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Brasile, Temer compra la salvezza in Parlamento

Il 2 agosto 2017 la Camera del Parlamento brasiliano ha respinto la richiesta della Procura Generale della Repubblica di aprire un processo contro Michel Temer, attuale occupante della presidenza della Repubblica, in base ad accuse circostanziate e documentate di atti illeciti comuni da lui compiuti. Non stupisce che quella Camera che poco più di un anno fa ha ammesso le procedure di impeachment contro la presidente Dilma Rousseff in base ad accuse per atti da lei non compiuti e imputazioni non previste dalla Costituzione abbia invece negato di procedere contro Termer per reati previsti e provati. In entrambi i casi questi risultati sono stati ottenuti attraverso la compra dei voti di deputati. Si traducono tre testi che informano al riguardo. (T.I.)

 

Temer sbanca il bilancio pubblico per salvare il collo

di Gleisi Hoffmann (senatrice e presidente nazionale del Pt)

Il colpo di Stato compiuto da Michel Temer e dai suoi sostenitori ha come obiettivi smontare lo Stato brasiliano e seppellire le politiche sociali impiantate nei governi Lula e Dilma. Il presidente golpista approfitta dell’alleanza spuria costruita con settori oscuri del Congresso Nazionale per calpestare i diritti dei lavoratori e congelare qualunque tipo di investimento volto a migliorare la vita dei più poveri.

L’ultimo capitolo di questa farsa si è dato mercoledì (2 agosto), quando Temer è stato assolto dalla denuncia presentata dal Ministero Pubblico Federale che indicava la recezione di una valigia - che fu filmata, sia detto en passant - con 500.000 R$, sequestrata a un assessore diretto del presidente. Invece di difendersi dall’accusa, il presidente piemmedebista ha fatto un discorso alla nazione giustificando l’appoggio del Congresso Nazionale alla sua politica come uscita dalla crisi economica del paese.

Quello che Temer non ha spiegato ai brasiliani è stato il costo dell’operazione bravata messa in cammino per salvarlo. I conti più ottimisti indicano la negoziazione di circa 14 miliardi di R$ di fondi destinati ai parlamentari in cambio dei voti in assemblea. Circa 10 miliardi di R$ sono stati usati per estinguere il debito dei ruralisti, che hanno un gruppo forte e ben organizzato nel Congresso Nazionale. L'acquisto di voti è stato sfacciato, con ministri che uscivano dai loro uffici per negoziare finanziamenti alla luce del sole, senza pudore alcuno e con il complice silenzio di quelli che un tempo dicevano di lottare contro la corruzione.

Il governo ha promosso tagli nelle aree sociali, ma avanza anche contro settori sensibili come la ricerca scientifica. Fino ad ora si calcola una riduzione del 44% dei fondi, ciò che colpisce studi su malattie come Alzheimer e Parkinson, agricoltura e anche il programma spaziale brasiliano. Secondo un gruppo di professori di Brasilia, sono già stati bloccati 11 miliardi di R$ delle università federali dal 2015, portando alla sospensione di sedi già a settembre per mancanza di fondi di esercizio.

E’ per questo che Temer e i suoi sodali hanno dato il golpe? La base di sostegno del governo attuale è la stessa che ha eletto Eduardo Cunha e Rodrigo Maia alla presidenza della Camera e che un giornale britannico ha classificato come ostile e macchiata dalla corruzione. E sono questi che non hanno vergogna dei 14 miliardi di R$ in emendamenti per salvare il capo, che ora tramano dietro le quinte i cambiamenti della previdenza sociale che, una volta ancora, puniranno i più poveri, e passeranno lontanissimo dall’aristocrazia del servizio pubblico.

A un anno di distanza dalla farsa dell’impeachment (della presidente costituzionale Dilma Rousseff) comincia a essere chiaro che il discorso sulle ridefinizioni e l’equilibrio dei conti pubblici non fu altro che un discorso vuoto. Con la sua politica economica sbagliata, che favorisce i più ricchi a svantaggio dei più poveri, Temer non sta solo distruggendo il Brasile. Distrugge il sogno e l’autostima di migliaia di brasiliani che fino a poco tempo fa avevano accesso a diritti di base, come finanziamenti di studio e programmi abitazionali e di assistenza sociale. E’ tempo che il Congresso Nazionale capisca che gli umori stanno mutando e che fra poco non sarà più possibile nascondere le trattative sotto il tappeto con l’esecutivo. Chi ha già mangiato tre volte al giorno non accetterà la privazione di questo diritto minimo. (7/8/2017)

Fonte: www.pt.org.br

 

Risoluzione della 31ª Commissione Politica Nazionale del Partido Comunista do Brasil

Cresce il rigetto di Temer. Persistere nella costruzione del Fronte Ampio e nella mobilitazione del popolo.

Dal 2 agosto 2017, quando la Camera dei deputati ha respinto l’indagine per corruzione passiva contro il presidente illegittimo Michel Temer, il governo golpista diffonde la falsa valutazione che con questo fatto il paese ha recuperato la stabilità. In realtà la verità è altra. La crisi in cui il colpo di Stato ha trascinato il paese continua grave, senza fine all’orizzonte e con conclusione imprevedibile. La permanenza di Temer fino al 2018 sulla poltrona presidenziale che ha usurpato continua anch’essa con un pronostico indefinito.

Pugnalando il popolo, Temer continuerà cercando una sopravvivenza.

Questa stessa "vittoria" di Temer, al costo di miliardi di reais (per comprare i voti dei deputati finanziando, senza rispetto delle procedure, spese nei loro collegi elettorali), ha fatto aumentare ancora di più il rigetto generale della società, che già lo valuta come il presidente più impopolare della storia della Repubblica. Questa combustione di denaro pubblico per salvare la pelle di Temer avviene, esattamente, quando la classe lavoratrice perde diritti e patisce per la disoccupazione, quando il popolo soffre per la precarietà dei servizi pubblici essenziali, come salute e sicurezza pubblica, quando il Brasile regredisce, si deindustrializza, con la peggiore recessione di tutti i tempi. E quando, contromano con le possibili vie di uscita, il governo dà continuità allo smantellamento dello Stato nazionale, come con la Misura provvisoria 777, che in pratica pone fine al tasso di interesse di lungo periodo (TJLP) del BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social), che esiste dal 1994, indispensabile per rendere possibili investimenti pubblici che sollecitino lo sviluppo.

Temer e i suoi ministri hanno già annunciato che il prossimo grande "atto" del governo sarà la "Riforma della Previdenza". In verità, come si sa, una antiriforma, con obiettivo simile a quella del "lavoro" già approvata: togliere al popolo il poco che il popolo ha. Temer proseguirà dunque applicando la formula che gli ha dato sopravvivenza fino a qui: pugnalare i lavoratori, tagliando i diritti e consegnando la ricchezza nazionale al capitale straniero, oltre a mantenere alto il tasso reale di interessi, ciò che intralcia la ripresa della crescita economica.

L’instabilità e la divisione del consorzio golpista.

La Procura generale della Repubblica (Pgr) nelle prossime settimane deva presentare una nuova richiesta di apertura di indagine contro Michel Temer. Si ipotizzano delazioni di noti criminali, come Eduardo Cunha (ex presidente della Camera dei deputati e regista della corruzione di parlamentari per l’impeachment contro la presidente costituzionale Dilma Rosseff) e la sua comparsa Lucio Funaro, che possono rivelare più porcherie, più illeciti dell’occupante del Palazzo del Planalto e dei suoi ministri.

Il consorzio golpista che si stava dividendo ha accresciuto questa divisione, come è risultato evidente nella votazione del 2 agosto. Il 40% dei 227 parlamentari che hanno votato per l’allontanamento di Temer dalla presidenza sono membri di partiti della base del governo. Il Psdb (Partito della Socialdemocrazia Brasiliana), che ha capitanato il golpe a fianco del Pmdb (Partito del Movimento Democratico Brasiliano), si è diviso nella votazione ed è già contestato dal Dem (Democratas) che dà segnali di non accettare più il ruolo di leader che i tucani (Psdb) esercitano fin dagli anni '90 nel campo politico neoliberista.

Questo strappo attinge anche altri poli del consorzio golpista: nei monopoli di comunicazione, e anche nell’ambito del potere giudiziario e del Ministero Pubblico Federale. Si può pertanto affermare che la votazione del 2 agosto segna una divisione delle forze golpiste, l’indebolimento della base parlamentare di Temer. Nel quadro avverso è un respiro e un fattore che favoriscono il campo politico che si oppone al governo illegittimo.

In ogni modo, come sottolinea il Progetto di Risoluzione del 14° Congresso del PCdB, nonostante questa "implosione" del consorzio golpista, i poli che lo integravano continuano convergenti attorno ad alcuni punti: respingere le elezioni dirette subito, realizzare le antiriforme neoliberiste, all’ordine del giorno quella politica e quella della previdenza, e ottenere la condanna arbitraria dell’ex presidente Lula con l’obiettivo di escluderlo dalle elezioni presidenziali.

Le minacce della riforma politica.

In questa settimana la riforma politica entra nella sua fase conclusiva. Sull’onda regressiva del golpe, è in corso un attacco antidemocratico con l’obiettivo di rendere il Parlamento brasiliano uno spazio esclusivo di un elenco ridotto di partiti, in maggiorana conservatori. Questo attacco in concreto si basa sull’adozione della clausola di soglia che era stata respinta dal Supremo Tribunale Elettorale nel dicembre 2006, sulla fine dei collegamenti proporzionali e sulla fine del sistema di voto proporzionale con l’adozione del voto distrettuale misto, variante del voto distrettuale, antica formula concepita in diversi paesi dal conservatorismo per ridurre o impedire la presenza della sinistra nei Parlamenti.

Con questi meccanismi restrittivi si pretende di escludere dalle due Camere del Congresso Nazionale e dalle altre sedi legislative partiti programmatici della sinistra, inclusa la più longeva lista brasiliana, il Partito Comunista del Brasile. Questa esclusione, una volta concretizzata, aggraverebbe ancora di più la crisi di rappresentanza, la crisi di legittimità che oggi colpisce il Parlamento e ferisce il principio del pluralismo politico e il diritto di attuazione delle minoranze politiche, assicurata dalla Costituzione del 1988.

Il gruppo del PCdB, nella situazione di correlazione di forze avversa, agirà cercando di costruire convergenze ampie con forze politiche, con l’obiettivo di bloccare o mitigare la regressione democratica presente in questa riforma in discussione. Allo stesso tempo agirà per approvare contenuti che respingano l’offensiva che oggi si dà contro i precetti costituzionali che assicurano libertà di organizzazione partitica e che si oppongono alla criminalizzazione dei partiti e della stessa attività politica. Il gruppo lavorerà anche per consolidare la fine del finanziamento imprenditoriale e l'istituzione del finanziamento pubblico delle campagne in un contesto di criteri democratici.

Costruire il Fronte Ampio, mobilitare il popolo.

La sinistra e le forze democratiche sono sfidate a riprendere l’agenda di mobilitazione contro il governo golpista. Il rigetto di ampi settori sociali del taglio di diritti relativi alla pensione può provocare una nuova ondata di battaglie di piazza. In questo senso l’unità costruita per rendere possibile lo sciopero generale vittorioso del 28 aprile è un punto di riferimento da seguire.

Altro compito delle forze politiche progressiste è persistere, sulla basa di bandiere unificanti, come democrazia, sovranità, sviluppo e progresso sociale, nella costruzione del Fronte Ampio. Nel corso della lotta è sempre più necessario unire e promuovere coesione dei più ampi settori politici, sociali ed economici, costruendo il fronte ampio il cui obiettivo sia riprendere il governo della Repubblica, perché il Brasile superi la crisi e promuova un nuovo ciclo di sviluppo sovrano.

Fuori Temer, Elezioni dirette subito!

Difesa della sovranità nazionale

Ripristino della democrazia e dello Stato Democratico di Diritto

Ripresa della crescita economica e creazione di posti di lavoro

Contro la "Riforma della Previdenza", in difesa dei diritti (San Paolo, 7/8/2017)

Fonte: https://pcdob.org.br

 

"Il popolo non è apatico. Lotta in continuazione per la sopravvivenza"

Intervista a Ivone Gebara

Teologa femminista, religiosa, filosofa, Ivone Gebara respinge l’idea che il popolo sia insensibile di fronte allo smantellamento dei diritti sociali in corso in Brasile. Dottore in Filosofia della Pontificia Università Cattolica di San Paolo e in Scienze Religiose dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), è autrice di oltre trenta libri tra cui "Teologia ecofeminista: ensaio para repensar o conhecimento e a religião" (1997). Si traduce una sua intervista al periodico on line Brasil de Fato. Uma visão popular do Brasil e do mundo, 9 agosto 2017. (T.I.)

Brasil de Fato: Durante la votazione di denuncia contro il presidente Michel Temer nel Congresso Nazionale non si sono viste manifestazioni di massa. Lei però ha detto di non credere nell’apatia del popolo. Perché?

Ivone Gebara: Credo che apatia sia una parola che le persone del governo e della situazione adorano usare nel senso che un popolo apatico è un popolo che approva la loro azione o che non si manifesterà in altro modo. Non siamo apatici, ma in un momento in cui si cerca una nuova uscita. Siamo in una lotta continua. Il popolo è in una lotta continua per la propria sopravvivenza. E i momenti di manifestazione di piazza sono speciali, ma quando non avvengono non significa che il popolo non sia cosciente di ciò di cui ha bisogno. Sono momenti di respiro. Le persone hanno bisogno di respirare per vedere qual è la strada. Qual è la democrazia che difendiamo? La democrazia partecipativa, la democrazia bianca o una democrazia politica senza la democrazia economica? Quali sono i colori e i valori di questa democrazia? Avanzo la questione anche se la parola democrazia è quella che useremo da qui in avanti. Forse dovremmo trovare un’altra parola che esprime quello che vogliamo in questo momento. Non sapere non è un difetto e neppure una malattia: è la condizione perché si possano sapere cose nuove e differenti.

Brasil de Fato: Lei è stata legata alla Teologia della Liberazione, movimento segnato dal lavoro di formazione politica attraverso le comunità ecclesiastiche di base. Come valuta il lavoro di base oggi?

Ivone Gebara: Il lavoro di base non è cosa separata dallo stato complessivo della politica, dell’economia, della cultura. Credo che negli anni 1970 e 1980, con la dittatura militare, le persone sapessero cos'era il lavoro di base perché c’erano alcuni obiettivi da raggiungere. E adesso le persone sentono il malessere, ma non sono ancora riuscite a definire per quale sentiero cammineremo per superare questo malessere, la fame, la mancanza di abitazioni… Non sappiamo di più. Quello che sappiamo è che solo i mezzi legali non sono sufficienti. Ci sono leggi, per esempio, che dicono che non si possono avere preconcetti razziali, leggi che dicono che tutti hanno diritto all’abitazione, che tutti hanno diritto alla salute, ma tali leggi non funzionano. La questione non è rivendicare queste leggi, ma ripensare concretamente i mezzi per ottenere ciò che è fondamentale per la vita delle persone. E, forse, dobbiamo formare "la Chiesa X", il "Partito Y", ma in gruppi piccoli. Sono rimasta affascinata con i gruppi di teatro popolare. Ho già collaborato con due gruppi della zona est di San Paolo e questi gruppi stanno conducendo a una coscienza politica dei partecipanti, perché studiano - io stessa ho collaborato a livello della riflessione - teatro, musica… Credo che ci sia un messaggio molto interessante che viene dal rap. Cioè i mezzi di coscienza politica non sono più solo i partiti. Ci sono i gruppi di donne… Ho visto un gruppo di giovani che diceva: "Siamo femministe, ma non come le vecchie femministe". E io dico: "Ottimo! E’ così che deve essere". Dobbiamo cercare di captare la diversità della formazione popolare oggi. Con questa diversità dovremmo collegarci. Dovremmo avere un'articolazione maggiore con gruppi di teatro, di intellettuali, di professori che pensano la storia, la filosofia, la politica, con gruppi di medici… L’idea di classe sociale deve essere rivista, dobbiamo parlare non solo di classe, ma di gruppi che sono solidali a una causa comune. C’è molto in ebollizione e in cambiamento.

Brasil de fato: Lei ha un percorso come teologa e femminista. Come vede l’attuale movimento delle  giovani, che è stato addirittura chiamato "primavera femminista"?

Ivone Gebara: Non mi piace un granché il termine "primavera femminista". Perché qualcuno si vuole appropriare di cose che sono di altri? Io credo che il movimento femminista sia segnato dalla diversità, e questa è una cosa meravigliosa. E' un'illusione immaginare che il femminismo cominci con le donne bianche. Il nome femminismo, forse; ma le attitudini femministe non sono iniziate con le donne bianche. Credo che siano cominciate con le donne nere. Ricordo le nere degli Usa, soprattutto, ma le nere qui in Brasile e la letteratura di tante donne nere che adesso si esprimono: questo è femminismo. Solo che non c’è più, diciamo così, un ordine stabilito femminista, una regola. Ci sono molte bandiere e io non sono obbligata ad abbracciarle tutte, ma a rispettare le bandiere e il dialogo fra di esse. E credo che sia questa la situazione che stiamo vivendo oggi.

Brasil de Fato: I movimenti popolari difendono le elezioni dirette come un calcio per un riscatto del processo democratico. Qual è la sua valutazione dello scenario per il 2018?

Ivone Gebara: Chiaro che sono per le elezioni dirette. Non ho il minimo dubbio. Ma adesso io vivo un problema: con tutto l’affetto che ho per l’ex presidente Lula, ho alcune domande. Non è che non stiamo riuscendo ad aprire ad altre leader anche e sulla stessa linea politica ed etica? Mi sembra, in realtà, di no. Questo mi preoccupa ed è una questione che dobbiamo risolvere e discutere. Ma, senza dubbio alcuno, "elezioni dirette subito".

Introduzione e traduzioni di Teresa Isenburg

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato