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Brasile, Lula riacquista i diritti politici

Il Supremo Tribunal Federal ha ratificato, il 15 aprile, l'annullamento delle condanne per corruzione contro Luiz Inácio Lula da Silva. A favore hanno votato otto degli undici giudici riuniti in seduta plenaria. Viene così confermata la sentenza del magistrato Luiz Edson Fachin, che l'8 marzo aveva dichiarato il tribunale di Curitiba incompetente a giudicare l'ex presidente e aveva ordinato che gli atti fossero trasferiti alla giustizia federale. La votazione non proclama l'innocenza di Lula, ma gli restituisce i diritti politici e quindi la possibilità di presentarsi candidato alle elezioni del 2022. E il 22 aprile sempre l'Alta Corte a maggioranza, convalidando quanto già aveva stabilito un mese prima la Seconda Sezione, ha riconosciuto la parzialità dell'ex giudice Sérgio Moro nei confronti di Lula, smontando definitivamente il castello di false accuse costruito nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato.

"E' una vittoria del diritto sull'arbitrio. E' il ripristino del debito processo legale e della credibilità del potere giudiziario in Brasile", affermano in una nota gli avvocati difensori dell'ex presidente, Cristiano Zanin Martins e Valeska Teixeira Martins, che accusano Sérgio Moro di aver utilizzato la carica di giudice "per promuovere una vera e propria crociata contro Lula al fine di incriminarlo e condannarlo senza prove, con l'obiettivo di escluderlo dalle presidenziali del 2018 e dalla vita politica".

La storica decisione del Supremo Tribunal Federal è un'ulteriore sconfitta per Bolsonaro, già messo alle corde dalla crisi sanitaria del paese. Una crisi resa drammatica dall'atteggiamento negazionista del capo dello Stato, che si è sempre scagliato contro l'uso della mascherina e le misure di lockdown adottate da alcuni Stati. La seconda ondata dei contagi da Covid-19 vede il Brasile con il maggior tasso di mortalità di tutto il continente, mentre la campagna di vaccinazione prosegue a ritmo lento e in molte zone mancano medicinali e bombole di ossigeno. Intanto il Senato ha avviato una commissione parlamentare d'inchiesta per verificare le responsabilità del governo nella fallimentare gestione della pandemia.

Per cercare di risollevare la credibilità dell'esecutivo Bolsonaro aveva designato in marzo, alla guida del Ministero della Salute, il cardiologo Marcelo Queiroga al posto del generale dell'esercito Eduardo Pazuello. Sempre in marzo il ministro degli Esteri, Ernesto Araújo, era stato costretto a dimettersi (e a lasciare l'incarico all'ex ambasciatore in Francia, Carlos Alberto Franco) in seguito a pressioni provenienti anche da settori filogovernativi. Esponente dell'ala ideologica del bolsonarismo, Araújo si era distinto per la sua fanatica lotta al comunismo e le sue pesanti critiche a paesi come la Cina, importante socio commerciale del Brasile.

Altro cambio della guardia al dicastero della Difesa, dove Fernando Azevedo e Silva era stato sostituito dal generale della riserva Walter Souza Braga Netto. Azevedo e Silva sarebbe stato "licenziato" per essersi rifiutato di assumere le posizioni pretese dal capo dello Stato, in particolare per non essersi pronunciato contro il potere giudiziario dopo il verdetto a favore di Lula. In segno di solidarietà con il ministro uscente i comandanti dell'esercito, della marina e dell'aviazione avevano rimesso i loro incarichi, riaffermando il ruolo delle forze armate come istituzioni dello Stato: un modo per prendere le distanze da quelle avventure golpiste ipotizzate non troppo velatamente da Bolsonaro. Indebolito dalla crescente perdita di popolarità e di fronte al rischio che le richieste di impeachment prosperino nel Congresso, il presidente ha deciso allora di gratificare di incarichi governativi i parlamentari del cosiddetto Centrão, gruppo di partiti notoriamente pronti a sostenere chiunque garantisca loro adeguate prebende. (23/4/2021)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato