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El Tribunal Internacional por la Democracia en Brasil sobre el proceso contra la presidenta Dilma

El Comité "Berta Vive" de Milán condena el asesinato de Lesbia Yaneth Urquía

Paraguay

Curuguaty: condannate le vittime

pesanti pene per undici campesinos

Quattro imputati hanno ricevuto pene che vanno dai 18 ai 35 anni di carcere per l'uccisione di sei poliziotti. Tre donne, "colpevoli" di essersi trovate in prima fila durante gli scontri, sono state considerate complici di omicidio e condannate a sei anni ciascuna. Altri quattro uomini dovranno scontare quattro anni per associazione criminale e invasione di terreno privato. Nel giudicare gli undici campesinos il tribunale di Asunción non ha tenuto in alcun conto la mancanza di prove certe sulla responsabilità degli accusati. Si è concluso così l'11 luglio il processo per il massacro avvenuto il 15 giugno 2012 a Curuguaty.

Quel giorno la polizia era intervenuta per cacciare i contadini poveri che avevano occupato un terreno di proprietà del latifondista Blas Riquelme (proprietà contestata: l'ex senatore del Partido Colorado si era impadronito, con cavilli legali, di vastissimi possedimenti durante la dittatura Stroessner). Nel corso dello sgombero violenti scontri, creati ad arte da alcuni franchi tiratori confusi tra gli occupanti, portarono alla morte di undici campesinos e sei agenti. Gli incidenti non servirono solo a giustificare la repressione del movimento dei sin tierra. Fornirono anche un pretesto alla messa in stato d'accusa e alla successiva destituzione del presidente Fernando Lugo, reo di aver tentato di avviare una timida riforma agraria. Da notare che - mentre si portava avanti il procedimento per la morte degli agenti - nessuna indagine veniva fatta sull'uccisione degli undici contadini. Come ha detto la responsabile per le Americhe di Amnesty International, Erika Guevara Rosas, la magistratura paraguayana "non ha spiegato in modo convincente i motivi per cui tali morti non sono state investigate, né la presunta alterazione della scena del crimine e le denunce di tortura e di altri maltrattamenti durante la detenzione dei contadini da parte della polizia".

La lettura della sentenza è stata accolta da manifestazioni di protesta all'esterno e all'interno del Palazzo di Giustizia. Questa condanna "illegale e arbitraria", affermano in un messaggio all'opinione pubblica gli avvocati difensori e i familiari degli imputati, "criminalizza la lotta contadina e lascia impuniti i veri responsabili". Del resto era chiaro fin dall'inizio che il processo doveva servire a riportare ordine nelle campagne, dopo la parentesi della presidenza Lugo, e a ribadire il potere dei proprietari terrieri. Il procuratore Jalil Rachid, che aveva seguito inizialmente il caso, è figlio di un ex senatore colorado, amico personale di Riquelme. In seguito Rachid ha lasciato l'incarico perché nominato viceministro per la Sicurezza, ma la sua nuova posizione gli ha permesso di continuare a influenzare il corso del dibattimento. Lo segnalava un comunicato del Frente Guazú all'annuncio dell'ingresso dell'ex procuratore nel governo Cartes: "I poliziotti che dovranno rendere la loro deposizione nella causa, come testimoni citati dal Ministero Pubblico, saranno diretti subordinati del signor Jalil Rachid". (13/7/2016)


Almada: El enemigo no era Stroessner sino el sistema judicial monstruoso que dejó

Pérez: Curuguaty fue la excusa para el golpe contra Lugo

Vollenweider: Crónica de una condena anunciada

Carbone: Sentencia y uñas pintadas de rojo

 

Messico

La lotta dei maestri contro la riforma

un nuovo massacro scuote il paese

La repressione con cui le autorità cercano di fermare la battaglia di maestri e professori contro la reforma educativa ha portato all'ennesima strage: il 19 giugno a Nochixtlán, nello Stato di Oaxaca, la polizia federale ha aperto il fuoco sui manifestanti, provocando otto morti e decine di feriti. Immediate le reazioni di protesta: a Città del Messico migliaia di sindacalisti, studenti universitari, membri di organizzazioni contadine e difensori dei diritti umani sono scesi in piazza per esprimere il loro appoggio alla Cnte, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación. La legge alla quale gli insegnanti si oppongono cancella i diritti sindacali e precarizza il lavoro, preparando il terreno alla privatizzazione del settore. Pochi giorni prima del massacro erano stati arrestati, con accuse pretestuose, i dirigenti della locale Cnte Rubén Núñez e Francisco Villalobos; altri docenti erano finiti in carcere nei mesi precedenti.

Ma la lotta non si limita a Oaxaca: coinvolge il Michoacán, il Guerrero, il Chiapas, Veracruz, zone ad alta densità indigena dove i valori comunitari sono ancora vivi e più forte la resistenza alle regole del mercato. Non va dimenticato che i 43 studenti desaparecidos nel 2014 a Iguala provenivano dalla scuola per maestri rurali di Ayotzinapa. Si preparavano ad alfabetizzare le aree più povere del paese, le comunità indigene che ancor oggi sono oggetto di discriminazione e razzismo. E proprio in queste aree si svilupperanno, nelle intenzioni del governo, le nuove Zonas Económicas Especiales, che hanno come assi principali il porto di Lázaro Cárdenas (Michoacán, al confine con il Guerrero), Puerto Chiapas nel municipio di Tapachula (Chiapas), il corridoio industriale interoceanico sull'Istmo di Tehuantepec, tra Salina Cruz (Oaxaca) e Coatzacoalcos (Veracruz), e il corridoio petrolifero da Coatzacoalcos a Ciudad del Carmen (Campeche) passando per il Tabasco. Scrive Carlos Fazio su La Jornada, "In questi Stati del sud-sudest messicano, dove predomina la proprietà collettiva della terra e che sono stati destinati a subire profonde riconfigurazioni territoriali, economiche e demografiche attraverso il saccheggio neocoloniale, il ruolo delle maestre e dei maestri - come formatori di un'identità nazionale e promotori di una pedagogia comunitaria, autonoma, autogestita, solidaria ed emancipatrice - si è trasformato in un ostacolo". Gli enormi interessi in gioco spiegano la sanguinosa risposta dello Stato a ogni opposizione. (24/6/2016)


Video: ¿Qué pasó en Nochixtlán, Oaxaca?

Pérez Rocha: La letra y el capital con sangre entran

Russo: Los maestros de Oaxaca

Navarro: Rehenes políticos magisteriales

Toledo: Nochixtlán: matar maestros, imponer la reforma

Hernández Navarro: Oaxaca en las barricadas

 

Perú

Keiko Fujimori di nuovo sconfitta

vince di stretta misura Pedro Pablo Kuczinski

Al ballottaggio del 5 giugno Pedro Pablo Kuczynski ha sconfitto di stretta misura (50,12%) la sua avversaria Keiko Fujimori ed è stato eletto nuovo presidente del Perú. La differenza tra i due candidati era tanto piccola che la proclamazione del vincitore è stata possibile solo quattro giorni dopo il voto, a spoglio ultimato al cento per cento.

Il risultato delle urne non testimonia tanto un consenso verso le proposte elettorali di Kuczynski o quelle del suo partito (Peruanos por el Kambio), quanto il rifiuto di metà del paese all'ipotesi di un ritorno del fujimorismo. Alla vigilia del secondo turno, decine di migliaia di persone avevano riempito il centro di Lima per esprimere il loro no al narcoestado, l'eventuale governo della figlia del dittatore e dei personaggi che la attorniano, molti dei quali indagati per traffico di droga e riciclaggio. La stessa Keiko, al suo secondo tentativo di giungere alla presidenza (nel 2011 aveva perso il ballottaggio con Humala) aveva tranquillamente convissuto con la corruzione e le violazioni ai diritti umani del regime paterno, nel quale aveva svolto le funzioni di primera dama.

Il nuovo capo dello Stato, già titolare del dicastero dell'Energia nel governo Belaúnde e primo ministro e ministro dell'Economia con Toledo, è un convinto neoliberista. Su questo aspetto il suo programma non si discosta di molto da quello di Fuerza Popular, la formazione fujimorista: privatizzazioni, apertura agli investimenti esteri, conferma dell'adesione all'Alianza del Pacífico. L'economia peruviana ha registrato negli ultimi anni una crescita superiore alla media regionale, ma questa maggiore ricchezza non ha portato benefici agli strati più disagiati: la povertà nelle zone rurali tocca quasi la metà della popolazione. Il 75% dei lavoratori è impiegato in attività precarie, sottopagate e senza diritti. E il crollo del prezzo internazionale dei minerali, principale fonte di esportazione, ha già mostrato nel 2015 i primi contraccolpi negativi.

Nel suo discorso dopo la vittoria Kuczinski ha teso la mano alla rivale, offrendo dialogo e conciliazione. Un passo obbligato: in seguito al voto del 10 aprile, in cui oltre al primo turno delle presidenziali si sono tenute anche le consultazioni legislative, il fujimorismo detiene il controllo del Congresso con 73 parlamentari su 130, mentre Peruanos por el Kambio ne ha solo 18. Il resto dei seggi è ripartito tra Frente Amplio (20), Alianza para el Progreso (9), Apra (5) e Acción Popular (5).

La vera rivelazione di queste legislative è il Frente Amplio, che si è imposto come la seconda forza in Parlamento: un risultato che la sinistra non conosceva da oltre trent'anni e che è stato possibile grazie a una ritrovata unità. La candidata del Frente alla massima carica dello Stato, Verónika Mendoza, nel corso della campagna elettorale è riuscita a tener testa ai violenti attacchi mediatici sferrati dalla destra e, pur mancando per un soffio il ballottaggio, ha acquistato notorietà nazionale. Non ha ottenuto seggi invece l'altro raggruppamento di sinistra, Democracia Directa, che presentava come candidato presidenziale Gregorio Santos, il leader della protesta contro il megaprogetto minerario Conga. Santos, tuttora in carcere sotto la pretestuosa accusa di corruzione, è stato comunque il più votato nella regione di Cajamarca. (9/6/2016)


Durand: El vuelo de Verónika

Proiettis: Cuánto vale un Perú

Bigio: El sistema menos democrático de Occidente

Noriega: "No hay partidos estructurados"

Alviles: Después de las elecciones, ¿qué?

