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Estados mafiosos y poder político

Ecuador

L'Ecuador revoca l'asilo politico ad Assange

Era da tempo che Lenín Moreno desiderava liberarsi di Julian Assange, rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana di Londra: una scomoda presenza, visto il desiderio del presidente ecuadoriano di ingraziarsi i favori di Washington. L'11 aprile l'asilo politico, che Rafael Correa aveva concesso al fondatore di WikiLeaks, è stato revocato e alla polizia britannica è stato permesso di entrare nella sede diplomatica e di procedere all'arresto di Assange, che ora rischia l'estradizione negli Stati Uniti. Con questa decisione Moreno si libera dell'ultima eredità del suo predecessore, di cui ha tradito tutta la politica, allineandosi agli Stati Uniti su vari fronti (dall'attacco al Venezuela alla demolizione degli organismi di integrazione regionale), smantellando lo Stato sociale secondo i dettami neoliberisti, facendo ricorso ai prestiti del Fondo Monetario e di altre istituzioni finanziarie internazionali. E proprio la consegna di Assange, secondo The New York Times, sarebbe stata posta come condizione da parte di Washington per l'approvazione di un nuovo prestito del Fmi all'Ecuador. Senza contare il desiderio dello stesso capo dello Stato di vendicarsi delle recenti rivelazioni di WikiLeaks su casi di corruzione che lo vedono implicato. segue

Brasile

"La tua libertà è la nostra libertà!"

Il 18 aprile in Brasile il presidente del Supremo Tribunale Federale, Dias Toffoli, ha archiviato la precedente decisione del ministro del STF Luis Fux del settembre 2018 che vietava all’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva di concedere interviste a qualunque mezzo di comunicazione. Condannato in un processo privo di prove e altamente manipolato, arrestato in disprezzo del principio fondativo di ogni democrazia della presunta innocenza fino al termine di tutte le procedure giudiziarie, impedito di concorrere alle elezioni presidenziali in offesa alle decisioni delle Nazioni Unite e del rispetto dei diritti umani per ogni cittadino del pianeta, in prossimità delle elezioni dell’ottobre 2018 a Lula venne anche tolto il diritto di parola e comunicazione. La grande stampa tacque…

Lula è il principale prigioniero politico nei paesi a democrazia rappresentativa, insieme a molti altri detenuti o esiliati per motivi politici. Una paura, un panico incontrollato della tranquilla e serena forza politica e morale di Lula aleggia fra coloro che hanno vilipeso le regole democratiche della giovane democrazia brasiliana costruita con lotte e pazienza e che vogliono riportare il paese a un passato oscuro. Ristabilire la giustizia per il prigioniero politico Luiz Inácio Lula da Silva è imprescindibile per ogni successivo passo di ripristino dello Stato di diritto e democratico. Parla, Lula! scrive e motiva il sociologo Emir Sader. (T.I.) segue

Approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link

Costa Rica

Assassinato leader indigeno

Sergio Rojas Ortiz, membro fondatore del Frenapi (Frente Nacional de Pueblos Indígenas), è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco la sera del 18 marzo, nella sua casa posta nel territorio di Salitre (sud del paese). Proprio quel giorno Rojas aveva denunciato per l'ennesima volta davanti alla Procura le minacce e le aggressioni sofferte dall'etnia bribri, cui apparteneva. La legge del Costa Rica, che stabilisce l'inalienabilità e la non trasferibilità dei territori indigeni, è in gran parte disattesa. Dopo aver chiesto innumerevoli volte per vie legali la sua appIicazione, il popolo bribri ha iniziato a riprendersi i terreni usurpati dai latifondisti, che hanno risposto con intimidazioni e violenze. Nel 2015 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha sollecitato il governo di San José ad adottare le misure necessarie per proteggere la popolazione nativa. Ma da parte delle autorità non sono state avviate adeguate indagini e non sono stati condannati i responsabili dei continui attacchi alle comunità. segue

America Latina

Prosur, il blocco che guarda a Nord

Si chiamerà Prosur, ma molti sostengono che il nome più adatto sarebbe Pronorte. E' la proposta di costituzione di un nuovo blocco avanzata dai governi di destra della regione. Il Foro para el Progreso de América del Sur è stato formalmente lanciato il 22 marzo a Santiago del Cile dai presidenti di Argentina, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Paraguay e Perù, tutti uniti nella difesa del libero mercato e nell'allineamento alle posizioni di Washington. Dall'incontro era stato escluso il Venezuela: per questo i capi di Stato di Bolivia, Uruguay, Guyana e Suriname non si sono presentati, limitandosi a inviare rappresentanti. L'America del Sud rinnega dunque il tentativo di affrancarsi dalla tutela statunitense che era stato alla base della creazione dell'Unión de Naciones Suramericanas nel 2008. L'Unasur è stata svuotata dall'interno prima con la mancata designazione del nuovo segretario generale nel 2017, al termine del mandato di Ernesto Samper, poi con la sospensione della partecipazione dei governi di Buenos Aires, Brasilia, Santiago, Asunción, Lima e con il ritiro definitivo di Bogotá lo scorso anno. E ora l'Ecuador segue le orme colombiane, con il pretesto della trasformazione del blocco "in una piattaforma politica che ha distrutto il sogno dell'integrazione". segue

Brasile

Dirigenti sociali e oppositori nel mirino

Il 22 marzo a Tucuruí, nello Stato del Pará, è stata assassinata Dilma Ferreira Silva (nella foto), del Coordinamento Regionale del Mab (Movimento dos Atingidos por Barragens, Movimento dei Danneggiati dalle Dighe). Dilma è stata uccisa insieme al marito e a un amico di famiglia. La centrale idroelettrica di Tucuruí, costruita durante la dittatura militare, si trova sul fiume Tocantins a 310 km. dalla capitale del Pará, Belém. Oltre 30.000 persone furono obbligate ad abbandonare le loro abitazioni per la costruzione della diga e da più di trent’anni lottano per vedere riconosciuti i loro diritti. L'uccisione di Dilma Ferreira avviene a meno di due mesi di distanza dal disastro di Brumadinho, nello Stato di Minas Gerais, dove il 25 gennaio il bacino che conteneva le scorie di lavorazione della compagnia mineraria Vale ha ceduto, seppellendo centinaia di persone. I morti finora accertati sono 212, ma 93 persone mancano ancora all'appello. Un disastro annunciato: nel 2017 l'Agência Nacional de Aguas registrava l'esistenza nel paese di 24.000 dighe, di cui solo 4.500 periodicamente controllate. Nel caso di Brumadinho sono i grafici della Vale che mostrano con chiarezza le responsabilità: negli ultimi cinque anni l'impresa ha aumentato i profitti e diminuito i costi per la sicurezza. segue

Venezuela

Il fallimento di Guaidó

L'offensiva golpista contro la Repubblica Bolivariana, senza tregua da quando Juan Guaidó si è autoproclamato presidente, non sembra aver raggiunto finora i suoi obiettivi. Il 24 gennaio la mozione a favore di Guaidó otteneva solo i voti di 16 dei 35 membri dell'Organizzazione degli Stati Americani. Due giorni dopo, nella riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, numerosi paesi (tra questi Russia, Cina, Cuba, Bolivia) esprimevano il loro sostegno a Maduro. E anche l'Unione Europea non assumeva una posizione unanime: se il Parlamento di Strasburgo riconosceva come "legittimo presidente ad interim" l'autonominato capo di Stato e alcuni governi, a partire da quelli di Madrid, Londra e Parigi, si allineavano alle posizioni di Washington, Roma si richiamava al principio di non interferenza e dichiarava di voler evitare in Venezuela "lo stesso errore che è stato commesso in Libia". Intanto l'amministrazione Trump decideva nuove e più dure sanzioni economiche, congelando beni della Pdvsa e della sua filiale in territorio statunitense, la Citgo (di cui la Russia possiede quasi la metà delle azioni). segue

America Latina

8 marzo: giornata di lotta

Una giornata non di festa, ma di lotta. L'8 marzo 2019 ha registrato in America Latina una mobilitazione senza precedenti. Milioni di donne sono scese in piazza in tutto il continente contro la violenza e i femminicidi e per contrapporre, all'ondata reazionaria in corso, la battaglia per diritti e uguaglianza. In Argentina, nell'ambito dello sciopero delle donne, un imponente corteo si è mosso dal Congresso verso Plaza de Mayo. In testa le militanti della campagna per l'aborto legale, gratuito e sicuro: nell'agosto 2018 la legge, già approvata dalla Camera, è stata bocciata per pochi voti al Senato. Migliaia e migliaia di manifestanti di tutte le età portavano al collo un fazzoletto verde, il colore della battaglia per l'interruzione volontaria della gravidanza. Una battaglia che si scontra con il fanatismo religioso di quanti proprio in questi giorni, nella provincia di Tucumán, hanno impedito a una bambina di undici anni che era stata violentata di accedere all'aborto, nonostante fosse uno dei casi previsti dalla legge, e le hanno imposto un cesareo (la neonata è comunque morta pochi giorni dopo il parto). segue

Colombia

Rottura del negoziato di pace con l'Eln

Un duro colpo alla pace: il 17 gennaio, a Bogotá, un'autobomba contro la scuola dei cadetti della polizia provocava la morte di 22 persone e il ferimento di più di 60. Il giorno seguente il presidente Iván Duque annunciava la rottura delle trattative con l'Ejército de Liberación Nacional (il negoziato, avviato dal febbraio 2017 prima a Quito e poi all'Avana, era del resto già sospeso dal giorno dell'insediamento di Duque nell'agosto scorso). I fautori di una soluzione militare hanno subito approfittato dell'accaduto per attaccare anche gli accordi raggiunti nel 2016 con le Farc, accordi che lo stesso capo dello Stato aveva dichiarato di voler "correggere". Il 21 gennaio il comandante Pablo Beltrán, leader della delegazione dell'Eln presente all'Avana, in una dichiarazione a Prensa Latina negava qualsiasi legame dei negoziatori con quanto avvenuto a Bogotá, ribadendo l'impegno a portare avanti il dialogo con il governo. Ma il giorno dopo un comunicato della dirigenza nazionale dell'organizzazione guerrigliera rivendicava l'attentato come un'azione di guerra, definendo la scuola dei cadetti un'installazione militare. segue

El Salvador

Nayib Bukele è il nuovo presidente

L'imprenditore Nayib Bukele, ex sindaco della capitale, è il nuovo presidente del Salvador. E' stato eletto il 3 febbraio al primo turno con il 53,1% dei voti contro il 31,7% di Carlos Calleja, di Arena, e il 14,4% di Hugo Martínez, del Fmln. Nato in una famiglia di origine palestinese (il padre era stato rappresentante della comunità araba del paese), che durante la guerra civile aveva offerto rifugio ad alcuni dirigenti della guerriglia, Bukele aveva iniziato la sua carriera politica con il Frente Farabundo Martí, da cui era stato però espulso per condotta contraria alla morale del partito. Nella sua ambiziosa corsa verso la massima carica dello Stato aveva prima fondato il movimento Nuevas Ideas, poi si era avvicinato al piccolo partito Cambio Democrático, che però era stato eliminato dalla contesa elettorale in seguito a una sentenza costituzionale. A poche ore dalla chiusura delle liste si era dunque iscritto come candidato del raggruppamento di centrodestra Gana. La sua campagna politica è stata incentrata su una generica lotta alla corruzione. segue

Cuba

Sessant'anni fa trionfava la Revolución

Il primo gennaio 1959 segnava il trionfo dell'insurrezione contro il dittatore Batista. Sessant'anni dopo la ricorrenza è stata festeggiata con particolare solennità a Santiago de Cuba, la cuna de la Revolución. Nel suo discorso Raúl Castro ha sottolineato gli sforzi compiuti da varie generazioni di cubani per conquistare la definitiva indipendenza del paese. E Díaz-Canel ha scritto, in un messaggio su Twitter: "Sì alla celebrazione, all'allegria, alla difesa instancabile di tutto ciò che abbiamo costruito e abbiamo edificato insieme". Il sessantesimo anniversario trova gli abitanti dell'isola impegnati nella discussione sul progetto di nuova Costituzione, destinata a trasformare i lineamenti, fortemente centralisti, dell'ordinamento del 1976. In luglio l'Asamblea Nacional del Poder Popular aveva approvato una prima bozza di riforma, che era stata poi sottoposta alla consultazione popolare. In seguito oltre 133.000 riunioni avevano portato a più di 700.000 proposte di modifiche o eliminazioni. Il 22 dicembre i deputati hanno ratificato il testo risultante, che sarà oggetto di un referendum in febbraio. segue

Guatemala

In piazza contro il governo Morales

Il 14 gennaio, mentre il presidente Jimmy Morales teneva il suo terzo informe di governo, organizzazioni contadine, sindacati e movimenti sociali manifestavano nella capitale e massicci blocchi stradali venivano effettuati nei dipartimenti di Alta Verapaz, Quiché, Quetzaltenango, Totonicapán, Chiquimula, Petén. Le proteste erano rivolte contro la politica del capo dello Stato e contro la sua decisione di cacciare dal paese la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig). Già due giorni prima migliaia di persone erano scese in piazza contro la corruzione e per esprimere appoggio alla Cicig. L'organismo delle Nazioni Unite aveva denunciato nel 2016 un figlio e un fratello di Morales perché coinvolti in una truffa e l'anno successivo aveva chiesto che venisse revocata l'immunità allo stesso presidente, sospettato di finanziamento illecito nel corso della sua campagna elettorale. In quell'occasione Morales era stato salvato dal Congresso, che aveva evitato l'apertura di un'indagine. segue

Centro America

La drammatica marcia dei migranti

Aveva sette anni la bimba guatemalteca Jakelin Caal Maquin, morta mentre era sotto la custodia delle guardie di frontiera statunitensi, che si sono disinteressate delle sue condizioni di salute fino a quando non è stato troppo tardi. A ucciderla sembra sia stata la disidratazione conseguente a shock settico. E il giorno di Natale la stessa sorte è toccata a un ragazzino di otto anni, Felipe Gómez Alonzo, anche lui guatemalteco: portato all'ospedale il giorno prima, gli era stato diagnosticato un semplice raffreddore ed era stato dimesso. Sono le vittime della drammatica crisi dei migranti centroamericani che in migliaia, a partire dal 12 ottobre, hanno percorso chilometri e chilometri fuggendo dalla miseria e dalla violenza delle maras. Ad attenderli al confine con gli Stati Uniti hanno però trovato l'esercito, incaricato di respingere "l'invasione". La brutalità delle autorità nordamericane del resto è notoria: in giugno aveva destato scandalo l'immagine dei tanti bambini separati dai familiari e rinchiusi in grosse gabbie perché colpevoli di essere entrati illegalmente nel paese. Un provvedimento inumano che aveva destato indignazione nel mondo intero, obbligando l'amministrazione statunitense a fare (parzialmente) marcia indietro. Ma non tutti i piccoli sono stati poi restituiti ai genitori: alcuni si sono persi nei meandri della burocrazia, che in questa occasione si è rivelata estremamente inefficiente. segue

Honduras

Giustizia a metà per Berta Cáceres

La coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) Berta Cáceres venne uccisa la notte del 2 marzo 2016 da due killer penetrati nella sua abitazione. Nell'attacco rimase ferito l'ambientalista messicano Gustavo Castro. Il 29 novembre il processo di primo grado si è concluso riconoscendo la colpevolezza di sette degli otto imputati per quel delitto. Tra i condannati Sergio Rodríguez e Douglas Bustillo, funzionari della Desa, l'impresa che Berta combatteva perché, con il progetto idroelettrico Agua Zarca, minacciava il territorio e le risorse idriche della comunità lenca. Nella sentenza non si fa però cenno a chi contrattò i killer, quasi che questi abbiano agito di loro iniziativa. E' quanto denunciano in un comunicato i familiari e il Copinh: "L'assassinio di Berta Cáceres fu pianificato dai dirigenti dell'impresa Desa per essere poi eseguito da sicari legati alle forze armate honduregne. Tuttavia la verità sul crimine e su tutti i suoi responsabili si è limitata a quanti sono stati ora giudicati, a causa degli irremovibili ostacoli che lo Stato dell'Honduras ha frapposto attraverso il suo pubblico ministero e i suoi tribunali per negare la verità come parte di una giustizia reale". segue

Perú

Schiacciante vittoria di Vizcarra al referendum

Il presidente Vizcarra ha ottenuto una schiacciante vittoria nel referendum del 9 dicembre su una serie di riforme costituzionali. La consultazione era stata promossa dallo stesso capo dello Stato e oltre l'85% degli elettori ha seguito le sue indicazioni, votando Sì ai primi tre quesiti (introduzione del divieto di due mandati consecutivi per i parlamentari, controllo sul finanziamento dei partiti politici e delle campagne elettorali, riforma giudiziaria con l'istituzione di un nuovo organismo incaricato di designare e destituire giudici e procuratori) e No al quarto (ritorno a un Parlamento bicamerale). Su quest'ultimo punto Vizcarra aveva deciso per la bocciatura dopo che la proposta era stata snaturata dagli emendamenti introdotti, in sede di discussione, dalla maggioranza fujimorista. Con il suo voto l'elettorato ha voluto punire i responsabili dei casi di corruzione emersi recentemente, che hanno coinvolto politici fujimoristi e apristi e magistrati collusi. Per i grandi sconfitti, Keiko Fujimori e il suo alleato, l'ex presidente Alan García (nella foto), i problemi non si fermano qui. segue

Messico

Verso la quarta trasformazione

"Oggi non inizia solo un nuovo governo, oggi comincia un cambiamento di regime politico. A partire da ora si avvierà una trasformazione politica e ordinata, ma al tempo stesso profonda e radicale". Con queste parole, pronunciate alla Camera il primo dicembre all'atto dell'insediamento, Andrés Manuel López Obrador ha indicato che il suo governo intende voltare pagina, dando il via a quella quarta trasformazione del paese (dopo la lotta per l'indipendenza, le riforme in senso laico e modernizzatore di Benito Juárez, la Rivoluzione del 1910) che aveva promesso in campagna elettorale. Non lo aspetta un compito facile. La guerra al narcotraffico, scatenata dalla presidenza Calderón, ha portato a quasi 200.000 omicidi solo nel sessennio di Peña Nieto, mentre i poteri dei cartelli della droga si sono estesi a tutto il territorio nazionale. Nel macabro elenco dei caduti figurano numerosi leader comunitari: tra le ultime vittime Julián Carrillo, difensore della sierra tarahumara, e Noel Castillo, del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas di Oaxaca, assassinati in ottobre. Moltissimi anche i giornalisti, tanto che il Messico è considerato uno dei paesi più pericolosi per questa professione. segue

Argentina

Due nuove vittime della repressione

Lo hanno colpito alle spalle nel corso dell'attacco sferrato dalla polizia della provincia di Buenos Aires contro un centinaio di famiglie che cercavano di occupare alcuni terreni incolti a Ciudad Evita, nel dipartimento de La Matanza, a pochi chilometri dal centro della capitale. Rodolfo Orellana, 33 anni, militante della Confederación de Trabajadores de la Economía Popular (Ctep) e padre di cinque figli, è morto all'alba del 22 novembre. Un video che circola in rete mostra i suoi ultimi istanti: il giovane è riverso in un prato mentre i suoi compagni cercano di rianimarlo e qualcuno chiede a gran voce un'ambulanza; in lontananza si sentono echeggiare altri spari. La prima reazione ufficiale è stata quella di negare la responsabilità delle forze di sicurezza, attribuendo la morte di Orellana a una coltellata nel corso di una lite tra i dimostranti. L'autopsia ha però chiarito che a uccidere è stato un proiettile e i testimoni affermano che il tiro mortale è uscito dall'arma di una poliziotta. Due giorni dopo il copione si è ripetuto: Marcos Soria, 32 anni, anche lui militante della Ctep è stato assassinato dagli agenti della provincia di Córdoba. Smentendo la versione della polizia, che parlava di un colpo alla testa dopo un tentato furto, il racconto dei familiari presenta una ben diversa ricostruzione. segue

Cile

Mapuche ucciso da agenti antiterrorismo

Si è trattato di un omicidio a sangue freddo. Il giovane mapuche Camilo Catrillanca è stato ucciso il 14 novembre a Temucuicui da membri del Comando Jungla dei carabineros, che hanno poi fornito una loro versione dei fatti: la sparatoria sarebbe avvenuta nel corso dell'inseguimento di alcuni ladri d'auto, che dopo il furto si erano rifugiati presso la comunità indigena. Ben diverso il racconto dei testimoni, riportato a Radio Cooperativa dal consigliere dell'Instituto Nacional de Derechos Humanos José Aylwin: Catrillanca era a bordo di un trattore e si stava dirigendo verso casa quando ha incontrato sulla sua strada gli agenti: ha cercato di retrocedere, ma è stato raggiunto da un proiettile alla testa. Il ragazzo che era con lui è stato fermato e picchiato. Il giovane assassinato era nipote di Juan Catrillanca, il lonko (leader) che aveva guidato la comunità di Temucuicui nel recupero di parte delle proprie terre. Lo stesso Camilo era un weichafe, un guerriero della causa mapuche. Contro questa uccisione nei giorni successivi centinaia di persone sono scese in piazza e si sono registrati scontri in diverse località del paese; a Temuco e a Santiago la polizia ha attaccato i manifestanti con idranti e gas lacrimogeni. segue

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04