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L'arma giuridica contro i movimenti progressisti

Il 24 gennaio i magistrati di Porto Alegre hanno confermato, e addirittura aumentato (da nove anni e sei mesi a dodici anni e un mese), la condanna comminata all'ex presidente brasiliano Lula per un reato non provato. In tal modo diventa quasi impossibile per l'ex presidente partecipare alle elezioni di ottobre, dove tutti i sondaggi lo indicano come sicuro vincitore. E' questo l'ennesimo atto di una vera e propria guerra giuridica, il cosiddetto lawfare, contro gli esponenti dei movimenti progressisti latinoamericani.

Mentre il Venezuela è quotidianamente sottoposto ad attacchi esterni (sanzioni economiche e minacce di intervento armato) e interni (recentemente si è giunti al sabotaggio di centrali elettriche), nel resto della regione è in corso un'offensiva non meno pericolosa, che mira alla diffamazione e alla criminalizzazione degli oppositori, anche i più moderati. Come afferma il giurista argentino Raúl Zaffaroni, con questa sorta di Plan Cóndor Judicial si vuole "eliminare da ogni contesa elettorale e per via giudiziaria qualsiasi leader o dirigente popolare in grado di vincere un'elezione contro i candidati delle corporazioni". Questa nuova arma, resa ancora più potente dal controllo esercitato sui principali media da parte dei gruppi di potere, punta a far tacere ogni voce alternativa. Lo scopo è quello di cancellare diritti acquisiti nei decenni per restaurare un neoliberismo selvaggio, come sta già avvenendo in buona parte dell'America Latina.

Già l'honduregno Manuel Zelaya nel 2009 e il paraguayano Fernando Lugo nel 2012 erano stati deposti con accuse pretestose. A Zelaya era stata rimproverata la convocazione di un referendum per ottenere la possibilità di ricandidarsi (senza neppure passare attraverso il referendum, nel novembre scorso il golpista Juan Orlando Hernández si è fatto rieleggere, grazie ai brogli, per un secondo mandato). Lugo era stato sottoposto a processo politico per il massacro di Curuguaty, scatenato in realtà da provocatori mescolati ai manifestanti, che il governo non avrebbe saputo impedire. E per non correre rischi, le autorità elettorali del Paraguay hanno ora sentenziato che il sostegno a una nuova candidatura di Lugo da parte di una qualsiasi forza politica venga considerato propaganda maliciosa. Nel 2016 il bersaglio era stata la presidente del Brasile Dilma Rousseff, destituita per "corruzione" - senza alcuna prova - da un Parlamento pieno di corrotti. Un vero e proprio golpe che trova compimento ora nella condanna di Lula.

L'elenco prosegue con l'Argentina, dove nel mirino c'è l'ex presidente Cristina Fernández, accusata di aver coperto i funzionari iraniani sospettati dell'attentato del 1994 contro la sede dell'Asociación Mutual Israelita Argentina: lo avrebbe fatto attraverso un accordo raggiunto con Teheran e approvato dal Congresso. Non potendo procedere all'arresto immediato dell'ex presidente, che nella sua qualità di senatrice gode dell'immunità parlamentare, la "giustizia" ha colpito l'ex segretario legale del governo Fernández, Carlos Zannini, in carcere dal dicembre scorso. Nel frattempo venivano archiviate le denunce (queste sì concrete) contro Mauricio Macri.

Anche in Ecuador la battaglia tra l'ex presidente Rafael Correa e il suo successore Lenín Moreno si è giocata nelle aule dei tribunali. Per consolidare la sua svolta reazionaria, Moreno doveva liberarsi del vicepresidente Jorge Glas, legato all'ala correista. In dicembre Glas è stato condannato a sei anni di carcere per aver favorito, dietro compenso, la concessione di appalti all'impresa brasiliana Odebrecht. "L'Ecuador ha fatto passi giganteschi nella lotta contro la corruzione - ha commentato Correa - Nel caso di Jorge Glas, lo accusano di aver ricevuto tangenti e non si è trovato niente. Si è installato nell'immaginario collettivo, ma non ci sono prove!" Lo stesso Correa è stato chiamato a dichiarare, di fronte alla Procura di Guayaquil, su una vendita di petrolio a Cina e Thailandia che avrebbe causato danni alle casse statali. L'obiettivo è quello di escluderlo da un'eventuale nuova candidatura, visto che tra i provvedimenti approvati con il recente referendum c'è la proibizione, per chiunque sia stato condannato per corruzione, di partecipare alla vita pubblica.

In Cile il figlio di Michelle Bachelet, Sebastián Dávalos, era finito sotto inchiesta perché sospettato di aver approfittato dei suoi legami familiari per aiutare l'impresa Caval, di proprietà della moglie, a ottenere un ingente credito. Dávalos avrebbe inoltre esercitato pressioni per modificare la destinazione d'uso di un terreno acquistato dalla Caval al fine di aumentare il suo valore di mercato. Tali sospetti avevano contribuito non poco a minare la credibilità della presidente e del suo candidato alla successione, Guillier, favorendo nelle elezioni del dicembre 2017 la vittoria dell'esponente della destra Piñera. All'inizio di quest'anno la Corte ha definitivamente prosciolto Dávalos da tutte le accuse, ma ormai l'effetto voluto era stato raggiunto.

Un altro illustre bersaglio è stato l'ex presidente uruguayano José Mujica, che l'anno scorso ha dovuto difendersi dall'accusa, riportata in un libro della giornalista María Urruzola e ribadita da un ex commissario di polizia, di essere coinvolto negli assalti alle banche commessi negli anni Novanta da ex tupamaros. Il denaro rubato, sostenevano queste fonti, era destinato a finanziare il Movimiento de Participación Popular di Mujica. Quanto al boliviano Evo Morales, la sconfitta nel referendum di due anni fa, con cui proponeva una riforma costituzionale per ripresentare la sua candidatura nel 2019, è dovuta in gran parte a una campagna di discredito diffusa dall'opposizione, in particolare alla versione di una sua ex fidanzata che sosteneva di aver avuto con lui un figlio mai riconosciuto. Un anno dopo il voto l'ex fidanzata ha ammesso di aver mentito proprio per pregiudicare politicamente la figura di Morales. L'operazione non è comunque riuscita, perché nel novembre scorso il Tribunal Constitucional Plurinacional ha dato via libera alla rielezione indefinita del capo dello Stato. (8/2/2018)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato