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Gli Usa rafforzano la presenza in Sud America

Con la destra al potere nei due principali paesi sudamericani (elezione di Macri in Argentina, golpe istituzionale in Brasile) si registrano preoccupanti segnali di un ritorno al passato. In particolare assistiamo a una rinnovata presenza, militare e politica, degli Stati Uniti nella regione. Pochi mettono in dubbio il ruolo svolto da Washington nel pilotare la destituzione di Dilma Rousseff. Le compagnie petrolifere Usa da tempo miravano al controllo del cosiddetto pré-sal, i ricchi giacimenti petroliferi sottomarini il cui sfruttamento era stato riservato, dai governi Lula e Rousseff, a Petrobras. E infatti una delle prime decisioni del presidente illegittimo Temer è stata quella di aprire lo sfruttamento di tali risorse alle imprese private transnazionali. Intanto proseguono le trattative per la cessione agli Stati Uniti della base spaziale di Alcântara, nello Stato di Maranhão, tra l’opposizione delle popolazioni locali.

Analoga situazione in Argentina, dove Mauricio Macri sta consegnando il paese nelle braccia di Washington. A fine marzo è stato reso noto il progetto per l'acquisto di armamenti dagli Usa al costo di oltre due miliardi di dollari: aerei da caccia, elicotteri, blindati, lanciagranate, lanciamissili destinati alla lotta contro il terrorismo. Il governo ha cercato di negare, poi ha sostenuto che non di acquisto si trattava, ma di "donazione". Già agli inizi di quest'anno si era appreso della fornitura, da parte di Israele, di materiale navale e sofisticate attrezzature di vigilanza per 80 milioni di dollari. Va poi segnalato il patto di cooperazione militare tra l’Argentina e la National Guard dello Stato della Georgia, che consente ai militari statunitensi di prendere decisioni anche senza il consenso delle forze armate locali. La National Guard fa parte delle forze speciali del Southern Command da cui dipende anche la Quarta Flotta, che dal 2008 è tornata in attività nel "cortile di casa".

A tutto questo vanno aggiunti gli accordi militari firmati da Macri con Obama, che prevedono tra l’altro l’assistenza nella zona della Triple Frontera (dove esistono le maggiori riserve mondiali d’acqua dolce), il coordinamento di missioni in Africa, la cooperazione di forze di sicurezza e controspionaggio. Sono poi avviate le trattative per l’insediamento di due basi statunitensi in territorio argentino, una delle quali nella Terra del Fuoco. Senza contare l’atteggiamento conciliante del governo di Buenos Aires verso la Gran Bretagna, che sta ampiamente militarizzando le isole Malvinas anche con l’invio di sottomarini nucleari, nonostante il Trattato di Tlatelolco del 1969 dichiari l’America Latina e i Caraibi zona denuclearizzata.

Con le basi già esistenti in Colombia, Paraguay, Perú, Cile (Fuerte Aguayo, inaugurata nel 2012 sotto il governo Piñera), Guyana, Guyana Francese (base Nato) e quelle in fase di realizzazione Washington sta in pratica mettendo sotto assedio i paesi considerati ostili: tra questi l'Ecuador che nel 2009, su decisione del presidente Correa, ha "sfrattato" da Manta le forze Usa. Certo nel nuovo millennio la presenza militare è spesso mascherata da lotta contro il terrorismo e il narcotraffico o addirittura da aiuto umanitario, come sta avvenendo in Perù dove alla fine dello scorso anno è stata decisa l’installazione di un nuovo presidio in Amazzonia allo scopo di fronteggiare “disastri naturali”. (8/4/2017)

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a cura di Nicoletta Manuzzato