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Brasile, Lula torna in libertà

L'8 novembre si sono aperti i cancelli e Lula è tornato ad abbracciare il suo popolo, dopo 580 giorni di ingiusta prigionia. Il giorno precedente il Supremo Tribunal Federal, per sei voti contro cinque, aveva riconosciuto che secondo la Costituzione un condannato ha diritto a rimanere in libertà fino a che non si siano esauriti tutti i gradi di giudizio. A far propendere i giudici verso la liberazione di Lula era stata anche la rivelazione, da parte del sito The Intercept, delle manovre illegali attuate nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato per arrivare all'imprigionamento dell'ex presidente.

Le informazioni fornite dal sito web sulla base di chat registrate, audio e video, hanno rappresentato un vero e proprio terremoto nella politica brasiliana: minando la credibilità del giudice Sérgio Moro hanno dimostrato come il vero obiettivo della sua tanto celebrata lotta alla corruzione fosse in realtà la detenzione di Lula per permettere la vittoria di Bolsonaro alle presidenziali del 2018. E mentre Lula era in cella, il governo Bolsonaro si lanciava all'attacco di tutte le conquiste degli ultimi anni: riforma del lavoro e delle pensioni in senso neoliberista, offerta al miglior offerente del pré-sal (i giacimenti petroliferi delle profondità marine), via libera alla devastazione dell'Amazzonia da parte di grandi coltivatori, commercianti di legname e compagnie minerarie.

La distruzione provocata nel "polmone del pianeta" dagli incendi di questa estate hanno suscitato allarme in tutto il mondo. E ancora una volta è stato The Intercept a gettar luce sui veri interessi in gioco dietro questi roghi. Tra i massimi responsabili della deforestazione figurano l'impresa Hidrovias do Brasil e la finanziaria Patria Investimentos, che puntano alla costruzione di una gigantesca autostrada e di un porto per facilitare l'esportazione di soia. E investigando i veri proprietari di entrambe si arriva al gruppo Blackstone il cui cofondatore e direttore generale è Stephen Schwarzman, grande amico di Donald Trump.

Insieme alla popolarità di Moro, anche quella di Jair Bolsonaro sta colando a picco. Nei mesi scorsi gli studenti sono scesi in piazza a più riprese contro i suoi tagli all'istruzione, ampi strati di lavoratori hanno aderito allo sciopero generale contro la sua riforma pensionistica, le sue dichiarazioni omofobe sono state condannate da tre milioni di persone nel corso del Gay Pride di São Paulo, il movimento indigeno ha manifestato contro la sua "politica genocida" e decine di migliaia di donne si sono mobilitate nella tradizionale Marcha das Margaridas per ripudiare le sue affermazioni misogine. La liberazione di Lula avviene dunque in un momento di risveglio della combattività popolare. All'indomani della scarcerazione, parlando dalla sede del sindacato dei metalmeccanici di São Paulo davanti a una grande folla, l'ex presidente ha detto di sentirsi come un "leone", pronto a lottare contro Bolsonaro e contro la politica economica del suo ministro Paulo Guedes, un neoliberista che collaborò in Cile con la dittatura di Pinochet. Quanto a Trump, Lula lo ha invitato con tono colorito a occuparsi dei problemi dei suoi concittadini lasciando in pace i latinoamericani, dal momento che "non è stato eletto per essere lo sceriffo del mondo". (9/11/2019)

Articolo precedente sul Brasile in archivio 2019:

Dirigenti sociali e oppositori nel mirino (24/3/2019)

 

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato