Latinoamerica-online.it

 

Dagli Usa apertura a Cuba e sanzioni al Venezuela  (26/12/2014)

Nasce a Fortaleza la banca dei Brics  (17/7/2014)

La scomparsa di Gabriel García Márquez  (18/4/2014)

L'America Latina "zona di pace"  (29/1/2014)

 

Argentina

Quattro ergastoli per El Vesubio  (18/12/2014)

Nuove condanne a repressori  (24/10/2014)

I nipoti ritrovati  (22/8/2014)

Un paese in default? - Due ergastoli per l'uccisione di Angelelli  (31/7/2014)

Ergastolo confermato per gli ex repressori  (23/4/2014)

Nuovi attacchi speculativi  (4/2/2014)

Si è spento un grande poeta  (14/1/2014)

 

Bolivia

Il trionfo di Morales  (29/10/2014)

 

Brasile

Dilma Rousseff rieletta al secondo turno  (28/10/2014)

La campagna di Marina Silva  (4/9/2014)

Il golpe negato  (25/4/2014)

Economia in rialzo  (28/2/2014)

Il distacco da Washington - La sfida dei generali  (5/1/2014)

 

Cile

Una strana serie di attentati  (25/9/2014)

Condannata la Ley Antiterrorista  (30/7/2014)

Primi atti del governo Bachelet  (31/3/2014)

 

Colombia

Il presidente rieletto promette la pace  (17/6/2014)

Al ballottaggio tra pace e guerra  (26/5/2014)

Ucciso perché lottava per le terre comunitarie - Petro di nuovo sindaco  (23/4/2014)

Santos firma la destituzione del sindaco Petro - Non è stato un attentato  (19/3/2014)

 

Costa Rica

Fine del bipartitismo  (8/4/2014)

Sinistra esclusa dal ballottaggio  (3/2/2014)

 

Cuba

L'Onu condanna nuovamente l'embargo - Murillo torna al Ministero dell'Economia  (28/10/2014)

Un Twitter contro il governo - Accelerazione delle riforme economiche  (28/4/2014)

 

Ecuador

Rafael Correa svolta a destra?  (1/12/2014)

Il tentato golpe del 2010  (16/6/2014)

L'opposizione conquista Quito  (24/2/2014)

 

El Salvador

Vittoria di stretta misura del Fmln  (16/3/2014)

Il Fmln in testa al primo turno  (3/2/2014)

 

Guatemala

Massacro a San Juan Sacatepéquez  (23/9/2014)

Il Parlamento nega il genocidio  (20/5/2014)

Ucciso leader comunitario  (16/1/2014)

 

Haiti

La morte di Baby Doc  (11/10/2014)

 

Honduras

Assassinata dirigente contadina  (27/8/2014)

Uccisi due militanti di Libre  (26/5/2014)

La mano dura del nuovo presidente  (27/1/2014)

 

Messico

Continuano le proteste per i 43 scomparsi  (26/12/2014)

Dove sono i 43 studenti desaparecidos?  (27/10/2014)

La controriforma energetica  (11/8/2014)

L'addio del subcomandante Marcos - Assassinato leader contadino  (25/5/2014)

Ancora un giornalista ucciso - Da eroi a delinquenti  (19/3/2014)

Gruppi di autodifesa contro narcos ed esercito  (15/1/2014)

Il settore energetico apre al privato - Vent'anni di zapatismo  (7/1/2014)

 

Nicaragua

Funestata la festa del 19 luglio  (24/7/2014)

 

Panama

Elezioni nel segno della continuità  (8/5/2014)

 

Paraguay

Ancora uccisioni di giornalisti e leader contadini  (27/12/2014)

Il movimento contadino contro il presidente  (15/8/2014)

Due giornalisti uccisi dai narcos - Rinviato il processo per il massacro di Curuguaty  (23/6/2014)

Storica giornata di sciopero - Altre vittime della mafia della soia  (26/3/2014)

 

Perú

Assassinati quattro leader ambientalisti  (7/10/2014)

Gravi sospetti sul ministro dell'Interno  (23/7/2014)

L'impunità di Alan García - Assassinato leader indigeno  (7/4/2014)

La sentenza della Corte dell'Aia - Polizia con licenza di uccidere  (27/1/2014)

 

Uruguay

Tabaré eletto per un secondo mandato  (30/11/2014)

Tabaré candidato del Frente Amplio  (9/6/2014)

 

Venezuela

Ucciso deputato del Psuv - Il Venezuela nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu  (18/10/2014)

Affiorano le divisioni nel Psuv - Nuovo conflitto diplomatico con gli Usa  (11/8/2014)

La fase degli omicidi mirati  (29/5/2014)

Continuano le violenze della destra  (26/3/2014)

Strategia della tensione in atto - Un piano contro la criminalità  (20/2/2014)

 


Paraguay, ancora uccisioni di giornalisti e leader contadini

Non si arresta la repressione e la criminalizzazione delle opposizioni, in particolare delle organizzazioni contadine: lo denuncia il rapporto annuale della Codehupy (Coordinadora de Derechos Humanos del Paraguay). Il 25 dicembre, due settimane dopo la presentazione del documento, nel dipartimento di Itapúa cade in un'imboscata Digno González Maidana, leader di base dell'Unión Campesina Nacional. González riceveva minacce fin dal 2001, anno in cui aveva partecipato all'occupazione di un terreno incolto di mille ettari su cui si erano insediate alcune famiglie di senza terra. Secondo l'Organización de Lucha por la Tierra, le uccisioni di dirigenti delle lotte contadine sono omicidi selettivi "che la mafia, i grandi allevatori e i coltivatori di soia vanno eseguendo per mano di sicari, in complicità o con la totale tolleranza del governo". Ai crimini commissionati dai latifondisti si aggiunge la militarizzazione delle campagne con il pretesto della caccia ai guerriglieri: il 15 novembre le Fuerzas de Tareas Conjuntas hanno fatto irruzione in un villaggio del dipartimento di Concepción, sparando all'impazzata e uccidendo il giovane Vicente Ojeda, intento ai lavori agricoli.

Nel mirino ci sono naturalmente anche i giornalisti. Dopo l'uccisione tra maggio e giugno di Fausto Alcaraz ed Edgar Fernández, il 16 ottobre sono stati assassinati il corrispondente di Abc Color a Curuguaty (dipartimento di Canindeyú), Pablo Medina, e la sua giovane assistente, Antonia Almada: due sicari hanno crivellato di colpi la macchina su cui viaggiavano. Il sindaco di Ypejhú, Vilmar Neneco Acosta, esponente del Partido Colorado e legato al traffico di droga, è stato indicato come uno dei mandanti del delitto. Acosta è latitante e la sua fuga in Brasile, secondo le dichiarazioni di un detenuto, è stata favorita dalla stessa polizia. Ma altri responsabili della morte di Medina vanno cercati probabilmente tra i grossi nomi della finanza e della politica coinvolti nel narcotraffico, come emerge proprio dall'inchiesta che il giornalista stava conducendo.

27/12/2014


Messico, continuano le proteste per i 43 scomparsi

La società messicana continua a mobilitarsi per i tragici fatti di Iguala. Manifestazioni, cortei, blocchi delle autostrade e dell'aeroporto di Acapulco, scioperi negli atenei hanno accompagnato gli ultimi mesi del 2014, nonostante i tentativi del governo di porre un argine alle proteste alternando repressione e false aperture. La cattura all'inizio di novembre a Città del Messico del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, e della moglie, María de los Angeles Pineda, non basta certo a calmare gli animi. I due sono stati segnalati come i mandanti dell'uccisione di tre studenti e del sequestro e scomparsa di altri 43, ma all'opinione pubblica è ormai chiaro che le responsabilità non si arrestano qui: le parole d'ordine Fue el Estado e Fuera Peña sono ormai patrimonio comune.

La maggior parte delle manifestazioni si svolge in maniera pacifica. Talvolta l'indignazione sfocia in atti di violenza, a Chilpancingo (capitale dello Stato del Guerrero) come a Città del Messico. Ma i dimostranti denunciano l'azione di provocatori infiltrati nei cortei: la polizia, dopo averli lasciati agire indisturbati, procede ad arresti indiscriminati. Tutto questo non ferma le proteste che assumono le forme più varie: il 12 novembre, nelle principali città, migliaia di persone sono uscite di casa alle sette di sera con una candela accesa, contando fino a 43. La richiesta di giustizia viene ripetuta nei concerti, nei teatri, negli stadi, da musicisti, attori, calciatori. I familiari dei giovani scomparsi hanno ricevuto anche la solidarietà dei rappresentanti dell'Ezln, con cui si sono incontrati il 15 novembre nel caracol di Oventic.

Divisi in tre carovane, i genitori degli studenti desaparecidos hanno percorso per giorni il paese, portando il loro dramma nei diversi Stati. Tornati nella capitale hanno preso parte alla grandiosa mobilitazione del 20 novembre (anniversario della Rivoluzione Messicana), che ha visto tre immensi cortei confluire nello Zócalo, dove Peña Nieto era stato costretto a cancellare la tradizionale sfilata. Iniziative analoghe si tenevano contemporaneamente in tutto il Messico e in decine di città del pianeta. E di nuovo il primo dicembre, secondo anniversario del ritorno al potere del Pri, migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza, sfidando il governo che il 20 novembre aveva sfruttato l'azione dei soliti provocatori per mandare le forze di sicurezza a sgombrare il centro della capitale e a operare detenzioni arbitrarie.

Il 6 dicembre un fatto nuovo sembra porre fine alla drammatica ricerca: si apprende che gli specialisti dell'Università austriaca di Innsbruck, incaricati di analizzare i resti carbonizzati rinvenuti nella discarica di Cocula, hanno potuto attribuire un frammento di osso al giovane Alexander Mora Venancio. Sembrerebbe così confermata la versione fornita dalle autorità sulla base del racconto di un detenuto: i 43 giovani sono stati uccisi e bruciati dai narcotrafficanti, le ceneri raccolte in borse e gettate nel fiume San Juan. Ma secondo l'Equipo Argentino de Antropología Forense, che collabora alle indagini su richiesta dei familiari, non vi sono prove che i reperti esaminati provengano proprio dalla località indicata. Il timore è che il governo cerchi di chiudere al più presto il caso, lasciando nell'ombra i responsabili ad alto livello.

Tra le responsabilità che si  cerca di coprire vi è quella dell'esercito, che come ormai ampiamente provato non fece nulla il 26 settembre per difendere gli studenti di Ayotzinapa. Per questo, tra le tante iniziative, il 18 dicembre i genitori degli scomparsi hanno portato la loro protesta davanti alle istallazioni del 27° battaglione di fanteria di stanza a Iguala. Pochi giorni dopo, la notte di Natale, la loro voce si è levata nei pressi della residenza presidenziale di Los Pinos. E proprio a Natale è stato trovato il corpo senza vita di padre Gregorio López Gorostieta. Il sacerdote era stato sequestrato da sconosciuti quattro giorni prima ad Altamirano, nel Guerrero, dopo aver denunciato nella sua omelia i colpevoli della scomparsa dei 43 normalistas.

La vicenda di Ayotzinapa ha portato a un crollo di popolarità di Peña Nieto a livello internazionale, tra quegli stessi organi di stampa che tanto avevano plaudito alle sue riforme privatizzatrici: la rivista Forbes, nell'elenco annuale dei personaggi più potenti del mondo, lo ha declassato di ben 23 posti rispetto al 2013. E il quotidiano francese Le Monde ha titolato un reportage sulla situazione nel paese: "Rivolta contro lo Stato-mafia in Messico". A minare il residuo prestigio di Peña si sono aggiunte le accuse di clientelismo e corruzione (che non hanno risparmiato gli altri membri dell'esecutivo). In particolare i media hanno dato grande risalto allo scandalo della Casa Blanca, la lussuosa residenza del capo dello Stato e della moglie, l'attrice di telenovelas Angélica Rivera: la villa - come si è appreso -  è stata "concessa" alla coppia presidenziale dal Grupo Higa, beneficiario di innumerevoli appalti pubblici fin da quando Peña era governatore dell'Estado de México. Nel frattempo il governo deve registrare il sostanziale fallimento della sua politica economica: non vi è traccia del dinamismo promesso, mentre il peso continua a perdere valore nei confronti del dollaro.

Il sequestro dei 43 studenti ha precipitato anche la crisi all'interno del Partido de la Revolución Democrática. Il 25 novembre il suo fondatore, Cuauhtémoc Cárdenas, si è dimesso dal partito: in una lettera aperta afferma che non intende "correre il rischio di condividere responsabilità di decisioni prese per miopia, opportunismo o autocompiacimento". Da tempo Cárdenas criticava la svolta politica intrapresa sotto la leadership di Jesús Zambrano e proseguita dal nuovo presidente Carlos Navarrete: l'allontanamento dai movimenti sociali, le alleanze elettorali con il Pan, l'avvicinamento al Pri di Peña Nieto. "Questo discorso secondo cui bisogna essere una sinistra moderna, lontana dagli estremismi", serve solo al neoliberismo, avvertiva. Dopo gli avvenimenti del Guerrero, con il coinvolgimento del sindaco di Iguala e del governatore dello Stato, entrambi del Prd, aveva inutilmente invitato la dirigenza nazionale a fare un passo indietro.  Con la rinuncia del suo leader morale, "il partito perde la sua identità, il suo ultimo baluardo", ha commentato il capogruppo del Prd al Senato, Miguel Barbosa.

26/12/2014


Dagli Usa apertura a Cuba e sanzioni al Venezuela

Mercoledì 17 dicembre l'annuncio viene dato contemporaneamente da Barack Obama negli Usa e da Raúl Castro a Cuba: grazie alla mediazione di papa Bergoglio, i due paesi si avviano verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Lo storico passo è stato preceduto da trattative segrete, iniziate all'indomani della rielezione di Obama e culminate martedì in una conversazione telefonica diretta tra i due capi di Stato. La notizia è accolta positivamente ovunque e salutata come la fine dell'ultimo residuo di guerra fredda. E' indubbiamente una vittoria di Cuba, che ha resistito a decenni di blocco e che negli ultimi tempi, con l'appoggio dei governi progressisti latinoamericani, era comunque uscita dall'isolamento in cui Washington, per evitare il "contagio" delle idee comuniste, aveva cercato di relegarla. Sulla decisione degli Usa ha pesato la constatazione dell'inutilità dell'embargo (che peraltro non è stato ancora revocato) e il timore di essere esclusi dalla corsa al nuovo mercato, dopo le recenti aperture agli investimenti stranieri da parte del governo dell'Avana.

Il primo effetto del riavvicinamento è stato il reciproco rilascio di prigionieri. Cuba ha liberato per ragioni umanitarie lo statunitense Alan Gross, condannato a quindici anni per aver promosso piani di destabilizzazione. Nel frattempo, grazie allo scambio con una spia Usa detenuta a Cuba, venivano scarcerati i tre antiterroristi Gerardo Hernández, Ramón Labañino e Antonio Guerrero (gli altri due, René González e Fernando González, scontata la pena erano già tornati in patria). Due giorni dopo, l'inizio del ristabilimento di normali rapporti diplomatici con Washington veniva approvato all'unanimità dall'Asamblea Nacional del Poder Popular.

La Casa Bianca ha dunque deciso un mutamento di rotta nella sua politica estera? Pare proprio di no. Neanche 24 ore dopo il presidente Obama apponeva la sua firma alle sanzioni contro il Venezuela. Il progetto di legge, presentato dal senatore democratico Robert Menéndez (di origini cubane e legato agli anticastristi di Miami) e approvato la settimana prima dal Congresso, congela i beni negli Stati Uniti e nega il visto di ingresso a 27 alti funzionari venezuelani, tra cui la fiscal general Luisa Ortega Díaz e l'ex ministro dell'Interno Miguel Rodríguez Torres: si sarebbero resi colpevoli di violazione dei diritti umani durante le violenze scatenate dall'estrema destra a partire da febbraio. Sempre il 18 dicembre il Parlamento Europeo adottava una risoluzione di condanna della presunta "persecuzione politica" che il governo Maduro avrebbe attuato contro i manifestanti dell'opposizione.

Le reazioni in America Latina sono state immediate. Il 15 dicembre, ancor prima della firma di Obama, decine di migliaia di persone erano scese in piazza a Caracas per manifestare la loro protesta contro la decisione dei parlamentari Usa, definiti dal presidente Maduro "insolenti imperialisti". E il ministro degli Esteri, Rafael Ramírez, ha denunciato che le sanzioni costituiscono un incentivo ai gruppi che mirano alla destabilizzazione del paese.

Al coro di critiche si sono unite le nazioni dell'Alba, del Mercosur, dell'Unasur, che proprio in dicembre hanno tenuto importanti incontri. Una dimostrazione del fatto che l'unità della regione è ormai una realtà e che la vecchia politica di Washington verso Cuba non potrà essere impunemente riprodotta verso il Venezuela. Nel corso del suo XIII vertice (l'Avana, 14 dicembre) l'Alba ha celebrato i dieci anni dalla fondazione e ha visto l'ingresso formale di due nuovi membri: Grenada e Saint Kitts and Nevis. Il 17 e 18 dicembre a Paraná (Argentina) il XLVII incontro dei capi di Stato del Mercosur si è concluso con dichiarazioni di appoggio a Buenos Aires nella sua battaglia contro i fondi avvoltoi e nella disputa con Londra sulle Malvinas e di condanna delle sanzioni statunitensi a Caracas. Analoga condanna ha espresso il comunicato dell'Unasur del 26 dello stesso mese.

Il vertice dell'Unasur, che si è tenuto il 4 e 5 dicembre a Guayaquil e a Quito, è stato particolarmente significativo. Nella capitale ecuadoriana è stato inaugurato il moderno edificio che ospiterà la sede dell'organizzazione e che è stato intitolato al suo primo segretario generale, l'argentino Néstor Kirchner. Nel corso del dibattito è stato approvato il concetto di "ciudadania suramericana". Come ha spiegato l'attuale segretario, il colombiano Ernesto Samper, in base a questa cittadinanza comune "qualsiasi sudamericano può ottenere il visto di residente per lavorare, può esercitare il suo diritto a veder riconosciuti i propri titoli di studio, il diritto a godere della protezione consolare e, se emigrante, ad avere una protezione effettiva". "Un bel sogno", l'ha definito il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman. La vera sfida sarà quella di trasformare il sogno in realtà.

26/12/2014


Argentina, quattro ergastoli per El Vesubio

Quattro ergastoli. Così si è concluso il processo contro i repressori del centro clandestino di detenzione El Vesubio, gli ex militari Jorge Crespi, Federico Minicucci, Gustavo Cacivio El Francés e Néstor Cendón, un ex carcerato per furto divenuto complice dei torturatori. I quattro erano chiamati a rispondere di oltre duecento casi di sequestro, tortura, omicidio e reati sessuali. Un quinto imputato è morto prima del termine del giudizio.

La sentenza è stata accolta tra gli applausi e le lacrime del pubblico, composto da sopravvissuti, familiari delle vittime, membri delle organizzazioni per i diritti umani. Uniche lacune: la mancata revoca degli arresti domiciliari e l'assenza dell'imputazione di genocidio. Un primo processo sui fatti di El Vesubio si era chiuso nel luglio 2011 con la condanna all'ergastolo per gli ex alti ufficiali Héctor Gamen e Hugo Pascarelli e con pesanti pene detentive per altri cinque imputati. Tra le persone che vennero imprigionate a El Vesubio figurano il cineasta Raymundo Gleyzer, lo scrittore Haroldo Conti ed Héctor Oesterheld, l'autore de El Eternauta.

18/12/2014


Ecuador, Rafael Correa svolta a destra?

La politica del presidente Correa ha abbandonato i suoi principi ispiratori per intraprendere un'altra direzione? E' quanto sostiene, in un articolo dal significativo titolo El interminable viaje a la derecha de Rafael Correa, il sociologo Decio Machado, un tempo collaboratore del governo ecuadoriano.

"Rafael Correa - scrive Machado - trionfò nelle elezioni del 2006 con un progetto politico basato su un processo costituente ispirato alla rifondazione dello Stato, all'emarginazione dei gruppi economici che storicamente avevano dominato il paese attraverso una corrotta e delegittimata partitocrazia e alla demolizione del sistema economico neoliberista fino allora vigente. In base a questa logica politica, i conflitti tra il governo e le istituzioni di Bretton Woods sono stati permanenti, per lo meno fino a poco tempo fa". Come ricordava Alberto Acosta su Rebelión del 12 settembre, nel 2007 "il governo cancellò un debito di 11,4 milioni di dollari al Fondo e giurò di non tornare più. Aveva ragioni da vendere. In seguito, con la realizzazione dell'audit sul debito estero, si stabilì in maniera documentata che a tutti i livelli dello stesso si erano registrate gravi situazioni di illegalità e illegittimità. Questo includeva il Fmi e naturalmente la Banca Mondiale".

Negli anni seguenti Correa non ha risparmiato gli attacchi ai due organismi internazionali, di cui ha suggerito addirittura l'abolizione. Nonostante tali precedenti, nel 2013 la Banca Mondiale ha concesso all'Ecuador una serie di finanziamenti e nello scorso aprile ha raddoppiato la linea di credito al paese sudamericano. Sempre quest'anno il governo di Quito ha riallacciato i rapporti con il Fondo Monetario accettandone la supervisione sull'economia nazionale e ha ottenuto così dagli organismi multilaterali crediti per 2 miliardi di dollari; ha trasferito oltre la metà delle sue riserve auree alla Goldman Sachs per assicurarsi liquidità e soprattutto ha firmato un accordo di libero commercio con l'Unione Europea, sulla falsariga di quello già sottoscritto da Perú e Colombia.

Anche gli oppositori ammettono i progressi innegabili ottenuti dalla gestione Correa nella riduzione della povertà, passata dal 37,6% del 2006 all'attuale 25,6% (uno dei risultati migliori dell'America Latina). Le contraddizioni però non mancano. La più importante "è la concezione del Socialismo del Siglo XXI con un limite: non intaccare la proprietà privata", afferma lo storico ecuadoriano Juan Paz y Miño, intervistato da Marcha sulle caratteristiche della Revolución Ciudadana.

Forse questo spiega perché la popolarità di Correa abbia subito un calo nel corso del 2014. Nelle elezioni municipali di febbraio il suo movimento, Alianza País, è stato sconfitto a Quito e a Guayaquil. Il primo luglio sono giunti nella capitale i partecipanti alla marcia indigena contro la nuova ley de aguas, che sottrae alle comunità il controllo delle risorse idriche nei territori ancestrali. Il 17 settembre, mentre migliaia di sostenitori dell'esecutivo si concentravano di fronte al Palacio de Carondelet (il palazzo presidenziale), nella Plaza de San Francisco altre migliaia di persone protestavano contro la politica del governo, in particolare contro il progetto di emendamento costituzionale, che permetterebbe la rielezione indefinita del capo dello Stato, e contro la proposta di riforma del lavoro, che conterrebbe elementi antioperai (la manifestazione si concludeva con scontri tra dimostranti e polizia, feriti e decine di arresti). Il 19 novembre si tenevano massicce mobilitazioni antigovernative in tutto il paese: tra le parole d'ordine anche il rifiuto del trattato con l'Europa.

1/12/2014


Uruguay, Tabaré eletto per un secondo mandato

Nessuna sorpresa: nel ballottaggio del 30 novembre contro l'esponente del Partido Nacional, Luis Lacalle Pou, Tabaré Vázquez è stato eletto per un secondo mandato con oltre il 53% dei voti. Il primo turno delle presidenziali, il 26 ottobre, si era concluso con un netto vantaggio per Vázquez: 47,8% dei consensi, contro il 30,9% di Lacalle e il 12,9% di Pedro Bordaberry (Partido Colorado). Sempre in ottobre si erano tenute le elezioni legislative, che avevano confermato l'egemonia del Frente Amplio: l'eterogenea coalizione di centrosinistra aveva conquistato la maggioranza assoluta alla Camera e 15 seggi su 30 al Senato. La vittoria di novembre garantisce al Frente anche il controllo della Camera Alta, che sarà presieduta dal vicepresidente Raúl Sendic. Tra i deputati eletti figura Macarena Gelman, figlia di desaparecidos e nipote del poeta argentino Juan Gelman. Constanza Moreira, ex avversaria di Vázquez alle primarie, occuperà nuovamente un seggio al Senato.

Il governo del presidente Vázquez - che assumerà il potere il primo marzo del 2015 - si preannuncia più moderato rispetto a quello del suo predecessore José Mujica: lo dimostra la scelta di Danilo Astori come ministro dell'Economia. Astori, che gode della fiducia degli imprenditori e dell'elettorato di centro, è fautore di un contenimento della spesa pubblica. Dovrà però mediare con la corrente di sinistra della coalizione, uscita rafforzata dalle ultime consultazioni, e rispettare le promesse della campagna: l'innalzamento al 6% della percentuale di pil destinata all'istruzione, l'aumento di quella per la ricerca e la scienza e soprattutto l'avvio di un Sistema Nacional de Cuidados, un insieme di politiche sociali per l'assistenza a bambini, anziani e portatori di handicap.

30/11/2014


Bolivia, il trionfo di Morales

"Questo trionfo è dedicato a Fidel Castro, è dedicato a Hugo Chávez (che riposi in pace) e a tutti i presidenti e i governi antimperialisti e anticapitalisti". Lo ha detto Evo Morales (Movimiento al Socialismo), rieletto per la terza volta il 12 ottobre alla guida della Bolivia con il 61% dei voti. L'imprenditore del cemento Samuel Doria Medina (Unidad Democráta) si è fermato al 24%. Al terzo posto l'ex presidente Jorge Quiroga (Partido Democráta Cristiano) con il 9%, seguito da Juan del Granado (Movimiento Sin Miedo) e Fenando Vargas (Partido Verde), entrambi con poco più del 2%. Anche in Parlamento il Mas ha ottenuto un risultato significativo, conquistando i due terzi dei seggi (25 senatori e 88 deputati).

Ad eccezione del dipartimento del Beni, alla frontiera con il Brasile, dove il partito conservatore Unidad Democráta ha ricevuto i maggiori consensi, Morales si è imposto in tutte le regioni del paese compresa Santa Cruz, storico bastione dell'opposizione e un tempo epicentro della rivolta autonomista. Questo successo si deve ai positivi risultati della gestione del Mas, che hanno fugato i timori degli imprenditori. "Il governo, lungi dall'annullare il modello di sviluppo economico di Santa Cruz, lo ha potenziato. L'importanza dei suoi servizi e della sua attività agricola e d'allevamento è stata mantenuta, è stata ingrandita ed è stata rafforzata", ha affermato recentemente il vicepresidente García Linera in un incontro con gli industriali locali. Il tasso di crescita del dipartimento è dell'8%, tra i più alti della Bolivia.

"Quello che a nostro giudizio è essenziale per spiegare la sua straordinaria leadership è stato il fatto che con Evo si scatena una vera rivoluzione politica e sociale il cui segno più significativo è l'instaurazione, per la prima volta nella storia boliviana, di un governo dei movimenti sociali - scrive su Página/12 il politologo Atilio Boron - Il Mas non è un partito in senso stretto, ma una grande coalizione di organizzazioni popolari di diverso tipo che, in questi anni, si è andata ampliando fino ad assorbire nella sua egemonia settori 'della classe media' che nel passato si erano opposti accanitamente al leader cocalero". A tutto ciò, ricorda Boron, vanno aggiunti gli importanti passi avanti in campo economico e sociale, senza i quali l'egemonia politica di cui si parlava non sarebbe stata possibile. Il pil passa da 9.525 milioni di dollari nel 2005 a 30.381 nel 2013. E se in passato le transnazionali del gas e del petrolio si tenevano l'82% del profitto, lasciando allo Stato il restante 18%, con il governo Morales il rapporto si rovescia, permettendo alla Bolivia di contare, alla fine del 2013, su 14.430 milioni di dollari in riserve internazionali (erano 1.714 milioni nel 2005). Dato ancora più rilevante, la percentuale di povertà estrema è passata dal 38% del 2005 al 18% di oggi.

29/10/2014


Cuba, l'Onu condanna nuovamente l'embargo

Anche quest'anno l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato contro l'embargo Usa a Cuba. Esattamente come nel 2013, a favore della fine del blocco si sono espressi 188 dei 193 membri dell'Onu; contrari Stati Uniti e Israele; astenuti Micronesia, Palau e Isole Marshall.

Nonostante la condanna mondiale - ha ricordato nel suo intervento il ministro degli Esteri dell'Avana, Bruno Rodríguez - l'embargo continua, anzi si è rafforzato. Ed è stata intensificata la sua applicazione extraterritoriale con l'imposizione di sanzioni a banche di ogni parte del globo, colpevoli di aver realizzato transazioni con governi "nemici". Basti citare la recente megamulta alla Bnp-Paribas (quasi 9 miliardi di dollari), che ha indotto la banca francese a cancellare ogni operazione con organismi ed enti cubani. Un esempio rapidamente seguito da altre istituzioni bancarie, preoccupate di dover subire la stessa sorte.

In contrasto con questo clima da guerra fredda, il 18 ottobre Fidel Castro ha offerto a Washington la cooperazione del suo paese nella lotta contro l'epidemia di ebola che infuria in Africa Occidentale. Non si tratta solo di parole: il governo cubano è quello che più ha fatto, sul piano internazionale, per contrastare il diffondersi della malattia, inviando sul posto centinaia di medici e infermieri (dagli Stati Uniti sono arrivati per ora solo contingenti militari).

MURILLO TORNA AL MINISTERO DELL'ECONOMIA. Marino Murillo, considerato l'ideologo dell'apertura di Cuba al mercato, è tornato a occupare il Ministero dell'Economia e della Pianificazione in sostituzione di Adel Yzquierdo. Membro dell'Ufficio Politico del Partido Comunista, Murillo riunisce con la nuova nomina un potere non indifferente, mantenendo la vicepresidenza del Consiglio dei Ministri e la direzione della commissione incaricata di gestire le riforme. Nel marzo scorso era stato proprio lui a presentare all'Asamblea Nacional la legge sugli investimenti stranieri, volta ad attirare capitali esteri. Come si afferma nella nota ufficiale di conferimento dell'incarico, "l'attuazione dei lineamenti della politica economica e sociale del partito e della Rivoluzione si addentra nelle questioni più complesse e profonde. Per portare avanti questo compito si considera necessario armonizzare e integrare a un livello superiore il processo di ammodernamento del modello economico e della pianificazione come principio della conduzione dell'economia nazionale".

28/10/2014


Brasile, Dilma Rousseff rieletta al secondo turno

Dilma Rousseff è riuscita nell'impresa: al ballottaggio del 26 ottobre è stata rieletta con il 51,6% dei voti, sconfiggendo il neoliberista Aécio Neves. Ma il futuro del governo non si preannuncia roseo: per la prima volta dal 2003, anno in cui il Partido dos Trabalhadores conquistò il potere, l'opposizione si presenta consistente e decisa a dare battaglia. Il raggruppamento di Neves, il Partido da Social Democracia Brasileira, ha inoltre raggiunto un risultato importante nel ricco e popoloso Stato di São Paulo, dove è stato eletto governatore Geraldo Alckmin, vicino all'Opus Dei.

Alla vittoria della candidata del Pt i mercati finanziari, che avevano puntato su un cambiamento al vertice, hanno reagito come previsto con il calo della Borsa, in particolare per i titoli delle aziende statali (Petrobras in testa). E il valore del dollaro ha registrato un aumento rispetto alla moneta nazionale. La presidente Rousseff dovrà poi cercare di contrastare i crescenti appetiti dell'alleato Partido do Movimento Democrático Brasileiro, che sull'appoggio alla sua rielezione si era diviso durante la campagna e che nel nuovo esecutivo pretende ora ministeri di peso. Altro elemento di difficoltà l'estrema frammentazione del Congresso, dove entrano nuove piccole formazioni e dove il Pt - pur mantenendo la maggioranza - vede diminuire i suoi seggi.

Il primo turno era terminato con Dilma Rousseff in testa (41,5%) seguita da Aécio Neves (33,5%), mentre si sgonfiava il fenomeno Marina Silva (21,3%). Al quarto posto Luciana Genro, del Psol (Partido Socialismo e Liberdade), con l'1,5%; gli altri candidati non arrivavano neppure all'1%. Significativi gli schieramenti per il ballottaggio: se il Pt riceveva il sostegno del Psol (e già prima del 5 ottobre poteva contare sull'appoggio della Cut, la maggiore centrale sindacale del paese), per Neves davano indicazioni di voto sia il Partido Socialista sia la stessa Silva. E il Clube Militar, che riunisce i nostalgici delle forze armate, in un suo comunicato definiva Neves "una speranza concreta di porre fine all'era petista". I militari non perdonano a Dilma Rousseff il tentativo di far luce sulle violazioni dei diritti umani in quegli anni attraverso la creazione della Comissão da Verdade. Alcuni ufficiali si sono rifiutati di presentarsi alle convocazioni della commissione e in settembre, in un documento reso pubblico, 27 generali a riposo hanno rivendicato gli atti compiuti durante la dittatura e hanno ribadito la loro convinzione di "aver salvato il Brasile".

28/10/2014


Messico, dove sono i 43 studenti desaparecidos?

E' passato un mese dai drammatici fatti di Iguala e l'indignazione è più viva che mai. Se qualcuno si illudeva che il paese, ormai assuefatto alla violenza, avrebbe presto dimenticato anche questa tragedia, ha dovuto ricredersi: l'accaduto sembra aver colpito le coscienze e aver posto i messicani di fronte a una realtà su cui molti desideravano chiudere gli occhi.

Rivediamo in breve gli avvenimenti: la sera del 26 settembre a Iguala, nello Stato del Guerrero, la polizia locale - con l'appoggio di elementi armati non identificati - sferra una serie di attacchi contro gli alunni della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa (la scuola dove si formano i futuri maestri). I normalistas erano giunti a Iguala con l'intento di trovare mezzi di trasporto per recarsi a Città del Messico, dove il 2 ottobre ci sarebbe stata la tradizionale marcia in ricordo del massacro del 1968 in Piazza delle Tre Culture. Gli aggressori uccidono tre studenti (il corpo di uno di questi presenta chiari segni di tortura) e altre tre persone che si trovano per caso sulla linea del fuoco; numerosi i feriti, tra cui alcuni gravi. Ma il dato più tragico emerge solo in seguito, con la denuncia della sparizione di 43 giovani, di cui non si sa più nulla da quando sono stati fermati e trasferiti alla centrale di polizia. L'arresto di decine di agenti municipali da parte delle forze federali non porta alla localizzazione dei desaparecidos, che secondo alcune confessioni sarebbero stati consegnati ai membri del cartello della droga Guerreros Unidos, per essere poi ammazzati. La loro colpa: aver denunciato i legami della delinquenza con il sistema politico. Nella zona vengono rinvenute innumerevoli fosse clandestine, ma i primi esami del Dna non consentono di attribuire i resti ai ragazzi scomparsi.

La vicenda degli studenti della Normal Rural scatena proteste e manifestazioni in tutto il paese. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza non solo nel Guerrero, ma in tutti gli altri Stati e il 22 ottobre viene dichiarato Día de Acción Global por Ayotzinapa. L'eco giunge alle Nazioni Unite, all'Oea, al Parlamento Europeo. I mandanti sono identificati nel sindaco di Iguala, José Luis Abarca, già segnalato per i suoi legami con il narcotraffico, e nella moglie, María de los Angeles Pineda, presidente del locale Sistema per lo Sviluppo Integrale della Famiglia, ma soprattutto punto di riferimento dei Guerreros Unidos (i due coniugi si sono dati alla fuga dopo i fatti). Sia Abarca che il governatore dello Stato, Angel Aguirre Rivero, che per le proteste popolari è costretto a dimettersi, appartengono al Prd. Al di là delle responsabilità locali, comunque, emerge fin da subito l'inerzia e la connivenza dello Stato centrale e nei cortei si chiede a gran voce la rinuncia del presidente Peña Nieto.

La vicenda di Iguala ha posto l'opinione pubblica di fronte a drammatiche verità: la delinquenza organizzata è penetrato in profondità nelle istituzioni a ogni livello, può contare su una rete di complicità in tutti i principali partiti e utilizza le forze di polizia come propri sicari. E, soprattutto, le vittime della guerra quotidiana in corso in Messico non sono soltanto i membri delle bande rivali, ma chiunque osi ribellarsi al nuovo potere. Solo per restare nel Guerrero, il caso dei 43 normalistas è stato preceduto da una catena di aggressioni e attacchi contro dirigenti e militanti di comunità indigene, di associazioni contadine, di organismi di difesa dei diritti umani e di organizzazioni sociali.

Ma la geografia dell'orrore non si arresta al Guerrero. Il 16 ottobre a Reynosa (Stato di Tamaulipas) viene sequestrata, torturata e uccisa María del Rosario Fuentes Rubio. Agli occhi dei narcos María del Rosario Fuente, di professione medico del lavoro, è colpevole di aver utilizzato Facebook e Twitter per risvegliare la cittadinanza e indurla a prendere posizione contro la criminalità. Cinque giorni prima a Mazatlán (Sinaloa) era stato assassinato il dirigente contadino Octavio Atilano Román Tirado, che dal 2009 lottava per i diritti delle centinaia di famiglie cacciate dalle loro case dalla costruzione della diga Picachos; i killer avevano fatto irruzione nella sede dell'emittente, da cui Octavio Román trasmetteva il suo programma radiofonico Así es mi tierra, ferendolo mortalmente. Il 30 giugno 22 persone erano morte a Tlatlaya (Estado de México) in quello che era stato presentato come un conflitto a fuoco tra narcotrafficanti ed esercito e che invece precise testimonianze indicano ora come una vera e propria esecuzione.

27/10/2014


Argentina, nuove condanne a repressori

Quindici ergastoli a carico di ex militari e di civili per violazione dei diritti umani, durante la dittatura, nel centro clandestino La Cacha: la sentenza è stata pronunciata il 24 ottobre dal tribunale di La Plata, dopo un processo durato dieci mesi. Tra i condannati anche l'ex dirigente della polizia delle provincia di Buenos Aires, Miguel Etchecolatz, cui era già stata comminata la prigione a vita per delitti analoghi. Pene minori hanno ricevuto altri quattro imputati. Al giudizio erano presenti sopravvissuti e familiari delle vittime: tra questi ultimi Estela Barnes de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo: sua figlia Laura dopo il sequestro venne rinchiusa proprio a La Cacha.

Due settimane prima si era concluso a San Martín un altro processo, che vedeva imputati anche due ex generali, Reynaldo Bignone (ultimo presidente della dittatura) e Santiago Omar Riveros, per il sequestro e la scomparsa di 33 operai di quattro diverse imprese. Riveros è stato condannato all'ergastolo, Bignone a 23 anni di carcere (entrambi devono scontare altre condanne, sempre per crimini di lesa umanità). Il procedimento ha rivelato i legami del regime militare con imprenditori e dirigenti d'azienda, che ebbero responsabilità diretta nella sparizione di lavoratori e delegati sindacali.

24/10/2014


Venezuela, ucciso deputato del Psuv

Robert Serra, 27 anni, era il deputato più giovane eletto nelle file del Psuv. E' stato assassinato il primo ottobre nella sua casa di Caracas e con lui è stata uccisa la sua compagna, María Herrera. Il duplice crimine è apparso subito di matrice politica: Serra era uno strenuo sostenitore del presidente Chávez e aveva guadagnato ampia popolarità nel 2007 quando, ancora studente, aveva difeso la Rivoluzione Bolivariana in un dibattito in Parlamento trasmesso per radio e televisione. Secondo il governo, il delitto potrebbe essere legato al piano dell'attivista di estrema destra Lorent Saleh, che prevedeva l'uccisione di una ventina di esponenti politici (insieme a Gabriel Valle e Ronny Navarro, Saleh è stato accusato in settembre di cospirazione).

Il 15 ottobre il presidente Maduro ha denunciato l'implicazione di una banda paramilitare, guidata da un colombiano, nell'uccisione di Serra e ha riferito che tra i presunti colpevoli arrestati vi era il capo scorta del parlamentare. Maduro ha poi rivelato che il 4 ottobre vi era stato un tentativo di assassinare il presidente dell'Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, e ha annunciato che presto consegnerà alle autorità statunitensi le prove dei piani destabilizzanti di gruppi di Miami collegati all'estrema destra venezuelana. Tre giorni dopo, una manifestazione "contro il terrorismo e per la pace" ha percorso le strade di Caracas ricordando la figura di Robert Serra. Contemporaneamente si svolgeva nella capitale un'altra marcia, la Caminata por la Paz, convocata dalla coalizione d'opposizione Mesa de la Unidad Democrática (Mud). Si è trattato della prima mobilitazione dell'alleanza antichavista dall'inizio del suo processo di ristrutturazione. In cerca di maggiore consenso presso i settori popolari, la Mud ha recentemente sostituito il segretario esecutivo dimissionario Ramón Guillermo Aveledo con Jesús Torrealba. La nomina di quest'ultimo sembra significare la vittoria di quanti propugnano una strategia di rispetto verso le istituzioni; sarebbero risultati in minoranza i fautori delle violenze di piazza, che nei mesi scorsi avevano provocato la morte di oltre quaranta persone.

IL VENEZUELA NEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL'ONU. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l'ingresso del Venezuela nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu come membro non permanente in sostituzione dell'Argentina. A favore di Caracas hanno votato 181 paesi; dieci le astensioni, un voto nullo e solo uno contrario: quello degli Stati Uniti. E' un passo avanti "verso la trasformazione dell'Onu, perché approfondisca la sua missione al servizio dell'uguaglianza e della giustizia nel pianeta", ha commentato il presidente Maduro. Nel 2006 il governo Chávez non era riuscito a ottenere gli appoggi necessari alla designazione del Venezuela a causa delle pressioni contrarie esercitate da Washington.

18/10/2014


Haiti, la morte di Baby Doc

Jean-Claude Duvalier, noto come Baby Doc, è morto per un infarto il 4 ottobre. Nel 1971, a soli 19 anni, aveva ereditato il potere dal padre François Duvalier, Papa Doc, che con l'appoggio delle squadracce dei Tontons Macoutes aveva stabilito nel paese una dittatura sanguinaria. Anche Baby Doc si era macchiato di innumerevoli casi di tortura, omicidio e violazione dei diritti umani, ma come il padre è morto senza dover rendere conto dei suoi crimini. Era fuggito da Haiti nel 1986, cacciato da una rivolta popolare, e si era rifugiato sulla Costa Azzurra. Nel gennaio 2011 era tornato in patria annunciando: "Vengo ad aiutare il mio popolo". In realtà avrebbe consolidato il suo legame con Michel Martelly, che pochi mesi dopo verrà eletto presidente e che tra i suoi consiglieri conta esponenti del vecchio regime.

Nel gennaio 2012 un tribunale aveva rinviato a giudizio Duvalier per corruzione e malversazione di fondi, ma aveva respinto le denunce per crimini di lesa umanità sostenendo che tali reati erano prescritti. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e i familiari delle vittime avevano fatto ricorso, ottenendo l'anno successivo che fossero avviate nuove indagini e che Baby Doc fosse costretto a comparire davanti al giudice. La sua morte vanifica ora qualsiasi speranza di ottenere giustizia. E solo le proteste dell'opposizione hanno indotto il governo a non concedere a Jean-Claude Duvalier i funerali di Stato come ex presidente. Martelly, che nell'inviare le condoglianze alla famiglia aveva affermato: "Nonostante le nostre lotte e le nostre divergenze, salutiamo la partenza di un autentico figlio di Haiti", si è limitato a mandare un suo rappresentante alle esequie, svoltesi l'11 ottobre alla presenza di centinaia di nostalgici.

11/10/2014


Perú, assassinati quattro leader ambientalisti

Edwin Chota aveva più volte denunciato che la sua vita era in pericolo per la coraggiosa battaglia che da anni conduceva contro l'abbattimento indiscriminato di alberi nella foresta amazzonica. "La legge non arriva fino a noi, siamo minacciati di morte, in qualsiasi istante finiremo uccisi", aveva detto ai giornalisti de The New York Times nell'aprile del 2013. E alle autorità aveva inutilmente chiesto protezione per sé e per la comunità ashaninka di Saweto, nei pressi della frontiera con il Brasile. Il leader ambientalista è stato assassinato il primo settembre insieme ad altri tre dirigenti comunitari: Leoncio Quinticima, Jorge Ríos e Francisco Pinedo. I quattro sono stati assaliti dai sicari mentre viaggiavano in macchina verso un'altra comunità, dove avrebbero dovuto partecipare a una riunione per coordinare le azioni di difesa del territorio indigeno.

Di fronte al disinteresse con cui il crimine era stato accolto, le vedove delle vittime si sono recate a Pucallpa, capoluogo del dipartimento di Ucayali, con un viaggio di tre giorni. Sono così riuscite a scuotere le organizzazioni per i diritti umani e gli organismi internazionali, che hanno fatto pressione sul governo perché prendesse provvedimenti di tutela della popolazione nativa e conducesse le indagini sul caso. Quaranta agenti sono stati inviati sul posto e la presidente del Consiglio dei Ministri, Ana Jara, si è recata a Saweto a distribuire aiuti e ad annunciare la creazione di un alto commissario contro il disboscamento illegale e l'avvio del processo di titolazione delle terre come richiesto dalle comunità. Due madereros, padre e figlio, sospettati di essere i mandanti del quadruplice omicidio sono stati arrestati. Ma gli ecologisti non si illudono: la politica del governo Humala ha facilitato l'ingresso dell'attività estrattiva nelle terre indigene e ha reso più flessibili i controlli ambientali.

IL GOVERNO DI LIMA TORNA ALLA DESTRA. Le amministrative del 5 ottobre hanno segnato il ritorno della destra al governo di Lima. Con il 50% dei consensi Luis Castañeda, di Solidaridad Nacional, ha sconfitto la sindaca di centrosinistra Susana Villarán (Diálogo Vecinal), che ha ottenuto poco più del 10% dei voti ed è stata superata anche dal candidato dell'Apra, Enrique Cornejo (17%). Contro Villarán era stata scatenata una violenta campagna mediatica, che pur non potendo mettere in dubbio la sua onestà, aveva attaccato la sua presunta inefficienza. Gli stessi organi di stampa avevano invece sorvolato sulle denunce di corruzione sollevate contro Castañeda in occasione del suo primo mandato alla guida della capitale (anche Cornejo era stato accusato di corruzione quando aveva fatto parte del secondo gabinetto di Alan García).

Le elezioni del 5 ottobre hanno registrato un importante risultato nella regione di Cajamarca, dove è stato rieletto presidente Gregorio Santos, del Movimiento de Afirmación Social (legato al partito maoista Patria Roja). Santos è il leader delle proteste contro il megaprogetto minerario Conga dell'impresa Yanacocha, di capitali statunitensi e peruviani. I contadini si sono mobilitati contro questo progetto di sfruttamento di oro a cielo aperto per il forte impatto che avrebbe sull'ambiente e per la minaccia all'approvvigionamento idrico delle campagne. Una battaglia duramente repressa dalle autorità e che è già costata cinque morti. Nel tentativo di bloccare l'opposizione al progetto, contro Santos è stata presentata una denuncia per corruzione che lo ha portato in carcere, impedendogli di fare campagna elettorale. Ma la detenzione, anziché fermarlo, ha rafforzato la sua popolarità. "Se qualcuno pensava che il progetto Conga potesse avere consenso sociale, con questo risultato elettorale è evidente che non ha viabilità", afferma José de Echave, della ong CooperAcción (De Echave, viceministro dell'Ambiente del governo Humala, nel novembre 2011 aveva abbandonato l'incarico proprio in contrasto sulla questione Conga).

7/10/2014


Cile, una strana serie di attentati

L'esplosione di un ordigno all'alba del 25 settembre a Santiago ha provocato la morte di un passante. E' solo l'ultimo di una serie di attentati che hanno avuto per teatro soprattutto la capitale cilena. L'8 settembre lo scoppio in un centro commerciale nei pressi della stazione della metropolitana Escuela Militar aveva ferito quattordici persone. Il giorno dopo una donna era rimasta leggermente ferita a Viña del Mar per la deflagrazione di una bomba rudimentale. Michelle Bachelet ha fatto appello all'unità del paese, denunciando l'obiettivo destabilizzante di questi attacchi dinamitardi. E secondo il presidente del Partido por la Democracia, Jaime Quintana, andrebbe presa in esame l'ipotesi della "eventuale riattivazione di ex agenti della dittatura". Ma la maggior parte degli organi di stampa ha subito puntato il dito in direzione dei gruppi anarchici. E le indagini si sono volte in quella direzione, con l'arresto di una ragazza e due ragazzi: nelle loro abitazioni sarebbero stati rinvenuti gli strumenti per fabbricare gli ordigni.

In questo clima teso è stato ricordato l'11 settembre il 41° anniversario del colpo di Stato. Alla commemorazione nel palazzo de La Moneda erano presenti, accanto alla presidente Bachelet, la figlia di Salvador Allende, la senatrice Isabel, e la nipote Maya Fernández. "In democrazia il Cile non ha perso la memoria e non ha dimenticato i suoi figli perseguitati, giustiziati e detenidos-desaparecidos", ha detto Bachelet annunciando un progetto di legge per l'abrogazione dell'amnistia imposta da Pinochet a favore dei repressori. Accanto alle consuete cerimonie in memoria delle vittime del regime militare, la giornata ha registrato incidenti e scontri tra manifestanti e forze di polizia, con un bilancio di quattordici feriti e decine di arrestati.

25/9/2014


Guatemala, massacro a San Juan Sacatepéquez

Nuovo massacro nelle comunità indigene. La sera del 19 settembre un gruppo di uomini armati, inviati dall'impresa Cementos Progreso S.A., ha assalito la popolazione di San Juan Sacatepéquez, aprendo il fuoco e provocando una prima vittima. Ne è nata una spirale di violenza che ha portato alla morte di un'altra decina di persone. Come denuncia il comunicato ufficiale delle Doce Comunidades Organizadas y en Resistencia della zona, la polizia si è rifiutata di intervenire contro gli aggressori e solo in seguito è giunto sul luogo l'esercito, ma per proteggere gli interessi della società.

Il conflitto tra le comunità e la Cementos Progreso è in corso dal 2006, anno in cui l'impresa - senza consultare la popolazione locale - annuncia l'intenzione di realizzare un grande cementificio nel territorio di San Juan Sacatepéquez. In un referendum del maggio 2007 il progetto è bocciato quasi all'unanimità dagli abitanti (8.946 voti contrari, 4 a favore). Da allora si susseguono le minacce, le aggressioni e gli attacchi contro la resistenza comunitaria da parte delle squadracce dell'azienda, che possono contare sul sostegno delle autorità statali. In un recente rapporto sulla situazione nel paese centroamericano, Amnesty International ammoniva: "Il governo guatemalteco sta alimentando la fiamma del conflitto non consultando le comunità locali prima di concedere licenze di attività estrattiva alle imprese; in questo modo sta accrescendo in pratica il rischio che vi sia spargimento di sangue e sta cancellando i diritti della sua popolazione".

23/9/2014


Brasile, la campagna di Marina Silva

Alle presidenziali del 5 ottobre Dilma Rousseff sembrava avviata verso una sicura rielezione, grazie anche al successo dei Mondiali di Calcio, terminati con un bilancio nettamente positivo. Non sul campo, dove la nazionale brasiliana non ha certo brillato, ma sul piano dell'organizzazione e su quello dell'ordine pubblico (le contestazioni sono state minori del previsto). Un fatto inatteso ha però scompaginato le carte: la morte il 13 agosto, in un incidente aereo, del candidato del Partido Socialista Brasileiro Eduardo Campos. Al terzo posto nelle intenzioni di voto, Campos non poteva aspirare al ballottaggio, che con tutta probabilità avrebbe visto contrapporsi la presidente in carica e Aécio Neves, del conservatore Partido da Social Democracia Brasileira. Alla scomparsa di Campos la candidatura socialista è stata assunta dalla sua compagna di formula, Marina Silva. La decisione è venuta dopo un aspro dibattito all'interno del partito: Silva infatti è lontana dalle posizioni del Psb, al quale si era legata lo scorso anno soltanto perché il raggruppamento da lei fondato non aveva ottenuto il numero di firme necessario per presentarsi all'appuntamento elettorale.

L'irruzione di Marina nella competizione ha prodotto un ribaltamento delle posizioni: Neves è scivolato al terzo posto nei sondaggi, mentre i consensi di Silva sono cresciuti fino a minacciare la vittoria della presidente in carica. Non si è trattato solo del fattore psicologico legato alla tragica fine di Campos: la nuova candidata ha potuto contare da subito sull'appoggio dei grandi media (tutti di destra), che hanno riposto in lei la speranza di chiudere la parentesi dei governi del Pt. Perché Marina Silva, con il suo passato di militante ecologista e di sinistra (era stata anche ministra di Lula), si presenta ora con un progetto nettamente conservatore. Una svolta sintetizzata dalla scelta di Luiz Roberto de Albuquerque, difensore della coltivazione di prodotti transgenici, come candidato a vicepresidente, e di Neca Setúbal, erede e azionista dell'importante Banco Itaú, come coordinatrice del programma di governo.

Di fede evangelica, Marina Silva si dichiara contraria alla depenalizzazione dell'aborto e del consumo di droghe. In campo economico propone tre punti che rientrano in pieno nel ricettario neoliberista. Innanzitutto l'autonomia del Banco Central, che rafforzerebbe la centralità del mercato e sottrarrebbe allo Stato il controllo della politica monetaria. In secondo luogo il ridimensionamento del progetto di prospezione del petrolio in acque profonde promosso dall'attuale amministrazione per garantire al Brasile l'indipendenza energetica (e il Congresso ha già deciso di destinare il 10% delle risorse così ottenute all'istruzione e alla sanità). Infine la diminuzione dell'impegno nel Mercosur a favore di accordi bilaterali. "Non è chiaro a che tipo di accordo bilaterale si riferisca il programma, ma si teme che sia prima di tutto con gli Stati Uniti e con i paesi del centro del capitalismo", scrive su Página/12 del 4 settembre il sociologo Emir Sader, sottolineando come ciò significherebbe una rottura con gli organismi di integrazione sviluppati negli ultimi anni con le nazioni del Sud del mondo e "un reinserimento radicale e subordinato agli Usa, con tutte le conseguenze regionali e globali che questo comporterebbe".

4/9/2014


Honduras, assassinata dirigente contadina

Continuano gli omicidi mirati in Honduras. Il 27 agosto la dirigente del movimento contadino Margarita Murillo è stata assassinata nei pressi del villaggio El Planón (dipartimento di Cortés). E' stava sorpresa dai sicari mentre stava lavorando in uno dei terreni recuperati dall'impresa Asociativa Campesinos de Producción Las Ventanas, di cui era presidente. Da decenni Murillo era in prima fila nella difesa delle comunità rurali: era stata tra i fondatori del Frente de Unidad Nacional Campesina e della Central General de Trabajadores del Campo. Ma la sua attività politica non si limitava ai problemi delle campagne: era coordinatrice per il dipartimento di Cortés del Frente Nacional de Resistencia Popular e aveva contribuito alla fondazione del Partido Libertad y Refundación (Libre).

Da tempo Margarita Murillo riceveva minacce di morte, ma nonostante la Commissione Interamericana per i Diritti Umani le avesse riconosciuto il diritto a misure di protezione, le autorità non avevano mosso un dito. Il 26 luglio un gruppo di militari aveva fatto irruzione nella sua casa e aveva sequestrato il figlio Samuel, di 23 anni. Da allora del giovane non si era saputo più nulla.

27/8/2014


Argentina, i nipoti ritrovati

"I suoi genitori le diedero il nome di Ana Libertad. Oggi lei è riuscita a conquistare questo bene tanto prezioso che i genitori le avevano augurato con il suo nome: benvenuta Anna alla tua libertà". Con queste parole Estela Barnes de Carlotto ha salutato, il 22 agosto, il ritrovamento di un'altra figlia di desaparecidos, che ha potuto finalmente recuperare la sua identità. La madre di Ana Libertad, Elena de la Cuadra, era incinta di cinque mesi quando venne sequestrata nel febbraio 1977 insieme al suo compagno Héctor Baratti. Entrambi erano militanti del Partido Comunista Marxista Leninista. I resti di Elena non sono mai stati ritrovati, quelli di Héctor sono stati identificati anni più tardi dall'Equipo Argentino de Antropología Forense. Ana Libertad, che vive in Europa e che ha accettato volontariamente di sottoporsi al controllo del Dna, non potrà però conoscere la nonna materna, Alicia Licha Zubasnabar, che fu la prima presidente delle Abuelas. Dopo una vita consacrata alla ricerca della nipote, Licha è morta nel 2008 all'età di 92 anni.

La gioia del ritrovamento è stata invece concessa all'attuale presidente di Abuelas, Estela de Carlotto, che agli inizi di agosto ha potuto abbracciare per la prima volta il nipote Guido, partorito dalla figlia Laura durante la prigionia. Cresciuto come Ignacio Hurban, Guido è musicista e come tale, ancor prima di conoscere la sua storia, aveva partecipato al Ciclo de Música para la Memoria. I suoi genitori, entrambi montoneros, erano stati sequestrati nel 1977. Il corpo della madre fu restituito alla famiglia subito dopo la morte; i resti del padre, Walmir Oscar Montoya, sepolto in un cimitero come NN, vennero scoperti nel 2009.

22/8/2014


Paraguay, il movimento contadino contro il presidente

Il 15 agosto sono culminate, con una manifestazione davanti al Congresso, le tre giornate di mobilitazione nazionale contro la politica del presidente Cartes, che proprio quel giorno compiva il primo anno di mandato. Le organizzazioni contadine accusano Cartes di governare a favore dei latifondisti. "Durante il suo governo non sono stati fatti passi avanti nella redistribuzione della terra, ci sono stati solo sgomberi con la forza dei contadini che occupavano le terre. Non ci sono aiuti per i piccoli produttori e non c'è alcuna intenzione di presentare una legge di riforma agraria", ha affermato Marcial Gómez, della segreteria della Federación Nacional Campesina.

In un paese dove la distribuzione della proprietà fondiaria è tra le più inique del pianeta, sono almeno 115 i dirigenti e i militanti di comunità rurali assassinati o fatti scomparire dal febbraio 1989 (fine della dittatura Stroessner) all'agosto 2013: lo afferma il rapporto presentato l'8 agosto dalla Coordinadora de Derechos Humanos del Paraguay. Sono attentati attuati nel quadro di un piano di attacco alla popolazione contadina, "attraverso l'esecuzione sistematica e generalizzata di metodi del terrorismo di Stato", per costringerla a lasciare le proprie case e impadronirsi così dei suoi territori.

15/8/2014


Messico, la controriforma energetica

Con la promulgazione l'11 agosto del pacchetto di 21 leyes secundarias, si completa l'iter della riforma energetica voluta dal presidente Peña Nieto. Si tratta in realtà di una controriforma, affermano le opposizioni di sinistra denunciando la svendita dei beni della nazione a beneficio delle imprese straniere. Al tono trionfalista del capo dello Stato, che promette "una nuova fase di sviluppo e di benessere per le famiglie messicane", risponde in un'intervista a Radio Fórmula la senatrice del Prd Dolores Padierna, che parla di "una rapina ai danni del paese a favore di pochi".

Già il 16 luglio, all'indomani dell'approvazione delle nuove disposizioni da parte delle Commissioni parlamentari, La Jornada nel suo editoriale scriveva che "il testo delle leyes secundarias smentisce in maniera inequivocabile la massiccia e insistente propaganda ufficiale che ha preceduto le riforme, secondo la quale, tra altre menzogne, non ci sarebbe stata privatizzazione dell'industria energetica e le nuove regole avrebbero portato a una riduzione dei prezzi del gas, dell'elettricità e dei carburanti. Ora si può vedere chiaramente che l'obiettivo reale dei cambiamenti era quello di smantellare la proprietà nazionale sugli idrocarburi e l'elettricità e che questo non era destinato a tradursi in alcun beneficio per la popolazione, a parte un incerto e fantomatico impulso alla crescita che, fino a oggi, nessuno ha spiegato come si produrrà".

La riforma ha suscitato numerose mobilitazioni soprattutto nelle campagne, dove comunità indigene, ejidatarios e piccoli proprietari temono l'espropriazione delle terre agricole per la produzione o il trasporto di energia. Per essersi opposto al progetto di una centrale idroelettrica sul fiume Apulco, nello Stato di Puebla, il 4 giugno è stato assassinato il dirigente contadino Antonio Esteban Cruz. Sempre nello Stato di Puebla, il 19 giugno è morto il tredicenne José Luis Tehuatlie Tamayo: era stato raggiunto dal proiettile di un agente durante la violenta repressione di una protesta sociale. E il 24 giugno l'attivista Delfino Flores Melga, arrestato nel 2013 durante lo sgombero di un terreno occupato, si è spento in carcere: gli erano stati negati gli arresti domiciliari nonostante avesse quasi novant'anni.

Il saccheggio dei territori è stato denunciato con forza dai 1.300 delegati zapatisti e dagli oltre 300 rappresentanti delle comunità native che dal 4 al 9 agosto, a La Realidad (Chiapas), hanno preso parte all'incontro tra Ezln e Congreso Nacional Indígena. Nella dichiarazione finale si afferma: "Non ci arrendiamo, non ci vendiamo e non cediamo"; la lotta non finirà perché "se non ci hanno ucciso in 520 anni di resistenza e ribellione non lo faranno né ora né mai".

11/8/2014


Venezuela, affiorano le divisioni nel Psuv

Dal 26 al 31 luglio Caracas ha ospitato il terzo Congresso del Psuv, il primo dopo la morte di Hugo Chávez. Nonostante il tentativo di mostrare compattezza con il costante riferimento alla figura del presidente defunto (proclamato "leader eterno"), gli oltre cinquecento delegati non hanno potuto nascondere le divisioni interne. Nel discorso introduttivo Nicolás Maduro, eletto a nuova guida del partito, ha chiesto "dibattito libero e costruttivo, azione creatrice e unitaria", ma anche "massima lealtà e disciplina", polemizzando con durezza contro quanti "aprono piccole brecce alla coesione della rivoluzione e così vengono applauditi dalle platee della destra, dove si scommette che un giorno il chavismo si disgreghi dall'interno". E il presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, ha affermato: "Qui ci deve essere solo il gruppo del comandante Chávez", chiudendo a ogni dissenso, in particolare alle posizioni della corrente di sinistra Marea Socialista.

Le divergenze si erano fatte palesi nelle settimane precedenti, con le critiche al governo da parte dell'ex ministro della Pianificazione, Jorge Giordani (estromesso dall'esecutivo a metà giugno). In un documento pubblicato su Aporrea.org, Giordani scriveva: "Risulta doloroso e allarmante vedere una presidenza che non trasmette leadership e che sembra volerla affermare nella ripetizione, senza la dovuta coerenza, dei progetti formulati dal comandante Chávez e nell'assegnazione di risorse massicce a tutti quanti le sollecitano, senza un programma fiscale inquadrato in una pianificazione socialista". Giordani definiva poi "perlomeno confusa" la politica nei confronti del settore privato, denunciando che le pressioni di quest'ultimo "sembrano aprire la strada alla reinstallazione di meccanismi finanziari capitalistici". Alla luce di tali fatti, concludeva, "sorge una chiara sensazione di vuoto di potere nella presidenza della Repubblica e di concentramento in altri centri di potere". Secca la risposta di Maduro, con accuse di "tradimento" al progetto rivoluzionario.

Il 24 giugno era intervenuto un altro ex ministro, Héctor Navarro, ribadendo i richiami di Giordani sullo scandalo delle divise in cui sarebbero coinvolti funzionari dello Stato: "Il traditore è Giordani perché, ad esempio, ha denunciato l'assegnazione di dollari a imprese fantasma e ha proposto azioni per impedire che questo continuasse ad avvenire? O traditori sono, anche se questo non si dice, quanti hanno assegnato quei dollari di cui oggi hanno bisogno gli ospedali o che sono necessari per la produzione e per soddisfare le necessità del popolo?" Come conseguenza, nei confronti di Navarro era stato aperto un procedimento disciplinare all'interno del Psuv. Le voci critiche erano però destinate a moltiplicarsi. "Esortiamo l'Assemblea Nazionale a rispolverare la legge contro la corruzione e a punire i corrotti: sono loro i grandi traditori della Rivoluzione", ammoniva su Twitter la deputata del Parlatino Ana Elisa Osorio, membro della direzione nazionale del Psuv.

Una sintesi dei problemi venezuelani è rintracciabile in un documento di Marea Socialista: "La vita quotidiana del popolo che vive del suo lavoro si è trasformata in un calvario. Carestia senza controllo, scarsità di approvvigionamento programmata dal capitale locale, problemi aggravati dall'inefficienza dello Stato nel promuovere politiche che portino a una soluzione - si legge nel testo - A ciò si aggiunge ora un'ondata di licenziamenti nell'impresa privata (il caso automobilistico tra gli altri), gli ostacoli nella discussione dei contratti collettivi, l'applicazione di tagli alle retribuzioni e un colpo generale al salario diretto e al salario sociale". Una situazione che mette in pericolo la stabilità politica dell'esecutivo del presidente Maduro, a cui comunque Marea Socialista ribadisce il suo appoggio. Ma "la paralisi e le oscillazioni del governo per la pressione dei grandi gruppi economici e per la sua stessa incapacità in alcuni casi, o per la complicità di un settore di alti funzionari in altri, facilita il lavoro di una destra politica inetta".

Nell'incontro nazionale del Psuv si sono manifestati "i principali segnali della transizione traumatica del Venezuela", scrive Modesto Emilio Guerrero nell'articolo: El chavismo sin Chávez después del Congreso. Dopo la vittoria nelle elezioni municipali di dicembre, che aveva rinfrancato le file bolivariane, il paese ha conosciuto una nuova ondata di violenza scatenata dall'estrema destra. La risposta popolare non ha avuto però la stessa consistenza dell'aprile 2002, quando era riuscita a opporsi ai golpisti: questa debolezza ha obbligato il governo a scendere a patti con l'opposizione. Come spiega Guerrero, tra i passi indietro imposti dalle trattative vi è "il serio tentativo di demolire la struttura legislativa progressista che protegge diritti di base del lavoratore. Uno è quello della stabilità, un altro - molto doloroso per i padroni - è quello che li obbliga a pagare tutte le spese per la salute sui luoghi di lavoro attraverso un organismo di potere interno denominato Comité de Salud Laboral. Ma l'arretramento è andato più lontano: per la prima volta i capitalisti si sono azzardati a sollecitare la restituzione di impianti espropriati o nazionalizzati e posti sotto controllo operaio e, sempre per la prima volta, una parte del governo si è azzardata a lasciare aperta una porta a tale richiesta". A questo scenario preoccupante si contrappone, dallo scorso anno, una crescita delle lotte dei lavoratori per la difesa del salario e dei diritti collettivi.

NUOVO CONFLITTO DIPLOMATICO CON GLI USA. La decisione di Washington di sospendere i visti ad alcuni funzionari venezuelani "è un'ennesima reazione del governo statunitense contro il ruolo giocato dal Venezuela nella formazione di un mondo nuovo, di un'America Latina integrata". Lo ha affermato il ministro degli Esteri, Elías Jaua, che ha poi parlato della liberazione dell'ex capo del controspionaggio militare Hugo Carvajal dalle prigioni di Aruba, negando qualsiasi pressione da parte di Caracas sull'isola caraibica. Carvajal, nominato console ad Aruba, era stato arrestato il 23 luglio su richiesta degli Usa, sotto l'accusa di narcotraffico e di legami con la guerriglia colombiana delle Farc. Era stato però scarcerato pochi giorni dopo, perché le autorità olandesi avevano riconosciuto che godeva di immunità diplomatica. Sul rilascio, un portavoce del Dipartimento di Stato aveva espresso il profondo disappunto degli Stati Uniti.

11/8/2014


Argentina, un paese in default?

Sui media di tutto il mondo si è parlato di fallimento e in effetti l'agenzia Standard and Poor's ha dichiarato il paese in "default selettivo". Ma il governo di Buenos Aires smentisce: "Si va in default quando non si paga. L'Argentina ha pagato e continuerà a pagare il suo debito", afferma il ministro dell'Economia, Axel Kicillof. I soldi destinati a quanti hanno accettato la rinegoziazione del debito (quasi il 93% del totale) sono depositati da un mese presso una banca statunitense, ma il versamento ai creditori è bloccato a causa della sentenza del giudice Usa Thomas Griesa, che ha accettato le richieste di un gruppo di speculatori. La volontà di una nazione e le dichiarazioni di appoggio da parte dei paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), di Unasur, Mercosur, Oea, Aladi, Celac e Gruppo dei 77 nulla possono, a quanto pare, contro le decisioni di un tribunale nordamericano.

Il caso era scoppiato il 16 giugno, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva respinto l'appello di Buenos Aires e aveva ratificato il verdetto del giudice Griesa, che imponeva all'Argentina di pagare 1.300 milioni di dollari ai possessori dei cosiddetti "fondi avvoltoi". Si tratta di quanti a suo tempo avevano rastrellato, a prezzi stracciati, i crediti di quella ristretta minoranza che non aveva accettato la ristrutturazione del debito. Dunque un paese sovrano, l'Argentina, viene giudicato e condannato da tribunali statunitensi in una causa promossa da interessi speculativi. Come si è giunti a questa situazione? "Il vincolo disuguale fu determinato dal mondo finanziario: se un paese, periferico e imprevedibile dal punto di vista politico ed economico, voleva collocare buoni, per finanziare i suoi squilibri o la fuga di capitali della propria classe imprenditrice, doveva rinunciare alla sua sovranità giuridica. Questo costo immenso, simbolico e politico, e che può essere anche economico, fu considerato naturale da diversi governi, persino nelle rinegoziazioni del debito del 2005 e del 2010. L'amministrazione kirchnerista disponeva di un margine molto stretto se aspirava ad avanzare nella rinegoziazione nei primi anni di recupero economico dopo la crisi del 2001-2002. Tale limitazione mostra che la struttura finanziaria internazionale è un potente strumento di sottomissione di paesi, come oggi la soffrono le economie europee periferiche", scrive Alfredo Zaiat su Página/12 del 17 giugno.

Se vogliamo risalire alle responsabilità dobbiamo tornare all'epoca della dittatura, quando era ministro dell'Economia Martínez de Hoz. Fu lui a consentire, con una modifica del Codice di Procedura Civile e Commerciale valida ancor oggi, che tutti i contratti concernenti il debito estero fossero sottomessi alla legge e alla giurisdizione dello Stato di New York. Vennero poi i governi di stretta osservanza neoliberista come quello di Menem, che portarono il paese ad accumulare il più grosso debito della sua storia fino a provocare il default del 2001. Solo con le rinegoziazioni realizzate da Néstor Kirchner e Cristina Fernández l'economia poté tornare a crescere. E ora la giustizia Usa vuole punire il tentativo dell'Argentina di riaffermare la propria sovranità sottraendosi alle pretese della speculazione internazionale.

DUE ERGASTOLI PER L'UCCISIONE DI ANGELELLI. L'ex generale dell'esercito Luciano Benjamín Menéndez e l'ex comandante dell'aviazione Luis Fernando Estrella sono stati condannati all'ergastolo per l'assassinio, negli anni della dittatura, del vescovo di La Rioja Enrique Angelelli (conosciuto come "il pastore dei poveri") e per il tentato omicidio del sacerdote Arturo Pinto. Di fondamentale importanza per il tribunale è stata l'acquisizione delle lettere inviate da Angelelli al nunzio apostolico Pio Laghi e ai suoi superiori, in cui riferiva le minacce ricevute e raccontava la morte dei religiosi Carlos Murias e Gabriel Longueville. I due sacerdoti erano stati sequestrati dai militari e portati in una base aerea nel luglio 1976; i loro corpi crivellati di colpi vennero poi rinvenuti sulla strada da La Rioja a Córdoba. Il vescovo indagò, con l'aiuto dei familiari delle vittime, per scoprire la verità su quelle uccisioni, ma tutte le sue denunce al Vaticano caddero nel vuoto: solo oggi sono tornate alla luce per volere di papa Bergoglio. Angelelli morì nell'agosto dello stesso anno in un incidente automobilistico provocato; Pinto, che viaggiava nell'auto con lui, rimase ferito.

31/7/2014


Cile, condannata la Ley Antiterrorista

"Il Cile ha violato il principio di legalità e il diritto alla presunzione di innocenza" di sette membri della comunità mapuche e un'attivista, condannati a pene varianti dai cinque ai dieci anni per incendio doloso in base alla legislazione antiterrorista. Lo afferma la Corte Interamericana per i Diritti Umani, aggiungendo che nella motivazione delle sentenze si riscontrano "ragionamenti che denotano stereotipi e pregiudizi". Allo Stato cileno viene ingiunto di annullare le otto condanne cancellando anche ogni riferimento nei registri penali, di disporre il pagamento di indennizzi economici alle vittime (una di queste è morta nel frattempo) e di garantire loro cure mediche e psicologiche, nonché borse di studio per i figli. Il governo di Santiago ha assicurato che rispetterà quanto disposto dalla Corte. In marzo il relatore speciale dell'Onu, Ben Emmerson, in un suo rapporto aveva rilevato le contraddizioni tra la Ley Antiterrorista e il diritto a un processo giusto, esprimendo inoltre la sua preoccupazione per l'uso eccessivo della forza da parte di carabineros e polizia investigativa nei confronti della popolazione nativa.

La soluzione del conflitto indigeno è tra gli impegni di Michelle Bachelet, che fin dall'inizio del suo secondo mandato ha voluto inviare un segnale di cambiamento nominando come intendente dell'Araucania Francisco Huenchumilla Jaramillo, mapuche da parte di padre. E tra i primi atti di Huenchumilla vi è stata la richiesta di perdono al popolo mapuche e il riconoscimento della necessità di risolvere il problema attraverso la restituzione delle terre: una posizione appoggiata dalla stessa presidente Bachelet, che ha ammesso l'esistenza di "un debito non pagato verso le nostre popolazioni originarie". L'esecutivo ha anche avviato un processo di consultazione con i membri della comunità diretto a promuovere la partecipazione politica dei nativi e in vista della creazione di un Ministero per le Questioni Indigene. Questa politica ha provocato violenti proteste da parte dell'opposizione di destra, soprattutto dopo l'uccisione - a metà giugno - di un uomo nel corso dell'attacco incendiario di due incappucciati a un'impresa agricola della regione.

30/7/2014


Nicaragua, funestata la festa del 19 luglio

Cinque morti e 19 feriti: è questo il bilancio di due attacchi armati che hanno funestato la festa del 19 luglio. Gli agguati hanno avuto come bersaglio i pullman con a bordo i manifestanti che tornavano a casa dalla capitale dopo aver partecipato alle celebrazioni del 35° anniversario della Rivoluzione Sandinista. La maggioranza delle vittime si è registrata nella località Las Calabazas: sconosciuti hanno aperto il fuoco contro l'automezzo diretto verso il dipartimento di Estelí. L'altro agguato è avvenuto nella località di San Ramón (dipartimento di Matagalpa). Tre persone sospettate di aver preso parte a queste azioni sono state arrestate e saranno processate a Matagalpa.

Resta ancora da chiarire la matrice degli attentati. Il primo è stato rivendicato dalle cosiddette Fuerzas Armadas de Salvación Nacional-Ejército del Pueblo, ma non si sa se l'attribuzione è credibile. Resta il fatto che, nonostante le smentite del governo, era già stata segnalata da tempo la presenza di bande antigovernative nelle regioni interne del paese. E il 18 luglio uomini con fucili d'assalto, uniformi da combattimento e i volti coperti da passamontagna avevano bloccato a Totogalpa la Carretera Panamericana, che unisce il Nicaragua agli altri paesi del Centro America, sparando contro un veicolo che non aveva ubbidito all'ordine di fermarsi. Gli attaccanti si erano presentati come membri del commando Fdn-380, dal nome della Fuerza Democrática Nicaragüense (i contras degli anni Ottanta) e del suo capo Enrique Bermúdez, detto Comandante 380.

24/7/2014


Perú, gravi sospetti sul ministro dell'Interno

Nuovo avvicendamento alla presidenza del Consiglio dei Ministri: il 22 luglio è stata la volta di Ana Jara Velásquez, del Partido Nacionalista Peruano, prima donna ad assumere tale incarico. Jara prende il posto di René Cornejo (che in febbraio aveva sostituito César Villanueva, dimessosi per contrasti con il ministro dell'Economia). Cornejo aveva presentato la sua rinuncia dopo le rivelazioni su un suo conflitto di interessi e sul tentativo di screditare il congressista che lo aveva denunciato.

Non intende invece dimettersi l'ex generale Daniel Urresti, dal 23 giugno ministro dell'Interno, pur essendo sospettato di omicidio. Sarebbe infatti coinvolto nell'assassinio del corrispondente della rivista Caretas Hugo Bustíos Saavedra, avvenuto nel novembre 1988 presso Huanta, nel dipartimento di Ayacucho. Nonostante le richieste dell'opposizione, delle organizzazioni per i diritti umani e dell'Asociación Nacional de Periodistas del Perú, Urresti non vuole rinunciare e il presidente Humala gli ha ribadito il suo sostegno, affermando di credere "nella presunzione di innocenza".

Bustíos indagava sull'uccisione di due membri di una stessa famiglia perché dubitava della versione ufficiale, che attribuiva la responsabilità a Sendero Luminoso. Stava viaggiando in moto insieme al collega Eduardo Rojas Arce quando cadde in un'imboscata dell'esercito. I due vennero raggiunti da diversi proiettili: Rojas, benché gravemente ferito, riuscì a fuggire mentre Bustíos rimase a terra; per essere sicuri della sua morte, i militari fecero esplodere sul suo corpo una granata. L'allora capitano Urresti comandava il servizio di spionaggio della zona con lo pseudonimo di Arturo e quattro testimoni lo indicano come responsabile del crimine: sarebbe stato lui a guidare la pattuglia che attaccò i due giornalisti. I rappresentanti della stampa erano nel mirino delle forze di sicurezza, in un periodo di massimo sviluppo della guerra sucia e in una regione che era al centro della violenza politica, con desaparecidos, massacri ed esecuzioni sommarie.

Inizialmente il fatto venne giudicato da un tribunale militare che assolse tutti gli imputati. In seguito, grazie alla battaglia legale condotta dalla famiglia di Bustíos per 19 lunghi anni, gli ufficiali Víctor La Vera Hernández e Amador Vidal furono condannati rispettivamente a 17 e 15 anni di carcere (saranno rimessi in libertà dopo aver scontato solo quattro anni). E nel 2013 la Procura ha riaperto il caso, puntando il dito espressamente contro Urresti.

23/7/2014


Nasce a Fortaleza la banca dei Brics

Da Fortaleza, in Brasile, dove hanno tenuto il loro sesto vertice, i paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) hanno lanciato una sfida all'egemonia che la Banca Mondiale e il Fmi esercitano a livello globale. Il 15 luglio è stato firmato l'atto costitutivo della Nuova Banca per lo Sviluppo, che dovrebbe cominciare a operare entro due anni e potrà finanziare progetti di "infrastruttura e sviluppo sostenibile". Viene inoltre istituito un fondo contingente di riserve internazionali, con l'obiettivo di far fronte a movimenti speculativi e a problemi di bilancia dei pagamenti dei paesi del blocco. La banca dei Brics avrà un capitale di 100 miliardi di dollari, con un apporto iniziale di 50 miliardi (10 miliardi per ogni membro). La sede sarà a Shanghai e il primo presidente sarà indiano. Anche il fondo contingente sarà dotato di 100 miliardi di dollari, di cui 41 dalla Cina, 18 ciascuno da Brasile, Russia e India e 5 dal Sudafrica.

"La Nuova Banca per lo Sviluppo finanzierà non solo i Brics, ma anche altri paesi emergenti", ha affermato il ministro brasiliano dell'Economia Guido Mantega. "Le riforme al Fondo Monetario Internazionale che ci avevano promesso non sono state realizzate e questo ha reso necessaria la creazione di strumenti alternativi", ha detto ancora Mantega. I cambiamenti approvati nel 2010 infatti, che avrebbero dovuto garantire un ruolo maggiore alle nazioni emergenti all'interno del Fmi, non si sono mai concretizzati.

I Brics hanno mostrato a Fortaleza la volontà di lavorare per il miglioramento della governance economica a livello globale e per accrescere la rappresentatività dei paesi in via di sviluppo, ha sottolineato la ricercatrice cubana Gladys Hernández, del Centro de Investigación de la Economía Mundial. E a giudizio dell'argentino Andrés Asiain, del Centro de Estudios Económicos y Sociales Scalabrini Ortiz, "per le economie del mondo, soprattutto per quelle non sviluppate, è importante che le possibilità di accesso al finanziamento internazionale non siano monopolizzate da organismi internazionali egemonizzati da un'unica potenza, come possono essere gli Stati Uniti, e che appaiano possibilità di finanziamento alternative di altri blocchi geopolitici".

17/7/2014


Paraguay, due giornalisti uccisi dai narcos

Due giornalisti assassinati in poco più di un mese nella zona alla frontiera con il Brasile. Il 19 giugno Edgar Fernández Fleitas è stato ucciso dai proiettili di due killer nel suo ufficio di Concepción, città nota per essere un centro del narcotraffico. Presso l'emittente Radio Belén Comunicaciones Fernández dirigeva il programma Ciudad de la furia, nel corso del quale aveva accusato di corruzione politici e magistrati complici dei cartelli della droga. Per questa sua attività aveva ricevuto numerose minacce. Il 16 maggio era morto Fausto Gabriel Alcaraz, di Radio Amambay, raggiunto dagli spari di due sicari mentre tornava a casa dal lavoro nella città di Pedro Juan Caballero. Anche Alcaraz aveva coraggiosamente denunciato i responsabili locali del narcotraffico.

RINVIATO IL PROCESSO PER IL MASSACRO DI CURUGUATY. E' stato rinviato al 17 novembre l'avvio del processo per il massacro del giugno 2012 a Curuguaty, dove undici lavoratori agricoli e sei agenti morirono durante lo sgombero di una proprietà terriera. Il procedimento, che avrebbe dovuto aprirsi il 26 giugno, vede imputati nove uomini e tre donne (oltre a una ragazza, minorenne all'epoca dei fatti), tutti contadini senza terra. In aprile cinque di loro avevano ottenuto di passare dal carcere agli arresti domiciliari dopo uno sciopero della fame durato quasi due mesi. L'indagine è stata costellata di irregolarità e occultamenti di prove: in realtà gli scontri vennero provocati da infiltrati che cercavano la strage. L'episodio fornì il pretesto per il golpe istituzionale che portò alla destituzione del presidente Lugo. I terreni in disputa, appartenenti allo Stato, sono attualmente nelle mani della ricca famiglia Riquelme, che se ne è impossessata grazie a cavilli legali.

23/6/2014


Colombia, il presidente rieletto promette la pace

Con il 50,9% dei voti Juan Manuel Santos si è imposto nel ballottaggio del 15 giugno. Il suo avversario, Oscar Zuluaga, sostenuto dall'ex presidente Alvaro Uribe, si è fermato al 45%. Nel secondo turno Zuluaga, per garantirsi l'appoggio dell'ex candidata del Partido Conservador, Marta Lucía Ramírez, aveva attenuato gli attacchi al processo di pace: se in precedenza aveva annunciato che il giorno del suo insediamento avrebbe sospeso il dialogo con le Farc, in seguito aveva promesso di continuare le trattative, ponendo però condizioni che la guerriglia non avrebbe mai potuto accettare. Santos ha invece raccolto il sostegno di parte della sinistra, tra cui gli esponenti del Polo Democrático Alternativo Clara López e Iván Cepeda. Non si è trattato di un assegno in bianco: "Anche se abbiamo appoggiato la scelta dei cittadini di votare per la pace, non abbiamo rinunciato e non rinunceremo alla nostra condizione di opposizione politica - ha spiegato Cepeda al quotidiano argentino Página/12 - Se Santos manterrà il suo orientamento neoliberista in questo secondo mandato, faremo sentire un'altra volta la nostra voce in Parlamento e nelle piazze". Per ora il rieletto presidente, nel suo discorso dopo la vittoria, ha ribadito l'impegno di porre termine al conflitto e ha anche promesso riforme nel campo della sanità e dell'istruzione: "Questa è la fine di più di cinquant'anni di violenza e l'inizio di una nuova Colombia con maggiore libertà, con maggiore giustizia sociale".

Una notizia giunta pochi giorni prima del voto aveva accresciuto le speranze di pace: l'avvio - per ora in fase esploratoria - dei colloqui con l'Ejército de Liberación Nacional, il secondo gruppo guerrigliero del paese. L'apertura di un dialogo era stata più volte sollecitata dallo stesso leader dell'Eln, Nicolás Rodríguez Gabino, ma si era incagliata in una serie di precondizioni tra cui la liberazione di tutti i sequestrati. Prosegue positivamente intanto il negoziato governo-Farc: il 6 giugno è stato raggiunto l'accordo su un documento che delinea i principi da seguire sul tema fondamentale del riconoscimento e del risarcimento delle vittime.

17/6/2014


Ecuador, il tentato golpe del 2010

Dietro la rivolta di alcuni reparti di polizia il 30 settembre 2010 vi fu un vero e proprio tentativo di golpe blando pianificato da settori dell'opposizione. Lo sostiene la commissione d'inchiesta istituita dal governo, che alla conclusione dei lavori ha consegnato alla Procura Generale tutto il materiale raccolto: decine di migliaia di documenti, audio e video. Si trattò di una cospirazione organizzata all'interno del paese, con il coinvolgimento di esponenti della politica, dell'economia e delle forze armate e con l'appoggio esterno di apparati dello spionaggio statunitense. L'obiettivo era quello di creare una situazione di crisi per forzare la destituzione del capo dello Stato, Rafael Correa. Il piano - ha affermato il presidente della commissione, Carlos Baca - faceva parte di un più ampio processo di destabilizzazione dei governi progressisti latinoamericani.

A fine aprile Correa aveva sollecitato la partenza dal paese di venti militari statunitensi di stanza presso l'ambasciata, sollevando la questione dell'eccessivo numero di membri delle forze armate (una cinquantina) inviati dagli Usa alla sede di Quito. Washington aveva cercato di giustificarne la presenza affermando che prestavano assistenza all'Ecuador nei campi della logistica, della manutenzione aerea e della capacità difensiva. In realtà - aveva spiegato in un'intervista a Ecuador Tv il ministro degli Esteri Ricardo Patiño - non erano semplici addetti militari alle dipendenze della rappresentanza diplomatica, ma un gruppo che rispondeva direttamente al Pentagono e che manteneva rapporti con le forze di sicurezza ecuadoriane al di fuori dei canali ufficiali stabiliti dal governo.

16/6/2014


Uruguay, Tabaré candidato del Frente Amplio

La vittoria su Constanza Moreira alle primarie del primo giugno, obbligatorie secondo il sistema elettorale uruguayano, ha consacrato l'ex presidente Tabaré Vázquez come candidato del Frente Amplio alla successione di José Mujica. A contrastare Tabaré saranno due avversari dai cognomi assai noti. Il senatore Pedro Bordaberry Herrán, che nel Partido Colorado ha sconfitto di larga misura José Amorín Batlle, è figlio dell'ex dittatore Juan María Bordaberry; il deputato Luis Lacalle Pou, che nel Partido Nacional (Blanco) si è imposto a sorpresa su Jorge Larrañaga, è figlio dell'ex presidente Luis Alberto Lacalle. L'affluenza alle urne è stata bassa: poco più di un terzo degli aventi diritto. Il primo turno delle presidenziali si terrà il 26 ottobre; nello stesso giorno gli elettori verranno chiamati a rinnovare il Parlamento.

L'affermazione di Tabaré Vázquez segna una netta sconfitta dell'ala sinistra della coalizione. La senatrice Moreira era sostenuta dallo scrittore Eduardo Galeano, dal musicista Daniel Viglietti e da Macarena Gelman, nipote del grande poeta argentino Juan Gelman. Tra le parole d'ordine della sua campagna la critica all'attuale bilancio delle forze armate, sproporzionato rispetto alle necessità del paese. "Equivale alla somma del Potere Giudiziario, del Potere Legislativo e del Ministero degli Esteri; abbiamo 27.000 effettivi, non c'è nessuna ipotesi di conflitto che lo giustifichi", ha detto in un'intervista, attaccando anche l'impunità di cui godono i militari coinvolti nei crimini della dittatura e il loro silenzio sulla sorte degli scomparsi: "Non hanno fornito una sola informazione degna di fiducia. Si continua a scavare alle cieca nei terreni militari e i resti dei desaparecidos non compaiono" (proprio per chiedere verità e giustizia migliaia di persone, tra cui il presidente Mujica, avevano partecipato il 20 maggio alla tradizionale Marcha del Silencio).

Per quanto riguarda l'economia, Moreira si è sempre dichiarata a favore dell'integrazione regionale e contro ogni ipotesi di accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. La decisione del candidato del Frente Amplio di proporre, in caso di trionfo, Danilo Astori come ministro dell'Economia fa invece temere una svolta neoliberista, nonostante lo stesso Tabaré abbia cercato di rassicurare parlando di continuità con l'attuale linea politica. Sia Vázquez sia il candidato alla vicepresidenza Raúl Sendic (figlio del fondatore e leader storico dei tupamaros) sono contrari alle norme, volute proprio dal Frente, che legalizzano l'aborto e il consumo di marijuana. Entrambi hanno comunque assicurato che rispetteranno le leggi approvate dalla maggioranza.

9/6/2014


Venezuela, la fase degli omicidi mirati

Il 19 aprile il presidente Maduro ha celebrato il suo primo anno di governo. "Continuerò ad adempiere al giuramento fatto al nostro popolo, nessuno ci toglierà il diritto a essere felici, liberi e indipendenti", ha scritto su Twitter. Ma il Venezuela deve fronteggiare una pesante crisi economica (inflazione oltre il 57%, alto deficit fiscale e scarsità di prodotti di base dovuta al mercato nero e alle manovre di accaparramento), nel pieno di un'escalation di violenza provocata dai gruppi di estrema destra. Tre giorni prima un tribunale militare aveva accusato trenta ufficiali delle forze armate di cospirazione e istigazione alla rivolta. Tra di loro i generali dell'aviazione Oswaldo Hernández, José Machillanda e Carlos Millán, la cui cattura era stata annunciata in marzo, e il capitano a riposo della Guardia Nacional Juan Carlos Nieto. Intanto ai moti di piazza si sono aggiunti gli omicidi mirati: a fine aprile viene assassinato Eliécer Otaiza, ex capo del controspionaggio durante la presidenza di Hugo Chávez. Agli inizi di maggio è la volta di un agente della scorta presidenziale e di Fernando Blanco, consigliere comunale bolivariano di Santos Michelena (Stato di Aragua).

Dietro le manifestazioni antigovernative di questi mesi - afferma il governo di Caracas - vi sono la congressista cubano-statunitense Ileana Ros-Lehtinen, il marito Dexter Lehtinen e imprenditori e banchieri residenti a Miami. Anche l'ex presidente messicano Vicente Fox è parte del complotto: lo sostiene il ministro dell'Interno Miguel Rodríguez Torres ricordando la partecipazione di Fox all'incontro denominato Fiesta Mexicana dell'ottobre 2010 e mostrando una foto dell'ex capo di Stato accanto all'avvocato venezuelano Gustavo Tovar Arrollo, considerato il "cervello" del piano. Intanto si allunga l'elenco delle vittime di questo golpe strisciante, salite a quota 42 con la morte, l'8 maggio, di un poliziotto raggiunto da colpi d'arma da fuoco (i feriti sono oltre 800).

A metà maggio l'ala moderata dell'opposizione sospende unilateralmente il dialogo con il governo, che aveva preso avvio il 10 aprile grazie alla mediazione dei ministri degli Esteri di Brasile, Colombia, Ecuador e di un rappresentante del Vaticano. Il pretesto è la mancanza di risultati di cui sarebbe responsabile l'esecutivo, ma dietro questa decisione vi sono le forti pressioni delle frange più radicali, decise a far fallire i colloqui. Il 23 maggio il governo denuncia, davanti ai rappresentanti dell'Unión de Naciones Sudamericanas riuniti a Quito, l'ingerenza sistematica di Washington negli affari interni del paese. Al termine dell'incontro l'Unasur approva una risoluzione di condanna delle azioni statunitensi. A fine mese Caracas presenta nuove prove dei piani sovversivi in atto e dei progetti per attentare alla vita di Maduro, che vedono coinvolti l'ambasciatore Usa in Colombia, Kevin Whitaker, e l'ex deputata María Corina Machado.

29/5/2014


Honduras, uccisi due militanti di Libre

Ancora uccisioni di oppositori politici in Honduras. Il 25 maggio a San Francisco de Opalaca, al termine di un'assemblea della comunità lenca, sicari dell'ex sindaco Socorro Sánchez hanno aperto il fuoco ferendo due militanti del partito Libre (Libertad y Refundación), Plutarco Bonilla e Irene Meza. In seguito l'auto su cui quest'ultimo veniva trasportato in ospedale è stata attaccata da un gruppo di armati, che hanno provocato un incidente e hanno finito Meza a colpi di pistola. Socorro Sánchez (Partido Nacional) era stato rieletto grazie ai brogli nelle consultazioni del novembre scorso, ma gli abitanti di San Francisco de Opalaca avevano contestato il risultato del voto occupando il municipio e insediando come primo cittadino il candidato di Libre, Entimo Vásquez. In febbraio il fratello di Entimo, Justiniano, era stato assassinato da ignoti killer.

Il giorno precedente era stato ucciso un altro militante di Libre, William Jacobo Rodríguez, che si era battuto per la salvaguardia del Río Gualcarque contro il progetto idroelettrico Agua Zarca (dell'impresa a capitale honduregno Desarrollo Enérgeticos S.A.), realizzato dalla compagnia cinese Sinohydro su territorio lenca. Per tutta risposta le forze di polizia, anziché cercare i colpevoli, hanno scatenato la repressione contro la comunità indigena. Siamo di fronte alla criminalizzazione della protesta, ha denunciato la coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas), Berta Cáceres: "E' la risposta del governo, dei poteri oligarchici nazionali e del capitale transnazionale alla strategia di rivolta territoriale e di autodeterminazione che abbiamo intrapreso negli ultimi mesi".

26/5/2014


Colombia, al ballottaggio tra pace e guerra

La promessa della pace o la continuazione della guerra. E' stato questo il dilemma alla base delle consultazioni del 25 maggio, che si sono concluse con il rinvio al ballottaggio tra il presidente uscente, Juan Manuel Santos (Unidad Nacional), e Oscar Iván Zuluaga (Centro Democrático), appoggiato dall'ex capo di Stato Alvaro Uribe. Se Santos si è impegnato a proseguire il negoziato in corso con le Farc a Cuba, Zuluaga ha ripetuto il suo no a ogni colloquio con il gruppo guerrigliero: "Non possiamo lasciare che le Farc pretendano di comandare il paese dall'Avana". Con affermazioni come queste è riuscito a sopravanzare il suo rivale (29,2% contro il 25,6%), anche se non abbastanza per trionfare al primo turno. La sua immagine sembra non essere stata danneggiata dalle rivelazioni emerse negli ultimi tempi, che hanno portato alla rinuncia del responsabile della sua campagna elettorale, Luis Alfonso Hoyos. Sia questi che lo stesso Zuluaga - come appare in un video reso pubblico dalla rivista Semana - erano a conoscenza dell'attività di spionaggio dell'hacker Andrés Sepulveda, attualmente in prigione, mirante a boicottare le trattative di pace.

Del resto anche il "pacifismo" di Santos presenta molti lati oscuri: il presidente in carica mantiene alla guida del Ministero della Difesa un convinto sostenitore della linea dura, Juan Carlos Pinzón, e continua a rifiutare la proclamazione di un cessate il fuoco, come deciso invece a più riprese dal movimento guerrigliero (anche in occasione di queste elezioni Farc ed Eln hanno sospeso unilateralmente le azioni militari). Il dialogo comunque prosegue e proprio pochi giorni prima del voto le due parti avevano annunciato il raggiungimento di un accordo sul terzo dei cinque punti in agenda: la lotta al narcotraffico e la sostituzione delle coltivazioni illegali.

Nonostante i grandi temi in discussione, le consultazioni del 25 maggio hanno evidenziato un sostanziale disinteresse dell'elettorato, che nutre forse poche speranze in una fine del pluridecennale conflitto: la percentuale di astensionismo ha superato quella delle legislative di marzo, arrivando al 60%. Per il secondo turno saranno fondamentali le dichiarazioni di voto dei tre candidati esclusi: Marta Lucía Ramírez (Partido Conservador, 15,5%), Clara López (Polo Democrático-Unión Patriótica, 15,2%), Enrique Peñalosa (Alianza Verde, 8,2%).

26/5/2014


Messico, l'addio del subcomandante Marcos

José Luis Solís López (nome di battaglia Galeano), maestro nella Escuelita Zapatista de La Realidad, è stato trucidato il 2 maggio a colpi di machete e di arma da fuoco da membri della Cioac-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica). Altri quindici zapatisti sono rimasti feriti. Gli aggressori hanno cercato di presentare l'accaduto come il risultato di uno scontro tra gruppi indigeni: si è trattato in realtà di un agguato condotto con logica militare e preceduto dalla distruzione di una scuola e di una clinica della comunità. E non è un fatto isolato, ma solo l'ultimo anello di una catena di attentati attuati da organizzazioni contadine legate al governo contro i militanti dell'Ezln. La Cioac, nata anticamente in seno alla sinistra per promuovere la lotta per la terra, negli anni Novanta era entrata in un processo di profonda decomposizione, perdendo gran parte della base e trasformandosi in un apparato clientelare al servizio del potere di turno.

Riapparendo in pubblico il 24 maggio, dopo un lungo periodo di silenzio, in occasione del commiato al maestro assassinato Marcos ha annunciato che, per decisione collettiva, cambierà il suo nome in quello di Galeano e che "attraverso la mia voce non parlerà più la voce dell'Ejército Zapatista". Il suo posto sarà preso dal subcomandante Moisés. "La scomparsa pubblica del subcomandante Marcos, la sua morte rituale e la sua trasformazione nel subcomandante Galeano - scrive Luis Hernández Navarro sul quotidiano La Jornada - sono un omaggio commovente al compagno ucciso dai paramilitari della Cioac-H come parte della guerra dello Stato contro lo zapatismo e i popoli indigeni. Di fronte a una sinistra che vergognosamente ha condannato all'oblio i suoi morti e i suoi desaparecidos, i ribelli si prendono gioco della morte facendo vivere la memoria del loro defunto. Come ogni cerimonia di vero addio, questa è anche un impegno per la vita".

ASSASSINATO LEADER CONTADINO. Nell'agosto e nel settembre del 2013 Ramón Corrales Vega aveva guidato le proteste dei contadini di Choix, nello Stato di Sinaloa, contro la compagnia a capitale cinese Paradox Global Resources. I manifestanti chiedevano all'impresa, che sfrutta le miniere di ferro a cielo aperto nei terreni comunitari, di tener fede all'impegno di finanziare lavori pubblici in favore della collettività. L'unica risposta alle loro richieste era stata la repressione: trenta dimostranti erano stati arrestati (17 sono tuttora in carcere) e Ramón Corrales era stato costretto a vivere nella clandestinità. Un gruppo di killer lo ha sequestrato il 22 maggio: il giorno successivo il suo cadavere, crivellato di colpi d'arma da fuoco, è stato rinvenuto in una zona isolata.

25/5/2014


Guatemala, il Parlamento nega il genocidio

La Spagna continuerà l'inchiesta sui delitti commessi dalle forze armate del Guatemala contro la popolazione maya. Il giudice Santiago Pedraz ha deciso di non archiviare il caso nonostante la recente riforma legislativa promossa dal governo Rajoy, che limita l'applicazione del principio della giurisdizione universale: secondo Pedraz, la competenza della giustizia spagnola "è indiscutibile" poiché i fatti indagati possono configurarsi come crimini di lesa umanità, tortura e genocidio e quindi essere considerati reati di terrorismo. Alla base della causa di cui il magistrato si occupa vi è la denuncia presentata nel 1999 dal Premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú contro otto alti funzionari del suo paese. Secondo il rapporto della Comisión para el Esclarecimiento Histórico dell'Onu, la repressione dei militari nei 36 anni di guerra civile ha provocato la morte o la scomparsa di almeno 200.000 persone.

La decisione di Pedraz costituisce una ferma risposta alla risoluzione approvata in maggio dal Parlamento guatemalteco che nega il genocidio avvenuto ai danni delle comunità indigene durante il lungo conflitto interno (1960-1996) e fa appello alla riconciliazione nazionale mettendo una pietra sopra il passato. "Vogliono nascondere la verità e mantenere l'impunità": questo il commento dei familiari delle vittime e dei militanti per i diritti umani, che il 19 maggio hanno manifestato la loro indignazione davanti al Congresso.

La risoluzione, appoggiata da 87 dei 111 deputati presenti, era stata proposta dal Partido Republicano Institucional, già noto come Frente Repúblicano Guatemalteco, il raggruppamento fondato dall'ex dittatore Ríos Montt. Quest'ultimo era stato condannato nel maggio 2013 a ottant'anni di prigione per le atrocità commesse tra il 1982 e il 1983 contro il popolo ixil, ma la sentenza era stata annullata dalla Corte Costituzionale; in seguito lo stesso processo era stato cancellato. In attesa del nuovo giudizio Ríos Montt è agli arresti domiciliari in un quartiere esclusivo della capitale.

20/5/2014


Panama, elezioni nel segno della continuità

Contro tutti i pronostici Juan Carlos Varela, del Partido Panameñista y Popular (destra), ha vinto le presidenziali del 4 maggio sconfiggendo i due favoriti José Domingo Arias, del partito di governo Cambio Democrático, e Juan Carlos Navarro, del Prd (Partido Revolucionario Democrático, la formazione fondata da Omar Torrijos nel 1979). La contesa era ristretta a questi tre nomi; gli altri candidati hanno raccolto percentuali irrisorie di voti, compresi i due esponenti della sinistra, il professor Juan Jované (Movimiento Independiente de Refundación Nacional) e il sindacalista del settore della costruzione Genaro López (Frente Amplio por la Democracia). Il dibattito politico dunque è rimasto tutto nell'ambito del modello neoliberista, sia pure corretto - nel caso del Prd - da promesse di stampo assistenzialista. Nessuna proposta volta a diminuire le enormi disuguaglianze sociali del paese, che negli ultimi tempi ha visto la sua economia crescere annualmente del 7-8% e la povertà aumentare di pari passo, fino a raggiungere il 37% (dati Cepal).

Il presidente eletto, ricco commerciante di rum e collaboratore dell'Opus Dei, continuerà sulla scia del suo predecessore Martinelli, di cui è stato vice e con cui ha poi litigato. Vicino alle posizioni statunitensi, nella sua prima conferenza stampa dopo la vittoria ha attaccato il governo venezuelano ripetendo gli slogan propagandistici di Washington. Varela, che sarà accompagnato dalla vicepresidente Isabel Saint Malo, esperta in diritto internazionale, non potrà comunque contare su una maggioranza in Parlamento, dove dovrà allearsi con uno dei due partiti maggiori.

La campagna elettorale è stata contrassegnata da una serie di scandali. In aprile si era appreso che lo stesso Varela era indagato dalla giustizia Usa per riciclaggio e che due membri del suo entourage erano stati arrestati su ordine di un tribunale di New York. Le operazioni finanziarie illegali si valevano di innumerevoli conti bancari all'estero, dove era depositato anche il denaro ottenuto grazie alla corruzione da due diplomatici, nominati proprio da Varela quando era ministro degli Esteri del governo Martinelli. Su quest'ultimo invece è in corso un'inchiesta della magistratura di Napoli, che lo sospetta di estorsione ai danni dell'impresa Impregilo. I giudici italiani intendono procedere alla scadenza del suo mandato presidenziale, il 30 giugno: si dice che, proprio nel timore di un arresto, Martinelli abbia iniziato le pratiche per rinunciare a quella cittadinanza italiana di cui un tempo si vantava. Il presidente era già noto alle cronache giudiziarie per i suoi traffici con Silvio Berlusconi e con il faccendiere Valter Lavitola.

8/5/2014


Cuba, un Twitter contro il governo

ZunZuneo (da zunzún, nome con cui a Cuba si indica il colibrì), il social network creato da Washington per attrarre i giovani dell'isola, si presentava come una sorta di Twitter. Inizialmente i temi trattati erano innocenti: sport, musica, previsioni meteorologiche. In seguito il programma contava di inviare messaggi politici per suscitare proteste e mobilitazioni antigovernative. Era finanziato dall'Usaid (United States Agency for International Development), ma la partecipazione statunitense doveva rimanere segreta: per questo era stato creato un complicato sistema di imprese fantasma con sede in Spagna e conti bancari nelle Isole Cayman. Tra gli interessati al progetto anche l'organizzazione anticastrista Roots of Hope, la stessa che sta ora aiutando la blogger Yoani Sánchez a sviluppare a Cuba nuovi media d'opposizione. In due anni di attività, ZunZuneo aveva già attirato almeno 40.000 utenti, che erano completamente all'oscuro dei retroscena dell'operazione e avevano comunicato senza sospetti i loro dati personali. Improvvisamente, nel settembre 2012, il sistema smise di operare: secondo quanto dichiarato da fonti Usaid ad Ap, perché i fondi governativi erano terminati. Molto più probabilmente perché le autorità cubane avevano cominciato a insospettirsi e stavano per risalire ai promotori dell'iniziativa.

L'intera vicenda è venuta alla luce grazie a un'inchiesta dell'agenzia giornalistica Ap (The Associated Press), che ha avuto accesso a più di mille pagine di documenti e ha verificato le informazioni raccolte con consultazioni di banche dati e interviste ai partecipanti al programma. Il giornale di San José La Nación ha rivelato recentemente che per circa un anno ZunZuneo funzionò dal territorio del Costa Rica, senza che le autorità di questo paese ne fossero al corrente. Una nota inviata a Washington dal locale Ministero degli Esteri per sollecitare spiegazioni non ricevette alcuna risposta. Ma ZunZuneo sarebbe solo la punta dell'iceberg. Il quotidiano cubano Juventud Rebelde ha denunciato l'esistenza di altri progetti Usa, come Piramideo o Conmotion, che sfruttano le nuove tecnologie per promuovere la destabilizzazione sull'isola.

ACCELERAZIONE DELLE RIFORME ECONOMICHE. Il governo dell'Avana ha accresciuto l'autonomia delle grandi imprese statali estendendo all'industria mineraria, al turismo e alle telecomunicazioni le regole attualmente valide per l'agricoltura e il commercio al dettaglio. Il provvedimento, pubblicato sulla Gaceta Oficial del 28 aprile, riguarda oltre 5.000 aziende che d'ora in poi - pagate le tasse - potranno trattenere il 50% degli utili, gestire una propria politica salariale, conservare le riserve inutilizzate, vendere gli eccedenti e avere maggiore libertà d'azione in merito alla produzione e alla commercializzazione.

Sempre in aprile la Gaceta aveva riportato un'altra importante riforma economica, la legge sugli investimenti stranieri, approvata all'unanimità dall'Asamblea Nacional. Ai capitali esteri, considerati come importante fonte di sviluppo, vengono aperti quasi tutti i settori (fatta eccezione per aree quali l'istruzione, la sanità, la difesa) e sono concessi benefici fiscali come la riduzione delle imposte sui guadagni dal 30 al 15%. In teoria della nuova legislazione potrebbero usufruire anche gli anticastristi cubani emigrati in Usa. Secondo il vicepresidente Marino Murillo, il provvedimento mira a ottenere tra i 2.000 e i 2.500 milioni di dollari all'anno di investimenti diretti. Di fronte alle molte perplessità suscitate da questa politica il governo, attraverso dichiarazioni ufficiali e interventi sui media, ha cercato di rassicurare i critici affermando che l'apertura dell'economia ai capitali stranieri non significa una svendita della sovranità o un ritorno al passato e che il modello socialista non verrà cancellato.

28/4/2014


Brasile, il golpe negato

Per i militari il rovesciamento del governo Goulart il 31 marzo del 1964 non fu un colpo di Stato, ma una "rivoluzione" fatta per impedire che nel paese si instaurasse un regime comunista. E' questa la versione ripetuta ancora adesso dai vertici delle forze armate, che tacciono sulle innumerevoli violazioni dei diritti umani avvenute nel lungo periodo della dittatura. Il 25 marzo un colonnello a riposo dell'esercito, Paulo Malhães, aveva però rotto il silenzio. Non si trattava di un pentito: davanti alla Comissão da Verdade istituita dalla presidente Rousseff nel 2012, Malhães aveva rivendicato la sua attività di torturatore e assassino nella cosiddetta Casa da Morte, un centro clandestino di detenzione a una sessantina di chilometri da Rio de Janeiro. A chi gli domandava quante persone avesse ucciso, aveva risposto tranquillamente: "Quante era necessario". E si era poi dilungato sui sistemi di mutilazione dei cadaveri utilizzati per impedirne l'identificazione. Sapeva bene di non rischiare una condanna perché protetto dall'amnistia decretata dal generale Figueiredo prima della fine del regime. Un mese dopo la sua deposizione, l'ex colonnello è stato ucciso da tre uomini che hanno fatto irruzione nella sua abitazione: erano rapinatori o killer incaricati di far tacere un testimone scomodo?

"Speriamo che la democrazia garantisca la verità, la memoria e pertanto la storia", ha detto Dilma Rousseff nel cinquantesimo anniversario del golpe. La presidente, che sperimentò in prima persona la prigionia e la tortura, ha poi sottolineato che "la parola verità, nella tradizione occidentale, è esattamente l'opposto dell'oblio". Due recenti notizie consentono un cauto ottimismo. In un suo documento la Conferenza Episcopale Brasiliana ha finalmente riconosciuto che alcuni settori ecclesiastici appoggiarono la dittatura, anche se poi, afferma, "la Chiesa non tacque davanti alla repressione non appena si rese conto che i metodi usati dai nuovi padroni del potere non rispettavano la dignità della persona umana". E il ministro della Difesa, Celso Amorim, ha annunciato che le forze armate - su richiesta della Comissão da Verdade - istituiranno una commissione d'indagine sui crimini commessi in installazioni militari. Resta da vedere quanto a fondo si spingerà tale indagine, quanto verrà portato alla luce e quanto si deciderà di occultare.

Lo Stato brasiliano ha tuttora un pesante debito da saldare con le vittime di quegli anni e con i loro familiari. "Sono noti i settori della società civile che sostennero il golpe del primo aprile 1964 - scrive Eric Nepomuceno su Página/12 del 2 aprile - Imprenditori, le banche, parte significativa della Chiesa cattolica e, con un'unica e solitaria eccezione, l'estinto quotidiano Ultima Hora, tutti gli altri mezzi di comunicazione appoggiarono allegramente l'abbattimento del governo costituzionale di João Goulart e molti di loro, specialmente l'impero delle Organizações Globo, trassero dalla dittatura molti benefici. Ma, e gli imprenditori, le banche e i proprietari terrieri che, instaurata la dittatura, finanziarono i campi clandestini di detenzione e di tortura? Quando si conosceranno i loro nomi e la dimensione della loro partecipazione nella macchina per triturare persone? Un viceconsole degli Stati Uniti a São Paulo era un visitatore assiduo di un centro di detenzione e tortura. Anche un alto dirigente della Fiesp, la Federação das Indústrias do Estado de São Paulo, era un frequentatore abituale. Non si indagherà fino a che punto gli industriali finanziavano la repressione? Non si divulgheranno i loro nomi? Di fronte a tutto questo, come giustificare il silenzio marmoreo delle forze armate, che continuano a rifiutarsi di riconoscere perfino che ci fu un golpe?"

25/4/2014


Colombia, ucciso perché lottava per le terre comunitarie

Due giorni prima di morire, Adán Quinto aveva denunciato che la sua vita era in pericolo: riceveva continue minacce e aveva subito diversi attentati, eppure da cinque mesi gli era stato tolto il veicolo blindato di protezione e gli era stata lasciata un'unica guardia del corpo. Il leader dei Consejos Comunitarios di Curvaradó e Jiguamiandó, nel Chocó, è stato assassinato il 9 aprile a Turbo (dipartimento di Antioquia). L'omicidio è avvenuto nel Día Nacional de la Memoria y la Solidaridad con las Víctimas del Conflicto Armado. Proprio a causa del conflitto Adán Quinto aveva dovuto lasciare il Chocó nel 1997: da allora lottava perché gli sfollati potessero recuperare le terre comunitarie, sottratte loro dai paramilitari e poi finite nelle mani di grossi imprenditori agricoli. Il 22 aprile il presunto killer è stato arrestato, ma i mandanti restano nell'ombra.

Il 17 marzo, in un articolo del quotidiano El Espectador, si leggeva: "Giudici del settore, querelanti, avvocati delle vittime e perfino giornalisti fanno parte della lunga lista di persone che hanno ricevuto intimidazioni per la loro partecipazione nei processi di restituzione delle terre in Colombia. Il numero di minacciati, a partire dal 2012, supera quota 500, secondo quanto rivelato nel settembre scorso da un rapporto di Human Rights Watch, che documentava inoltre dal 2008 17 casi di uccisione di dirigenti, chiaramente collegati alle loro richieste di restituzione".

PETRO DI NUOVO SINDACO. La destituzione del sindaco della capitale, Gustavo Petro, è stata sospesa per decisione del Tribunal Superior di Bogotá, che ha intimato allo Stato di rispettare il provvedimento della Comisión Interamericana de Derechos Humanos a favore del primo cittadino. Petro è stato così reintegrato nelle sue funzioni e ha raggiunto il municipio alla testa di un corteo di centinaia di sostenitori. Il procuratore generale Ordóñez ha comunque annunciato che impugnerà il reintegro davanti alla Corte Suprema. L'ex guerrigliero Gustavo Petro, del movimento di centrosinistra Progresistas, era stato eletto sindaco nel 2011.

23/4/2014


Argentina, ergastolo confermato per gli ex repressori

Ergastolo confermato per alcuni ex ufficiali della marina tra cui Alfredo Astiz, Ricardo Cavallo, Jorge Acosta, accusati di crimini di lesa umanità. I condannati operavano nella Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada trasformata, durante la dittatura, in un carcere clandestino dove vennero torturati e uccisi migliaia di oppositori politici. Tra le loro vittime le Madres de Plaza de Mayo Azucena Villaflor, Esther Ballestrino, María Ponce e le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet, sequestrate nel dicembre 1977, e il giornalista Rodolfo Walsh, caduto in un agguato nel marzo dello stesso anno. Nella sentenza si parla di "un attacco generalizzato e sistematico diretto contro un gruppo della popolazione del nostro paese" e si afferma che l'indagine su questi fatti "è un impegno di giustizia elementare", poiché "l'impunità delle violazioni dei diritti umani è causa importante della sua costante ripetizione".

Nel 2004, in occasione del 28° anniversario del colpo di Stato, l'allora presidente Néstor Kirchner decideva di sottrarre la Esma al controllo della marina per convertirla in Espacio Memoria. E proprio in uno degli edifici di quello che fu un enorme centro di detenzione è stata inaugurata, lo scorso 24 marzo, la Casa por la Identidad. Destinata a iniziative culturali, la Casa ospiterà la nuova sede delle Nonne di Plaza de Mayo. "Non ci piegheranno. Continueremo a lottare per i sogni dei nostri figli e per il recupero dei nostri nipoti", ha promesso la presidente di Abuelas, Estela de Carlotto.

23/4/2014


La scomparsa di Gabriel García Márquez

"Forse è caduta una pioggerellina immaginaria di minuscoli fiori gialli, gli stessi che caddero quando morì José Arcadio Buendía in Cien años de soledad, il suo mitico capolavoro", scrive Silvina Friera, su Página/12, per la scomparsa di Gabriel García Márquez. Lo scrittore colombiano, maestro di quel particolare stile narrativo denominato "realismo magico", si è spento il 17 aprile a Città del Messico. Era nato 87 anni fa ad Aracataca, nel dipartimento di Magdalena, e qui era cresciuto con i nonni materni: da loro aveva udito raccontare quelle storie che erano state alla base della sua ispirazione. Ci ha lasciato racconti indimenticabili: non solo l'epopea di Macondo, pubblicata per la prima volta in Argentina nel 1967 e poi tradotta in 35 lingue, ma opere altrettanto importanti per la letteratura mondiale, da El otoño del patriarca (1975) a Crónica de una muerte anunciada (1981), da El amor en los tiempos del cólera (1985) a El general en su laberinto (1989), per citare solo alcuni titoli.

L'attività di Gabo non si è limitata alla letteratura. Va ricordato soprattutto il suo impegno nel giornalismo, che considerava "il miglior lavoro del mondo", tanto che nel 1994 diede vita alla Fundación para un Nuevo Periodismo Iberoamericano. Scrisse anche sceneggiature per numerosi registi, quali Miguel Littin e Ruy Guerra. Pur senza appartenere ad alcun partito, non nascose mai le sue simpatie per la sinistra. Durante la presidenza di Turbay Ayala (1978-82) venne accusato di finanziare il movimento guerrigliero M-19 e fu costretto all'esilio in Messico, che divenne la sua seconda patria. La sua pluridecennale amicizia con Fidel Castro gli attirò l'ostilità e gli insulti di scrittori reazionari come Mario Vargas Llosa.

Il Premio Nobel per la Letteratura gli venne conferito nel 1982 e nel suo discorso di accettazione García Márquez passò in rassegna gli avvenimenti salienti del continente latinoamericano, dalle leggende sorte dopo la scoperta alle stragi e ai colpi di Stato che hanno insanguinato quelle terre. "Mi azzardo a pensare - affermò - che è questa realtà fuori dal comune, e non solo la sua espressione letteraria, ad aver meritato quest'anno l'attenzione dell'Accademia Svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella di carta, ma che vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane e che sostiene una fonte di creazione insaziabile, piena di degenerazione e di bellezza, di cui questo colombiano errabondo e nostalgico non è altro che un esponente in più designato dalla sorte. Poeti e mendicanti, musicisti e profeti, guerrieri e briganti, tutti noi creature di quella realtà fuori dal comune abbiamo dovuto ricorrere molto poco all'immaginazione, perché la sfida maggiore per noi è stata la carenza di normali risorse per rendere credibile la nostra vita. Questo è, amici, il nodo della nostra solitudine" (La soledad de América Latina).

18/4/2014


Costa Rica, fine del bipartitismo

Ripresa economica, lotta alla corruzione e giustizia sociale: sono queste le promesse che il presidente eletto Luis Guillermo Solís, del Partido Acción Ciudadana, ha fatto nel corso della sua campagna. Storico e docente universitario, nel ballottaggio del 6 aprile Solís ha ottenuto circa il 78% dei voti. Una vittoria facile: il suo avversario, Johnny Araya del Pln (Partido Liberación Nacional), si era ritirato dalla competizione il mese prima, anche se per legge il secondo turno non aveva potuto essere cancellato. Si spezza così il tradizionale bipartitismo del paese, da 65 anni retto da un'alternanza di due formazioni di destra, il Pln del governo uscente e il Pusc (Partido Unidad Social Cristiana).

La presidente Laura Chinchilla lascia con un deficit fiscale del 6%, un debito interno equivalente al 60% del pil e una popolarità ai minimi storici. Ma i mali del Costa Rica, la corruzione diffusa, il deterioramento delle conquiste sociali, la disuguaglianza crescente non sono frutto solo dell'ultima gestione, sono il risultato delle misure neoliberiste applicate negli scorsi decenni. Solís avrà la volontà politica di cambiare questo stato di cose? In un messaggio inviato al neo presidente all'indomani del suo trionfo, il raggruppamento di sinistra Frente Amplio esprime la speranza di un governo "a favore delle grandi maggioranze, che dia priorità alle persone povere, sfruttate e discriminate; che rispetti e difenda i diritti dei lavoratori; che faccia progressi nel rispetto dei diritti umani e che conservi e difenda la sostenibilità ecologica". Non sarà facile, anche perché qualsiasi scelta dovrà fare i conti con le possibili alleanze in Parlamento, dove i 57 seggi sono così ripartiti: Pln 18; Pac 13; Frente Amplio 9; Pusc 8; altri partiti conservatori 9.

8/4/2014


Perú, l'impunità di Alan García

Con una discussa sentenza il giudice Hugo Velásquez ha dichiarato nulla l'inchiesta parlamentare sulla gestione 2006-2011 di Alan García. L'ex presidente è stato così salvato da una possibile interdizione, che gli avrebbe impedito di concorrere alla rielezione nel 2016, e dalla perdita dell'immunità, che lo avrebbe esposto a una serie di processi per corruzione. Già all'indomani del suo primo governo (1985-1990) García era stato denunciato per arricchimento illecito, ma si era rifugiato all'estero fino a che il reato non era stato prescritto.

La decisione del magistrato ha innescato un conflitto tra potere legislativo e potere giudiziario (dove è forte l'influenza del Partido Aprista) e ha provocato le proteste di gruppi di giovani, scesi in piazza per manifestare contro l'impunità. La commissione del Congresso, che per più di due anni ha studiato gli atti della seconda presidenza di Alan García, lo accusa di aver protetto con i cosiddetti narcoindultos oltre tremila trafficanti di droga, di aver favorito la corruzione nella realizzazione di alcune opere pubbliche e di aver occultato intercettazioni telefoniche che provavano la mancanza di trasparenza nella concessione degli appalti da parte di alti funzionari del suo gabinetto. Secondo il giudice Velásquez, però, è stato leso il diritto alla difesa di García quando, nel citarlo a dichiarare, è stato usato un termine che suggeriva la sua colpevolezza. Dunque l'ex presidente che nei mesi scorsi - con il sostegno dei fujimoristi - aveva fatto ricorso a pressioni e ricatti politici per ottenere dal governo Humala il blocco del procedimento parlamentare nei suoi confronti, è riuscito ora nel suo intento con l'aiuto di un cavillo giuridico. Ma la partita non è finita: contro l'annullamento dell'inchiesta si preannunciano ricorsi.

ASSASSINATO LEADER INDIGENO. Il leader indigeno Emilio Marichi Huansi, della comunità di Santa Rosa de Alto Shambira, è stato assassinato il 5 aprile da un sicario, pagato probabilmente dai latifondisti che si oppongono alla restituzione delle terre alle popolazioni native. Emilio Marichi era stato incaricato dalla Federación Regional Indígena Shawi de San Martín di convocare i dirigenti delle altre comunità della zona per il 7 aprile. Nella riunione sarebbero stati discussi i requisiti necessari per ottenere dal governo locale i titoli di proprietà dei territori ancestrali.

7/4/2014


Cile, primi atti del governo Bachelet

Quasi un risarcimento della Storia: l'11 marzo, nel corso di una cerimonia particolarmente toccante, Michelle Bachelet (che durante la dittatura venne imprigionata e torturata e il cui padre è morto in carcere) ha ricevuto la fascia presidenziale dalla presidente del Senato, la figlia di Salvador Allende, Isabel. Al momento di impegnarsi solennemente ad adempiere l'alto incarico, l'agnostica Bachelet ha preferito all'uso del termine "giuro" quello di "prometto": una scelta significativa, in un paese fortemente cattolico come il Cile. E qualche ora dopo, nel suo primo discorso pubblico dal balcone de La Moneda, di fronte a una marea di sostenitori che riempivano Plaza de la Constitución, ha promesso di "portare avanti il programma di governo su cui ci siamo impegnati con voi, lo faremo in un quadro di dialogo con tutte le forze politiche e sociali. Ma un dialogo che ha come obiettivo quello di avanzare nel compimento del programma". "Voglio - ha aggiunto - che il giorno in cui lascerò di nuovo questa casa voi sentiate che la vostra vita è cambiata in meglio. Che il Cile non è solo un elenco di indicatori o di statistiche, ma una patria migliore per vivere, una società migliore per tutta la sua gente".

All'indomani dell'investitura Michelle Bachelet si è messa subito al lavoro, presiedendo una riunione dei ministri (14 uomini e nove donne). Tra questi figurano la democristiana Ximena Rincón alla Segreteria Generale della Presidenza, Rodrigo Peñailillo (Partido por la Democracia) all'Interno, Heraldo Muñoz agli Esteri, Luis Felipe Céspedes all'Economia. Il Servicio Nacional de la Mujer è affidato a Claudia Pascual, la prima comunista a far parte di un governo dall'epoca di Unidad Popular. La presidente ha poi inviato al Congresso una proposta di legge per l'assegnazione di un bonus equivalente a 72 dollari a persona, due volte l'anno, alle famiglie più povere.

Tra le altre decisioni di questi primi giorni, la cancellazione di tre progetti educativi presentati dall'amministrazione Piñera e improntati a una visione opposta a quella dell'attuale maggioranza. Intervenendo nelle polemiche suscitate a questo proposito dalla destra, Bachelet ha ribadito l'impegno della sua campagna elettorale: "cambiare il modello dell'educazione, che da bene di consumo deve passare a essere considerata un diritto sociale". Per garantire la gratuità dell'istruzione, lo Stato avrà bisogno di entrate permanenti che andranno ricercate attraverso una seria politica fiscale. A tale scopo il 31 marzo la presidente ha annunciato le linee della nuova legge tributaria, che - ha spiegato - mira a diminuire le disuguaglianze attraverso una maggiore equità fiscale, a promuovere il risparmio e gli investimenti e a combattere l'evasione. Quanto all'elaborazione di una nuova Costituzione, che sostituisca quella ereditata dalla dittatura, non sarà tra le priorità dei primi mesi di governo. Il testo dovrà passare attraverso un ampio dibattito pubblico e non essere solo il frutto di una discussione elitaria, ha affermato la presidente: è un processo che richiede tempo, perché "la cittadinanza deve far ascoltare la propria voce".

Tra le prime attività di Michelle Bachelet vi è stato anche l'intervento a una riunione sullo sviluppo organizzata a Santiago dalla Cepal (Comisión Económica para América Latina), che si è trasformata in un'occasione per delineare la politica estera della nuova amministrazione. "Il nostro paese recupererà il suo ruolo come promotore dell'integrazione latinoamericana", ha sottolineato la presidente, tracciando un significativo cambiamento di rotta rispetto al governo Piñera. Nonostante l'esistenza di indubbie differenze, ha detto, "siamo tutti latinoamericani. Oggi possiamo agire insieme per promuovere un'agenda unitaria della regione". La sua posizione non sarà certo molto apprezzata da Washington, soprattutto perché Bachelet ha avanzato dubbi sulla premura con cui gli Stati Uniti cercano di concludere l'accordo Tpp (Trans-Pacific Partnership), l'integrazione economica tra paesi dei diversi continenti affacciati sul Pacifico. Un accordo che include aspetti inquietanti come gli ostacoli alla produzione di farmaci generici, le limitazioni ai diritti dei consumatori e degli utenti di Internet, i blocchi alla diffusione delle conoscenze scientifiche e che avrebbe vigore al disopra delle legislazioni nazionali (sulla stessa falsariga è il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), attualmente in discussione tra Usa e Unione Europea).

31/3/2014


Paraguay, storica giornata di sciopero

Una giornata storica, il primo sciopero generale da vent'anni a questa parte. Migliaia di lavoratori e di studenti sono scesi in piazza il 26 marzo ad Asunción e nelle altre principali città per protestare contro la politica di privatizzazioni del governo Cartes. Nella capitale hanno sfilato anche i partecipanti all'annuale marcha campesina, provenienti da tutto il paese. Tra le richieste dei manifestanti, l'aumento del salario minimo, la gratuità della sanità e dell'istruzione, provvedimenti per favorire l'occupazione, una riforma agraria integrale e la libertà dei prigionieri politici di Curuguaty (i contadini arrestati nel giugno 2012 dopo essere stati brutalmente attaccati dalle forze di sicurezza). Gli insegnanti presenti alla mobilitazione hanno denunciato la precarietà di molte scuole pubbliche e la mancanza di materiale di base. La situazione è particolarmente grave in alcuni comuni dell'interno come Lima, nel dipartimento di San Pedro, dove gli alunni sono costretti a studiare in baracche di legno o sotto gli alberi.

Proprio nel dipartimento di San Pedro, zona di grandi conflitti per la terra, e precisamente a Santa Rosa del Aguaray il Southern Command statunitense ha inaugurato il 22 febbraio un Centro Operativo per le Emergenze. Come scrive il sociologo brasiliano Emir Sader, "in tal modo il paese del Nord, dopo il golpe bianco che ha deposto Fernando Lugo, riceve i dividendi della sua nuova strategia di cambiamento di governi in America Latina per favorire il riequilibrio delle sue basi militari nella regione. Nel frattempo il governo di Horacio Cartes attua il suo progetto di diventare l'alleato regionale privilegiato di Washington. La decisione non è stata sottoposta ad alcuna discussione pubblica e neppure a votazione nel Parlamento paraguayano. Di fatto la penetrazione di agenti nordamericani nello Stato paraguayano non ha mai smesso, neppure durante gli anni di governo di Lugo".

ALTRE VITTIME DELLA MAFIA DELLA SOIA. E' stata la mafia della soia ad assassinare il leader contadino Eusebio Torres, 64 anni, di Santa Lucía de Itakyry: lo denuncia Tomás Zayas, dirigente dell'Asociación de Agricultores de Alto Paraná. Torres è stato ucciso da due sicari il 12 marzo, mentre si trovava nella sua abitazione. La comunità di Santa Lucía lotta da oltre un decennio per recuperare le terre che le spettano in base alla riforma agraria e che sono state illegalmente occupate dai grandi coltivatori di soia di origine brasiliana (i cosiddetti brasiguayos). Nel corso di questi anni, sottoposti a continue intimidazioni e minacce molti attivisti avevano abbandonato la regione, ma Torres era sempre rimasto al suo posto. Proprio il giorno prima della sua morte aveva fatto da guida a una comitiva dell'Indert (Instituto Nacional de Desarrollo Rural y de la Tierra), l'istituzione pubblica incaricata della redistribuzione delle terre, indicando ai funzionari i confini dei terreni usurpati.

Il pomeriggio del 2 febbraio, nel dipartimento di San Pedro, era stato assassinato da un killer un altro dirigente contadino, Nery Ramón Benítez. In mattinata Benítez aveva partecipato a una riunione della Federación Nacional Campesina, nel corso della quale si era parlato della brutale repressione che la polizia aveva scatenato il giorno prima, con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, contro una manifestazione della comunità San Francisco. Sedici contadini erano rimasti feriti e uno era stato arrestato. I dimostranti protestavano contro la distruzione di zone boschive per far posto alle piantagioni di soia (di cui il Paraguay è il quarto esportatore mondiale) e contro l'ampio uso di pesticidi che danneggiano la salute di uomini e animali.

26/3/2014


Venezuela, continuano le violenze della destra

E' sempre alta la tensione nel paese dove dagli inizi di febbraio gruppi di antichavisti fomentano un colpo di Stato strisciante, con barricate, blocchi stradali, assalti a edifici pubblici, uccisione di cittadini che tentano di opporsi. Dall'inizio della crisi si susseguono anche le manifestazioni pro e contro il governo. In seguito agli incidenti sono stati arrestati due sindaci, Daniel Ceballos primo cittadino di San Cristóbal (Stato di Táchira) e Vicencio Scarano di San Diego (Stato di Carabobo), per non aver contrastato le violenze nei territori dei loro comuni.

Il 26 marzo nella capitale il movimento bolivariano ha ricordato il ventesimo anniversario della liberazione di Hugo Chávez dal carcere, dove aveva passato due anni per aver capeggiato il tentato golpe del 4 febbraio 1992. Prendendo la parola al termine del corteo, il presidente Maduro ha sottolineato che tutti i settori, "tranne la destra venezuelana che non vuole né dialogo né pace", hanno aderito alla Conferencia Nacional por la Paz promossa dal governo (il 26 febbraio Maduro aveva ricevuto nel palazzo di Miraflores rappresentanti del mondo imprenditoriale, artistico, religioso e dei media, in uno dei tanti tentativi di giungere a una trattativa). Il presidente ha poi accennato alla vicenda dei tre generali dell'aviazione arrestati il 24 marzo perché accusati di voler attuare un colpo di Stato e ha assicurato che contro di loro verranno applicati i rigori della legge.

Lo stesso giorno gli antichavisti si sono mobilitati per ricevere la deputata María Corina Machado, di ritorno in patria dopo aver partecipato a Lima a un seminario della Fundación Internacional para la Libertad presieduta da Mario Vargas Llosa. Machado ha contestato la decisione dell'Asamblea Nacional di privarla del suo seggio parlamentare per aver accettato l'incarico di representante alterna offertole da Panama davanti all'Organizzazione degli Stati Americani. Caracas aveva interrotto i rapporti diplomatici con Panama per l'iniziativa del governo Martinelli, sostenuta dagli Usa, di sollecitare una riunione dell'Oea sulla situazione venezuelana, con lo scopo di promuovere un intervento esterno. La rottura era stata resa nota dal presidente Maduro il 5 marzo, in una data significativa: il primo anniversario della morte di Chávez, commemorato con una sfilata militare e grandi cerimonie in ricordo del leader scomparso.

Nonostante le manovre panamensi, la dichiarazione emessa il 7 marzo dal Consiglio Permanente dell'Oea costituisce un appoggio all'amministrazione Maduro: con 29 voti a favore e solo tre contrari (Panama, Stati Uniti e Canada; Bahamas e Grenada erano assenti) ribadisce il rispetto al principio di non intervento negli affari interni di uno Stato e l'impegno nella difesa delle istituzioni democratiche ed esprime "riconoscimento, pieno sostegno e impulso alle iniziative e agli sforzi del governo democraticamente eletto del Venezuela e di tutti i settori politici, economici e sociali perché continuino ad avanzare nel processo di dialogo nazionale".

L'aiuto statunitense ai settori più oltranzisti dell'antichavismo non è certo un segreto: come scrive Mark Weisbrot sul quotidiano britannico The Guardian, "ci sono cinque milioni di dollari nel bilancio federale 2014 destinati a finanziare attività dell'opposizione all'interno del Venezuela e si tratta quasi certamente della punta dell'iceberg, in aggiunta alle centinaia di milioni di appoggio aperto negli ultimi quindici anni". E il 24 febbraio, proprio mentre il presidente Maduro annunciava la nomina di un ambasciatore negli Usa, Washington decideva l'espulsione di tre diplomatici venezuelani. "Una rappresaglia" all'analoga misura adottata otto giorni prima da Caracas, l'ha definita il ministro degli Esteri Elías Jaua: "I nostri funzionari non hanno mai effettuato azioni contro il governo degli Stati Uniti, non mantengono contatti con gruppi violenti, non promuovono il finanziamento né sostengono politicamente gruppi che sono in posizione di insubordinazione e di ribellione nei confronti del governo".

26/3/2014


Messico, ancora un giornalista ucciso

L'uccisione del cronista di El Liberal del Sur e di Diario NotiSUR, Gregorio Jiménez de la Cruz, è collegata alla sua professione. Lo afferma un rapporto elaborato da un gruppo di giornalisti e di organizzazioni nazionali e internazionali per la difesa della libertà di espressione, che hanno condotto un'accurata indagine e hanno esaminato gli articoli pubblicati da Jiménez nei sei mesi precedenti l'assassinio. Le autorità, denuncia il rapporto, si rifiutano di riconoscere che si è trattato di un attacco alla libertà di stampa attuato dalla delinquenza organizzata: la Procura segue una sola linea investigativa, mentre prove chiare indicano altre due possibili piste, "che potrebbero rivelare tutta una struttura criminale".

Jiménez de la Cruz era stato sequestrato a Coatzacoalcos (Stato di Veracruz) il 5 febbraio; il suo corpo era stato rinvenuto sei giorni dopo in una fossa clandestina nel comune di Las Choapas insieme ad altri due cadaveri. Uno di questi apparteneva a un uomo rapito in gennaio, Ernesto Ruiz Guillén. Proprio delle persone scomparse si occupava Jiménez e già nell'ottobre precedente era stato minacciato per un'inchiesta sull'uccisione di due migranti ad opera di bande criminali della zona: eppure gli inquirenti hanno subito attribuito il suo omicidio a una "vendetta personale". Era avvenuto lo stesso per Regina Martínez, la corrispondente della rivista Proceso trovata strangolata nella sua casa di Xalapa nell'aprile 2012: il delitto era stato frettolosamente catalogato come l'esito di una rapina. Sono 75 i giornalisti assassinati in Messico dal 2000 a oggi, quindici nel solo Stato di Veracruz.

DA EROI A DELINQUENTI. "Hanno smesso di essere eroi per trasformarsi in delinquenti. Non sono più i coraggiosi giustizieri che combattono i Caballeros Templarios, ma semplici criminali. In pochi giorni l'immagine dei leader delle autodefensas michoacanas è mutata drasticamente": così Luis Hernández Navarro, su La Jornada del 18 marzo, delinea la traiettoria dei dirigenti dei gruppi di civili armati. Un tempo dipinti come onesti lavoratori, scesi in guerra perché stanchi di subire le angherie della delinquenza organizzata, vengono presentati ora come ex narcotrafficanti, assassini, estorsori.

Il caso più clamoroso della trasformazione da paladini della giustizia in avanzi di galera è quello di Hipólito Mora, arrestato l'11 marzo perché sospettato di aver preso parte a un duplice omicidio e che avrebbe precedenti penali negli Stati Uniti per traffico di droga. Perché questi elementi vengono alla luce solo adesso? Il 27 gennaio a Tepalcatepec era stato firmato un accordo tra governo federale e autodefensas che legalizzava queste ultime, incorporandole ai reparti di difesa rurale dell'esercito o alle polizie municipali. Un accordo che, oltre a confermare la resa delle istituzioni di fronte al problema del crimine organizzato, legittimava la costituzione di formazioni paramilitari.

La causa più probabile dell'attuale cambiamento di strategia delle autorità è la crescente preoccupazione di fronte a forze consistenti (si parla di 25.000 persone), che si mantengono autonome dal potere centrale e detengono il controllo del territorio. Il 12 marzo il presidente della Comisión Nacional de Derechos Humanos, Raúl Plascencia, ha dichiarato che le organizzazioni di autodifesa presenti nel Guerrero e in Michoacán operano al di fuori della legge. Un discorso che vale per il Michoacán, non certo per il Guerrero dove l'esistenza delle guardie comunitarie è prevista nel quadro dei diritti delle popolazioni indigene.

Nel frattempo il presidente Peña Nieto può vantare la cattura del narcotrafficante più ricercato al mondo, il capo del cartello di Sinaloa Joaquín El Chapo Guzmán, avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 febbraio a Mazatlán con la collaborazione di agenti statunitensi. Dopo essere fuggito nel 2001 dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, El Chapo aveva accumulato enormi ricchezze con il traffico di stupefacenti, tanto da finire ai primi posti nella graduatoria dei miliardari stilata dalla rivista Forbes. Secondo alcuni commentatori il suo arresto è stato possibile solo dopo il ritorno al potere del Pri: Guzmán sembra abbia goduto di ampie protezioni sotto i governi Fox e Calderón (Pan), che avevano invece dichiarato guerra a Los Zetas, i principali rivali del cartello di Sinaloa.

19/3/2014


Colombia, Santos firma la destituzione del sindaco Petro

Si sono svolte senza incidenti, ma con numerose segnalazioni di irregolarità (in particolare l'appoggio aperto delle forze armate alla lista dell'ex presidente Uribe), le elezioni del 9 marzo per il rinnovo di Camera e Senato. Il vero vincitore è stato l'astensionismo, che ha superato il 56%, a riprova del crescente distacco tra cittadini e classe politica. Una classe politica sempre più squalificata: sono settanta, denuncia la Fundación Paz y Reconciliación, i membri del nuovo Congresso sospettati di legami con il narcotraffico o i gruppi paramilitari. E pochi giorni dopo il presidente Santos ha firmato l'atto di destituzione del sindaco della capitale, Gustavo Petro, che da senatore si era battuto con forza contro la corruzione nella politica colombiana. Respingendo la richiesta di sospensione avanzata dalla Comisión Interamericana de Derechos Humanos, Santos ha così posto in esecuzione la sentenza emessa dal procuratore generale Alejandro Ordóñez, che aveva decretato l'interdizione di Petro dai pubblici uffici per quindici anni. La colpa dell'ex sindaco: aver violato il principio della libera impresa strappando il servizio della raccolta rifiuti alla mafia paramilitare per affidarlo a un'azienda pubblica.

Dal voto del 9 marzo la coalizione che appoggia Juan Manuel Santos è uscita ridimensionata. Quattro anni fa aveva conquistato oltre l'80% del Senato, garantendosi una maggioranza ferrea. Ne facevano parte il Partido Social de Unidad Nacional (Partido de la U), il Partido Liberal, Cambio Radical e il Partido Conservador; un anno dopo al blocco si erano aggiunti i verdi. Oggi questa alleanza si è ridotta considerevolmente, perché i conservatori hanno preferito presentare un proprio candidato alla massima carica dello Stato. La U rimane il raggruppamento più votato del paese, ma in Senato la sua rappresentanza è scesa da 28 a 21 seggi; i liberali hanno mantenuto i loro 17 seggi e Cambio Radical è passato da otto a nove. Quanto ai conservatori, che hanno 18 senatori, dovranno decidere in vista delle presidenziali se rinnovare la loro alleanza con Santos o avvicinarsi al Centro Democrático di Uribe, da sempre contrario ai colloqui di pace, che con i suoi 20 seggi è il primo partito d'opposizione. Diversa la situazione della Camera, dove il Partido Liberal conquista il maggior numero di seggi (34), seguito da Partido de la U (31), Partido Conservador (26), Cambio Radical (15), Centro Democrático (12). Modesto il risultato della sinistra: il Polo Democrático Alternativo ottiene cinque senatori e tre deputati.

NON E' STATO UN ATTENTATO. In un primo tempo si era pensato a un attentato, poi tutto è stato chiarito: erano membri dell'Eln i due uomini in moto che il 23 febbraio, nel dipartimento di Arauca, avevano cercato di fermare una carovana di macchine su cui viaggiava Aída Avella, candidata alle elezioni presidenziali del prossimo maggio per il movimento Unión Patriótica, il candidato al Senato Carlos Lozano e la scorta. Ne era seguito un conflitto a fuoco che fortunatamente non aveva provocato vittime. Un comunicato del gruppo guerrigliero ha spiegato che i due uomini intendevano solo controllare gli occupanti delle auto e ha chiesto scusa per l'accaduto. "Prenderemo le misure necessarie perché fatti simili non avvengano più", afferma ancora la nota. Avella era rientrata in Colombia pochi mesi fa, dopo 17 anni di esilio in Svizzera a causa di minacce di morte. L'episodio aveva subito riportato alla mente il tragico periodo degli anni Ottanta e Novanta, quando l'Unión Patriótica era stata bersaglio di una guerra di sterminio da parte dei paramilitari con la connivenza delle forze di sicurezza. Oltre 4.000 i militanti uccisi: tra questi due candidati presidenziali (Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo Ossa), otto parlamentari, tredici deputati locali, 70 consiglieri comunali e undici sindaci.

Usando come facciata un ristorante e un centro di informatica nel settore commerciale di Bogotá, un'unità dei servizi di informazione dell'esercito intercettava la posta elettronica dei rappresentanti ufficiali nel dialogo con le Farc. Lo ha rivelato agli inizi di febbraio un'inchiesta della rivista Semana. Si è poi appreso che l'attività dei servizi segreti non risparmiava neppure i giornalisti colombiani e stranieri inviati all'Avana per seguire le trattative di pace. La lista dei controllati si è in seguito allungata con i nomi di una cinquantina di sindaci e dei dirigenti del Polo Democrático Alternativo e del Partido Liberal. Ancora più sorprendente la scoperta che anche le mail del presidente Santos non erano sfuggite a intercettazioni illegali.

19/3/2014


El Salvador, vittoria di stretta misura del Fmln

I risultati ufficiali del ballottaggio di domenica 9 marzo confermano la vittoria dell'ex comandante guerrigliero Salvador Sánchez Cerén, del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, che ha superato di stretta misura (poco più di seimila voti) il candidato di Arena, Norman Quijano. Quest'ultimo non ha però riconosciuto la sconfitta e ha presentato un ricorso di nullità delle elezioni denunciando supposti brogli. I dirigenti di Arena sostengono di avere le prove che almeno 20.000 persone si sono recati al seggio due volte. Le autorità elettorali hanno replicato che la tintura con cui viene macchiato il dito di quanti hanno votato si cancella solo dopo diversi giorni, garantendo la correttezza delle consultazioni. Quanto alle schede contestate, non cambierebbero l'esito delle presidenziali perché sono inferiori alla differenza di suffragi tra i due candidati. Tutto ciò non è bastato a disinnescare le proteste della destra, in gran parte simili a quelle già viste in Venezuela: blocchi stradali, pneumatici in fiamme e cacerolazos. Ancora più preoccupanti le affermazioni di Quijano, che non ha esitato a chiamare in causa le forze armate, pronte a suo dire a riportare la democrazia. Parole eversive smentite dagli stessi comandi militari, che in un comunicato hanno ribadito il loro rispetto della sovranità popolare espressa nelle urne.

In una delle sue prime dichiarazioni Sánchez Cerén ha invitato i salvadoregni a costruire un paese "più includente, più sviluppato, dove vi sia pace, giustizia e vita degna per tutti. Questo è l'impegno del prossimo governo". Resta la realtà dell'estrema polarizzazione del paese: in sette dei 14 dipartimenti è prevalso il Fmln e negli altri sette Arena. E per la sinistra resta il dato negativo della perdita di quei dieci punti percentuali di vantaggio che al primo turno separavano il candidato del Frente da quello di Arena. Secondo alcuni commentatori, il recupero della destra si deve a un'abile campagna propagandistica, che sfruttando i concomitanti avvenimenti venezuelani ha insinuato negli elettori la paura del caos e della violenza di piazza.

Questo elemento ha sicuramente influito, ma forse non basta a spiegare l'esito del ballottaggio. Scrive Roberto Pineda su Alai, América Latina en Movimiento: "Il 9 marzo segnala uno spostamento dell'elettorato verso la destra come risultato della debolezza del movimento popolare. Dimostra che abbiamo bisogno non solo di una macchina elettorale potente come è il Fmln, ma anche di un movimento popolare ampio e ramificato. Vasti settori che il 2 febbraio hanno votato per il Fmln hanno cambiato il loro voto il 9 marzo e hanno votato per Arena. Questo dipende dal fatto che tali settori popolari mancano di organizzazione e di coscienza di cosa significhi lottare per i propri interessi. Sono settori facilmente manipolabili dalla destra. Il 2 febbraio hanno dato il loro voto per ringraziare dei programmi sociali del governo che li hanno beneficiati, ma non era un voto ideologico, era un voto politico. Il 9 marzo hanno votato in accordo alla loro ideologia, che è ancora condizionata dalla destra. Pensare che la gente sia ormai di sinistra perché riceve uniformi e scarpe per i propri bambini è un'ingenuità e un errore".

16/3/2014


Brasile, economia in rialzo

Buone notizie per il governo sul fronte economico. I dati relativi al mese di dicembre hanno rivelato una crescita dello 0,70%, sfatando le pessimistiche previsioni delle agenzie finanziarie. In tal modo l'aumento del prodotto interno lordo nel 2013 è stato del 2,3%, più di quanto sperato dallo stesso esecutivo e superiore a quello del Messico, il paese latinoamericano prediletto dagli investitori, che è cresciuto solo dell'1,1%. Altri elementi positivi: gli investimenti hanno registrato un incremento del 6,3% (il più sostenuto dal 2010) e il consumo delle famiglie del 2,3%. In base a questi risultati il ministro dell'Economia, Guido Mantega, ha già rivisto le proiezioni per il 2014, anticipando che la crescita del pil dovrebbe essere del 2,5%. La prospettiva è tanto più importante in vista delle presidenziali di ottobre, per le quali i sondaggi continuano a indicare come favorita Dilma Rousseff.

Per il Partido dos Trabalhadores una buona notizia proviene dalla Corte Suprema Federale, che ha accettato i ricorsi presentati da otto dei condannati per il cosiddetto mensalão, la compravendita di voti in Parlamento, cancellando l'accusa di associazione a delinquere e riducendo di conseguenza le pene. In tal modo il capo di gabinetto del primo governo Lula, José Dirceu, e l'ex presidente del Pt, José Genoino, potranno usufruire del regime di semilibertà.

Serie preoccupazioni vengono invece al governo dalle manifestazioni contro i Mondiali di calcio. La giornata di protesta del 25 gennaio, con cortei in tutte le principali città del paese, si è conclusa con violenti scontri tra polizia e dimostranti e con quasi 150 arresti. Il 6 febbraio a Rio de Janeiro, durante una marcia contro il rialzo delle tariffe dei trasporti, un operatore della televisione è stato colpito alla testa da un bengala ed è morto pochi giorni dopo all'ospedale. Qualche incidente si è registrato anche durante la grande manifestazione promossa dal Movimento Sem Terra il 12 febbraio a Brasilia per sollecitare una più rapida attuazione della riforma agraria, a trent'anni dalla nascita dell'organizzazione.

28/2/2014


Ecuador, l'opposizione conquista Quito

Risultati contraddittori per la Revolución Ciudadana del presidente Rafael Correa nelle elezioni regionali e municipali del 23 febbraio. All'indiscusso successo nella Prefectura di Pichincha (la regione della capitale), fa riscontro la sconfitta nelle due principali città del paese, Quito e Guayaquil. In quest'ultimo centro, da sempre bastione dell'opposizione, è stato riconfermato Jaime Nebot (destra). A Quito Mauricio Rodas, della coalizione Suma-Vive, ha vinto di larga misura contro il sindaco uscente, Augusto Barrera (Alianza País). L'affermazione di Rodas è particolarmente importante perché il governo della capitale è considerato un trampolino di lancio per la presidenza della Repubblica.

La chiusura della campagna elettorale era stata funestata da un incidente all'elicottero presidenziale (Correa in quel momento non era a bordo), precipitato nella zona di Huigra provocando la morte di tre militari. Sull'accaduto è stata disposta una commissione d'inchiesta.

24/2/2014


Venezuela, strategia della tensione in atto

"Un colpo di Stato in evoluzione": così il presidente Maduro ha definito gli episodi di violenza che in pochi giorni hanno provocato sei morti e decine di feriti. La tensione è da tempo alta nel paese: la destra promuove continue proteste contro l'alto tasso di inflazione (56,3% alla fine del 2013) e la scarsità di prodotti di base nei supermercati e nei centri commerciali; il governo ribatte che alla base dei problemi economici ci sono manovre di accaparramento, che mirano ad accrescere l'insofferenza dei cittadini per giustificare una deriva golpista, come già avvenuto nel Cile di Allende. Il 12 febbraio nella capitale i militanti bolivariani erano scesi in piazza per festeggiare l'anniversario di una battaglia indipendentista, mentre gli studenti dell'opposizione avevano indetto una mobilitazione antigovernativa. Gruppi armati, infiltrati nella manifestazione studentesca, hanno attaccato i militanti chavisti uccidendone uno, hanno aperto il fuoco contro la sede della Procura Generale e bloccato le strade con vetture date alle fiamme. Negli scontri che ne sono seguiti sono morte altre due persone. A confermare l'esistenza di un complotto, la registrazione di una conversazione tra il viceammiraglio a riposo Iván Carratú Molina e l'ex ambasciatore in Colombia Fernando Gerbasi, che alla vigilia prevedevano "uno scenario molto simile a quello dell'11 aprile". Il riferimento è all'11 aprile 2002, data dell'effimero golpe contro Hugo Chávez.

Secondo il ministro dell'Interno, Miguel Rodríguez Torres, tutto questo fa parte di un piano eversivo preparato all'estero e precisamente in Messico dove, nell'ottobre del 2010, si erano dati convegno i dirigenti dell'opposizione, appoggiati dall'ex presidente colombiano Alvaro Uribe e dall'ex funzionario dell'amministrazione Bush, Otto Reich. La finalità della riunione, ha detto Rodríguez Torres, era quella di "addestrare nei metodi di destabilizzazione violenta un gruppo di dirigenti studenteschi e della gioventù di estrema destra venezuelana". I recenti avvenimenti hanno però messo in luce anche una frattura all'interno della coalizione di opposizione, la Mesa de la Unidad Democrática, tra il leader di Voluntad Popular Leopoldo López, sostenitore della linea dura e indicato tra i promotori dei disordini insieme alla deputata María Corina Machado, e il governatore dello Stato di Miranda, Henrique Capriles, che in un comunicato diffuso dal suo ufficio stampa ha fatto sapere: "Noi non abbiamo abbandonato la lotta e non lo faremo mai, ma se la lotta ha carattere violento non ci saremo, perché questo non ci porterà a un cambiamento reale e permanente; il caos non si risolve con maggiore caos". Nel gioco delle parti delle file antichaviste, insomma, Capriles sembra volersi mettere alla testa dei moderati, di quanti temono il precipitare del paese in una guerra civile.

Sabato 15 due manifestazioni contrapposte, da una parte i sostenitori del governo, dall'altra l'opposizione, hanno nuovamente riempito le strade di Caracas. Al termine della giornata gruppi di antichavisti che intendevano bloccare l'autostrada sono stati dispersi dagli agenti con lanci di lacrimogeni. Il giorno successivo, in un messaggio radiotelevisivo trasmesso in catena nazionale, Maduro ha chiamato in causa le forze esterne che fomentano i disordini e ha annunciato l'espulsione di tre funzionari dell'ambasciata statunitense, accusandoli di tramare da tempo per creare una situazione di crisi e giustificare così un golpe o un'invasione. Non si tratta di un allarme a vuoto: alle dichiarazioni del segretario di Stato, John Kerry, sulla "profonda preoccupazione" degli Stati Uniti per le crescenti tensioni in Venezuela, si sono aggiunte due giorni dopo le parole del senatore repubblicano John McCain, che in un'intervista alla Nbc ha sostenuto la necessità di prepararsi a intervenire militarmente per riportare la pace e soprattutto per garantire e proteggere il flusso petrolifero verso gli Stati Uniti (tali dichiarazioni peraltro sono state fatte prontamente sparire). Per non parlare del parallelismo tracciato da Obama tra Venezuela e Ucraina.

L'estrema polarizzazione del paese si è mostrata in tutta la sua evidenza il 18 a Caracas: ancora una volta migliaia di persone sono scese in piazza per dar vita a due opposti cortei. Alla testa dei dimostranti antichavisti Leopoldo López, su cui pendeva un ordine di cattura per i suoi inviti alla rivolta, che ha poi deciso di costituirsi. "Gli abbiamo salvato la vita", ha affermato Maduro: settori dell'opposizione avrebbero infatti progettato di assassinarlo per gettare la colpa sugli avversari e accrescere la tensione. In quello stesso giorno il membro di una cooperativa tessile della capitale veniva ucciso da sconosciuti in moto e a Valencia era gravemente ferita, mentre manifestava contro il governo, la modella Génesis Carmona: morirà il giorno dopo (dai primi accertamenti pare che il colpo sia partito dalle file degli oppositori). Il 19 si contava un'altra vittima nello Stato di Bolívar, quando un presidio di lavoratori filogovernativi veniva aggredito a colpi d'arma da fuoco. Questo stillicidio di atti di violenza rientra nella particolare strategia della tensione adottata dall'estrema destra venezuelana, come spiega a Página/12 lo scrittore e docente universitario José Sant Roz: "Oggi il progetto è a miccia lenta, il metodo che si applica in Venezuela è quello di produrre diverse esplosioni, provocare commozione, mantenere un clima di agitazione, generare terrore, che la gente si stanchi. L'obiettivo ultimo? La rinuncia di Maduro".

UN PIANO CONTRO LA CRIMINALITA'. Nel pieno della peggiore crisi politica del suo mandato, il presidente Maduro ha presentato il 14 febbraio il Plan Nacional de Paz y Convivencia, che ha il proposito di ridurre la circolazione illegale di armi e il numero di omicidi attraverso non solo il miglioramento del sistema poliziesco, ma l'inclusione dei membri delle bande nell'attività produttiva e la promozione della cultura, dell'arte e dello sport: "Questo farà sì che chi possiede una pistola 4 millimetri abbia un violino, un pallone, uno strumento di lavoro o un libro per studiare. Bisogna convincere la società che non è necessario avere un'arma in casa".

Il tema della sicurezza aveva assunto rilevanza nazionale dopo l'uccisione la notte del 6 gennaio, in un tentativo di rapina, della giovane attrice televisiva Mónica Spear e dell'ex marito Thomas Henry Berry e il ferimento della loro figlia di cinque anni. Il tragico episodio aveva spinto Maduro a convocare al Palacio de Miraflores governatori e sindaci di ogni tendenza per lanciare un "piano di pacificazione" del paese. In quell'occasione il presidente aveva stretto per la prima volta la mano del suo avversario nelle elezioni dello scorso anno, il governatore dello Stato di Mitanda Henrique Capriles. Nonostante gli indiscutibili passi avanti registrati negli ultimi anni nella lotta alla povertà e alla disuguaglianza, l'indice di criminalità in Venezuela non accenna a calare. Già Hugo Chávez aveva promosso più volte campagne di guerra alla violenza senza risultati apprezzabili: secondo alcuni analisti la ragione va ricercata nella corruzione delle forze dell'ordine e nella debolezza del sistema penale.

Il 26 gennaio migliaia di venezuelani avevano partecipato alla "grande giornata di mobilitazione nazionale per la pace e la vita" promossa dal governo come risposta al problema della delinquenza. Cortei, balli, concerti ed esercizi di aerobica avevano trasformato quella domenica in una festa popolare. "Oggi siamo uniti in un solo grido: basta violenza. La pace, o la facciamo tra tutti, o non sarà", aveva detto il capo dello Stato ai manifestanti concentrati nella piazza Simón Bolívar della capitale. Tra i bersagli di Maduro in particolare la televisione, che - aveva affermato - con i suoi disvalori importati dagli Usa, con il culto della menzogna, del tradimento, dell'individualismo e della ricchezza facile influisce sull'alto tasso di criminalità. A questo proposito qualche giorno prima il governo aveva invitato i canali pubblici e privati a rivedere programmazione e contenuti per costruire "una cultura della pace". Alcuni settori dell'opposizione avevano però criticato la proposta, definendola un pretesto per limitare la libertà di espressione.

20/2/2014


Argentina, nuovi attacchi speculativi

Si fa sempre più difficile la situazione economica, già in preda a una fortissima inflazione nonostante tutti i provvedimenti governativi di controllo dei prezzi. Venerdì 24 gennaio, dopo la decisione del Banco Central di non sostenere più la moneta nazionale sul mercato dei cambi, Buenos Aires ha annunciato la parziale abolizione, a partire dal lunedì successivo, delle restrizioni all'acquisto di dollari. La conseguenza immediata è stata il deprezzamento del peso, il maggiore dal 2002. Ma gli attacchi speculativi, che da tempo hanno preso di mira il paese, non sono cessati per questo. Dietro tali attacchi ci sono gli interessi delle élites locali (soprattutto quelle legate all'esportazione di prodotti agricoli) e delle transnazionali come la Shell, che con l'acquisto di tre milioni di dollari a un valore superiore a quello ufficiale aveva pesantemente contribuito al crollo del peso. E all'inizio di febbraio sempre la Shell ha aumentato del 12% il prezzo del combustibile nella sua rete di distribuzione. Dura la reazione del capo di gabinetto Jorge Capitanich, che ha parlato di "atteggiamento cospirativo e contrario agli interessi del paese". Pochi giorni prima un editoriale di The Wall Street Journal aveva preannunciato un'imminente megasvalutazione in Argentina, seminando l'allarme tra gli investitori.

Sono chiari dunque gli obiettivi destabilizzanti delle manovre in atto. Come scrive l'editoriale de La Jornada del 25 gennaio, per i settori ostili all'attuale amministrazione "lo scenario di una svalutazione del segno monetario potrebbe risultare favorevole non solo dal punto di vista economico, ma anche politico, in quanto crea una congiuntura favorevole per esigere dalla Casa Rosada misure complementari come la riduzione della spesa pubblica e il conseguente indebolimento dei programmi sociali". I problemi che l'Argentina sta attraversando, continua il quotidiano messicano, "vanno visti nel contesto degli sforzi del governo per proteggere l'economia dai movimenti arbitrari dei capitali finanziari transnazionali e da una speculazione monetaria presente in tutto il pianeta, che è in grado di minare le politiche orientate a promuovere la giustizia distributiva e di svuotare le riserve nazionali delle banche centrali".

4/2/2014


El Salvador, il Fmln in testa al primo turno

Salvador Sánchez Cerén, del Fmln, ha mancato per un soffio l'obiettivo della vittoria al primo turno nelle presidenziali del 2 febbraio. Ha ottenuto infatti il 48,9% dei voti, dieci punti in più rispetto al suo avversario di Arena, Norman Quijano. Deludente il risultato dell'ex presidente Antonio Saca che con la coalizione Unidad, nata dalla confluenza di Pdc, Pcn e Gana, si è fermato all'11,4%. Quanto agli altri due candidati, non hanno raggiunto neppure l'1%.

Tutto è rimandato dunque al 9 marzo, quando si terrà il ballottaggio. Il timore è di una crescita dell'astensionismo, che già il 2 febbraio ha toccato quasi la metà dell'elettorato, segno di un pericoloso scollamento tra classe politica e cittadini. I salvadoregni appaiono nutrire poche speranze in un reale cambiamento e il governo Funes ha probabilmente contribuito a questa situazione deludendo molte aspettative. Spetterà all'ex guerrigliero Sánchez Cerén, in caso di successo, recuperare la fiducia popolare con il promesso approfondimento delle politiche sociali.

Tra i temi che più preoccupano i salvadoregni, affermano i sondaggi, la disoccupazione, l'inflazione e la delinquenza. In merito a quest'ultimo punto, va ricordato che nel marzo del 2012 le maras, le tristemente famose bande giovanili, avevano stabilito con l'esecutivo una tregua che ha consentito di scendere dai 70 omicidi ogni 100.000 abitanti agli attuali 40. Il candidato del Fmln propone di affrontare il problema su un doppio binario: "mano intelligente", con programmi di inserimento, per quanti vogliono lasciare la strada del crimine e "mano ferma" per i recidivi. Per Quijano invece l'unico rimedio è la "mano dura", la repressione pura e semplice. Da segnalare che a fine gennaio il responsabile della campagna elettorale di Quijano, l'ex presidente Francisco Flores, aveva dovuto dimettersi perché denunciato per corruzione (è accusato di aver intascato i fondi milionari inviati da Taiwan al paese durante la sua gestione). Flores, che governò il Salvador dal 1999 al 2004 e viene ricordato per aver introdotto il dollaro statunitense come moneta nazionale, aveva anche tentato di espatriare di nascosto, ma era stato fermato alla frontiera.

3/2/2014


Costa Rica, sinistra esclusa dal ballottaggio

Tredici candidati si sono contesi il 2 febbraio l'elezione alla massima carica dello Stato: nessuno di loro ha però superato il 40% dei voti e questo rende necessario un secondo turno il 6 aprile. Smentendo tutti i pronostici, il ballottaggio si terrà tra Luis Guillermo Solís del Pac (Partido de Acción Ciudadana), che a scrutinio quasi ultimato aveva raggiunto il 30% dei suffragi, e Johnny Araya dell'attuale partito di governo Pln (Partido Liberación Nacional), che era a quota 29%. Il Pac, fondato da dissidenti del Pln in nome della lotta alla corruzione, nel 2007 si era opposto strenuamente al Tratado de Libre Comercio con gli Stati Uniti. Per questo Solís ha creato un certo sconcerto tra i suoi sostenitori quando ha scelto come candidata a una delle vicepresidenze Ana Helena Chacón, che a suo tempo si era distinta per il deciso appoggio al Tlc. Quanto ad Araya, per più di vent'anni sindaco di San José, il suo risultato non brillante è legato probabilmente alla controversa gestione di Laura Chinchilla.

Solo al terzo posto, con il 17%, si è piazzato José Villalta del Frente Amplio (sinistra), che alcuni sondaggi della vigilia davano addirittura per vincitore. Durante la campagna elettorale la sua candidatura è stata oggetto di attacchi furibondi da parte dei settori più conservatori, che lo hanno accusato di essere comunista e chavista. Al quarto posto Otto Guevara, del raggruppamento di destra Movimiento Libertario (11%), che in questa tornata elettorale ha abbandonato le posizioni più marcatamente neoliberiste e si è dichiarato seguace della dottrina sociale della Chiesa per intercettare i consensi dei delusi del Pusc (Partido Unidad Social Cristiana). Quest'ultima formazione, protagonista con il Pln del periodo del bipolarismo, è ora in forte crisi in seguito alle denunce per corruzione che hanno colpito due dei suoi principali leader: il suo candidato si è attestato intorno al 6%.

All'indomani del voto, Villalta ha dichiarato che il 6 aprile la scelta sarà "tra la destra che ruba e la destra che non ruba". Il Frente Amplio, ha aggiunto, appoggerà quella che non ruba (il Pac), ma non con un assegno in bianco, bensì con la discussione di un programma comune.

3/2/2014


L'America Latina "zona di pace"

Unità nella diversità. Questa la parola d'ordine del secondo vertice della Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), che si è tenuto all'Avana il 28 e 29 gennaio. Una parola d'ordine ripetuta da molti dei capi di Stato intervenuti, che hanno ribadito la necessità dell'integrazione regionale al di là delle differenze politiche tra i singoli governi. Nella capitale cubana si sono dati appuntamento, oltre alle delegazioni delle 33 nazioni partecipanti, i segretari generali dell'Onu, Ban Ki-moon, e dell'Organizzazione degli Stati Americani, José Miguel Insulza. La visita di quest'ultimo ha assunto un significato particolare perché si è trattato del primo contatto ufficiale dell'Oea con il governo dell'isola dal 2009, quando Cuba è stata riammessa nell'Organizzazione degli Stati Americani (ne era stata espulsa nel 1962).

Tra i risultati più rilevanti della riunione la proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come zona di pace: i paesi del blocco si sono impegnati a rinunciare all'uso della forza per risolvere le controversie. In campo economico, il documento finale appoggia la ricerca di una maggiore stabilità del sistema finanziario internazionale, di una riduzione dell'eccessiva dipendenza dalle agenzie di rating, di strumenti che favoriscano accordi ragionevoli e definitivi tra creditori e debitori. Una posizione analoga era emersa pochi giorni prima nell'incontro della presidente argentina Cristina Fernández e della sua omologa brasiliana Dilma Rousseff, che avevano preso in esame i "movimenti speculativi" operanti nei paesi emergenti. Altri punti da sottolineare: il sostegno a Buenos Aires nella disputa con Londra per le Malvinas, "l'energica opposizione" al blocco statunitense a Cuba e la condanna dell'inclusione dell'isola nella lista - elaborata da Washington - degli Stati che promuovono il terrorismo, il riconoscimento del "carattere latinoamericano" di Puerto Rico e l'impegno a far sì che la regione sia "libera da colonie e colonialismo".

29/1/2014


Honduras, la mano dura del nuovo presidente

Juan Orlando Hernández, uscito vincitore dalle contestate elezioni di novembre, ha assunto il potere il 27 gennaio con una cerimonia allo Stadio Nazionale. Nel discorso tenuto dopo il giuramento, il nuovo presidente ha ribadito la sua politica di tolleranza zero: ha annunciato come prima disposizione l'impiego della Policía Militar de Orden Público e delle Tropas de Inteligencia y Grupos de Respuesta Especial de Seguridad nella lotta alla delinquenza e ha sottolineato che in questo campo intende avvalersi dell'aiuto dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e del presidente colombiano Santos (presente all'atto insieme a pochi altri capi di Stato). Ma tra i bersagli della mano dura, Hernández pone anche partiti e movimenti di sinistra: pochi giorni prima aveva infatti accusato alcuni dirigenti di Libre (di cui non aveva fatto i nomi) di appoggiare la criminalità organizzata. Un attacco gravissimo, in pratica la giustificazione a qualsiasi azione repressiva contro l'opposizione.

Nel giorno dell'insediamento migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione promossa dal Frente Nacional de Resistencia Popular e da Libre in segno di protesta contro i brogli. I dimostranti, partiti dall'Universidad Pedagógica Nacional Francisco Morazán, sono giunti nei pressi dello Stadio Nazionale, senza però riuscire a entrare perché un nutrito contingente di forze di sicurezza impediva l'accesso. Il corteo è allora proseguito fino alla sede del Congresso. "In Honduras si sta montando una nuova schiavitù, un governo che reprime la libertà d'espressione, un governo dispotico", ha denunciato il deposto presidente Manuel Zelaya durante la mobilitazione.

27/1/2014


Perú, la sentenza della Corte dell'Aia

Con una sentenza che è stata definita "salomonica", la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia, rispondendo a un ricorso presentato nel 2008 dal Perú, ha detto la parola fine all'annosa controversia marittima tra quest'ultimo e il Cile. Lima vede crescere le sue acque territoriali di circa 50.000 metri quadrati (di cui 21.000 erano sotto controllo cileno, il resto erano acque internazionali). Santiago comunque perde meno di quanto temeva e soprattutto conserva la zona di mare maggiormente ricca di pesce: i pescatori peruviani hanno quindi poco da festeggiare. Rimane da dirimere la questione riguardante il confine terrestre che i due paesi fissano in punti diversi, distanti 300 metri l'uno dall'altro. E se su questo tema la Corte Internazionale ha dato ragione al Cile, stabilendo che la frontiera marittima deve essere tracciata a partire dal punto fissato da Santiago, il Perú ha subito ribattuto che la sentenza si riferisce unicamente ai confini marittimi e non ha alcuna influenza su quelli terrestri.

Il presidente Humala ha salutato la sentenza come un trionfo e ha parlato di "data storica". A dare maggiore risalto all'evento ha tenuto il suo discorso avendo alle spalle un grande quadro del maresciallo Cáceres, considerato uno degli eroi della Guerra del Pacifico per la sua resistenza all'occupazione cilena. Con questa decisione si chiude un capitolo della storia con il Cile e se ne apre uno nuovo che deve essere di maggiore cooperazione e integrazione, ha detto il capo dello Stato: "Oggi possiamo proclamare la vittoria della pace, che è la vittoria di tutti". Humala, accompagnato dalla moglie, da ministri, parlamentari e altre autorità, è poi uscito dal Palazzo di Governo per incontrare le centinaia di persone che si erano date appuntamento in Plaza de Armas agitando bandiere nazionali e vessilli del Partido Nacionalista. "La mappa del Perú è cambiata in meglio", ha esclamato. Da parte cilena, sia il presidente in carica Piñera, sia la presidente eletta Bachelet hanno deplorato la decisione della Corte Internazionale, ma hanno assicurato che il paese accetterà e darà compimento a quanto stabilito all'Aia.

POLIZIA CON LICENZA DI UCCIDERE. Una nuova legge, promulgata il 13 gennaio, esime da ogni responsabilità penale agenti di polizia e membri delle forze armate per lesioni o morti procurate nel compimento delle loro funzioni. In pratica una "licenza di uccidere", come l'hanno subito definita gli organismi per i diritti umani. Critico perfino il ministro degli Interni, Walter Albán, secondo il quale la nuova norma non era necessaria e il cambiamento potrebbe essere interpretato come un sostegno all'impunità. In un comunicato la Defensoria del Pueblo afferma che la legge "risulta controproducente nel suo obiettivo di rafforzare il lavoro di polizia e militari nella lotta contro la delinquenza, la salvaguardia dell'ordine pubblico e la difesa della sicurezza nazionale"; allo stesso tempo "mina la protezione del diritto alla vita e all'integrità personale della cittadinanza rendendo più flessibili le regole per l'uso regolare della forza da parte degli agenti dell'ordine". Una preoccupazione per nulla astratta: da tempo si denuncia l'aumento della repressione contro ogni forma di protesta. Durante il governo Humala sono già una trentina i civili uccisi dalle forze di sicurezza nel corso di conflitti sociali. Su queste morti sono in corso indagini giudiziarie, ma finora non si è arrivati a nessuna condanna.

Favorevoli alla legge, naturalmente, i raggruppamenti di destra, che hanno subito reagito alle critiche del ministro Albán obbligandolo a una parziale rettifica. Del resto la destra sta assumendo, nel Perú di Humala, un sempre maggior protagonismo. Nell'ottobre scorso i fujimoristi, con l'appoggio dell'Apra di Alan García, avevano ottenuto la rimozione del primo ministro Juan Jiménez, sostituito da César Villanueva, un economista un tempo progressista, ma ormai ampiamente convertito a una politica di centro. I sostenitori di Fujimori accusavano Jiménez di aver negato l'indulto all'ex dittatore, mentre gli apristi rinfacciavano al governo i passi avanti realizzati dalla megacommissione parlamentare nell'indagine per corruzione che vede coinvolto proprio García. I lavori della megacommissione sono terminati a metà gennaio: nei rapporti conclusivi vengono individuati illeciti penali e infrazioni costituzionali a carico dell'ex presidente e dei suoi stretti collaboratori.

27/1/2014


Guatemala, ucciso leader comunitario

Il leader comunitario Juan de León Tuyuc Velásquez è stato trovato senza vita la notte del 15 gennaio lungo una strada nel dipartimento di Sololá: presentava segni di colpi in tutto il corpo e ferite di arma da fuoco. Ex comandante guerrigliero dell'Egp (Ejército Guerrillero de los Pobres), attualmente Juan de León si occupava di programmi di sviluppo delle comunità indigene. La sorella Rosalina Tuyuc, fondatrice di Conavigua (Coordinadora Nacional de Viudas de Guatemala), ex deputata ed ex presidente del Programa Nacional de Resarcimiento, nel 2012 era stata insignita in Giappone del Premio per la pace assegnato dalla fondazione buddista Niwano. "Nuovamente il mio cuore si riempie di tristezza. Mio fratello Juan de León Tuyuc Velásquez è morto dopo essere stato vilmente assassinato a Sololá, di nuovo la famiglia è in lutto, di nuovo la mia famiglia soffre perché le è stata strappata una persona cara": queste le parole scritte sulla sua pagina Facebook da Rosalina, che negli anni Ottanta aveva perso, per mano dell'esercito, il padre e il marito.

E in questi stessi giorni è venuta dalla magistratura la conferma della sostanziale impunità di cui gode il genocida Ríos Montt. La Corte d'Appello ha infatti confermato la decisione della giudice Patricia Flores, che nell'aprile dello scorso anno aveva disposto l'annullamento del processo all'ex dittatore. Contestando tale provvedimento, il Tribunal A de Mayor Riesgo presieduto da Jazmín Barrios aveva portato a termine il dibattimento, giungendo in maggio a pronunciare una storica condanna a ottant'anni di carcere. Subito dopo però era intervenuta la Corte Costituzionale, che aveva dichiarato nulla la sentenza e aveva ordinato la ripetizione di parte delle udienze. Ora è l'intero processo ad essere cancellato, come se le innumerevoli violazioni ai diritti umani commesse contro il popolo ixil, ampiamente documentate dalle testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, non fossero mai esistite. Si attende ora l'esito del ricorso presentato dal Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos e dall'Asociación para la Justicia y la Reconciliación.

16/1/2014


Messico, gruppi di autodifesa contro narcos ed esercito

Il Messico vive in un clima di violenza senza precedenti. L'esasperazione dei cittadini per la crescente insicurezza e per la connivenza esistente in numerosi comuni tra forze di polizia, funzionari pubblici e delinquenza, ha portato alla creazione di organizzazioni di autodifesa di differente natura. Negli Stati del Michoacán e del Guerrero, scrive l'editoriale de La Jornada del 7 gennaio, "l'incapacità o la mancanza di volontà dei tre livelli di governo di fronte all'offensiva del crimine organizzato, che è passato dalla sua attività principale, il narcotraffico, a controllare diversi aspetti dell'economia dell'entità, ha dato spazio al sorgere di gruppi armati di diverso segno che cercano di fermare i cartelli. In un primo momento svariate località di entrambi gli Stati, colpite dalla delinquenza e abbandonate alla loro sorte dalle polizie statali e federali e dalle forze armate, hanno dato vita alle loro polizie comunitarie. D'altra parte, organizzazioni di agricoltori e allevatori del Michoacán hanno istituito gruppi di autodifesa per far fronte alle estorsioni, ai sequestri e agli omicidi perpetrati dalle organizzazioni criminali. Di conseguenza, oggi i gruppi armati civili coesistono in maniera ambigua e confusa con le corporazioni poliziesche e militari ufficiali, il che, lungi dal rafforzare la sicurezza pubblica, la rende anzi più precaria e fragile".

Negli ultimi mesi questi movimenti di cittadini in armi hanno esteso il loro controllo su vaste zone del Michoacán. Uno degli ultimi episodi è avvenuto a Parácuaro, dove il 4 gennaio un gruppo di autodifesa ha occupato il municipio, disarmando e imprigionando gli agenti locali, e si è scontrato con membri dell'organizzazione criminale Los Caballeros Templarios (bilancio: due morti). L'azione ha provocato le proteste di alcuni abitanti, che hanno fatto ricorso ai blocchi stradali per convincere gli occupanti a ritirarsi, sostenendo che la loro presenza suscitava timore nella popolazione. La situazione è degenerata con sparatorie e incendi di automezzi e negozi. E il 12 civili armati hanno occupato Nueva Italia, cittadina di oltre 30.000 abitanti e importante bastione dei Templarios.

E' a questo punto che il governo federale ha deciso l'invio dell'esercito per recuperare il controllo del territorio. I gruppi di autodifesa però non hanno aderito all'invito a deporre le armi e a tornare alle proprie case; ad Antúnez gli abitanti hanno cercato di impedire il passo alle forze di sicurezza, che hanno aperto il fuoco uccidendo tre persone (tra cui una bambina di undici anni). In un comunicato reso pubblico il 15, il Consejo General de Autodefensas y Comunitarios de Michoacán assicura che nelle sue fila ci sono 25.000 armati, ma "in situazione di emergenza, in meno di quindici minuti possiamo contare su un esercito di 140.000 elementi per andare in guerra se necessario" e che, a meno di un anno dalla prima apparizione nella regione, avvenuta il 24 febbraio 2013 con l'occupazione di Tepalcatepec e Buenavista, "siamo stati più efficienti nella lotta alla delinquenza organizzata dello stesso governo in un intero decennio". Ad aumentare la tensione, un accenno di ingerenza statunitense: un'alta funzionaria del Dipartimento di Stato Usa, che ha voluto mantenere l'anonimato, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono molto preoccupati di quanto sta avvenendo in Michoacán e, se richiesti, sono pronti a offrire assistenza all'esecutivo di Città del Messico.

Se in Michoacán a guidare il movimento sono per lo più imprenditori agricoli, stanchi di essere taglieggiati dalle bande, in Guerrero sono le comunità indigene e le organizzazioni popolari ad essere protagoniste della lotta alla delinquenza. Proprio per questo le rappresaglie e la repressione delle autorità si sono fatte immediatamente sentire. Mentre i narcotrafficanti continuavano ad agire nella più totale impunità, le forze di sicurezza del Guerrero lanciavano in agosto un'ondata di arresti, che colpiva decine di guardie comunitarie. Tredici di questi sono ancora in prigione, compresa Nestora Salgado García, comandante della Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias. E dopo l'uccisione in ottobre della leader contadina della Sierra del Sur, Rocío Mesino, il 10 novembre è stata la volta di Ana Lilia Gatica e Luis Olivares, dell'Organización Popular de Productores de la Costa Grande; il 16 dello stesso mese sono stati assassinati due rappresentanti della comunità El Paraíso, Juan Lucena Ríos e José Luis Sotelo Martínez. Ad accomunare tutti questi delitti, l'intenzione delle vittime di creare polizie comunitarie per contrastare la violenza criminale. Nel caso di El Paraíso, sul cui territorio si fanno guerra due cartelli, La Familia e Nueva Generación, gli abitanti si erano decisi a prendere nelle proprie mani la gestione della sicurezza dopo il sequestro della figlia di Sotelo da parte di una banda marginale, Los Rojos: in quell'occasione la giovane era stata liberata dai concittadini, che in armi avevano affrontato i rapitori.

15/1/2014


Argentina, si è spento un grande poeta

"Qui sta la poesia: in piedi contro la morte". Queste parole, pronunciate da Juan Gelman all'atto di ricevere il Premio Cervantes nel 2007, ben sintetizzano il senso dei suoi versi, unica arma contro il male del mondo. E il male lo aveva sperimentato crudelmente negli anni della dittatura: nel 1976 suo figlio Marcelo e sua nuora, María Claudia García Iruretagoyena, erano stati sequestrati e in seguito assassinati dalla dittatura, uno in Argentina e l'altra in Uruguay, nell'ambito del Plan Cóndor. Al momento dell'arresto María Claudia era incinta di sette mesi e prima di morire aveva dato alla luce una bambina, Macarena, cui Gelman poté restituire la sua identità solo dopo anni di dolorosa ricerca.

Il grande poeta era nato nel 1930 a Buenos Aires da una famiglia di immigranti ucraini. Fin da piccolo aveva sentito l'attrazione per la poesia: i suoi primi versi li scrisse a nove anni e ne aveva undici quando la rivista Rojo y Negro pubblicò il suo primo poema. All'Università cominciò a studiare chimica, per poi volgersi definitivamente alla letteratura fondando (insieme ad altri poeti comunisti) il gruppo El pan duro e pubblicando nel 1956 il primo libro di versi, Violín y otras cuestiones. Intanto lavorava come giornalista e militava prima nel Pc, poi - negli anni Sessanta - nelle Far (Fuerzas Armadas Revolucionarias), che nel 1975 si sarebbero fuse con i Montoneros. Il colpo di Stato lo sorprese fuori del paese e da allora visse in esilio, scegliendo infine di stabilirsi a Città del Messico, dove si è spento il 14 gennaio. Tra le opere più significative: Gotán (1962), Cólera Buey (1965), Los poemas de Sydney West (1969), Citas y comentarios (1982), Interrupciones II (1986), Carta a mi madre (1989), Salarios del impío (1993), Dibaxu (1994), Incompletamente (1997), Ni el flaco perdón de Dios/Hijos de desaparecidos (scritto insieme alla moglie, Mara La Madrid - 1997), Valer la pena (2001), País que fue será (2004), Mundar (2007). Numerosi i riconoscimenti che gli sono stati tributati: ricordiamo solo, oltre al Cervantes, il Premio de Literatura Latinoamericana y del Caribe Juan Rulfo nel 2000 e il Premio Iberoamericano de Poesía Pablo Neruda nel 2005.

14/1/2014


Messico, il settore energetico apre al privato

Con la promulgazione da parte del presidente Peña Nieto è diventata legge, il 20 dicembre, la riforma energetica approvata dal Congresso, che modificando tre articoli della Costituzione apre al capitale privato la prospezione, l'estrazione e l'industrializzazione del petrolio e la generazione di elettricità. "Una solida piattaforma per la crescita e lo sviluppo sociale ed economico del paese": così l'ha presentata il capo dello Stato, assicurando che la riforma creerà nuovi posti di lavoro e che Pemex e Cfe (Comisión Federal de Electricidad) rimarranno proprietà della nazione. Ben diversa l'opinione dell'opposizione. Sul quotidiano La Jornada Cuauhtémoc Cárdenas, figlio del presidente che nel 1938 nazionalizzò l'industria petrolifera, parla di "consegna del sottosuolo messicano a interessi estranei e contrari a quelli del Messico e della maggioranza dei messicani" e di "totale subordinazione del nostro paese agli interessi che dominano l'economia e la politica degli Stati Uniti". Ed è stata soprattutto questa riforma a indurre a fine novembre il Partido de la Revolución Democrática ad abbandonare il Pacto por México, sottoscritto insieme a Pri e Pan.

L'apertura del settore energetico all'impresa privata ha suscitato forti manifestazioni di protesta, che del resto avevano accompagnato tutto il dibattito parlamentare sulla legge. Il leader del Morena (Movimiento Regeneración Nacional) Andrés Manuel López Obrador, riapparso in pubblico il 6 gennaio dopo essersi ripreso da un infarto che lo aveva colpito in dicembre, ha iniziato un giro nel territorio nazionale per promuovere nuove mobilitazioni.

VENT'ANNI DI ZAPATISMO. L'Ezln ha celebrato in Chiapas il ventesimo anniversario della sollevazione del primo gennaio 1994. La data è stata ricordata nei cinque caracoles zapatisti, dove hanno sede le Juntas de Buen Gobierno create nel 2003 come forma di organizzazione politica autonoma. Prendendo la parola nella comunità di Oventic, la Comandante Hortencia ha affermato: "Stiamo imparando a governarci in base alle nostre forme di pensare e di vivere. Stiamo cercando di progredire, di migliorare e di rafforzarci tra tutti, uomini, donne, giovani, bambini e anziani. Come vent'anni fa, abbiamo detto Adesso Basta". Il subcomandante Marcos non è comparso in pubblico per l'occasione, ma il 28 dicembre aveva emesso un comunicato in cui diceva tra l'altro: "E' territorio zapatista, è Chiapas, è Messico, è America Latina, è la Terra. Ed è dicembre del 2013, fa freddo come vent'anni fa e, oggi come allora, una bandiera ci copre, quella della ribellione".

7/1/2014


Brasile, il distacco da Washington

Il 2013 è stato l'anno del distacco dagli Stati Uniti. Un distacco non certo prevedibile a fine maggio, quando il vicepresidente Usa Joe Biden era ricevuto a Brasilia con tutti gli onori e veniva fissata l'agenda della visita che Dilma Rousseff avrebbe fatto a Washington in ottobre: i due paesi sembravano allora più vicini che mai e la freddezza dell'amministrazione Lula verso la Casa Bianca appariva un ricordo. Ma in pochi mesi il caso Snowden trasformava totalmente i rapporti. Le rivelazioni riguardanti la violazione delle comunicazioni della stessa Dilma e lo spionaggio ai danni dell'impresa petrolifera di Stato Petrobras, ad opera della National Security Agency statunitense, facevano naufragare il riavvicinamento. Dopo un'inutile telefonata con Obama, incapace di darle spiegazioni convincenti, Dilma Rousseff decideva di sospendere la prevista visita di Stato nella capitale Usa.

Nel frattempo avveniva il cambio della guardia al vertice del Ministero degli Esteri. Antonio Patriota, sostenitore della linea di amicizia con gli Stati Uniti e grande amico di Hillary Clinton, lasciava il posto in agosto a Luiz Alberto Figueiredo. A determinare la rinuncia di Patriota lo scandalo legato alla fuga in Brasile del senatore boliviano dell'opposizione Roger Pinto Molina, ricercato dalla giustizia del suo paese per una serie di reati, dalla malversazione all'omicidio. Dopo essersi rifugiato nell'ambasciata di Brasilia a La Paz, Pinto era riuscito a espatriare con l'aiuto di un diplomatico brasiliano, provocando le proteste del governo Morales.

In settembre il neo ministro Figueiredo, nel corso di un viaggio in diversi paesi, affermava che lo spionaggio realizzato dalla Nsa era "inaccettabile" e costituiva "una violazione dei diritti umani". Toni altrettanto duri usava, nel suo intervento all'Assemblea delle Nazioni Unite, la presidente Rousseff, che insieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel presentava poi all'Onu una risoluzione di condanna delle intercettazioni internazionali. Infine in dicembre l'indignazione di Brasilia verso Washington determinava importanti conseguenze economiche: scartando l'offerta della statunitense Boeing (fino a poco tempo prima una delle favorite), il governo Rousseff sceglieva di acquistare dalla svedese Saab i 36 caccia destinati all'aviazione militare.

La svolta dell'esecutivo brasiliano non è piaciuta ai media allineati con gli interessi Usa. Come scrive Dario Pignotti su Página/12, "Chiunque riveda la linea editoriale di Cnn, The Economist o The Financial Times, noterà come sia mutato il trattamento riservato a Rousseff. Non è più la statista del 2011, ma è diventata una presidente "interventista e contraria al libero gioco delle forze del mercato", un modello inadatto agli altri paesi latinoamericani ai quali si raccomanda, da questi laboratori di opinione globale, di rifiutare l'esempio del Brasile e di seguire quello applicato in Messico dal presidente Enrique Peña Nieto".

LA SFIDA DEI GENERALI. Come già nel 2012, i comandanti delle forze armate hanno sfidato la presidente Rousseff e il potere legislativo rifiutandosi di unirsi all'applauso nel momento in cui, con una cerimonia altamente simbolica, veniva riparato un torto storico: l'avallo del Congresso alla destituzione del presidente João Goulart da parte dei golpisti nel 1964. Il 18 dicembre, a Camere riunite, Dilma Rousseff ha abbracciato il figlio di Goulart, João Vicente, dopo aver ricevuto la risoluzione parlamentare che, decretando la nullità della sessione di mezzo secolo fa, restituiva il mandato al deposto capo di Stato. "Credo che sia stato qualcosa di più di un gesto di insolenza, mi sembra che questo comportamento dei comandi militari sia stato al limite dell'insubordinazione", ha commentato il giornalista Luiz Cláudio Cunha, autore del libro O Sequestro dos Uruguaios sugli anni della dittatura.

Non è la prima volta che l'ammiraglio Júlio Soares de Moura Neto, il comandante dell'aeronautica Juniti Saito e quello dell'esercito Enzo Martins Peri esprimono la loro contrarietà a ogni tentativo di far luce sul passato dittatoriale e sulle violazioni dei diritti umani commesse in quel periodo. I tre alti ufficiali non hanno apprezzato la decisione di far riesumare i resti di Goulart (morto nel 1976 nel suo esilio argentino), di riportarli in patria con tutti gli onori e di sottoporli a esame per verificare l'ipotesi di un avvelenamento voluto dal Plan Cóndor. E un altro alto ufficiale, il generale Carlos Bolivar Goellner, il giorno della sepoltura definitiva di Goulart si è incaricato di chiarire la posizione dei vertici militari su quel golpe: "Non c'è ragione di chiedere scusa - ha affermato in tono provocatorio - Non c'è stato alcun errore storico, la storia non commette errori, la storia è la storia".

5/1/2014

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato