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Brasil: El estreno de Lula libre muestra a un duro combatiente

Bolivia, la popolazione indigena resiste

Dagli altipiani centinaia di contadini con i ponchos rojos, di uomini e donne con le bandiere whipala sono giunti a La Paz dando vita a massicce manifestazioni e subendo la violenta repressione della polizia. A Sacaba, nel dipartimento di Cochabamba, una colonna di sostenitori di Morales è stata selvaggiamente attaccata dalle forze di sicurezza. In tutto il paese si parla di 26 morti e centinaia di feriti. E' la resistenza della popolazione indigena al golpe razzista e classista attuato dall'élite bianca, che non ha mai digerito un presidente aymara.

In America Latina la Bolivia ha il triste primato del maggior numero di colpi di Stato (ben 188). Il 189° è avvenuto il 10 novembre: Evo Morales costretto a rinunciare di fronte alla violenza scatenata dai gruppi di estrema destra, che hanno trovato l'appoggio di una polizia in rivolta per ragioni economiche e la passività dei militari. Sono stati questi ultimi, attraverso un comunicato letto da Williams Kaliman, comandante delle forze armate, a sollecitare le dimissioni del presidente dando l'avallo al golpe. Da qui la decisione di Morales di abbandonare la Casa del Pueblo (la nuova sede del governo) per evitare una guerra civile. "Il colpo di Stato si è consumato", ha commentato il vicepresidente García Linera, anch'egli dimissionario.

Fin da quando il voto del 20 ottobre aveva ratificato il trionfo di Morales, l'opposizione aveva rifiutato di riconoscere il responso delle urne denunciando presunti brogli. Blocchi stradali, serrate, assalti alle abitazioni di esponenti del Mas, saccheggi, aggressioni contro chiunque avesse tratti indigeni avevano creato un clima di tensione, che neppure la decisione dell'esecutivo di accettare un ricontrollo del processo elettorale da parte dell'Organización de los Estados Americanos (non certo sospetta di simpatie verso i governi progressisti) riusciva a contenere. Si registravano così le prime vittime. A Cochabamba la grande manifestazione promossa dalla Confederación de Mujeres Campesinas Bartolina Sisa veniva attaccata da squadracce in moto. E Patricia Arce, sindaca di Vinto, veniva aggredita da oppositori che, dopo averla picchiata, le buttavano addosso pittura rossa e le tagliavano i capelli. Era solo il preludio di quanto sarebbe accaduto dopo la presa del potere da parte dei golpisti.

Il nucleo più estremista è raccolto intorno al Comité Cívico de Santa Cruz il cui leader, l'ultraconservatore Luis Fernando Camacho, ha eclissato la figura di Carlos Mesa, l'avversario battuto da Morales nelle consultazioni. Da Santa Cruz, culla dell'opposizione, Camacho ha portato la violenza in tutto il paese, fino a La Paz dove oggi appare il protagonista indiscusso di questo ennesimo attentato alla democrazia. Ma chi c'è dietro il colpo di Stato? Un blocco eterogeneo: settori civili, imprenditoriali, religiosi alleati ai vertici della polizia e delle forze armate. E naturalmente complicità internazionali, in particolare da parte del governo statunitense che ha presentato il golpe come un ritorno alla democrazia. La posta in gioco è il litio, di cui la Bolivia possiede enormi giacimenti: lo sfruttamento di questa ricchezza non sarà più destinato a migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma finirà ancora una volta nelle mani di qualche transnazionale.

Mentre i golpisti tentano di costruire una finzione costituzionale con la proclamazione a presidente ad interim di Jeanine Añez, già seconda vicepresidente del Senato, in un'Asamblea Legislativa priva di quorum per l'abbandono dei parlamentari del Movimiento al Socialismo, Evo Morales giunge a Città del Messico dove il governo di López Obrador gli ha offerto asilo politico. Il suo è stato un viaggio complicato: al velivolo dell'aviazione messicana, che lo trasportava in esilio insieme al vicepresidente Linera, è stato impedito di atterrare a Lima per rifornirsi di carburante e poi di sorvolare lo spazio aereo ecuadoriano. Tutto in ossequio alla posizione statunitense: Donald Trump aveva infatti celebrato la "rinuncia" di Morales come un ritorno alla democrazia. Sulla stessa linea il segretario generale dell'Oea, Almagro, che è arrivato ad affermare: "In Bolivia c'è stato un colpo di Stato il 20 ottobre, quando Morales ha commesso i brogli". Più pilatesca la dichiarazione dell'alta rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, che non ha avuto parole di condanna per la rottura dell'ordine costituzionale, ma si è limitata ad auspicare che "tutte le parti esercitino moderazione e responsabilità e portino pacificamente e tranquillamente il paese a nuove e credibili elezioni". (16/11/2019)


L'Uruguay verso il ballottaggio

Per conoscere il nome del nuovo presidente uruguayano bisognerà attendere il secondo turno: il 27 ottobre Daniel Martínez, della coalizione di centrosinistra Frente Amplio, pur avendo ottenuto la maggioranza dei voti si è fermato al 39,2%. Martínez, esponente del Partido Socialista ed ex intendente (sindaco) di Montevideo, propone la continuazione di un modello che in quindici anni ha migliorato la situazione socioeconomica del paese, aumentando di oltre il 55% il salario reale e diminuendo la povertà dal 40 all'8%, e ha introdotto importanti innovazioni in materia di diritti civili (legalizzazione dell'aborto, matrimonio egualitario, legislazione a favore delle persone transessuali, regolamentazione della produzione e del commercio della marijuana) e di diritti del lavoro (normativa sulla giornata lavorativa dei braccianti e tutela delle lavoratrici domestiche). segue


Colombia, alle amministrative sconfitta per Uribe

Il 27 ottobre si è votato per rinnovare le amministrazioni locali. La nuova sindaca di Bogotá è l'indipendente Claudia López, femminista e lesbica, nota per la sua battaglia anticorruzione e per la sua denuncia del paramilitarismo. Anche a Cartagena ha vinto la lotta alla corruzione, con William Jorge Dau e il suo movimento civico. Due ex combattenti delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, Guillermo Torres ed Edgardo Figueroa, hanno conquistato i municipi di Turbaco e Puerto Caicedo. Il grande sconfitto di questa giornata elettorale è Alvaro Uribe Vélez. Il suo partito, il Centro Democrático (cui appartiene l'attuale capo dello Stato, Iván Duque), è stato battuto non solo a Bogotá, ma a Medellín, Cali, Bucaramanga, Santa Marta, Cúcuta, Montería, César, Boyacá, Manizalez e Caquetá. Decisamente un periodo nero per l'ex presidente, che in questi stessi giorni è chiamato a difendersi davanti alla Corte Suprema de Justicia. Accusato dal senatore Iván Cepeda, del Polo Democrático Alternativo, di coinvolgimento nella creazione e nell'attività criminale dei gruppi paramilitari, Uribe aveva denunciato l'avversario, sostenendo che le testimonianze contro di lui erano state costruite appositamente per incastrarlo. Ma la Corte ha deciso di non procedere contro Cepeda e di accusare invece Uribe di aver esercitato pressioni sui testimoni per ottenere dichiarazioni a suo favore. segue


L'elettorato argentino licenzia Mauricio Macri

Il 27 ottobre l'Argentina ha voltato pagina, abbandonando il fallimentare modello neoliberista di Mauricio Macri e della sua coalizione Cambiemos per scegliere come presidente Alberto Fernández, del Frente de Todos, accompagnato alla vicepresidenza da Cristina Fernández. La presenza di quest'ultima ha contribuito potentemente al successo della formula. Lasciata la presidenza dopo due mandati con un'ampia popolarità, Cristina in maggio aveva fatto un passo indietro proponendo per la massima carica dello Stato un personaggio più moderato, con l'obiettivo di costruire un ampio fronte contro il macrismo. Scommessa riuscita: nel Frente de Todos sono confluiti diversi settori del peronismo, il Frente Renovador di Sergio Massa, Proyecto Sur di Pino Solanas, Somos di Victoria Donda, partiti e movimenti di ispirazione radicale e socialista. E Alberto ha vinto al primo turno con il 48% (per evitare il ballottaggio la legge prescrive che il candidato abbia ottenuto almeno il 45% dei voti), contro il 40,4 del presidente in carica. Al terzo posto si è classificato Roberto Lavagna, di Consenso Federal, con il 6,2%. Nella stessa giornata Cambiemos ha perso anche la provincia di Buenos Aires, la più popolosa del paese, dove la governatrice María Eugenia Vidal è stata sconfitta da Axel Kicillof, ex ministro dell'Economia nel secondo governo di Cristina Fernández. segue


Bolivia, Evo Morales rieletto presidente

Dopo un lungo e contrastato scrutinio delle schede, Evo Morales è stato riconosciuto vincitore delle presidenziali di domenica 20. Secondo i dati del Tribunal Supremo Electoral, Morales ha ottenuto il 47,07% dei suffragi contro il 36,51 di Carlos Mesa, candidato di Comunidad Ciudadana. La legge elettorale stabilisce che vince al primo turno chi ottiene il 50% più uno dei voti o raggiunge il 40%, ma con una differenza di almeno dieci punti rispetto al secondo. L'opposizione di destra non accetta però la sconfitta e continua a gridare ai brogli: attraverso blocchi stradali, assalti alle sedi dei tribunali elettorali locali, incendi e distruzioni di schede cerca di rovesciare con la forza il verdetto delle urne. E' in atto un tentativo di colpo di Stato, ha denunciato Morales, appellandosi agli organismi internazionali perché difendano la democrazia boliviana. Il 23 ottobre migliaia di persone hanno manifestato nel centro di La Paz il proprio sostegno al capo dello Stato. A favore delle richieste degli oppositori si è schierata invece l'Organización de los Estados Americanos, che ha chiesto comunque la realizzazione del ballottaggio adducendo mancanza di trasparenza e di imparzialità nelle operazioni di voto (posizione condivisa dall'Unione Europea). segue


Cile, oltre un milione di persone in piazza contro il governo

Erano oltre un milione le persone in piazza a Santiago il 25 ottobre, in quella che è subito apparsa come la più grande manifestazione della storia cilena. E' stata questa la risposta alla sanguinosa repressione con cui il presidente Piñera ha cercato di soffocare la mobilitazione popolare in corso dal 18 ottobre. Il bilancio è tragico: decine di morti e alcune centinaia di feriti. La decisione delle autorità di dichiarare l'estado de emergencia e di chiamare l'esercito a riportare l'ordine hanno mostrato l'intransigenza di un governo che si rifiuta di ascoltare le ragioni dei suoi concittadini. Per la prima volta dal ritorno della democrazia i militari sono tornati a pattugliare le strade e a controllare i punti nevralgici della capitale, dove è stato decretato il coprifuoco (poi esteso a gran parte del paese). Migliaia gli arrestati, mentre crescono le desapariciones e le denunce di torture e di abusi sessuali nei confronti delle persone detenute. segue


Ecuador, vittoria parziale della protesta popolare

Regna una calma tesa in Ecuador dopo l'accordo tra governo e movimento indigeno che ha posto fine, per il momento, a undici giorni di mobilitazioni e di sanguinosa repressione, con il tragico bilancio di otto morti e 1.340 feriti (oltre a migliaia di arrestati). La protesta popolare era stata scatenata all'inizio di ottobre dall'annuncio del decreto esecutivo 833, che togliendo il sussidio ai combustibili e liberalizzandone il prezzo aveva provocato aumenti fino al 123%. Era uno dei provvedimenti imposti al paese dal Fondo Monetario Internazionale, che in marzo aveva concesso un prestito di 4 miliardi e 200 milioni di dollari, di cui 900 milioni già versati: il resto nei prossimi tre anni, condizionato all'osservanza delle draconiane misure pattuite. Il prestito era stato contestato a suo tempo da alcuni economisti, secondo i quali la richiesta rispondeva in realtà a motivi politici. Andrés Arauz, autore (insieme a Mark Weisbrot) del rapporto Obstáculos al crecimiento: El programa del FMI en Ecuador, afferma che "in questo momento non esiste una congiuntura per stabilire trattati di libero commercio, come pretendono gli Stati Uniti. Allora, davanti alla minaccia di un ritorno di governi progressisti, cercano di condizionare la politica economica, basata su modelli neoliberisti". Nel caso ecuadoriano, ribadisce Arauz, "non c'era un'economia in recessione, né la necessità di effettuare questo tipo di accordo con il Fondo Monetario". segue


Venezuela, si prepara l'intervento armato?

"Il territorio venezuelano si è trasformata in rifugio, con la compiacenza del regime illegittimo, di organizzazioni terroristiche e di gruppi armati illegali come l'Ejército de Liberación Nacional, Grupos Armados Organizados Residuales e altri - afferma la risoluzione approvata il 23 settembre da sedici dei paesi firmatari del Tiar, il Tratado Interamericano de Asistencia Recíproca. "Il complesso di queste attività criminali - si legge ancora nel documento - associato alla crisi umanitaria generata dal deterioramento della situazione politica, economica e sociale della República Bolivariana de Venezuela rappresenta una minaccia al mantenimento della pace e della sicurezza nel continente". Queste le motivazioni che giustificano, secondo i governi di destra della regione, l'attivazione di un patto difensivo che contempla una serie di reazioni sempre più dure, fino all'intervento armato. Da notare che tra le sedici nazioni figura anche il Venezuela, che pur aveva abbandonato il trattato nel 2012 insieme a Bolivia, Ecuador e Nicaragua, ma che adesso vi è rientrato su istanza del sedicente presidente Guaidó. segue


Il dialogo tra venezuelani, base di ogni soluzione politica

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riconosciuto l'ultimo giovedì di settembre l'impatto negativo delle misure coercitive adottate contro il Venezuela e ha riaffermato i principi universali di sovranità, non intervento e non interferenza degli Stati. In un comunicato stampa pubblicato giovedì 26, il più alto organismo per i diritti umani afferma che le "misure coercitive extraterritoriali unilaterali" imposte al paese sudamericano "hanno ulteriormente aggravato gli effetti della crisi economica e, di conseguenza, la situazione umanitaria del popolo venezuelano ". Va ricordato che, a partire dallo scorso maggio, Idriss Jazairy, relatore speciale delle Nazioni Unite sull'impatto negativo delle disposizioni coercitive unilaterali, aveva sottolineato le conseguenze negative delle sanzioni allora imposte dagli Stati Uniti contro il Venezuela (e altri paesi), sanzioni che sono state inasprite nelle ultime settimane. (Sergio Ferrari) segue


Brasile: confessioni confermano il golpe del 2016

Vorrei cercare di contestualizzare (cosa per niente facile) i recenti accadimenti in Brasile, di cui anche i giornali italiani riportano in parte notizie e dei quali gli ottimi articoli di Daniele Mastrogiacomo su Repubblica ci informano. Propongo i seguenti punti: 1) il riconoscimento del golpe del 2016 da parte degli attori dello stesso; 2) la dichiarazione ideologica di Jair Bolsonaro alle Nazioni Unite; 3) il Sinodo panamazzonico; 4) l’uso della censura in modo ormai continuativo; 5) il ricorso alla brutalità nei territori delle periferie da parte del governatore di Rio de Janeiro. La lunghezza dei testi è motivata dall'importanza non contingente di questi fatti che documentano la profonda forma autoritaria e anticostituzionale dell’attuale governo brasiliano. Deve preoccupare che, in un quadro che si va chiarendo in modo inequivocabile per la sua illegittimità, esponenti politici di primo piano e figure pubbliche non secondarie nel nostro paese esprimano consenso e apprezzamento a governanti che calpestano le Costituzioni (dei propri e degli altrui paesi). Sul versante delle notizie positive merita la massima attenzione l’imponente iniziativa del Vaticano di promuovere un rafforzamento della presenza della Chiesa Cattolica in America Latina. E naturalmente non si possono dimenticare le manovre politico-giudiziarie attorno al prigioniero politico presidente Luiz Inácio Lula da Silva, al quale non viene data giustizia nel solo modo possibile: l’immediata scarcerazione senza se e senza ma. E intanto l’Amazzonia brucia, soprattutto in prossimità della aree già destinate a coltivazioni dell’agrobusiness. (T.I.) segue

Approfondimenti sul Brasile, tradotti e introdotti da Teresa Isenburg, a questo link


Wanda Vázquez nuova governatrice di Puerto Rico

Wanda Vázquez Garced è la nuova governatrice di Puerto Rico. Ha prestato giuramento il 7 agosto, dopo che il Tribunale Supremo all’unanimità aveva dichiarato incostituzionale la nomina di Pedro Pierluisi, il successore designato da Ricardo Rosselló. E' il terzo cambiamento, in meno di un mese, al vertice dell’isola. Rosselló era stato costretto ad annunciare le dimissioni il 25 luglio, in seguito alla diffusione delle sue chat con alcuni stretti collaboratori: in queste conversazioni venivano espressi giudizi pesantemente omofobi e sessisti e ci si burlava delle vittime dell’uragano María, che nel 2017 aveva devastato il paese provocando quasi 3.000 morti. Le chat avevano inoltre messo a nudo casi di appropriazione indebita di fondi pubblici da parte di alti funzionari dell’amministrazione. Le rivelazioni avevano suscitato l’indignazione popolare: per due settimane migliaia di persone avevano riempito le piazze, chiedendo a gran voce la rinuncia del governatore. Alle proteste avevano partecipato artisti di fama internazionale, come il cantante Ricky Martin e l’attore Benicio del Toro. segue


Guatemala, il conservatore Giammattei eletto presidente

Alejandro Giammattei, un medico di 63 anni candidato della formazione Vamos, è il nuovo presidente eletto del Guatemala. Ha trionfato nel ballottaggio dell’11 agosto superando con un ampio margine la sua avversaria Sandra Torres, del partito Unidad Nacional de la Esperanza, che pure si era piazzata in testa nel primo turno del 16 giugno. A vincere questa tornata è stata però soprattutto l’astensione: su otto milioni di aventi diritto al voto, cinque milioni hanno disertato le urne, a dimostrazione della profonda sfiducia dell’elettorato nella politica. Sfiducia accresciuta dai sospetti brogli registrati nel voto di giugno: la formazione contadina Movimiento para la Liberación de los Pueblos ha dichiarato di non riconoscere i risultati "di fronte all'evidente frode elettorale". Il movimento presentava come candidata presidenziale la leader indigena della comunità mam Thelma Cabrera Pérez, da sempre attiva nella difesa dei diritti umani e della Pachamama. segue


Plan Cóndor, 24 ergastoli al processo d'appello

24 condanne all'ergastolo. Così si è concluso a Roma il processo d'appello contro altrettanti ex militari e politici che, nell'ambito del Plan Cóndor (il coordinamento tra le dittature del Cono Sur negli anni Settanta), sequestrarono, torturarono e fecero scomparire 43 oppositori: sei argentini, quattro cileni e 33 uruguayani. I condannati dovranno anche pagare le spese del giudizio e risarcire i familiari delle vittime. "Finalmente una sentenza che ci rende davvero giustizia", ha commentato María Paz Venturelli, figlia dell'ex sacerdote e docente universitario cileno Omar Venturelli Leonelli, desaparecido nel 1973. E Néstor Gómez, fratello di Celica Elida Gómez Rosano che venne sequestrata nel 1978 mentre lavorava presso l'agenzia argentina di notizie Telam, ha affermato: "E' stato un grande sollievo per noi sapere che per una volta le cose sono state prese seriamente e non sono stati lasciati liberi i militari. La sentenza precedente ci aveva demoralizzato". Il primo grado di giudizio, nel 2017, si era concluso con otto condanne e ben diciannove assoluzioni. segue


Honduras, dieci anni fa il golpe

In un Honduras militarizzato è stato ricordato, il 28 giugno, il decimo anniversario del golpe che - con il sostegno degli Stati Uniti - depose il legittimo presidente Manuel Zelaya. Come spiega in un'intervista a Página/12 Xiomara Castro, nel 2013 candidata presidenziale dell'opposizione, da allora "hanno approfondito sempre più un modello neoliberista che ha privatizzato tutti i servizi pubblici, le risorse naturali e adesso vogliono privatizzare anche salute ed educazione. E a partire da questo si è stabilita una dittatura dove non c'è diritto di protesta, dove possono entrare nella tua casa senza un ordine giudiziario, sequestrarti i beni, arrestarti. Sei colpevole finché non dimostri il contrario. Dunque il paese e il popolo sono totalmente indifesi". segue


La scomparsa di Marta Harnecker

Marta Harnecker "ha continuato il lavoro iniziato da Marx senza timore di arricchirlo, tenendo permanentemente conto delle novità nella realtà del mondo, del capitalismo, dell’imperialismo, delle lotte, rinnovando in tal modo i concetti, le proposte teoriche e quelle relative alle strategie d’azione". Così scriveva nel 2009 l'economista egiziano Samir Amin, aggiungendo che Harnecker "ha aiutato a dare al marxismo quella dimensione universale che deve essere sua; ha fatto sì che fosse udito dalla grande maggioranza dei popoli del mondo, che sono quelli dei tre continenti. E’ riuscita a far uscire il marxismo da una chiusura eurocentrica mortale". La grande intellettuale cilena si è spenta il 15 giugno a Vancouver, in Canada. segue


Messico, la destra internazionale all'attacco di López Obrador

Sono passati solo sei mesi dall'inizio della presidenza di Andrés Manuel López Obrador, ma la destra internazionale lo sta già dipingendo come un leader antidemocratico, preparando gli strumenti mediatici per minarne la credibilità. In prima fila in questa campagna denigratoria lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa che agli inizi di giugno, in un articolo sul quotidiano spagnolo El País, lo definisce "un dirigente impregnato di populismo" e sostiene che gli intellettuali messicani avvertono in lui "la presenza del caudillo tradizionale latinoamericano, volontarista e dispotico che, proprio perché è molto popolare, si crede al disopra delle leggi e delle regole democratiche". segue


Perú, ex presidenti sotto accusa

L'ex sindaca di Lima, Susana Villarán, è stata raggiunta da un ordine di carcerazione preventiva per riciclaggio, associazione a delinquere e corruzione, accuse per cui rischia più di vent'anni di carcere. Le imprese costruttrici Odebrecht e Oas (entrambe brasiliane) avrebbero finanziato segretamente le sue campagne elettorali per ottenere in cambio appalti da parte della municipalità della capitale. Dopo aver ripetutamente negato ogni addebito, recentemente Villarán - messa alle strette dalle prove a suo carico - ha ammesso di aver ricevuto fondi occulti per quattro milioni di dollari dalle due imprese per la propaganda elettorale contro una richiesta di revoca a metà mandato. Si è giustificata affermando che di quel denaro non intascò neppure un centesimo e che fu tutto impiegato per evitare che "le mafie organizzate che avevano promosso la revoca dell'incarico impedissero le riforme". Gli inquirenti però sostengono che le somme ricevute ammontarono a dieci milioni di dollari e che riguardarono anche un'altra campagna in cui l'ex sindaca tentò inutilmente di essere rieletta. segue


Panama, vittoria di Cortizo (Prd) alle presidenziali

L'imprenditore Laurentino Nito Cortizo Cohen, candidato del Partido Revolucionario Democrático fondato da Omar Torrijos, è il nuovo presidente eletto di Panama: nel voto del 5 maggio ha superato per uno stretto margine Rómulo Roux, di Cambio Democrático (la formazione di destra dell'ex capo di Stato Ricardo Martinelli, attualmente agli arresti per un'accusa di intercettazioni illegali). Al terzo posto l'indipendente Ricardo Lombana, seguito da José Blandón, appartenente al Partido Panameñista del presidente uscente Juan Carlos Varela. Sempre il 5 maggio è stata rinnovata l'Asamblea Nacional, dove il Prd ha conquistato la maggioranza relativa. Tra le promesse di campagna del nuovo capo dello Stato, che assumerà le sue funzioni il primo luglio, vi è il recupero dell'alto tasso di crescita economica registrato in anni precedenti e la lotta contro la povertà e le disuguaglianze sociali. segue


Trump inasprisce il blocco contro Cuba

Nuovo giro di vite nel blocco contro Cuba. Il 2 maggio entrerà in vigore il capitolo III della legge Helms-Burton, in base al quale i proprietari di beni confiscati dopo la Revolución potranno citare davanti ai tribunali Usa le imprese o i privati, anche stranieri, che traggano profitto dalla gestione di tali beni. Lo ha annunciato il 17 aprile John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, in un incontro a Miami con i veterani del fallito tentativo di sbarco a Playa Girón. Immediata la condanna da parte dell'Avana. Il capitolo III "viola la legislazione internazionale consentendo cause contro entità cubane o straniere che 'traffichino' con proprietà nazionalizzate per decisione sovrana e attenendosi alla legalità", scrive Cubadebate, aggiungendo che il governo cubano aveva raggiunto accordi di indennizzo con paesi le cui imprese erano state espropriate (Gran Bretagna, Canada, Spagna, Svizzera, Italia, Francia), ma che Washington aveva rifiutato le condizioni offerte perché già programmava l'invasione dell'aprile 1961. segue


Costa Rica, assassinato leader indigeno

Sergio Rojas Ortiz, membro fondatore del Frenapi (Frente Nacional de Pueblos Indígenas), è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco la sera del 18 marzo, nella sua casa posta nel territorio di Salitre (sud del paese). Proprio quel giorno Rojas aveva denunciato per l'ennesima volta davanti alla Procura le minacce e le aggressioni sofferte dall'etnia bribri, cui apparteneva. La legge del Costa Rica, che stabilisce l'inalienabilità e la non trasferibilità dei territori indigeni, è in gran parte disattesa. Dopo aver chiesto innumerevoli volte per vie legali la sua appIicazione, il popolo bribri ha iniziato a riprendersi i terreni usurpati dai latifondisti, che hanno risposto con intimidazioni e violenze. Nel 2015 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha sollecitato il governo di San José ad adottare le misure necessarie per proteggere la popolazione nativa. Ma da parte delle autorità non sono state avviate adeguate indagini e non sono stati condannati i responsabili dei continui attacchi alle comunità. segue

 

Latinoamerica-online.it anno XVII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04