Vizconde: El 5 de junio y la democracia

 

America Latina

Correa denuncia il nuovo Plan Cóndor

cresce l'offensiva della destra nella regione

"E' il nuovo Plan Cóndor per il quale non servono più dittature militari: servono giudici sottomessi, serve una stampa corrotta". Con queste parole il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha denunciato gli ultimi avvenimenti in America Latina. E in effetti l'offensiva della destra contro i governi progressisti della regione sembra obbedire a un piano preordinato. Dopo aver attaccato gli anelli deboli della catena, Honduras e Paraguay, la "normalizzazione" interessa ora l'Argentina di Macri e il Brasile dell'usurpatore Temer, mentre in Venezuela si cerca di seminare il caos puntando alla destabilizzazione. L'obiettivo è quello di riportare indietro il continente, cancellando tutti i passi avanti compiuti in questi anni nella redistribuzione delle ricchezze e nella riduzione delle disuguaglianze. Un obiettivo che sta incontrando forti resistenze popolari in tutti i paesi interessati.

In Argentina il miliardario Mauricio Macri, il cui nome figura nei Panama Papers collegato a imprese offshore, si è dedicato fin dal primo giorno a smontare le conquiste del periodo kirchnerista. Ha concluso un accordo con i fondi avvoltoi accettando tutte le loro richieste, a costo di un massiccio indebitamento del paese, e ha aperto le porte ai capitali esteri puntando alla privatizzazione delle risorse nazionali. Ha licenziato decine di migliaia di persone nell'amministrazione pubblica e favorito la stessa pratica nel privato, ponendo il veto a una legge del Congresso che mirava a porre un freno alle espulsioni dal lavoro. Il contemporaneo aumento delle tariffe di luce, gas, trasporti ha avuto immediate ripercussioni sulle condizioni di vita degli strati più disagiati: secondo un rapporto dell'Universidad Católica Argentina, nei primi tre mesi del nuovo governo la povertà è cresciuta di 5,5 punti e l'indigenza di 1,6. Desta preoccupazione infine la decisione di Macri di derogare la disposizione che, alla fine della più sanguinosa dittatura della storia argentina, aveva posto le forze armate sotto il controllo delle autorità civili. E la nuova élite al potere non teme di far ricorso alla repressione contro tutti gli oppositori. Emblematico il caso di Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione comunitaria Tupac Amaru incarcerata con false accuse e vittima di una vera e propria persecuzione giudiziaria, attuata con la regia occulta del governatore della provincia di Jujuy, il radicale Gerardo Morales.

Anche in Brasile l'offensiva conservatrice privilegia l'arma giudiziaria. Contro la possibilità di una candidatura di Lula alle prossime presidenziali (tutti i sondaggi indicano che l'ex presidente verrebbe rieletto una terza volta), si è mobilitata la magistratura compiacente. L'obiettivo: coinvolgere Lula in un caso di corruzione per giustificare un suo rinvio a giudizio. Significativo quanto avvenuto il 4 marzo quando l'ex presidente è stato prelevato dalla Polizia Federale, su ordine del giudice Sérgio Moro, per rendere una deposizione: l'operazione, simile all'arresto di un pericoloso delinquente, è stata filmata dalle telecamere della catena Globo, preavvertite dallo stesso Moro. L'attacco a Lula e il golpe istituzionale che ha portato alla sospensione del mandato di Dilma Rousseff mirano a cancellare le politiche sociali dei governi del Pt. Il presidente interino Michel Temer, che dovrebbe occuparsi unicamente della normale amministrazione, ha già iniziato l'opera di demolizione: ha bloccato parte del programma Minha casa, minha vida per l'assegnazione di alloggi popolari (il provvedimento è poi rientrato per le proteste del Movimento Sem Teto) e progetta di ridurre drasticamente i beneficiari di Bolsa Família, che assicura pasti regolari ai meno abbienti. Sul piano dei rapporti internazionali, il nuovo ministro José Serra ha preannunciato un giro di 180 gradi, voltando le spalle ai blocchi regionali per avvicinarsi all'Alianza del Pacífico. Questa prospettiva politica, che avrebbe come immediata conseguenza un indebolimento del Mercosur e del blocco dei Brics, incontra naturalmente il favore degli Stati Uniti e dell'Unione Europea ed è vista con entusiasmo dall'Argentina di Macri, che si sta incamminando sulla stessa strada.

Mentre a Brasilia è in atto un pericoloso attentato alle istituzioni democratiche, il segretario generale dell'Oea, l'uruguayano Luis Almagro, invoca l'applicazione della Carta Democratica nei confronti del Venezuela. Si tratta del primo caso in cui tale procedimento (pensato per contrastare tentativi di golpe) viene richiesto contro la volontà di un governo legittimo. In linea con le posizioni dell'opposizione, Almagro ipotizza "l'alterazione dell'ordine costituzionale" da parte dell'esecutivo di Caracas. La proposta non è stata accolta dal Consiglio Permanente dell'Organizzazione, che nella riunione del primo giugno si è invece pronunciato a favore del dialogo tra le parti. L'iniziativa di Almagro rimane comunque un segnale della gravità del conflitto in  corso tra il governo bolivariano e l'Asamblea Nacional (dove la maggioranza è detenuta dalla Mud, la Mesa de la Unidad Democrática).

Nella loro battaglia destituente gli antibolivariani sono sostenuti dalle manovre statunitensi. Non a caso, il ricorso alla Carta Democratica era stato concordato tra Almagro e l'attuale capo del Southern Command, l'ammiraglio Kurt Tidd. E' lo stesso Tidd a rivelarlo in un documento del 25 febbraio, reso noto recentemente e di cui Washington non ha negato l'autenticità. Dal rapporto dell'ammiraglio emerge con chiarezza l'obiettivo della politica statunitense: la creazione delle premesse per un intervento esterno, con il pretesto di una crisi umanitaria in atto. A tal fine è stata stabilita con la Mud un'agenda comune, che prevede uno scenario in cui possono combinarsi "azioni di piazza e l'impiego graduale della violenza armata". L'Asamblea Nacional dovrà agire da tenaglia "per impedire la governabilità: convocando eventi e mobilitazioni, presentando interpellanze, negando crediti, derogando leggi" (cosa che sta puntualmente avvenendo). Si deve promuovere una campagna di discredito verso la figura di Maduro, dipingendolo come un antidemocratico dipendente dai cubani; si deve responsabilizzare lo Stato per la recessione, l'alto tasso di inflazione e la penuria di alimenti, di acqua e di energia elettrica; si deve accusare il governo di corruzione e riciclaggio. Va realizzata una perenne offensiva propagandistica, "fomentando un clima di sfiducia, suscitando paure, rendendo la situazione ingestibile". Tidd si pone poi la questione delle forze armate ancora fedeli a Maduro e soprattutto delle milizie popolari, che ostacolano le manifestazioni dell'opposizione e impediscono il pieno controllo delle installazioni strategiche, ragion per cui vanno "neutralizzate". Infine l'ammiraglio sottolinea che, grazie all'addestramento degli ultimi mesi, i contingenti della Joint Task Force-Bravo di stanza a Palmerola (Honduras) e della Joint Interagency Task Force South sono in grado di intervenire rapidamente, contando sull'appoggio di una serie di basi militari nelle Antille e in Colombia. Il piano per il rovesciamento del presidente Maduro è pronto. (2/6/2016)


Aliverti: La felicidad inminente

Stedile: Los golpistas mostraron a qué vinieron

Nepomuceno: Confesiones de un golpista

Weisbrot: ¿Se ha terminado el ciclo populista de izquierdas?

Romano: El Comando Sur y la inestabilidad en Venezuela

 

Brasile

Il golpe verso l'ultimo atto

avanza l'impeachment contro Dilma Rousseff

I voti di oltre 54 milioni di elettori sono diventati carta straccia. Un Congresso composto in gran parte da corrotti e inquisiti, "controllato - scrive il sociologo Emir Sader - dalle lobby delle armi, delle religioni fondamentaliste, dell'agroindustria, della sanità privata, dei mezzi di comunicazione privati, dell'insegnamento privato" ha sospeso il mandato di una presidente su cui non pesa alcuna accusa. Il pretesto: un'irregolarità contabile, peraltro prassi comune di tutte le amministrazioni precedenti.

Sulla falsariga di quanto già avvenuto nel 2009 in Honduras e nel 2012 in Paraguay, anche in Brasile si sta consumando un vero e proprio colpo di Stato. A gestirlo i rappresentanti dei poteri forti appoggiati dai grandi media (in prima fila la catena Globo), la cui egemonia non è stata scalfita in questi anni di governo del Pt. E con il favore degli Stati Uniti, che mirano al controllo delle risorse petrolifere e che si sono affrettati ad avallare il golpe parlamentare. Guarda caso l'attuale ambasciatrice a Brasilia è Liliana Ayalde, che ricopriva la stessa carica ad Asunción alla vigilia della destituzione di Fernando Lugo.

Due date segnano le fasi di questo colpo di Stato: il 17 aprile la Camera dei Deputati, con 367 sì e 137 no, ha approvato l'apertura del procedimento di impeachment. A presiedere la seduta Eduardo Cunha, il politico che più denunce per corruzione ha collezionato e che neanche tre settimane dopo è stato rimosso dall'incarico per decisione del Supremo Tribunal Federal. E il 12 maggio il Senato (il cui presidente Renan Calheiros è un altro inquisito) ha sancito, con 55 voti a favore e 22 contrari, l'allontanamento di Dilma Rousseff dalla presidenza per tutta la durata del processo farsa. Pochi scommettono su un verdetto finale che ristabilisca la legittimità costituzionale.

Il potere è stato assunto dal vicepresidente Michel Temer, che passando all'opposizione ha tradito la volontà popolare espressa nelle urne. Il suo governo, apertamente di destra, è composto solo da maschi bianchi, un terzo dei quali sotto indagine giudiziaria. Al Ministero della Giustizia è stato nominato l'avvocato personale di Cunha, Alexandre de Moraes, che considera le manifestazioni studentesche una forma di guerriglia. All'Agricoltura il miliardario Blairo Maggi, tra i maggiori coltivatori di soia del mondo, strenuo oppositore di ogni riforma agraria. Alle Finanze il neoliberista Henrique Meirelles, che dovrà riformare pensioni e legislazione del lavoro. Agli Esteri José Serra, da sempre contrario alla politica di integrazione regionale portata avanti da Lula e Dilma. Intanto quest'ultima si prepara alla resistenza: "Lotterò con tutti i mezzi legali per esercitare il mio mandato fino alla fine, fino al 31 dicembre 2018", ha dichiarato all'atto di lasciare il palazzo presidenziale. Con lei si sono prontamente schierati i movimenti sociali, a partire dal Mst che pure negli ultimi mesi aveva duramente criticato le scelte economiche dell'esecutivo. (13/5/2016)


Chomsky: Dilma Rousseff Impeached by a Gang of Thieves

Consolo: Brasile e il moderno Plan Cóndor

Veiga: Un actor clave en el show opositor

Boron: Asalto al poder en Brasil

Goldstein: De la crisis al impeachment

Zibechi: Temor del 1% a los de abajo, causa del impeachment

Sader: Desmonte de la integración regional

Serrano Mancilla: La banca gana

Pérez Esquivel: Democracias golpe a golpe

Declaración del Gobierno Revolucionario de Cuba

 

Cuba

"Fratello Obama, noi non dimentichiamo"

il viaggio del presidente Usa visto dai cubani

"Non abbiamo bisogno che l'impero ci regali nulla". Così Fidel Castro conclude le sue riflessioni sulla visita di Obama a Cuba, marcando una certa distanza dalla posizione del fratello Raúl. Il presidente statunitense, sottolinea Fidel nell'articolo pubblicato il 28 marzo su Granma (El hermano Obama), ha utilizzato le parole più mielose per invitare a dimenticare il passato e a guardare a un futuro di speranza, in cui lavorare insieme "come amici, come famiglia, come vicini". Tutto questo "dopo un blocco spietato durato ormai quasi sessant'anni. E quelli che sono morti negli attacchi mercenari a navi e porti cubani, l'aereo di linea affollato di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, le invasioni mercenarie, i molteplici atti di violenza e di forza? Nessuno si illuda che il popolo di questo paese nobile e pronto al sacrificio rinunci alla gloria e ai diritti e alla ricchezza spirituale che si è guadagnato con lo sviluppo dell'educazione, della scienza e della cultura".

Il viaggio di Obama, che i media occidentali hanno enfatizzato ripetendo fino alla sazietà l'aggettivo "storico", viene dunque rimesso nella sua giusta prospettiva. Se pure con una diversa strategia, l'obiettivo di Washington rimane quello di sempre: normalizzare il "cortile di casa". Tanto è vero che pochi giorni prima, mentre tendeva la mano all'Avana, l'amministrazione Obama rinnovava il decreto nel quale si accusava il governo di Caracas di costituire una "minaccia eccezionale e straordinaria" alla sicurezza degli Stati Uniti.

"L'America Latina - ricorda l'analista del Celag Alejandro Fierro - è il principale obiettivo geostrategico degli Stati Uniti e l'era Obama non ha fatto eccezione. I dati sono eloquenti: 76 basi militari dispiegate nel subcontinente, una presenza bellica senza paragone nel resto del mondo; la riattivazione della IV Flotta nel periodo 2008-2009; il rafforzamento del quartier generale del Southern Command in Florida, con più di duemila persone che rispondono direttamente al Pentagono e non alla Casa Bianca (la logica militare al disopra della politica); un'attività incessante di ingerenza diretta e indiretta volta a minare i processi di emancipazione". E come riferisce il giornalista statunitense Tracey Eaton nel suo blog Along the Malecón, il Dipartimento di Stato ha annunciato un programma rivolto a "giovani leader emergenti" della società cubana per l'orientamento verso "attività comunitarie non governative" (in pratica attività sovversive).

Pur salutando la ripresa dei rapporti diplomatici tra l'Avana e Washington come una vittoria della Rivoluzione, la stampa cubana non si nasconde i veri propositi che animano la Casa Bianca e non risparmia le critiche agli interventi di Obama. "Ci aspettavamo un discorso più serio", titola Omar González su Granma: "Invece quella che ho ascoltato è stata una predica abbastanza rozza dove si banalizzavano la politica e il capitalismo". "Continua il gioco del bastone e della carota - scrive su Juventud Rebelde Elier Ramírez Cañedo - Con questa nuova impostazione politica si vogliono ricomporre gli interessi specifici che gli Stati Uniti perseguono a Cuba con quelli nei confronti dell'America Latina e del mondo. Recuperare la leadership nella regione, per affrontare la sfida all'egemonia a livello mondiale che Cina e Russia rappresentano, risulta oggi vitale per gli interessi di 'sicurezza nazionale' degli Stati Uniti".

Sempre su Juventud Rebelde, Agustín Lage Dávila afferma che il presidente statunitense "è stato molto chiaro, nel discorso e nei messaggi simbolici, nel prendere le distanze dall'economia statale socialista cubana, come se proprietà 'statale' significasse proprietà di un ente estraneo e non proprietà di tutto il popolo". Dopo aver ricordato che "l'espansione dei cuentapropistas e delle cooperative fa parte dell'attuazione dei Lineamientos usciti dal sesto Congresso del Partito", Lage analizza le diverse visioni di questo settore non statale. "Loro vedono l'imprenditoria privata come qualcosa che 'dà potere' al popolo; noi lo vediamo come qualcosa che dà potere a 'una parte' del popolo, e una parte relativamente piccola". E più avanti: "Loro vedono il settore non statale come una fonte di sviluppo sociale; noi lo vediamo in un doppio ruolo, poiché è anche fonte di disuguaglianze sociali (di cui abbiamo già dimostrazioni, come illustrano i recenti dibattiti sui prezzi degli alimenti)".

L'aumento della disparità di condizioni appare una delle principali preoccupazioni dei commentatori di fronte alla svolta economica. Su Cubadebate Rafael Hernández segnala, come maggiore conquista del socialismo cubano, "la rivendicazione del senso della dignità delle persone e la pratica della giustizia sociale". Questo spiega, aggiunge Hernández, perché "noi cubani siamo oggi allarmati di fronte alla crescita della disuguaglianza e della povertà e non la accettiamo come un fatto naturale, ma come l'erosione di una condizione civica fondamentale. O forse il costo della retrocessione dei perdenti si equilibra con la prosperità dei vincitori e la maggiore polarizzazione sociale costituisce il prezzo obbligato di una maggiore libertà?"

Non è mancata, nel corso del viaggio della delegazione statunitense, una nota umoristica che rivela quanto a Washington si ignori la realtà cubana. All'Avana Michelle Obama ha lanciato Let Girls Learn, il programma educativo con prospettiva di genere volto a contrastare l'abbandono scolastico da parte delle ragazze dei paesi considerati "sottosviluppati". In un comunicato la Federación de Mujeres Cubanas ha spiegato all'illustre ospite una verità universalmente nota: "Il 100% delle nostre ragazze frequenta la scuola indipendentemente dal luogo in cui vive, dal colore della pelle, da eventuali handicap o da ricoveri ospedalieri". E ha ricordato che "una cubana, Leonela Relys Díaz, ha creato il metodo Yo sí puedo, con cui sono state alfabetizzate milioni di persone nel mondo". (29/3/2016)


Ecco i link agli articoli di commento alla visita del presidente statunitense pubblicati sulla stampa cubana

Fidel Castro: El hermano Obama

Pérez Silva: La Honda de David

Ramírez Cañedo: Una breve opinión sobre la visita de Obama

Hernández: Sobre las lecciones de Obama ante la sociedad civil cubana

González: Esperábamos un discurso más serio

Lage Dávila: Obama y la economía cubana

Labacena Romero: Las intenciones que tiene y la capacidad que le falta a Estados Unidos

 

Honduras

Le responsabilità di Hillary Clinton

l'uccisione di Berta Cáceres, leader del Copinh

"Hillary Clinton, nel suo libro Hard Choices, ha praticamente predetto ciò che sarebbe accaduto in Honduras. Questo dimostra la criminale eredità dell'influenza nordamericana sul nostro paese. Il ritorno di Mel Zelaya alla presidenza venne considerato una questione secondaria". Così Berta Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras), chiamava direttamente in causa l'ex segretaria di Stato Usa, ricordando le sue responsabilità nell'appoggio ai golpisti che avevano estromesso Zelaya e che si erano perpetuati al potere grazie a elezioni fraudolente avallate da Washington.

La notte del 2 marzo Berta è stata assassinata da sicari penetrati nella sua casa: l'ennesimo crimine del governo di Juan Orlando Hernández. "Cáceres era una decisa e coraggiosa leader indigena, oppositrice del golpe honduregno del 2009 che Hillary Clinton, come segretaria di Stato, rese possibile - scrive su The Nation lo storico Greg Grandin - Dana Frank e io seguimmo lo sviluppo di quel colpo. Più tardi, quando le mail di Clinton vennero rese note, altri come Robert Naiman, Mark Weisbrot e Alex Main rivelarono il ruolo centrale da lei giocato nell'indebolire Manuel Zelaya, il presidente deposto, e il movimento d'opposizione che chiedeva la sua reintegrazione. In tal modo Clinton si alleò con i peggiori settori della società honduregna". Ed esercitò pressioni su altri paesi perché le richieste di ritorno alla democrazia fossero accantonate a favore dell'elezione di un "governo di unità", come lo chiama in Hard Choices, legittimando così un regime dittatoriale basato sulla repressione.

Attraverso i suoi portavoce la candidata democratica alla Casa Bianca ha respinto le accuse di The Nation definendole "assurdità" e ribadendo di aver operato per risolvere una crisi costituzionale spianando la strada a consultazioni democratiche. La realtà è ben diversa, come testimonia l'ondata di omicidi che ha insanguinato e continua a insanguinare l'Honduras: tra le vittime giornalisti, studenti, difensori dei diritti umani, dirigenti contadini e indigeni. Berta Cáceres era ben cosciente dei rischi che correva: a chi le chiedeva se non temesse per la propria vita, rispondeva di sì, spiegando che non era facile vivere in un paese dove le minacce erano costanti. Ma chiarendo anche che lei e la sua organizzazione non si sarebbero lasciate paralizzare dalla paura.

L'anno scorso la coordinatrice del Copinh era stata insignita di un importante riconoscimento, il Goldman Enviromental Prize, per la sua lotta contro il megaprogetto idroelettrico Agua Zarca, portato avanti dall'impresa honduregna Desa e finanziato da capitale internazionale. Un progetto che avrebbe arrecato danni irreparabili all'economia e alle risorse idriche della comunità lenca. In quell'occasione Berta, dopo aver denunciato che l'espansione dello sfruttamento dei territori da parte delle transnazionali "non solo genera conflittualità, ma molteplici forme di violazione dei diritti umani, omicidi compresi", prevedeva una recrudescenza delle persecuzioni contro gli oppositori. Quasi una profezia. (10/3/2016)


Ecco i link agli articoli di The Nation e ad altri interventi sul tema e una video-intervista a Berta Cáceres. Per la cronaca del golpe del 2009 e degli avvenimenti successivi v. Archivio

Grandin: The Clinton-backed Honduran regimen is picking off indigenous leaders

Grandin: Berta Cáceres singled out Hillary Clinton for criticism

Guerra Cabrera: Otro régimen de terror impuesto por Estados Unidos

Holt-Giménez: Desafiando las estructuras del terror

Video-intervista: Berta Cáceres denuncia represión en Honduras

 

Bolivia

I perché della vittoria del No

bocciata la ricandidatura di Evo Morales

"Non siamo stati sconfitti, questa è stata una piccola battaglia per la modifica della Costituzione. Con i movimenti sociali, che sono il popolo, continueremo a combattere. Finché esisteranno capitalismo e imperialismo la lotta continuerà e ora con maggior forza". Così Evo Morales ha commentato la vittoria del No (con poco più del 51% dei voti) al referendum che chiedeva una modifica della Carta Magna per permettergli di ripresentarsi candidato nel 2020. Il risultato del 21 febbraio resta comunque un campanello d'allarme, un segnale che l'appoggio maggioritario di cui il Movimiento al Socialismo godeva comincia a sgretolarsi. E non si tratta del primo avvertimento. Già nel 2015 le elezioni dipartimentali e municipali avevano registrato, rispetto alle consultazioni generali dell'anno prima, un arretramento del Mas che aveva perso in alcuni tradizionali bastioni, come nelle città di El Alto e Cochabamba.

Quali le cause? Secondo gran parte degli osservatori, a incidere pesantemente sul calo di consensi sono state le denunce per corruzione che hanno colpito numerosi funzionari governativi. Basti citare, tra tutti, il caso riguardante la gestione poco trasparente del Fondo Indígena. Più recentemente i media controllati dall'opposizione hanno diffuso e amplificato le voci su presunti favori fatti dal capo dello Stato a una sua ex fidanzata, direttrice commerciale di un'impresa cinese che in Bolivia si è aggiudicata contratti per centinaia di milioni di dollari.

Non va neppure sottovalutato il peso del sostegno statunitense alla campagna per il No (l'ambasciata Usa vi avrebbe contribuito con circa 200.000 dollari). Del resto i finanziamenti della National Endowment for Democracy a organizzazioni e fondazioni della destra boliviana ammonterebbero, tra il 2003 e il 2014, a quasi otto milioni di dollari. Le manovre Usa sono ampiamente documentate nel libro The WikiLeaks Files, uscito nel 2015. Un solo esempio: in un cablogramma dell'aprile 2007 si parla del "più ampio sforzo dell'Usaid (United States Agency for International Development) per rafforzare i governi regionali come contrappeso al governo centrale". Nei due anni successivi i dipartimenti della cosiddetta Media Luna sono stati teatro di tentativi secessionisti e di complotti per uccidere lo stesso capo dello Stato.

Nonostante i problemi interni e le pressioni di Washington, i dati del referendum mostrano che la presidenza Morales riscuote ancora la fiducia di quasi la metà dell'elettorato: uno zoccolo duro conquistato grazie agli innegabili progressi che la Bolivia ha registrato in questi anni. I programmi sociali hanno contribuito a ridurre la diseguaglianza, garantendo una pensione a tutti gli ultrasessantenni, lottando contro l'abbandono scolastico e sradicando l'analfabetismo, diminuendo la mortalità materna e infantile, ampliando l'assistenza sanitaria, combattendo l'estrema povertà. Riforma agraria e nazionalizzazione delle risorse naturali hanno cambiato la struttura economica del paese, un tempo uno dei più poveri del continente. E che adesso, pur in un periodo di crollo dei prezzi delle materie prime, può mantenere un tasso di crescita invidiabile: quasi il 5% nel 2015. Da questa realtà dovrà partire Morales per recuperare il consenso perduto. (25/2/2016)


Altri interventi su questo tema. Per gli avvenimenti degli anni precedenti v. Archivio

Laborde, Oliva: Desafíos para Bolivia

Karg: Por qué ganó el No

Rodríguez Araujo: Perspectiva de Bolivia

Guerra Cabrera: Se refuerza la lucha, asegura Evo

Almeyra: Un tiro en el pie

 

America Latina

Fine di un ciclo?

forze progressiste in difficoltà nel continente

Mar del Plata, 4-5 novembre 2005. In uno storico vertice i presidenti di cinque paesi (l'argentino Néstor Kirchner, il paraguayano Nicanor Duarte Frutos, l'uruguayano Tabaré Vázquez, il brasiliano Lula da Silva, il venezuelano Hugo Chávez) si ribellano alle pressioni statunitensi e dicono no alla formazione dell'Alca. Tramonta così il progetto di Washington di una grande area di libero commercio subordinata ai suoi interessi. A quel progetto viene contrapposta una politica di integrazione regionale che porta alla costituzione prima di Unasur, l'Unión de Naciones Sudamericanas, poi della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños comprendente tutti gli Stati indipendenti del continente con l'esclusione di Usa e Canada.

L'anno scorso è stato ricordato il decimo anniversario dell'incontro di Mar del Plata. Ma proprio il 2015 si è chiuso con pesanti arretramenti delle forze progressiste, che pure nel corso del decennio - con diversa intensità da paese a paese - avevano ottenuto significativi risultati nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze, nella battaglia contro il debito estero, nel recupero del ruolo dello Stato nei confronti del mercato. In Argentina le elezioni presidenziali hanno portato al potere la destra di Mauricio Macri. In Venezuela la sconfitta bolivariana nelle legislative pone a rischio il governo di Nicolás Maduro. In Brasile la presidente Dilma Rousseff è sempre più stretta d'assedio da manovre golpiste, che approfittano del calo di consensi generato dalla recessione. In Ecuador e in Bolivia le scelte governative a favore dell'industria estrattiva e dell'agricoltura da esportazione, per finanziare i programmi sociali, sono accolte da contestazioni e proteste. E' la fine di un ciclo nel continente che in questi anni ha rappresentato la punta più avanzata della lotta al neoliberismo? Siamo a quello che è stato definito "l'esaurimento del modello"?

Certo, i contraccolpi della crisi globale si fanno sentire anche qui: il crollo dei prezzi delle materie prime condiziona fortemente il mantenimento delle politiche sociali (e ora anche l'economia della Cina, destinataria di tanta parte delle esportazioni latinoamericane, mostra le prime crepe). Senza dimenticare i problemi ereditati dalle gestioni precedenti e non sempre attaccati alle radici, dalla mancata diversificazione produttiva all'influenza dei media in mano a gruppi monopolistici. E la rinnovata presenza degli Stati Uniti che, dopo il conflitto iracheno, hanno recuperato l'iniziativa nel "cortile di casa" non solo attraverso l'Alianza del Pacífico, ma favorendo i colpi di Stato in Honduras (2009) e in Paraguay (2012).

E' vero: i governi progressisti di questi anni non hanno attuato una rottura con il sistema dominante, non hanno intaccato i rapporti di potere. Hanno però introdotto reali riforme a vantaggio delle classi più svantaggiate e cambiato il corso della politica estera. Non si giustifica dunque la scelta di alcuni partiti e movimenti di sinistra di schierarsi a fianco dell'opposizione. Nell'intervista rilasciata il 26 novembre al manifesto il sociologo statunitense James Petras, pur sottolineando i limiti del modello, ammoniva: "Non sono d'accordo con quelli che preferiscono marciare con l'oligarchia anziché contestarla. Non capiscono che le destre possono appropriarsi delle critiche per andare al potere e spingere ancora più a fondo l'offensiva conservatrice". (7/1/2016)


Altri interventi sul tema. Su Celac, Unasur, Alianza del Pacífico v. Organizzazioni Internazionali

Boron: La génesis de ciertos acentecimientos recientes

Guerra Cabrera: Argentina, Venezuela y la lucha de clases

Codas: Problemas de la política económica progresista

Svampa: Termina la era de las promesas andinas

De Sousa Santos: La izquierda del futuro

Sader: La izquierda del siglo XXI es antineoliberal

Latinoamerica-online.it anno XVI

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04