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Colombia, assassinata leader comunitaria  (6/3/2017)

L'America Latina nell'era Trump  (5/2/2017)

Messico, in piazza contro il gasolinazo  (23/1/2017)

 


Colombia, assassinata leader comunitaria

Gli squadroni della morte sono tornati a colpire. Il 2 marzo è stata assassinata a Medellín la giovane leader comunitaria Alicia López Guisao. Appartenente al movimento di sinistra Congreso de los Pueblos, Alicia partecipava alla realizzazione del progetto Cumbre Agraria nel dipartimento del Chocó. Nello stesso giorno è stato ucciso Fabián Antonio Rivera, presidente di una junta comunal di Bello, città nei pressi di Medellín. E il 5 marzo sono caduti sotto il piombo dei sicari prima José Antonio Anzola e, due ore dopo, la sorella Luz Angela. Entrambi erano membri del Partido Comunista e del Sindicato de Trabajadores Agrícolas Independientes del dipartimento del Meta. Nei primi due mesi dell'anno in corso si erano già contate 25 vittime. Tra queste la dirigente comunitaria di Yarumal (dipartimento di Antioquia), Luz Herminia Olarte, e il presidente della Junta de Acción Comunal di Esmeraldas (Cauca), Faiver Cerón Gómez.

Nel frattempo l'attuazione degli accordi di pace incontra mille ostacoli. Il 18 febbraio i guerriglieri delle Farc hanno ultimato il concentramento nelle zone stabilite per la consegna delle armi e la preparazione al rientro nella vita civile. Ma in molti casi non hanno trovato sul posto le strutture destinate ad accoglierli, il cui allestimento era compito del governo. Come afferma in un'intervista a Página/12 il comandante Jesús Santrich, "noi abbiamo dimostrato la nostra volontà di pace, per esempio abbiamo tenuto fede agli impegni riunendo i nostri combattenti. Vi è però una serie di mancati adempimenti da parte governativa che potrebbero continuare a ritardare tutto. In ogni modo ricordiamo la cosa più importante: oggi non c'è uno spiegamento strategico militare. Non ci sono più azioni di guerra".

Con lentezza procede anche l'applicazione dell'amnistia nei confronti dei militanti delle Farc tuttora in carcere. "Su 400 indulti in corso (che furono sollecitati prima della Ley de Amnistía) ci sono solo 150 risoluzioni, ma in libertà non abbiamo ancora un centinaio di guerriglieri - sottolinea ancora Santrich - Così si sta mettendo a rischio la volontà della gente. E la riforma agraria integrale non è neppure cominciata". Elemento ancora più preoccupante: da più parti si denuncia l'avanzata di gruppi paramilitari nei territori un tempo occupati dalla guerriglia. Insieme all'elenco interminabile di omicidi che le autorità continuano a definire "crimini passionali" o "vendette personali", questo fa temere una riedizione del genocidio di cui furono vittime, negli anni Ottanta e Novanta, migliaia di membri dell'Unión Patriótica.

6/3/2017


L'America Latina nell'era Trump

Le mosse con cui Donald Trump ha inaugurato la sua presidenza hanno sconvolto il mondo politico del continente. Il primo scossone è venuto con il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp (Trans-Pacific Partnership), accordo che gli Usa avevano sottoscritto nell'ottobre 2015 soprattutto per bilanciare l'influenza cinese nella regione. Dei dodici paesi aderenti, tre erano latinoamericani: Messico, Perú e Cile. Anche Santiago, dopo l'annuncio di Washington, ha deciso di lasciare il blocco.

Per l'America Latina l'abbandono statunitense "apre uno scenario di incertezza crescente sulla possibile sopravvivenza di istanze come l'Alianza del Pacífico", scrive Juan Manuel Karg su Página/12. Secondo il politologo, vengono così a galla i limiti del recente avvicinamento a quella stessa alleanza da parte di Argentina e Brasile: "Per Macri, che per tutto l'anno scorso ha insistito sui benefici dell'associarsi al blocco di paesi composto da Messico, Colombia, Perú e Cile, la notizia è un colpo enorme, che parla della poca competenza nelle relazioni internazionali del governo in carica: si è preparato per un mondo che non esiste, mosso dall'ideologia anziché dall'esatta comprensione dei processi in corso".

Un contraccolpo negativo per l'economia di Buenos Aires è poi venuto dalla misura adottata dalla nuova amministrazione Usa contro l'importazione di limoni argentini: il provvedimento mira a proteggere i produttori statunitensi. Solo una settimana prima Macri, riferendosi al nuovo inquilino della Casa Bianca, aveva affermato fiducioso: "Non credo che le sue politiche protezionistiche ci danneggeranno".

Ma è il Messico il bersaglio principale di Donald Trump, che ha già firmato l'ordine esecutivo per la costruzione di un muro antimigranti lungo gli oltre 3.000 chilometri di frontiera (in realtà un terzo del confine è già protetto da imponenti barriere, iniziate durante il mandato di Clinton e proseguite da Bush e Obama). Di fronte alla pretesa che sia il Messico stesso a pagare le spese dello sbarramento Peña si è visto costretto, per salvare la faccia, a cancellare il viaggio a Washington fissato per fine mese.

Il previsto contatto tra i due capi di Stato si è dunque limitato a un colloquio telefonico il 27 gennaio, che secondo i comunicati ufficiali si è svolto in tono amichevole. Ben diversa la versione della giornalista Dolia Estévez, che ha avuto accesso a parte della telefonata e che ha parlato di una conversazione "molto offensiva, nel corso della quale Trump ha umiliato Peña Nieto". "Non ho bisogno dei messicani, non ho bisogno del Messico, costruiremo il muro e voi lo pagherete, che vi piaccia o no": queste le parole del presidente Usa nel resoconto di Estévez. E se i militari messicani non sono in grado di combattere il narcotraffico, ha detto ancora Trump, invierà lui stesso le truppe per portare a termine il compito: in pratica una minaccia di invasione. Di fronte al violento e inaspettato attacco pare che Peña sia riuscito solo a balbettare frasi banali sul desiderio di rapporti costruttivi con il potente vicino.

La rivelazione del vero tenore della telefonata ha fatto precipitare ancora di più il tasso di popolarità di Peña Nieto, già ai minimi storici. Al presidente viene rimproverata la mancata difesa della dignità nazionale, un'accusa che rischia di porre in serie difficoltà il Pri alle prossime elezioni presidenziali del 2018. E nel paese ha sempre più successo la campagna che invita a comperare prodotti Hechos en México, come risposta al protezionismo del nord.

In realtà quello dell'amministrazione Trump è un cambiamento di tono solo formale, scrive Carlos Herrera de la Fuente su Aristegui Noticias: "Gli Stati Uniti non sono mai stati benevoli con il Messico. Hanno sempre usato e abusato della loro superiorità economica, politica e militare sul nostro paese. Il fatto che negli ultimi decenni abbiano utilizzato un linguaggio più amichevole per riferirsi alle questioni bilaterali non ha mai significato che la loro politica reale verso il Messico sia stata autenticamente amichevole. Nonostante ciò che ancora si azzardano a dire i vergognosi difensori del Tlc, questo è stato e continua a essere uno strumento commerciale degli Usa per distruggere la nostra economia e sottometterla, integrandola, alla loro logica imperialista. Per il resto la cosiddetta amicizia (parola che tanto amavano usare i Clinton e i Bush) non è stata neppure ragione sufficiente per fermare le massicce deportazioni di immigrati, la costruzione effettiva del muro, la violazione costante della nostra sovranità nazionale attraverso l'illegale cooperazione poliziesca e militare e l'imposizione di una tragica guerra contro il narcotraffico che ha provocato al paese centinaia di migliaia di morti".

La preoccupazione per la nuova politica di Washington è stata al centro del V Vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha invitato ad "assumere una chiara posizione in difesa degli immigrati non solo dell'America Latina e dei Caraibi": la soluzione al problema dell'immigrazione non sono muri o frontiere, ciò che serve "è la solidarietà, è l'umanità e la creazione di condizioni di benessere e di pace per tutti gli abitanti del pianeta". All'incontro, che si è svolto il 24 e 25 gennaio, non hanno partecipato l'argentino Macri e il golpista brasiliano Temer. Al termine dei lavori la presidenza temporanea del blocco è passata dalla Repubblica Dominicana al Salvador.

Anche il segretario generale dell'Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha criticato l'iniziativa di Trump: "Esprimo la mia opposizione alla decisione provocatoria adottata dal nuovo presidente degli Stati Uniti di imporre al popolo messicano l'obbligo umiliante di pagare l'ancor più umiliante muro che si pretende di costruire, per separare fisicamente gli Stati Uniti e il Canada dal Messico e dall'America Latina".

5/2/2017


Messico, in piazza contro il gasolinazo

"Non si arresta in Messico la protesta contro il gasolinazo, l'aumento del prezzo dei combustibili scattato il primo gennaio. Il provvedimento è stato giustificato dal presidente Peña Nieto con la necessità di mantenere la stabilità economica e con le conseguenze dell'incremento dei prezzi internazionali (nonostante le ricchezze petrolifere del Messico, benzina e diesel vengono in gran parte importati). Tali spiegazioni non sono servite a calmare l'indignazione popolare: tutti i giorni si registrano manifestazioni, occupazioni di stazioni di servizio e di caselli autostradali, cortei e blocchi dei trasporti. Incidenti e scontri con la polizia hanno provocato sei morti e migliaia di arresti.

La stampa ha dato grande risalto al saccheggio di negozi e supermercati, ma secondo padre Alejandro Solalinde, il fondatore del ricovero per migranti Hermanos en el Camino, queste azioni sono generalmente orchestrate dal governo, che mira così a criminalizzare il movimento sociale. "E' chiaro che la gente ha bisogno, ma altre persone saccheggiano in modo molto pianificato e strategico: si vede lo stesso modus operandi", afferma Solalinde in un'intervista apparsa su La Jornada dell'8 gennaio.

L'ultimo aumento è stato solo il detonatore di un ben più profondo malcontento, legato alla grave crisi economica del paese. Nei quattro anni dell'attuale amministrazione il costo della benzina è cresciuto del 48% e il peso ha subito una svalutazione di oltre l'80% rispetto al dollaro. "C'è fame. Ora qualsiasi pretesto è buono per una rivolta sociale. Anche se il presidente Enrique Peña Nieto facesse marcia indietro con il gasolinazo, sarebbe troppo tardi - spiega Solalinde - La società è estremamente disperata di fronte a una classe politica tanto corrotta, tanto insensibile e tanto cieca da non riuscire a calcolare la dimensione di una sollevazione sociale".

Il rialzo di benzina e diesel, il più pesante degli ultimi anni, fa parte di una politica di liberalizzazione dei prezzi legata alla riforma energetica, varata proprio da Peña alla fine del 2013, che ha aperto agli investimenti privati nel settore. Con questa riforma - aveva promesso allora il capo dello Stato - Pemex e Cfe (la Comisión Federal de Electricidad) "si rafforzano e si modernizzano, saranno imprese produttive dello Stato, efficienti, con la capacità e la flessibilità necessarie ad adempiere alla loro funzione a beneficio di tutta la società messicana". Il presidente aveva aggiunto che il cambiamento avrebbe avuto riflessi positivi sul portafoglio della popolazione, abbassando i costi di luce e gas. E' successo esattamente il contrario.

Nonostante la repressione e gli arresti, le mobilitazioni continuano. Domenica 22 gennaio centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in 22 Stati, dalla Baja California al Chiapas, ripetendo ovunque lo stesso slogan: Fuera Peña. Come aveva previsto Padre Solalinde, "questo movimento sociale è diverso dai precedenti; non credo che si estinguerà tanto facilmente, non credo che la gente ceda alla campagna di paura e di terrore che questo malgoverno tenta di imporre. La gente non ne può più".

23/1/2017

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato