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La scomparsa di Osvaldo Chato Peredo  (13/1/2021)

 

Cuba

Avviata l'unificazione monetaria  (16/1/2021)

 

Ecuador

Le ragioni della sconfitta di Arauz  (13/4/2021)

L'Ecuador verso il ballottaggio  (28/2/2021)

 

El Salvador

Bukele conquista la maggioranza in Parlamento  (3/3/2021)

 

Haiti

Nuove manifestazioni contro Moïse  (1/3/2021)

 

Paraguay

Le atrocità delle forze speciali  (28/3/2021)

 

Perú

Keiko e Castillo al ballottaggio  (18/4/2021)

 


Perú, Keiko e Castillo al ballottaggio

Una votazione dagli esiti estremamente imprevedibili, con ben diciotto candidati alla presidenza di cui almeno sei che - secondo i sondaggi - avevano possibilità di giungere al secondo turno. Alla fine dalle urne sono usciti i nomi di Pedro Castillo (Perú Libre), maestro rurale di sinistra finora pressoché sconosciuto, e Keiko Fujimori (Fuerza Popular), la figlia dell'ex dittatore, che si disputeranno il ballottaggio il 6 giugno. L'11 aprile Castillo ha ottenuto il 19% dei consensi, contro il 13,3% di Keiko, ma questo non gli garantisce la vittoria. Al terzo, quarto e quinto posto infatti si sono classificati l'ultraconservatore Rafael López Aliaga detto Porky (11,6%), l'economista neoliberista Hernando de Soto (11,5%) e Yonhy Lescano (9,1%), del partito di centrodestra Acción Popular. Solo sesta Verónika Mendoza (7,8%), del raggruppamento progressista Juntos por el Perú.

Su chi confluiranno i voti degli esclusi? Contro Castillo, considerato un "pericoloso radicale" e accusato addirittura di essere legato al braccio politico di Sendero Luminoso, si sono già espressi esponenti di destra e centrodestra. Lo scrittore Vargas Llosa è arrivato a sostenere Keiko Fujimori, definendola "il male minore". Per la leader di Fuerza Popular la conquista del governo del paese significherebbe anche una garanzia di libertà personale: la Procura infatti sta preparando il suo rinvio a giudizio per criminalità organizzata, riciclaggio e ostruzione alla giustizia, reati per i quali intende chiedere una condanna a trent'anni.

Quanto al maestro, può contare sull'appoggio delle regioni andine dell'interno mentre appare debole nelle zone urbane, dove Juntos por el Perú ha raccolto la maggior parte dei consensi presso l'elettorato di sinistra. Molto vicini sulla necessità di cambiare il modello economico neoliberista e la Costituzione imposta da Alberto Fujimori, Castillo e Mendoza sono assai distanti sul tema dei diritti: il primo mantiene infatti posizioni contrarie alle politiche sulla parità di genere, alla legalizzazione dell'aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

18/4/2021


Ecuador, le ragioni della sconfitta di Arauz

Contrariamente alle indicazioni dei sondaggi, l'11 aprile il banchiere Guillermo Lasso ha vinto le presidenziali in Ecuador. Per colmare il divario che lo separava dall'avversario Andrés Arauz, ottenendo oltre il 52% dei consensi, ha potuto contare su parte dei suffragi che nel primo turno erano andati al candidato del partito Pachakutik, Yaku Pérez, e a Xavier Hervas, di Izquierda Democrática. Un risultato della feroce campagna anticorreista portata avanti da tutti i principali media e della politica di persecuzione e di lawfare con cui il governo di Lenín Moreno ha cercato di cancellare ogni eredità del suo predecessore.

Dopo il voto del 7 febbraio Pérez ha insistito su presunti brogli che gli avrebbero impedito di passare al ballottaggio, chiedendo l'annullamento del primo turno e arrivando a sollecitare l'intervento delle forze armate. E si è fatto portavoce delle accuse di finanziamento da parte della guerriglia colombiana dell'Eln ad Arauz, una fake news costruita dalla destra internazionale contro l'esponente correista. Fallito il tentativo di rientrare in gioco, Pérez è riuscito a ottenere che la Conaie, la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, prendesse posizione a favore del "voto nullo ideologico".

Per la sconfitta di Arauz è stato dunque determinante il mancato appoggio di una parte delle comunità originarie, cadute nella trappola di un indigenismo creato a Washington. Come scrive lo scrittore e saggista uruguayano Jorge Majfud, gli Stati Uniti hanno scoperto il potenziale politico del movimento indigeno e hanno cominciato a sovvenzionarlo con generose donazioni "attraverso fondazioni come la National Endowment for Democracy e l'Usaid, che ha operato nel paese con un bilancio annuale di quasi quaranta milioni di dollari (...) Il bilancio della Cia e della Nsa è asceso a decine di migliaia di milioni di dollari all'anno, simile al pil di uno o due paesi centroamericani. (...) Ora in Ecuador sono anche benefattori del 'giornalismo indipendente' e di gruppi come la Fondazione Q’ellkaj che, con il proposito di 'rafforzare la gioventù indigena e le sue capacità imprenditoriali', si è trasformata in una ferrea avversaria del governo di Rafael Correa. Nel 2005 un gruppo composto da Norman Bailey (agente della Cia e consulente di diverse compagnie internazionali come la Mobil International Oil) fondò la Corporazione Imprenditoriale Indigena dell'Ecuador (Ceie). Una ricerca di Eva Golinger rivelerà che quattro dei cinque fondatori del gruppo indigenista d'opposizione, Ceie, hanno collegamenti diretti con il governo degli Stati Uniti: Angel Medina, Fernando Navarro, Raúl Gangotena e Lourdes Tibán".

"Pachakutik è legato alla destra, i dirigenti continuano ad appoggiare la destra", ha dichiarato recentemente il presidente della Conaie, Jaime Vargas, che alla vigilia del ballottaggio ha invitato a votare per Arauz (e per tale ragione è stato estromesso dal partito). La denuncia di Vargas è condivisa da Leonidas Iza, tra i più noti dirigenti della Confederazione. E' così venuta allo scoperto la frattura in seno al movimento indigeno, già evidenziata all'atto della scelta di Pérez come candidato: sia Vargas che Iza sostengono che tale decisione non venne presa dalle comunità rappresentate nella Conaie, ma solo dai coordinatori di Pachakutik. Che scelsero un personaggio dall'ambiguo ecologismo, vicino alle posizioni dell'élite finanziaria e allineato a Washington in politica estera.

La vittoria di Lasso prefigura un approfondimento della svolta neoliberista nel paese, già intrapresa da Moreno dopo il tradimento del programma con cui era stato eletto. E a spianare la strada si preannuncia la privatizzazione del Banco Central, un progetto che potrebbe concretizzarsi ancor prima del passaggio dei poteri il 24 maggio.

13/4/2021


Paraguay, le atrocità delle forze speciali

Per tutto il mese di marzo sono continuate le manifestazioni ad Asunción, specie nella Plaza de Armas di fronte al Congresso. La destituzione del presidente Mario Abdo Benítez è chiesto a gran voce dal movimento sindacale, dalle femministe, dagli studenti, che gli rimproverano i numerosi casi di corruzione e una politica economica iperliberista che ha impoverito ancora di più la popolazione. A tutto questo si è aggiunta una pessima gestione della pandemia: negli ospedali mancano i medicinali, i letti, i dispositivi di protezione contro il contagio, come hanno denunciato i lavoratori della sanità e i familiari dei malati. Ma una richiesta di impeachment del capo dello Stato e del suo vice, Hugo Velázquez, è stata respinta mercoledì 17 dalla Camera con 42 voti contro 36 (due gli assenti). Il processo politico, promosso dal Partido Liberal Radical Auténtico (Plra) e da altre formazioni minori d'opposizione, non ha potuto contare sull'appoggio di una frazione del Partido Colorado che, pur critica con Abdo, alla fine non gli ha fatto mancare il suo sostegno.

E' la seconda volta che il capo dello Stato viene messo sotto accusa in Parlamento: era accaduto nell'agosto di due anni fa, dopo la firma di un accordo segreto per la vendita di energia al Brasile, accordo che conteneva condizioni troppo favorevoli per il governo Bolsonaro. La sudditanza di Asunción nei confronti di Brasilia non è sorprendente, vista la vicinanza ideologica tra i due presidenti: l'elezione nel 2018 di Abdo Benítez, figlio dell'ex segretario privato del dittatore Stroessner, ha rappresentato una conferma dell'ala più reazionaria dell'oligarchia, composta da grandi proprietari (secondo dati di Oxfam, l'1,6% della popolazione possiede l'80% delle terre) che alle rivendicazioni contadine hanno sempre risposto con la violenza delle squadracce.

La situazione nelle campagne si è fatta ancor più drammatica con la carta bianca data alle forze speciali nella lotta contro la guerriglia dell'Epp (Ejercito del Pueblo Paraguayo) che opera nel nord del paese, una zona abitata da comunità indigene guaraní. Il 2 settembre dello scorso anno i soldati hanno rivendicato l'uccisione di due guerrigliere cadute in combattimento: si trattava in realtà di due cuginette argentine di undici e dodici anni, giunte all'accampamento per incontrarsi coi propri genitori. Le foto dei piccoli cadaveri, vestiti con l'uniforme dei combattenti, sono state inviate alla stampa come prova della vittoria militare su un pericoloso nucleo di "terroristi" e il capo dello Stato ha celebrato il successo dell'operazione. In seguito i corpi sono stati sotterrati in tutta fretta: secondo i famliari si è voluto così nascondere che le bambine erano state torturate. Una terza cuginetta, la quattordicenne Lichita, in fuga nonostante una ferita alla gamba, è stata vista per l'ultima volta a fine novembre: testimoni affermano che è stata catturata dai soldati. Da allora si susseguono le mobilitazioni per chiedere notizie sulla sua sorte e giustizia per le due piccole.

Una settimana dopo la morte delle bimbe, l'Epp ha sequestrato l'ex vicepresidente Oscar Denis. Per la sua liberazione è stata chiesta la distribuzione di alimenti alle comunità indigene e la scarcerazione dei comandanti Alcides Oviedo e Carmen Villalba, i genitori di Lichita. Di fronte agli scarsi risultati ottenuti dalle forze speciali nella lotta alla "sovversione", un parlamentare colorado ha chiesto ufficialmente la cooperazione militare statunitense, ricordando che il Paraguay "è sempre stato un alleato strategico" di Washington.

28/3/2021


El Salvador, Bukele conquista la maggioranza in Parlamento

Le elezioni parlamentari del 28 febbraio hanno segnato un rafforzamento del presidente Nayib Bukele: il suo partito Nuevas Ideas ottiene ben 56 seggi e conta così sulla maggioranza dei due terzi nell'Asamblea Legislativa di 84 deputati. In tal modo potrà nominare senza problemi un terzo dei giudici della Corte Suprema, il procuratore generale e i membri della Corte dei Conti e persino promuovere riforme della Costituzione, che finora proibisce un secondo mandato presidenziale. Sempre il 28 febbraio, nelle consultazioni municipali, Nuevas Ideas ha conquistato il governo di tredici (su 14) capoluoghi di dipartimento, compresa la capitale, San Salvador.

C'è da attendersi dunque un consolidamento della gestione autoritaria di Bukele, che è solito comunicare le sue decisioni via Twitter e che in passato è stato al centro di aspri conflitti istituzionali: nel febbraio dello scorso anno fece irruzione nella sede del Parlamento, scortato da militari e agenti di polizia, per "sollecitare" l'approvazione di finanziamenti aggiuntivi per la lotta alla criminalità. Il capo dello Stato sarà inoltre al riparo dalle accuse sulla poco trasparente destinazione dei fondi pubblici: finora si è rifiutato di rivelare come sia stato speso il credito concesso dal Fondo Monetario Internazionale per affrontare la pandemia (si sospetta che sia servito a finanziare la campagna elettorale di Nuevas Ideas e della formazione alleata Gana, Gran Alianza por la Unidad Nacional). Da notare che il debito estero del paese costituisce il 90% del pil.

Nella nuova Asamblea Legislativa il gruppo predominante di Nuevas Ideas sarà affiancato da 14 deputati di Arena (Alianza Republicana Nacionalista), cinque di Gana, quattro del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, due del Pcn (Partido de Concertación Nacional) e uno ciascuno di altre tre formazioni. Il voto del 28 febbraio ha rappresentato dunque una sonora sconfitta per l'unica forza di sinistra, il Fmln, protagonista negli ultimi tempi di una svolta moderata che ha indebolito la sua proposta di cambiamento.

Durante la campagna elettorale il Frente è stato oggetto di una campagna di odio fomentata dal governo, che a fine gennaio ha portato all'uccisione di due suoi militanti, attaccati a colpi d'arma da fuoco da elementi della sicurezza nel pieno centro di San Salvador. Pochi giorni prima il presidente aveva criticato gli Accordi di Pace del 1992, da lui definiti "un patto tra corrotti": un tentativo di riscrivere la storia screditando il partito sorto dal movimento guerrigliero. In questa posizione Bukele ha naturalmente l'appoggio delle forze armate, che lo scorso anno hanno rifiutato alla magistratura l'accesso agli archivi militari sul massacro di El Mozote (l'uccisione nel 1981 di un migliaio di civili da parte dei soldati del battaglione Atlacatl).

3/3/2021


Haiti, nuove manifestazioni contro Moïse

Il 7 febbraio avrebbe dovuto terminare il mandato dell'attuale capo dello Stato, ma Jovenel Moïse sostiene che la sua presidenza scadrà solo nel 2022, perché la sua prima vittoria era stata annullata per brogli e l'insediamento era avvenuto un anno dopo. La Costituzione però proibisce espressamente un'estensione del periodo presidenziale anche quando l'assunzione dei poteri sia avvenuta oltre la data stabilita.

Denunciando un presunto tentativo di golpe, Moïse ha ordinato il pensionamento di tre magistrati della Cassazione a lui ostili, tra cui Joseph Mécène Jean-Louis, il membro più anziano della Corte, e Yvickel Dabrésil. Quest'ultimo è stato arrestato, insieme a una ventina di altri oppositori, e liberato qualche giorno dopo. Il presidente, esponente del partito Tèt Kale (destra), conta sul sostegno dell'esercito e sull'appoggio della comunità internazionale, in particolare dell'amministrazione statunitense. Dal gennaio dello scorso anno governa per decreto perché il mandato del Parlamento è scaduto e le elezioni legislative sono state rinviate a data da destinarsi.

"La democrazia è minacciata e lo Stato di diritto è in pericolo", hanno affermato i leader dell'opposizione, che hanno nominato il giudice Mécène presidente ad interim e hanno invitato la popolazione a scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Moïse. Il mese di febbraio è stato contrassegnato da numerose mobilitazioni, culminate domenica 28 quando una folla immensa ha invaso Port-au-Prince e altre importanti città, sfidando lo stato d'assedio, per protestare contro la gestione dittatoriale del presidente e per chiedergli conto dei fondi per lo sviluppo inviati dal Venezuela tramite PetroCaribe, fondi che Moïse si sarebbe intascato.

1/3/2021


L'Ecuador verso il ballottaggio

Come previsto il primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi il 7 febbraio, si è concluso con una netta vittoria di Andrés Arauz (Unión por la Esperanza), non sufficiente tuttavia per evitare il ballottaggio: Arauz avrebbe dovuto infatti ottenere la maggioranza dei voti, oppure raggiungere il 40% con dieci punti di differenza rispetto al secondo classificato. Il suo è stato comunque un successo non indifferente, visti i tanti ostacoli che le autorità elettorali avevano posto sul suo cammino nel tentativo di invalidarne la lista. Solo in dicembre il binomio formato dall'economista Arauz e dal giornalista Carlos Rabascall aveva ottenuto il via libera del Cne, il Consejo Nacional Electoral, che aveva respinto l'ennesimo ricorso basato su pretesti volti a impedire il ritorno del correismo alla guida del paese.

Prima ancora era stata respinta la candidatura di Rafael Correa alla carica di vicepresidente al posto di Rabascall: il motivo addotto era l'impossibilità per l'ex presidente, che vive attualmente in Belgio, di presentare di persona l'iscrizione alla contesa elettorale, dopo la condanna per corruzione aggravata in un chiaro caso di lawfare. A questo si erano aggiunte le accuse per il tentato sequestro in Colombia di Fernando Balda, ex parlamentare dell'opposizione. Un'imputazione montata ad arte: un ex agente, fuggito in Argentina, aveva confessato di aver ricevuto pressioni dal governo Moreno per indicare Correa come mandante del rapimento. Infine, per cercare di bloccare una volta per tutte la vittoria della lista correista, il falso scoop della rivista colombiana Semana sui finanziamenti del gruppo guerrigliero Eln alla campagna di Arauz. Nonostante i contenuti dell'articolo siano stati messi in dubbio da una giornalista della stessa rivista, il procuratore colombiano Barbosa (legato al partito di Iván Duque) si è recentemente recato a Quito con "informazioni" in proposito.

Il 9 febbraio, dopo un'altalena di annunci, smentite e parziali riconteggi, il Cne ha convalidato i risultati del primo turno: Andrés Arauz Galarza 32,72; Guillermo Lasso Mendoza 19,74; Yaku Pérez 19,38%. L'11 aprile dunque il ballottaggio sarà tra Arauz e Lasso. Ma la destra non sembra rassegnata di fronte alla possibile vittoria progressista e sta giocando le sue ultime carte. Non solo le fake news provenienti da Bogotá: Correa ha infatti denunciato un "colpo di Stato" dopo la decisione della Procura Generale di ritirare i computer delle autorità elettorali per realizzare una perizia giudiziaria del sistema informatico, in seguito alle denunce di brogli avanzate da Pérez. E' un tentativo di "impedire il secondo turno", ha accusato l'ex presidente. E la guerra sucia non si ferma qui: Moreno, negando ogni responsabilità nella drammatica situazione creatasi all'interno delle prigioni a causa della riduzione dei finanziamenti al sistema carcerario e del conseguente affollamento dei penitenziari, ha affermato che i sanguinosi scontri tra bande di reclusi avvenuti negli ultimi giorni (con un bilancio di 79 morti) sono stati orchestrati dal correismo.

Lenín Moreno teme un ritorno al passato perché rischia di essere chiamato a rispondere davanti alla giustizia di una serie di atti di corruzione: per questo sta già preparando la sua futura destinazione in Svizzera, dove ha depositato numerosi conti bancari. Lascia un paese in preda a un'acuta crisi economica e sanitaria, con un forte debito estero e le risorse nazionali nelle mani del capitale straniero. La sua politica potrebbe essere continuata dal banchiere Guillermo Lasso, candidato dell'alleanza Creo-Partido Social Cristiano. Lasso, membro dell'Opus Dei, è associato a decine di imprese in paradisi fiscali e presidente di Ecuador Libre, fondazione che fa parte di Atlas Network (rete che raggruppa la destra continentale).

L'incognita del secondo turno è legata all'elettorato di Yaku Pérez, del Movimiento de Unidad Plurinacional Pachakutik. L'ex governatore della provincia di Azuay ed ex presidente di Ecuarunari (la Confederación de Pueblos de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador che è parte integrante della Conaie), è un personaggio ambiguo: si presenta come ecologista di sinistra, espressione di quel movimento indigeno protagonista della rivolta dell'ottobre 2019 contro il neoliberismo del governo Moreno, ma in realtà propugna politiche favorevoli all'élite finanziaria e imprenditoriale, come l'eliminazione delle imposte sull'esportazione di divise, e - in linea con l'ambasciata statunitense con cui ha ottimi rapporti - attacca senza mezzi termini Cuba e il Venezuela. Al ballottaggio del 2017 aveva invitato le comunità originarie a votare Lasso. Il consenso ricevuto, che l'ha quasi portato al secondo turno, ha costituito una vera e propria sorpresa e ora le sue indicazioni potrebbero essere determinanti presso l'elettorato indigeno, anche se due importanti leader della Conaie, Jaime Vargas e Leónidas Iza, hanno preso le distanze dalle sue posizioni.

Un'altra sorpresa del primo turno è rappresentata dal risultato del semisconosciuto Xavier Hervas, di Izquierda Democrática, che ha ottenuto quasi il 16% dei suffragi puntando sul voto giovanile e sulle reti sociali, in particolare Tik Tok. Anche lui anticorreista, ha proposto a Lasso e Pérez un fronte elettorale per sconfiggere Arauz.

28/2/2021


Cuba, avviata l'unificazione monetaria

Dal primo gennaio il peso convertible (Cuc, pari a un dollaro) ha smesso di circolare lasciando posto unicamente al peso cubano (Cup), al cambio ufficiale di 24 pesos per un dollaro. L'unificazione monetaria era una delle misure previste all'interno delle riforme economiche promosse da Raúl Castro ed era stata annunciata già sette anni fa. Questo cambiamento "metterà il paese in migliori condizioni per portare a termine le trasformazioni richieste dall'attuazione del nostro modello economico e sociale, garantendo a tutti i cubani la maggiore uguaglianza di opportunità, diritti e giustizia sociale", ha affermato il presidente Díaz-Canel. Il nuovo ordinamento monetario è accompagnato da una revisione di salari e pensioni e dall'eliminazione di sussidi ritenuti eccessivi, mentre vengono mantenuti i prezzi centralizzati per alcuni prodotti e servizi di base quali combustibili, elettricità e latte per l'alimentazione infantile.

L'abolizione della doppia moneta "non costituisce la soluzione magica a tutti i problemi presenti nella nostra economia. Tuttavia favorirà la creazione delle condizioni necessarie per avanzare in maniera più solida", ha avvertito Díaz-Canel. La riforma "non è priva di rischi, uno dei principali è che si produca un'inflazione superiore a quella pronosticata, acutizzata dall'attuale deficit dell'offerta", ha aggiunto, assicurando comunque che non saranno consentite speculazioni sui prezzi e che i trasgressori andranno incontro a severe sanzioni.

Nel corso del 2020 il pil cubano ha registrato un calo dell'11%: tra le cause il crollo del turismo internazionale provocato della pandemia, la forte contrazione del commercio estero e l'inasprimento del bloqueo statunitense (tra le entità colpite la Western Union, la via legale per l'invio delle rimesse dei cubani all'estero). In dicembre Donald Trump ha imposto ulteriori restrizioni ad aziende cubane, compresa la Kave Coffee, l'impresa che commercializza il caffè Cubita. E il 2021 è iniziato con l'annuncio che anche con il Banco Financiero Internacional gli statunitensi non potranno più realizzare transazioni: un altro tentativo di togliere ossigeno all'economia dell'isola.

L'ennesimo attacco è stato sferrato l'11 gennaio, con l'inclusione di Cuba nell'elenco dei paesi "patrocinatori del terrorismo". Un'accusa ridicola, che però implica un ulteriore indurimento del blocco e pone ostacoli all'intenzione di Joe Biden di riprendere la politica di Obama. Era stato infatti l'ex presidente democratico, nel 2015, a cancellare Cuba dalla lista nera e ad avviare la normalizzazione con l'Avana. A meno di una settimana dal passaggio dei poteri a Washington, Trump ha infine annunciato sanzioni contro il Ministero dell'Interno e contro il suo titolare, il generale di brigata Lázaro Alvarez Casas, ritenuto responsabile di "gravi violazioni dei diritti umani".

Nonostante tutte le difficoltà dell'embargo, che rende difficile anche l'importazione di dispositivi sanitari, l'Avana è riuscita a tenere sotto controllo la propagazione del Covid-19: grazie alla diffusione della medicina territoriale, la situazione sull'isola è ben diversa da quella drammatica di altre nazioni del continente. Da marzo, quando furono individuati i primi casi, sono stati confermati circa 17.000 contagi e poco più di 160 morti. Prosegue intanto la ricerca sui vaccini: ben quattro sono attualmente in fase di sperimentazione e due in particolare, Soberana 01 e Soberana 02, in carico a un'équipe composta in grande maggioranza da donne, sono i più avanzati nello sviluppo. Il frutto di questo lavoro è destinato non solo alla popolazione cubana, ma ai paesi del sud del mondo.

16/1/2021


La scomparsa di Osvaldo Chato Peredo

Si è spento il 12 gennaio, a Santa Cruz, Osvaldo Chato Peredo Leigue, uno degli ultimi protagonisti della guerriglia guevarista in Bolivia. Era nato nel 1941 a Trinidad, nel dipartimento del Beni, ed era fratello di Coco e Inti, compagni di lotta di Guevara a Ñancahuazú (il primo morì in combattimento nel settembre del 1967; il secondo - sfuggito alla cattura dopo la sconfitta del gruppo guerrigliero - venne assassinato due anni dopo dalle forze repressive a La Paz). Dopo l'uccisione di Inti, Chato Peredo si assunse il compito di proseguire la battaglia dell'Ejército de Liberación Nacional, come raccontò lui stesso nel libro Volvimos a la montañas. Nel 2017 a Milano, in un'intervista presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, spiegava: "Nel 1970 raggiungemmo la selva con una colonna guerrigliera di 67 giovani sotto il mio comando: fu la cosiddetta Guerriglia di Teoponte, che nelle nostre intenzioni era la continuazione di quella del Che. Ci sconfissero militarmente, però già allora questa guerriglia aveva una caratteristica molto importante: la struttura di comando era fondamentalmente indigena e contadina. L’unico bianco ero io. Gli altri, Vilca, il comandante in seconda, Mamani, eccetera, tutti erano dirigenti indigeni e in gran parte campesinos. Furono gli antesignani del processo che stiamo vivendo oggi: un governo indigeno".

L'esperienza terminò quando il Chato cadde prigioniero. Per sua fortuna aveva assunto il potere il generale Juan José Torres, nazionalista di sinistra, che ordinò la cessazione delle condanne a morte. Costretto all'esilio, Peredo si recò nel Cile di Allende e visse in seguito in clandestinità gli anni delle dittature, entrando e uscendo segretamente da Cile, Bolivia e Argentina. Con il ripristino della democrazia nella regione poté tornare in patria, dove esercitò la sua professione di medico. In questo ambito approfondì i processi di regressione, sviluppando una tecnica per recuperare dal subcosciente le cause all'origine della malattia e divulgando tali studi nei libri El camino a casa e Deshipnosis.

Non abbandonò però la politica: entrato nel Movimiento al Socialismo, nel 2006 fu eletto regidor del municipio di Santa Cruz, città roccaforte dell'estrema destra. Per questo suo impegno soffrì diversi attentati: tentativi di linciaggio e di sequestro, lanci di molotov e di granate contro la sua casa. Per volontà della famiglia le sue ceneri saranno in parte portate a Cuba, in parte versate nel fiume Mamoré, nell'Amazzonia boliviana.

13/1/2021

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato