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Perù, la scia di sangue del governo Boluarte

Continua la sanguinosa repressione del governo di Dina Boluarte. Sono già quasi una sessantina i morti tra i manifestanti, da più di un mese in piazza contro quello che a tutti gli effetti è stato un colpo di Stato. Dal 7 dicembre il paese è retto da un esecutivo sostenuto dalla destra e dall'estrema destra, che non sembra voler cedere minimamente alle richieste dei dimostranti: chiusura del Congresso, elezioni entro quest'anno, rinuncia di Boluarte, Assemblea Costituente e liberazione di Pedro Castillo. Quest'ultimo punto è sentito soprattutto dalle popolazioni andine, non tanto per gli scarsi risultati politici della presidenza del maestro rurale, quanto per l'identificazione che il Perù indigeno prova nei confronti di un politico non appartenente all'élite tradizionale.

Proprio dal sud andino, la zona più povera e discriminata, era partita la protesta, che da oltre dieci giorni si è trasferita con forza nella capitale. Qui sono confluiti in migliaia da tutto il Perù per la cosiddetta Toma de Lima, dando vita il 24 gennaio alla Gran Marcha Nacional. La risposta è stata quella di sempre: violenti attacchi da parte delle forze di polizia contro cortei pacifici e disarmati. Gli agenti sono entrati anche nella sede dell'Universidad de San Marcos, la più antica del continente, dove gli studenti avevano ospitato i dimostranti venuti da fuori.

Le proteste proseguono anche nel resto del paese, soprattutto nel sud con massicci blocchi stradali e sciopero a oltranza. Polizia ed esercito agiscono con una violenza spropositata soprattutto nelle regioni a prevalenza indigena: solo a Juliaca, nel dipartimento di Puno (alla frontiera con la Bolivia), si sono contate 18 vittime. La zona è stata pesantemente militarizzata ed è stato imposto il coprifuoco. E il governo criminalizza quanti protestano definendoli "terroristi" e giustificando l'operato degli agenti. Un bono especial para la heroica policía è stato proposto dal capo di gabinetto, il "falco" Alberto Otárola.

Tali scelte costano comunque care, sia sul piano interno che su quello internazionale. In meno di due mesi si sono registrati ben otto cambiamenti nella compagine ministeriale: quattro dimissioni erano motivate proprio da divergenze con la politica repressiva dell'esecutivo. Quanto ai rapporti con i paesi latinoamericani, il governo Boluarte è riuscito a inimicarsene molti. Ha ritirato il proprio ambasciatore dal Messico (che aveva concesso asilo politico alla famiglia di Pedro Castillo) e dall'Honduras (Xiomara Castro aveva condannato il colpo di Stato); ha dichiarato l'ex presidente Evo Morales "persona non grata" e accusato di ingerenza l'attuale capo di Stato boliviano Luis Arce; infine ha espresso "malessere" per i commenti sulla crisi in atto da parte del cileno Gabriel Boric. (29/1/2023)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato