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Nicaragua, migliaia in piazza contro la riforma

La miccia è stata la riforma della previdenza sociale: aumento fino al 22,5% dei contributi da versare da parte di lavoratori e imprenditori e riduzione del 5% delle pensioni. L'esecutivo giustificava il provvedimento con la necessità di far fronte al colossale deficit dell'Instituto Nicaragüense de Seguridad Social. A partire dal 18 aprile migliaia di persone sono scese in piazza a più riprese dando vita a cacerolazos di protesta, mentre gli studenti occupavano le università. Non è mancato chi ha approfittato del caos per saccheggiare negozi e supermercati.

I manifestanti sono stati attaccati con violenza dalla polizia e da gruppi di sostenitori del governo e gli incidenti hanno provocato numerose vittime, in maggioranza studenti: sul numero esatto esistono discordanze tra i dati ufficiali, che parlano di una decina di morti, e la Comisión Permanente de Derechos Humanos, che fa salire questa cifra a 63 (oltre a 15 dispersi). Le mobilitazioni si sono susseguite non solo a Managua, ma a León, Masaya, Chinandega, Estelí e Bluefields; in quest'ultima località il giornalista Angel Gahona è stato colpito a morte da una pallottola mentre seguiva gli avvenimenti per un notiziario locale.

Dopo i primi giorni di scontri il presidente Ortega ha annunciato il ritiro del decreto, ma la protesta non si è fermata. Anzi ad essa si è unita l'opposizione dei contadini al faraonico progetto di canale interoceanico affidato a un'impresa cinese, che allontanerà dalle proprie terre migliaia di famiglie e provocherà danni irreparabili all'ambiente. Non è servito neppure, a riportare la calma, l'invito al dialogo dello stesso Ortega, che ha fatto appello ai suoi tradizionali alleati (ora pronti ad abbandonarlo): gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) e i settori più conservatori della Chiesa cattolica. Come scrive Jaime Barba su Página/12, "sarebbe un grave errore d'interpretazione ridurre la potenza della rivolta di questo momento al tema della sicurezza sociale. Quella che a quanto sembra si è prodotta è una convergenza spontanea dello scontento generale dei nicaraguensi".

Già nel 2014 l'ex comandante guerrigliera Mónica Baltodano, in un saggio pubblicato su Envío, individuava gli elementi di degenerazione che avrebbero portato alla crisi attuale. "Non siamo nella seconda fase della Rivoluzione, non si stanno realizzando trasformazioni che ci mettano sulla strada di un sistema di giustizia sociale. Tutto il contrario", scriveva: si è rafforzato un regime contrassegnato dalla mancanza di equità, "con un crescente processo di concentrazione della ricchezza in gruppi minoritari" e con "la subalternità del paese alla logica globale del capitale", in cui le grandi transnazionali e i capitali stranieri sfruttano le ricchezze naturali del paese e traggono profitto dalla manodopera a buon mercato. (27/4/2018)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato