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Tentativi di destabilizzazione in Brasile Teresa Isenburg Dunque il 4 ottobre e il 25 ottobre 2026 si terranno in Brasile le elezioni politiche: nel primo turno si elegge la Camera dei Deputati, due terzi del Senato, le assemblee legislative degli Stati; si scelgono i candidati presidenti della Repubblica e i governatori degli Stati. Per queste due ultime cariche sono confermati al primo turno solo coloro che superano il 50% dei voti validi, gli altri passano al ballottaggio tre settimane dopo. Quale il clima elettorale? Sfortunatamente non buono. Da dieci anni il paese conosce una complessa e reiterata situazione di destabilizzazione volta a impedire i necessari cambiamenti strutturali e a mantenere intatti dominio e privilegi secolari di una limitata casta dominante. I punti di rottura di questo cammino a ritroso sono chiari: agosto 2016 deposizione illegittima della presidente Dilma Rousseff e ascesa alla massima posizione dell’esecutivo dell’usurpatore Michel Temer, che come primo atto smantella i diritti dei lavoratori e dei sindacali legati alla legge di consolidamento del lavoro CLT; aprile 2018 arresto in assenza di prove di Lula, che verrà liberato solo nel novembre 2019; 6 settembre 2018 la pugnalata fisica al candidato Jair Bolsonaro (naturalmente mai chiarita in sede giudiziaria) che ha dato l’impulso accelerato alla successiva vittoria elettorale dello stesso; dicembre 2022-gennaio 2023 azioni diverse per impedire l'elezione di Lula sia ricorrendo ad attentati fortuitamente falliti sia delegittimando le urne elettroniche sia mobilitando settori dentro e intorno alle forze armate, fino al tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 a risultati elettorali già conclusi. E adesso? Già, adesso è tutto un tranquillo confronto nell’ambito del dibattito politico? No. Molto difficile spiegare in modo riassuntivo e comprensibile quello che sta succedendo. Gli accadimenti che irrompono brutalmente sulla scena elettorale vanno collocati sul palco in cui attore importante è la Banca Master del banchiere Daniel Vorcaro. Istituto finanziario di media portata, nel corso del 2025 la polizia federale inizia, su richiesta della procura generale della Repubblica, le indagini per irregolarità varie nell’Operação Compliance Zero e nel novembre 2025 la Banca Centrale mette l’istituto in liquidazione extragiudiziaria. Dalla infinita montagna di carte e documenti che escono dalle azioni di perquisizione e sequestro a maggio 2026 affiora un dossier particolare: un milionario finanziamento per la realizzazione di un film dal titolo Dark Horse, biografia dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Ma chi chiede, o meglio implora, il finanziamento è il figlio Flávio candidato, per scelta del padre, alle elezioni 2026. Figlio che afferma e ripete che si tratta di finanziamento privato e che tutto è regolare, ma non sembra proprio così… Dal momento che l’indagine sulla Banca Master coinvolge cittadini che fanno capo al forum speciale, la procedura giudiziaria approda al Supremo Tribunale Federale e in questo caso per sorteggio cade nelle mani del ministro André Mendonça (sono di competenza del STF le cariche di presidente e vicepresidente della Repubblica, parlamentari, governatori, alti gradi della magistratura). Sempre nel STF corre una indagine, di responsabilità del ministro Flávio Dino, relativa a pratiche incorrette di utilizzo dei denari degli sciagurati emendamenti parlamentari. Mentre da quest’ultimo processo non esce alcuna indiscrezione, dal primo è una interrotta, non involontaria, fuga di notizie che alimentano una valanga di parole manipolate nei mass media. Il giorno 8 settembre (non a caso in coincidenza con la festa nazionale del 7 settembre in modo da oscurarla) una situazione improvvisa butta all’aria un contesto già molto alterato: il ministro Mendonça decreta l’allontanamento preventivo del direttore generale della Polizia Federale Andrei Rodrigues, agendo assolutamente fuori dalle sue competenze. Molto rapidamente altri ministri del STF revocano la misura e la PF inizia una vasta operazione. Già dal 27 agosto Mendonça compiva passi illeciti nei confronti del procuratore generale della Repubblica Paulo Gonet e del ministro del STF Alexandres de Moraes. Credo non sia facile districarsi in questo groviglio giuridico/giudiziario. Ma quello che emerge in termini generali è l’enormità dell’ingarbuglio nascosto sotto la Banca Master. L’impressione è di una rete di vaste dimensioni che coinvolge un numero elevato di persone collocate in punti importanti dei flussi di potere (deputati, alti magistrati, dirigenti di potenti chiese evangelicali in particolare l’Assemblea di Dio Ministero Madureira, imprenditori, intermediatori di varie tipologie) avvolgendole in un turbinio di denaro (strutturato in piramidi Ponzi, in mancate comunicazioni alla Banca Ccentrale, in rivoli dispersi e passaggi internazionali, in pacchi di denaro vivo) e disponendo quindi di uno schema vasto di relazioni e, chissà, di strumenti di pressione, ricatti, scambi. Tutto questo è giunto fino al STF ed è ricaduto su di esso, producendo una crisi istituzionale enorme in piena campagna elettorale. La crisi è stata accelerata e portata a precipitazione non necessariamente per un progetto prestabilito da parte della destra estrema fedele a Bolsonaro, cui il ministro Andrea Mendonça è subordinato, ma per la possibilità che quest’ultimo ha colto di poter utilizzare un insieme di convergenze e coincidenze per destabilizzare a produrre caos in un momento elettorale di confronto inconciliabile. E si sa che il caos gioca quasi sempre a favore della destra con vocazione autoritaria. Peraltro il punto centrale del programma elettorale bolsonarista, varie volte ripetuto dai suoi dirigenti ed in articolare dal candidato Flávio, era ed è di annichilire il Supremo in primo luogo per amnistiare i condannati del colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 e poi per modificare l’impianto istituzionale dall’interno, allo stesso modo delle termiti tropicali. Questo non viene fatto in modo solitario e autonomo da attori brasiliani. Infatti, come è noto e dichiarato da parte degli Stati Uniti governati dall’amministrazione repubblicana (ma non era molto diverso con le amministrazioni democratiche, solo più “educato” nella forma), Trump intende prendere il controllo diretto di tutta l'America Latina e a questo fine il Brasile è indispensabile. Peraltro è comprensibile questo posizione di Trump: l’oriente è perso, la Russia è altrove, l’Europa decade: dove può cercare il suo “spazio vitale”, visto che rigetta qualsiasi multilateralismo o percorso diplomatico? La destra brasiliana viene quindi vezzeggiata e coltivata per svolgere il ruolo che viene a lei affidato di tradire il proprio paese pro domo sua. Il 15 settembre una molto tesa seduta plenaria del STF ha esposto la lacerazione che indebolisce lo stesso e la separazione fra ministri attenti al rispetto delle procedure e alla correttezza giudiziaria e altri pronti a usare la carica per fini diversi. Così il paese passa, ancora una volta lungo il decennio, nel corridoio stretto dell’eversione anticostituzionale, pronta a vendersi alla corruzione, volgare nell’agire. Indico, per chi volesse leggere alcune analisi interessanti e valide non solo per il Brasile sulla deriva dei paesi occidentali a sistema parlamentare rappresentativo non più rispettato nelle sue stesse regole e quindi pericolosamente stravolto, alcuni articoli di uno studioso e giornalista che mi sembra sempre lucido. Reynaldo José Aragon Gonsalves, A strategia oculta dos EUA para usar o STF e encuralar o Brasil, “Brasil 247”, 4.9.2026 Id., O operador interno do golpe: Mendonça produz a crise que Washington precisava, “Brasil 247”, 8.9.2026 André Mendonça ha oltrepassato una frontiera che ha cambiato la natura della crisi alla Corte Suprema. Accusando i servizi segreti della Polizia Federale di sorvegliarlo sistematicamente, parlando di "spionaggio istituzionale", associando Alexandre de Moraes alla conoscenza di queste informazioni e ricorrendo all'immagine totalitaria del 1984, il ministro è andato oltre la semplice contestazione dello svolgimento di un'indagine. Ha prodotto un'immagine ben più corrosiva dello Stato brasiliano: quella di un apparato pubblico che avrebbe iniziato a sorvegliare clandestinamente le autorità all'interno del paese stesso. Rimuovendo la guida della Polizia Federale, ha posto la Corte Suprema, la Polizia Federale e il potere esecutivo nella stessa zona di rottura. La crisi ha cessato di essere un semplice scontro tra ministri e ha iniziato a intaccare la legittimità reciproca delle istituzioni. È proprio qui che risiede il nuovo fatto politico. Per oltre un anno Alexandre de Moraes è stato dipinto negli Stati Uniti come il volto di un presunto regime di censura. Le decisioni contro le piattaforme digitali, gli individui indagati e gli esponenti dell'estrema destra sono state estrapolate dal contesto del conflitto politico brasiliano e interpretate come una minaccia alla libertà di espressione, alle aziende americane e, di conseguenza, agli interessi degli Stati Uniti stessi. Questa narrazione ha prodotto conseguenze concrete: ha permeato il Congresso e il potere esecutivo americani, alimentando sanzioni, misure commerciali e pressioni diplomatiche. Washington ha già dimostrato di poter trasformare un'interpretazione politica del sistema giudiziario brasiliano in uno strumento di coercizione. Mendonça aggiunge ora un elemento che questa narrazione non possedeva ancora. La censura è controllo della parola. La sorveglianza è potere sull'individuo. L'accusa che un ministro della Corte Suprema sia stato monitorato dai servizi segreti richiede un quadro ben più ampio della figura isolata di un giudice autoritario. Coinvolge la polizia, la raccolta di informazioni, la circolazione dei dati, la catena di comando e la conoscenza istituzionale. Moraes potrebbe cessare di essere presentato semplicemente come il magistrato che mette a tacere gli avversari e finire per essere associato all'immagine di un sistema che osserva, indaga e neutralizza. Mendonça non ha parlato di uno "Stato profondo brasiliano", ma ha messo in circolazione un linguaggio che può essere facilmente interpretato in quella direzione. Questo non significa che le sue accuse siano definitivamente provate. Devono essere indagate, affrontate e sottoposte al giusto processo. Questa distinzione è indispensabile perché la forza politica dell'episodio deriva proprio dalla differenza tra il tempo della prova e il tempo del potere. Un'indagine deve accertare i fatti e le responsabilità. Un'operazione politica deve solo produrre un'interpretazione sufficientemente plausibile da poter circolare prima della conclusione del procedimento. Washington possiede già l'infrastruttura politica, giuridica ed economica in grado di accogliere questa questione e di darle le conseguenze necessarie. L'arma non è nata con la crisi. Ciò che è emerso ora è una nuova munizione.
Id., O Supremo sob cerco internacional: a nova fare da guerra
ibrida contra o Brasil, 11.9.2026 San Paolo, 17 settembre 2026
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cura di Nicoletta Manuzzato |