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8 marzo: giornata di lotta in America Latina

Una giornata non di festa, ma di lotta. L'8 marzo 2019 ha registrato in America Latina una mobilitazione senza precedenti. Milioni di donne sono scese in piazza in tutto il continente contro la violenza e i femminicidi e per contrapporre, all'ondata reazionaria in corso, la battaglia per diritti e uguaglianza.

In Argentina, nell'ambito dello sciopero delle donne, un imponente corteo si è mosso dal Congresso verso Plaza de Mayo. In testa le militanti della campagna per l'aborto legale, gratuito e sicuro: nell'agosto 2018 la legge, già approvata dalla Camera, è stata bocciata per pochi voti al Senato. Migliaia e migliaia di manifestanti di tutte le età portavano al collo un fazzoletto verde, il colore della battaglia per l'interruzione volontaria della gravidanza. Una battaglia che si scontra con il fanatismo religioso di quanti proprio in questi giorni, nella provincia di Tucumán, hanno impedito a una bambina di undici anni che era stata violentata di accedere all'aborto, nonostante fosse uno dei casi previsti dalla legge, e le hanno imposto un cesareo (la neonata è comunque morta pochi giorni dopo il parto).

Al termine del corteo è stato letto un documento delle associazioni e dei movimenti che avevano convocato la mobilitazione: "Scioperiamo perché siamo tutte e tutti lavoratrici e lavoratori; siamo la classe contro cui va il capitalismo nel mondo, il neoliberismo nella nostra regione e il macrismo nel nostro paese, attraverso i passi avanti della destra e dell'imperialismo in tutta la nostra America Latina. In questo sciopero raccogliamo la storia di tutti gli scioperi storici del movimento femminista e la facciamo nostra, perché siamo in prima fila contro le destre reazionarie, i piani neoliberisti e l'ingerenza dei governi imperialisti".

In Brasile i grandi cortei che hanno attraversato Rio de Janeiro, São Paulo e Brasilia hanno avuto come bersaglio polemico il presidente Jair Bolsonaro, famoso per le sue batture misogine e razziste. Tra le richieste la verità sull'uccisione della consigliera comunale di Rio e militante per i diritti umani Marielle Franco, assassinata il 14 marzo 2018.

Migliaia di donne, e tra queste moltissime giovani e giovanissime, sono scese in piazza in Cile, soprattutto a Santiago e a Valparaíso: sugli striscioni scritte contro il machismo, per una educazione non sessista e per chiedere giustizia per Macarena Valdés, la militante mapuche che si batteva contro la realizzazione di una centrale idroelettrica nella Región de los Ríos. Macarena, che aveva ricevuto ripetute minacce dall'impresa transnazionale RP Global, costruttrice della centrale, è stata trovata impiccata il 22 agosto del 2016: i segni trovati sul suo corpo smentiscono la tesi del suicidio, troppo frettolosamente accettata dagli inquirenti.

Tantissime anche le manifestanti che hanno attraversato il centro di Montevideo, in Uruguay: tra queste la vicepresidente Lucía Topolansky, che ha sottolineato come il problema prioritario del paese sia la violenza domestica. Topolansky nel settembre del 2017, come senatrice più votata, aveva sostituito il dimissionario Raúl Sendic.

In Messico ampie mobilitazioni si sono svolte in almeno tredici città per dire no alla violenza e ai femminicidi e per chiedere la depenalizzazione dell'aborto. Su questo tema la situazione è molto diversa da regione a regione: se a Città del Messico l'interruzione volontaria della gravidanza è legale, altrove viene punita con la reclusione e lo Stato di Nuevo León ha appena riformato la Costituzione per garantire il diritto alla vita del feto. Nella capitale si è svolta una manifestazione di contadine, con alla testa la ministra di Gobernación, Olga Sánchez Cordero. (9/3/2019)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato