Latinoamerica-online.it

 

Il rilancio della Celac  (19/9/2021)

Processo Condor, la Cassazione conferma gli ergastoli  (10/7/2021)

La scomparsa di Osvaldo Chato Peredo  (13/1/2021)

 

Bolivia

Un nuovo Plan Cóndor dietro il golpe del 2019?

Nuove ingerenze negli affari interni boliviani  (29/4/2021)

 

Brasile

Lula riacquista i diritti politici  (23/4/2021)

 

Cile

Gli indipendenti in maggioranza nella Costituente  (18/5/2021)

 

Colombia

"Il paese che sogniamo"  (30/5/2021)

 

Cuba

Biden non cambia la politica Usa verso Cuba  (31/7/2021)

Bocciato all'Onu il blocco Usa  (24/6/2021)

Raúl Castro passa il testimone  (20/4/2021)

Avviata l'unificazione monetaria  (16/1/2021)

 

Ecuador

Le ragioni della sconfitta di Arauz  (13/4/2021)

L'Ecuador verso il ballottaggio  (28/2/2021)

 

El Salvador

Bukele conquista la maggioranza in Parlamento  (3/3/2021)

 

Haiti

Terremoto e tormenta tropicale devastano Haiti  (23/8/2021)

Si aggrava l'instabilità dopo l'uccisione di Moïse  (21/7/2021)

Nuove manifestazioni contro Moïse  (1/3/2021)

 

Messico

Aborto depenalizzato in tutto il paese  (8/9/2021)

Elezioni di medio termine e rapporti con gli Usa  (10/6/2021)

 

Paraguay

Le atrocità delle forze speciali  (28/3/2021)

 

Perù

Pedro Castillo proclamato presidente  (20/7/2021)

Keiko e Castillo al ballottaggio  (18/4/2021)

 


Il rilancio della Celac

Si è tenuto il 18 settembre a Città del Messico il sesto vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Vi hanno partecipato ben 31 paesi, di cui molti rappresentati ai più alti livelli. Un indubbio successo per il presidente messicano López Obrador, che esercitava la presidenza temporanea dell'organismo e che ha fortemente voluto questo summit per rilanciare l'integrazione regionale.

Istituita formalmente nel 2011 dietro impulso soprattutto di Hugo Chávez, la Celac era entrata in crisi con la successiva svolta a destra di parte dei governi del continente (colpi di Stato in Paraguay, Brasile, Bolivia, elezione di Mauricio Macri in Argentina, voltafaccia di Lenín Moreno in Ecuador), tanto che i tentativi di convocare questo sesto vertice erano falliti sia nel 2018 che nel 2019. E nel gennaio del 2020 il Brasile di Bolsonaro aveva sospeso la sua partecipazione. Si parlò allora della fine della fase progressista latinoamericana, ma Cuba e il Venezuela continuavano la loro resistenza. E del resto la storia non si ferma. Il cambiamento iniziò proprio in Messico nel 2018 con López Obrador, proseguì in Argentina nel 2019 con Alberto Fernández, in Bolivia con il ritorno della democrazia nel 2020, ora in Perù con Pedro Castillo.

L'esistenza della Celac costituisce una sfida alla potenza statunitense e all'Organización de los Estados Americanos, che Fidel Castro definiva il Ministero delle Colonie di Washington. Dalla Comunità sono esclusi infatti Stati Uniti e Canada, mentre partecipano a pieno titolo Cuba e Venezuela.

La Dichiarazione finale sottolinea il ruolo dell'organismo come "meccanismo di coordinamento, unità e dialogo politico" dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi "sulla base dei legami storici, dei principi e dei valori condivisi dei nostri popoli, della fiducia reciproca tra i nostri governi, del rispetto delle differenze, della necessità di affrontare le sfide comuni e di avanzare sulla strada dell'unità nella diversità a partire dal consenso regionale". Ribadisce poi l'impegno alla "costruzione di un ordine internazionale più giusto e inclusivo" e alla "difesa della sovranità e del diritto di ogni Stato a costruire il proprio sistema politico, libero da minacce, aggressioni e misure repressive unilaterali". Respinge "ogni atto di terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni", sollecitando ad adottare le misure necessarie "affinché i nostri territori non vengano utilizzati per ospitare installazioni terroristiche o campi di addestramento" (si allude apertamente alle operazioni segrete della Cia e all'appoggio della Colombia di Iván Duque alle provocazioni contro il Venezuela Bolivariano). Ratifica "il carattere di zona libera dalle armi nucleari" della regione e saluta la creazione dell'Agencia Latinoamericana y Caribeña del Espacio e l'istituzione di un Fondo Integrato per far fronte ai disastri provocati dal cambiamento climático.

Il documento si sofferma poi sulla necessità di garantire un accesso più equo ai vaccini contro la pandemia da Covid-19. A questo proposito è stato approvato all'unanimità il Piano di Autosufficienza Sanitaria presentato dalla messicana Alicia Bárcena, segretaria esecutiva della Cepal, la Comisión Económica para América Latina y el Caribe delle Nazioni Unite. Il vertice si è poi espresso per la fine del blocco statunitense a Cuba e a favore della rivendicazione argentina sulle Malvinas e delle risoluzioni del Comitato Speciale dell'Onu sulla Decolonizzazione relative a Puerto Rico, di cui viene riaffermato "il carattere latinoamericano e caraibico".

La rivendicazione della sovranità degli Stati membri e l'appello all'integrazione sono stati al centro di molti interventi. "La Celac può diventare il principale strumento per consolidare le relazioni tra i nostri paesi", ha affermato López Obrador. La Dottrina Bolivariana deve sostituire la Dottrina Monroe, ha dichiarato Maduro, ricordando il sogno dei padri fondatori che lottarono per un'America Latina libera e unita. Il presidente boliviano Luis Arce ha criticato l'Organizzazione degli Stati Americani, che "agisce contro i principi della democrazia" e che "non contribuisce alla soluzione pacifica delle controversie, ma al contrario le genera" (chiara allusione alla sponsorizzazione del colpo di Stato contro Evo Morales da parte del segretario generale dell'Osa, Luis Almagro). Il cubano Díaz-Canel ha denunciato con forza il tentativo di strangolamento economico e di golpismo politico cui l'isola è sottoposta da decenni ad opera degli Stati Uniti.

Discorsi che certo non sono stati apprezzati dai fedeli alleati di Washington. E infatti non sono mancate le voci discordanti. Il paraguayano Abdo Benítez ha voluto puntualizzare che la sua presenza non costituiva in alcun modo un riconoscimento della presidenza Maduro e l'uruguayano Lacalle Pou ha ribadito i suoi attacchi alla "mancanza di democrazia" a Cuba, in Nicaragua e in Venezuela (per ironia della sorte, nella foto di gruppo del vertice Nicolás Maduro appare vicino sia a Lacalle Pou sia all'attuale capo di Stato ecuadoriano Guillermo Lasso, anch'egli sostenitore dell'autoproclamato presidente Juan Guaidó). Quanto alla Colombia, avrebbe dovuto essere rappresentata dalla vicepresidente Marta Lucía Ramírez: al suo posto è arrivata in Messico la viceministra dei Trasporti, che alla fine non ha neppure preso parte ai lavori. Il Ministero degli Esteri di Bogotá si è limitato a emettere un comunicato con cui contesta il "governo de facto" di Caracas ed esprime le sue riserve sulla condanna del blocco all'Avana.

Voci minoritarie comunque, che non hanno potuto incrinare la rilevanza politica di questo incontro. Che era stato preceduto da altri segnali importanti sul nuovo ruolo della politica estera di López Obrador. Basti ricordare l'amichevole accoglienza ricevuta da Miguel Díaz-Canel, invitato d'onore a prendere la parola il 15 settembre, nel corso delle celebrazioni per l'Indipendenza messicana. In quell'occasione Amlo aveva criticato con parole durissime il bloqueo a Cuba, il cui scopo è quello di impedire il benessere della popolazione dell'isola e spingerla così a rivoltarsi contro il proprio governo: "Se questa perversa strategia avesse successo - aveva affermato - si trasformerebbe in una vittoria di Pirro, vile e canagliesca". Mesi prima aveva proposto che Cuba venisse dichiarata "patrimonio dell'umanità", per aver resistito così a lungo di fronte alle pressioni di Washington. Sempre il Messico ospita in questo periodo i colloqui tra il governo bolivariano e l'opposizione alla ricerca di una soluzione alla crisi. Ed è sicuramente un grosso passo avanti il fatto che anche i più "duri" antichavisti abbiano deciso di partecipare alle prossime elezioni del 21 novembre. E' il frutto del ruolo crescente svolto dalla diplomazia messicana (nel 2019 Amlo fu tra i pochi a non riconoscere Guaidó e il primo a concedere asilo politico a Evo Morales, costretto a lasciare il suo paese dopo il golpe).

Dal punto di vista economico, obiettivo della Celac è di liberarsi dal soffocante controllo di Washington e di aprirsi al resto del mondo, compresa la Russia, la cui presenza nel continente è diventata rilevante, e soprattutto la Cina - che già costituisce il principale socio commerciale di molte nazioni tra cui il Cile. E il leader cinese Xi Jinping ha inviato al summit un caloroso messaggio, ricordando l'accordo firmato nel 2014 e auspicando un rafforzamento della cooperazione bilaterale.

19/9/2021


Messico, aborto depenalizzato in tutto il paese

La Suprema Corte de Justicia de la Nación all'unanimità ha dichiarato incostituzionali gli articoli del codice penale dello Stato di Coahuila che punivano l'interruzione volontaria della gravidanza. La sentenza ha una valenza generale e dovranno attenervisi i tribunali di tutto il territorio nazionale. Finora l'aborto era permesso solo a Città del Messico, Oaxaca, Veracruz e Hidalgo; nel resto del paese le donne che vi facevano ricorso rischiavano la prigione. Si calcola che ogni anno in Messico vengano praticati tra 750.000 e un milione di aborti volontari, di cui almeno un terzo con complicazioni che richiedono assistenza medica.

Si è trattato di una votazione storica, cui si è giunti grazie alla lotta decennale delle donne. "Ai membri della Suprema Corte - scrive la Jornada nel suo editoriale - va il merito di aver posto fine a una deplorevole inerzia istituzionale che aveva mantenuto un diritto fondamentale nel limbo, lasciato all'arbitrarietà di Congressi e governanti locali". Toccherà ora al potere legislativo regolamentare le procedure per permettere l'accesso all'interruzione della gravidanza in maniera sicura e gratuita nelle strutture pubbliche, come già avviene nella capitale.

8/9/2021


Terremoto e tormenta tropicale devastano Haiti

Continuano le operazioni di soccorso delle popolazioni colpite dal terremoto di 7,2 gradi Richter che la mattina del 14 agosto ha devastato Haiti. L'epicentro è stato localizzato a circa dodici km. dalla località di Saint-Louis-du-Sud. Una seconda scossa, di 5,2 gradi, si è prodotta a 17 km. da Chantal, sempre nella parte sud-occidentale del paese. Il sisma ha provocato più di 2.200 morti, oltre 300 dispersi e 12.000 feriti. Decine di migliaia le famiglie rimaste senza tetto per il crollo delle abitazioni. Alle distruzioni del terremoto si sono aggiunte, due giorni dopo, quelle causate dal passaggio della tempesta tropicale Grace, che con le sue piogge torrenziali ha reso ancora più difficile l'opera delle missioni umanitarie giunte da diverse nazioni: tra queste un contingente di medici e infermieri inviati dal governo cubano.

L'assistenza ai terremotati si scontra con la drammatica situazione del paese: ospedali stracolmi e con personale medico insufficiente, molte strade rese impraticabili dalle conseguenze delle scosse. I saccheggi sono all'ordine del giorno e i camion con i viveri diretti alle zone più isolate vengono spesso intercettati e sequestrati da gruppi criminali. L'ex poliziotto Jimmy Chérizier Barbecue, capo del G-9 (raggruppamento di nove bande che si dividono il controllo del territorio), in un video ha assicurato una tregua per permettere l'arrivo degli aiuti, ma non è detto che all'iniziativa aderiscano altri gruppi della delinquenza organizzata. Ad Haiti predomina il caos: ancor prima del sisma, le elezioni presidenziali e legislative previste per il 26 settembre erano state rinviate al 7 novembre.

Si sono appresi intanto nuovi particolari sull'omicidio, avvenuto il 7 luglio, del presidente Jovenel Moïse. I mercenari colombiani attualmente in carcere hanno ammesso la loro responsabilità e hanno accusato un ex funzionario del Ministero della Giustizia haitiano di aver ordinato l'assassinio. Gli attaccanti potevano contare sull'appoggio di un infitrato, l'autista di Moïse, e sul coinvolgimento di alcune guardie presidenziali.

Restano nell'ombra però i veri mandanti e non è chiaro neppure il movente. Si è pensato a lotte interne al partito del capo dello Stato o al tentativo di bloccare il referendum costituzionale voluto dallo stesso Moïse per rafforzare il potere dell'esecutivo e per potersi ripresentare alle elezioni al termine del suo mandato. Ma il fatto che i protagonisti dell'attacco siano stati contrattati dalla compagnia statunitense CTU Security il cui proprietario, Tony Intriago, è un venezuelano legato all'opposizione antichavista e implicato probabilmente nel fallito attentato del 2018 contro Nicolás Maduro, fa pensare piuttosto a un complotto internazionale.

Bisogna risalire per questo alle recenti prese di posizione di Port-au-Prince in politica estera. Poco più di un mese prima della sua morte, Moïse aveva allacciato relazioni diplomatiche con Mosca ricevendo le credenziali di Sergey Melik-Bagdasarov, ambasciatore russo a Caracas, ponendo così le basi per un riavvicinamento con il governo Maduro. Aveva operato insomma una vera e propria svolta, considerando che in precedenza aveva riconosciuto come legittimo presidente venezuelano l'autoproclamato Juan Guaidó. E una svolta che non poteva certo entusiasmare Washington. il 17 giugno Moïse si era recato in visita ufficiale in Turchia, paese con cui nel 2020 aveva già stretto una serie di accordi di cooperazione: un'altra dimostrazione della sua intenzione di intraprendere rapporti internazionali al di fuori del controllo del cosiddetto Core Group (i rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, Brasile, Canada, Unione Europea, Oea e Nazioni Unite). Il suo assassinio appare dunque un'ulteriore conferma che Haiti rimane una nazione a sovranità limitata.

23/8/2021


Biden non cambia la politica Usa verso Cuba

Almeno centomila persone si sono riversate sabato 17 luglio sul Malecón dell'Avana, accogliendo l'appello alla reafirmación revolucionaria lanciato dal governo. Manifestazioni analoghe si sono tenute a Santiago de Cuba, Bayamo, Camagüey, Santa Clara, Cárdenas. E' stata questa la risposta popolare alle proteste antigovernative avvenute domenica 11 luglio nella capitale e in diverse altre città. A tali proteste erano seguiti saccheggi di negozi e violenti scontri con la polizia, durante i quali un uomo era morto e decine di dimostranti erano stati arrestati.

L'Isola sta fronteggiando una situazione di crisi dovuta a una recrudescenza dei contagi da Covid-19 e al crollo del turismo, principale fonte di divise straniere. In piazza l'11 iuglio c'erano persone con preoccupazioni e problemi legittimi e costoro possono contare sulla Rivoluzione, ha commentato Gerardo Hernández, coordinatore nazionale dei Comités de Defensa de la Revolución: "Il dovere dei rivoluzionari è avvicinare queste persone, anche quelle che la pensano in modo diverso, e ascoltarle, conversare, trovare punti in comune".

Ma l'opposizione interna ha cercato di accreditare l'immagine di una rivolta contro la "dittatura comunista". Nessuna menzione dell'incidenza su questi problemi del bloqueo statunitense, inasprito proprio nel periodo della pandemia, che rende estremamente difficoltoso per l'isola approvvigionarsi di materiale di fondamentale importanza come ventilatori polmonari e siringhe per i vaccini.

E sui fatti dell'11 luglio è stata costruita una vera e propria offensiva mediatica orchestrata dall'estero, che ha ampliato la portata delle proteste con l'uso di fake news e foto tratte da altri contesti e ha promosso, attraverso algoritmi, bot e finti account, una mobilitazione internazionale per chiedere un "corridoio umanitario", tentativo in realtà di mascherare un intervento golpista.

L'analista spagnolo Julián Macías Tovar ha individuato nella Spagna il paese da cui sono state diffuse le prime notizie false sul collasso del sistema sanitario cubano attraverso l'invio automatizzato di tweet con l'hashtag #SOSCuba: lo stesso hashtag è stato poi rilanciato da innumerevoli altri account tra cui 1.500 creati per l'occasione tra il 10 e l'11 luglio. Uno dei referenti dell'operazione, segnala Macías Tovar, è l'argentino Agustín Antonetti, membro della conservatrice Fundación Libertad e protagonista sui social network di campagne simili contro esponenti progressisti della regione, dal boliviano Evo Morales al messicano López Obrador.

In questa "guerra di quarta generazione" gli anticastristi sono appoggiati finanziariamente da Washington, come ha ammesso in una conferenza stampa il consigliere di Biden per l'Emisfero Occidentale, Juan Gonzalez: 20 milioni di dollari sono stati destinati a "quei democratici che stanno diffondendo informazioni, che stanno comunicando, che si stanno organizzando". Un sostegno ancora più aperto viene dalla lobby anticubana di Miami. Il sindaco della città, il repubblicano Francis Suarez, intervistato da Fox News ha affermato che gli Stati Uniti non dovrebbero scartare l'ipotesi di un bombardamento dell'isola, naturalmente per "portarvi la libertà e la democrazia".

Proprio cedendo alle pressioni di questa lobby ferocemente anticastrista, la politica dell'amministrazione Biden non è tornata alle aperture di Obama. Non solo non ha revocato i 243 provvedimenti restrittivi imposti da Donald Trump, ma ha deciso ulteriori sanzioni che colpiscono funzionari e istituzioni governative "colpevoli di violazione dei diritti umani" ai danni dei manifestanti dell'11 luglio.

A fine mese lo stesso Biden si è riunito con i leader della diaspora cubana definendoli "i migliori ambasciatori" del loro popolo e assicurando che la loro voce sarà tenuta presente "a ogni passo del cammino", trasformandoli così negli interlocutori diretti della Casa BIanca. Secondo il corrispondente de La Jornada, David Brooks, quasi tutte queste dichiarazioni e queste nuove misure "non hanno tanto a che vedere con Cuba quanto con la Florida. Va ricordato che la maggioranza del milione e mezzo di cubanostatunitensi della Florida ha votato per Donald Trump nel 2020. E i democratici insistono nel tentare di competere per questo voto come parte della loro strategia elettorale per le prossime consultazioni". Considerazioni di politica interna guidano insomma le decisioni sulle relazioni internazionali.

Difficilmente dunque il presidente ascolterà l'invito a un cambio di rotta sottoscritto da oltre 400 ex capi di Stato, dirigenti politici, intellettuali, scienziati e artisti di tutto il mondo, da Lula a Rafael Correa, da Noam Chomsky a Judith Butler, dal regista Oliver Stone agli attori Danny Glover, Jane Fonda e Susan Sarandon. La lettera aperta dal titolo Let Cuba Live, sorta come iniziativa congiunta di The People's Forum, Codepink e Answer Coalition, è stata pubblicata il 23 luglio sul New York Times.

31/7/2021


Haiti, si aggrava l'instabilità dopo l'uccisione di Moïse

Ariel Henry è dal 20 luglio il nuovo capo di governo di Haiti in sostituzione di Claude Joseph, che aveva assunto la guida del paese all'indomani dell'assassinio del presidente Jovenel Moïse. Era stato proprio Moïse a designare Henry come primo ministro (il settimo dall'inizio della sua gestione) due giorni prima di morire. Non appare comunque superata la crisi politica in corso: se il contrasto tra Henry e Joseph sembra per ora risolto con il passo indietro di quest'ultimo, rimane il nodo rappresentato da Joseph Lambert, proclamato capo di Stato ad interim da quel terzo di senatori tuttora in carica dopo la scadenza, nel gennaio 2020, del mandato del Parlamento.

Henry, neurochirurgo di professione, era stato ministro dell'Interno e poi degli Affari Sociali durante la presidenza Martelly. Il suo governo è stato definito incostituzionale dai partiti politici d'opposizione. "E' stato imposto a forza, dalla comunità internazionale, per distruggere ciò che resta del paese e per continuare con il sistema d'impunità e di corruzione", afferma in un comunicato la Coalition des acteurs de la société civile (di cui fanno parte organizzazioni come la Plateforme des organisations haïtiennes des droits humains e la Confédération des travailleurs et travailleuses des secteurs public et privé). L'assunzione al potere di Henry è avvenuta dietro pressione del cosiddetto Core Group, formato dagli ambasciatori di Francia, Germania, Spagna, Brasile, Canada, Stati Uniti, Unione Europea e dai rappresentanti dell'Oea e delle Nazioni Unite.

La morte di Jovenel Moïse è avvenuta verso l'una di notte del 7 luglio, quando un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella sua residenza privata, assassinandolo a colpi d'arma da fuoco e ferendo gravemente la moglie. A detta della polizia locale il commando era composto da 26 colombiani e cinque statunitensi di origine haitiana. 23 presunti attaccanti sono stati arrestati (tra questi i cinque provenienti dagli Usa) e tre sono rimasti uccisi in uno scontro con le forze di sicurezza. Rimangono però numerosi dubbi sullo svolgimento dell'attentato: citando fonti anonime, la rivista colombiana Semana sostiene che in realtà i mercenari erano stati contrattati per proteggere il capo dello Stato e non per ucciderlo. I sospetti si appunterebbero allora sulle guardie del corpo presidenziali, che stranamente durante l'assalto non hanno riportato ferite o perdite: 24 di loro sono sotto indagine. Secondo il sito web The Intercept, almeno sette dei colombiani coinvolti, tutti ex membri dell'esercito, avevano ricevuto addestramento militare negli Stati Uniti. Nel complotto sarebbe implicata anche la compagnia CTU Security, con sede in Florida, già chiamata in causa nel 2018 per il fallito attentato al presidente venezuelano Maduro.

Il clima di instabilità politica è aggravato dall'ondata di violenza scatenata da bande armate che spadroneggiano con assalti, omicidi e sequestri a scopo di riscatto. In giugno l'ospedale di Médecins Sans Frontières alla periferia della capitale, in una zona in disputa tra due gruppi della criminalità organizzata, ha dovuto chiudere temporaneamente in seguito a un attacco. Pochi giorni dopo, agenti di polizia hanno colpito a morte quindici civili come rappresaglia per l'assassinio di un loro collega. Tra le vittime la militante di Matrice Libération Marie-Antoinette Duclaire e il giornalista Diego Charles. Intanto la pandemia colpisce duramente lo Stato più povero del continente: solo a metà luglio sono arrivati i primi vaccini contro il Covid-19 inviati dagli Usa.

21/7/2021


Bolivia, un nuovo Plan Cóndor dietro il golpe del 2019?

Un nuovo Plan Cóndor, simile al coordinamento tra le dittature del Cono Sur nel secolo scorso, ha operato in Bolivia nel 2019? E' un fatto che il regime di Jeanine Añez, che a La Paz aveva preso il posto del legittimo presidente Evo Morales dopo il colpo di Stato del 10 novembre, ha ricevuto non solo sostegno politico, ma anche appoggio materiale da parte dei governi di destra della regione. I particolari stanno emergendo soltanto ora, parallelamente ai procedimenti in corso contro i responsabili del golpe.

In giugno il parlamentare ecuadoriano Fausto Jarrín, del movimento correista Unión por la Esperanza, ha denunciato l'ex presidente Lenín Moreno per l'invio di "gas lacrimogeni e proiettili di diverso tipo alla forza pubblica boliviana" impegnata nella repressione delle proteste. Secondo Jarrin si tratterebbe di "disposizione arbitraria di risorse pubbliche", per cui Moreno andrebbe giudicato per peculato. Nella decisione di sostenere il regime di La Paz sarebbero coinvolti, oltre al capo dello Stato, la ministra di Governo dell'epoca, María Paula Romo, e i vertici delle forze armate e della polizia.

Armi e munizioni antisommossa non arrivarono solo da Quito. Anche Buenos Aires, sotto la presidenza Macri, fece la sua parte. Lo conferma una lettera inviata dall'allora comandante generale dell'aviazione boliviana, Terceros Lara, in cui si ringrazia l'ambasciatore argentino per "la collaborazione prestata" e per il "materiale bellico di agenti chimici" ricevuto. La nota, recentemente scoperta negli archivi dell'ambasciata, mette a nudo il ruolo svolto da Mauricio Macri nell'attacco alla democrazia del vicino paese. Gli "aiuti" dei governi amici giunsero in Bolivia nei giorni immediatamente successivi al colpo di Stato, alla vigilia dei massacri di Sacaba e Senkata.

Quanto al Brasile, non sono stati trovati finora documenti che attestino, al di là delle dichiarazioni di aperto sostegno, una concreta complicità di Bolsonaro con gli avvenimenti del 10 novembre. Si sa però che l'ambasciatore di Brasilia partecipò alla preparazione del golpe riunendosi con esponenti della destra boliviana. Il tutto sotto la supervisione dell'amministrazione Trump. "Esisteva un piano continentale per reprimere il popolo boliviano", afferma l'attuale ministro di Governo di La Paz, Eduardo Del Castillo. Un piano che si stava già organizzando nel luglio 2019, quando lo statunitense Kevin O'Reilly, vicesegretario aggiunto per l'Emisfero Occidentale, giunto in Bolivia per incontrarsi con diplomatici di Argentina, Brasile, Perù e rappresentanti dell'Oea e dell'Unione Europea aveva anticipato - senza presentare alcuna prova - che nelle elezioni di ottobre si sarebbero verificati brogli. Puntualmente dopo il voto, mentre la destra scatenava la violenza nelle piazze rifiutandosi di riconoscere la vittoria di Morales, il segretario generale dell'Oea, Luis Almagro, denunciava la mancata trasparenza delle consultazioni.

Il sovvertimento dell'ordine costituzionale a La Paz era del resto in progetto già da tempo. Nel 2018 soldati argentini e cileni avevano effettuato manovre al confine con la Bolivia, con la partecipazione di effettivi del Southern Command. Lo stesso avvenne l'anno seguente, con un insolito spiegamento di truppe. Sempre nel 2018-19 Argentina, Paraguay, Brasile, Perù e Cile militarizzarono le loro frontiere con la Bolivia, mentre Macri autorizzava l'allestimento di una base militare nella località di confine di La Quiaca (Jujuy).

Nel settembre del 2019, poche settimane prima delle elezioni, in Argentina si tennero nuove imponenti manovre, in coincidenza con la visita di Ivanka Trump alla provincia di Jujuy. La figlia di Donald Trump era accompagnata da 2.500 agenti federali e da importanti funzionari del governo di Washington, che si incontrarono con esponenti dell'opposizione a Morales. Secondo la parlamentare del Mas Alicia Canqui Condorí, alla partenza gli statunitensi lasciarono sul posto equipaggiamento militare che poi venne dirottato verso il territorio boliviano spacciandolo per attrezzatura contro gli incendi boschivi. E durante il golpe consiglieri e mercenari stranieri affiancarono le forze di sicurezza boliviane nella repressione delle proteste popolari.

20/7/2021


Perù, Pedro Castillo proclamato presidente

Il 19 luglio, con sei settimane di ritardo, è arrivata la proclamazione ufficiale: Pedro Castillo è il nuovo presidente del Perù. La cerimonia di insediamento avverrà il 28 luglio. Nel ballottaggio del 6 giugno il candidato di Perú Libre, partito che si richiama a Marx e a Mariategui, si è imposto con una differenza di più di 44.000 voti (50,12%). Keiko Fujimori (Fuerza Popular) ha tentato in ogni modo di invalidare la vittoria ottenuta dal suo avversario denunciando presunti brogli, senza però presentare alcuna prova concreta. Le consultazioni, che hanno visto un'affluenza del 74,5%, sono state giudicate trasparenti da tutti gli osservatori, compresa l'Organización de los Estados Americanos.

La strategia di Fuerza Popular e dei suoi alleati per ribaltare i risultati non ha tralasciato nulla: dalla richiesta di annullamento dei suffragi di decine di seggi delle zone rurali, dove Castillo aveva ottenuto i maggiori consensi, all'invito a una verifica internazionale da parte dell'Oea sperando in una soluzione di tipo boliviano (ma il segretario generale dell'organizzazione, Almagro, si è rifiutato di ricevere la delegazione fujimorista), all'appello all'intervento militare "contro il comunismo". Non sono mancati proclami golpisti da parte di alti ufficiali in pensione che sollecitavano i comandi delle forze armate a disconoscere il voto. Tutte queste manovre hanno generato un clima teso nel paese: mentre i sostenitori di Castillo si mobilitavano in maniera pacifica in difesa della democrazia, vere e proprie squadracce si scatenavano contro chiunque osasse mettere in dubbio le ragioni di Keiko.

Intanto il Perù vive una drammatica crisi sanitaria, accentuata dall'abbandono in cui trent'anni di neoliberismo hanno lasciato le strutture pubbliche: i morti per Covid-19 sono quasi duecentomila in un paese di 33 milioni di abitanti. E la pandemia ha aggravato la profonda crisi economico-sociale: il pil è calato di undici punti; i disoccupati sono aumentati di oltre due milioni e si contano più di tre milioni di nuovi poveri.

Queste presidenziali hanno evidenziato l'estrema polarizzazione del paese. Da una parte la sinistra, che in maggio si era unita a favore di Castillo con un patto sottoscritto da Perú Libre e Juntos por el Perú (che al primo turno sosteneva Verónika Mendoza) per un "governo di cambiamento". Punti centrali dell'accordo: vaccinazione universale e gratuita contro il Covid-19; rafforzamento dell'intervento pubblico nei settori della scuola e della salute; revisione dei contratti con le transnazionali per lo sfruttamento delle risorse naturali; lotta alla corruzione della classe politica e redazione di una nuova Costituzione al posto di quella fujimorista ispirata al modello neoliberista. In appoggio a questo programma si sono mobilitati movimenti sociali e organizzazioni contadine, quel Perù invisibile finora tenuto sempre ai margini.

Sull'altro fronte la destra e l'estrema destra: imprenditori, gruppi religiosi conservatori e colossi della stampa, che nel corso della campagna avevano definito Castillo un comunista, un chavista, un terrorista, tentando addirittura di addossargli la responsabilità morale di quanto avvenuto a due settimane dal ballottaggio: il massacro di sedici persone, tra cui due bambine, in uno sperduto villaggio della zona nota come Vraem, dove operano bande di narcotrafficanti. L'attribuzione della strage a una colonna dissidente di Sendero Luminoso lascia in realtà molti dubbi. Volantini rinvenuti sul luogo affermavano che "votare Keiko Fujimori è un tradimento": un messaggio fin troppo opportuno per alimentare la paura dell'elettorato centrista.

20/7/2021


Processo Condor, la Cassazione conferma gli ergastoli

Quattordici ergastoli. La sentenza della Cassazione del 9 luglio ha messo la parola fine al processo per le violazioni dei diritti umani commesse nell'ambito del Plan Cóndor, il coordinamento criminale tra le dittature del Cono Sur negli anni Settanta e Ottanta. Respinti tutti i ricorsi contro le condanne pronunciate in Corte d'Appello, dovranno scontare il carcere a vita tre cileni e undici uruguayani che sequestrarono, torturarono e uccisero numerosi oppositori di origine italiana. In questo, come era già avvenuto in altri due processi contro repressori argentini, è stato fatto ricorso all'articolo 8 del Codice Penale, che consente di giudicare i responsabili di delitti compiuti all'estero contro nostri connazionali. Allo stesso modo è stato possibile condannare l'italo-uruguayano Jorge Néstor Troccoli, ex membro dei servizi segreti della marina militare di Montevideo, anche per la sparizione di una ventina di cittadini uruguayani.

Il Processo Condor era iniziato nel 1999 e aveva conosciuto lunghi anni di fase preliminare. Nel 2017 il primo grado di giudizio si era concluso con otto condanne e diciannove assoluzioni. Situazione ribaltata in appello, dove gli ergastoli comminati erano stati 24. Quattro dei condannati (di cui uno deceduto) non hanno fatto ricorso e la sentenza a loro carico è stata automaticamente confermata, tre sono morti nel frattempo e per altri tre, di nazionalità peruviana, il procedimento è stato stralciato per mancanza della documentazione necessaria. In attesa delle richieste di estradizione, per ora solo Troccoli, rifugiato da anni in Italia per sfuggire alla giustizia uruguayana, è stato arrestato e rinchiuso in una cella del penitenziario di Salerno.

"Provo una grande gioia e una grande emozione perché è stata fatta giustizia, perché siamo arrivati alla conclusione di un processo che è durato più di vent'anni. Una grande gioia per tutti i familiari delle vittime che oggi hanno avuto giustizia. Ma penso anche ai familiari di tutti quei desaparecidos che la giustizia non l'hanno avuta, che continuano a chiederla nei tribunali uruguayani - ha commentato Zelmar Michelini, figlio dell'omonimo dirigente assassinato a Buenos Aires nel 1976 - Questa conferma delle condanne apre un campo nuovo per cercare altre vie di giustizia in Italia, se in Uruguay non la si ottiene".

Anche Jorge Ithurburu, presidente di 24marzo.it, l'organizzazione che in questi anni ha sostenuto lo sforzo dei familiari, ha dichiarato la sua soddisfazione per il risultato e ha voluto ricordare l'avvocato Marcello Gentili, scomparso nel febbraio 2020. Già legale della famiglia di Giuseppe Pinelli e dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine, Gentili - insieme al collega Giancarlo Maniga - si era fortemente impegnato nel Processo Condor. Nel 2010 il governo di Buenos Aires gli aveva conferito l'Orden de Mayo, una delle più alte onorificenze argentine, per la sua lotta contro l'impunità.

10/7/2021


Cuba, bocciato all'Onu il blocco Usa

Anche quest'anno l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha sonoramente bocciato il blocco economico, commerciale e finanziario che da 59 anni gli Stati Uniti impongono a Cuba. Il 23 giugno la risoluzione che chiede la fine del provvedimento di Washington contro l'isola ha ottenuto 184 voti a favore, tre astensioni (Brasile, Colombia e Ucraina) e solo due contrari: Usa e Israele. Un copione che si ripete, con poche varianti, dal 1992 - con l'unica interruzione dello scorso anno a causa della pandemia - e che si è sempre concluso con la sconfitta statunitense. Ma non per questo la Casa Bianca appare intenzionata a rivedere la sua politica.

Una politica che l'amministrazione Biden non ha modificato e che nell'attuale situazione ha conseguenze ancora più drammatiche. Il blocco, si afferma nel documento letto dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, "obbliga il nostro paese a lottare contro la peggiore pandemia di questi decenni e contro il sistema di misure coercitive più prolungato e ampio della storia. Non esiste alcuna giustificazione per simile crudeltà". Secondo i calcoli, le perdite subite dall'isola in questi anni ammontano a 147.853 milioni di dollari, cifra che sale a oltre un miliardo considerando il deprezzamento della valuta Usa in rapporto all'oro sul mercato internazionale. Al di là dei numeri, "non è possibile quantificare l'angoscia di un cubano che non può avere accesso a un farmaco specifico perché un'entità statunitense si è rifiutata o ha proibito l'invio dei prodotti necessari alla sua produzione. Non si può misurare l'impotenza provocata dall'impossibilità di concretizzare donazioni e acquisti realizzati all'estero per affrontare la pandemia perché le compagnie coinvolte nel trasporto hanno come azionista una società statunitense e temono di essere sottoposte a provvedimenti punitivi".

Tra gli strumenti fondamentali per far fronte al Covid-19 di cui l'isola scarseggia vi sono le siringhe. Un elemento che limita gravemente la possibilità di immunizzare la popolazione con i vaccini messi a punto dal Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología: Soberana II, che con due dosi garantisce una protezione del 62%, e Abdala, la cui efficacia a tre dosi supera il 92%.

E a causa del rafforzamento delle sanzioni imposte da Washington la governatrice del Banco Central, Marta Sabina Wilson González, ha annunciato il 10 giugno la sospensione temporanea dei depositi di dollari in effettivo, "un provvedimento indispensabile di protezione dell'economia, finché esisteranno gli ostacoli posti dal blocco a utilizzarli all'estero". La decisione cade in un periodo di crisi non solo per la mancanza di prodotti di base, ma anche per la forte svalutazione sofferta dal peso negli ultimi mesi.

24/6/2021


Messico, elezioni di medio termine e rapporti con gli Usa

Il 6 giugno i messicani hanno votato per rinnovare la Camera dei Deputati e per eleggere quasi la metà dei governatori degli Stati e migliaia di cariche locali. Ma queste elezioni di medio termine si sono trasformate in una sorta di referendum sulla gestione di López Obrador. Da una parte i partiti sostenitori di Amlo: Morena, Pt e Partido Verde Ecologista, riuniti nella coalizione Juntos Hacemos Historia. Dall'altra l'opposizione (Pan-Pri-Prd), raccolta nella vasta alleanza Va por México che alcuni commentatori definiscono "contro natura", unita solo dall'obiettivo di indebolire la compagine di governo.

Il tentativo non è riuscito: pur con qualche arretramento, del resto scontato dopo tre anni di gestione, il gruppo dei deputati pro-Amlo mantiene la maggioranza relativa, anche se non raggiunge la quota dei due terzi necessarja per introdurre riforme costituzionali, in particolare per rovesciare la politica di privatizzazioni introdotta nei sessenni precedenti. Tra i due blocchi si situa l'indipendente Movimiento Ciudadano, che mira a diventare l'ago della bilancia nel dibattito parlamentare. Non raggiungono invece il quorum del 3% i tre nuovi partiti che si erano presentati all'interno del movimento lopezobradorista: Redes Sociales Progresistas, Fuerza Por México ed Encuentro Solidario.

Per quanto riguarda i governi degli Stati, Morena e alleati ne conquistano 11 sui 15 in lizza. La proposta di Amlo ha guadagnato spazio presso i settori popolari storicamente abbandonati dalle politiche pubbliche e che ora beneficiano di importanti programmi sociali, mentre sembra registrare una perdita presso i ceti medi urbani. Soprattutto nella capitale, governata dalla morenista Claudia Sheinbaum, dove ha perso il controllo di parte delle 16 alcaldías in cui si divide la città: un dato che López Obrador addebita alla guerra sucia condotta contro di lui dalla stragrande maggioranza dei media, schierati con la destra imprenditoriale contro la Quarta Trasformazione.

Le elezioni, che hanno visto un'affluenza superiore al 52% (alta, trattandosi di un voto intermedio), si sono svolte in relativa calma, in contrasto con il clima di violenza dei mesi precedenti: oltre novanta esponenti politici di diversi schieramenti erano stati assassinati nel corso della campagna. Garantire la sicurezza dei cittadini, combattendo la penetrazione della delinquenza organizzata in molti Stati, rimane dunque una delle sfide centrali per l'esecutivo messicano.

Altro grande tema, il rapporto con gli Stati Uniti. Agli inizi di maggio López Obrador aveva denunciato l'invio di fondi dell'Usaid all'organizzazione Mexicanos contra la Corrupción y la Impunidad, nota per le sue iniziative contro la politica governativa. A tale proposito era stata inviata una nota diplomatica a Washington chiedendo il ritiro del finanziamento, definito un atto di ingerenza e una violazione della Costituzione messicana. A fine mese Amlo rivelava di non aver ricevuto alcuna risposta: "E' molto deplorevole che il governo statunitense non abbia preso sul serio la nostra petizione".

La riaffermazione della sovranità del paese è alla base della riforma alla Ley de Seguridad Nacional, proposta del governo e approvata nel dicembre scorso dal Congresso. Le nuove norme hanno posto chiari limiti alle attività delle agenzie d'informazione straniere: le ambasciate devono informare il Ministero degli Esteri sulla presenza in Messico di loro agenti; questi non godono più dell'immunità e non possono effettuare arresti o perquisizioni (pratiche abituali da parte della Dea). Per avere un'idea della situazione precedente basti pensare che nel 2010, durante la presidenza Calderón, in un edificio del centro della capitale era stata installata la Oficina Binacional de Inteligencia: vi operava personale della Cia, dell'Fbi e dei Dipartimenti statunitensi della Difesa, della Giustizia, della Sicurezza Interna e del Tesoro. E sotto Peña Nieto era stato approvato un decreto che autorizzava gli agenti stranieri a portare armi, con l'esclusione dei fucili d'assalto.

Nonostante questi problemi, almeno formalmente il governo Amlo e la nuova amministrazione Usa intrattengono relazioni di buon vicinato: lo dimostrano la cordiale conversazione telefonica tra López Obrador e Joe Biden in dicembre e la visita della vicepresidente Kamala Harris a Città del Messico l'8 giugno. Harris ha ripetuto la promessa di Biden di una politica "più umana" verso i migranti, che non ricorra solo a misure repressive, ma affronti le cause strutturali del fenomeno. Buone intenzioni, che mal si conciliano però con l'avvertimento che Kamala aveva lanciato il giorno prima in Guatemala a quanti pensavano di intraprendere il lungo cammino verso il nord: Non venite, perché sarete rispediti indietro.

10/6/2021


Colombia, "Il paese che sogniamo"

Tredici morti, molti dei quali - come testimoniano i video che ora circolano in Internet - uccisi da civili protetti dalle forze di sicurezza sono il tragico bilancio del 28 maggio a Cali. Si aggiungono alla sessantina di vittime, alle migliaia di feriti e alle centinaia di scomparsi, vittime della feroce repressione con cui il presidente Duque spera di fermare le massicce mobilitazioni antigovernative. I manifestanti però non si lasciano intimidire e da un mese occupano le piazze della capitale e delle principali città colombiane. Come recitava un cartello nelle vie di Bogotá: "Dall'altro lato della paura c'è il paese che sogniamo".

La rivolta è stata innescata dal paquetazo, il progetto di riforma tributaria presentato al Congresso dal governo, che avrebbe rovesciato sui settori popolari la crisi causata dalla pandemia. Prevedeva infatti di risanare le finanze pubbliche con l'aumento dell'Iva, che avrebbe comportato un rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, e con l'abbassamento della base impositiva, trasformando così in contribuenti anche lavoratori di basso reddito. Una provocazione, in un paese che lo scorso anno ha visto crescere la disoccupazione fino al 15,9% e che conta quasi la metà della popolazione in situazione di povertà. Il governo aveva lanciato nell'aprile 2020 l'Ingreso Solidario per le famiglie in estrema difficoltà, ma la cifra - che riceveranno fino a giugno - è quasi ridicola: l'equivalente di 43 dollari al mese, quando il salario minimo è di 259 dollari.

Il paquetazo includeva anche una tassa sulle grandi fortune, ma "quello che ci si attende di ricavare da qui non è confrontabile con quello che si pretende di ottenere dai ceti medi e bassi", spiega a Página/12 l'economista Jairo Estrada, docente presso l'Universidad Nacional de Colombia. E Diógenes Orjuela, segretario generale della Central Unitaria de Trabajadores, denuncia il mantenimento di "privilegi per le multinazionali per un ammontare di quasi 40 miliardi di pesos". Allo stesso tempo l'esecutivo intendeva acquistare 24 nuovi aerei da guerra del costo di quattro miliardi di dollari (la Colombia è, dopo il Brasile, lo Stato della regione con la spesa militare più alta).

Dal 28 aprile, giorno del Paro Nacional contro la riforma tributaria indetto da organizzazioni sociali e sindacali, cortei, blocchi stradali e attività artistiche di strada si susseguono quotidianamente con la partecipazione di lavoratori, comitati di quartiere, studenti, femministe, comunità indigene e afrodiscendenti. Duque si è ben presto visto costretto a ritirare il progetto di riforma, ma il suo passo indietro non è stato sufficiente. Adesso le richieste del Comité Nacional del Paro includono un reddito pari a un salario minimo per i colpiti dalla pandemia, la difesa della produzione nazionale, la cessazione dello sradicamento forzato delle coltivazioni illegali con prodotti cancerogeni come il glifosato, la fine delle privatizzazioni, sussidi alle piccole e medie imprese, accesso gratuito all'università, norme contro le discriminazioni di genere, di etnia, di orientamento sessuale. E soprattutto una condanna esplicita della violenta repressione contro dimostranti pacifici. A suscitare particolare sdegno è stato il caso di una giovane di 17 anni, suicidatasi a Popayán dopo essere stata arrestata e stuprata da agenti dell'Esmad, il famigerato Escuadrón Móvil Antidisturbios.

Per risolvere la crisi Duque ha anche accettato di incontrare i rappresentanti del Comité Nacional del Paro, ma finora le riunioni non hanno prodotto alcun risultato. Del resto la volontà di dialogo delle autorità viene smentita dall'accentuarsi della risposta repressiva e dalla militarizzazione di città e interi dipartimenti. L'unico passo avanti è stato il ritiro, da parte del Congresso, del contestato progetto di riforma sanitaria, che avrebbe accentuato la privatizzazione del settore.

Alle violenze dello Stato si affiancano quelle dei gruppi paramilitari. Il 10 maggio a Cali uomini armati, a bordo di veicoli di grossa cilindrata, hanno aperto il fuoco contro la marcia indigena che stava entrando in città, ferendo dieci persone. Come ha denunciato il Consejo Regional Indígena del Cauca, le camionette della minga sono state "attaccate da una turba uribista con l'appoggio della forza pubblica". E non cessano gli omicidi selettivi: difensori dei diritti umani, leader sociali e comunitari continuano ad essere assassinati (68 dall'inizio del 2021).

Molte anche le vittime tra gli ex combattenti delle Farc: già 275 dalla firma degli accordi, come denuncia un comunicato di Comunes (il nuovo nome che da gennaio ha assunto il partito sorto dalla disciolta organizzazione guerrigliera). E il 17 maggio il comandante Jesús Santrich è caduto in un'imboscata dell'esercito colombiano in territorio venezuelano. Santrich aveva sostenuto con forza il processo di pace e aveva anche occupato un seggio nel Congresso, ma aveva poi deciso di riprendere le armi dopo aver constatato il mancato compimento dei patti da parte del governo.

30/5/2021


Cile, gli indipendenti in maggioranza nella Costituente

Con una Costituente in cui sono rappresentati in modo paritario uomini e donne, i cileni si preparano a seppellire definitivamente l'eredità di Pinochet. La composizione della Convención Constituyente uscita dalle urne del 15 e 16 maggio riflette una schiacciante sconfitta della destra, che pensava di essersi garantita una sorta di "potere di veto" imponendo la regola dei due terzi per l'approvazione degli articoli della nuova Carta Magna. Contando di ottenere il 35-40 per cento dei voti, era certa di poter impedire qualsiasi reale cambiamento del sistema. Ma gli elettori hanno deciso diversamente e l'alleanza Vamos por Chile, espressione della maggioranza attualmente al governo, ha dovuto accontentarsi di 37 seggi su 155.

A dominare la Convención saranno i 48 candidati che si erano presentati come indipendenti: ambientalisti, esponenti dei movimenti sociali, femministe, giornalisti, avvocati. A questi vanno aggiunti i 28 costituenti eletti per la sinistra, riunita nella lista Apruebo Dignidad (Revolución Democrática, Partido Comunista, Convergencia Social, Federación Regionalista Verde Social, Comunes, Igualdad). Deludente il risultato della Lista del Apruebo, l'alleanza comprendente tra gli altri il Partido Socialista, la Democracia Cristiana, il Ppd, che ha ottenuto 25 seggi. Una conferma della sfiducia dell'elettorato nei confronti di quel centrosinistra che, quando è stato al governo, non ha saputo fare i conti con il lascito dittatoriale. 17 seggi infine sono stati assegnati alle comunità native, che finora non godevano di alcuna forma di riconoscimento. L'affluenza è stata inferiore rispetto al referendum del 25 ottobre: solo il 43% degli aventi diritto si è recato alle urne.

Nella stessa tornata elettorale i cileni erano chiamati a scegliere sindaci, consiglieri comunali e, per la prima volta, i governatori delle sedici regioni amministrative in cui è diviso il paese. Finora esisteva la carica di intendente, di nomina presidenziale e con autonomia limitata. Anche questo voto ha riservato delle sorprese: i tre governatori eletti al primo turno (per gli altri si dovrà attendere il ballottaggio del 13 giugno) appartengono tutti all'opposizione: Rodrigo Mundaca Cabrera (Frente Amplio) nella regione di Valparaíso, Jorge Mauricio Flies (indipendente) in quella di Magallanes, Andreas Macias Palma (Ps) ad Aysén. E per quanto riguarda il voto comunale, a Santiago la comunista e femminista Irací Hassler Jacob ha sconfitto il sindaco uscente Felipe Alessandri, nipote dell'ex presidente conservatore Jorge Alessandri; a Valparaíso è stato rieletto l'indipendente Jorge Sharp Fajardo, dal 2006 uno dei protagonisti delle mobilitazioni studentesche.

La sconfitta nelle urne si aggiunge per il governo a quella subita a fine aprile in seguito alla bocciatura, da parte del Tribunal Constitucional, del suo ricorso contro la riforma che autorizzava il ritiro fino al 10% dei fondi privati versati per la pensione. La legge era stata promossa dall'opposizione e approvata dal Congresso per aiutare gli strati in difficoltà di fronte alla pesante crisi economica prodotta dalla pandemia. Il tentativo di bloccare il ritiro era stato accolto da proteste, barricate, cacerolazos, scontri con i carabineros ed è stato pagato a caro prezzo dal capo dello Stato, che ha visto crollare la sua popolarità al 9%. "In pratica è la fine del governo di Piñera - ha commentato la deputata del Partido Humanista Pamela Jiles - Il presidente potrà continuare non so per quanto tempo alla Moneda, ma resterà a vegetare".

18/5/2021


Nuove ingerenze negli affari interni boliviani

Pesante ingerenza di Washington nella politica boliviana dopo l'arresto, il 13 marzo, della ex presidente Jeanine Añez e di due suoi ministri per le loro responsabilità nel colpo di Stato del 2019 (in particolare Añez ordinò la sanguinosa repressione dei manifestanti contro il golpe). Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha esortato le autorità di La Paz a liberare gli arrestati in attesa di "un'indagine indipendente e trasparente sui diritti umani". Analoghi inviti sono venuti dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, dall'Organización de los Estados Americanos e dall'Unione Europea. E il 29 aprile il Parlamento Europeo ha approvato, con 396 voti a favore, 267 contrari e 28 astensioni, una risoluzione in cui si chiede la scarcerazione immediata di Añez e degli altri "prigionieri politici".

Sul fronte opposto il Grupo de Puebla ha appoggiato le detenzioni: "Quando si commettono atrocità contro il popolo i responsabili devono pagare. Senza giustizia né riparazione davanti alle violazioni dei diritti umani le società non risanano. Giustizia per il popolo boliviano, quello che è avvenuto è stato un colpo di Stato e deve essere giudicato". E il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, che il 24 marzo ha ricevuto a Città del Messico il suo omologo boliviano Arce, non ha usato mezzi termini: "In Bolivia c'è stata una rottura dell'ordine costituzionale. Il presidente Evo è stato obbligato a rinunciare ed è stato insediato un governo di fatto". Pochi giorni dopo oltre trenta leader latinoamericani, tra cui dodici ex capi di Stato (dai brasiliani Lula e Dilma Rousseff al paraguayano Fernando Lugo, dall'ecuadoriano Rafael Correa all'uruguayano José Mujica), hanno denunciato l'intromissione negli affari interni boliviani da parte del segretario generale dell'Oea, Almagro, che aveva proposto un intervento internazionale per riformare il sistema giudiziario del paese e indagare le denunce di corruzione.

Sul piano interno i movimenti sociali hanno espresso il loro sostegno all'arresto di Añez con mobilitazioni il 22 marzo in tutte le principali città. Migliaia di persone hanno raggiunto il centro di La Paz partendo da El Alto dove Arce, in un discorso, aveva assicurato il suo impegno a portare davanti ai giudici tutti i responsabili del golpe. Il nuovo presidente, insediatosi l'8 novembre, ha già dovuto affrontare importanti sfide per risollevare un paese in preda a una grave crisi socio-economica.

In pochi mesi il nuovo governo è riuscito a varare importanti provvedimenti per aiutare gli strati più bisognosi: ha introdotto il Bono contra el hambre, ha creato un nuovo regime di recupero dell'Iva per i redditi più bassi, ha aumentato le pensioni, ha ridotto il costo degli alimenti, ha imposto una tassa sulle grandi fortune. Allo stesso tempo ha ottenuto centinaia di migliaia di dosi di vaccino per far fronte all'emergenza sanitaria provocata dal Covid-19, ha disposto la riattivazione di progetti produttivi, come l'industria del litio, paralizzati per problemi tecnici (in realtà si sospetta fossero stati bloccati per deprezzarli e facilitarne così la privatizzazione) e ha restituito al mittente il prestito di 346,7 milioni di dollari che il Fondo Monetario Internazionale aveva concesso a pesanti condizioni al regime golpista.

Se il sostegno al Movimiento al Socialismo rimane indiscusso a livello nazionale, le elezioni dei governi dipartimentali mostrano una realtà diversa. Il ballottaggio dell'11 aprile conferma le difficoltà del Mas a livello locale: in marzo, al primo turno, aveva vinto solo in tre dipartimenti su nove (Cochabamba, Oruro e Potosí) e al secondo turno è stato sconfitto nei quattro ancora in disputa e ha perso anche il controllo di importanti municipi. Resta comunque la principale forza politica del paese, di fronte a un'opposizione divisa. Degna di nota è l'affermazione di Jallalla Bolivia, raggruppamento emerso da una scissione del Mas, con cui la ex presidente del Senato Eva Copa, ha trionfato a El Alto e Santos Quispe, figlio di El Mallku (il dirigente contadino scomparso in gennaio), nel dipartimento di La Paz.

29/4/2021


Brasile, Lula riacquista i diritti politici

Il Supremo Tribunal Federal ha ratificato, il 15 aprile, l'annullamento delle condanne per corruzione contro Luiz Inácio Lula da Silva. A favore hanno votato otto degli undici giudici riuniti in seduta plenaria. Viene così confermata la sentenza del magistrato Luiz Edson Fachin, che l'8 marzo aveva dichiarato il tribunale di Curitiba incompetente a giudicare l'ex presidente e aveva ordinato che gli atti fossero trasferiti alla giustizia federale. La votazione non proclama l'innocenza di Lula, ma gli restituisce i diritti politici e quindi la possibilità di presentarsi candidato alle elezioni del 2022. E il 22 aprile sempre l'Alta Corte a maggioranza, convalidando quanto già aveva stabilito un mese prima la Seconda Sezione, ha riconosciuto la parzialità dell'ex giudice Sérgio Moro nei confronti di Lula, smontando definitivamente il castello di false accuse costruito nell'ambito dell'inchiesta Lava Jato.

"E' una vittoria del diritto sull'arbitrio. E' il ripristino del debito processo legale e della credibilità del potere giudiziario in Brasile", affermano in una nota gli avvocati difensori dell'ex presidente, Cristiano Zanin Martins e Valeska Teixeira Martins, che accusano Sérgio Moro di aver utilizzato la carica di giudice "per promuovere una vera e propria crociata contro Lula al fine di incriminarlo e condannarlo senza prove, con l'obiettivo di escluderlo dalle presidenziali del 2018 e dalla vita politica".

La storica decisione del Supremo Tribunal Federal è un'ulteriore sconfitta per Bolsonaro, già messo alle corde dalla crisi sanitaria del paese. Una crisi resa drammatica dall'atteggiamento negazionista del capo dello Stato, che si è sempre scagliato contro l'uso della mascherina e le misure di lockdown adottate da alcuni Stati. La seconda ondata dei contagi da Covid-19 vede il Brasile con il maggior tasso di mortalità di tutto il continente, mentre la campagna di vaccinazione prosegue a ritmo lento e in molte zone mancano medicinali e bombole di ossigeno. Intanto il Senato ha avviato una commissione parlamentare d'inchiesta per verificare le responsabilità del governo nella fallimentare gestione della pandemia.

Per cercare di risollevare la credibilità dell'esecutivo Bolsonaro aveva designato in marzo, alla guida del Ministero della Salute, il cardiologo Marcelo Queiroga al posto del generale dell'esercito Eduardo Pazuello. Sempre in marzo il ministro degli Esteri, Ernesto Araújo, era stato costretto a dimettersi (e a lasciare l'incarico all'ex ambasciatore in Francia, Carlos Alberto Franco) in seguito a pressioni provenienti anche da settori filogovernativi. Esponente dell'ala ideologica del bolsonarismo, Araújo si era distinto per la sua fanatica lotta al comunismo e le sue pesanti critiche a paesi come la Cina, importante socio commerciale del Brasile.

Altro cambio della guardia al dicastero della Difesa, dove Fernando Azevedo e Silva era stato sostituito dal generale della riserva Walter Souza Braga Netto. Azevedo e Silva sarebbe stato "licenziato" per essersi rifiutato di assumere le posizioni pretese dal capo dello Stato, in particolare per non essersi pronunciato contro il potere giudiziario dopo il verdetto a favore di Lula. In segno di solidarietà con il ministro uscente i comandanti dell'esercito, della marina e dell'aviazione avevano rimesso i loro incarichi, riaffermando il ruolo delle forze armate come istituzioni dello Stato: un modo per prendere le distanze da quelle avventure golpiste ipotizzate non troppo velatamente da Bolsonaro. Indebolito dalla crescente perdita di popolarità e di fronte al rischio che le richieste di impeachment prosperino nel Congresso, il presidente ha deciso allora di gratificare di incarichi governativi i parlamentari del cosiddetto Centrão, gruppo di partiti notoriamente pronti a sostenere chiunque garantisca loro adeguate prebende.

23/4/2021


Cuba, Raúl Castro passa il testimone

"Per quanto mi riguarda, concludo il mio compito come primo segretario del Comité Central del Partido Comunista de Cuba, con la soddisfazione di aver compiuto il mio dovere e la fiducia nel futuro della patria". Così Raúl Castro il 16 aprile, nel primo giorno dell'Ottavo Congresso del Pcc, ha annunciato il suo ritiro dalla carica che aveva assunto dieci anni fa. "Niente mi obbliga a questa decisione. Credo con fervore nella forza e nel valore dell'esempio e nella comprensione dei miei compatrioti e che nessuno dubiti: finché avrò vita, sarò pronto con il piede nella staffa per difendere la patria, la rivoluzione e il socialismo".

Nel suo discorso di congedo Raúl si è riferito anche ai rapporti tra Cuba e Stati Uniti, facendo appello a un "dialogo rispettoso" tra i due paesi. L'elezione di Joe Biden aveva fatto sperare in un rinnovato disgelo, ma finora dalla nuova amministrazione non sono venuti segnali molto incoraggianti. In marzo la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva affermato che un cambiamento nella politica verso l'isola non era tra le priorità di Biden. Questo nonostante pochi giorni prima un'ottantina di parlamentari democratici avessero sollecitato al presidente un mutamento di rotta, di fronte alle "crudeli" restrizioni imposte dal suo predecessore Donald Trump. Sempre in marzo il Dipartimento di Stato, nel suo rapporto annuale sui diritti umani, aveva accusato il governo dell'Avana di limitare la libertà d'espressione e aveva denunciato l'uso di torture ed esecuzioni sommarie contro gli oppositori. "Ricorrono all'infame retorica di sempre per calunniare un'isola eroica che soffre un blocco criminale imposto dal governo degli Stati Uniti, un blocco che causa un enorme danno al popolo cubano", era stata la ferma risposta del presidente Díaz-Canel.

I lavori del Congresso, alla presenza di trecento delegati in rappresentanza di ogni parte del paese, si sono conclusi il 19 aprile con la nomina del nuovo Comitato Centrale, che ha poi eletto a scrutinio segreto il successore di Raúl Castro: sarà Miguel Díaz-Canel, primo dirigente civile ad assumere la guida del Pcc. Dall'Ufficio Politico, composto da tre donne e undici uomini, escono altri esponenti della vecchia guardia rivoluzionaria: José Ramón Machado Ventura, finora numero due del partito, e il comandante Ramiro Valdés, che comunque mantiene il suo incarico di governo come viceprimo ministro. Confermato invece il ministro della Difesa Alvaro López Miera, che da adolescente lottò accanto a Fidel.

20/4/2021


Perù, Keiko e Castillo al ballottaggio

Una votazione dagli esiti estremamente imprevedibili, con ben diciotto candidati alla presidenza di cui almeno sei che - secondo i sondaggi - avevano possibilità di giungere al secondo turno. Alla fine dalle urne sono usciti i nomi di Pedro Castillo (Perú Libre), maestro rurale di sinistra finora pressoché sconosciuto, e Keiko Fujimori (Fuerza Popular), la figlia dell'ex dittatore, che si disputeranno il ballottaggio il 6 giugno. L'11 aprile Castillo ha ottenuto il 19% dei consensi, contro il 13,3% di Keiko, ma questo non gli garantisce la vittoria. Al terzo, quarto e quinto posto infatti si sono classificati l'ultraconservatore Rafael López Aliaga detto Porky (11,6%), l'economista neoliberista Hernando de Soto (11,5%) e Yonhy Lescano (9,1%), del partito di centrodestra Acción Popular. Solo sesta Verónika Mendoza (7,8%), del raggruppamento progressista Juntos por el Perú.

Su chi confluiranno i voti degli esclusi? Contro Castillo, considerato un "pericoloso radicale" e accusato addirittura di essere legato al braccio politico di Sendero Luminoso, si sono già espressi esponenti di destra e centrodestra. Lo scrittore Vargas Llosa è arrivato a sostenere Keiko Fujimori, definendola "il male minore". Per la leader di Fuerza Popular la conquista del governo del paese significherebbe anche una garanzia di libertà personale: la Procura infatti sta preparando il suo rinvio a giudizio per criminalità organizzata, riciclaggio e ostruzione alla giustizia, reati per i quali intende chiedere una condanna a trent'anni.

Quanto al maestro, può contare sull'appoggio delle regioni andine dell'interno mentre appare debole nelle zone urbane, dove Juntos por el Perú ha raccolto la maggior parte dei consensi presso l'elettorato di sinistra. Molto vicini sulla necessità di cambiare il modello economico neoliberista e la Costituzione imposta da Alberto Fujimori, Castillo e Mendoza sono assai distanti sul tema dei diritti: il primo mantiene infatti posizioni contrarie alle politiche sulla parità di genere, alla legalizzazione dell'aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

18/4/2021


Ecuador, le ragioni della sconfitta di Arauz

Contrariamente alle indicazioni dei sondaggi, l'11 aprile il banchiere Guillermo Lasso ha vinto le presidenziali in Ecuador. Per colmare il divario che lo separava dall'avversario Andrés Arauz, ottenendo oltre il 52% dei consensi, ha potuto contare su parte dei suffragi che nel primo turno erano andati al candidato del partito Pachakutik, Yaku Pérez, e a Xavier Hervas, di Izquierda Democrática. Un risultato della feroce campagna anticorreista portata avanti da tutti i principali media e della politica di persecuzione e di lawfare con cui il governo di Lenín Moreno ha cercato di cancellare ogni eredità del suo predecessore.

Dopo il voto del 7 febbraio Pérez ha insistito su presunti brogli che gli avrebbero impedito di passare al ballottaggio, chiedendo l'annullamento del primo turno e arrivando a sollecitare l'intervento delle forze armate. E si è fatto portavoce delle accuse di finanziamento da parte della guerriglia colombiana dell'Eln ad Arauz, una fake news costruita dalla destra internazionale contro l'esponente correista. Fallito il tentativo di rientrare in gioco, Pérez è riuscito a ottenere che la Conaie, la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, prendesse posizione a favore del "voto nullo ideologico".

Per la sconfitta di Arauz è stato dunque determinante il mancato appoggio di una parte delle comunità originarie, cadute nella trappola di un indigenismo creato a Washington. Come scrive lo scrittore e saggista uruguayano Jorge Majfud, gli Stati Uniti hanno scoperto il potenziale politico del movimento indigeno e hanno cominciato a sovvenzionarlo con generose donazioni "attraverso fondazioni come la National Endowment for Democracy e l'Usaid, che ha operato nel paese con un bilancio annuale di quasi quaranta milioni di dollari (...) Il bilancio della Cia e della Nsa è asceso a decine di migliaia di milioni di dollari all'anno, simile al pil di uno o due paesi centroamericani. (...) Ora in Ecuador sono anche benefattori del 'giornalismo indipendente' e di gruppi come la Fondazione Q’ellkaj che, con il proposito di 'rafforzare la gioventù indigena e le sue capacità imprenditoriali', si è trasformata in una ferrea avversaria del governo di Rafael Correa. Nel 2005 un gruppo composto da Norman Bailey (agente della Cia e consulente di diverse compagnie internazionali come la Mobil International Oil) fondò la Corporazione Imprenditoriale Indigena dell'Ecuador (Ceie). Una ricerca di Eva Golinger rivelerà che quattro dei cinque fondatori del gruppo indigenista d'opposizione, Ceie, hanno collegamenti diretti con il governo degli Stati Uniti: Angel Medina, Fernando Navarro, Raúl Gangotena e Lourdes Tibán".

"Pachakutik è legato alla destra, i dirigenti continuano ad appoggiare la destra", ha dichiarato recentemente il presidente della Conaie, Jaime Vargas, che alla vigilia del ballottaggio ha invitato a votare per Arauz (e per tale ragione è stato estromesso dal partito). La denuncia di Vargas è condivisa da Leonidas Iza, tra i più noti dirigenti della Confederazione. E' così venuta allo scoperto la frattura in seno al movimento indigeno, già evidenziata all'atto della scelta di Pérez come candidato: sia Vargas che Iza sostengono che tale decisione non venne presa dalle comunità rappresentate nella Conaie, ma solo dai coordinatori di Pachakutik. Che scelsero un personaggio dall'ambiguo ecologismo, vicino alle posizioni dell'élite finanziaria e allineato a Washington in politica estera.

La vittoria di Lasso prefigura un approfondimento della svolta neoliberista nel paese, già intrapresa da Moreno dopo il tradimento del programma con cui era stato eletto. E a spianare la strada si preannuncia la privatizzazione del Banco Central, un progetto che potrebbe concretizzarsi ancor prima del passaggio dei poteri il 24 maggio.

13/4/2021


Paraguay, le atrocità delle forze speciali

Per tutto il mese di marzo sono continuate le manifestazioni ad Asunción, specie nella Plaza de Armas di fronte al Congresso. La destituzione del presidente Mario Abdo Benítez è chiesto a gran voce dal movimento sindacale, dalle femministe, dagli studenti, che gli rimproverano i numerosi casi di corruzione e una politica economica iperliberista che ha impoverito ancora di più la popolazione. A tutto questo si è aggiunta una pessima gestione della pandemia: negli ospedali mancano i medicinali, i letti, i dispositivi di protezione contro il contagio, come hanno denunciato i lavoratori della sanità e i familiari dei malati. Ma una richiesta di impeachment del capo dello Stato e del suo vice, Hugo Velázquez, è stata respinta mercoledì 17 dalla Camera con 42 voti contro 36 (due gli assenti). Il processo politico, promosso dal Partido Liberal Radical Auténtico (Plra) e da altre formazioni minori d'opposizione, non ha potuto contare sull'appoggio di una frazione del Partido Colorado che, pur critica con Abdo, alla fine non gli ha fatto mancare il suo sostegno.

E' la seconda volta che il capo dello Stato viene messo sotto accusa in Parlamento: era accaduto nell'agosto di due anni fa, dopo la firma di un accordo segreto per la vendita di energia al Brasile, accordo che conteneva condizioni troppo favorevoli per il governo Bolsonaro. La sudditanza di Asunción nei confronti di Brasilia non è sorprendente, vista la vicinanza ideologica tra i due presidenti: l'elezione nel 2018 di Abdo Benítez, figlio dell'ex segretario privato del dittatore Stroessner, ha rappresentato una conferma dell'ala più reazionaria dell'oligarchia, composta da grandi proprietari (secondo dati di Oxfam, l'1,6% della popolazione possiede l'80% delle terre) che alle rivendicazioni contadine hanno sempre risposto con la violenza delle squadracce.

La situazione nelle campagne si è fatta ancor più drammatica con la carta bianca data alle forze speciali nella lotta contro la guerriglia dell'Epp (Ejercito del Pueblo Paraguayo) che opera nel nord del paese, una zona abitata da comunità indigene guaraní. Il 2 settembre dello scorso anno i soldati hanno rivendicato l'uccisione di due guerrigliere cadute in combattimento: si trattava in realtà di due cuginette argentine di undici e dodici anni, giunte all'accampamento per incontrarsi coi propri genitori. Le foto dei piccoli cadaveri, vestiti con l'uniforme dei combattenti, sono state inviate alla stampa come prova della vittoria militare su un pericoloso nucleo di "terroristi" e il capo dello Stato ha celebrato il successo dell'operazione. In seguito i corpi sono stati sotterrati in tutta fretta: secondo i famliari si è voluto così nascondere che le bambine erano state torturate. Una terza cuginetta, la quattordicenne Lichita, in fuga nonostante una ferita alla gamba, è stata vista per l'ultima volta a fine novembre: testimoni affermano che è stata catturata dai soldati. Da allora si susseguono le mobilitazioni per chiedere notizie sulla sua sorte e giustizia per le due piccole.

Una settimana dopo la morte delle bimbe, l'Epp ha sequestrato l'ex vicepresidente Oscar Denis. Per la sua liberazione è stata chiesta la distribuzione di alimenti alle comunità indigene e la scarcerazione dei comandanti Alcides Oviedo e Carmen Villalba, i genitori di Lichita. Di fronte agli scarsi risultati ottenuti dalle forze speciali nella lotta alla "sovversione", un parlamentare colorado ha chiesto ufficialmente la cooperazione militare statunitense, ricordando che il Paraguay "è sempre stato un alleato strategico" di Washington.

28/3/2021


El Salvador, Bukele conquista la maggioranza in Parlamento

Le elezioni parlamentari del 28 febbraio hanno segnato un rafforzamento del presidente Nayib Bukele: il suo partito Nuevas Ideas ottiene ben 56 seggi e conta così sulla maggioranza dei due terzi nell'Asamblea Legislativa di 84 deputati. In tal modo potrà nominare senza problemi un terzo dei giudici della Corte Suprema, il procuratore generale e i membri della Corte dei Conti e persino promuovere riforme della Costituzione, che finora proibisce un secondo mandato presidenziale. Sempre il 28 febbraio, nelle consultazioni municipali, Nuevas Ideas ha conquistato il governo di tredici (su 14) capoluoghi di dipartimento, compresa la capitale, San Salvador.

C'è da attendersi dunque un consolidamento della gestione autoritaria di Bukele, che è solito comunicare le sue decisioni via Twitter e che in passato è stato al centro di aspri conflitti istituzionali: nel febbraio dello scorso anno fece irruzione nella sede del Parlamento, scortato da militari e agenti di polizia, per "sollecitare" l'approvazione di finanziamenti aggiuntivi per la lotta alla criminalità. Il capo dello Stato sarà inoltre al riparo dalle accuse sulla poco trasparente destinazione dei fondi pubblici: finora si è rifiutato di rivelare come sia stato speso il credito concesso dal Fondo Monetario Internazionale per affrontare la pandemia (si sospetta che sia servito a finanziare la campagna elettorale di Nuevas Ideas e della formazione alleata Gana, Gran Alianza por la Unidad Nacional). Da notare che il debito estero del paese costituisce il 90% del pil.

Nella nuova Asamblea Legislativa il gruppo predominante di Nuevas Ideas sarà affiancato da 14 deputati di Arena (Alianza Republicana Nacionalista), cinque di Gana, quattro del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, due del Pcn (Partido de Concertación Nacional) e uno ciascuno di altre tre formazioni. Il voto del 28 febbraio ha rappresentato dunque una sonora sconfitta per l'unica forza di sinistra, il Fmln, protagonista negli ultimi tempi di una svolta moderata che ha indebolito la sua proposta di cambiamento.

Durante la campagna elettorale il Frente è stato oggetto di una campagna di odio fomentata dal governo, che a fine gennaio ha portato all'uccisione di due suoi militanti, attaccati a colpi d'arma da fuoco da elementi della sicurezza nel pieno centro di San Salvador. Pochi giorni prima il presidente aveva criticato gli accordi di pace del 1992, da lui definiti "un patto tra corrotti": un tentativo di riscrivere la storia screditando il partito sorto dal movimento guerrigliero. In questa posizione Bukele ha naturalmente l'appoggio delle forze armate, che lo scorso anno hanno rifiutato alla magistratura l'accesso agli archivi militari sul massacro di El Mozote (l'uccisione nel 1981 di un migliaio di civili da parte dei soldati del battaglione Atlacatl).

3/3/2021


Haiti, nuove manifestazioni contro Moïse

Il 7 febbraio avrebbe dovuto terminare il mandato dell'attuale capo dello Stato, ma Jovenel Moïse sostiene che la sua presidenza scadrà solo nel 2022, perché la sua prima vittoria era stata annullata per brogli e l'insediamento era avvenuto un anno dopo. La Costituzione però proibisce espressamente un'estensione del periodo presidenziale anche quando l'assunzione dei poteri sia avvenuta oltre la data stabilita.

Denunciando un presunto tentativo di golpe, Moïse ha ordinato il pensionamento di tre magistrati della Cassazione a lui ostili, tra cui Joseph Mécène Jean-Louis, il membro più anziano della Corte, e Yvickel Dabrésil. Quest'ultimo è stato arrestato, insieme a una ventina di altri oppositori, e liberato qualche giorno dopo. Il presidente, esponente del partito Tèt Kale (destra), conta sul sostegno dell'esercito e sull'appoggio della comunità internazionale, in particolare dell'amministrazione statunitense. Dal gennaio dello scorso anno governa per decreto perché il mandato del Parlamento è scaduto e le elezioni legislative sono state rinviate a data da destinarsi.

"La democrazia è minacciata e lo Stato di diritto è in pericolo", hanno affermato i leader dell'opposizione, che hanno nominato il giudice Mécène presidente ad interim e hanno invitato la popolazione a scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Moïse. Il mese di febbraio è stato contrassegnato da numerose mobilitazioni, culminate domenica 28 quando una folla immensa ha invaso Port-au-Prince e altre importanti città, sfidando lo stato d'assedio, per protestare contro la gestione dittatoriale del presidente e per chiedergli conto dei fondi per lo sviluppo inviati dal Venezuela tramite PetroCaribe, fondi che Moïse si sarebbe intascato. Da notare che, nonostante gli aiuti ricevuti dal governo bolivariano, Haiti non ha mai riconosciuto l'elezione di Maduro.

1/3/2021


L'Ecuador verso il ballottaggio

Come previsto il primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi il 7 febbraio, si è concluso con una netta vittoria di Andrés Arauz (Unión por la Esperanza), non sufficiente tuttavia per evitare il ballottaggio: Arauz avrebbe dovuto infatti ottenere la maggioranza dei voti, oppure raggiungere il 40% con dieci punti di differenza rispetto al secondo classificato. Il suo è stato comunque un successo non indifferente, visti i tanti ostacoli che le autorità elettorali avevano posto sul suo cammino nel tentativo di invalidarne la lista. Solo in dicembre il binomio formato dall'economista Arauz e dal giornalista Carlos Rabascall aveva ottenuto il via libera del Cne, il Consejo Nacional Electoral, che aveva respinto l'ennesimo ricorso basato su pretesti volti a impedire il ritorno del correismo alla guida del paese.

Prima ancora era stata respinta la candidatura di Rafael Correa alla carica di vicepresidente al posto di Rabascall: il motivo addotto era l'impossibilità per l'ex presidente, che vive attualmente in Belgio, di presentare di persona l'iscrizione alla contesa elettorale, dopo la condanna per corruzione aggravata in un chiaro caso di lawfare. A questo si erano aggiunte le accuse per il tentato sequestro in Colombia di Fernando Balda, ex parlamentare dell'opposizione. Un'imputazione montata ad arte: un ex agente, fuggito in Argentina, aveva confessato di aver ricevuto pressioni dal governo Moreno per indicare Correa come mandante del rapimento. Infine, per cercare di bloccare una volta per tutte la vittoria della lista correista, il falso scoop della rivista colombiana Semana sui finanziamenti del gruppo guerrigliero Eln alla campagna di Arauz. Nonostante i contenuti dell'articolo siano stati messi in dubbio da una giornalista della stessa rivista, il procuratore colombiano Barbosa (legato al partito di Iván Duque) si è recentemente recato a Quito con "informazioni" in proposito.

Il 9 febbraio, dopo un'altalena di annunci, smentite e parziali riconteggi, il Cne ha convalidato i risultati del primo turno: Andrés Arauz Galarza 32,72; Guillermo Lasso Mendoza 19,74; Yaku Pérez 19,38%. L'11 aprile dunque il ballottaggio sarà tra Arauz e Lasso. Ma la destra non sembra rassegnata di fronte alla possibile vittoria progressista e sta giocando le sue ultime carte. Non solo le fake news provenienti da Bogotá: Correa ha infatti denunciato un "colpo di Stato" dopo la decisione della Procura Generale di ritirare i computer delle autorità elettorali per realizzare una perizia giudiziaria del sistema informatico, in seguito alle denunce di brogli avanzate da Pérez. E' un tentativo di "impedire il secondo turno", ha accusato l'ex presidente. E la guerra sucia non si ferma qui: Moreno, negando ogni responsabilità nella drammatica situazione creatasi all'interno delle prigioni a causa della riduzione dei finanziamenti al sistema carcerario e del conseguente affollamento dei penitenziari, ha affermato che i sanguinosi scontri tra bande di reclusi avvenuti negli ultimi giorni (con un bilancio di 79 morti) sono stati orchestrati dal correismo.

Lenín Moreno teme un ritorno al passato perché rischia di essere chiamato a rispondere davanti alla giustizia di una serie di atti di corruzione: per questo sta già preparando la sua futura destinazione in Svizzera, dove ha depositato numerosi conti bancari. Lascia un paese in preda a un'acuta crisi economica e sanitaria, con un forte debito estero e le risorse nazionali nelle mani del capitale straniero. La sua politica potrebbe essere continuata dal banchiere Guillermo Lasso, candidato dell'alleanza Creo-Partido Social Cristiano. Lasso, membro dell'Opus Dei, è associato a decine di imprese in paradisi fiscali e presidente di Ecuador Libre, fondazione che fa parte di Atlas Network (rete che raggruppa la destra continentale).

L'incognita del secondo turno è legata all'elettorato di Yaku Pérez, del Movimiento de Unidad Plurinacional Pachakutik. L'ex governatore della provincia di Azuay ed ex presidente di Ecuarunari (la Confederación de Pueblos de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador che è parte integrante della Conaie), è un personaggio ambiguo: si presenta come ecologista di sinistra, espressione di quel movimento indigeno protagonista della rivolta dell'ottobre 2019 contro il neoliberismo del governo Moreno, ma in realtà propugna politiche favorevoli all'élite finanziaria e imprenditoriale, come l'eliminazione delle imposte sull'esportazione di divise, e - in linea con l'ambasciata statunitense con cui ha ottimi rapporti - attacca senza mezzi termini Cuba e il Venezuela. Al ballottaggio del 2017 aveva invitato le comunità originarie a votare Lasso. Il consenso ricevuto, che l'ha quasi portato al secondo turno, ha costituito una vera e propria sorpresa e ora le sue indicazioni potrebbero essere determinanti presso l'elettorato indigeno, anche se due importanti leader della Conaie, Jaime Vargas e Leónidas Iza, hanno preso le distanze dalle sue posizioni.

Un'altra sorpresa del primo turno è rappresentata dal risultato del semisconosciuto Xavier Hervas, di Izquierda Democrática, che ha ottenuto quasi il 16% dei suffragi puntando sul voto giovanile e sulle reti sociali, in particolare Tik Tok. Anche lui anticorreista, ha proposto a Lasso e Pérez un fronte elettorale per sconfiggere Arauz.

28/2/2021


Cuba, avviata l'unificazione monetaria

Dal primo gennaio il peso convertible (Cuc, pari a un dollaro) ha smesso di circolare lasciando posto unicamente al peso cubano (Cup), al cambio ufficiale di 24 pesos per un dollaro. L'unificazione monetaria era una delle misure previste all'interno delle riforme economiche promosse da Raúl Castro ed era stata annunciata già sette anni fa. Questo cambiamento "metterà il paese in migliori condizioni per portare a termine le trasformazioni richieste dall'attuazione del nostro modello economico e sociale, garantendo a tutti i cubani la maggiore uguaglianza di opportunità, diritti e giustizia sociale", ha affermato il presidente Díaz-Canel. Il nuovo ordinamento monetario è accompagnato da una revisione di salari e pensioni e dall'eliminazione di sussidi ritenuti eccessivi, mentre vengono mantenuti i prezzi centralizzati per alcuni prodotti e servizi di base quali combustibili, elettricità e latte per l'alimentazione infantile.

L'abolizione della doppia moneta "non costituisce la soluzione magica a tutti i problemi presenti nella nostra economia. Tuttavia favorirà la creazione delle condizioni necessarie per avanzare in maniera più solida", ha avvertito Díaz-Canel. La riforma "non è priva di rischi, uno dei principali è che si produca un'inflazione superiore a quella pronosticata, acutizzata dall'attuale deficit dell'offerta", ha aggiunto, assicurando comunque che non saranno consentite speculazioni sui prezzi e che i trasgressori andranno incontro a severe sanzioni.

Nel corso del 2020 il pil cubano ha registrato un calo dell'11%: tra le cause il crollo del turismo internazionale provocato della pandemia, la forte contrazione del commercio estero e l'inasprimento del bloqueo statunitense (tra le entità colpite la Western Union, la via legale per l'invio delle rimesse dei cubani all'estero). In dicembre Donald Trump ha imposto ulteriori restrizioni ad aziende cubane, compresa la Kave Coffee, l'impresa che commercializza il caffè Cubita. E il 2021 è iniziato con l'annuncio che anche con il Banco Financiero Internacional gli statunitensi non potranno più realizzare transazioni: un altro tentativo di togliere ossigeno all'economia dell'isola.

L'ennesimo attacco è stato sferrato l'11 gennaio, con l'inclusione di Cuba nell'elenco dei paesi "patrocinatori del terrorismo". Un'accusa ridicola, che però implica un ulteriore indurimento del blocco e pone ostacoli all'intenzione di Joe Biden di riprendere la politica di Obama. Era stato infatti l'ex presidente democratico, nel 2015, a cancellare Cuba dalla lista nera e ad avviare la normalizzazione con l'Avana. A meno di una settimana dal passaggio dei poteri a Washington, Trump ha infine annunciato sanzioni contro il Ministero dell'Interno e contro il suo titolare, il generale di brigata Lázaro Alvarez Casas, ritenuto responsabile di "gravi violazioni dei diritti umani".

Nonostante tutte le difficoltà dell'embargo, che rende difficile anche l'importazione di dispositivi sanitari, l'Avana è riuscita a tenere sotto controllo la propagazione del Covid-19: grazie alla diffusione della medicina territoriale, la situazione sull'isola è ben diversa da quella drammatica di altre nazioni del continente. Da marzo, quando furono individuati i primi casi, sono stati confermati circa 17.000 contagi e poco più di 160 morti. Prosegue intanto la ricerca sui vaccini: ben quattro sono attualmente in fase di sperimentazione e due in particolare, Soberana 01 e Soberana 02, in carico a un'équipe composta in grande maggioranza da donne, sono i più avanzati nello sviluppo. Il frutto di questo lavoro è destinato non solo alla popolazione cubana, ma ai paesi del sud del mondo.

16/1/2021


La scomparsa di Osvaldo Chato Peredo

Si è spento il 12 gennaio, a Santa Cruz, Osvaldo Chato Peredo Leigue, uno degli ultimi protagonisti della guerriglia guevarista in Bolivia. Era nato nel 1941 a Trinidad, nel dipartimento del Beni, ed era fratello di Coco e Inti, compagni di lotta di Guevara a Ñancahuazú (il primo morì in combattimento nel settembre del 1967; il secondo - sfuggito alla cattura dopo la sconfitta del gruppo guerrigliero - venne assassinato due anni dopo dalle forze repressive a La Paz). Dopo l'uccisione di Inti, Chato Peredo si assunse il compito di proseguire la battaglia dell'Ejército de Liberación Nacional, come raccontò lui stesso nel libro Volvimos a la montañas. Nel 2017 a Milano, in un'intervista presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, spiegava: "Nel 1970 raggiungemmo la selva con una colonna guerrigliera di 67 giovani sotto il mio comando: fu la cosiddetta Guerriglia di Teoponte, che nelle nostre intenzioni era la continuazione di quella del Che. Ci sconfissero militarmente, però già allora questa guerriglia aveva una caratteristica molto importante: la struttura di comando era fondamentalmente indigena e contadina. L’unico bianco ero io. Gli altri, Vilca, il comandante in seconda, Mamani, eccetera, tutti erano dirigenti indigeni e in gran parte campesinos. Furono gli antesignani del processo che stiamo vivendo oggi: un governo indigeno".

L'esperienza terminò quando il Chato cadde prigioniero. Per sua fortuna aveva assunto il potere il generale Juan José Torres, nazionalista di sinistra, che ordinò la cessazione delle condanne a morte. Costretto all'esilio, Peredo si recò nel Cile di Allende e visse in seguito in clandestinità gli anni delle dittature, entrando e uscendo segretamente da Cile, Bolivia e Argentina. Con il ripristino della democrazia nella regione poté tornare in patria, dove esercitò la sua professione di medico. In questo ambito approfondì i processi di regressione, sviluppando una tecnica per recuperare dal subcosciente le cause all'origine della malattia e divulgando tali studi nei libri El camino a casa e Deshipnosis.

Non abbandonò però la politica: entrato nel Movimiento al Socialismo, nel 2006 fu eletto regidor del municipio di Santa Cruz, città roccaforte dell'estrema destra. Per questo suo impegno soffrì diversi attentati: tentativi di linciaggio e di sequestro, lanci di molotov e di granate contro la sua casa. Per volontà della famiglia le sue ceneri saranno in parte portate a Cuba, in parte versate nel fiume Mamoré, nell'Amazzonia boliviana.

13/1/2021

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato