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Biden non cambia la politica Usa verso Cuba

Almeno centomila persone si sono riversate sabato 17 luglio sul malecón dell'Avana, accogliendo l'appello alla reafirmación revolucionaria lanciato dal governo. Manifestazioni analoghe si sono tenute a Santiago de Cuba, Bayamo, Camagüey, Santa Clara, Cárdenas. E' stata questa la risposta popolare alle proteste antigovernative avvenute domenica 11 luglio nella capitale e in diverse altre città. A tali proteste erano seguiti saccheggi di negozi e violenti scontri con la polizia, durante i quali un uomo era morto e decine di dimostranti erano stati arrestati.

L'Isola sta fronteggiando una situazione di crisi dovuta a una recrudescenza dei contagi da Covid-19 e al crollo del turismo, principale fonte di divise straniere. In piazza l'11 iuglio c'erano persone con preoccupazioni e problemi legittimi e costoro possono contare sulla Rivoluzione, ha commentato Gerardo Hernández, coordinatore nazionale dei Comités de Defensa de la Revolución: "Il dovere dei rivoluzionari è avvicinare queste persone, anche quelle che la pensano in modo diverso, e ascoltarle, conversare, trovare punti in comune".

Ma l'opposizione interna ha cercato di accreditare l'immagine di una rivolta contro la "dittatura comunista". Nessuna menzione dell'incidenza su questi problemi del bloqueo statunitense, inasprito proprio nel periodo della pandemia, che rende estremamente difficoltoso per l'isola approvvigionarsi di materiale di fondamentale importanza come ventilatori polmonari e siringhe per i vaccini.

E sui fatti dell'11 luglio è stata costruita una vera e propria offensiva mediatica orchestrata dall'estero, che ha ampliato la portata delle proteste con l'uso di fake news e foto tratte da altri contesti e ha promosso, attraverso algoritmi, bot e finti account, una mobilitazione internazionale per chiedere un "corridoio umanitario", tentativo in realtà di mascherare un intervento golpista.

L'analista spagnolo Julián Macías Tovar ha individuato nella Spagna il paese da cui sono state diffuse le prime notizie false sul collasso del sistema sanitario cubano attraverso l'invio automatizzato di tweet con l'hashtag #SOSCuba: lo stesso hashtag è stato poi rilanciato da innumerevoli altri account tra cui 1.500 creati per l'occasione tra il 10 e l'11 luglio. Uno dei referenti dell'operazione, segnala Macías Tovar, è l'argentino Agustín Antonetti, membro della conservatrice Fundación Libertad e protagonista sui social network di campagne simili contro esponenti progressisti della regione, dal boliviano Evo Morales al messicano López Obrador.

In questa "guerra di quarta generazione" gli anticastristi sono appoggiati finanziariamente da Washington, come ha ammesso in una conferenza stampa il consigliere di Biden per l'Emisfero Occidentale, Juan Gonzalez: 20 milioni di dollari sono stati destinati a "quei democratici che stanno diffondendo informazioni, che stanno comunicando, che si stanno organizzando". Un sostegno ancora più aperto viene dalla lobby anticubana di Miami. Il sindaco della città, il repubblicano Francis Suarez, intervistato da Fox News ha affermato che gli Stati Uniti non dovrebbero scartare l'ipotesi di un bombardamento dell'isola, naturalmente per "portarvi la libertà e la democrazia".

Proprio cedendo alle pressioni di questa lobby ferocemente anticastrista, la politica dell'amministrazione Biden non è tornata alle aperture di Obama. Non solo non ha revocato i 243 provvedimenti restrittivi imposti da Donald Trump, ma ha deciso ulteriori sanzioni che colpiscono funzionari e istituzioni governative "colpevoli di violazione dei diritti umani" ai danni dei manifestanti dell'11 luglio.

A fine mese lo stesso Biden si è riunito con i leader della diaspora cubana definendoli "i migliori ambasciatori" del loro popolo e assicurando che la loro voce sarà tenuta presente "a ogni passo del cammino", trasformandoli così negli interlocutori diretti della Casa BIanca. Secondo il corrispondente de La Jornada, David Brooks, quasi tutte queste dichiarazioni e queste nuove misure "non hanno tanto a che vedere con Cuba quanto con la Florida. Va ricordato che la maggioranza del milione e mezzo di cubanostatunitensi della Florida ha votato per Donald Trump nel 2020. E i democratici insistono nel tentare di competere per questo voto come parte della loro strategia elettorale per le prossime consultazioni". Considerazioni di politica interna guidano insomma le decisioni sulle relazioni internazionali.

Difficilmente dunque il presidente ascolterà l'invito a un cambio di rotta sottoscritto da oltre 400 ex capi di Stato, dirigenti politici, intellettuali, scienziati e artisti di tutto il mondo, da Lula a Rafael Correa, da Noam Chomsky a Judith Butler, dal regista Oliver Stone agli attori Danny Glover, Jane Fonda e Susan Sarandon. La lettera aperta dal titolo Let Cuba Live, sorta come iniziativa congiunta di The People's Forum, Codepink e Answer Coalition, è stata pubblicata il 23 luglio sul New York Times. (31/7/2021)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato