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Colombia, rottura del negoziato di pace con l'Eln

Un duro colpo alla pace: il 17 gennaio, a Bogotá, un'autobomba contro la scuola dei cadetti della polizia provocava la morte di 22 persone e il ferimento di più di 60. Il giorno seguente il presidente Iván Duque annunciava la rottura delle trattative con l'Ejército de Liberación Nacional (il negoziato, avviato dal febbraio 2017 prima a Quito e poi all'Avana, era del resto già sospeso dal giorno dell'insediamento di Duque nell'agosto scorso). I fautori di una soluzione militare hanno subito approfittato dell'accaduto per attaccare anche gli accordi raggiunti nel 2016 con le Farc, accordi che lo stesso capo dello Stato aveva dichiarato di voler "correggere".

Il 21 gennaio il comandante Pablo Beltrán, leader della delegazione dell'Eln presente all'Avana, in una dichiarazione a Prensa Latina negava qualsiasi legame dei negoziatori con quanto avvenuto a Bogotá, ribadendo l'impegno a portare avanti il dialogo con il governo. Ma il giorno dopo un comunicato della dirigenza nazionale dell'organizzazione guerrigliera rivendicava l'attentato come un'azione di guerra, definendo la scuola dei cadetti un'installazione militare. Un'azione, al di là del giudizio morale, fortemente criticata da sinistra anche sul piano politico, perché ha fornito al capo dello Stato il pretesto per abbandonare definitivamente le trattative e ha provocato la sospensione di alcune manifestazioni di protesta già programmate nella capitale. In particolare proprio quel giorno gli studenti avevano deciso di scendere in piazza contro i brutali metodi repressivi dell'Escuadrón Móvil Antidisturbios, l'unità antisommossa della polizia.

Anche il governo dell'Avana si è pronunciato duramente contro la strage alla scuola dei cadetti: "Cuba respinge e condanna tutte le azioni, i metodi e le pratiche di terrorismo in tutte le forme e manifestazioni". Le autorità cubane hanno comunque respinto la richiesta di Bogotá di catturare ed estradare i rappresentanti dell'Eln. Una richiesta irricevibile perché il governo dell'isola è tenuto ad applicare, in caso di rottura del dialogo, i protocolli stabiliti che garantiscono la sicurezza dei negoziatori, come del resto farà la Norvegia, altro paese garante dei colloqui.

L'esplosione del 17 gennaio ha avuto pesanti ripercussioni sulla politica colombiana. Il presidente Duque, facendo appello all'unità nazionale contro il terrorismo, ha saputo sfruttare l'ondata di indignazione per aumentare la sua popolarità: un ottimo mezzo per far passare in secondo piano le critiche alla politica economica governativa e i tanti casi di corruzione che coinvolgono i più alti funzionari dello Stato.

La domenica successiva all'attentato, la destra ha promosso cortei in diverse città per esprimere appoggio alle forze di polizia e condannare la violenza. Una condanna a senso unico: chi ha tentato, come è avvenuto a Medellín, di ricordare anche i continui omicidi di leader sociali è stato sommerso da insulti e minacce. Intanto lo stillicidio continua: l'11 gennaio è stato rinvenuto il cadavere di Faiber Manquillo Gómez, dirigente contadino del dipartimento del Cauca, che era stato sequestrato in dicembre. E il 24 gennaio è morta in ospedale Maritza Ramírez Chaverra, presidente della Junta de Acción Comunal de Aguas Claras del municipio di Tumaco (dipartimento di Nariño): giorni prima era stata selvaggiamente picchiata da sconosciuti. (25/1/2019)

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Una pace sempre più minacciata (6/1/2019)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato