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da "il manifesto": Tomás Borge, contraddittorio e imprescindibile

Colombia

Dalle Farc un passo verso la pace

Come "gesto umanitario" e senza contropartita sono stati liberati il 2 aprile gli ultimi dieci soldati e agenti di polizia ancora in mano alle Farc. Il rilascio, più volte annunciato e poi rinviato a causa degli scontri in atto nella zona prescelta, è avvenuto infine in un villaggio nei pressi del fiume Guaviare. Ad accogliere gli ex prigionieri la commissione composta dai rappresentanti di Colombianas y Colombianos por la Paz, del governo brasiliano e della Croce Rossa Internazionale. Parlando con i giornalisti l'ex senatrice Piedad Córdoba, che era accompagnata dalla guatemalteca Rigoberta Menchú, ha definito le liberazioni "un atto di pace delle Farc". Al rilascio si è aggiunta infatti l'assicurazione, da parte della dirigenza della guerriglia, che la pratica del sequestro verrà abbandonata. Una posizione che non va intesa come un segno di debolezza, sostiene su La Jornada del primo aprile il giornalista Jorge Enrique Botero: "La decisione presa dal nuovo capo delle Farc, Timochenko, più che una conseguenza dei colpi subiti negli ultimi anni dalla guerriglia, con la successiva morte dei suoi massimi capi, Tirofijo, Raúl Reyes, Iván Márquez, Mono Jojoy, Alfonso Cano, è il prodotto di un cambiamento generazionale, cambiamento di mentalità di un gruppo armato che mantiene una grande capacità di fuoco e d'azione". segue

Nella foto: la manifestazione del 23 aprile nella capitale.

Honduras

La resistenza non si arrende

"L'impunità è molto forte. Stanno eliminando giornalisti, avvocati, maestri, stanno disarticolando i movimenti sociali e i sindacati con il terrore e la persecuzione. I giovani vengono perseguitati. E mai come ora ci sono tante donne assassinate". Così Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh (Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras), intervistata in marzo dal quotidiano argentino Página/12, descrive la drammatica situazione del suo paese. Una situazione non certo migliorata dopo il formale riconoscimento del governo Lobo da parte della comunità internazionale: "A partire dal ritorno dello Stato in seno all'Oea si sono sentite legittimate tutte le strutture di terrore esistenti. Rappresentano un potere consolidato. L'Honduras vive uno stato d'emergenza in materia di diritti umani uguale o peggiore a quello degli anni Ottanta". Bertha Oliva sa bene di che cosa sta parlando: suo marito, Tomás Nativí, è desaparecido dal 1981. Era un insegnante impegnato nelle lotte sociali, che aveva contribuito alla nascita dell'Unión Revolucionaria del Pueblo. segue

Nella foto: Xiomara Castro parla al termine del corteo del Primo Maggio a Tegucigalpa.

La visita di Benedetto XVI

Alla "riconquista" dell'America Latina

L'America Latina è da tempo al centro delle preoccupazioni del Vaticano. L'avanzare delle sette evangeliche, le lotte della società civile per la legalizzazione dell'aborto e per i matrimoni gay, il continuo emergere di casi di abusi sessuali perpetrati da membri del clero stanno erodendo il tradizionale consenso in una delle regioni del mondo più importanti per la Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con la loro battaglia contro la Teologia della Liberazione, hanno chiuso gli occhi di fronte alla miseria e all'ingiustizia, scegliendo invece il dialogo con il potere. Non si può dimenticare l'incontro nel 1987 del papa polacco con il dittatore Pinochet, con cui conversò amabilmente all'arrivo in Cile e a fianco del quale si affacciò al balcone de La Moneda per salutare la folla, a cui mandò le felicitazioni per le sue nozze d'oro e per il quale si adoperò nel 1999 contro la richiesta di estradizione avanzata dal giudice Garzón. In quell'occasione Giovanni Paolo II addusse "motivi umanitari": motivi che aveva dimenticato quando le Madres de Plaza de Mayo gli avevano chiesto aiuto per i figli massacrati da un altro dittatore, l'argentino Videla (anche a favore di quest'ultimo Wojtyla intervenne, appoggiando la decisione di Menem di concedere l'indulto a lui e agli altri membri della giunta militare). segue

Nella foto: l'incontro tra Fidel Castro e papa Ratzinger.

Cile

La regione di Aysén in lotta

La regione di Aysén, nella Patagonia cilena, è il simbolo dell'isolamento. Ma da qualche tempo è diventata anche il simbolo della mobilitazione contro la centralizzazione del potere. Dal 13 febbraio la comunità è scesa in lotta, con occupazione di edifici pubblici e blocchi stradali, per protestare contro l'alto costo della vita e l'abbandono in cui è stata lasciata dal governo. Tra le richieste, sussidi per la piccola e media impresa, riduzione del prezzo dei combustibili, investimenti nella costruzione di infrastrutture. Il Movimiento Social por la Región de Aysén, che raggruppa una trentina di organizzazioni, può contare sull'appoggio di Marisol Martínez, sindaco di Puerto Aysén. Ma da parte ufficiale la risposta è stata l'invio di agenti antisommossa, che hanno fatto ampio uso di lacrimogeni e proiettili di gomma. segue

Nella foto: una manifestazione nella regione di Aysén. Sul Cile vi segnaliamo l'articolo di Raúl Zibechi La rivoluzione dei pinguini e quello di Diana Di Francesca Valech2, "sommersi" e "salvati"?

Uruguay

Le responsabilità dello Stato

"Lo Stato uruguayano riconosce la sua responsabilità istituzionale per la sparizione forzata di María Claudia García Iruretagoyena de Gelman". Questa la frase letta il 21 marzo dal presidente Mujica nel Palacio Legislativo di Montevideo, alla presenza del poeta argentino Juan Gelman e della nipote Macarena. All'atto pubblico hanno assistito anche i comandanti in capo delle tre armi e l'ex presidente Tabaré Vázquez. Assenti invece i predecessori Julio María Sanguinetti, Luis Alberto Lacalle e Jorge Batlle. Quest'ultimo, pochi giorni prima, aveva affermato polemicamente che a chiedere perdono dovrebbero essere i tupamaros: "Se non ci fosse stata la guerriglia, non ci sarebbe stata la dittatura militare". segue

Nella foto: il presidente Mujica (a destra) durante l'atto pubblico del 21 marzo.

Messico

Ucciso leader ambientalista

Bernardo Vásquez Sánchez, della Coordinadora de Pueblos Unidos del Valle de Ocotlán, era un punto di riferimento nella battaglia contro la devastazione ambientale provocata dall'impresa Mina Cuzcatlán, filiale della canadese Fortuna Silver Mines, a San José del Progreso (Stato di Oaxaca). Il 15 marzo Bernardo Vásquez è stato assassinato da un commando armato, probabilmente al soldo della compagnia mineraria. Il leader ecologista era stato più volte minacciato per la sua coraggiosa opposizione all'attività estrattiva, che sfruttando le risorse idriche locali sta mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa della comunità. Nella zona la tensione è altissima: già in gennaio era stato ucciso un altro attivista, Bernardo Méndez Vásquez. segue

Nella foto: Bernardo Vásquez Sánchez, l'ambientalista ucciso. Sull'argomento vi segnaliamo l'articolo di Francesca Caprini Ecokiller a Oaxaca, su il manifesto del 17 marzo.

Messico

Joe Biden passa in rassegna i candidati

Gli Stati Uniti vogliono esercitare un controllo diretto sul processo politico messicano. Questa la conclusione che molti commentatori hanno tratto dalle riunioni del 5 marzo tra il vicepresidente Usa, Joe Biden, e i tre principali candidati presidenziali. A Città del Messico Biden era stato preceduto, nella seconda metà di gennaio, dal nuovo direttore della Cia generale Petraeus e dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e in febbraio dalla segretaria per la Sicurezza Interna, Janet Napolitano. "In due mesi scarsi Obama ha già chiarito il ruolo del Messico nell'orbita della sicurezza nazionale di Washington: la sottomissione - scrive Carlos Ramírez il 6 marzo su Debate - E l'incontro di Biden con i precandidati presidenziali messicani è avvenuto sui tre temi principali dell'agenda statunitense: sicurezza nazionale, terrorismo e narcotraffico, senza toccare naturalmente il tema di interesse messicano dell'emigrazione e la promessa non mantenuta di Obama di una riforma migratoria". segue

Nella foto: la candidata del Pan, Josefina Vázquez Mota.

El Salvador

Dalle urne una sconfitta per il Fmln

Arena (Alianza Republicana Nacionalista, destra) torna ad essere il primo partito con 33 deputati, mentre il Fmln retrocede a 31 (quattro in meno rispetto alle elezioni del 2009). Al terzo posto Gana (Gran Alianza por la Unidad Nacional, nata da una scissione di Arena) con undici parlamentari, seguita da Cn (Concertación Nacional, ex Partido de Conciliación Nacional) con sei. Un seggio ciascuno ottengono il Pes (Partido de la Esperanza, ex Democrazia Cristiana), Cambio Democrático e la coalizione Pes/Cn. Il risultato del voto di domenica 11 marzo costituisce per il Fmln un segnale allarmante in vista delle presidenziali del 2014. Alla sconfitta delle legislative si aggiunge la batosta delle amministrative: a San Salvador il sindaco uscente, Norman Quijano di Arena, vince con ampio margine nonostante gli sforzi del suo avversario Jorge Schafik Handal (figlio del defunto leader comunista). E il Frente perde bastioni storici nella zona metropolitana della capitale: Mejicanos, Soyapango, Ilopango, Apopa, San Martín, Tonacatepeque, Ayutuxtepeque, Santo Tomás. La classe media e gli strati popolari urbani, che ne avevano decretato la vittoria tre anni fa, ora gli hanno voltato le spalle, in parte disertando le urne, in parte riversando i loro suffragi su altri partiti, come Gana. Quest'ultima formazione infatti non ha eroso consensi ad Arena, ma ha pescato voti da Cn, Pes e Fmln. segue

Sull'argomento v. l'articolo di Roberto Pineda: Las lecciones del 11 de marzo de 2012 e l'articolo di Gianni Beretta su il manifesto del 15 marzo.

Brasile

I militari contro Dilma Rousseff

"Il tema della memoria, della verità e della giustizia è stato appena sfiorato in Brasile negli ultimi 27 anni, da quando i civili sono ritornati al potere. I responsabili dei crimini di lesa umanità continuano a rimanere impuniti". E, aggiunge Eric Nepomuceno su Página/12 del 5 marzo, "pieni di superbia nella loro sacrosanta impunità". Non solo i militari mostrano la loro insofferenza di fronte all'istituzione della Comissão da Verdade. Ma sono giunti a chiedere pubblicamente alla presidente di riprendere le ministre Maria do Rosário Cunha ed Eleonora Menicucci (quest'ultima ex guerrigliera ed ex compagna di cella della stessa Rousseff), "colpevoli" di aver criticato il regime dittatoriale che resse il paese dal 1964 al 1985. Protagonisti dell'atto di insubordinazione (che ha suscitato la pronta reazione della presidente) decine di alti ufficiali non più in servizio attivo. E un altro ex generale, Luiz Rocha, ha messo in dubbio il fatto che Dilma Rousseff sia stata torturata durante la sua prigionia negli anni Settanta. Tutte prese di posizione che testimoniano lo stato d'animo di alcuni settori delle forze armate. segue

Venezuela

Nuovo intervento chirurgico per Chávez

Un'altra grande sfida attende Hugo Chávez che il 24 febbraio, salutato da migliaia di sostenitori, è partito alla volta di Cuba per essere sottoposto a intervento chirurgico. La scoperta di quello che potrebbe essere un nuovo tumore maligno giunge in un momento delicato della vita del paese, dove è iniziata la campagna elettorale per il voto del 7 ottobre. Chávez aveva già subito l'anno scorso due operazioni, seguite da una serie di sedute di chemioterapia. Il nuovo problema di salute del capo dello Stato getta un' ombra sulle elezioni di ottobre e sulla continuità dello stesso processo di cambiamento. "Che nessuno si allarmi e io direi che nessuno si rallegri perché, indipendentemente dal mio destino finale, questa rivoluzione ha ormai preso impulso e niente e nessuno potrà fermarla", ha dichiarato Chávez. Ma ha dovuto più tardi ammettere che, se si trattasse di un tumore maligno, "sarà necessaria di sicuro un'altra fase di chemioterapia e questo, naturalmente, mi limiterebbe". segue

Nella foto: Hugo Chávez con la figlia Rosa durante un concerto in suo onore a Caracas. Sul Venezuela vi segnaliamo l'articolo di Maurizio Matteuzzi su il manifesto del 12 febbraio.

Honduras

Incendio nel penitenziario: 360 morti

Una notizia più di tutte rende lo strazio di chi ha perso un familiare nel gigantesco rogo del 14 febbraio nella prigione di Comayagua: dopo aver atteso per sei giorni un corpo su cui piangere, i parenti - in gran parte donne - hanno fatto irruzione nell'obitorio della capitale, nel disperato tentativo di recuperare i cadaveri dei loro congiunti. Prima di essere allontanati dagli agenti con i gas lacrimogeni, sono riusciti ad aprire alcune borse di plastica allineate sul pavimento e contenenti i resti carbonizzati ancora senza nome. Delle 360 vittime (353 decedute subito, altre sette dopo il ricovero in ospedale) solo poche decine sono state finora identificate. Per quanto riguarda lo scoppio dell'incendio, gli esperti sostengono che fu "accidentale". Ma la tragedia ha messo in luce la tremenda situazione di sovraffollamento delle carceri honduregne: nel centro penale di Comayagua, costruito per ospitare 250 detenuti, ne erano stipati più di 850. Da quanto emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti e dalle immagini di un video amatoriale, le guardie non aprirono le celle per permettere ai prigionieri di salvarsi e anzi fecero fuoco contro chi cercava di sfuggire alle fiamme. segue

Nella foto: l'attesa dei parenti delle vittime. Sull'Honduras vi segnaliamo l'articolo di Annalisa Melandri Riflettori accesi sul Bajo Aguán

Argentina

Tensione con Londra per le Malvinas

In una lettera al presidente dell'Assemblea Generale dell'Onu, Nassir Abdulaziz Al-Nasser, il governo di Cristina Fernández ha ribadito la volontà di trovare una soluzione pacifica alla controversia con Londra sulla sovranità delle isole Malvinas/Falkland. Il tema è tornato d'attualità in questi ultimi tempi, nel trentennale del conflitto anglo-argentino (scoppiato il 2 aprile 1982), in seguito a una serie di iniziative britanniche che hanno preoccupato le autorità di Buenos Aires: l'invio della nave da guerra HMS Dauntless, armata di missili per la difesa antiaerea; l'arrivo sulle isole del principe William per ricevervi addestramento militare; l'installazione di una nuova piattaforma petrolifera che parteciperà ai lavori di prospezione iniziati già due anni fa (e che avevano portato a una crisi diplomatica tra i due paesi). Il greggio presente nelle acque dell'arcipelago è più che sufficiente a giustificare l'interesse inglese. Ma non si tratta solo di petrolio. La "Fortezza Malvinas", a poche centinaia di chilometri dalla costa argentina, "è diventata una delle cinque principali enclave militari straniere dell'emisfero occidentale e funziona in collegamento con la rete mondiale di basi di controllo e spionaggio che la Nato possiede sul pianeta", scrive Rina Bertaccini su Alai, América Latina en Movimiento del 14 febbraio. E non va dimenticato che dal 2008 la Quarta Flotta statunitense è tornata a pattugliare, dopo 58 anni, le acque latinoamericane. segue

Nella foto il monumento alle isole Malvinas a Ushuaia, nella Patagonia argentina.

Cuba

La Conferenza Nazionale del Pcc

Come era stato deciso l'anno scorso dal Sesto Congresso, si è svolta il 28 e 29 gennaio all'Avana la Prima Conferenza Nazionale del Partido Comunista. Tra gli obiettivi delineati nella risoluzione finale, "la difesa dei valori della nostra società e l'unità nazionale intorno al partito e alla Rivoluzione, incentivando la partecipazione attiva del popolo nell'adozione delle decisioni e il rafforzamento della nostra democrazia socialista", una maggiore promozione "di donne, neri, meticci e giovani a responsabilità di direzione", la lotta "alla corruzione, all'illegalità e all'indisciplina". Sul tema della corruzione è tornato Raúl Castro nel suo discorso conclusivo, definendola "uno dei principali nemici della Rivoluzione, molto più dannosa del multimilionario programma sovversivo e interventista del governo Usa e dei suoi alleati interni ed esterni". Secondo voci non ufficiali, sono circa trecento i funzionari pubblici e i dirigenti d'impresa nazionali e stranieri già arrestati nell'ambito delle indagini per malversazione. segue

Vi segnaliamo che il 31 gennaio il manifesto ha dedicato un'intera pagina a Cuba.

Colombia

Chi c'è dietro l'ondata di attentati?

E' stata una delle peggiori ondate di attentati degli ultimi anni: agli inizi di febbraio lo scoppio di una serie di ordigni, in diverse località dei dipartimenti di Nariño, Cauca e Tolima, ha provocato 18 morti e un centinaio di feriti. Non si esclude che i responsabili vadano ricercati tra i gruppi di narcos attivi nella regione, ma il presidente Santos ha subito incolpato i guerriglieri delle Farc, invitandoli a "non essere ipocriti, a non parlare di pace da una parte e commettere atti terroristici dall'altra". Netta la risposta degli insorti che, in una dichiarazione pubblica riportata dall'agenzia Anncol, respingono l'accusa come "assolutamente falsa" e sottolineano: "Niente di più lontano dalle nostre convinzioni che le azioni indiscriminate contro la popolazione civile. I nostri unici obiettivi militari sono le forze armate dello Stato colombiano e le bande criminali al loro servizio". segue

Nella foto: scena di devastazione dopo l'attentato a Tumaco, nel dipartimento di Nariño.

Ecuador

I cinque anni di Rafael Correa

Ha lasciato Quito la missione dell'Onu incaricata di indagare gli avvenimenti del 30 settembre 2010, quando la rivolta di alcuni reparti di polizia sfociò nel sequestro del capo dello Stato e in scontri che provocarono morti e feriti. Dopo una serie di incontri con autorità civili e militari, esponenti politici e rappresentanti della società civile, in un comunicato emesso il 20 gennaio i delegati delle Nazioni Unite hanno espresso le loro conclusioni: si trattò di "un tentativo di destabilizzazione politica e una minaccia all'ordine costituzionale e democratico". L'inchiesta era stata sollecitata dal governo ecuadoriano per confutare le posizioni dell'opposizione, che ha sempre negato l'ipotesi di un fallito colpo di Stato. La polemica ha avuto eco anche negli Stati Uniti, dove The Washington Post, nel suo editoriale del 12 gennaio, ha definito il presidente Correa "un autocratico accolito di Hugo Chávez", che "dovrebbe essere noto per il più completo e spietato assalto alla libertà dei media in corso nell'emisfero occidentale". segue

Nella foto: il presidente Rafael Correa.

Guatemala

Ríos Montt sarà processato per genocidio

Come previsto, uno dei primi provvedimenti adottati dal governo di Otto Pérez Molina è stato quello di affidare all'esercito la lotta contro il crimine organizzato. Il nuovo presidente ricalca così le scelte adottate dal messicano Calderón (con il catastrofico risultato di un aumento esponenziale della violenza). Del resto l'ex generale aveva centrato la sua campagna elettorale sulla promessa di mano dura contro il narcotraffico, che del Guatemala ha fatto uno degli snodi principali nella rotta dalla Colombia al grande mercato statunitense. La cerimonia di insediamento di Pérez Molina, il 14 gennaio, alla presenza di decine di delegazioni internazionali, si è svolta in un clima di tensione: il giorno prima, nel centro della capitale, il deputato Oscar Valentín Leal, del partito di destra Libertad Democrática Renovada, e il fratello Erick erano caduti sotto i colpi di ignoti killer. segue

Nella foto: il luogo dell'attentato al deputato Leal.

El Salvador

"A nome dello Stato chiedo perdono per El Mozote"

"Per quel massacro, per le aberranti violazioni dei diritti umani e per gli abusi perpetrati, a nome dello Stato salvadoregno chiedo perdono alle famiglie delle vittime". Con queste parole il presidente Funes si è rivolto alle centinaia di persone raccolte nel villaggio di El Mozote, dove nel dicembre del 1981 soldati del battaglione Atlacatl (corpo d'élite addestrato dagli Stati Uniti) assassinarono un migliaio di civili, molti dei quali bambini. Funes ha voluto citare anche i nomi dei responsabili della strage, come risultano dal rapporto della Comisión de la Verdad: il tenente colonnello Domingo Monterrosa, il maggiore José Armando Azmitia, il maggiore Natividad de Jesús Cáceres. segue

Nella foto: il presidente Funes commosso durante il suo discorso a El Mozote.

Messico

Morire di fame nella Sierra Tarahumara

Già a fine novembre era stato lanciato l'allarme: a causa della prolungata siccità, le riserve di cibo delle comunità della Sierra Tarahumara (Stato di Chihuahua) stavano esaurendosi. "Molta gente non ha da mangiare; poiché non ha piovuto non è cresciuto il mais e neppure i fagioli; da mesi abbiamo dovuto uccidere le capre perché non c'era erba per alimentarle; gli asini e le mule stanno morendo e ancora non è arrivato l'inverno": questa la denuncia di una rappresentante della popolazione, che aveva bussato a diverse istituzioni statali e federali senza ottenere risposta. Ora si apprende che quattro persone (sei secondo altre versioni) sono morte d'inedia e si è diffusa la voce - poi smentita - che altre decine si sarebbero suicidate per la fame. Ma, come scrive Víctor Quintana su La Jornada del 17 gennaio, "nella Tarahumara la fame non è una notizia, è un fatto cronico, strutturale". Le etnie di questa regione "furono spinte dalla conquista spagnola prima, dall'avidità di bianchi e meticci poi, verso le zone più alte e inospitali di quel territorio: pendici, cime e gole sassose. Questo le condannò a praticare un'agricoltura non sufficiente alla sussistenza, che li mantiene in uno stato di denutrizione permanente". segue

Nella foto: indigeni della Sierra Tarahumara. Sul Messico vi segnaliamo l'articolo di Ips Un'oasi millenaria a rischio di scomparsa

America Latina

Nuovo viaggio di Ahmadinejad

"Le nostre relazioni con i paesi dell'America Latina sono molto buone e continuano a svilupparsi; la cultura dei popoli di quella regione e le loro esigenze storiche sono simili alle richieste del popolo iraniano". Lo ha detto Ahmadinejad prima di lasciare Teheran per un nuovo giro nella regione. Accanto alle ragioni economiche (gli scambi commerciali sono in crescita, soprattutto con l'Ecuador), la motivazione politica: la ricerca di appoggi nel pieno del conflitto diplomatico con gli Stati Uniti. Da questo punto di vista il risultato per il presidente iraniano non può dirsi entusiasmante, anche se non gli è mancato il sostegno dei tradizionali alleati. Non a caso da questo viaggio era assente il Brasile, dove Dilma Rousseff - a differenza del suo predecessore Lula, che nel 2010 aveva svolto opera di mediazione sulla questione del nucleare - sembra orientata a prendere le distanze dalla Repubblica Islamica. segue

Nella foto: Ahmadinejad al suo arrivo a Managua. Sull'argomento vi segnaliamo l'articolo de il manifesto del 10 gennaio.

Colombia

Santos dice no al dialogo

L'anno è iniziato con un comunicato del nuovo leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko (nella foto), che aveva sostituito in novembre Alfonso Cano (ucciso in un'offensiva delle forze armate). Dichiarandosi disposto a sedersi al tavolo del negoziato, Timochenko pone sul tappeto le questioni da discutere: "le privatizzazioni, la deregulation, la libertà assoluta di commercio e di investimento, il saccheggio ambientale, la democrazia di mercato, la dottrina militare" e conclude sottolineando che il conflitto in corso "non avrà soluzione finché le nostre voci non saranno ascoltate". segue

archivio 2012

Latinoamerica-online.it  anno XII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04

elquetzal@latinoamerica-online.it