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Colombia, tra speranze di pace e nuovi massacri

Tra mille contraddizioni, la Colombia si avvia verso la pace. Dal primo ottobre è in vigore una tregua temporanea (fino al 9 gennaio) tra le forze governative e l'Ejército de Liberación Nacional: è il primo tangibile frutto dei colloqui in corso da febbraio a Quito. Il leader dell'Eln, Nicolás Rodríguez, ha impartito ai guerriglieri l'ordine di "interrompere ogni tipo di attività offensiva per attenersi pienamente alla cessazione bilaterale del fuoco". E alle forze armate è stato comandato di sospendere le operazioni contro la guerriglia. Il controllo della moratoria sarà realizzato da delegati delle Nazioni Unite, del governo, degli insorti e della Chiesa cattolica.

Poche settimane prima le Farc - che il 15 agosto avevano completato il loro disarmo - avevano tenuto il loro congresso, costituendosi in partito politico con il nome di Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común e scegliendo come simbolo una rosa con una stella rossa all'interno (secondo alcuni critici, un po' troppo simile al fiore socialdemocratico). Il primo settembre Rodrigo Londoño Timochenko aveva preso la parola a Bogotá, nel corso dell'evento pubblico con cui il nuovo raggruppamento si era presentato al paese. Davanti a decine di migliaia di persone, aveva ripreso una frase di Eliécer Gaitán: "Lo Stato continua a rappresentare gli interessi di un gruppo minoritario, quando dovrebbe rappresentare tutte le classi e difendere specialmente quella che ne ha bisogno, ossia la grande maggioranza dei diseredati. Proponiamo alla Colombia di porre fine a tanto amara realtà". Nei giorni successivi Timochenko veniva designato presidente dalla struttura dirigente del partito.

Dal 6 al 10 settembre la Colombia ha ricevuto anche la visita di papa Francesco, che ha voluto così mostrare il suo appoggio al processo di pace, verso il quale tanti alti prelati locali si mostrano ancora troppo tiepidi. Ma la fine della violenza è ancora lontana. Continuano infatti nella più totale impunità gli omicidi di dirigenti sindacali e comunitari. Secondo la Defensoría del Pueblo, solo nei primi mesi dell'anno le vittime sono state oltre cinquanta e l'elenco non fa che allungarsi. In luglio sono stati assassinati Héctor Mina, membro di Marcha Patriótica e leader riconosciuto dell'organizzazione afro del dipartimento del Cauca, ed Ezequiel Rangel, dirigente contadino impegnato a promuovere, nella regione del Catatumbo, gli accordi di pace tra Farc e governo.

E il 5 ottobre a Tumaco, nel dipartimento di Nariño, sei contadini sono rimasti uccisi (un settimo morirà qualche giorno dopo in ospedale) e una ventina feriti mentre tentavano di impedire lo sradicamento delle coltivazioni di coca, loro unico mezzo di sostentamento. La versione iniziale delle autorità, che accusava della strage un gruppo di guerriglieri dissidenti, è stata ben presto smentita dalle testimonianze dei sopravvissuti e dai risultati degli esami balistici: ad aprire il fuoco contro manifestanti pacifici sono stati i membri della polizia antinarcotici. Iván Márquez, della Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, in una conferenza stampa ha denunciato la mancata attuazione degli accordi di pace dell'Avana, che prevedevano "la sostituzione concordata delle coltivazioni illegali e non la repressione con proiettili e gas". (13/10/2017)

In archivio 2017 altre notizie sulla Colombia:

Le Farc dicono addio alle armi (28/6/2017)

Denunciate le inadempienze del governo (6/6/2017)

Assassinata leader comunitaria (6/3/2017)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato