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Perù, Lima in mano all'estrema destra

Rafael López Aliaga, di Renovación Popular (estrema destra), è il nuovo sindaco di Lima. Con poco più del 26% dei voti ha superato, per meno di un punto percentuale, il generale a riposo Daniel Urresti, anche questi un estremista di destra, responsabile durante la sua carriera militare di violazione dei diritti umani. Al terzo posto si è piazzato l'ex calciatore George Forsyth (centrodestra). Le formazioni vicine al governo hanno ottenuto risultati assai scarsi: il candidato di Perú Libre non ha raggiunto neppure l'1,5%, ultimo tra gli otto aspiranti alla guida della capitale. E Gonzalo Alegría, di Juntos por el Perú, si è fermato al 6% anche perché colpito da accuse di abuso sessuale. Nonostante il voto fosse obbligatorio, a Lima l'astensionismo ha raggiunto il 21,4%, cui va aggiunto un 10,3% di schede bianche o nulle.

Nel resto del paese le consultazioni regionali e municipali del 2 ottobre hanno visto la vittoria soprattutto di liste locali, molte delle quali senza una precisa connotazione ideologica, evidenziando la crisi della classe politica tradizionale. Tra i grandi sconfitti, oltre a Perú Libre, figura Fuerza Popular di Keiko Fujimori, che non è riuscita a eleggere un solo sindaco o governatore.

López Aliaga, noto con il soprannome di Porky, è un fanatico religioso membro dell'Opus Dei. Omofobo e contrario all'aborto anche quando la gravidanza sia prodotta da uno stupro e coinvolga delle bambine, è stato in prima fila negli attacchi a Castillo, di cui è arrivato a chiedere la morte. Imprenditore alberghiero, è diventato ricchissimo grazie al monopolio, concessogli dal dittatore Alberto Fujimori, del treno che conduce alle rovine di Machu Picchu. Sotto inchiesta per riciclaggio e per affari illegali con una finanziaria che dipende dalla Municipalidad de Lima, ha anche un enorme debito con lo Stato per tasse non pagate. Nonostante questo, dalla capitale potrebbe presto passare alla poltrona di presidente.

Parallelamente all'ascesa della destra si registra il declino di Pedro Castillo, che aveva incarnato la grande speranza di riscatto dei settori popolari. In aprile il coprifuoco, decretato come risposta alle proteste sociali contro l'aumento dei prezzi, aveva approfondito il fossato con i settori popolari. L'esponente della sinistra Verónika Mendoza non aveva risparmiato aspre critiche: "Il governo non solo ha tradito le promesse di cambiamento per cui il popolo lo aveva eletto, ma ora ripete il metodo di 'soluzione dei conflitti' della destra: non prendere in considerazione quanti si mobilitano esprimendo il loro legittimo malessere per la situazione economica e politica, reprimere, criminalizzare e limitare diritti. Il mio totale ripudio a questa misura arbitraria e sproporzionata".

L'opposizione naturalmente ha cercato di trarre profitto da questo indebolimento, rispolverando contro Castillo vecchie accuse di brogli nelle presidenziali, di atti di corruzione e di tradimento alla patria (per l'intervista rilasciata alla Cnn in cui parlava della possibilità di concedere alla Bolivia uno sbocco al mare). Non è mancato agli aspiranti golpisti l'appoggio del leader di Perú Libre Vladimir Cerrón che, pur continuando a proclamarsi di sinistra, nella designazione dei nuovi magistrati del Tribunal Constitutional non ha esitato ad allearsi con l'ultradestra, consegnandole così il controllo della massima istanza giudiziaria del paese.

Il partito di Cerrón ha poi favorito in settembre, con il suo voto nullo, l'elezione a presidente del Congresso del generale a riposo José Williams, appartenente al partito di estrema destra Avanza País e su cui pesano accuse di strage. Nel 2016 Williams è stato infatti processato per l'uccisione, avvenuta nel 1985, di 69 contadini tra cui una bambina di tre mesi (il procedimento si è concluso con un'assoluzione per mancanza di prove). Sempre Williams aveva guidato, nel 1997, l'assalto all'ambasciata giapponese occupata dai guerriglieri del Movimiento Revolucionario Túpac Amaru: l'operazione si era conclusa con la morte di un ostaggio, di due militari e dei quattordici guerriglieri, almeno uno dei quali sicuramente assassinato quando già si era arreso.

Sempre più difficile dunque il contesto in cui Castillo si trova ad operare. I due raggruppamenti che lo avevano portato alla presidenza si sono allontanati dalle posizioni che avevano garantito loro la fiducia dell'elettorato: se Perú Libre si è rifiutato di aderire a un fronte unico contro la reazione, perdendo così l'appoggio sia della sinistra moderata che della sua scarsa base sindacale, la coalizione Juntos por el Perú si è liberata di tutte le formazioni che si richiamavano al marxismo e ha optato per una politica centrista. La stessa traiettoria seguita da Castillo, già noto per il suo conservatorismo sul tema dei diritti civili, che in questi quattordici mesi di governo ha cercato - peraltro senza riuscirci - di ingraziarsi i gruppi socio-economici dominanti, rinnegando così il suo messaggio originario. (4/10/2022)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato