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Colombia, "il paese che sogniamo"

Tredici morti, molti dei quali - come testimoniano i video che ora circolano in Internet - uccisi da civili protetti dalle forze di sicurezza sono il tragico bilancio del 28 maggio a Cali. Si aggiungono alla sessantina di vittime, alle migliaia di feriti e alle centinaia di scomparsi, vittime della feroce repressione con cui il presidente Duque spera di fermare le massicce mobilitazioni antigovernative. I manifestanti però non si lasciano intimidire e da un mese occupano le piazze della capitale e delle principali città colombiane. Come recitava un cartello nelle vie di Bogotá: "Dall'altro lato della paura c'è il paese che sogniamo".

La rivolta è stata innescata dal paquetazo, il progetto di riforma tributaria presentato al Congresso dal governo, che avrebbe rovesciato sui settori popolari la crisi causata dalla pandemia. Prevedeva infatti di risanare le finanze pubbliche con l'aumento dell'Iva, che avrebbe comportato un rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, e con l'abbassamento della base impositiva, trasformando così in contribuenti anche lavoratori di basso reddito. Una provocazione, in un paese che lo scorso anno ha visto crescere la disoccupazione fino al 15,9% e che conta quasi la metà della popolazione in situazione di povertà. Il governo aveva lanciato nell'aprile 2020 l'Ingreso Solidario per le famiglie in estrema difficoltà, ma la cifra - che riceveranno fino a giugno - è quasi ridicola: l'equivalente di 43 dollari al mese, quando il salario minimo è di 259 dollari.

Il paquetazo includeva anche una tassa sulle grandi fortune, ma "quello che ci si attende di ricavare da qui non è confrontabile con quello che si pretende di ottenere dai ceti medi e bassi", spiega a Página/12 l'economista Jairo Estrada, docente presso l'Universidad Nacional de Colombia. E Diógenes Orjuela, segretario generale della Central Unitaria de Trabajadores, denuncia il mantenimento di "privilegi per le multinazionali per un ammontare di quasi 40 miliardi di pesos". Allo stesso tempo l'esecutivo intendeva acquistare 24 nuovi aerei da guerra del costo di quattro miliardi di dollari (la Colombia è, dopo il Brasile, lo Stato della regione con la spesa militare più alta).

Dal 28 aprile, giorno del Paro Nacional contro la riforma tributaria indetto da organizzazioni sociali e sindacali, cortei, blocchi stradali e attività artistiche di strada si susseguono quotidianamente con la partecipazione di lavoratori, comitati di quartiere, studenti, femministe, comunità indigene e afrodiscendenti. Duque si è ben presto visto costretto a ritirare il progetto di riforma, ma il suo passo indietro non è stato sufficiente. Adesso le richieste del Comité Nacional del Paro includono un reddito pari a un salario minimo per i colpiti dalla pandemia, la difesa della produzione nazionale, la cessazione dello sradicamento forzato delle coltivazioni illegali con prodotti cancerogeni come il glifosato, la fine delle privatizzazioni, sussidi alle piccole e medie imprese, accesso gratuito all'università, norme contro le discriminazioni di genere, di etnia, di orientamento sessuale. E soprattutto una condanna esplicita della violenta repressione contro dimostranti pacifici. A suscitare particolare sdegno è stato il caso di una giovane di 17 anni, suicidatasi a Popayán dopo essere stata arrestata e stuprata da agenti dell'Esmad, il famigerato Escuadrón Móvil Antidisturbios.

Per risolvere la crisi Duque ha anche accettato di incontrare i rappresentanti del Comité Nacional del Paro, ma finora le riunioni non hanno prodotto alcun risultato. Del resto la volontà di dialogo delle autorità viene smentita dall'accentuarsi della risposta repressiva e dalla militarizzazione di città e interi dipartimenti. L'unico passo avanti è stato il ritiro, da parte del Congresso, del contestato progetto di riforma sanitaria, che avrebbe accentuato la privatizzazione del settore.

Alle violenze dello Stato si affiancano quelle dei gruppi paramilitari. Il 10 maggio a Cali uomini armati, a bordo di veicoli di grossa cilindrata, hanno aperto il fuoco contro la marcia indigena che stava entrando in città, ferendo dieci persone. Come ha denunciato il Consejo Regional Indígena del Cauca, le camionette della minga sono state "attaccate da una turba uribista con l'appoggio della forza pubblica". E non cessano gli omicidi selettivi: difensori dei diritti umani, leader sociali e comunitari continuano ad essere assassinati (68 dall'inizio del 2021).

Molte anche le vittime tra gli ex combattenti delle Farc: già 275 dalla firma degli accordi, come denuncia un comunicato di Comunes (il nuovo nome che da gennaio ha assunto il partito sorto dalla disciolta organizzazione guerrigliera). E il 17 maggio il comandante Jesús Santrich è caduto in un'imboscata dell'esercito colombiano in territorio venezuelano. Santrich aveva sostenuto con forza il processo di pace e aveva anche occupato un seggio nel Congresso, ma aveva poi deciso di riprendere le armi dopo aver constatato il mancato compimento dei patti da parte del governo. (30/5/2021)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato