione.

Le opinioni sulla sentenza non sono univoche. "Per Jorge Ithurburu, infaticabile presidente dell'Associazione 24 marzo - scrive Geraldina Colotti su il manifesto - si è trattato di un risultato altamente positivo nel suo complesso, che per la prima volta ha evidenziato l'articolazione della rete criminale nelle sue responsabilità e diramazioni". Positivo anche il parere dell’Associazione Progetto Diritti, di cui fanno parte gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli, legali di molte parti civili: la sentenza costituisce "un passaggio di grande rilevanza sul piano del giudizio storico e delle responsabilità giuridiche". Ma secondo i familiari delle vittime "non è stata fatta giustizia". Giudizio condiviso dal linguista e attivista politico statunitense Noam Chomsky, per il quale la decisione dei giudici romani "non è una risposta sufficiente rispetto all'enormità dei reati commessi". In particolare Chomsky sottolinea una lacuna fondamentale, il fatto che non sia stato menzionato il ruolo degli Stati Uniti nella costruzione di questa rete terroristica di Stato.

La pena dell'ergastolo è stata comminata ai cileni Hernán Jerónimo Ramírez e Rafael Ahumada Valderrama, all'uruguayano Juan Carlos Blanco, ai boliviani Luis García Meza e Luis Arce Gómez, ai peruviani Francisco Morales Bermúdez, Pedro Richter Prada e Germán Ruiz Figueroa. Tutti gli imputati sono stati però giudicati in contumacia: assolto l'unico presente in aula, l'ex membro dei servizi segreti uruguayani e ora cittadino italiano Jorge Néstor Troccoli. (19/1/2017)

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

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