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Brasile, Israele, Gaza

Teresa Isenburg

Motivi personali mi hanno impedito di scrivere qualche appunto sulle ultime terribili settimane del contesto internazionale. Cerco di riassumere poche informazioni relative al Brasile nella crisi mediorientale in corso, anche perché il mondo visto da quaggiù è diverso da quello visto a nord dell’Equatore. Fra il 1° e il 31 ottobre il Brasile ha tenuto la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e si è trovato quindi ad affrontare l’attacco di Hamas di sabato 7 ottobre e la risposta bellica di Israele. Nonostante un lavoro diplomatico serrato, il 18 ottobre la proposta di risoluzione presentata dal Brasile è stata respinta per il voto contrario degli Usa. Essa chiedeva il rispetto del diritto umanitario internazionale, la protezione della popolazione civile, l’accesso agli aiuti imprescindibili, oltre a esprimere condanna per l’azione di Hamas e a ripetere la necessità dei due Stati. Non stupisce il veto statunitense data la non consonanza fra i governi Lula e Biden in politica estera e la vicinanza fra gli esecutivi Netanyahu e Bolsonaro. Analoga risoluzione presentata da Malta è stata invece votata il 15 novembre 2023 sotto la presidenza della Cina. Fra approvazione e applicazione c’è peraltro un abisso e comunque la lentezza con cui tutto si muove stride con la rapidità con cui le bombe cadono, le vite si spengono, la devastazione cancella le tracce di incivilimento. A fine 2023 il Brasile e alcuni altri paesi membri non permanenti termineranno il loro mandato biennale; in questo scorcio di tempo la diplomazia dell’Itamarati continua a spendersi per consolidare soprattutto la collaborazione e l’indipendenza di tale gruppo di paesi.

Nel corso di questi mesi di ottobre e novembre l’ostilità diplomatica di Stati Uniti e governo Netanyahu nei confronti del governo Lula è stata evidente e reiterata, in particolare con il già ricordato veto statunitense alla risoluzione del 18 ottobre, poi con gli intralci e i rinvii per consentire che 32 cittadini con passaporto brasiliano o consanguineità diretta potessero lasciare Gaza. Ciò avvenne solo il 12 novembre, con accoglienza fraterna da parte del presidente dei rimpatriati il 13 novembre a Brasilia. Una seconda lista di cittadini con documenti brasiliani aspetta di essere autorizzata da parte di Israele. Ma il passo diplomatico più anomalo si è verificato l’8 novembre: in quella data l’ambasciata israeliana a Brasilia ha convocato un incontro nei locali della Camera dei Deputati con eletti di partiti di destra per mostrare "immagini esclusive" sulle efferatezze di Hamas il 7 ottobre (si veda Carta Capital dell’8 novembre). In prima persona l’ambasciatore Daniel Zonshine ha gestito l’incontro al quale "casualmente" si è presentato, ed è stato ben accolto, Jair Bolsonaro: una ingerenza straniera negli affari interni del potere legislativo brasiliano che con eufemismo si può dire anomala. Ciò non ha impedito alla first lady Rosângela Lula da Silva, la Janja, di aderire all’appello di Emine Erdogan "Uniti per la pace in Palestina" per la protezione dei bambini dalla guerra, mentre le manifestazioni in appoggio della Palestina continuano numerose con buona partecipazione, trovando anche consonanza culturale presso la numerosa e importante comunità siro-libanese del Brasile.

Forse vale la pena di spendere qualche parola sulle relazioni di grande prossimità del governo Netanyahu con la destra e l'estrema destra di diversi paesi latinoamericani.

Le comunità israelite in Brasile, e specialmente a San Paolo, si sono formate a partire dall’inizio del XX secolo quando gruppi di una certa consistenza fuggivano dai pogrom dell’impero russo e in particolare dell’Ucraina e di altri paesi dell’est europeo. Esse si insediarono nel quartiere del Bom Retiro dando vita ad una vivace attività commerciale, soprattutto nel settore del tessuto e dell'abbigliamento, e costruendo una socializzazione con gli altri abitanti della zona coordinata attraverso il Centro Culturale Casa do Povo, che alimentava molteplici attività sociali, scolastiche, sanitarie, culturali e spirituali con anche diverse sinagoghe: il tutto aperto a qualsiasi cittadino/a senza differenziazioni. Ci si può fare una idea di quel mondo nel film "L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza" (2006, regista Cao Hamburger).

La dittatura militare 1964-1985 agì con repressione e disarticolazione su questo mondo di relativa armonia. Gli emigrati israeliti che fuggirono dall’Europa sommersa dal nazi-fascismo cominciarono a stabilirsi in un’altra zona della città, Higienopolis, dove ancora oggi è marcante la presenza ebraica, ma le sinagoghe non sono più aperte, ma piccoli fortini. A partire dagli anni ’70 si sono andati molto rafforzando i circoli Hebraica, imponenti soprattutto quello di San Paolo e Rio de Janeiro, assai legati ai governi di Tel Aviv. È nella sede di Rio che il 5 aprile 2017 Jair Bolsonaro ha pronunciato, o meglio urlato, il progetto per la sua candidatura alla presidenza, noto come "Il discorso dell'odio": un odio verso quasi tutti, neri, indii, ambientalisti, cittadini/e omoaffettivi/e, stranieri, donne, minori inquieti, ecc. Un programma che, come si sa, è stato poi messo in pratica negli anni di governo 2019-2022 con la devastazione che ne è conseguita.

Il dicastero Netanyahu ha appoggiato in tutti i modi sia l’elezione che le scelte di Bolsonaro e del suo esecutivo e continua a mantenere stretti contatti con la famiglia e il nucleo più radicale dell'estrema destra. Difficile capire questa vicinanza dal momento che non mancano in tale ambito diverse organizzazioni dichiaratamente naziste. Anche in Argentina vi è una realtà analoga, con forte appoggio a Javier Milei dei settori ebraici più vicini a Netanyahu. In Brasile la situazione è resa ulteriormente complicata dal fatto che i dirigenti dei movimenti evangelicali si richiamano in continuazione a citazioni e simboli dell’Israele biblico, creando un corto circuito fra passato e presente con una interpretazione allucinata di simboli che portano a immersioni nel Giordano, viaggi nei luoghi delle Scritture e riferimenti decontestualizzati a trombe di Gerico piuttosto che ai 300 di Gedeone. In questo clima deformato la Confederazione Israelita del Brasile/CONIB, considerando se stessa l’unica rappresentante di tutti gli ebrei del paese, critica, o meglio insulta, in modo irrituale l’esecutivo e in particolare il presidente Lula e minaccia in modo aggressivo gli israeliti che non condividono la politica di Israele contro i palestinesi e contro Hamas, contribuendo non poco all’incitazione all’odio.

San Paolo, 3/12/2023

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato