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Brasile e Messico di fronte all'arroganza Usa In una lettera inviata al Congresso brasiliano il ministro degli Esteri, Mauro Vieira, ha espresso i timori del governo per la decisione di Washington di dichiarare organizzazioni terroristiche straniere, alla stregua di Al-Qaida o dell'Isis, le bande criminali Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho. "Questa classificazione unilaterale potrebbe essere invocata come giustificazione per azioni extraterritoriali su istituzioni brasiliane", scrive Vieira, aggiungendo: "Esiste il rischio dell'uso della forza militare statunitense contro il territorio nazionale". Anche due bande messicane, il Cártel de Sinaloa e Jalisco Nueva Generación, sono state inserite nella medesima lista. E proprio sulle circostanze che portarono alla cattura di Ismael El Mayo Zambada, capo del Cártel de Sinaloa, la presidente Claudia Sheinbaum ha recentemente accusato l'ex ambasciatore statunitense Ken Salazar di aver mentito. Secondo la versione di Washington, Zambada venne sequestrato il 25 luglio del 2024 da Joaquín Guzmán López, figlio del suo antico complice El Chapo Guzmán, che lo attirò in un tranello nei pressi di Culiacán e, dopo averlo legato e incappucciato, lo fece salire su un aereo privato diretto negli Usa, dove fu consegnato nelle mani dell'Fbi. Nessun agente statunitense prese parte all'operazione in territorio messicano, affermò Salazar. Peccato però che nelle sale del War Eagles Air Museum di Santa Teresa (New Mexico) faccia bella mostra da qualche giorno proprio l'aereo che portò il prigioniero negli States e si attribuisca all'Fbi il merito di averlo trascinato di fronte alla giustizia. Del resto che gli Stati Uniti si arroghino il diritto di operare ovunque, in violazione delle leggi internazionali, è risaputo e a quanto pare non cercano neanche di nasconderlo. Basti pensare agli attacchi a imbarcazioni di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, definiti dall'Onu "esecuzioni extragiudiziarie", che hanno provocato fino ad oggi almeno 213 morti. Come si vede, due sono i paesi particolarmente presi di mira dall'amministrazione Trump. Innanzitutto il Messico: le rivelazioni emerse nel cosiddetto Hondurasgate dimostrano che la Casa Bianca tenta in ogni modo di destabilizzare il governo della presidente Claudia Sheinbaum, che si ostina a difendere la sovranità nazionale. Lo ha detto chiaramente il vicepresidente Vance, pur sostenendo che lo scopo è quello di aiutare i messicani a "ridurre il potere di quei criminali. Adotteremmo misure militari se ritenessimo che è necessario per proteggere la nostra gente. Non vogliamo farlo, ma dobbiamo riservarci questo diritto". E se lo stesso Trump ha più volte ripetuto che i cartelli controllano il paese vicino, il dirigente della Dea, Terry Cole, ha rincarato la dose, parlando del "collegamento mortale" tra le organizzazioni della droga e il governo messicano. In Brasile gli Stati Uniti sperano si ripeta il 4 ottobre quanto avvenuto in Colombia il mese scorso: la sconfitta della sinistra ad opera del candidato di estrema destra da loro sponsorizzato. Non è un caso che l'inserimento dei cartelli dei narcotrafficanti nella categoria giuridica delle organizzazioni terroristiche sia avvenuto solo tre giorni dopo l'incontro a Washington tra il magnate e Flávio Bolsonaro, erede politico del padre Jair, che avrebbe suggerito proprio questo provvedimento. La preoccupazione destata dalle azioni statunitensi trapela dalle parole di Lula, che ha invitato Trump a "non immischiarsi" nelle presidenziali di ottobre e lo ha poi avvisato, con una metafora calcistica, che non tollererà il "gioco sporco". (15/7/2026) |
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cura di Nicoletta Manuzzato |