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Il Venezuela sospeso dal Mercosur

un attacco all'integrazione regionale

Mancato adeguamento alle norme del Mercosur: con questo pretesto Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno deciso, agli inizi di dicembre, la sospensione della República Bolivariana de Venezuela dal blocco regionale. E' la fase finale di un attacco al governo Maduro da parte dei tre regimi di destra della regione, attacco al quale l'esecutivo di Montevideo si è accodato. In precedenza gli stessi paesi avevano impedito al Venezuela di assumere la presidenza semestrale del mercato comune, contraddicendo la regola che prevede una rotazione per ordine alfabetico (nel primo semestre del 2016 la presidenza era stata esercitata dall'Uruguay).

Ancora più grave quanto accaduto a metà dicembre a Buenos Aires, dove era previsto un incontro dei ministri degli Esteri del Mercosur. La rappresentante venezuelana, Delcy Rodríguez, ha tentato di partecipare alla riunione, ma l'accesso le è stato proibito dalle forze di sicurezza, che l'hanno anche colpita al braccio. Quando finalmente Rodríguez ha potuto entrare nella sala predisposta per l'incontro, ha scoperto che in tutta fretta questo era stato spostato in altra sede.

E' chiaro che la politica del capo di Stato argentino Macri e del golpista brasiliano Temer è agli antipodi rispetto all'integrazione regionale perseguita dai governi progressisti di Kirchner-Fernández e Lula-Rousseff. Ricevendo a Buenos Aires la presidente cilena Michelle Bachelet, Macri ha caldeggiato maggiori relazioni commerciali tra Mercosur e Alianza del Pacífico (l'alleanza sponsorizzata da Washington di cui il Cile fa parte): un incontro tra i ministri dei due blocchi è previsto per il primo trimestre del 2017.

Nel paese la situazione resta tesa dopo il congelamento del dialogo tra governo e opposizione, che era iniziato a fine ottobre sotto gli auspici di papa Francesco e dell'Unasur. Qualche giorno prima del previsto incontro del 6 dicembre, i rappresentanti della Mud, la Mesa de la Unidad Democrática, hanno annunciato l'abbandono del tavolo delle trattative: riprenderanno i colloqui solo se il presidente Maduro accetterà una soluzione elettorale della crisi (referendum revocatorio o consultazioni anticipate) e se verranno liberati quelli che considerano prigionieri politici. Il fallimento del dialogo ha riacceso il conflitto di poteri tra l'esecutivo e l'Asamblea Nacional, dominata dall'opposizione. Quest'ultima responsabilizza il presidente Maduro per la crisi economica che il paese sta vivendo e, accusandolo di "abbandono della carica", vorrebbe arrivare alla sua destituzione (l'impeachment però non è previsto dalla Costituzione venezuelana). Dal canto suo il Tribunal Supremo de Justicia ha dichiarato nulle le decisioni dell'Asamblea, perché dall'aula parlamentare non sono stati esclusi tre deputati la cui elezione era stata sospesa per denunce di brogli. (16/12/2016)

Sul Venezuela v. anche:

Ramonet Le dieci vittorie di Nicolás Maduro

Steinsleger Golpistas y golpeadores en el Mercosur

Guerra Cabrera El chavismo, dueño de la calle

Colombia

La cartina mostra la massiccia presenza militare statunitense in Colombia. In particolare i sette Comandi per le Operazioni Congiunte tra l'esercito colombiano e quello Usa sono ubicati alla frontiera con il Venezuela, dove hanno sede anche quattro delle cinque basi operative della Cia (i dati sono di quattro anni fa, nel frattempo la presenza nordamericana nel paese è cresciuta). Inoltre in dicembre il presidente Santos ha annunciato l'avvio di trattative per un patto di cooperazione militare con la Nato, in vista della fase successiva alla fine del conflitto con le Farc.

Una pace tra mille insidie

e intanto torna la violenza nelle campagne

Questa volta la cerimonia della firma ha avuto un tono minore. Dopo la doccia fredda della bocciatura nel referendum del 2 ottobre, la Colombia prova nuovamente a uscire dall'incubo del conflitto più lungo della sua storia. Il 24 novembre il presidente Santos e il leader delle Farc Timochenko hanno sottoscritto, nel Teatro Colón della capitale, la nuova versione degli accordi di pace. Il testo accoglie in parte le proposte di modifica presentate dal fronte del No, cercando di sottrarre terreno alla campagna di menzogne che aveva suscitato diffidenze e paura nella popolazione.

Il precedente accordo delineava, per il periodo di transizione, un sistema di giustizia che avrebbe giudicato i crimini commessi durante il conflitto comminando pene alternative al carcere: non venivano però chiariti i termini entro i quali presentare le relative denunce. Questi termini vengono ora stabiliti in dieci anni (prorogabili fino a quindici). Si precisa inoltre che i giudici incaricati di portare avanti i procedimenti dovranno essere di nazionalità colombiana. Nell'ambito del progetto di legge su amnistia e indulto, che il governo dovrà presentare al Congresso, per militari e agenti di polizia è previsto un trattamento differenziato. Per quanto riguarda il reato di narcotraffico potrà essere amnistiato - è stato precisato - solo se non ne sarà derivato un arricchimento personale. Le Farc hanno inoltre accettato di presentare una lista di tutti i loro combattenti e di stilare un inventario dei loro beni, che serviranno a indennizzare le vittime. L'unico punto su cui non sono stati effettuati cambiamenti riguarda la possibilità per gli ex guerriglieri di partecipare alla vita politica: la richiesta della destra di impedire agli insorti l'accesso alle cariche pubbliche è stata respinta con forza.

Gli accordi sono stati ratificati a grande maggioranza dai due rami del Congresso, evitando così un nuovo referendum dall'esito incerto. La strada per la fine del conflitto, comunque, è ancora lunga: le unità delle Farc dovranno concentrarsi in determinate zone rurali per un periodo di sei mesi, fino al completamento del processo di disarmo. E a gettare ombre sinistre sulla pace si è registrata a metà novembre una violazione del cessate il fuoco in cui, in circostanze poco chiare, sono rimasti uccisi due guerriglieri.

Ma soprattutto novembre ha visto una recrudescenza degli attacchi a leader sociali e difensori dei diritti umani. Tra le ultime vittime: Jhon Rodríguez e José Velasco, caduti in due diversi agguati nel Cauca; Erley Monroy, trovato agonizzante in una strada nel dipartimento di Caquetá; Didier Losada, ucciso nella sua casa nel Meta; Rodrigo Cabrera, raggiunto dalle pallottole di due sconosciuti nel dipartimento di Nariño; Froidan Cortés, colpito a morte nella sua abitazione nella Valle del Cauca; Marcelina Canacué, assassinata nei pressi della sua casa. Tutti erano militanti di Marcha Patriótica, il movimento di sinistra impegnato a promuovere la pace e a far conoscere, nei villaggi e nelle aree rurali, i termini dell'intesa tra guerriglia e governo. Uno dei punti nodali degli accordi riguarda proprio il diritto dei piccoli contadini a recuperare le terre da cui furono cacciati, durante la guerra civile, ad opera di gruppi paramilitari al soldo dei latifondisti. Nelle campagne, dunque, si gioca il futuro del paese.

Nel corso di un incontro con la stampa estera a Bogotá, Timochenko ha affermato che in Colombia è in atto uno scontro tra le forze a favore della pace e i guerrafondai. E' probabile che molti membri della guerriglia vengano assassinati una volta abbandonate le armi: "Molti di noi rimarranno sul cammino", ha detto il dirigente delle Farc. "La pace è un processo lungo. E' un progetto a lunga scadenza. Consolidare la pace dopo più di cinquant'anni di scontro non si otterrà in qualche mese o in qualche anno. Noi pensiamo che il prossimo governo, il prossimo presidente debba garantire la continuità di questo processo". Per tale motivo - ha assicurato - il partito politico che nascerà dagli insorti appoggerà nel 2018 un candidato presidenziale che unifichi quanti lottano per la fine del conflitto. (1/12/2016)

Sulla Colombia v. anche:

Mondragón Quieren "gazificar" la paz

Amerika21.de "La paz no se logra simplemente con la firma de un acuerdo"

Vásquez Guzmán El envión de Cuba en la paz colombiana

Brasile

Ancora massacri in carcere

tra le cause anche la privatizzazione delle prigioni

Domenica 1° gennaio 2017 una ribellione nel Complesso penitenziario Anísio Jobim (Compaj) a Manaus ha lasciato sul terreno 56 detenuti senza vita; venerdì 6 gennaio 2017 altri 33 detenuti sono stati uccisi in disordini nel Penitenziario agricolo di Boa Vista. Si dichiara che le uccisioni sono conseguenza di scontri fra bande.

di Julinho Bittencourt

Con il massacro nella notte di venerdì 6 gennaio 2017 nel Penitenziario agricolo di Monte Cristo (Pamc), nella zona rurale di Boa Vista (Roraima), in cui sono morti 33 detenuti, salgono a oltre 400 le morti in carcere avvenute sotto l‘amministrazione Temer. Solo da ottobre, quando vi è stato il primo massacro nel Penitenziario Monte Cristo con 25 detenuti uccisi, sono 118 i morti in massacri nelle carceri in Brasile. In pratica l’amministrazione di Michel Temer, nella sua inazione, produce un massacro di Carandiru ogni quattro mesi. Quello accaduto a San Paolo nell’ottobre 1992 è considerato il maggior genocidio di detenuti del paese di tutti i tempi e uno dei maggiori del mondo (111 morti per intervento della polizia. Probabilmente molti di più).

E' sempre bene ricordare che all’epoca Michel Temer (attuale presidente illegittimo) assunse la Segreteria della Sicurezza dello Stato di San Paolo al posto di Pedro Franco de Campos. Insediandosi Temer annunciò come reazione al massacro (compiuto dalla polizia dello Stato di San Paolo) che avrebbe raccomandato riposo e meditazione ai poliziotti coinvolti. Il caso, che sarebbe tragico se non fosse comico, si ripete come tragedia. Il piano di sicurezza d’emergenza proposto da Temer non solo era già previsto in bilancio, ma non risolve neppure lo 0.4% della mancanza di posti nelle prigioni. Il disastro mette in scacco anche la febbre per la privatizzazione nelle prigioni federali. Una della prime frasi di Temer, dopo un lungo silenzio di tre giorni dopo il massacro di Manaus, è stata per incolpare l’impresa contrattata, ironicamente chiama Umanizzare: "Il presidio era terziarizzato e privatizzato, quindi non vi è responsabilità oggettiva, chiara e definita degli agenti statali". La stessa cantilena è stata ripetuta dal suo ministro della giustizia Alexandre de Moraes: "La responsabilità sarà appurata dal gruppo di lavoro che sta svolgendo l’indagine. Il presidio è terziarizzato. Non è un PPP (parceria/impresa pubblico privato). E' una terziarizzazione di servizi. Evidentemente, è ovvio, vi è stato un errore dell’impresa. Non è possibile che entrino armi bianche, coltelli, pezzi di metallo, armi da fuoco incluso schioppi", ha dichiarato il ministro.

Privatizzazioni delle prigioni, come in diversi altri settori vitali dell’amministrazione pubblica, sono applauditi, propagandati e promossi da Temer, dai suoi alleati e soprattutto dal PSDB (Partito della Social Democrazia del Brasile), partito il cui furore per vendere o affittare responsabilità pubbliche si confonde con i suoi stessi colori e le sue bandiere. Essi, comunque, giusti o sbagliati, non presuppongono l’esenzione di colpa dello Stato, al contrario. Temer, il suo ministro della giustizia, come tutta la falange di alleati sono, eccome, responsabili per ciascuna morte nelle carceri brasiliane, come pure per quelle che avvengono in ospedali e servizi pubblici amministrati da organizzazioni sociali. In fin dei conti ciò che abbiamo oggi sono errori primari e un pesante gioco di scarica barile: il primo incolpato è stato il governo dello Stato di Amazonas che, secondo il ministro Alexandre de Moraes, sapeva di un grande piano di fuga e non ha avvisato nessuno. Questi e molti altri errori grossolani, omissioni e progetti "da far vedere agli inglesi"* sono costati centinaia di cadaveri accatastati, famiglie disperate e assenza di controllo del crimine organizzato. Temer, il vice (ex presidente) decorativo, cospiratore e inattivo, forse finirà sconfitto da chi meno se lo aspettava, cioè il Primo Comando della Capitale (PCC) e il Comando Vermelho (Rosso). (6/1/2017)

Fonte: Revista Fórum (traduzione di Teresa Isenburg)

*espressione che si riferisce al camuffamento delle navi negriere per ingannare le pattuglie inglesi che controllavano l’Atlantico dopo la firma del Bill Aberdeen del 1833, che vietava il traffico da parte dell’Impero brasiliano.

 


 

Lobbisti del massacro di Manaus

di Leandro Fortes

La Umanizzare esa responsabile per la prigione privata nella quale è avvenuto il recente massacro di detenuti (56 uccisi il 1° gennaio 2017) a Manaus ha un lobbista di servizio nel Congresso Nazionale: il deputato Silas Câmara, del PSD (Partito Social Democratico) di Amazonas. Nel 2014 la Umanizzare ha donato 200.000 reais (circa 50.000 euro) per la campagna a deputato federale di Silas. Esponente della cosiddetta "bancata da bala"* (gruppo della pallottola), Silas è stato uno dei 43 parlamentari nella Commissione di Costituzione e Giustizia della Camera dei Deputati responsabile per l’approvazione dell’ammissibilità della Pec (Proposta di emendamento costituzionale) 171/1993, che prevede la riduzione della maggiore età penale a 16 anni. Cioè il nobile deputato lavora per garantire carne fresca per i presidi privati della Umanizzare, in totale sei in Amazonas e due in Tocantins.

Sempre nel 2014 la sposa di Silas, la vescova dell’Assemblea di Dio Antônia Lúcia Câmara (PSC-Acre), candidata a deputata federale, ricevette 400.000 reais da Umanizzare. Nello stesso anno la figlia della coppia Gabriela Ramos Câmara (PTC-Partito Laburista Cristiano, Acre), allora candidata a deputata statale, ricevette 150.000 reais. Quindi per la sola famiglia Câmara la Umanizzare ha investito niente meno che 750.000 reais! Dettaglio: l’anno scorso il Supremo Tribunale Federale ha condannato Silas Câmara a otto anni di prigione per uso di documento falso e falsità ideologica. Non è in prigione solo perché il crimine è andato prescritto prima della condanna.

La vescova Antônia Lucia, moglie di Silas, eletta deputata federale nel 2010 è stata cassata nel 2011, sempre per falsità ideologica, creazione di fondi neri e scambio di voti in Acre. Lei è dello stesso partito di Marco Feliciano e Jair Messias Bolsonaro. Questo è il livello dei politici che sono dietro agli interessi milionari degli affari delle carceri private in Brasile. E sono tutti con le mani sporche di sangue, impuniti, almeno fino ad ora.

PS: La Umanizzare riceve circa R$ 5.700 al mese per detenuto di Compaj, il regime di sicurezza di Manaus, che aveva tre volte più detenuti rispetto alla capienza. L’impresa dice che non era responsabile per la vigilanza o la sicurezza, cioè a lei interessava avere il carcere sovraffollato per motivi finanziari. Il contratto è stato sottoscritto per 27 anni, ma può essere esteso fino a 35! Ma e il personale dello Stato, teoricamente responsabile per la sicurezza? Ah, sì, rappresentanti dello Stato nel complesso penitenziario fanno affari riscuotendo "facilitazioni" di tutti i tipi. Secondo agenti penitenziari, per esempio, per l’accesso a palestre, ad arredi migliori, a servizi sessuali e armi.

Fonte: Vi o Mundo (traduzione di Teresa Isenburg)

*nel Parlamento brasiliano esistono raggruppamenti trasversali non istituzionali, ma espliciti che si coordinano per determinati progetti legislativi: in particolare la "bancada da bala" spinge per politiche repressive come l’abbassamento della maggiore età penale o l’impunità delle forze dell’ordine; la "bancada da bola" cura gli interessi nazionali e internazionali del calcio; la "bancada da Biblia" cura gli interessi antistorici di settori neopentecostali come unioni civili, negazione della legalizzazione dell’aborto (anche in caso di stupro!), limitazione delle adozioni per singoli o coppie di fatto, ecc. Potentissima la "bancada ruralista" che copre gli interessi dell’agrobusiness).

Sul Brasile v. anche:

Nepomuceno 2017, el año de la vergüenza y la indignación

Boff Il colpo di Stato parlamentare come assalto al bene comune

Cuba

La scomparsa di Fidel Castro

l'ex presidente si è spento la sera del 25 novembre

"Con profondo dolore vengo a informare il nostro popolo e gli amici della nostra America e del mondo che oggi, 25 novembre 2016, alle ore 22.29 è morto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz". Con queste parole il fratello Raúl ha annunciato la tragica notizia. "Per tutti noi verrà il nostro turno - aveva detto lo stesso Fidel in aprile, intervenendo al VII Congresso del partito - Ma rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che sul nostro pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno, e dobbiamo lottare senza tregua per ottenerli".

La figura del leader scomparso è strettamente legata alla storia della sua isola, che da parco di divertimento per ricchi e mafiosi nordamericani, come era sotto la dittatura di Batista, divenne simbolo di dignità e di sovranità. Sanità, educazione e pensioni garantite a tutti, sconfitta dell'analfabetismo, un grande sviluppo culturale in ogni campo, la creazione di un polo scientifico d'avanguardia nelle biotecnologie: questi alcuni dei progressi compiuti sotto la guida di Fidel. "Ma il suo lascito principale - afferma lo storico Francisco López Segrera - è aver dotato il popolo di valori come la generosità, la solidarietà e l'audacia e averlo fatto sentire degno e orgoglioso di essere cubano". E questi valori di solidarietà e generosità hanno contrassegnato la presenza dei medici cubani nei paesi più poveri e nelle zone più disagiate. Basti ricordare, tra gli esempi più recenti, le missioni ad Haiti e tra le popolazioni africane colpite dal virus Ebola.

L'importanza dell'opera di Fidel Castro va però al di là dei ristretti confini della sua isola. Come scrive Atilio Boron: "Cuba diede un appoggio decisivo al consolidamento della rivoluzione in Algeria, sconfiggendo il colonialismo francese nel suo ultimo bastione; Cuba fu a fianco del Vietnam fin dal primo momento e la sua cooperazione risultò di enorme valore per quel popolo sottoposto al genocidio nordamericano; Cuba fu sempre a fianco dei palestinesi e non ebbe mai dubbi su quale fosse il lato giusto nel conflitto arabo-israeliano; Cuba fu decisiva, secondo Nelson Mandela, per ridefinire la mappa sociopolitica del sud del continente africano e farla finita con l'apartheid. Paesi come il Brasile, il Messico, l'Argentina, con economie, territori e popolazioni più grandi, non riuscirono mai a esercitare una tale forza d'attrazione nelle questioni mondiali. Ma Cuba aveva Fidel..."

La sua scomparsa avviene in un momento particolarmente delicato della storia dell'isola, impegnata in una transizione dagli esiti incerti. Sul piano internazionale, l'Avana ha ottenuto il 26 ottobre un innegabile successo: nella votazione alle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna all'embargo, per la prima volta gli Stati Uniti (e il loro fedele alleato Israele) si sono astenuti. La risoluzione è stata dunque approvata con 191 voti a favore e nessun contrario. Nonostante questo il blocco non è stato tolto, mentre Guantanamo rimane in mano statunitense. E l'elezione di Trump alla Casa Bianca non fa certo sperare: i suoi collaboratori hanno già precisato che, senza ulteriori concessioni da parte cubana, non verrà mantenuta la politica di apertura iniziata dall'attuale amministrazione. Una politica, del resto, che Fidel aveva sempre guardato con sospetto. Nel marzo scorso, in occasione della visita di Obama, aveva risposto con fierezza all'invito del presidente Usa a dimenticare il passato (un passato di attentati e attacchi mercenari fomentati da Washington). I cubani - aveva scritto - non avrebbero rinunciato alle conquiste della Rivoluzione e non avrebbero avuto bisogno dei regali dell'impero: "Siamo in grado di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui necessitiamo con lo sforzo e l'intelligenza del nostro popolo". (30/11/2016)

Latinoamerica-online.it si unisce al lutto del popolo cubano per la morte del grande rivoluzionario. V. il ricordo di Stella Calloni Fidel Castro Ruz, los inmoribles e l'articolo La doble moral de Occidente

Argentina/Fabbriche autogestite

Imprese recuperate contro il tarifazo

a rischio migliaia di posti di lavoro

Secondo i dati del rilevamento 2016, le imprese salvate dalla chiusura e recuperate dai lavoratori sono 367 (con quasi 16.000 occupati): 43 in più rispetto a tre anni fa. "Questo panorama di crescita risponde ancora alla dinamica del periodo kirchnerista anteriore", afferma però l'antropologo sociale Andrés Ruggeri in un'intervista a Notas. Le scelte economiche del governo Macri, con la svalutazione (e la conseguente impennata dei prezzi di materie prime e macchinari), l'apertura alle importazioni e soprattutto l'enorme aumento delle tariffe di gas ed energia elettrica, stanno avendo effetti devastanti su cooperative e fabbriche autogestite. Che si trovano anche a dover fronteggiare una diminuzione delle vendite causata dal crollo dei consumi interni.

Spiega ancora Ruggeri: "Noi abbiamo sempre avuto una visione critica sulla politica statale verso le imprese recuperate durante il kirchnerismo che, pur esistendo e presentando tutta una serie di programmi e di sussidi, a volte importanti, non aveva un'unità, non pensava al settore autogestito come a un settore economico. Ma c'era un interlocutore statale per i momenti di difficoltà. Ora questo interlocutore è scomparso". Mentre lo Stato si defila, segnali negativi provengono dalle amministrazioni locali, che respingono le richieste di espropriazione a favore delle imprese recuperate (lo aveva già fatto Macri quando era a capo del governo di Buenos Aires). Al nuovo clima politico si è subito adeguata la magistratura, con l'aumento di cause penali contro le occupazioni di impianti e ripetute minacce di sgombero. E investitori senza scrupoli approfittano delle difficoltà di queste imprese offrendosi di acquistarle, per poi liquidarle e realizzare affari immobiliari: le loro offerte generano conflitti tra i lavoratori, tra quanti vorrebbero accettare per poter contare subito su un po' di denaro e quanti intendono invece mandare avanti la produzione.

Siamo di fronte al tentativo di cancellare questa importante esperienza, che ha salvato migliaia di posti di lavoro ed è servita da modello a tanti altri paesi. E' stato in particolare nell'ultimo decennio del secolo scorso e all'inizio del nuovo millennio che si è registrato il maggior numero di empresas recuperadas da parte dei dipendenti. Industrie metalmeccaniche, alimentari, chimiche, grafiche, ma anche imprese del commercio, della ristorazione, del trasporto hanno così evitato la chiusura dopo il fallimento e l'abbandono dei proprietari. Alcuni casi sono diventati emblematici: l'azienda tessile Bruckman, più volte sgomberata e più volte rioccupata dalle lavoratrici. La Cerámica Zanón, nella provincia patagonica di Neuquén, che ha saputo raccogliere intorno a sé la solidarietà della popolazione. La fabbrica di alluminio Impa, trasformata in importante spazio artistico e culturale. L'Hotel Bauen, albergo di lusso della capitale, ancora al centro di una disputa legale per il pieno riconoscimento del diritto all'autogestione.

Proprio presso il Bauen si è costituita il 6 giugno la Multisectorial, rete di fabbriche autogestite, circoli di quartiere, centri culturali, associazioni di consumatori, organizzazioni e partiti politici, con l'obiettivo di articolare una resistenza collettiva al tarifazo. Cortei e mobilitazioni hanno portato la protesta davanti al Ministero dell'Energia e a quello del Lavoro; contro gli aumenti sono stati presentati innumerevoli ricorsi in tutto il paese. Il governo ha finora respinto tutte le richieste di una tariffa sociale a favore di cooperative e imprese recuperate, ma la battaglia è solo all'inizio e, a differenza degli anni Novanta, i lavoratori appaiono oggi più uniti e più consapevoli della loro forza. (9/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Argentina/Diritti umani

La battaglia per la memoria

Madres e Abuelas nell'epoca di Macri

Una provocazione. Così Estela Barnes de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, ha definito il comunicato della segreteria governativa dei Diritti Umani che abbassa il numero dei desaparecidos da 30.000 a poco più di 7.000. E' l'ultimo episodio del tentativo in atto, da parte ufficiale, di ridimensionare la barbarie del terrorismo di Stato. Non a caso Macri aveva esordito mettendo a capo di quella segreteria Claudio Avruj, un uomo dell'estrema destra. "Vogliono farci apparire bugiarde, mitomani. Hanno avuto il coraggio di dire che i nostri figli sono vivi all'estero e si stanno godendo quarant'anni di assenza, quando gli stessi assassini hanno ammesso che erano 45.000 tra morti e scomparsi", ha dichiarato Estela.

L'obiettivo è quello di gettare discredito sulle organizzazioni per i diritti umani e sulla battaglia contro l'impunità, che Madres e Abuelas hanno condotto per decenni e continuano a condurre. Ormai anziane, non smettono di chiedere giustizia per i loro figli e di cercare i nipoti sottratti negli anni della dittatura (sono già 121 i giovani a cui è stata restituita l'identità: l'ultimo ritrovamento è stato annunciato agli inizi di ottobre). Nei loro appuntamenti del giovedì pomeriggio a Plaza de Mayo, che hanno ormai superato quota duemila, queste donne coraggiose lottano anche contro le storture del presente, denunciano la crescita della disoccupazione e la repressione poliziesca, accusano il governo Macri di aumentare la miseria e approfondire le disuguaglianze.

Ma soprattutto alimentano la memoria, senza la quale un paese è destinato a ripercorrere gli orrori del passato. Si deve a loro se l'Argentina è riuscita a portare davanti a un tribunale decine di assassini e torturatori, mandanti e carnefici. La battaglia per la verità ha conosciuto una svolta decisiva nel 2003 con il governo di Néstor Kirchner. Lo ricorda la stessa Estela nel prologo al libro Guardianas de la memoria colectiva, la raccolta di racconti e testimonianze presentata il 3 ottobre nei locali della ex Esma: "I dodici anni che seguirono furono una fase di riparazione in materia di diritti umani: rimuovere i quadri dei genocidi dal Colegio Militar; chiedere perdono a nome dello Stato nazionale 'per aver taciuto, in vent'anni di democrazia, tante atrocità'; annullare le leggi di Obediencia Debida e Punto Final; riaprire le cause davanti alla Giustizia; istituire il 22 ottobre come Giornata Nazionale per il Diritto all'Identità in omaggio alla nostra lotta; dichiarare festivo il 24 marzo come Giornata Nazionale della Memoria; convertire i luoghi di tortura e di morte della dittatura in siti della memoria; includere nei programmi scolastici il tema dei desaparecidos e dei nipoti rubati come bottino di guerra, e l'elenco potrebbe continuare. Non furono solo riparazioni simboliche. Fu un decennio nel quale la nostra consegna storica di Memoria, Verità e Giustizia fu trasformata in politica di Stato".

Oggi questa fase potrebbe conoscere una battuta d'arresto. Del resto tra i primi a gioire dell'elezione di Macri a presidente erano stati proprio i repressori sotto processo, sicuri che quella vittoria avrebbe significato un passo indietro nella politica dei diritti umani. E in effetti molti procedimenti cominciano a incontrare ostacoli e da più parti si torna a chiedere la concessione dei domiciliari per i condannati in età avanzata. Soprattutto rischia di bloccarsi l'individuazione dei responsabili civili: giudici, giornalisti, sacerdoti, banchieri e imprenditori che coprirono il lavoro sporco delle forze armate e ne sfruttarono i vantaggi. Perché una cosa è certa: non fu solo un golpe militare. La partecipazione di una fetta importante della società civile permise lo sterminio di una generazione, mentre il mondo chiudeva gli occhi su sequestri e omicidi per seguire le partite dei Mondiali di calcio. (8/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Sull'argomento v. i video Las Abuelas de Plaza de Mayo e Argentina 2016, ESMA

Reportage dall'Argentina/1

Verso un nuovo 2001?

in aumento povertà e disoccupazione

Migliaia di lavoratori, studenti, militanti di organizzazioni sociali hanno riempito il 4 novembre il centro di Buenos Aires, dando vita a quella che è stata chiamata Marcha de la dignidad contro la fame e i licenziamenti. Cortei analoghi si sono svolti in altre città. La giornata di mobilitazione era stata convocata dalle due centrali sindacali, la Cta (Central de Trabajadores de la Argentina) diretta da Hugo Yasky e la Cta Autónoma guidata da Pablo Micheli. Manifestazioni, presidi, blocchi stradali sono del resto quotidiani in Argentina. E' la risposta alla politica economica del presidente Macri, che ricalca le misure neoliberiste degli anni Novanta responsabili della drammatica crisi del 2001.

Le cifre parlano chiaro: nei primi dieci mesi di governo Macri i poveri sono aumentati di quasi due milioni di unità (un risultato davvero notevole per chi in campagna elettorale aveva promesso "povertà zero"). Sono anche le conseguenze del cosiddetto tarifazo: l'aumento spropositato delle tariffe di acqua, luce, gas, trasporti che, oltre a pesare sui bilanci familiari, sta provocando la chiusura di decine di piccole e medie aziende. E l'apertura alle importazioni sta gettando sul lastrico gli agricoltori: è ormai scena comune la distribuzione gratuita nelle piazze di frutta e verdura da parte di piccoli produttori schiacciati dalla concorrenza estera.

Vi sono poi i dati allarmanti sulla disoccupazione, che con il nuovo governo ha raggiunto livelli da due cifre. Lo stesso presidente aveva inaugurato il suo mandato con un'ondata di licenziamenti nell'amministrazione statale, una vera e propria epurazione di militanti e simpatizzanti dell'opposizione. Al settore pubblico ha fatto seguito il privato, con decine di migliaia di esuberi a causa della recessione in atto. In totale, solo quest'anno, oltre 180.000 persone hanno perso il lavoro. Nel frattempo l'inflazione, che il governo aveva promesso di controllare, continua a erodere pensioni e salari (il tasso annuo giunge quasi al 40%). E Cambiemos, l'alleanza che ha portato Macri alla presidenza, è l'unico raggruppamento che in Congresso si è rifiutato di discutere un progetto di Ley de Emergencia Social volto a mitigare l'impatto della crisi. Intanto in tutto il paese stanno tornando - come nel 2001 - le ollas populares, con cui si cerca di garantire un pasto a tante famiglie bisognose.

Il panorama sindacale non è però omogeneo. Se le due Cta hanno raggiunto un'unità nella lotta, la Cgt (Confederación General del Trabajo) è in mano a una dirigenza disposta ad accordarsi con Macri e ad accontentarsi di pochi spiccioli: è bastata la promessa di un assegno di fine anno (duemila pesos, neanche 120 euro), concordato con governo e imprenditori, per rinunciare al previsto sciopero nazionale. Questa posizione sta creando spaccature all'interno della stessa Cgt: diverse categorie erano già scese in piazza il 2 settembre, accanto agli altri lavoratori, nella grande Marcha Federal che aveva riunito decine di migliaia di persone a Plaza de Mayo.

Mentre la miseria cresce, transnazionali e speculatori festeggiano. Fin dai suoi primi atti il nuovo presidente ha infatti dimostrato quali sarebbero state le sue linee guida: non più la difesa dell'industria e delle risorse nazionali, ma l'apertura incondizionata ai capitali esteri, anche a costo di accordarsi con i fondi avvoltoi. Accettare le loro imposizioni, che Cristina Fernández aveva respinto con fermezza, costituisce una resa destinata a pesare non solo sull'Argentina, sommersa nuovamente dai debiti (l'emissione di titoli del Tesoro nell'anno in corso supera i 45.000 milioni di dollari), ma su tanti altri paesi del sud del mondo. Secondo il rapporto della commissione di esperti del Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, guidata dallo svizzero Jean Ziegler, l'accordo rappresenta "un passo indietro nel processo volto a stabilire un meccanismo internazionale per ristrutturare i debiti sovrani". Sul piano interno, incrementare il peso del debito "può a lungo termine indebolire lo Stato nell'adempimento dei suoi obblighi in materia di diritti economici e sociali e al tempo stesso rafforzare la disuguaglianza e l'instabilità finanziaria". (4/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

Reportage dall'Argentina/2

Costruire un fronte unitario

delle forze contrarie al neoliberismo

L'unità delle forze contrarie al neoliberismo resta fondamentale per far fronte all'offensiva restauratrice. E la formazione di un grande frente unitario è la parola d'ordine lanciata da Cristina Fernández, l'unica figura che sembra attualmente in grado di porsi alla guida dell'opposizione. Proprio per questo contro di lei sono in atto manovre giudiziarie che mirano a screditarla e, se possibile, a incriminarla (il copione è lo stesso usato in Brasile contro Lula). Si passa dai tentativi di ripescare il caso Nisman, il magistrato morto suicida dopo aver lanciato contro Cristina pesanti accuse (con prove giudicate inconsistenti da altri magistrati), alla denuncia di presunte irregolarità nell'assegnazione di appalti per opere pubbliche durante il suo mandato.

Mentre attaccano con tutti i mezzi la ex presidente, i media passano sotto silenzio gli scandali legati al nome di Macri, dai conti offshore agli appalti miliardari concessi al cugino Angelo Calcaterra. Non è sorprendente: quasi tutti i mezzi di comunicazione di massa, in particolare il Grupo Clarín che controlla, oltre al quotidiano, decine di emittenti radiofoniche, canali televisivi, ecc., sono stabilmente in mano alla destra fin dai tempi della dittatura, da cui hanno tratto cospicui benefici. Proprio le pressioni del Grupo Clarín hanno ottenuto che con uno dei suoi primi decreti Macri modificasse in modo sostanziale la Ley de Medios, che poneva un argine alle concentrazioni  editoriali.

Incarcerare Cristina Fernández sulla base di accuse pretestuose appare comunque difficile, per la grande popolarità di cui gode la ex presidente. Dal gennaio scorso è invece in prigione senza alcuna prova Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione Tupac Amaru che nella provincia di Jujuy aveva realizzato importanti opere comunitarie. La sua scarcerazione è stata sollecitata da numerose personalità, tra cui il Premio Nobel per la Pace Pérez Esquivel, e da organismi internazionali quali il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria. Finora però il governatore di Jujuy, Gerardo Morales (Cambiemos), ha respinto in modo arrogante la richiesta. La necessità di controllare ogni opposizione deriva dal fatto che questa provincia nordoccidentale, tra le più povere del paese, ha un'importanza strategica per il suo confine con la Bolivia e gli Stati Uniti, attraverso la Dea, già collaborano con le forze di polizia locali.

Il riavvicinamento agli Usa è il caposaldo della politica estera macrista, che abbandona l'integrazione regionale perseguita dalle amministrazioni di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. E per compiacere Washington attacca il Venezuela e stringe forti relazioni con il Brasile golpista di Michel Temer. Per non parlare della condiscendenza mostrata nei confronti di Londra in merito alla contestata sovranità sulle isole Malvinas. In una dichiarazione congiunta firmata a metà settembre, al termine dell'incontro tra la ministra degli Esteri argentina Susana Malcorra e il ministro inglese Alan Duncan, si manifesta l'intenzione di rimuovere gli ostacoli che limitano lo sviluppo economico dell'arcipelago: in pratica Buenos Aires si dice pronta a consentire la prospezione di idrocarburi nelle acque contese (una decisione che viola le risoluzioni dell'Onu in materia). In ottobre questo atteggiamento conciliante si è scontrato con la decisione britannica di realizzare esercitazioni militari nella sua base delle Malvinas: di fronte alle reazioni indignate di tutta l'opposizione e di parte della sua coalizione, il governo Macri si è visto costretto a inviare a Londra una nota di protesta. Sfruttamento delle ricchezze petrolifere e mantenimento di un controllo militare nella zona sono i motivi che spiegano l'interesse della Gran Bretagna verso quel lontano territorio e l'appoggio degli Stati Uniti alla posizione inglese. (4/11/2016)  Foto di Tullio Quaianni

America Latina

"Fermare l'offensiva restauratrice"

a colloquio con Stella Calloni

Giornalista, scrittrice e poetessa, l'argentina Stella Calloni è nota in tutta l'America Latina. Per il suo pluridecennale impegno nell'informazione militante ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Latinoamericano de Periodismo José Martí. Tra le sue opere ricordiamo Operación Cóndor. Pacto criminal (in italiano Operazione Condor. Un patto criminale, Zambon ed.), Evo en la mira, Recolonización o independencia (con Víctor Ego Ducrot). Nel 2014 è uscita la sua biografia, Stella Calloni íntima. Una cronista de la historia, scritta da Héctor Bernardo e Julio Ferrer e con la prefazione di Fidel Castro.

Nella sua casa di Buenos Aires, parliamo con Stella Calloni del cammino verso l'emancipazione con cui il continente ha aperto il terzo millennio. Un cammino che oggi sta subendo una drammatica battuta d'arresto.

Il crollo economico del 2001 fu molto duro in Argentina, un paese che aveva sempre voluto assomigliare all'Europa (e questo spiega il disprezzo delle classi alte verso boliviani o paraguayani, quasi fossero di un altro mondo). Però venne il momento in cui l'Argentina entrò finalmente in America Latina: avvenne con il governo di Néstor Kirchner, che proveniva dal peronismo più combattivo, e che poté contare sulla contemporanea presenza di Lula in Brasile e soprattutto di Hugo Chávez in Venezuela. Avevo conosciuto Chávez nel 1994, quando nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato presidente. Era un leader naturale e possedeva una grande audacia rivoluzionaria. E non aveva complessi: si opponeva alla colonizzazione culturale esistente in tutto il continente. In quel periodo si cominciò a realizzare l'unità della regione, culminata nel 2011 con la creazione della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Non si era mai vista prima, in America Latina, tanta unità nella diversità.

Kirchner in Argentina, Chávez in Venezuela, Lula in Brasile. Come si era giunti a questa eccezionale coincidenza di governi progressisti?

Questo fenomeno non è ancora stato studiato a fondo. La prima grande rivolta contro il dominio del neoliberismo avviene in Venezuela nel 1989 con il Caracazo: una resistenza spontanea, di fronte alla quale alcuni giovani militari prendono coscienza e si rifiutano di sparare contro il popolo; da qui il levantamiento del 1992. In Argentina, con l'imposizione delle misure neoliberiste, si ha un vero e proprio assalto al paese finché nel 2001 la classe media, ormai in ginocchio, si unisce alla rivolta popolare. In Bolivia Evo Morales sorge dalle lotte nelle strade; in Ecuador la popolazione abbatte tre presidenti che avevano mentito nel corso delle loro campagne elettorali.

Ma gli Stati Uniti non tardano a reagire...

Il primo colpo gli Usa lo ricevono nel 2005 proprio qui in Argentina, a Mar del Plata con la bocciatura dell'Alca, l'accordo di libero scambio che volevano imporre al continente. Da questo momento Washington sa che la situazione gli sta sfuggendo di mano. E comincia a inondare la regione di fondazioni e organizzazioni non governative. Le fondazioni, che affermano di lavorare per la democrazia, per la libertà, hanno in realtà il compito di infiltrarsi in diversi settori della popolazione (studenti, operai, imprenditori, magistrati) e di finanziare l'opposizione. Le ong si insediano nelle zone indigene o nelle zone povere sostenendo di voler aiutare lo sviluppo, ma in realtà distruggendo la rete sociale naturale, come era già avvenuto in Centro America. Il nostro problema poi è che manca la dirigenza politica: le dittature militari degli anni Settanta si erano incaricate di eliminare tutta una brillante generazione di sinistra. Inoltre il tema dell'integrazione regionale, così importante, non è stato debitamente spiegato alla popolazione, un po' come è avvenuto oggi con l'accordo di pace in Colombia, bocciato nel referendum.

E adesso l'offensiva restauratrice è in pieno svolgimento.

Gli Stati Uniti stanno applicando uno schema di controinsurrezione che in altri tempi era militare e che oggi utilizza essenzialmente la guerra psicologica. Grazie al controllo sui mezzi di comunicazione di massa sono riusciti a diffondere un'enorme disinformazione. Stiamo vivendo un momento molto pericoloso, perché Washington intende recuperare il suo "cortile di casa". Attraverso la pesante ingerenza nel voto come in Argentina (con finanziamenti di milioni di dollari alla destra) o attraverso golpes suaves come in Honduras nel 2009, in Paraguay nel 2012 e in Brasile quest'anno. Ma non sarà facile, costerà molte vite: basta guardare il Venezuela che in questa battaglia conta già numerosi morti. E noi dobbiamo lottare per riuscire a impedire questa restaurazione e per sostenere Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela. Perché se quest'ultimo cade sarà una tragedia per tutta la regione. (10/10/2016)

Colombia

Svanita la promessa di pace

il referendum boccia gli accordi

La fine del conflitto sembrava ormai vicina dopo la firma degli accordi di pace, il 26 settembre a Cartagena, e la storica stretta di mano tra il presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko. Tre giorni prima i delegati alla decima Conferencia Nacional Guerrillera avevano ratificato all'unanimità i termini del patto e il gruppo si preparava ad abbandonare la lotta armata per trasformarsi in partito politico. Gli accordi, raggiunti in agosto all'Avana al termine di estenuanti negoziati durati quasi quattro anni, promettevano di porre fine a 52 anni di scontri, costati 220.000 morti, 45.000 scomparsi e quasi sette milioni di sfollati. Ma il referendum del 2 ottobre ha rimesso tutto in discussione: per poche migliaia di voti si è imposto a sorpresa il No. Un risultato favorito da un astensionismo intorno al 63% e da una campagna di menzogne messa in atto dall'estrema destra, che ha puntato tutto sulla paura del comunismo e del chavismo.

Dopo la bocciatura degli accordi, Santos si è rivolto ai colombiani con un messaggio televisivo assicurando che il cessate il fuoco resterà in vigore e affermando: "Non mi arrenderò e continuerò a cercare la pace fino all'ultimo giorno del mio mandato, perché questa è la strada per lasciare un paese migliore ai nostri figli". E Timochenko, in una dichiarazione letta nella capitale cubana, ha ribadito la volontà delle Farc di porre fine alla guerra per far ricorso unicamente alla parola come arma di costruzione del futuro. La comunità internazionale ha mostrato il suo sostegno alla politica di Santos assegnandogli il 7 ottobre il Premio Nobel per la Pace (escludendo però le Farc dal riconoscimento). E la pace è stata al centro delle mobilitazioni che si sono susseguite in tutto il paese e che sono culminate, il 12 ottobre, in una grande marcia che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone.

Ma nonostante questi segnali positivi, grosse nubi si addensano all'orizzonte. L'ex presidente Alvaro Uribe, che ha guidato il fronte del No rappresentando gli interessi di latifondisti, narcotrafficanti e affaristi legati all'industria della guerra, ora chiede di ridiscutere punti fondamentali degli accordi. In particolare contesta la restituzione ai contadini delle terre da cui erano stati cacciati con la violenza (quelle terre sono andate spesso a ingrossare le grandi proprietà agricole), vuole negare agli ex militanti delle Farc i diritti politici e pretende l'arresto e la condanna dei leader guerriglieri, responsabili a suo dire di delitti atroci. Nessun cenno, naturalmente, ai massacri compiuti dai paramilitari suoi amici, che continuano ad agire impunemente come testimoniano i recenti omicidi di dirigenti sociali e comunitari. Tra gli ultimi assassinati Cecilia Coicué, militante di Marcha Patriótica nel dipartimento del Cauca, e Néstor Iván Martínez, che si batteva per i diritti umani nel dipartimento del Cesar. E' chiaro che le richieste di Uribe mirano a porre le Farc di fronte a una drammatica alternativa: accettare che gli accordi vengano snaturati o riprendere le armi. (13/10/2016)

Venezuela

Un paese sotto attacco

aumenta la pressione su più fronti

E' passato quasi sotto silenzio, nei media occidentali, il XVII Vertice dei Paesi Non Allineati che si è tenuto dal 13 al 18 settembre sulla venezuelana Isla de Margarita. Nel corso dell'incontro, Caracas ha assunto la presidenza del movimento per i prossimi tre anni, succedendo a Teheran. Nel documento finale si parla di riforma dell'Onu, del problema dei rifugiati, di lotta ai paradisi fiscali e ai crimini perpetrati dalle transnazionali ai danni dell'ambiente e delle popolazioni native. E si dichiara pieno sostegno al governo di Caracas, sottoposto ad attacchi sul fronte interno e su quello internazionale.

Sul fronte interno le opposizioni avevano convocato il primo settembre nella capitale una mobilitazione pubblicizzata come la Toma de Caracas, che avrebbe dovuto segnare la fine della presidenza Maduro. Lo stesso giorno era stata promossa una contromanifestazione in difesa della Rivoluzione Bolivariana. Nonostante il clima di tensione i due cortei si sono svolti senza seri incidenti, anche grazie al massiccio spiegamento di forze di sicurezza. Pur imponente, la concentrazione antigovernativa non ha raccolto la partecipazione sperata e Maduro, parlando ai suoi sostenitori, ha potuto annunciare la sconfitta di "un tentativo di colpo di Stato che pretendeva di riempire di violenza e di morte" il paese.

Sul fronte internazionale è ormai crisi aperta per la presidenza del Mercosur. Secondo quanto stabilisce il regolamento, la presidenza viene esercitata a rotazione per un semestre da ciascuno dei membri secondo un criterio alfabetico: avendo l'Uruguay terminato a fine luglio il suo mandato, avrebbe dovuto essere la volta del Venezuela. Ma Argentina, Brasile e Paraguay, ormai uniti in un fronte neoliberista, si sono opposti sostenendo che il governo di Caracas non ha adempiuto a tutti i requisiti richiesti per la piena integrazione nel blocco. Cavilli burocratici che nascondono i veri interessi in gioco: i nuovi accordi commerciali in discussione tra Mercosur e Unione Europea da una parte, Alianza del Pacífico dall'altra. Con un colpo di mano, il 14 settembre Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno assunto per il semestre in corso la presidenza in forma congiunta. La decisione, presa con l'astensione di Montevideo, non è stata riconosciuta dal governo Maduro: la legalità del Mercosur è stata violata, ha accusato la ministra degli Esteri Delcy Rodríguez. (19/9/2016)

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04