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La Bolivia in rivolta chiede le dimissioni di Paz Una vera e propria rivolta contro il governo di Rodrigo Paz è in corso dagli inizi di maggio in Bolivia. Ad accendere la scintilla l'effetto sui prezzi al consumo dell'aumento dei carburanti, che per vent'anni avevano goduto di sussidi statali (da un giorno all'altro si è registrato un rialzo dell'87% della benzina e del 163% del diesel). A questo si è aggiunta la soppressione delle imposte alle grandi fortune, compresa ovviamente la famiglia presidenziale, e la legalizzazione dell'appropriazione delle terre comunali da parte dell'agroindustria. Per non parlare del memorandum d'intesa sui minerali critici firmato a fine aprile con gli Stati Uniti: in pratica una svendita delle ricchezze del paese, in particolare il litio. Dopo le proteste della fine del 2025 la ribellione, che punta alle dimissioni del capo dello Stato, ha visto questa volta come protagonista soprattutto il mondo rurale mentre la Cob, pur scesa in piazza per chiedere aumenti salariali e l'impegno a non privatizzare imprese pubbliche, non ha fermato le attività produttive. Come scrive l'ex vicepresidente Alvaro García Linera, "la vera forza veniva dalle comunità contadine aymara e dai quartieri periferici della città di El Alto. Non proveniva da un comando centralizzato né da un leader visibile. I blocchi stradali emergevano dalle singole regioni, frutto di assemblee provinciali, portando alla paralisi di tutte le arterie che comunicano la sede del goveno - La Paz e le città dell'altopiano El Alto, Oruro, Potosí - con il resto del territorio. Dopo settimane il Tropico di Cochabamba, luogo d'influenza dell'ex presidente Morales, si unì parzialmente al blocco delle terre alte aymara". Dunque il ruolo di Evo Morales, ingigantito dalla propaganda governativa per trovare un capro espiatorio, viene qui fortemente ridimensionato. Non si è trattato solo di questioni economiche: la rivolta è stata dettata anche dal desiderio di difendere lo Stato plurinazionale e le sue conquiste. Scrive ancora Linera: "Il periodo storico in cui i popoli indigeni e contadini avevano sperimentato per la prima volta in secoli il riconoscimento di cittadinanza (2006-2019), in cui avevano avuto accesso in modo massiccio a cariche pubbliche e abbandonato la miseria - il 30% della popolazione era uscito dalla povertà - era stato squalificato dal governo e dal coro di scribacchini come mero tempo di barbarie, di concessione di prebende, di delegittimazione delle istituzioni". La risposta dell'esecutivo è stata la criminalizzazione della protesta, che sarebbe promossa da "narcoterroristi" come ha affermato lo stesso capo dello Stato. Con l'avallo del Congresso Paz ha promulgato una legge che elimina le restrizioni all'intervento delle forze armate in conflitti interni, aprendo la strada alla dichiarazione dell'estado de excepción. Scontri si sono registrati a più riprese tra polizia e dimostranti scesi a La Paz da El Alto e altri incidenti dopo il tentativo degli agenti di sgomberare le decine di blocchi stradali disseminati nel paese. Almeno sette persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni; centinaia sono gli arresti arbitrari di dirigenti sindacali e contadini e dai centri di detenzione giungono numerose denunce di torture. Una delegazione argentina di osservatori che intendeva verificare eventuali violazioni dei diritti umani è stata bloccata alla frontiera ed espulsa con il pretesto di irregolarità nei documenti. Nella scelta della repressione non poteva mancare all'esecutivo il sostegno incondizionato di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito "l'impegno incrollabile degli Stati Uniti" a fianco del governo di Paz "nella ricostruzione del paese dopo vent'anni di politiche socialiste fallite". (15/6/2026)
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cura di Nicoletta Manuzzato |