Latinoamerica-online.it

 

"La Dottrina Monroe è viva"  (29/11/2023)

L'America Latina condanna il massacro di civili a Gaza  (24/11/2023)

Riuniti a Belém i paesi dell'Amazzonia  (10/8/2023)

Al vertice Ue-Celac si discute anche di Ucraina  (19/7/2023)

La scomparsa di Hugo Blanco  (26/6/2023)

La 53ª Assemblea Generale svela la crisi dell'Oea  (24/6/2023)

A Brasilia i capi di Stato sudamericani  (2/6/2023)

Il rilancio dell'integrazione latinoamericana  (8/4/2023)

Nasce in Messico l'Internazionale Femminista  (3/4/2023)

Dilma Rousseff presidente della Banca dei Brics  (25/3/2023)

America Latina territorio di pace  (11/2/2023)

Il Brasile torna nella Celac  (25/1/2023)

 

Argentina

El loco Milei vince il ballottaggio  (21/11/2023)

Capovolto il risultato delle primarie  (26/10/2023)

L'Argentina entra a far parte dei Brics  (25/8/2023)

L'estrema destra si impone nelle primarie  (14/8/2023)

La provincia di Jujuy in rivolta  (16/7/2023)

 

Bolivia

Evo Morales non potrà ricandidarsi  (30/12/2023)

 

Brasile

L'8 gennaio e le sue conseguenze  (22/1/2023)

 

Cile

Respinta la proposta di Costituzione dell'estrema destra  (19/12/2023)

Dopo cinquant'anni sul Cile ancora l'ombra di Pinochet  (12/9/2023)

La nuova Costituzione sarà scritta dall'estrema destra  (9/5/2023)

 

Colombia

Firmata la tregua con l'Eln  (10/6/2023)

Riprendono i negoziati con l'Eln  (22/2/2023)

Sventato un attentato contro Francia Márquez  (11/1/2023)

Tregua bilaterale senza l'Eln  (6/1/2023)

 

Cuba

Nuovo voto dell'Onu contro il bloqueo  (3/11/2023)

Cuba sotto attacco a colpi di fake news  (14/6/2023)

Díaz-Canel rieletto presidente  (20/4/2023)

 

Ecuador

Daniel Noboa vince il ballottaggio  (17/10/2023)

Luisa González e Daniel Noboa al ballottaggio  (26/8/2023)

Una campagna elettorale sanguinosa  (15/8/2023)

Lasso sfugge alle accuse sciogliendo il Parlamento  (24/5/2023)

Ucciso un dirigente della Conaie  (27/2/2023)

Dalle urne una sconfitta per Lasso  (14/2/2023)

 

Guatemala

In piazza contro il tentativo di golpe  (6/9/2023)

Bernardo Arévalo eletto presidente  (21/8/2023)

Presidenziali con tentato golpe  (22/7/2023)

 

Honduras

L'Honduras allaccia relazioni diplomatiche con la Cina  (15/3/2023)

 

Messico

Due candidate alle presidenziali del 2024 - Incostituzionale il divieto di aborto  (8/9/2023)

Litio e Cuba i "crimini" di Amlo  (2/3/2023)

 

Paraguay

I colorados ancora al potere  (7/5/2023)

 

Perù

In libertà l'ex dittatore Fujimori  (23/12/2023)

Due mesi di proteste e di repressione  (8/2/2023)

 

Uruguay

Entra in vigore la riforma delle pensioni  (2/8/2023)

"L'acqua non è potabile, ma è bevibile" (21/7/2023)

Cinquant'anni fa il golpe  (28/6/2023)

 

Venezuela

Tra Venezuela e Guyana la disputa per l'Essequibo - Liberato negli Usa l'imprenditore Alex Saab  (21/12/2023)

Finisce l'era della "presidenza" Guaidó  (8/1/2023)

 


Bolivia, Evo Morales non potrà ricandidarsi

"La restrizione alla possibilità di candidatura illimitata è una misura idonea ad assicurare che una persona non si perpetui al potere". Lo ha affermato il Tribunal Constitucional Plurinacional, annullando così la decisione del 2017 della stessa corte che aveva permesso a Evo Morales di ricandidarsi con la giustificazione che si trattava di un "diritto umano". Secondo questa nuova sentenza, presidente e vicepresidente possono presentarsi solo per due mandati, consecutivi o meno. Morales dunque non potrà partecipare alla contesa elettorale del 2025, come aveva preannunciato, avendo già completato tre gestioni presidenziali (la quarta era stata interrotta dal golpe del 2019).

Il verdetto del tribunale costituzionale si basa su una risoluzione della Corte Interamericana de Derechos Humanos che nel 2021, rispondendo a un quesito del governo colombiano durante la presidenza di Iván Duque, aveva concluso che la rielezione illimitata era contraria ai principi di una democrazia rappresentativa. La reazione di Morales è stata durissima: ha affermato che la sentenza "è la prova della complicità di alcuni magistrati con il Plan Negro che il governo esegue per ordine dell'impero e con la cospirazione della destra boliviana". I primi contrasti tra l'ex presidente e l'attuale capo dello Stato, Luis Arce, erano iniziati già alla fine del 2021, quando Evo aveva criticato alcuni ministri e ne aveva chiesto invano la rimozione. Da allora lo scontro non aveva fatto che acutizzarsi, nonostante un tentativo di mediazione cubana, con accuse di tradimento lanciate dall'ala evista nei confronti del presidente e del suo vice, David Choquehuanca.

In ottobre il Congresso del Movimiento al Socialismo si era tenuto a Lauca Ñ, nel dipartimento di Cochabamba alla presenza di migliaia di sostenitori di Evo e aveva nominato Morales candidato unico per il 2025. Sempre in ottobre Arce aveva invece partecipato a El Alto (dipartimento di La Paz), insieme alla Central Obrera Boliviana, a un cabildo organizzato dal Pacto de Unidad che riunisce le principali organizzazioni sociali del paese. La divisione è ormai insanabile e rischia di consegnare alla destra una facile vittoria nel 2025.

30/12/2023


Perù, in libertà l'ex dittatore Fujimori

Que se vayan todos. È questa la richiesta di migliaia di persone scese in piazza a un anno dall'insediamento della presidente Boluarte e dopo la liberazione di Alberto Fujimori, uscito il 6 dicembre dal carcere vip in cui era rinchiuso. I manifestanti chiedono non solo la rinuncia dell'esecutivo, ma anche lo scioglimento del Congresso ed elezioni anticipate. In pratica è il rifiuto totale di una classe dirigente corrotta.

L'ex dittatore, che stava scontando una condanna a 25 anni di prigione per crimini di lesa umanità, ha beneficiato di un indulto del 2017, che era stato in seguito dichiarato illegale dalla Corte Suprema e che è stato ripristinato su ordine del Tribunal Constitucional. La scarcerazione di Fujimori è avvenuta in barba alle risoluzioni della Corte Interamericana de Derechos Humanos, che si era pronunciato contro l'indulto "per garantire il diritto di accesso alla giustizia delle vittime". Dina Boluarte ha però deciso di non obbedire alla Cidh: ha bisogno dell'alleanza dei fujimoristi, sui quali si appoggia per contrastare le denunce a suo carico per violazione dei diritti umani dopo la morte di oltre sessanta persone, uccise dalle forze di sicurezza nel corso di manifestazioni antigovernative. Fujimori è dunque libero e godrà di un ulteriore beneficio: è stato infatti annullato il procedimento di indagine sulle sterilizzazioni forzate commesse durante il suo regime ai danni di migliaia di donne indigene povere.

Boluarte (soprannominata Balearte per il sangue sparso in pochi mesi di governo) è riuscita a salvarsi dai processi politici chiesti dall'opposizione grazie alla protezione dell'estrema destra, che nel Congresso ha sempre votato a suo favore. In cambio il suo governo ha effettuato un deciso spostamento in senso autoritario e ha abolito tutti i provvedimenti progressisti avviati da Pedro Castillo, dalla riforma agraria a quella fiscale. In difesa del sistema neoliberista è sopraggiunta poi la Corte Suprema, che ha cancellato il diritto alla protesta dichiarando reato ogni mobilitazione sociale e minacciando il carcere a quanti effettuino picchetti o blocchi stradali anche pacifici. Nonostante queste leggi repressive, scioperi, proteste e cortei hanno contrassegnato a più riprese buona parte del 2023. Ma la classe politica al potere non dà segno di voler cedere: troppi sono gli interessi in gioco. Come hanno scritto Zaffaroni e Croxatto, i due avvocati argentini che curano la difesa di Pedro Castillo, quest'ultimo è in prigione perché non era disposto a firmare il rinnovo delle concessioni fatte da Fujimori, che scadono quest'anno e il prossimo, grazie alle quali le ricchezze del paese vengono consegnate alle transnazionali.

Gli stessi interessi sono stati probabilmente alla base della decisione del governo Boluarte di autorizzare, fino al 29 agosto, l'ingresso su territorio nazionale di personale militare statunitense, nonché di aerei, mezzi navali e armamenti, ufficialmente per cooperare con le forze armate e la polizia. Trascorsa la data fissata, in settembre il Congresso ha opportunamente concesso ai militari Usa, con nuove motivazioni, una seconda autorizzazione.

23/12/2023


Tra Venezuela e Guyana la disputa per l'Essequibo

Grazie all'azione diplomatica di Cuba e alla mediazione del governo brasiliano, della Celac e della Comunità dei Caraibi, è calata la tensione tra Venezuela e Guyana per la controversia territoriale sulla regione dell'Essequibo. I capi di Stato dei due paesi, Nicolás Maduro e Mohamed Irfaan Ali, si sono incontrati il 14 dicembre a Saint Vincent and the Grenadines e, pur non giungendo a una soluzione, hanno convenuto di continuare il dialogo. Nella dichiarazione congiunta si afferma che qualunque disputa sarà risolta in accordo con il diritto internazionale, che i due Stati si impegnano a non aggravare il conflitto, che coopereranno per evitare incidenti sul terreno e che si riuniranno nuovamente entro tre mesi in Brasile.

L'origine del contendere risale al XIX secolo, quando l'impero britannico occupò porzioni crescenti di quest'area fino a 160.000 chilometri a ovest del fiume Essequibo, che appartenevano al Venezuela. Nel 1899 la questione venne sottoposta a un lodo arbitrale a Parigi che attribuì la sovranità alla Gran Bretagna, con una decisione ben presto riconosciuta fraudolenta, tanto che nel 1966 lo stesso governo di Londra firmò con Caracas l'Accordo di Ginevra, con cui si riconosceva che quel territorio rimaneva conteso. Pochi mesi dopo la Guyana conquistava l'indipendenza dal dominio inglese.

La validità dell'Accordo del 1966 non era stata messa in dubbio fino al 2015, quando in quelle acque territoriali erano state scoperte enormi riserve di petrolio. Il governo di Georgetown si era affrettato a concederne lo sfruttamento alle transnazionali del settore, prima tra tutte la ExxonMobil,, e nel 2018 si era rivolto alla Corte Internazionale di Giustizia chiedendo il riconoscimento della validità del lodo di Parigi: una mossa contestata da Caracas che non accetta sulla questione la competenza di questo tribunale. Il momento culminante della controversia era stato toccato in settembre, quando il governo di Georgetown aveva autorizzato nuove prospezioni nell'area in disputa a favore di sei compagnie petrolifere straniere. Tra queste ancora la ExxonMobil, che tra l'altro sta finanziando le spese dei reclami internazionali contro le richieste venezuelane.

Il governo Maduro aveva risposto promuovendo un referendum consultivo, svoltosi il 3 dicembre. Gli elettori, chiamati a pronunciarsi, avevano approvato a stragrande maggioranza la proposta di annessione della regione al Venezuela sotto la denominazione di Stato di Guayana Esequiba. Anche i principali partiti dell'opposizione avevano votato a favore.

Se i paesi latinoamericani hanno unito gli sforzi per arrivare a una pacificazione tra le parti, gli Stati Uniti non hanno invece esitato a schierarsi a fianco dell'antica colonia britannica. "Manteniamo in modo assoluto il nostro fermo sostegno alla sovranità della Guyana", ha dichiarato il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby. Non si tratta solo di un appoggio alla statunitense ExxonMobil: Washington mira a fare della Guyana una sua piattaforma militare. Non a caso in ottobre la nuova ambasciatrice degli Stati Uniti, Nicole Theriot, prima di presentare le sue credenziali al presidente Irfaan Ali, si è riunita con la generale Laura Richardson, comandante del Southern Command, per discutere della strategia da portare avanti nella regione. Pochi giorni dopo il referendum in Venezuela, l'ambasciata Usa a Georgetown comunicava che il Southern Command avrebbe effettuato operazioni di volo "in collaborazione con la Forza di Difesa della Guyana". E Irfaan Ali avrebbe già acconsentito all'installazione di basi statunitensi sul territorio del suo paese.

LIBERATO NEGLI USA L'IMPRENDITORE ALEX SAAB. È stato scarcerato il 20 dicembre Alex Saab, l'imprenditore di origine colombiana che era stato arrestato nel 2020 a Capo Verde ed estradato l'anno successivo a Miami sotto l'accusa di riciclaggio. La detenzione era avvenuta nonostante Saab godesse dell'immunità diplomatica concessagli dalle autorità di Caracas, a nome delle quali era diretto in Iran per negoziare accordi petroliferi. La sua liberazione è il frutto di uno scambio con dieci cittadini statunitensi e sedici oppositori venezuelani. In questi ultimi mesi si registra un calo della tensione tra Stati Uniti e Venezuela: Washington ha ridotto le sanzioni dopo la firma in ottobre, nell'isola di Barbados, di un accordo tra il governo Maduro e l'alleanza d'opposizione Plataforma Unitaria Democrática. In base all'intesa, nel secondo semestre del 2024 si terranno le elezioni presidenziali alla presenza di osservatori dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite.

21/12/2023


Cile, respinta la proposta di Costituzione dell'estrema destra

I cileni hanno respinto, con il 55,7% dei voti, il progetto di Costituzione presentato da una maggioranza di estrema destra, che proponeva un inasprimento delle leggi contro l'immigrazione clandestina, poneva un'ipoteca sul diritto di aborto e limitava il ruolo dello Stato in un'economia di mercato, delineando un regime fortemente neoliberista. Il testo era stato elaborato da un Consejo Constitucional eletto in maggio e dominato dal reazionario Partido Republicano dopo la bocciatura, nel settembre 2022, della proposta democratica e innovativa redatta da una prima assemblea costituente.

Passati quattro anni dalla rivolta del 2019, il Cile si ritrova dunque a fare nuovamente i conti con la Costituzione ereditata dalla dittatura e con l'unica speranza di ritoccare parzialmente gli articoli dettati da Pinochet, come già avvenuto una settantina di volte nel periodo della transizione. Sia il governo Boric, sia le diverse forze politiche escludono la possibilità di un terzo tentativo di riscrivere le norme fondamentali dello Stato. La portavoce presidenziale, Camila Vallejo, ha dichiarato: "Speriamo che il risultato di ieri serva da lezione per agire, per mettersi al lavoro e riuscire a concretizzare gli accordi necessari in materia di pensione e patto fiscale". Su queste riforme, da mesi bloccate in Parlamento, punta ora l'esecutivo per poter presentare al paese un cambiamento reale, anche se parziale.

19/12/2023


"La Dottrina Monroe è viva"

Commemorando il duecentesimo anniversario della sua proclamazione da parte del presidente statunitense Monroe, un gruppo di parlamentari repubblicani ha presentato in Senato una risoluzione che riconosce i principi di libertà e indipendenza dell'emisfero consacrati nella Dottrina Monroe "come una pietra angolare durevole della politica estera degli Stati Uniti" e riafferma il diritto Usa "di opporsi a un potere straniero che estenda un'influenza maligna che potrebbe porre in pericolo o minare le democrazie dell'emisfero occidentale".

Il senatore repubblicano Jim Risch ha affermato che "nel 1823 James Monroe avvertì i poteri autocratici del tempo di non interferire negli affari delle repubbliche indipendenti dell'emisfero occidentale. Duecento anni più tardi la Dottrina Monroe è viva e sta bene ed è stata abbracciata da praticamente ogni presidente e ogni governo da quando è stata avviata". In realtà nel 2013 il segretario di Stato della presidenza Obama, John Kerry, dichiarò davanti all'Organización de los Estados Americanos: "L'era della Dottrina Monroe è finita". Ma proprio a partire da Obama il continente ha conosciuto una serie di golpe "blandi" più o meno sponsorizzati dagli Stati Uniti: Honduras (2009), Paraguay (2012), Brasile (2016), Bolivia (2019), Perù (2022).

E per chiarire chi è il "potere straniero" cui opporsi nel XXI secolo, la risoluzione cita due documenti. Il primo, The National Security Strategy dell'ottobre 2022, parla di "minaccia di interferenza esterna o coercizione nell'emisfero occidentale da parte della Repubblica Popolare Cinese, della Federazione Russa e della Repubblica Islamica dell'Iran". Il secondo, 2023 Posture Statement of the United States Southern Command, individua un'aggressiva influenza di Cina e Russia, definiti "attori maligni esterni", su America Latina e Caraibi, ed esprime preoccupazioni sull'intelligence iraniana.

29/11/2023



L'America Latina condanna il massacro di civili a Gaza

Di fronte al massacro della popolazione civile nella Striscia di Gaza da parte delle truppe israeliane, dure reazioni di condanna sono venute da gran parte dell'America Latina. Il governo boliviano ha annunciato il 31 ottobre la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele "in ripudio e condanna dell'aggressiva e sproporzionata offensiva militare in atto". Non è la prima volta che La Paz interrompe i rapporti con Tel Aviv: era già successo nel 2009 per decisione di Evo Morales, sempre in seguito a un attacco israeliano a Gaza; le relazioni erano state poi riallacciate dal governo golpista di Jeanine Añez.

Pur senza giungere alla rottura, Cile, Honduras e Colombia hanno comunque richiamato per consultazioni i loro rappresentanti diplomatici. Il governo di Santiago ha spiegato la decisione per "le inaccettabili violazioni del diritto internazionale umanitario" compiute da Israele. E un comunicato dell'esecutivo di Xiomara Castro spiega il richiamo a Tegucigalpa dell'ambasciatore honduregno per "la grave situazione umanitaria che la popolazione civile soffre nella Striscia di Gaza". "Si chiama genocidio, lo fanno per scacciare il popolo palestinese da Gaza e appropriarsene. Il capo di Stato che compie questo genocidio è un criminale contro l'umanità", ha scritto in un post su X il presidente colombiano Petro. Coerente con questa posizione, il governo di Bogotà ha annunciato il suo appoggio alla denuncia contro Netanyahu per crimini di guerra davanti alla Corte Penale Internazionale.

Il Venezuela, che dal 2009 non ha rapporti diplomatici con Tel Aviv, ha emesso il 3 novembre un comunicato in cui ripudia i massacri commessi da Israele. Riferendosi in particolare al bombardamento di un convoglio di ambulanze con feriti, lo ha definito un atto "di stampo nazista". Categorico anche il presidente brasiliano Lula: "Quello che stiamo vedendo è un atto di pazzia del primo ministro d'Israele, che vuole farla finita con la Striscia di Gaza". Il 18 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva votato una proposta di risoluzione, presentata dal Brasile, per una soluzione della crisi umanitaria a Gaza. Gli Stati Uniti si erano opposti e la proposta era stata respinta.

Severa condanna ai crimini dell’esercito israeliano a Gaza da parte di Cuba, che non mantiene relazioni diplomatiche con Tel Aviv. Il presidente Díaz-Canel ha partecipato in prima fila, insieme a migliaia di persone, a una manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese che si è snodata il 23 novembre lungo il malecón de La Habana.

Fin dal 10 ottobre il presidente messicano López Obrador aveva risposto alle accuse dell'ambasciata israeliana, che criticava la sua posizione "neutrale" sul conflitto, rivendicando la ricerca della pace iscritta nell'articolo 89 della Costituzione: "Noi siamo pacifisti, non vogliamo che perda la vita nessun essere umano di nessuna nazionalità, sia di Israele, sia palestinese, vogliamo che sia garantito il principale dei diritti umani, che è il diritto alla vita". In novembre il governo di Città del Messico ha manifestato “profonda costernazione per gli attacchi contro gli ospedali nella Striscia di Gaza e per le gravi conseguenze negative che questo comporta per la popolazione civile innocente” e ha fatto appello a un’immediata cessazione delle ostilità.

Quanto all’Argentina, il governo di Alberto Fernández, dopo aver ricordato la sua condanna inequivocabile dell'attacco terroristico di Hamas, ha dichiarato che "niente giustifica la violazione del diritto internazionale umanitario e dell'obbligo di proteggere la popolazione civile nei conflitti armati”. La posizione di Buenos Aires è però destinata a cambiare con il nuovo capo dello Stato, Javier Milei, per il quale i paesi di riferimento sono Stati Uniti e Israele e che ha già annunciato di voler spostare la sede diplomatica del suo paese da Tel Aviv a Gerusalemme.

24/11/2023


Argentina, El loco Milei vince il ballottaggio

Ha vinto Javier Milei, El loco (dal titolo della biografia che su di lui ha scritto il giornalista Juan Luis González). L'anarcocapitalista ha ottenuto al ballottaggio il 55,6% dei voti con un programma di apertura assoluta al mercato, che farà tabula rasa dei diritti dei lavoratori e di ogni aiuto dello Stato verso gli strati più svantaggiati. Tra quanti subiranno le conseguenze di questa politica neoliberista all'eccesso ci sono anche molti dei suoi elettori, sedotti dalle parole d'ordine contro la casta e dalle promesse di miracolose soluzioni alla grave situazione economica del paese.

Un'inflazione del 140%, il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà: queste le conseguenze della disastrosa presidenza Macri, con l'enorme debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale, che la successiva gestione di Alberto Fernández non è riuscita ad arginare. E la scelta del moderato Sergio Massa come candidato della coalizione Unión por la Patria non poteva essere più infelice, dato che buona parte dell'opinione pubblica vedeva proprio in lui, nella sua veste di ministro dell'Economia, il responsabile della crisi in atto. Anche movimenti di sinistra, come il Polo Obrero, si sono rifiutati di prendere posizione, sostenendo che tra i programmi dei due avversari non ci fosse grande differenza.

In molti commenti alla situazione argentina viene trascurato un elemento fondamentale: il successo dell'operazione reazionaria, che con una feroce persecuzione giudiziaria è riuscita a estromettere dalla scena politica Cristina Fernández, leader dell'ala kirchnerista (la sinistra del peronismo). Che la figura di Cristina fosse il vero incubo della destra lo dimostra non solo il fallito attentato dello scorso anno, di cui gli inquirenti si rifiutano di investigare i mandanti, ma anche la campagna di odio scatenata contro di lei sui media e sui social.

Proprio "il candidato dell'odio" è riuscito a prevalere il 19 novembre e con lui la sua vice, Victoria Villarruel. Al negazionismo di quest'ultima ha risposto, all'indomani del voto, la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, assicurando in un'intervista a Página/12: "Non smetteremo di cercare i nipoti che mancano, continueremo a ricordare che mai più dovranno essere realtà i centri clandestini di detenzione, dove torturarono e violentarono persone che poi furono sterminate gettandole in mare".

21/11/2023


Cuba, nuovo voto dell'Onu contro il bloqueo

Anche quest'anno l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita il 2 novembre, ha chiesto in modo quasi unanime di "porre fine all'embargo economico, commerciale e finanziario" imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. 187 i voti a favore, solo due contrari (Usa e Israele) e un'astensione (Ucraina). Un successo importante per l'isola, sottoposta da decenni a un vero e proprio atto di guerra in tempo di pace. Ma un successo simbolico, perché destinato a rimanere lettera morta di fronte alla volontà statunitense di perseguire con questo strumento il suo obiettivo: "annullare la capacità del governo di rispondere alle necessità della popolazione, creare una situazione di ingovernabilità e distruggere l'ordine costituzionale", come ha denunciato il ministro degli Esteri dell'Avana Bruno Rodríguez.

Il 24 settembre si è registrato un nuovo attacco all'ambasciata cubana a Washington. Le telecamere della sede diplomatica hanno ripreso un uomo mentre si avvicina senza fretta, prende fuoco a due molotov e le lancia oltre il cancello, allontanandosi poi indisturbato. Già nel 2020 contro il palazzo dell'ambasciata erano stati sparati diversi colpi di fucile. L'attentatore, Alexander Alazo, era stato arrestato e accusato di "assalto con l'intenzione di uccidere", ma - sottolinea un comunicato del Ministero degli Esteri dell'Avana - il governo Usa "si è rifiutato di definire l'accaduto un atto terroristico"

3/11/2023


Argentina, capovolto il risultato delle primarie

Capovolgendo il risultato delle primarie Sergio Massa, di Unión por la Patria, è risultato il più votato nelle presidenziali del 22 ottobre, ottenendo il 37% dei suffragi e superando l'estremista di destra Javier Milei, de La Libertad Avanza, che si è fermato sotto il 30%. Rimangono fuori dal ballottaggio del 19 novembre l'ex ministra della Sicurezza Patricia Bullrich, della formazione di destra Juntos por el Cambio; Juan Schiaretti candidato di Hacemos por Nuestro País, coalizione che raggruppa un settore del Partido Justicialista non kirchnerista, il Partido Socialista, il Partido Demócrata Cristiano, il Partido Autonomista e altre forze provinciali; Myriam Bregman, del Frente de Izquierda Unidad.

La riscossa dei progressisti è stata evidenziata anche dalla vittoria di Axel Kicillof, che con il 45% dei voti è stato riconfermato governatore della provincia di Buenos Aires, la più grande e dal punto di vista elettorale la più importante del paese. Unión por la Patria resta il gruppo numericamente più forte in entrambi i rami del Congresso, ma dovrà fronteggiare possibili alleanze tra Juntos por el Cambio e La Libertad Avanza. La composizione della Camera si completa con gli otto parlamentari di Hacemos por Nuestro País, i quattro del Frente de Izquierda y de Trabajadores-Unidad, il seggio del Partido Obrero-Fit-U e i cinque di altre tre diverse formazioni. Anche in Senato sono presenti sei parlamentari di tre partiti minori. Patricia Bullrich, all'indomani del primo turno, ha reso noto il suo appoggio a Milei per il ballottaggio, come già aveva fatto intravvedere, ancor prima dell'appuntamento elettorale, l'ex presidente Mauricio Macri. Questa decisione non è piaciuta a una parte della sua coalizione: l'Unión Cívica Radical infatti, in un comunicato, ha annunciato che non sosterrà nessuno dei due candidati al secondo turno.

La possibile vittoria di Javier Milei preoccupa fortemente gran parte della società argentina. Non è solo l'eventualità di un capo dello Stato con chiari segni di squilibrio mentale, che sostiene di ricevere consigli da Conan, il suo cane morto nel 2017 e con cui comunica attraverso la pratica dello spiritismo. La sua vice, Victoria Villarruel, è una negazionista convinta degli orrori della dittatura tanto da aver organizzato in settembre, nella sede della Legislatura di Buenos Aires, un omaggio ai repressori, vittime a suo dire del terrorismo della sinistra. Organizzazioni per i Diritti Umani, sindacati, partiti politici e movimenti sociali hanno risposto con una massiccia mobilitazione a questa rivendicazione del genocidio di Stato. E ai tentativi di mettere in dubbio i passi avanti compiuti su aborto e matrimonio egualitario hanno cercato di porre un argine le decine di migliaia di partecipanti al 36° Encuentro Plurinacional de Mujeres y Disidencias, che si è tenuto a metà ottobre a Bariloche, nella provincia di Río Negro.

26/10/2023


Ecuador, Daniel Noboa vince il ballottaggio

La correista Luisa González non è riuscita a riportare al governo Revolución Ciudadana. Il ballottaggio del 15 ottobre ha visto, per quattro punti di differenza, la vittoria dell'imprenditore Daniel Noboa, rampollo della famiglia più ricca del paese, eletto alla massima carica dello Stato nonostante il quotidiano brasiliano Folha de São Paulo avesse denunciato l'esistenza di "almeno due imprese offshore a Panama" da lui controllate (elemento che avrebbe dovuto escluderlo dalla competizione). La giovane età del candidato (35 anni) lo ha probabilmente favorito nel catturare l'elettorato più giovane, a cui ha garantito pieno impiego e accesso all'università, mentre agli anziani ha promesso una pensione minima di 450 dollari al mese. E la sua disponibilità finanziaria gli ha permesso una campagna elettorale dispendiosa, peraltro appoggiata dai grandi media.

Le operazioni di voto si sono svolte in relativa calma e hanno registrato un'alta affluenza alle urne (82,9%). Il vincitore è stato aiutato anche dal costante clima di insicurezza e di violenza. Tra la fine di agosto e gli inizi di settembre una serie di attentati con autobomba e ordigni esplosivi aveva scosso il paese, fortunatamente senza causare vittime. L'8 settembre, in un'area boscosa della provincia di Guayas, era stato trovato il corpo senza vita del consigliere municipale di Durán, Bolívar Vera, sequestrato il giorno prima.

L'Ecuador, ai tempi di Correa una delle nazioni più tranquille della regione, è ora preda delle bande di narcos che ne hanno fatto uno dei centri del traffico di stupefacenti verso Stati Uniti ed Europa. L'uccisione in agosto del candidato presidenziale Villavicencio è stata sfruttata dalla destra per attaccare il correismo, indebolendo Luisa González che in precedenza era in testa ai sondaggi. E per nascondere i veri mandanti dell'omicidio di Villavicencio, sei colombiani e un ecuadoriano coinvolti nell'attentato sono stati assassinati in carcere.

Noboa continuerà sicuramente sulla strada del neoliberismo, inaugurata da Lenín Moreno con il suo clamoroso tradimento dell'eredità di Correa. La nuova presidenza, che durerà solo un anno e mezzo (il periodo che manca al mandato di Lasso), terrà probabilmente fede anche all'accordo con Washington annunciato agli inizi di ottobre, in base al quale militari Usa potranno realizzare operazioni in territorio ecuadoriano, ufficialmente per combattere il traffico di droga e la tratta di esseri umani. Si ristabilisce così la cooperazione con gli Stati Uniti cui Rafael Correa aveva posto fine nel 2009, non rinnovando alle forze Usa il contratto per la base aerea di Manta.

Come scriveva il 18 settembre Gustavo Veiga su Página/12, l'Ecuador sarà soggetto a quanto avverrà "con la cosiddetta Ley de Asociación con Estados Unidos del 2022. Una norma votata nel Congresso statunitense con i difetti della Dottrina Monroe. Una specie di ricettario colonialista che prevede come affrontare l'influenza straniera negativa (testuale). Il progetto, ideato da un falco repubblicano, Marco Rubio, e da un altro democratico, Bob Menendez, dimostra che i due partiti hanno una visione univoca in politica estera. Hanno posto la loro attenzione su un paese messo in scacco dai cartelli del narcotraffico e dalle bande criminali locali, che si è trasformato in un'opportunità per rispolverare il cosiddetto Plan Colombia, questa volta applicato al suo vicino. L'iniziativa, già respinta dall'Asamblea Nacional ecuadoriana nel giugno dello scorso anno, si riallaccia a un memorandum d'intesa firmato il 19 luglio tra i governi di Joe Biden e Guillermo Lasso per rafforzare la capacità militare delle forze armate ecuadoriane. Amplia inoltre sul terreno la grande influenza di Washington, che attraverso la sua ambasciata a Quito, la Cia e la Dea è sempre più evidente".

17/10/2023


Dopo cinquant'anni sul Cile ancora l'ombra di Pinochet

Cinquant'anni fa, l'11 settembre, il golpe di Pinochet soffocava le speranze della sinistra cilena di introdurre il socialismo per via democratica. L'anniversario è stato ricordato a Santiago con una cerimonia ufficiale, iniziata con una cueca solitaria ballata dalla presidente dell'Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, Gaby Ribera Sánchez, come simbolo dell'assenza del suo compagno. Poi è stata la volta dell'argentina Estela de Carlotto. "Ci sono parole che sono eterne: Memoria, Verità e Giustizia", ha detto la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo. La figlia di Salvador Allende, Isabel, con voce rotta ha ricordato il momento in cui, quella mattina, abbandonò La Moneda dicendo addio al padre: "Non dimentico il suo ultimo abbraccio, il suo amore infinito".

Una cerimonia di grande impatto emotivo, che ha visto la partecipazione del presidente messicano López Obrador, del colombiano Gustavo Petro, degli uruguayani Luis Lacalle Pou e José Mujica. Non era presente invece nessun esponente della destra cilena, neppure quella moderata. E nessun partito conservatore ha accettato di sottoscrivere la dichiarazione, preparata da Gabriel Boric nel quadro delle commemorazioni per il cinquantenario, in cui ci si impegna a "proteggere e difendere la democrazia, rispettare la Costituzione, le leggi e lo stato di diritto" e a "fare della difesa e della promozione dei diritti umani un valore condiviso". Del resto l'ex capo di Stato Sebastián Piñera, in un'intervista televisiva, aveva presentato un'aberrante giustificazione del golpe: "La principale responsabilità è del governo di Unidad Popular, che con una minoranza volle imporre un modello di società marxista". La pensavano diversamente i tantissimi manifestanti che alla vigilia avevano partecipato al corteo per i diritti umani: tra gli altri lo stesso Boric e l'ex giudice spagnolo Baltasar Garzón, che nel 1998 aveva emesso un mandato internazionale di arresto nei confronti di Pinochet.

Il cinquantesimo anniversario cade in un momento particolarmente delicato per il paese. I settori che rivendicano la dittatura hanno ripreso fiato e l'assemblea incaricata di redigere una nuova bozza di Costituzione sta preparando un testo che non ha nulla da invidiare a quello di Pinochet. il presidente Boric si trova in una posizione estremamente debole: in agosto ha dovuto effettuare alcuni cambiamenti nei ministeri, in particolare accettando le dimissioni dall'esecutivo dell'amico Giorgio Jackson, come lui ex leader studentesco. Jackson era stato oggetto di continui attacchi della destra per presunte irregolarità nell'assegnazione di finanziamenti e ha motivato la sua rinuncia denunciando che la sua presenza nel gabinetto era stata utilizzata dall'opposizione "come una scusa per non avanzare negli accordi che il Cile richiede". Da un anno era ministro dello Sviluppo Sociale, dopo essere stato responsabile dei rapporti con il Parlamento: in quella veste si era scontrato con il blocco alle riforme del sistema pensionistico e delle imposte, considerate prioritarie dal governo e tuttora al palo.

12/9/2023


Messico, due candidate alle presidenziali del 2024

Sarà quasi sicuramente una donna a succedere, nel 2024, al presidente López Obrador. Due sono infatti le candidate dei principali schieramenti: la senatrice Xóchitl Gálvez Ruiz per la coalizione Frente Amplio por México (Pri-Pan-Prd) e Claudia Sheinbaum Pardo, ex jefa de Gobierno di Città del Messico, per il Movimiento Regeneración Nacional (Morena).

La scelta di Gálvez, imprenditrice laureata in ingegneria, è stata resa nota ufficialmente dopo l'annuncio del dirigente nazionale priista Alejandro Moreno Cárdenas che l'esponente del suo partito, Beatriz Paredes, si ritirava dalla competizione prima della prevista consultazione pubblica. Questa decisione, scrive il quotidiano La Jornada nel suo editoriale, "ha distrutto gli ultimi resti di credibilità che potevano rimanere al caotico processo ordito dalle destre per nascondere che la loro candidata era stata designata da una cupola oligarchica capeggiata da Claudio X. González" (uomo d'affari tra i più influenti del paese). Quello che una volta era un partito potente, afferma ancora La Jornada, andrà all'elezione presidenziale "in qualità di subordinato del Pan".

Per quanto riguarda Morena, Claudia Sheinbaum (anche lei laureata in ingegneria) si è chiaramente imposta in una serie di inchieste interne, procedimento inedito per il Messico. Sconfitto l'ex ministro degli Esteri Marcelo Ebrard, che ha però messo in dubbio la consultazione, denunciando le "inconsistenze" di alcuni questionari. Il risultato è stato invece salutato con entusiasmo da López Obrador, che si è vantato di non aver "inclinato la bilancia" a favore di nessun candidato. "È finito il dedazo", ha affermato nel corso di una delle consuete conferenze stampa mattutine, riferendosi all'uso dei precedenti presidenti di designare i candidati alla propria successione.

INCOSTITUZIONALE IL DIVIETO DI ABORTO. La Suprema Corte de Justicia de la Nación ha deciso l'eliminazione del reato di aborto dal Codice Penale Federale, rispondendo positivamente a un ricorso del Gire, il Grupo de Información en Reproducción Elegida, contro quattro articoli che prevedono pene carcerarie per le donne che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza. Nel settembre del 2021 la Corte aveva dichiarato incostituzionale il divieto di aborto nei codici penali statali, ma non tutti hanno modificato in tal senso le loro leggi: la proibizione vige ancora in ventidue Stati. La sentenza attuale intende porre fine a questa situazione.

8/9/2023


Guatemala, in piazza contro il tentativo di golpe

Bernardo Arévalo e Karin Herrera hanno ricevuto il 5 settembre, dal Tribunal Supremo Electoral, le credenziali di presidente e vicepresidente, cariche che assumeranno il 14 gennaio. "Ricevo queste credenziali con il ringraziamento a un Tse che ha adempiuto alle sue funzioni, i cui magistrati sono stati elemento centrale nel processo di difesa della democrazia", ha detto Arévalo, mentre Herrera ho sottolineato: "Il popolo ha deciso e questa decisione deve essere rispettata". L'importanza di "rispettare lo stato di diritto, la separazione dei poteri, l'alternanza e i diritti civili e politici di tutti i guatemaltechi" è stata ribadita dalla presidente del Tse, Irma Palencia.

Nei giorni precedenti il capo dello Stato eletto aveva avvertito di un tentativo di golpe in corso, con "la persecuzione" della Fiscalía General guidata da Consuelo Porras contro Semilla, la cui personalità giuridica era stata sospesa in via provvisoria a fine agosto per ordine giudiziario: un provvedimento che non poneva in dubbio l'elezione presidenziale, ma limitava le facoltà dei parlamentari del movimento e il loro appoggio al futuro governo. Le autorità elettorali avevano dovuto intervenire sospendendo fino al 31 ottobre tale risoluzione. E, contro gli stessi magistrati del Tse, la Fiscalía aveva chiesto alla Corte Suprema il ritiro dell'immunità per un'accusa di brogli presentata dal partito Une di Sandra Torres, sconfitto dal voto del 20 agosto.

La popolazione però non è rimasta a guardare. Contro il tentativo di sovvertire il risultato delle urne per via giudiziaria migliaia di persone sono scese in piazza a più riprese nella capitale e in altre città del paese, mentre una petizione digitale, che ha raggiunto oltre centomila firme, chiedeva le dimissioni di Porras. Nel corso delle mobilitazioni, sacerdoti e sacerdotesse della comunità indigena hanno preso simbolicamente a frustate i ritratti della fiscal general e dell'attuale capo dello Stato Giammattei.

6/9/2023


Ecuador, Luisa González e Daniel Noboa al ballottaggio

Nonostante i timori della vigilia, la giornata del 20 agosto è trascorsa in relativa calma e ha visto un'elevata affluenza alle urne (82%). Gli unici problemi si sono registrati all'estero, dove moltissimi elettori non sono riusciti ad accedere al voto telematico a causa di un attacco informatico: venerdì 25, al termine dello scrutinio, il Consejo Nacional Electoral ha quindi deciso che in queste circoscrizioni l'elezione legislativa dovrà essere ripetuta. Nell'Asamblea Nacional il movimento correista Revolución Ciudadana ha comunque già conquistato il più alto numero di seggi, confermandosi la maggiore forza politica.

Per quanto riguarda le presidenziali, nessuno degli otto candidati ha raggiunto il quorum necessario per essere eletto al primo turno e tutto viene rimandato al 15 ottobre, quando si confronteranno la correista Luisa González, che ha ottenuto il 33,6% dei suffragi, e Daniel Noboa, dell'alleanza di destra Acción Democrática Nacional (23,4%). Escluso dal ballottaggio il giornalista Christian Zurita (16,4%), che aveva preso il posto di Fernando Villavicencio, ucciso il 9 agosto.

Figlio del magnate del commercio delle banane Alvaro Noboa, Daniel non figurava tra i favoriti: il suo sorprendente secondo posto sembra sia dovuto alla campagna condotta sui social, in particolare su TikTok. Questo getta una pesante ipoteca sulla vittoria di González, che prima dell'omicidio di Villavicencio (grande rivale di Correa) era data altamente probabile al primo turno; ora su Noboa potrebbero convergere i voti del composito schieramento anticorreista.

Il 20 agosto gli ecuadoriani sono stati chiamati a votare anche due referendum ambientalisti. Il primo riguardava la richiesta di frenare lo sfruttamento petrolifero in un settore del Parco Nazionale Yasuní, un "santuario della biodiversità". Il quesito, promosso dal collettivo ambientalista Yasunidos con la raccolta di oltre 750.000 firme, ha ottenuto quasi il 59% di sì. Con il secondo referendum, di carattere locale, il collettivo Quito Sin Minería chiedeva la proibizione dell'attività mineraria nel Chocó Andino, la riserva della biosfera nei pressi della capitale. Anche in questo caso i sì sono stati oltre il 68%. Celebrando questi due risultati, il presidente della Conaie, Leonidas Iza, ha affermato: "La scintilla che si accende qui in Ecuador" è un invito all'unità "in una lotta globale per difendere la vita planetaria".

26/8/2023


L'Argentina entra a far parte dei Brics

Dal primo gennaio del 2024 l'Argentina entrerà a far parte dei Brics, insieme ad Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. L'allargamento ai nuovi membri è stato annunciato il 24 agosto dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, al termine del vertice del blocco che si è tenuto a Johannesburg. Con l'ingresso di questi sei paesi i Brics arriveranno a rappresentare il 36% del pil mondiale.

La partecipazione argentina al gruppo è il culmine di un lungo processo iniziato durante la presidenza di Cristina Fernández e che ha potuto contare sul costante appoggio di Lula. "Il Brasile non può fare una politica di sviluppo industriale senza l'Argentina, un paese che deve crescere insieme", aveva dichiarato quest'ultimo alla vigilia del vertice.

"Saremo protagonisti di un destino comune in un blocco che rappresenta oltre il 40% della popolazione mondiale. Continuiamo a rafforzare relazioni fruttifere, autonome e diverse con altri paesi del mondo", ha affermato Alberto Fernández dando la notizia ufficiale. Il multilateralismo a cui aspirano le nazioni del Sud del mondo non è però visto di buon occhio dalla destra, strettamente legata alle posizioni Usa. "Non andremo ad allearci con dei comunisti", è stato il commento di Javier Milei, mentre Patricia Bullrich ha dichiarato con decisione: "l'Argentina sotto il nostro governo non starà nei Brics".

25/8/2023


Guatemala, Bernardo Arévalo eletto presidente

Il Guatemala volta pagina. Con il 60,9% dei suffragi al ballottaggio del 20 agosto, il candidato del Movimiento Semilla Bernardo Arévalo de León è stato proclamato virtual presidente, secondo la formula d'uso. Nel corso del mandato sarà affiancato dalla vicepresidente, la docente universitaria Karin Herrera Aguilar. Sconfitta Sandra Torres, dell'Unidad Nacional de la Esperanza: a nulla è valso il suo abbandono di un programma vagamente progressista per ricercare i voti di conservatori ed estrema destra.

Bernardo Arévalo è figlio dell'ex presidente Juan José Arévalo Bermejo, che dopo la rivoluzione del 1944 diede inizio con il suo governo alla "primavera de octubre", come venne definita dallo scrittore Luis Cardoza y Aragón. Sulle orme del padre, Bernardo ha promesso di dare inizio a "una nuova primavera democratica". Non sarà facile: anche se, alla vigilia del voto, la Corte Suprema de Justicia ha bloccato in via definitiva il tentativo di una parte della magistratura di escludere Semilla dal ballottaggio, i gruppi oligarchici non sono certo disposti a cedere il potere senza lottare.

Per ora comunque prevale la speranza. "Il popolo del Guatemala dice oggi all'attuale classe politica: Signori, siete licenziati", ha dichiarato l'avvocata Alida Vicente, autorità indigena della zona di Escuintla. E secondo la ex deputata kaqchikel Rosalina Tuyuc, fondatrice della Coordinadora Nacional de Viudas de Guatemala, "si è aperta la porta della vita per un buen vivir per i popoli".

21/8/2023


Ecuador, una campagna elettorale sanguinosa

Due politici colpiti a morte e un attentato fallito nel giro di pochi giorni. Il 9 agosto a Quito è stato assassinato Fernando Villavicencio, candidato alle prossime presidenziali per il raggruppamento Construye. Nonostante godesse di protezione da parte della polizia per essere stato minacciato da bande di narcotrafficanti, Villavicencio è stato raggiunto da tre proiettili alla testa esplosi da un gruppo di sicari. Nella sparatoria seguita all'attacco è morto anche uno dei killer. Il giorno dopo la candidata parlamentare Estefany Puente, dell'alleanza Claro que se puede, ha denunciato che sconosciuti hanno aperto il fuoco contro la sua macchina mentre viaggiava nella provincia di Los Ríos. E il 14 agosto due persone a bordo di una moto hanno ucciso, sulla porta di casa, Pedro Briones, dirigente del movimento correista Revolución Ciudadana della provincia di Esmeraldas. "L'Ecuador vive la sua epoca più sanguinosa. Lo dobbiamo all'abbandono totale di un governo inetto e a uno Stato preda delle mafie", ha commentato Luisa González, candidata correista alla presidenza. Da tempo il paese è teatro di una guerra tra i cartelli della droga, penetrati negli apparati statali e che si disputano il controllo dei porti da cui la cocaina prende la strada del Nord America e dell'Europa.

Villavicencio e Briones non sono i primi politici a cadere in questa ondata di violenza: in luglio era stata la volta di un altro candidato all'Asamblea Nacional, Rider Sánchez, dell'Alianza Actuemos. Nel mirino anche gli amministratori locali di diversi partiti: alla vigilia del voto municipale del 5 febbraio era stato assassinato Omar Menéndez, candidato a sindaco di Puerto López. Prima di lui in gennaio era stato ucciso il candidato a primo cittadino di Salinas, Julio César Farachio. In dicembre Javier Pincay, che correva per la poltrona di sindaco di Portoviejo, era rimasto gravemente ferito, ma era sopravvissuto. Luis Chonillo, sindaco di Durán, era uscito illeso in maggio da un attacco, che era costato però la vita a due persone. In giugno, a Esmeraldas, il consigliere Jairo Olaya era deceduto per le ferite riportate in un agguato e il mese successivo venivano colpiti a morte il sindaco di Manta, Agustín Intriago, e una giovane che si trovava vicino a lui.

Fernando Villavicencio, che secondo i sondaggi era al secondo posto nelle intenzioni di voto, preceduto da Luisa González, si presentava come un paladino della lotta alla corruzione, ma come parlamentare aveva frenato le indagini dell'Asamblea Nacional sul presidente Lasso. Il crimine è stato subito sfruttato dalla destra in funzione anticorreista, prendendo spunto dal fatto che l'ucciso aveva appoggiato la controversa accusa (un chiaro caso di lawfare) che aveva portato alla condanna sia di Rafael Correa che del vice Jorge Glas. Il gruppo di narcos locali Los Lobos ha rivendicato l'omicidio con un video in cui i membri appaiono con il volto coperto da passamontagna e facendo il gesto delle corna. Ma subito dopo un altro video, questa volta con uomini a viso scoperto, ha affermato l'estraneità della banda all'accaduto. Intanto sei colombiani sono stati arrestati e alcuni di loro sarebbero stati riconosciuti da testimoni dell'attentato. Su questo delitto Lasso ha chiamato a indagare gli agenti del Federal Bureau of Investigation statunitense: un riconoscimento della debolezza delle istituzioni ecuadoriane.

15/8/2023


Argentina, l'estrema destra si impone nelle primarie

Il voto delle Primarias Abiertas, Simultáneas y Obligatorias (Paso) del 13 agosto, che doveva designare i candidati per le prossime presidenziali, ha provocato un vero e proprio terremoto politico. Contro ogni aspettativa, il 30% dei suffragi è stato conquistato da La Libertad Avanza di Javier Milei. Al secondo posto la destra di Juntos por el Cambio (28%), dove si è imposta Patricia Bullrich, seguita da Unión por la Patria (ex Frente de Todos, 27%). Qui è risultato vincitore il ministro dell'Economia Sergio Massa, una scelta di compromesso tra i sostenitori della ex presidente Cristina Fernández e il moderato Frente Renovador.

Milei si situa all'estrema destra del panorama politico argentino. Ammiratore di Trump e Bolsonaro, promette di dollarizzare l'economia e di chiudere il Banco Central perché non emetta più pesos, è fautore di un neoliberismo assoluto che riduca ai minimi termini la presenza dello Stato, contempla l'assoluta libertà di possedere armi e di vendere i propri organi. Unico punto su cui si esprime per il divieto è l'interruzione volontaria della gravidanza. Il suo successo alle primarie è dovuto anche alla difficile situazione economica del paese, che i troppo prudenti provvedimenti del governo non sono riusciti ad arginare efficacemente. L'inflazione annuale si aggira sul 115% e sull'Argentina grava il peso del gigantesco debito estero concesso con tanta generosità dal Fmi a Macri.

La frattura nella società argentina si approfondisce sempre più. In luglio, nella provincia di Jujuy, dimostranti che protestavano contro la repressione scatenata dal governatore Gerardo Morales erano stati minacciati e aggrediti da squadracce. E a Buenos Aires il 10 agosto la polizia locale ha attaccato una pacifica manifestazione convocata dalle organizzazioni Votamos Luchar e Rebelión Popular, accanendosi in particolare contro Facundo Molares Schoenfeld fino ad ucciderlo. Militante comunista, Molares aveva combattuto con le Farc in Colombia, poi si era recato come fotoreporter in Bolivia, dove era stato sorpreso dal colpo di Stato del 2019 e gravemente ferito dalle forze golpiste. Mentre era in coma era stato arrestato e solo con il ritorno della democrazia aveva potuto rientrare in patria, dove era poi finito in carcere su richiesta della Colombia, che ne chiedeva l'estradizione. Liberato nel luglio dello scorso anno, era tornato a documentare cortei e proteste con la sua macchina fotografica.

E a quasi un anno dal fallito attentato contro Cristina Fernández, la giustizia si limita a perseguire gli esecutori materiali, presentati come un branco di pazzoidi emarginati. Prove fondamentali sono state trascurate, nel chiaro proposito di lasciare in ombra i mandanti. Non si è fatta alcuna luce sulla campagna di odio scatenata dalla destra contro la vicepresidente e sulle azioni di gruppi come Revolución Federal, finanziati da imprenditori vicini a Macri e autori di minacce e aggressioni contro i membri del governo. Nel frattempo si moltiplicano le voci negazioniste, che vorrebbero cancellare la memoria degi orrori della dittatura e dei 30.000 desaparecidos.

Per fortuna sembra che nel paese esistano gli anticorpi contro questi tentativi di ritorno al passato. Migliaia di persone sono scese in piazza dopo l'uccisione di Facundo Molares, in una manifestazione convocata da sindacati e organizzazioni politiche e sociali. E continua la protesta della provincia di Jujuy, che dall'inizio di agosto si è spostata nella capitale con il terzo Malón de la Paz, la marcia dei rappresentanti di 400 comunità di popoli originari in difesa dei propri diritti (come era avvenuto nel 1946 e nel 2006). Infine, come una vittoria contro ogni negazionismo, le Abuelas de Plaza de Mayo hanno annunciato a fine luglio il ritrovamento del nipote 133, figlio di due militanti del Partido Revolucionario de los Trabajadores, Cristina Navajas (sequestrata quando era incinta e desaparecida nel 1976) e Julio Santucho, fratello del leader del Prt, Mario Roberto Santucho (anche lui assassinato dal terrorismo di Stato).

14/8/2023


Riuniti a Belém i paesi dell'Amazzonia

Le nazioni sviluppate devono "assolvere ai loro obblighi in materia di finanziamento climatico" in vista della Cop28 che si terrà a fine novembre a Dubai. Questo l'appello degli otto Stati dell'Otca, l'Organización del Tratado de Cooperación Amazónica, che hanno tenuto il loro IV Vertice l'8 e il 9 agosto nella località brasiliana di Belém. Nel corso della riunione, cui hanno partecipato il presidente del paese ospite Lula da Silva, il colombiano Gustavo Petro, il boliviano Luis Arce, la peruviana Dina Boluarte, il primo ministro della Guyana Mark Phillips, la vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríquez e i ministri degli Esteri di Ecuador e Suriname, è stata annunciata la costituzione di un'alleanza contro la deforestazione, per evitare che la maggiore foresta tropicale della Terra raggiunga "un punto di non ritorno": il taglio illegale di alberi per ottenere legname o per far posto ai pascoli ha provocato, tra il 1985 e il 2021, la perdita del 17% della copertura vegetale.

"Andremo alla Cop28 con l'obiettivo di dire al mondo ricco che se vuole preservare effettivamente i boschi è necessario mettere a disposizione denaro, non solo per proteggere gli alberi, ma anche le persone" che vivono alla loro ombra, ha affermato Lula nel corso di una conferenza stampa, ricordando l'estrema povertà delle popolazioni indigene della zona.

All'incontro di Belém erano stati invitati rappresentanti di Saint Vincent and the Grenadines, il paese che detiene la presidenza pro tempore della Celac, della Francia per la Guyane Française, della Germania e della Norvegia (come contribuenti del Fondo Amazzonia, che finanzia programmi di sviluppo sostenibile), nonché di tre Stati con estese selve tropicali: la Repubblica del Congo, la Repubblica Democratica del Congo e l'Indonesia. Il vertice dell'Otca, il primo dopo 14 anni, ha avuto sicuramente un significato positivo, riaffermando l'impegno per la difesa del polmone verde del pianeta. Ma la dichiarazione finale ha presentato poche decisioni concrete, come ha fatto notare Leandro Ramos, direttore di Greenpeace Brasil: "Non ci sono obiettivi o scadenze per sradicare la deforestazione e non si menziona la fine dello sfruttamento petrolifero nella regione. Senza queste misure i paesi amazzonici non riusciranno a cambiare l'attuale rapporto predatorio con la foresta".

10/8/2023


Uruguay, entra in vigore la riforma delle pensioni

Non sono bastati tre scioperi generali convocati dalla centrale sindacale Pit-Cnt, l'ultimo il 25 aprile con la partecipazione dei lavoratori dei trasporti, della sanità, delle banche, della scuola. Il 27 aprile la riforma delle pensioni voluta dal governo neoliberista di Lacalle Pou, già passata alla Camera, è stata approvata dal Senato con 17 voti su 28 (si sono espressi a favore tutti i parlamentari della maggioranza tranne uno), mentre migliaia di persone protestavano davanti al Parlamento. E nonostante tutti i sondaggi indichino che la maggioranza della popolazione è contraria, il primo agosto le nuove norme sono entrate in vigore.

La riforma, che verrà applicata gradualmente a partire dai nati nel 1973, eleva da 60 a 65 anni l'età per andare in pensione, a eccezione di alcuni settori particolarmente usuranti come il lavoro agricolo e le costruzioni. Saranno inoltre necessari trent'anni di contributi. Oltre i 65, chi vuole potrà continuare a lavorare a condizione di pagare contributi del 15% alla previdenza sociale, che già funziona in regime misto pubblico-privato.

2/8/2023


Guatemala, presidenziali con tentato golpe

Sandra Torres candidata dell'Une, Unidad Nacional de la Esperanza (15,7% dei suffragi), e Bernardo Arévalo del Movimiento Semilla (11,8%) si disputeranno il 20 agosto l'elezione alla massima carica dello Stato. Lo ha annunciato il 12 luglio il Tse (Tribunal Supremo Electoral) riconoscendo il risultato delle elezioni del 25 giugno. Arévalo è giunto inaspettatamente al ballottaggio sconfiggendo altri venti avversari tra cui Zury Maité Ríos, esponente di estrema destra e figlia del defunto dittatore Efraín Ríos Montt. Il vero vincitore della giornata è stato però il voto nullo, espresso da oltre il 17% degli elettori. Per quanto riguarda la composizione del Congresso, eletto sempre il 25 giugno, le formazioni maggiormente rappresentate saranno Vamos, del presidente Alejandro Giammattei, con 39 deputati, Une con 28 e Semilla con 23.

Il lungo periodo intercorso tra il primo turno e la proclamazione si spiega con il tentativo dell'élite dominante nel paese di bloccare in ogni modo una possibile vittoria di Arévalo. Dopo uno spoglio dalla lentezza esasperante, il primo luglio la Corte de Constitucionalidad ordinava la sospensione della ratifica ufficiale, in seguito a denunce di irregolarità presentate dai partiti di destra, e imponeva il ricontrollo delle schede. Pochi giorni dopo il Tse comunicava che tale ricontrollo non aveva fatto emergere variazioni nei conteggi. Ma a questo punto la presidente della Corte Suprema de Justicia, Silvia Valdés Quezada, bloccava nuovamente la formalizzazione dei risultati e il capo della Procura Speciale contro l'Impunità, Rafael Curruchiche (che dipende dalla fiscal general Consuelo Porras, già protagonista di operazioni antidemocratiche), accusava Semilla di aver presentato 5.000 firme false al momento di costituirsi come partito e chiedeva al giudice Freddy Orellana di sospendere il movimento. Nel frattempo la sede del tribunale elettorale veniva perquisita con un massiccio spiegamento di forze. Un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, mirante a sovvertire il responso delle urne. Il golpe veniva frenato dal Tse, che proclamava il passaggio al secondo turno di Torres e Arévalo, e dalla Corte de Constitucionalidad, che accettava in via provvisoria il ricorso di quest'ultimo ammettendolo al ballottaggio.

Ma le manovre giudiziarie golpiste non si fermavano qui. Nei giorni successivi veniva spiccato mandato d'arresto contro la militante di Semilla Cinthya Rojas, accusata di irregolarità nell'iscrizione del movimento davanti al Tse. La sede del supremo organo elettorale veniva perquisita una seconda volta per ordine della Procura, che chiedeva inoltre la cattura dell'avvocata Eleonora Castillo, responsabile ad interim del Registro de Ciudadanos, per non aver obbedito all'ingiunzione di sospendere la personalità giuridica del movimento. E un'altra perquisizione veniva effettuata negli uffici di Semilla, alla ricerca di documenti che potessero giustificarne l'estromissione dal voto.

Il progressista Bernardo Arévalo de León, noto come "Zio Bernie" per i punti di contatto con lo statunitense Bernie Sanders, è figlio di Juan José Arévalo Bermejo, il primo capo di Stato democraticamente eletto dopo la rivoluzione del 1944. Il Movimiento Semilla è nato dalle manifestazioni contro la corruzione del 2015, che portarono alla rinuncia del presidente Otto Pérez Molina e della vice Roxana Baldetti. Sandra Torres, è la vedova dell'ex presidente Alvaro Colom, che venne eletto nel 2007 proprio con il partito Une, inizialmente di tendenza socialdemocratica e ora spostatosi su posizioni conservatrici. Nel 2011 aveva divorziato da Colom per presentarsi alle presidenziali (la Costituzione impediva la candidatura di familiari del presidente in carica). Quell'anno Torres non poté comunque concorrere; partecipò, senza successo, alle due successive tornate del 2015 e del 2019.

Il tentativo di escludere Arévalo dalla contesa elettorale è l'ennesima riprova della fragilità della democrazia guatemalteca, ostaggio di quello che è stato chiamato Pacto de Corruptos, i gruppi oligarchici che controllano economia, politica e giustizia. Sono questi gruppi che hanno imposto negli ultimi tempi presidenti corrotti e ricattabili, da Pérez Molina a Jimmy Morales, a Giammattei e che per garantire la continuità dell'impunità hanno impedito, con una serie di pretesti burocratici, la candidatura alle presidenziali della leader indigena Thelma Cabrera, del Movimiento para la Liberación de los Pueblos.

Un altro esempio clamoroso dello stato della democrazia nel paese è stata la condanna a sei anni di carcere, per presunto riciclaggio, comminata il 12 giugno al giornalista José Rubén Zamora Marroquín, che nel suo giornale El Periódico aveva denunciato la corruzione del governo. In seguito a "persecuzione penale e pressione economica" El Periódico, che pure aveva ricevuto riconoscimenti internazionali per la qualità delle sue inchieste, ha dovuto chiudere definitivamente il 15 maggio.

22/7/2023


Uruguay, "L'acqua non è potabile, ma è bevibile"

La prolungata siccità ha portato negli ultimi mesi l'Uruguay a una profonda crisi idrica, che ha colpito soprattutto Montevideo e l'area metropolitana: le riserve del bacino di Paso Severino, da cui si estrae l'acqua dolce per il consumo della capitale, ha registrato minimi storici. Sebbene grazie alle piogge degli ultimi giorni si siano prodotti lievi miglioramenti, l'emergenza non è certo risolta. E non si tratta solo delle conseguenze del riscaldamento globale, ma di errate scelte governative, come viene sottolineato nella lettera di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite.

Nel messaggio si contesta in particolare la priorità data dall'esecutivo alle necessità delle imprese rispetto ai bisogni degli abitanti: il governo di Lacalle Pou ha raccomandato di "ridurre il consumo d'acqua nelle case", ma "queste restrizioni non si applicano ai consumatori a grande scala, comprese le industrie che utilizzano acqua per la produzione". Del resto già tempo prima uno dei direttori dell'Obras Sanitarias del Estado, Edgardo Ortuño, aveva avvertito che la crisi si sarebbe potuta evitare se non si fossero tagliati 200 milioni di dollari al bilancio dell'Ose e se non fosse stato interrotto il progetto della precedente amminstrazione di Tabaré Vázquez, che consisteva nella costruzione di una diga nell'Arroyo Casupá.

In mancanza di questi interventi il governo, per far fronte all'emergenza, non ha trovato niente di meglio che ricorrere alle fonti vicine al Río de la Plata, nei pressi dell'estuario, che presentano un livello di salinità ben oltre i limiti di legge. Così gli uruguayani vedono sgorgare dai rubinetti acqua salata, che può avere serie conseguenze per la salute. Come giustificazione il ministro dell'Ambiente, Robert Bouvier, ha dichiarato alla stampa: "L'acqua non è potabile secondo la definizione perfetta di potabilità. Quello che noi diciamo è che è bevibile e consumabile". Gli esperti dell'Onu sono di diverso avviso: scrivono infatti che tale situazione "colpisce in modo significativo settori vulnerabili, come bambini e adolescenti, donne incinte e persone che soffrono di malattie croniche". Quanto all'invito delle autorità a usare acqua in bottiglia, è in pratica una "privatizzazione di fatto". No es sequía, es saqueo: con questo slogan la popolazione è scesa in piazza a più riprese in difesa di uno dei diritti umani fondamentali.

21/7/2023


Al vertice Ue-Celac si discute anche di Ucraina

Con una dichiarazione finale, che prende in esame i temi dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà e al cambiamento climatico, si è concluso il 18 luglio a Bruxelles il vertice di due giorni dei paesi membri dell'Unione Europea e della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. Si è trattato del terzo incontro di questo tipo ed è avvenuto dopo ben otto anni dal precedente. E nonostante tutti gli sforzi per mostrare unità di intenti, non ha potuto occultare alcune fondamentali divergenze.

Certo la dichiarazione contiene importanti affermazioni di principio: gli Stati firmatari si impegnano a lottare contro ogni discriminazione di genere e a promuovere i diritti del lavoro, riconoscono i diritti dei popoli indigeni e degli afrodiscendenti. Per quanto riguarda il bloqueo a Cuba, ribadiscono l'opposizione "alle disposizioni legali e alle normative con effetto extraterritoriale". Sulla questione della sovranità sulle Isole Malvinas/Falkland, rivendicate dall'Argentina, "l'Unione Europea ha preso nota della posizione storica della Celac, basata sull'importanza del dialogo e del rispetto del Diritto Internazionale". Nel documento si legge inoltre: "Siamo coscienti che il pianeta Terra e i suoi ecosistemi sono la nostra casa e che "Madre Terra" è un'espressione comune in diversi paesi e regioni".

Al di là di queste nobili intenzioni, ci sono gli interessi concreti delle nazioni del Vecchio Continente. E a questo proposito ecco il richiamo al Global Gateway, il piano con cui Bruxelles intende sviluppare entro il 2027 infrastrutture fisiche e digitali in tutto il mondo, contrastando l'influenza cinese (è stato definito infatti "la risposta europea alla Nuova Via della Seta"). Il Global Gateway "affronterà le carenze di investimenti in consonanza con le priorità comuni dell'Ue e dell'America Latina e dei Caraibi, con l'obiettivo di mobilitare tanto la finanza pubblica come il capitale privato a favore dello sviluppo sostenibile, comprese la trasformazione digitale, l'istruzione, le infrastrutture sanitarie, la produzione di energia, le prospettive ambientali, le materie prime e le catene di valore locali". Il che fa temere il libero accesso delle transnazionali allo sfruttamento delle risorse naturali latinoamericane, con conseguente grave impatto ambientale e sociale, e un'accentuata privatizzazione dei servizi pubblici.

La preoccupazione dei governi latinoamericani progressisti è giustificata anche dal paragrafo che afferma: "Sottolineiamo l'importanza di applicare integralmente gli accordi di associazione e commercio tra l'Ue e i suoi soci della Celac. Chiediamo la ratifica degli accordi già firmati e che sono attualmente applicati". E più avanti: "Prendiamo nota dei lavori in corso tra l'Ue e il Mercosur", un tema ancora ampiamente in discussione. Alcuni capi di Stato latinoamericani hanno avvertito del pericolo che la regione si trasformi in una nuova "colonia" europea. E Lula aveva precisato, nel vertice del Mercosur tenutosi ai primi di luglio: "Non abbiamo interesse a firmare alcun accordo che ci condanni all'eterno ruolo di esportatori di materie prime".

Ma la questione più controversa nell'incontro è stata la guerra in Ucraina. L'Unione Europea avrebbe voluto una chiara condanna della Russia e addirittura era stato chiesto l'intervento al vertice del presidente Zelensky, la cui presenza è stata però respinta praticamente in blocco dai paesi latinoamericani. Alla fine nella dichiarazione si esprime "profonda preoccupazione per il conflitto in corso" e si appoggia "la necessità di una pace giusta e durevole". Una formula estremamente generica che ha permesso di ottenere il consenso generale.

Il vertice di Bruxelles "si presentava come un'opportunità per approfondire i rapporti tra le due regioni da un'autonomia strategica. Deploriamo i tentativi dell'Unione Europea di imporre formati e metodi unilaterali, poco trasparenti, contrari allo spirito di rispetto, dialogo e cooperazione che deve dominare nelle relazioni tra due regioni". Così si legge nel documento finale della Cumbre de los Pueblos Latinoamericanos, Caribeños y Europeos, che si è svolta in contemporanea nella capitale belga. La Cumbre, che ha visto la partecipazione di organizzazioni popolari, ecologiste e femministe, movimenti politici e sindacali, si è conclusa con un appello a proseguire nelle lotte e in particolare a mobilitarsi il 21 settembre "in difesa della Pace e della Solidarietà, contro la spirale bellicista e per la dissoluzione dei blocchi militari, con l'impegno di continuare a lavorare per dichiarare l'Atlantico e il Mediterraneo Zone di Pace, libere da basi militari".

19/7/2023


Argentina, la provincia di Jujuy in rivolta

Cortei e blocchi stradali nella provincia di Jujuy si susseguono da oltre un mese e non accennano a diminuire, nonostante la brutale repressione delle forze di sicurezza che ha già provocato centinaia di feriti, tra cui alcuni manifestanti colpiti agli occhi da proiettili di gomma. Decine i detenuti, accusati di sedizione; le denunce non hanno risparmiato neppure i legali degli arrestati. La polizia ha inoltre fatto irruzione nel locale ateneo, violando l'autonomia universitaria.

Comunità indigene e lavoratori sono scesi in piazza contro la riforma della Costituzione provinciale del governatore Gerardo Morales, lo stesso che, con una giustizia ai suoi ordini, mantiene in carcere o agli arresti domiciliari dal 2016 Milagro Sala, la dirigente dell'organizzazione comunitaria Túpac Amaru. La riforma limita il diritto alla protesta contrapponendole il diritto "alla pace sociale": vengono dunque proibiti i blocchi stradali, l'occupazione "indebita" di edifici pubblici e ogni manifestazione che possa essere considerata violenta (secondo la valutazione della polizia). Sotto tiro inoltre i diritti delle popolazioni originarie per quanto riguarda la gestione delle acque e lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio, in particolare del litio di cui la provincia è ricca. La repressione ha colpito anche la lotta degli insegnanti, che rivendicano stipendi dignitosi (i loro salari sono i più bassi di tutto il paese).

E mentre la sua provincia è in piena rivolta, Morales si è recato a Buenos Aires per accettare la candidatura nelle elezioni di ottobre a vicepresidente nazionale. Si presenterà alle primarie come compagno di formula dell'intendente della capitale, Horacio Rodríguez Larreta, per la coalizione di destra Juntos por el Cambio.

16/7/2023


Uruguay, cinquant'anni fa il golpe

Il 27 giugno del 1973 l'allora presidente Juan María Bordaberry decretò, con l'appoggio delle forze armate, la chiusura del Parlamento. Iniziava così una dittatura che sarebbe finita solo dodici anni dopo, con decine di migliaia di oppositori incarcerati o costretti all'esilio. Si contano ufficialmente 197 persone scomparse, in gran maggioranza nell'ambito del Plan Cóndor: di molti di loro non si è saputo più nulla. Le organizzazioni per i diritti umani comunque non si arrendono: recentemente sono stati recuperati nuovi resti di detenidos-desaparecidos sepolti in terreni militari, tra cui le ossa di una donna rinvenute nella sede del Batallón 14 dei paracadutisti.

A queste scoperte vanno aggiunti i cosiddetti Archivos del terror, 1.600 microfilm filtrati in Internet da una fonte anonima - probabilmente un militare. Si tratta di schede di detenuti politici, verbali di interrogatori e di intercettazioni telefoniche. Il testo che accompagna i documenti afferma che "questi archivi furono elaborati dalle forze di polizia e dai militari a partire dal decennio del 1960 e comprendono il periodo della dittatura civico-militare (1973-1985). Lo spionaggio continuò una volta recuperata la democrazia, contando sulla complicità politica dei governi, almeno fino al 2004".

Nel 2014 il 27 giugno è stato dichiarato Día de la Resistencia y Defensa de la Democracia. In occasione del cinquantenario diverse iniziative hanno reso omaggio a quanti ebbero il coraggio di opporsi al regime. La centrale sindacale Pit-Cnt ha promosso un'astensione parziale dal lavoro nella mattinata del 27, per ricordare lo sciopero generale con cui cinquant'anni fa, per quindici giorni, i lavoratori e il movimento studentesco tentarono di contrastare il golpe. Il dirigente sindacale Gabriel Molina, parlando nel corso della mobilitazione, ha sottolineato l'importanza di queste date, che la destra cerca di contestare. E in effetti Pablo Mieres, ministro del Lavoro del governo neoliberista di Lacalle Pou, ha avuto da ridire sulla proclamazione dello sciopero, sostenendo che "fa male al paese".

28/6/2023


La scomparsa di Hugo Blanco

Era una leggenda non solo in Perù, ma in tutta l'America Latina. La sua battaglia contro ogni forma di oppressione è stata interrotta solo dalla morte, avvenuta il 25 giugno. Hugo Blanco Galdós era nato a Cuzco nel 1934 e fin da giovanissimo, come raccontava lui stesso, si era scontrato con le condizioni di semischiavitù in cui vivevano gli indigeni della zona: uno di loro era stato marchiato a fuoco sulle natiche con le iniziali del proprietario terriero.

Nel 1954 intraprese gli studi di agronomia a La Plata, in Argentina, ma lasciò ben presto l'Università per impegnarsi nelle lotte sindacali a fianco del movimento trotzkista. Tornato in patria, trovò lavoro in una fabbrica di Lima e, in occasione della visita dell'allora presidente Usa Nixon in Perù, fu tra i promotori di una forte e combattiva manifestazione di protesta. La repressione però non tardò ad arrivare e dovette rifugiarsi nella zona di Cuzco. Qui, all'inizio degli anni Sessanta, guidò una rivolta dei contadini quechua (di cui conosceva la lingua) che, organizzati nella Federación Departamental de Campesinos del Cuzco, occuparono le terre dei latifondisti e formarono un autogoverno. In realtà, come affermò molti anni più tardi in un'intervista, non si sentiva un dirigente: "Io non credo nei leader. Non mi considero tale e non lo sono mai stato. Ho sempre rispettato la concezione indigena secondo la quale è la comunità a comandare. Anche quando abbiamo preso le armi, è stata la massa che ha deciso l'autodifesa".

Proprio quando era a capo della colonna di autodifesa Brigada Remigio Huamán (dal nome di un contadino vittima della repressione), nel 1963 uno scontro con la polizia giunta a difendere il latifondo portò alla morte di tre agenti. Blanco venne arrestato e sfuggì alla pena di morte solo grazie a una campagna internazionale in suo favore che raccolse migliaia di adesioni, tra cui quelle di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Condannato a 25 anni rimase in carcere fino al 1970, quando venne amnistiato dal presidente Juan Velasco Alvarado. Dovette però partire per l'esilio, prima in Messico, poi in Argentina e infine in Cile.

Nel Cile di Allende collaborò con il movimento dei cordones industriales. Il golpe di Pinochet lo costrinse però a rifugiarsi nell'ambasciata svedese, da dove raggiunse il paese scandinavo. Riuscito a ritornare in Perù, si presentò candidato all'Assemblea Costituente nelle liste del Focep, el Frente Obrero, Campesino, Estudiantil y Popular, utilizzando gli spazi televisivi concessi per la campagna elettorale per fare appello allo sciopero generale indetto dalla Cgtp. Venne eletto alla Costituente e in seguito divenne deputato al Congresso per il Partido Revolucionario de los Trabajadores Peruanos e senatore con Izquierda Unida, mandato interrotto nel 1992 a causa dell'autogolpe di Alberto Fujimori.

Di nuovo in esilio visse in Messico, nel 1994, lo scoppio dell'insurrezione zapatista, che lo portò a riflettere sull'importante ruolo delle comunità indigene. Un ruolo che assumerà ancor più rilevanza ai suoi occhi di fronte alle minacce posta dal cambiamento climatico e alla battaglia per la difesa dell'ecosistema. "Il furto dell'acqua e della vita, l'ampliamento dell'attività mineraria a cielo aperto nella sierra, l'agroindustria sulla costa, l'estrazione del petrolio nella foresta... il principale attacco delle transnazionali ora è il riscaldamento globale e questo obbliga a lottare per la sopravvivenza, anche al disopra della lotta di classe, perché c'è un attacco contro l'umanità e contro la natura".

L'interesse per questi temi gli ha valso l'appellativo di "Che ecosocialista". "Un giornalista ha detto che prima lottavo per la terra con la minuscola e ora lotto per la Terra con la maiuscola. In quechua non abbiamo questo problema perché sono due parole diverse. La terra coltivabile è la jallpa e il pianeta Terra è la Pachamama".

Alla sua militanza nelle lotte sociali, mai venuta meno, Blanco ha sempre unito l'attività di pubblicista, in particolare con la rivista Lucha Indígena, da lui fondata e diretta per quasi quindici anni. Dei suoi vari libri, oltre a ¡Tierra o Muerte!, pubblicato negli anni Settanta e tradotto poi in diverse lingue, va ricordato Nosotros los Indios, recentemente rieditato. In una edizione anteriore di quest'opera Eduado Galeano scriveva:

"Hugo Blanco ha percorso il suo paese avanti e indietro, dalle sierras innevate alla costa arida, passando per la foresta pluviale dove i nativi sono cacciati come belve. E dove passava aiutava a far sì che i caduti si rialzassero e quelli che erano stati zittiti parlassero.

"Le autorità lo accusarono di essere un terrorista. Avevano ragione. Seminava il terrore tra i padroni della terra e della gente.

"Dormì sotto le stelle e in celle occupate dai topi. Fece quattordici scioperi della fame. In uno di questi, quando ormai non ce la faceva più, il ministro dell'Interno fece un gesto simpatico e gli mandò in regalo una bara.

"Più di una volta il procuratore chiese la pena di morte e più di una volta venne pubblicata la notizia che Hugo era morto. E quando un trapano gli aprì il cranio, perché una vena era scoppiata, Hugo si svegliò con il terrore che i chirurghi gli avessero cambiato le idee.

"Invece no. Continuava ad essere, con il cranio cucito, lo stesso Hugo di sempre. Noi suoi amici eravamo sicuri che nessun trapianto di idee avrebbe funzionato. Però temevamo che Hugo si risvegliasse saggio.

"Ed è chiaro: continua ad essere quel meraviglioso pazzo che decise di essere indio, anche se non lo era, e finì per essere il più indio di tutti".

Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere quel meraviglioso pazzo tanti anni fa, nella sua povera abitazione alla periferia di Santiago, negli ultimi giorni della presidenza di Salvador Allende. E di lui conserva un ricordo indelebile: quello di una persona sorridente, amabile, che raccontava con semplicità le sue straordinarie imprese contro ogni ingiustizia. (Nicoletta Manuzzato)

26/6/2023


La 53ª Assemblea Generale svela la crisi dell'Oea

Fidel Castro la definì "il Ministero delle Colonie degli Stati Uniti". Ed è indubbio che dalla sua fondazione nel 1948 l’Organización de los Estados Americanos non ha fatto altro che promuovere gli interessi statunitensi. Ma in America Latina il suo peso politico è in calo e la 53ª Assemblea Generale, tenutasi a Washington dal 21 al 23 giugno, lo ha mostrato in modo chiaro. In genere alle riunioni dell’Oea partecipano i ministri degli Esteri degli Stati membri, ma quest’anno diversi governi, tra cui quelli di Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia e Messico, hanno inviato in loro rappresentanza funzionari di livello inferiore.

Ben diversa era stata in gennaio la partecipazione a Buenos Aires al VII Vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, che raggruppa tutti i paesi del continente tranne Usa e Canada: dodici presidenti, due vicepresidenti e undici primi ministri. L'incontro si era chiuso con l’impegno a promuovere "l'unità e la diversità politica, economica, sociale e culturale dei nostri popoli".

Con il rilancio avvenuto proprio in occasione del suo VII Vertice, la Celac si pone come antagonista all’Oea, puntando all’integrazione degli Stati membri e alla loro emancipazione dalla tutela di Washington. Nella capitale argentina non mancava proprio nessuno: tutti i paesi latinoamericani e caraibici, compresi i fedeli alleati degli Stati Uniti, avevano mandato loro delegazioni. Di nuovo una differenza con l’Oea, da cui si sono ritirati Nicaragua e Venezuela. Per non parlare di Cuba, che venne espulsa tre anni dopo la Rivoluzione: pur riammessa nel 2009, l'isola decise di non rientrare nell’organizzazione.

Ma non è stata solo la composizione delle delegazioni alla 53ª Assemblea Generale a evidenziare la crisi attraversata dall’Oea. Molte sono state le voci critiche nel corso dell’incontro, in particolare quelle dei rappresentanti dell’Argentina e del Messico. Per quanto riguarda quest’ultimo paese, il presidente Andrés Manuel López Obrador si è più volte pronunciato per la riforma o addirittura la sostituzione dell’Oea.

Le parole più dure sono venute però dal capo della delegazione boliviana, Héctor Arce, che ha annunciato al canale statale Bolivia TV l’intenzione del suo paese di portare davanti alla giustizia il segretario generale dell’Oea, Luis Almagro, per il ruolo da lui avuto nel colpo di Stato del 2019. Quell’anno Almagro, in un rapporto sulle consultazioni presidenziali boliviane, parlò senza fondamento di irregolarità contestando la rielezione di Evo Morales. Nella crisi politica che ne seguì Morales fu costretto alle dimissioni e il suo posto fu preso dalla presidente de facto Jeanine Añez. Le proteste contro il golpe vennero represse nel sangue.

Soprattutto durante la segreteria di Almagro, l’Oea "è stata più di una volta strumentalizzata per fini oscuri, meschini e settari, per attaccare e nel caso boliviano per abbattere governi costituzionali, progressisti e rivoluzionari", ha dichiarato Arce al quotidiano di La Paz La Razón. Il diplomatico ha accusato l’organizzazione di agire in modo diverso a seconda delle circostanze: "In alcuni casi esaspera un discorso ingiustificato contro regimi progressisti e in altri casi, dove l’intervento è necessario per gravi violazioni dei diritti umani e per attentati contro la democrazia rappresentativa, tace e si volta dall’altra parte".

24/6/2023


Cuba sotto attacco a colpi di fake news

"Falsa e infondata". Così il viceministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío, ha definito l'informazione pubblicata l'8 giugno su The Wall Street Journal, secondo la quale Cina e Cuba hanno concordato segretamente l'installazione sull'isola di un servizio di spionaggio elettronico cinese, in grado di intercettare le comunicazioni di diverse basi militari terrestri nel sud-est degli Stati Uniti e di tutto il traffico marittimo nella regione. Come compenso l'Avana riceverebbe svariati miliardi di dollari. Le fonti, di cui ovviamente non viene rivelata l'identità, sarebbero funzionari di intelligence con accesso a dati segreti. "Cuba rifiuta la presenza militare straniera nella regione", ha affermato Fernández de Cossío ricordando che il suo paese ha sottoscritto, nel gennaio 2014, il Proclama de América Latina y ei Caribe como Zona de Paz. Non è certo la prima volta che da Washington vengono diffuse simili calunnie, ha aggiunto, menzionando "i presunti attacchi acustici contro personale diplomatico statunitense, la menzogna su un'inesistente presenza militare cubana in Venezuela e quella sull'esistenza immaginaria di laboratori di armi biologiche". "Disinformazione e calunnia sono tattiche statunitensi", ha commentato dal canto suo Pechino.

Nonostante le smentite e la mancanza assoluta di prove o riscontri, la notizia è stata ripresa dai principali media di tutto il mondo, dalla Cnn al Guardian al País. Una fake che potrebbe essere un'ulteriore giustificazione al pesante bloqueo cui l'isola è sottoposta. Guarda caso una situazione simile avviene tutte le volte che si prospettano timide aperture nei rapporti Usa-Cuba: in maggio Biden aveva leggermente ammorbidito le sanzioni (inasprite da Trump e finora mantenute dall'amministrazione democratica), autorizzando un maggior numero di voli commerciali e viaggi e sospendendo il limite di mille dollari alle rimesse.

A rincarare la dose, pochi giorni dopo lo 'scoop' di The Wall Street Journal, un funzionario statunitense (anche stavolta anonimo) ha affermato che un'unità di spionaggio di Pechino è già operante a Cuba almeno dal 2019. E il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha dato per scontata l'esistenza di questa installazione cinese sull'isola. A Blinken ha risposto il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, che dopo aver ancora una volta definito falsa l'informazione ha ribadito: "Cuba non è una minaccia per gli Stati Uniti né per nessun altro paese". Sono piuttosto gli Usa che "hanno imposto e dispongono di decine di basi militari nella nostra regione e mantengono inoltre, contro la volontà del popolo cubano, una base militare nel territorio che occupano illegalmente nella provincia di Guantánamo".

E forse non è un caso che questi attacchi a colpi di fake news siano arrivati proprio nei giorni in cui, all’Avana, si firmava la tregua tra i rappresentanti dell’Eln, l’Ejército de Liberación Nacional, e il governo di Bogotá: una vittoria della tenace diplomazia cubana. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha ringraziato Cuba per l’ospitalità offerta per decenni alle delegazioni del suo paese impegnate nei colloqui di pace. Eppure nel 2021 Trump aveva reinserito l’isola nella lista degli Stati che "patrocinano il terrorismo" (lista da cui era stata cancellata durante l’amministrazione Obama), proprio con il pretesto del rifiuto cubano di estradare in Colombia i negoziatori dell’Eln, come richiesto dall’allora presidente di destra Iván Duque.

Alla pretesa di Duque l’Avana aveva risposto negativamente, attenendosi "al pieno rispetto dei Protocolli del Dialogo di Pace", che garantiscono la sicurezza ai delegati delle parti anche in caso di rottura del negoziato. L’inclusione di Cuba nella lista nera statunitense costituisce dunque, sono parole dello stesso Petro "un atto di ingiustizia diplomatica profonda".

14/6/2023


Colombia, firmata la tregua con l'Eln

Una foto che ritrae Gustavo Petro mentre stringe la mano al leader dell'Ejército de Liberación Nacional, Antonio García, alla presenza del presidente cubano Díaz-Canel consacra l'accordo raggiunto il 9 giugno all'Avana per una tregua di sei mesi su tutto il territorio nazionale, prodromo alla fine - entro il maggio 2025 - della guerra pluridecennale tra l'Eln e il governo di Bogotá. Si è concluso così il terzo round dei colloqui di pace tra le due parti.

Il negoziato era stato sul punto di interrompersi dopo l'attacco di fine marzo dell'organizzazione guerrigliera a un'unità dell'esercito alla frontiera con il Venezuela, che aveva portato alla morte di dieci militari. L'Eln si era difesa affermando il suo "diritto di rispondere" alle azioni delle forze armate, che negli ultimi mesi avevano ucciso guerriglieri inermi. Si era giunti comunque il 2 maggio all'avvio del nuovo ciclo di conversazioni, che ha portato al risultato del 9 giugno. A dare conferma dell'importanza dell'evento è stata proprio la presenza del capo dello Stato colombiano.

Se questo accordo sancisce un sostanziale passo avanti, il cammino verso la "pace totale" perseguita da Petro è tuttora irto di ostacoli. Dopo l'annuncio, alla fine dello scorso anno, di una tregua bilaterale di sei mesi tra il governo e le frange guerrigliere e le organizzazioni paramilitari ancora attive nel paese (accordo cui l'Eln non aveva aderito), in marzo l'esecutivo aveva deciso la ripresa delle attività militari contro le Autodefensas Gaitanistas de Colombia, che non avevano interrotto le loro azioni violente. E in maggio aveva sospeso il cessate il fuoco con l'Estado Mayor Central, la principale dissidenza delle Farc, dopo l'uccisione di quattro ragazzi indigeni del dipartimento di Putumayo che avevano cercato di sottrarsi al reclutamento forzato.

Molti sono anche gli ostacoli che il presidente deve superare nel tentativo di concretizzare i cambiamenti promessi in campagna elettorale. Totalmente estraneo all'establishment che per decenni ha esercitato il potere, Petro si trova di fronte all'offensiva destabilizzante delle forze conservatrici, che montando false accuse mirano a un golpe blando come quello che ha destituito e portato in carcere Pedro Castillo in Perù. Queste forze, denunciano in una lettera aperta intellettuali ed esponenti politici di diversi paesi, stanno mettendo in campo manovre combinate con la partecipazione degli organismi di controllo, dei media e del settore giudiziario per bloccare le riforme del governo: l'aumento dei salari, il miglioramento della sanità pubblica, la protezione dell'ambiente, lo scioglimento dei gruppi armati. Nel frattempo generali e colonnelli a riposo e riservisti delle forze militari manifestano davanti al Congresso per incitare al colpo di Stato.

"L'obiettivo di questa campagna - affermano ancora i firmatari, tra cui figurano il linguista Noam Chomsky, il Premio Nobel per la pace Pérez Esquivel, l'ex presidente dell'Ecuador Rafael Correa, l'ex premier spagnolo Rodríguez Zapatero - è chiaro: salvaguardare gli interessi dei poteri tradizionali della Colombia". Un argine a questi tentativi di restaurazione può venire solo dalla mobilitazione popolare, come quella che il 7 giugno ha portato in piazza decine di migliaia di persone nella capitale e in circa duecento altre località.

10/6/2023


A Brasilia i capi di Stato sudamericani

Grazie alla politica del governo Lula prende nuovo impulso il progetto di integrazione sudamericana: al di là delle differenze ideologiche, il 30 maggio a Brasilia si sono incontrati tutti i capi di Stato della regione, compresi Irfaan Ali per la Guyana e Chan Santokhi per il Suriname. Unica eccezione la contestata presidente peruviana Dina Boluarte, che è intervenuta online.

Nel Consenso de Brasilia, sottoscritto al termine della riunione, i partecipanti hanno ribadito "che l'America del Sud costituisce una regione di pace e cooperazione basata sul dialogo e il rispetto alla diversità dei nostri popoli, con un impegno verso la democrazia e i diritti umani, lo sviluppo sostenibile e la giustizia sociale, lo Stato di diritto e la stabilità istituzionale, la difesa della sovranità e la non ingerenza negli affari interni". Hanno inoltre affermato che "l'integrazione regionale deve essere parte delle soluzioni per affrontare le sfide condivise" e hanno stabilito di "creare un gruppo di contatto con a capo i ministri degli Esteri" che elabori una roadmap verso questo obiettivo.

Non sono mancate però le polemiche, in particolare da parte del presidente uruguayano Luis Lacalle Pou che ha ottenuto l'eliminazione, nel testo del Consenso, di ogni menzione all'Unasur, l'Unión de Naciones Suramericanas da cui Montevideo si era ritirata nel 2020 sostenendo che si trattava di un organismo "basato su linee politiche ideologiche". In compenso il colombiano Gustavo Petro ha annunciato in Twitter, il giorno dopo la riunione di Brasilia, che il suo paese tornerà a far parte dell'Unasur, che aveva lasciato nel 2018 durante il governo Duque. Petro ha aggiunto di aver sollecitato un cambiamento del nome in Asociación de Naciones Suramericanas, "per garantire il pluralismo e la permanenza nel tempo".

Lacalle Pou ha avuto anche da ridire sulla presenza all'incontro di Nicolás Maduro e sull'accoglienza a questi tributata da Lula. Se l'uruguayano ha definito Maduro "un dittatore", il presidente brasiliano lo ha ricevuto con tutti gli onori e ha celebrato il recupero dei rapporti bilaterali, sospesi da Bolsonaro nel 2019. Ha inoltre criticato le sanzioni imposte negli ultimi anni al governo bolivariano e i paesi che avevano riconosciuto come legittimo presidente "l'impostore" Juan Guaidó.

Non è stato solo Lacalle Pou ad attaccare Caracas. Anche il cileno Boric ha contestato il discorso di Lula secondo il quale il Venezuela è stato "vittima di una narrativa di antidemocrazia e autoritarismo", appoggiandone però la richiesta di abolire le sanzioni, che colpiscono la popolazione. Resta sorprendente che nessuna voce si sia alzata invece per criticare la presenza dell'ecuadoriano Lasso, autore di un autogolpe con cui ha evitato un sicuro impeachment, o la sanguinosa repressione in atto in Perù, già costata decine di morti.

2/6/2023


Ecuador, Lasso sfugge alle accuse sciogliendo il Parlamento

Si terranno il 20 agosto le elezioni anticipate in Ecuador, dopo la decisione del presidente Guillermo Lasso di sciogliere l'Asamblea Nacional per sfuggire a un processo politico per peculato dal quale sarebbe uscito quasi sicuramente perdente. Il 17 maggio, facendo uso della sua facoltà costituzionale, il capo dello Stato ha optato dunque per la muerte cruzada, la convocazione a nuove consultazioni sia per i parlamentari che per presidente e vicepresidente. Lo ha fatto adducendo "grave crisi politica e agitazione interna", una motivazione che l'opposizione ha subito contestato visto che il paese era assolutamente tranquillo e l'unica crisi esistente riguardava il rischio concreto di Lasso di essere destituito.

Si è trattato insomma di una sorta di autogolpe con cui il capo dello Stato si è sottratto alle accuse, dopo che la Corte Costituzionale aveva autorizzato il processo contro di lui e il 9 maggio l'Asamblea Nacional aveva approvato l'avvio del procedimento con i voti della correista Unión por la Esperanza, del Partido Social Cristiano, del movimento indigeno Pachakutik e di alcuni indipendenti. Il caso per cui Lasso è chiamato a giudizio riguarda un contratto con compagnie private per il trasporto del petrolio dell'impresa pubblica Flopec, contratto da lui prorogato pur sapendo che era frutto di corruzione e costituiva un grave danno per le casse statali. Sono noti inoltre i collegamenti di Lasso con decine di imprese in paradisi fiscali. Ma i sospetti nei suoi confronti sono molto più pesanti, tanto che l'ex candidato presidenziale Andrés Arauz ha definito quello ecuadoriano "un governo di narco-banchieri". Alcuni media hanno infatti rivelato i legami del cognato (e suo uomo di fiducia) Danilo Carrera con settori della mafia albanese, in grado di designare funzionari nelle imprese pubbliche e nei Ministeri.

Mentre nel paese crescono povertà e disoccupazione, la corruzione dilagante toglie agli ecuadoriani ogni fiducia nelle istituzioni: del resto anche il predecessore di Lasso, Lenín Moreno, è sotto indagine per tangenti. A questi mali si aggiunge l'aumento della violenza, che crea nella popolazione una sensazione di insicurezza. L'incremento dei fatti di sangue si rispecchia nelle prigioni, dove negli ultimi due anni oltre 400 detenuti sono stati assassinati in scontri tra appartenenti a bande diverse.

Nei prossimi mesi il presidente potrà governare a suon di decreti. Se la sua popolarità è ai minimi storici, dalla sua parte ha le forze militari e la polizia. E l'appoggio di Washington, con cui ha firmato nel dicembre dello scorso anno la Ley de Asociación Estados Unidos-Ecuador, che prevede cooperazione in vari settori tra cui naturalmente la sicurezza. In concreto il colosso del Nord promette di essere al fianco di Quito per combattere non solo la criminalità organizzata interna e internazionale, ma anche "l'influenza dannosa di malvagi attori nazionali e stranieri". Come ebbe a dire il senatore repubblicano Marco Rubio, nel corso della sua visita in febbraio, "nella misura in cui l'America Latina e i Caraibi si muovono verso regimi antistatunitensi di sinistra, l'Ecuador continua ad essere un alleato strategico e importante tanto per il nostro paese quanto per la stabilità della nostra regione".

24/5/2023


Cile, la nuova Costituzione sarà scritta dall'estrema destra

Il Partido Republicano, la formazione di estrema destra che si opponeva al cambiamento della Costituzione ereditata da Pinochet, dovrà ora guidare l'assemblea incaricata di elaborare la nuova legge fondamentale del Cile. È questo il sorprendente risultato scaturito dalle urne il 7 maggio: il Pr ha conquistato 23 (su 51) seggi del Consejo Constitucional e con gli undici della destra tradizionale (l'alleanza Chile Seguro, formata da Renovación Nacional, Udi ed Evópoli) si aggiudica una comoda maggioranza. La coalizione Unidad para Chile (Frente Amplio, Partido Comunista e Partido Socialista) ottiene solo 16 seggi. Nel Consejo siederà anche un rappresentante dei popoli originari.

Il 20% degli elettori, costretti a recarsi alle urne perché il voto è obbligatorio, ha espresso la propria estraneità alle opzioni in campo consegnando la scheda in bianco o annullandola. La delusione nei confronti della classe politica e in particolare del governo è evidente soprattutto a sinistra: a Boric si rimprovera l'eccessiva timidezza al momento di varare le promesse riforme. Qualcosa è stato fatto, ad esempio la legge che riduce la settimana lavorativa da 45 a 40 ore, che verrà applicata gradualmente nel corso di cinque anni, o il lancio della Política Nacional del Litio, che prevede la creazione di un'associazione pubblico-privata in cui lo Stato possa giocare un ruolo attivo in tutto il ciclo produttivo del cosiddetto "oro bianco". Ma l'importante riforma tributaria, che doveva garantire il finanziamento dei programmi governativi, è stata bocciata in marzo dalla Camera.

È diventato invece uno dei temi di forte imbarazzo per l'esecutivo il contrasto all'aumento della criminalità, questione su cui la destra ha giocato tutte le sue carte. Su questo piano il governo ha dimostrato la sua debolezza, accettando che i carabineros abbiano nuovamente in dotazione le pistole mitragliatrici Uzi, che erano state ritirate nel 2011 dopo l'uccisione del giovane Manuel Gutiérrez durante una protesta. E continuando ad ammettere che i processi agli attivisti mapuche avvengano con i testimoni dell'accusa che si presentano incappucciati.

Nel frattempo il capo dello Stato ha realizzato un rimpasto di governo rimuovendo tra gli altri la ministra degli Esteri Antonia Urrejola (dopo la filtrazione di un audio in cui questa criticava pesantemente l'ambasciatore argentino) per sostituirla con il democristiano Alberto Van Klaveren, sostenitore della Nato e dell'appoggio a Zelensky. Un'ulteriore conferma dello spostamento dell'esecutivo in senso moderato è la nomina, alla Segreteria Generale della Presidenza, di Alvaro Elizalde, fino all'anno scorso presidente del Partido Socialista.

I neoeletti membri del Consejo dovranno redigere la nuova carta costituzionale mantenendola nel solco della bozza preparata dai 24 esperti designati dai partiti politici. Ne scaturirà una proposta ben diversa da quella, veramente innovativa, che venne bocciata nel referendum dello scorso anno. La segretaria generale del Pr, Ruth Hurtado, è stata chiara in proposito: "Noi riteniamo che questa Costituzione sia buona", deve avere solo qualche modifica, ha affermato riferendosi al testo imposto dalla dittatura nel 1980 e solo parzialmente emendato in seguito. Sicuramente né il sistema politico, né il modello economico vigenti verranno posti in questione dalla proposta su cui i cileni verranno chiamati a votare in dicembre.

9/5/2023


Paraguay, i colorados ancora al potere

Il Partido Colorado, la formazione conservatrice che dai tempi di Stroessner governa quasi senza interruzione il paese (unica eccezione la presidenza di Fernando Lugo), ha confermato il 30 aprile la sua egemonia politica. Le presidenziali sono state vinte, con il 42,74% dei voti, dall'economista Santiago Peña. Un risultato peraltro prevedibile vista la frammentazione dell'opposizione, divisa tra il candidato della Concertación Nacional Efraín Alegre (27,49%) e quello di Cruzada Nacional Paraguayo Payo Cubas (22,92%). Quest'ultimo, che è già stato definito il Bolsonaro del Paraguay, si è piazzato a sorpresa al terzo posto con un violento discorso antisistema e slogan a favore della pena di morte. I colorados si sono assicurati inoltre la maggioranza dei seggi in entrambi i rami del Congresso, oltre a 15 governatori su 17 in gioco. Abbastanza alta l'affluenza al voto, che ha superato il 63%.

All'interno della Concertación, alleanza formata da parte del Frente Guazú, dal Partido Liberal Radical Auténtico, dalla formazione di centrodestra Patria Querida e da altri gruppi minori, si è registrato in particolare il crollo del Frente, che in Parlamento ha potuto eleggere solo l'ex ministra della Sanità Pubblica Esperanza Martínez al Senato e Johanna Ortega alla Camera. Neppure Lugo (che si sta riprendendo da un ictus) è riuscito a mantenere il suo seggio di senatore. Il resto del Frente che aveva scommesso su Euclides Acevedo, ex ministro degli Esteri del governo Abdo Benítez, ha totalizzato un magro 1,36%.

Il vero vincitore di questa tornata elettorale è il presidente dell'Asociación Nacional Republicana (nome ufficiale del Partido Colorado) Horacio Cartes, che ha vissuto una sorta di resurrezione politica dopo l'ostracismo dichiaratogli dagli Stati Uniti. Da Washington gli erano state imposte sanzioni economiche e proibito l'ingresso negli States perché accusato di "atti di corruzione prima, durante e dopo il suo mandato come presidente del Paraguay". Ma l'impatto di tali sanzioni è stato decisamente scarso, visto che Cartes è riuscito a far eleggere quello che viene considerato il suo delfino, Peña. E facendo buon viso a cattivo gioco l'amministrazione Biden, che pure aveva puntato su Alegre, si è subito congratulata con il neoeletto dicendosi pronta a lavorare con lui "per promuovere interessi comuni".

All'indomani di queste elezioni generali, le prime con sistema elettronico, non sono mancate accuse di brogli da parte di tutti gli esponenti dell'opposizione, che hanno chiesto il riconteggio manuale dei voti. Payo Cubas ha chiamato all'insurrezione i suoi sostenitori. Nei disordini che ne sono seguiti sono state arrestate decine di persone, tra cui lo stesso Cubas.

7/5/2023


Cuba, Díaz-Canel rieletto presidente

Il presidente Miguel Díaz-Canel è stato rieletto il 19 aprile, per un secondo (e ultimo) mandato di cinque anni, dai deputati dell'Asamblea Nacional del Poder Popular. Hanno votato a suo favore 459 dei 462 parlamentari presenti. Confermato anche il vicepresidente Salvador Valdés Mesa. Su proposta dello stesso Díaz-Canel, Manuel Marrero Cruz è stato riconfermato primo ministro. Ai vertici dell'Asamblea rimangono Esteban Lazo come presidente e Ana María Mari Machado come vice.

Cuba sta attraversando un momento economico assai difficile, con scarsità di alimenti, medicine e combustibile, a causa dell'inasprimento del bloqueo statunitense e delle conseguenze della pandemia di Covid, che ha provocato una riduzione drastica del turismo. Nonostante questi problemi è riuscita a mettere a punto efficaci vaccini contro il virus e a inviare medici e infermieri in tantissimi paesi (compresa l'Italia).

La composizione dell'Asamblea Nacional era stata rinnovata il 26 marzo con il voto di quasi il 76% degli aventi diritto: una percentuale che - pur essendo la più bassa registrata in elezioni parlamentari dal 1959 - rappresenta comunque un risultato positivo se confrontato con il dato delle municipali del novembre 2022 (68,5%), o del referendum sul Código de las Familias di due mesi prima (74%). Sulla scheda gli elettori avevano due possibilità: il nome del candidato del loro distretto o l'opzione "voto por todos", cioè l'appoggio a tutti i 470 aspiranti deputati, i cui nomi erano stati selezionati dalle organizzazioni di massa e approvati dalle Asambleas Municipales del Poder Popular.

20/4/2023


Il rilancio dell'integrazione latinoamericana

Il governo di Buenos Aires in marzo e quello di Brasilia in aprile hanno annunciato il loro rientro nell'Unión de Naciones Suramericanas (Unasur), cancellando la rottura decisa nel 2019 dai presidenti Mauricio Macri e Jair Bolsonaro. L'Unasur, costituita nel maggio 2008 con l'obiettivo di rafforzare l'integrazione regionale e di "costruire un'identità e una cittadinanza sudamericane", ebbe un ruolo importante sotto la guida di Néstor Kirchner, il suo primo segretario generale: frenò i tentativi secessonisti in Bolivia (2008), condannò il golpe in Honduras (2009), mediò nel conflitto tra la Colombia di Uribe e il Venezuela Bolivariano, accusato di ospitare sul suo territorio la guerriglia delle Farc, e appoggiò il presidente ecuadoriano Correa contro un tentativo di colpo di Stato (2010).

Il cambiamento di segno politico di alcuni governi portò però alla crisi del blocco. Tra il 2018 e il 2020 non solo Argentina e Brasile, ma anche altri membri si ritirarono: Colombia, Cile, Ecuador, Paraguay, Uruguay. Rimasero unicamente Bolivia, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Ora la conferma del ritorno di due importanti paesi è un chiaro segnale della volontà di rafforzare nuovamente l'unità del Sud America.

Sempre sul piano dell'integrazione del subcontinente, su iniziativa del presidente messicano López Obrador è stata creata l'Alianza de Paises de América Latina y el Caribe contra la Inflación "per incontrare soluzioni condivise di fronte alla pressione dei prezzi e alla carestia presenti nella regione". Il 5 aprile, alla prima riunione a distanza di questo gruppo, hanno partecipato, oltre al Messico, Argentina, Belice, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Honduras, Venezuela e Saint Vincent and the Grenadines (quest'ultimo paese in qualità di presidente pro tempore della Celac). Nel corso dell'incontro è stata decisa la formazione di un Gruppo di Lavoro Tecnico, con il compito di studiare le migliori condizioni per lo scambio di alimenti e prodotti di base e perché questi siano resi accessibili agli strati più vulnerabili.

Due assenze di peso avevano segnato invece il XVIII Vertice Iberoamericano il 24 e 25 marzo nella Repubblica Dominicana: all'appuntamento non avevano partecipato infatti né López Obrador né Lula, i capi di Stato delle due maggiori economie latinoamericane. Una dimostrazione che questo incontro tra l'antica potenza coloniale e le nazioni del subcontinente sta perdendo sempre più rilevanza. Gli argomenti al centro dei documenti finali sono stati lo sviluppo sostenibile, la lotta al cambiamento climatico, la sicurezza alimentare, la trasformazione digitale, l'architettura finanziaria internazionale. Gli Stati membri hanno inoltre approvato il Piano d'azione della cooperazione iberoamericana per il periodo 2023-2026. Ma si è trattato di dichiarazioni generiche, che non si sa quanto influiranno sulla politica dei vari paesi.

8/4/2023


Nasce in Messico l'Internazionale Femminista

Come era stato annunciato l'8 marzo, si è tenuto il primo aprile nella capitale messicana l'Encuentro Fundacional de la Internacional Feminista con la partecipazione di delegate provenienti da 25 paesi. Tra le 58 firmatarie dell'iniziativa la presidente dell'Honduras Xiomara Castro, la jefa de gobierno di Città del Messico Claudia Sheinbaum, la segretaria generale di Morena (il partito di López Obrador) Citlalli Hernández, la sindaca di Santiago del Chile Irací Hassler, la ministra spagnola per l'Uguaglianza Irene Montero, l'ex parlamentare peruviana Verónika Mendoza, la titolare del Centro Nacional de Educación Sexual di Cuba Mariela Castro, l'ecuadoriana Paola Pabón prefecta di Pichincha, la ministra dell'Uguaglianza Razziale del Brasile Anielle Franco, la deputata del Guatemala Sonia Gutiérrez Raguay, la parlamentare del Costa Rica Priscilla Vindas, l'indiana Varsha Grandikota-Nellutla (coordinatrice delle politiche dell'Internazionale Progressista), la deputata Elisabetta Piccolotti di Sinistra Italiana e Margherita Cantelli del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo.

"L’enorme portata e il progresso del femminismo, con programmi, mobilitazioni e proteste contro l’oppressione sistematica delle donne e delle persone lgbti+ in un numero sempre maggiore di paesi, guidato da diversi movimenti femministi, con e senza militanza di partiti politici, ha un obiettivo comune: essere al centro di dibattiti e confronti su progetti politici in tutto il mondo - afferma il manifesto fondativo - La necessità di lottare contro il patriarcato e il capitalismo richiede che l’organizzazione collettiva e internazionale delle femministe promuova un’agenda comune a favore dell’uguaglianza e di vite libere dalla violenza sessista, fortemente espressa nella violenza sessuale e politica, lottando per la legalizzazione del diritto all’aborto e al pieno godimento di tutti i diritti sessuali, riproduttivi e non riproduttivi, per la redistribuzione della ricchezza e del reddito, per il riconoscimento sociale ed economico del lavoro domestico e di cura con salari dignitosi e diritti del lavoro, eliminando i divari salariali e la discriminazione nell’occupazione, per un’istruzione che costruisca l’uguaglianza senza pregiudizi sessisti fin dai primi cicli formativi, per la necessità di ampliare gli spazi di potere occupati da donne e persone lgbti+".

3/4/2023


Dilma Rousseff presidente della Banca dei Brics

L'ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, deposta nel 2016 da un golpe parlamentare, è stata eletta a capo della New Development Bank (Ndb), l'istituzione finanziaria dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). La candidatura di Rousseff, economista e specialista in temi energetici, era stata proposta da Lula. La sua nomina è stata approvata all'unanimità il 24 marzo nel corso dell'Assemblea dei Gobernatori della banca e il mandato durerà fino al luglio 2025. La nuova titolare prende il posto del bolsonarista Marcos Prado Troyjo, spinto alle dimissioni dopo il cambio di governo a Brasilia. La Banca dei Brics, creata nel 2014 e che ha sede a Shanghai, ha lo scopo di finanziare progetti di infrastrutture nei paesi membri e in altre nazioni emergenti come il Bangladesh, l'Egitto e l'Uruguay, ammessi come soci nel 2021.

Nel comunicato della Ndb in cui si annuncia il cambio della guardia si sottolineano i risultati ottenuti da Rousseff come presidente del Brasile in materia di stabilità economica, creazione di posti di lavoro e riduzione della povertà e si ricorda che "sul piano internazionale ha promosso il rispetto per la sovranità di tutte le nazioni e la difesa del multilateralismo, dello sviluppo sostenibile, dei diritti umani e della pace".

25/3/2023


L'Honduras allaccia relazioni diplomatiche con la Cina

"Ho dato istruzioni al ministro degli Esteri Eduardo Reina perché gestisca l'apertura di relazioni ufficiali con la Repubblica Popolare Cinese, come dimostrazione della mia determinazione di attuare il Piano di Governo e di ampliare liberamente le frontiere nel concerto delle nazioni del mondo". Così la presidente Xiomara Castro, nonostante le forti pressioni statunitensi, ha annunciato su Twitter l'intenzione di seguire le orme degli altri paesi centroamericani, dal Salvador a Panama al Nicaragua, che hanno rotto con Taiwan allacciando rapporti diplomatici con Pechino.

Da poco più di un anno Xiomara Castro è a capo del primo esecutivo progressista del paese. Una presidenza non facile, per la mancanza di una maggioranza nel Congresso dopo la rottura, avvenuta nell'ottobre del 2022, tra il partito Libre e il Psh (Salvador de Honduras), il cui leader Nasralla aveva fin dall'inizio assunto posizioni critiche all'interno del governo.

Nonostante le difficoltà, molti sono comunque i progressi registrati in questi mesi: i sussidi al cmbustibile e il recupero dell'Empresa Nacional de Energía Eléctrica, che fornisce gratuitamente energia ai settori più poveri; il ripristino della sovranità nazionale nelle Zedes, le Zonas Especiales de Desarrollo y Empleo, in cui lo Stato aveva concesso agli investitori particolari prerogative sulla politica fiscale, la sicurezza, la risoluzione dei conflitti; la proibizione dell'attività estrattiva a cielo aperto, dal forte impatto ambientale; la creazione di programmi sociali come la Red Solidaria e il Bono Esperanza a favore della popolazione vulnerabile; i progetti per la sanità, l'istruzione, l'agricoltura, l'ambiente e la parità di genere presenti nel Presupuesto 2023; l'approvazione (decisa l'8 marzo) al commercio e all'uso della pillola del giorno dopo.

Castro ha inoltre sottoscritto a metà dicembre un accordo con le Nazioni Unite per la creazione della Cicih, la Comisión Internacional Contra la Corrupción y la Impunidad e prima ancora ha decretato un estado de excepción per combattere la violenza delle pandillas: la misura ha visto un notevole calo nell'attività delle organizzazioni criminali.

Nelle campagne però gruppi armati ai soldi dei latifondisti seminano ancora il terrore. In febbraio Santos Hipólito Rivas è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco insieme al figlio quindicenne Javier: è il settimo leader comunitario ucciso nel Bajo Aguán dall'inizio dell'anno.

15/3/2023


Messico, litio e Cuba i "crimini" di Amlo

Fin dai primi mesi del suo mandato il presidente López Obrador è stato oggetto di attacchi da parte di esponenti della destra sia interna che internazionale, che hanno tentato in tutti i modi di squalificarne l'operato. Tra i primi si era distinto Mario Vargas Llosa, che lo aveva dipinto come un caudillo convinto di essere "al disopra delle leggi e delle regole democratiche". Il motivo? La decisione di Amlo di differenziarsi dal Grupo de Lima, rifiutandosi di riconoscere l'autoproclamato Guaidó come capo dello Stato venezuelano.

In seguito la guerra mediatica è diventata sempre più violenta. In questa lotta contro la Cuarta Transformación Pan e Pri si sono alleati e a loro si è aggiunto il Prd, che ha così rinnegato tutta la sua storia. Sul piano interno la destra rimprovera ad Amlo l'aiuto erogato agli strati meno privilegiati (pensione agli anziani, sussidi alle madri single, aiuti ai giovani disoccupati), con una politica che attacca i principi del neoliberismo, mentre le élites tradizionali guardano con timore alla sua lotta contro la corruzione. Una corruzione che ha mostrato tutto il suo volto con il caso di Genaro García Luna, il potente ex ministro della Sicurezza Pubblica durante il governo Calderón (e prima ancora, con Fox, titolare dell'Agencia Federal de Investigación), che vantava stretti legami con la Dea e la Cia. In febbraio la giustizia statunitense ha dichiarato García Luna colpevole di narcotraffico e di collusione con il cartello di Sinaloa.

Sul piano internazionale due sono i "crimini" che non vengono perdonati ad Amlo. Innanzitutto la nazionalizzazione delle riserve di litio (per le quali il Messico è al decimo posto a livello mondiale). Il recupero di questa risorsa naturale era iniziato nell'aprile scorso con la riforma della Ley Minera, grazie alla quale si stabiliva che prospezione, sfruttamento e utilizzo erano a carico dello Stato attraverso la creazione dell'impresa pubblica LitioMx. In febbraio è stato firmato il decreto che conclude il percorso: come ha detto lo stesso Amlo, "il petrolio e il litio sono della nazione, sono del popolo del Messico".

L'altro grande crimine: Cuba. López Obrador non ha mai nascosto le sue critiche all'embargo statunitense e il suo sostegno alla Revolución. Nel 2021 Díaz-Canel era stato l'invitato d'onore alle celebrazioni della festa nazionale del Grito de Independencia.

All'opposizione non è mai mancato l'appoggio degli Stati Uniti, nonostante i buoni rapporti formalmente esistenti tra le due amministrazioni. A gennaio, nell'ultimo vertice che ha riunito a Città del Messico López Obrador, Trudeau e Biden, quest'ultimo ha affermato: "Noi tre siamo veri alleati. Condividiamo una stessa visione per il futuro, basata su valori comuni". E nella dichiarazione congiunta i tre capi di Stato si sono impegnati a lavorare insieme su questioni chiave quali l'immigrazione, la sicurezza regionale, il cambiamento climatico. Intanto la Ned (National Endowment for Democracy) e la Usaid (U.S. Aid for International Development) continuavano a finanziare le campagne mediatiche delle organizzazioni contro la 4T, come dimostrato dalle ricevute dei copiosi versamenti dell'ambasciata Usa mostrati alla stampa dal capo dello Stato.

E le parole rassicuranti di Biden vengono smentite dalle ripetute ingerenze di Washington. L'ultima in ordine di tempo ha avuto per bersaglio la riforma dell'Instituto Nacional Electoral, un tema che la destra messicana ha deciso di utilizzare per lanciare la sua grande offensiva. La riforma, approvata dai due rami del Congresso, riduce personale e finanziamenti all'Ine, istituzione nota nel passato per aver avallato una serie di brogli e accusata dal governo di sprecare fondi pubblici (400 suoi funzionari guadagnano più del presidente della Repubblica). La legge, che il senatore statunitense Robert Menendez ha definito un pericolo per "l'indipendenza e l'imparzialità di future elezioni", è servita come pretesto per il lancio di una "rivoluzione colorata", in realtà una controrivoluzione. Adottando il colore dell'Ine, il rosa, il 26 febbraio decine di migliaia di persone hanno riempito lo Zócalo della capitale al grido di Mi voto no se toca. Il giorno dopo, la mobilitazione riceveva un comunicato di sostegno del Dipartimento di Stato Usa e grandi foto venivano pubblicate sui principali quotidiani statunitensi, a cominciare dal New York Times.

A portare in piazza tanta gente è stata una massiccia propaganda a base di fake news: numerosi dimostranti, intervistati, hanno mostrato di non conoscere il reale contenuto della riforma che erano venuti a contestare e di credere a bufale come il trasferimento di denaro pubblico al Venezuela o a Cuba su richiesta del Foro di San Paolo. López Obrador gode comunque di una popolarità ancora molto alta (in novembre un corteo per il termine del suo quarto anno di governo ha raccolto un milione e duecentomila persone) e probabilmente riuscirà a terminare il mandato senza grossi problemi. L'obiettivo sarebbe invece puntato sul 2024, quando dovrà essere eletto il successore: l'opposizione spera in quell'occasione di bloccare la Cuarta Transformación per riportare indietro le lancette della storia.

2/3/2023


Ecuador, ucciso un dirigente della Conaie

Eduardo Mendúa, responsabile delle relazioni internazionali della Confederación de Nacionalidades Indígenas, è stato assassinato il 26 febbraio da incappucciati che gli hanno sparato mentre era intento a lavorare nel suo campo. Mendúa "era uno dei volti più visibili nella resistenza per la difesa del territorio", ha affermato il leader della Conaie, Leonidas Iza, e la sua uccisione è collegata al conflitto petrolifero in Amazzonia: "Riteniamo direttamente responsabile l'impresa Petroecuador e il governo nazionale per la perdita del nostro compagno".

Mendúa aveva infatti denunciato i tentativi governativi di provocare uno scontro tra i membri della comunità Kofán Dureno di Sucumbíos, per favorire l'attività estrattiva in quelle terre. "Sono trenta pozzi petroliferi esistenti all'interno del territorio, dove questa comunità, la gente che è in resistenza, non è mai stata consultata e non è mai stata d'accordo - aveva dichiarato recentemente - Il governo per mezzo della sua impresa pubblica, assassina, ha iniziato la guerra tra fratelli e questo può continuare. Vogliono sterminarci. Pertanto chiedo a tutti i media e a tutte le organizzazioni per i diritti umani che facciano conoscere questo tipo di violenza".

27/2/2023


Colombia, riprendono i negoziati con l'Eln

Il governo di Bogotá e la guerriglia dell'Ejército de Liberación Nacional, hanno ripreso il 13 febbraio a Città del Messico le trattative per gettare le basi di un'eventuale tregua. "Siamo qui con l'impulso dato dal presidente colombiano Gustavo Petro alla pace come politica di Stato", ha dichiarato Otty Patiño, capo della delegazione governativa. E Pablo Beltrán, rappresentante dell'Eln, ha affermato che in questo secondo round di negoziati si cercherà di concordare le condizioni per un "cessate il fuoco bilaterale, temporaneo e nazionale". L'obiettivo è quello di "una pace integrale e duratura".

Dopo quattro anni di paralisi, il dialogo tra le parti era ricominciato in novembre grazie alla vittoria di Petro al ballottaggio di giugno. Ci sono stati momenti difficili, ad esempio l'annuncio del capo dello Stato di un cessate il fuoco bilaterale per l'inizio del nuovo anno era stato prontamente smentito da un comunicato del movimento guerrigliero, che negava l'esistenza di un accordo in tal senso perché non era stato discusso al tavolo del negoziato. E il sequestro del sergente Libey Danilo Bravo da parte dei guerriglieri, avvenuto il giorno dopo la ripresa dei colloqui, ha portato a un ulteriore scontro e Petro è giunto ad accusare l'Eln di sabotare "qualsiasi possibilità di pace". Fortunatamente dall'Eln è stata assicurata la pronta liberazione del sergente.

22/2/2023


Ecuador, dalle urne una sconfitta per Lasso

Una sonora sconfitta per il presidente Guillermo Lasso è scaturita dalle urne di domenica 5 febbraio: le otto domande del referendum con cui sperava di legittimare il suo governo emendando la Costituzione, riducendo il numero dei parlamentari e indebolendo il Consejo de Participación Ciudadana y Control Social, sono state tutte respinte dall'elettorato. E per quanto riguarda il voto locale Revolución Ciudadana, il movimento che fa capo a Rafael Correa, ha ottenuto il controllo di nove province e oltre sessanta comuni tra cui Quito e Guayaquil. Particolarmente importante la riconferma di Paola Pabón a governatrice di Pichincha, nonostante la persecuzione giudiziaria di cui era stata oggetto (nel 2019 aveva trascorso 72 giorni in carcere sotto l'accusa di ribellione durante le proteste contro la politica d'austerità dell'ex presidente Lenín Moreno).

Quelle del 5 febbraio sono state le prime consultazioni in cui Revolución Ciudadana ha potuto presentarsi come partito, dopo la decisione del Consejo Nacional Electoral di attribuire a Moreno il controllo di Alianza País e dopo una lunga attesa prima che le autorità elettorali permettessero la formazione di una nuova organizzazione. A favorire il successo dell'opposizione è stata sicuramente la situazione economica: solo un terzo della popolazione attiva ha un impiego formale, otto famiglie su dieci sopravvivono con i sussidi e ha fatto la sua ricomparsa la denutrizione infantile, che era stata sradicata un decennio fa.

Per non parlare del diffondersi della criminalità (gli oltre 4.000 delitti del 2022 hanno reso l'Ecuador una delle nazioni più violente dell'America Latina) e della corruzione, come denunciato dal periodico digitale La Posta, che ha svelato i rapporti con il traffico della droga di personaggi legati al governo, in particolare del cognato di Lasso, Danilo Carrera. Proprio riferendosi a questo scandalo, noto come El Gran Padrino, il leader della Conaie, Leonidas Iza, ha invitato il capo dello Stato a dimettersi: "Guillermo Lasso si è riempito la bocca chiamando narcos quelli tra noi che lo avevano criticato. Ma ora, con le rivelazioni su questo caso, che dimostra l'infiltrazione della mafia nelle alte sfere, si configurerebbe l'esistenza di un narcogobierno. Il paese non merita questo, si faccia da parte".

14/2/2023


America Latina territorio di pace

Nell'incontro tenuto il 10 febbraio a Washington con il suo omologo statunitense Joe Biden, il presidente brasiliano Lula ha proposto la creazione di un Gruppo di Pace in grado di mediare nel conflitto in corso in Ucraina. "Ho parlato a Biden della necessità di creare un gruppo di paesi che non siano coinvolti direttamente o indirettamente nella guerra della Russia contro l'Ucraina" per arrivare alla fine delle ostilità, ha spiegato lo stesso Lula ai giornalisti dopo la riunione. Del resto aveva in precedenza respinto la richiesta tedesca di fornire munizioni per i carri armati che Berlino intendeva inviare a Kiev, ritenendo che non valesse la pena di "provocare i russi".

I soldati ucraini non hanno molta dimestichezza con gli armamenti attualmente usati dai paesi dell'alleanza, per i quali avrebbero bisogno di un lungo addestramento, mentre conoscono meglio le armi fabbricate in Russia, come quelle in dotazione a molti eserciti latinoamericani. Da qui l'interesse di Stati Uniti e governi alleati verso la regione. Allo stesso tempo i mezzi militari eventualmente spediti a Kiev potrebbero essere rimpiazzati con nuove forniture, aprendo così un ulteriore mercato alle fabbriche statunitensi. Ma le pressioni in merito hanno incontrato netti rifiuti. "L'Argentina e l'America Latina non stanno pensando di inviare armamenti né all'Ucraina né a nessun altro luogo in conflitto", ha affermato Alberto Fernández. "Noi non mandiamo armi da nessuna parte. Siamo pacifisti", gli ha fatto eco il messicano López Obrador. "La nostra Costituzione ha come imperativo nel terreno internazionale la pace - ha sottolineato il colombiano Gustavo Petro - Non consegneremo le armi russe perché vengano portate in Ucraina a proseguire una guerra". Risposta negativa anche da parte del cileno Gabriel Boric.

E mentre l'America Latina si riafferma come territorio di pace, gli Stati Uniti ribadiscono il loro interesse verso le sue ricchezze. Nel cosiddetto "triangolo del litio", formato da Argentina, Bolivia e Cile, si trova il 60% a livello globale di questo elemento, indispensabile per la tecnologia odierna. La regione è importante inoltre per le più grandi riserve di petrolio, comprese quelle scoperte più di un anno fa di fronte alla Guyana, mentre il Venezuela può contare anche su rame e oro. Senza dimenticare la rilevanza dell'Amazzonia, "il polmone del mondo", e il fatto che il subcontinente possiede il 31% dell'acqua dolce del pianeta. Con questo elenco la comandante del Southern Command statunitense, generale Laura Richardson, ha spiegato in un video le ragioni per cui Washington ritiene l'America Latina importante "per la sicurezza nazionale".

L'intervento è stato registrato in occasione di un recente evento dell'Atlantic Council, think tank legato alla Nato e che annovera tra i suoi membri gli ex segretari di Stato Usa Henry Kissinger e Condoleezza Rice, nonché alti ufficiali in ritiro ed ex funzionari della Cia. Netta la risposta di Evo Morales alle affermazioni di Richardson: "L'America Latina non è il cortile di casa né la sua proprietà per sfruttare risorse naturali".

11/2/2023


Perù, due mesi di proteste e di repressione

Continuano le proteste in Perù e continua la sanguinosa repressione del governo di Dina Boluarte. Secondo cifre ufficiali sono già 48 i morti (ma potrebbero essere molti di più) e oltre 1.200 i feriti tra i manifestanti, da due mesi in lotta contro quello che a tutti gli effetti è stato un colpo di Stato. Dal 7 dicembre il paese è retto da un esecutivo sostenuto dalla destra e dall'estrema destra, che non sembra voler cedere minimamente alle richieste dei dimostranti: chiusura del Congresso, elezioni entro quest'anno, rinuncia di Boluarte, Assemblea Costituente e liberazione di Pedro Castillo. Quest'ultimo punto è sentito soprattutto dalle popolazioni andine, non tanto per gli scarsi risultati politici della presidenza del maestro rurale, quanto per l'identificazione che il Perù indigeno prova nei confronti di un politico non appartenente all'élite tradizionale.

Proprio dal sud andino, la zona più povera e discriminata, era partita la protesta, che si è allargata alla capitale. Qui in gennaio sono confluiti in migliaia per quella che è stata chiamata la Toma de Lima. La risposta è stata la violenza poliziesca scatenata contro cortei pacifici e disarmati. Gli agenti sono entrati anche nella sede dell'Universidad de San Marcos, la più antica del continente, dove gli studenti avevano ospitato i dimostranti venuti da fuori: duecento gli arrestati, compresa una bambina di otto anni. L'assalto all'ateneo è stato condannato dalla Comisión Interamericana de Derechos Humanos e l'arbitrarietà dell'operazione è dimostrata dal fatto che i detenuti sono stati poi liberati per ordine della Procura.

Le proteste proseguono anche nel resto del paese, con scioperi e massicci blocchi stradali. Polizia ed esercito agiscono con una violenza spropositata soprattutto nelle regioni a prevalenza indigena: solo a Juliaca, nel dipartimento di Puno (alla frontiera con la Bolivia), il 9 gennaio si sono contate 18 vittime. Il governo criminalizza quanti manifestano definendoli "terroristi" e giustificando l'operato degli agenti. Un bono especial para la heroica policía è stato proposto dal capo di gabinetto, il "falco" Alberto Otárola. E in sette dipartimenti è stato ora proclamato lo stato d'emergenza, con la soppressione delle garanzie costituzionali. Intanto lo screditato Congresso, la cui approvazione si aggira sul 7%, volta le spalle alle richieste popolari bocciando qualsiasi proposta di elezioni entro quest'anno. In dicembre era stato approvato l'anticipo delle consultazioni dal 2026 all'aprile 2024, ma la nuova data avrebbe dovuto essere ratificata da una seconda votazione in Parlamento e questo non è avvenuto.

Tali scelte costano comunque care, sia sul piano interno che su quello internazionale. In due mesi si sono registrati ben otto cambiamenti nella compagine ministeriale: quattro dimissioni sono state motivate proprio da divergenze con la politica repressiva dell'esecutivo. Quanto ai rapporti con i paesi latinoamericani, il governo Boluarte è riuscito a inimicarsene molti. Ha ritirato i propri ambasciatori dal Messico (che aveva concesso asilo politico alla famiglia di Pedro Castillo) e dall'Honduras (Xiomara Castro aveva condannato il colpo di Stato); ha dichiarato l'ex presidente Evo Morales "persona non grata" e accusato di ingerenza l'attuale capo di Stato boliviano Luis Arce; infine ha espresso "malessere" per i commenti sulla crisi in atto da parte del cileno Gabriel Boric.

8/2/2023


Il Brasile torna nella Celac

Il VII vertice della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, che si è tenuto a Buenos Aires il 24 gennaio ha segnato il ritorno nel blocco del Brasile governato da Lula. Viene così annullata la decisione di Bolsonaro che nel gennaio 2020, per dimostrare il suo sostegno agli interessi statunitensi, aveva sospeso la partecipazione del suo paese alla Comunidad. All'incontro nella capitale argentina erano presenti dunque delegazioni di tutte le 33 nazioni della regione, con l'assenza però di alcuni capi di Stato: il messicano López Obrador, il guatemalteco Alejandro Giammattei, il panamense Laurentino Cortizo, il nicaraguense Daniel Ortega.

Mancavano anche la contestata presidente del Perù, Dina Boluarte, e il venezuelano Nicolás Maduro. Quest'ultimo aveva in un primo momento confermato la sua partecipazione, per poi annunciare la cancellazione del suo viaggio, poiché era venuto alla luce un piano della destra argentina, "il cui obiettivo è l'attuazione di una serie di aggressioni contro la nostra delegazione guidata dal presidente". In effetti la leader di Propuesta Republicana, Patricia Bullrich, era giunta a chiedere alla Dea, l'agenzia antinarcotici statunitense, di arrestare il capo di Stato venezuelano al suo arrivo all'aeroporto, accusandolo di legami con il narcotraffico. Da Caracas, comunque, Maduro ha assicurato il suo appoggio alla creazione di una moneta comune della regione per le transazioni commerciali, come proposto da Lula e Alberto Fernández.

L'incontro si è chiuso con la firma della Declaración de Buenos Aires, con cui i partecipanti si impegnano "ad avanzare con determinazione nel processo di integrazione, promuovendo l'unità e la diversità politica, economica, sociale e culturale dei nostri popoli". Il documento riafferma "la piena validità del Proclama dell'America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace", ribadisce "l'appello dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba", risalta l'importanza degli accordi raggiunti nell'ambito del dialogo tra il governo di Caracas e l'opposizione, sostiene "i legittimi diritti della Repubblica Argentina nella disputa per la sovranità delle Isole Malvinas" e riconferma "il carattere latinoamericano e caraibico di Puerto Rico". Ora la presidenza pro tempore passa da Alberto Fernández a Ralph Gonsalves, primo ministro di Saint Vincent and the Grenadines. Sotto la guida di Gonsalves, leader dello Unity Labour Party, lo Stato caraibico ha sviluppato in questi anni un'attiva politica estera nell'ambito della Caribbean Community e dell'Alba.

In parallelo alla riunione della Celac si è tenuta a Buenos Aires la Cumbre Social, che ha riunito esponenti di organizzazioni sindacali ed ecologiste, militanti dei movimenti sociali e delle comunità indigene. Al termine dei lavori i partecipanti hanno consegnato ai capi di Stato un documento sui problemi socio-economici e ambientali della regione e sulla necessità di frenare le azioni destabilizzanti in atto contro i governi eletti dalla maggioranza, dal tentativo di golpe in Brasile alla sanguinaria repressione contro la protesta popolare in Perù.

25/1/2023


Brasile, l'8 gennaio e le sue conseguenze

Le immagini di migliaia di persone che nel pomeriggio di domenica 8 gennaio invadevano, senza che nessuno sbarrasse loro la strada, il Congresso, il Palácio do Planalto (sede della Presidenza) e il Supremo Tribunal Federal hanno fatto temere per qualche ora il crollo della democrazia brasiliana. L'orda bolsonarista, confluita nella capitale a bordo di decine di autobus, ha scatenato la sua furia contro suppellettili e opere d'arte, mostrando il suo disprezzo per ogni forma di cultura.

A favorire l'assalto le autorità del Distretto Federale, governato da un alleato dell'ex presidente, che hanno lasciato i tre edifici sguarniti. Il tentato colpo di Stato mirava a far sì che, di fronte al caos, Lula decretasse l'intervento dei militari in funzione di sicurezza interna, lasciando loro il compito di "riportare l'ordine". Il piano è fallito perché il presidente ha invece scelto di assumere il controllo del governo e della polizia locali. Agenti federali hanno sgomberato i palazzi occupati, arrestando centinaia di persone.

La contromossa è stata vincente anche su un altro piano: tornato velocemente nella capitale, Lula ha patteggiato l'evacuazione dei sediziosi accampati da settimane di fronte al quartier generale dell'esercito, a cui chiedevano di intervenire per ribaltare l'esito del voto del 30 ottobre. Dopo alcune obiezioni, i generali hanno dovuto cedere e permettere che i circa 1.200 facinorosi venissero trasportati a una sede della polizia federale per essere interrogati. Un punto a favore del ministro della Giustizia Flavio Dino, fautore di una risposta dura, mentre il titolare della Difesa, il conservatore José Múcio, proponeva una soluzione concordata che trattasse gli insorti come semplici manifestanti. Sono contraddizioni all'interno del vasto gabinetto di Lula (ben 37 membri) dove, accanto a Marina Silva all'Ambiente, a Fernando Haddad alle Finanze e a Sônia Guajajara al nuovo Ministero dei Popoli Indigeni, figurano esponenti del centrodestra come Simone Tebet alla Pianificazione.

L'8 gennaio ha visto così un indebolimento dell'ex presidente, anche perché i sondaggi mostrano una stragrande maggioranza di cittadini (di tutti gli schieramenti) critici di fronte alle devastazioni causate dai suoi seguaci. E altre tegole si abbattono sul capo di Bolsonaro, ancora rifugiato in Florida: i suoi conti bancari sono stati congelati e la Procura Generale ha ottenuto dal Supremo Tribunal Federal l'apertura di un'indagine su di lui come presunto istigatore dell'assalto ai palazzi del potere. Infine il suo uomo di fiducia, Anderson Torres, ex titolare della Sicurezza Pubblica della capitale, è stato arrestato per complicità. Nell'abitazione di Torres gli inquirenti hanno rinvenuto la bozza di un progetto in cui Bolsonaro assumeva il controllo delle istituzioni elettorali e dichiarava nullo il risultato delle presidenziali.

E a seguito della sommossa Lula ha destituito i dirigenti dei media pubblici, che erano stati nominati nella gestione precedente e che avevano presentato il tentato golpe come una dimostrazione di dissenso. La giornalista Kariane Costa sarà la nuova presidente della Empresa Brasil de Comunicação. Silurato anche il comandante dell'esercito Júlio César de Arruda: non avrebbe agito con prontezza di fronte alla connivenza di alcuni settori militari con il tentativo eversivo. Altri quaranta membri delle forze armate, che prestavano servizio nella residenza presidenziale, sono stati destinati ad altri incarichi. Intanto Celine Leão, che ha assunto il governo ad interim del Distretto Federale dopo la sospensione del governatore Ibaneis Rocha, ha deciso di raddoppiare gli agenti che dovranno vigilare le sedi dei tre poteri. Non si escludono infatti altri tentativi da parte dei fanatici sostenitori dell'ex capitano.

22/1/2023


Colombia, sventato un attentato contro Francia Márquez

Un ordigno con oltre sette chili di esplosivo è stato rinvenuto il 10 gennaio sulla strada che conduce alla residenza familiare di Francia Márquez, nel dipartimento del Cauca. Lo ha denunciato la stessa vicepresidente sui suoi social, precisando che la bomba è stata fatta brillare dagli artificieri. L'attentato, ha affermato, "mirava a minare gli sforzi di pace e di giustizia sociale" del governo di cui fa parte.

Non è la prima volta che si attenta alla vita di Márquez. Nel 2019, prima di assumere la vicepresidenza, era stata attaccata con raffiche di fucile e lancio di granate per la sua attività in difesa dell'ambiente. Nel maggio dello scorso anno a Bogotá, mentre teneva un comizio alla vigilia delle elezioni, un raggio laser venne puntato sulla sua faccia come intimidazione e le sue guardie del corpo dovettero intervenire prontamente per proteggerla e farla scendere dal palco. Infine in agosto colpi d'arma da fuoco vennero esplosi contro un veicolo della comitiva presidenziale che viaggiava nella regione nordorientale del paese.

11/1/2023


Venezuela, finisce l'era della "presidenza" Guaidó

Con 72 voti a favore, 29 contrari e otto astensioni l'opposizione ha scritto la parola fine all'autoproclamata presidenza ad interim di Juan Guaidó. Lo hanno deciso il 30 dicembre i membri del vecchio Parlamento del 2015 (gli antichavisti non riconoscono il risultato delle consultazioni del 2020, dove hanno perso la maggioranza). La decadenza di Guaidó dal suo effimero ruolo è diventata effettiva il 5 gennaio: una conclusione ingloriosa, dopo quattro anni in cui non è riuscito a scalzare le autorità legittime e si è solo contraddistinto per una serie di scandali e di ruberie.

Creato nel gennaio 2019, il governo provvisorio era stato riconosciuto da oltre cinquanta Stati, Usa in testa. Ma il vasto appoggio politico di cui inizialmente godeva è andato sempre più diminuendo. Il riavvicinamento tra Caracas e Bogotá, dopo l'elezione del nuovo presidente colombiano Gustavo Petro, è proseguito in gennaio con l'inaugurazione del ponte Atanasio Girardot che unisce i due paesi e la riunione imprevista, nella capitale venezuelana, tra i due capi di Stato. "Un incontro ampio e molto fruttuoso", l'ha definito Maduro su Twitter. "Viva l'unione tra Colombia e Venezuela", gli ha fatto eco Petro.

Anche il Brasile ha riallacciato i rapporti con il governo bolivariano, dopo l'intermezzo del mandato di Bolsonaro. Lula aveva già anticipato che questo sarebbe stato uno dei suoi primi provvedimenti e in occasione del suo insediamento è stato revocato il decreto che impediva l'entrata nel paese di Maduro e di altri funzionari venezuelani.

Da Washington non si è registrata alcuna reazione all'eliminazione della figura del "presidente incaricato", ma la crisi energetica provocata dal conflitto in Ucraina aveva indotto già in marzo gli Stati Uniti a inviare a Caracas una delegazione per negoziare alternative al blocco delle forniture russe. In novembre l'amministrazione Biden, pur senza revocare le sanzioni, aveva autorizzato la Chevron a riprendere parzialmente l'attività di estrazione del petrolio in Venezuela.

La decisione statunitense era venuta dopo la ripresa del dialogo tra il governo Maduro e un settore dell'opposizione. L'incontro, avvenuto in Messico con la mediazione della Norvegia, aveva portato alla firma di un accordo in cui le parti si impegnavano ad attivarsi in tutti i modi per "ottenere i fondi legittimi della Repubblica che si trovano congelati nel sistema finanziario internazionale". Tali fondi saranno amministrati dalle Nazioni Unite e utilizzati per progetti sociali. L'accordo testimonia la spaccatura all'interno dei partiti antichavisti che pure cercheranno, attraverso le primarie, di presentare un candidato unico alle presidenziali del 2024.

8/1/2023


Colombia, tregua bilaterale senza l'Eln

Aveva suscitato grandi speranze l'annuncio, fatto dal presidente Gustavo Petro pochi minuti prima della fine del 2022, dell'accordo per una tregua di sei mesi raggiunto con l'Ejército de Liberación Nacional, due dissidenze delle Farc e due gruppi paramilitari. "Abbiamo accordato una cessazione bilaterale con l'Eln, la Segunda Marquetalia, l'Estado Mayor Central, le Autodefensas Gaitanistas de Colombia e le Autodefensas de la Sierra Nevada dal primo gennaio al 30 giugno 2023, prorogabile in base ai progressi dei negoziati", aveva detto il capo dello Stato in un significativo passo avanti nel suo obiettivo politico di "pace totale".

Dopo l'annuncio il ministro della Difesa, Iván Velázquez, aveva assicurato l'appoggio delle forze armate e Rodrigo Londoño, leader di Comunes (il partito nato dalla smobilitazione delle Farc), aveva invitato i combattenti coinvolti ad agire con decisione: "La pace richiede coraggio, audacia ed eroismo. Ma soprattutto amore verso il popolo". È infatti la popolazione civile a soffrire le conseguenze più drammatiche del conflitto.

A smorzare gli entusiasmi è sopraggiunto il 3 gennaio un comunicato dell'Ejército de Liberación Nacional, che nega l'esistenza di un accordo con il governo. "In diverse opportunità - sostiene il gruppo guerrigliero - abbiamo segnalato che l'Eln compie solo ciò che si discute e si concorda al tavolo del negoziato cui partecipiamo". E lì, insiste il comunicato, "non è stata discussa nessuna proposta di cessazione del fuoco bilaterale". Per ora dunque non ci sarà nessuna sospensione delle ostilità tra l'esercito di Bogotá e l'Eln. Quest'ultimo comunque non ha chiuso la porta al dialogo, anzi nel suo documento segnala di voler discutere un'eventuale tregua nel prossimo ciclo di conversazioni, il cui inizio è previsto per il 23 gennaio in Messico.

I negoziati tra il governo Petro e i dirigenti dell'Eln erano iniziati ufficialmente a Caracas in novembre, alla presenza delle delegazioni di Cuba e Norvegia come paesi garanti. Questo primo round di colloqui era terminato il 12 dicembre con accordi parziali, tra cui un patto umanitario per consentire il ritorno alle loro case di centinaia di famiglie sfollate.

6/1/2023

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato