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Tutto incerto in Brasile (e non solo) Teresa Isenburg Situazione internazionale Il quadro internazionale continua a dominare la scena in Brasile: Mercosur, Venezuela, Gaza sono i temi principali, mentre il presidente Lula è molto attivo in contatti telefonici con i dirigenti dei grandi paesi del Sud del mondo (Putin 14.01; Xi 22.01; Erdogan 21.01; Modi 22.01), con Trump (26.01) e con viaggi importanti (in India il 19-21 febbraio). Lula è stato molto sollecito nel prendere contatto con la presidente interina Delcy Rodriguez, il Ministero della Salute ha inviato stock di medicinali per rifornire le strutture sanitarie bombardate durante l’attacco del 3 gennaio 2026 nello Stato di La Guaira mentre, da quello che è dato sapere, l’imprenditore brasiliano Joesley Batista (padrone insieme al fratello del Gruppo J&F, una delle principali imprese di produzione e commercializzazione internazionale di proteine animali) ha svolto e svolge una azione diplomatica informale fra il governo nordamericano e i dirigenti venezuelani, mantenendo buon relazioni anche con il governo brasiliano (Todo apoio a Delcy Rodrigues na crise venezuelana, “Brasil 247”, 11.01.2026; Ministerio da saude doarà 100 toneladas de insumos medicos pra tratar venezuelanos apòs destruição de centro de distribuição do pais, “gov.br/Ministerio da saude, 13.01.2026). Per quanto concerne “l’invito” di Trump al Brasile per entrare nel cosiddetto Consiglio della pace per Gaza, Lula non ha ancora sciolto formalmente la riserva, ne denuncia il carattere coloniale e coglie l’occasione per chiedere una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la partecipazione palestinese. Per quanto riguarda l’accordo UE-Mercosur sottoscritto il 17 gennaio 2026, appoggio è stato espresso su quasi tutta la stampa, dal governo, dalle associazioni di categoria, da buona parte dei partiti e dei sindacati. Due osservazioni: probabilmente le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno spinto le due parti a concludere un confronto trascinato per un quarto di secolo con un obiettivo geopolitico oltre che economico; il fatto che la firma sia avvenuta a Asunción non sembra innocente. L’opportunistico tergiversare final dell'UE, di cui la Meloni è stata protagonista, ha consentito di togliere dalla scena finale il Brasile la cui presidenza annuale scadeva a fine 2025; non a caso Lula non ha partecipato alla cerimonia e ben ha fatto Santiago Peña a ricordare l’impegno testardo di Lula per difendere e realizzare l’accordo. Alcune voci critiche di un certo peso hanno espresso dubbi, che sembrano piuttosto fondati, sulla ricaduta positiva per il Brasile dell’accordo stesso. In particolare l’economista Paulo Nogueira Batista Junior, già vicepresidente del Nuovo Banco di Sviluppo dei Brics e direttore esecutivo del FMI per il Brasile fra 2007 e 2015, da tempo analizza in modo critico l’accordo (UE-Mercosul: anatomia de um acordo colonial, “Outras Palavras”, 13.12.204; Acordo Mercosul/União Europea, “A Terra è redonda”, 18.12.2025; Victor Farinelli, Tratado Mercosul-UE è “ultrapassado e de corte neoliberal”, afirma economista, “Brasil de Fato”, 9.01.2026). Esso, ritiene Paulo Nogueira, perpetua la disuguaglianza, danneggia l’industria nazionale e l’agricoltura familiare, oltre ad imporre limitazioni ambientali. Anche Paulo Kliass, economista e consulente di carriera del governo, ritiene che l’accordo è pregiudiziale per i paesi del Mercosur, in particolare per il Brasile: congela infatti per futuri decenni le condizioni di sottomissione e subalternità attualmente esistenti nel commercio internazionale, consolida il ruolo del settore primario (reprimavização) dell’economia, limita la sovranità nazionale e compromette il futuro dell’industria brasiliana (Paulo Kliass, AcordoUnião Europeia-Mercosul, “Vermelho”, 21.01.2026). In analogia con le posizioni del mondo contadino internazionale (non dell’agrobusiness) anche questo settore in Brasile appoggia la revisione giudiziaria dell’accordo votata dal Parlamento Europeo, accordo che può colpire i piccoli contadini e l’agricoltura familiare dando invece forza alle richieste dell’agricoltura per esportazione. Indirizzo che minaccia la sovranità del paese e i costi alimentari per la popolazione (Finapop, O preço do acordo União Europeia-Mercosul pode ser pago na mesa do brasileiro, “Brasil de Fato”, 16.01.2026); Mariana Castro, “Vitoria para i campesinato”, diz Via Campesina após Parlamento Europeo travar o acordo com o Mercosul; “Brasil de Fato”, 21.01.2026). Situazione interna *Al momento e nei prossimi mesi l’attenzione è concentrata sulla scadenza elettorale di ottobre–novembre 2026 che riguarda la presidenza della Repubblica, la Camera dei Deputati, 2/3 del Senato, i governatori e le assemblee legislative degli Stati. Una scadenza vissuta da tutte le parti in campo come strategica e foriera di conseguenze durature. Volendo riassumere al massimo, lo spartiacque è fra il mantenimento di una convivenza sociale umanizzata (anche se molto schiacciata sulla difensiva) o il trionfo del patrimonialismo e della rendita con impoverimento della maggioranza della popolazione, fra una collocazione indipendente all’interno del Sud globale o un posizionamento subalterno nell’area di influenza dell’imperialismo coloniale del ventunesimo secolo. Le incognite sono molte: in primo luogo non si sa come l’imperialismo statunitense, senza dimenticare quello europeo in posizione di socio di minoranza, si intrometteranno nelle elezioni brasiliane. Difficile per adesso capire il significato politico della lunga telefonata fra Lula e Trump del 26.01. Né cosa farà la lobby sionista, supportata direttamente dal governo di Israele, assai potente nella Federazione soprattutto attraverso strumenti tecnologici di comunicazione e di controllo. Inoltre non è ancora chiaro chi sarà il candidato alla presidenza della destra (all’interno della quale non mancano incrinature e conflitti) né se ci saranno candidati del centrodestra e quali potranno essere. La sinistra/centrosinistra (quest’ultima almeno in parte) presenterà Lula. Non è facile capire il mondo e parti di esso in questo periodo di ridefinizione dei rapporti di forza a scala planetaria, escluso fare qualsiasi tipo di previsioni in un contesto che sembra un caleidoscopio in continuo movimento. Al termine di questo testo accludo un articolo (di cui traduco solo la prima parte) che mi sembra assai utile per avere una possibile cornice interpretativa in cui collocare gli accadimenti che si sovrappongono in tempi molto complessi. *La difesa dei redditi bassi, dei salari e delle condizioni di lavoro continua ad essere un necessario impegno costante di parte dell’esecutivo e di forze politiche e sindacali; infatti la pressione degli interessi forti per ridurre il debito pubblico, interpretato come causa di tutti i mali, tagliando la spesa sociale è sempre fortissima. Al momento è in discussione un disegno di legge per eliminare la cosiddetta scala 6x1, cioè quei contratti, considerati incompatibili con condizioni di vita dignitosi, che prevedono sei giorni di lavoro e un solo giorno di riposo, mentre il governo è riuscito a far votare in Parlamento l’esenzione fiscale per redditi fino a 5000 reais; ma difendere investimenti in salute ed educazione incontra una opposizione feroce nella Camera con forte maggioranza di una destra antisociale. Tuttavia il Ministero della Salute sta svolgendo un intenso lavoro di rafforzamento del SUS/Sistema Unico di Salute, lo straordinario servizio pubblico creato dall’Assemblea Costituente e inserito nella Costituzione del 1988. Esso è frutto di un lungo lavoro di un gruppo di medici, in buona parte comunisti, che negli ultimi anni ’70, ancora prima dell’amnistia del 1979, e molto intensamente negli anni ’80 ha elaborato un progetto completo che ha poi potuto confluire nella Costituzione. Ed è bene ricordare l’apporto che alla costruzione di tale progetto hanno dato Giovanni Berlinguer e il gruppo dei medici del lavoro del nostro paese.
Così oggi il Brasile è un caso quasi unico dell’Occidente con un
sistema di salute pubblico universale. Ovviamente esso è
sottodimensionato rispetto alle esigenze, soffre della piaga della
terziarizzazione, subisce un ininterrotto attacco critico
infondato, ma rimane fondamentale per tutti i cittadini (inclusi
quelli che si avvalgono di assicurazioni private) e insostituibile
per i più. Durante il governo Bolsonaro il SUS è stato massacrato e
nei tre anni di governo Lula sono stati compiuti con successo molti
interventi di ripristino, soprattutto nel settore delle
vaccinazioni oggetto di negazionismo scientifico negli anni
precedenti. In questi mesi vi è uno sforzo immenso e che sembra
dare risultati significativi per ridurre i tempi di attesa e per
ampliare gli interventi specialistici. Personalmente sogno una
internazionale per conquistare la sanità pubblica in ogni paese.
(Aquiles Lins, Governo federal reposiciona o SUS como eixo
central de saúde publica, “Brasil 247”, 31.12. 2025;
Paulo Emilio, Programa conclui formação del 109.000 agentes
de saúde entodo i país, “Agênci Brasil”, 3.01.2026; Governo
federal vai construir primeiro hospital inteligente do SUS, “gov.br/Ministerio
da saúde”, 7.01.2026; Dilma diz que “SUS inteligente”è marco
histótico para o Brasil e para o Banco do Brics, “Brasil 247”,
7.01.2026) Reynaldo José Aragon Gonçalves, Brasil 247, 14.12.2025
Il caso Banco Master (una vastissima truffa che ha creato un enorme
buco in una banca dai molti collegamenti leciti e illeciti)
emerge proprio in questo contesto. Non inaugura l'offensiva; ne è
un effetto. Quando lo Stato scala la piramide e tocca il sistema
finanziario, le reazioni cessano di essere di natura poliziesca e
diventano istituzionali, mediatiche e politiche. È lì che si misura
la profondità del cambiamento, ed è lì che parte della sinistra
sbaglia nel trattare l'episodio come secondario. *A tre anni dal tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 non si può non sottolineare ancora una volta che esso è stato evitato grazie all'azione ferma in quel giorno del presidente Lula e di alcuni ministri presenti a Brasilia (in primo luogo dell’allora ministro della Giustizia, Flavio Dino, e del suo staff) e che per il lavoro coordinato della polizia federale, della Procura Generale della Repubblica, di alcuni ministri del Supremo Tribunale Federale è stato possibile identificare i responsabili del golpe e condannarli in tribunale. I dati numerici danno un'idea del lavoro compiuto e della vastità dell’azione eversiva. Azioni del Supremo Tribunale Federale: 1628 azioni penali, di cui 518 per crimini gravi, 1110 per crimini meno gravi. Detenzioni: 141 detenzioni, 29 detenzioni preventive, 112 detenzioni definitive, 44 detenzioni domiciliari con o senza braccialetto elettronico. Condanne: 638 condannati, 279 per crimini gravi, 359 per crimini meno gravi, 10 assolti. Accordi di non persecuzione penale: 552 accordi omologati con pene pecuniarie di 2.976.100 reais. Estradizioni: 61 richieste di rimpatrio per cittadini fuggiti all’estero. Altri dati: 131 estinzioni di azione per compimento della pena, 112 esecuzioni penali in corso. A breve la giustizia militare deciderà il destino amministrativo e gerarchico dei militari condannati dal STF (portal.stf.jus.br; Denise Assis, STM/Superior Trubunal Militar dará inicio a julgamento de perda de cargos e patentes na primeira semana de fevereiro, “Brasil 247”, 9.01.2026)*. Come invito alla lettura traduco la parte iniziale dell’articolo di Reynaldo José Aragon Gonçalves, La nuova guerra in America Latina non è per il territorio, è per flussi (“Brasil 247, 14.12.2025).
“Per decenni, il potere politico in America Latina è stato
analizzato utilizzando una grammatica relativamente stabile: colpi
di Stato, elezioni contestate, rivolte militari, interventi
diretti. Questa grammatica è invecchiata. Ciò che si sta
consolidando oggi nel continente è un regime di potere che non ha
bisogno di rovesciare i governi per governare le società. Opera a
un livello più profondo, più materiale e silenzioso: il controllo
dei flussi che sostengono la vita sociale. A nova guerra na América Latina não é por território, é por fluxos Quando o controle dos fluxos substitui a tomada do Estado Durante décadas, o poder político na América Latina foi analisado a partir de uma gramática relativamente estável: golpes de Estado, eleições disputadas, quarteladas, intervenções diretas. Essa gramática envelheceu. O que se consolida hoje no continente é um regime de poder que não precisa derrubar governos para governar sociedades. Ele opera em um plano mais profundo, material e silencioso: o controle dos fluxos que sustentam a vida social. Energia, mobilidade, trabalho, segurança e informação deixaram de ser apenas políticas públicas e passaram a funcionar como alavancas de disciplinamento coletivo. Quando esses fluxos são interrompidos, encarecidos ou tornados instáveis, a sociedade inteira é empurrada para um estado permanente de vulnerabilidade. O cotidiano se desorganiza, a previsibilidade desaparece e a política passa a ser vivida como gestão do medo, não como escolha.O controle dos fluxos, portanto, substitui a tomada do Estado porque é mais barato, mais eficaz e menos visível. Ele não produz mártires imediatos, mas produz sociedades cansadas, fragmentadas e politicamente desarmadas. É nesse terreno que o conflito contemporâneo se desloca — e é a partir dele que a América Latina precisa ser compreendida. A América Latina como laboratório do poder por interdição A América Latina não atravessa uma sequência caótica de crises nacionais desconectadas. Ela se converteu, nas últimas décadas, em um laboratório privilegiado de formas contemporâneas de dominação, onde o poder opera sem precisar assumir a forma clássica da ocupação, do golpe ou da ditadura explícita. O que se observa é a disseminação de um mesmo método, adaptado a contextos distintos, mas guiado por uma lógica comum: governar pela instabilidade administrada. Nesse regime, a violência não aparece necessariamente como ruptura abrupta, mas como condição permanente do cotidiano. Rodovias tornam-se zonas de risco, o trabalho perde previsibilidade, a energia oscila, a segurança deixa de ser um direito e passa a ser um privilégio intermitente. As instituições continuam funcionando, eleições ocorrem, discursos democráticos são mantidos, mas a vida social se organiza sob a sensação constante de bloqueio, ameaça e exceção. Governa-se menos por decisões explícitas e mais pela incapacidade estrutural de garantir normalidade. Essa é a marca do governo indireto. O poder não se afirma pela presença ostensiva, mas pela retirada seletiva. Retira-se proteção, retira-se investimento, retira-se previsibilidade. O Estado não é destruído; ele é esvaziado em seus pontos vitais. A consequência é uma sociedade politicamente paralisada, obrigada a negociar sua sobrevivência diária em vez de disputar gestão estratégica da escassez e do colapso controlado. Venezuela: o limite absoluto da barbárie imperial A Venezuela ocupa um lugar singular no tabuleiro latino-americano porque ela revela, sem mediações, o ponto extremo da lógica de interdição. Ali, o poder imperial abandona qualquer verniz normativo e opera em sua forma mais crua: cerco total, asfixia econômica prolongada e naturalização da eliminação política como horizonte legítimo. Não se trata de pressão diplomática nem de disputa institucional, mas de guerra contra a possibilidade mesma de soberania. Ao longo de anos, fluxos vitais foram sistematicamente bloqueados. Energia, finanças, comércio exterior, acesso a insumos básicos e capacidade de investimento foram transformados em armas. A sociedade venezuelana foi empurrada para um estado de desgaste contínuo, em que cada dia se converte em exercício de sobrevivência. Essa não é uma consequência colateral; é o próprio método. A interdição prolongada produz cansaço social, fragmentação interna e erosão da confiança coletiva, criando as condições para a rendição sem necessidade de ocupação militar direta. É nesse contexto que a ameaça aberta à vida da liderança política deixa de ser um tabu e passa a circular como possibilidade concreta. Quando se cogita publicamente a eliminação física de um chefe de Estado, o que está em jogo não é apenas a Venezuela, mas o retorno explícito do assassinato político como instrumento aceitável da ordem internacional. O recado é inequívoco: governos que escapam ao controle dos fluxos dominantes podem ser destruídos não apenas economicamente, mas biologicamente. A Venezuela, portanto, não é uma exceção patológica. Ela é o horizonte-limite do regime de interdição estratégica aplicado ao continente. China, rotas e infraestrutura: a ameaça real à hegemonia A presença chinesa na América Latina explica, mais do que qualquer discurso ideológico, a intensificação recente das estratégias de interdição. O que está em disputa não é um alinhamento político formal, mas algo muito mais profundo: a reconfiguração material dos fluxos que sustentam o poder no continente. Ao investir em infraestrutura, energia, logística e financiamento de longo prazo, a China desloca o eixo histórico da dependência latino-americana, atingindo o núcleo da hegemonia exercida pelos Estados Unidos desde o pós-guerra. Rotas comerciais sempre foram instrumentos de dominação. Durante décadas, a integração latino-americana esteve subordinada a corredores controlados direta ou indiretamente pelo Atlântico Norte, pelo sistema financeiro dolarizado e por gargalos logísticos externos. Projetos como a Ferrovia Bioceânica não são apenas obras de transporte: eles representam a possibilidade concreta de romper com esse regime de estrangulamento, conectando o continente ao Pacífico, à Ásia e a novos circuitos de valor sem mediação imperial. É justamente por isso que esses projetos são tratados como ameaças estratégicas. Ao reduzir a dependência de portos, seguros, crédito e cadeias logísticas sob influência norte-americana, a infraestrutura financiada ou construída com participação chinesa enfraquece a principal arma do império contemporâneo: a capacidade de bloquear, punir e disciplinar economias inteiras sem disparar um único tiro. Quando as rotas se diversificam, a interdição perde eficácia. A reação, portanto, não se dá no plano do debate público, mas no da sabotagem indireta. Instabilidade política, criminalização de projetos estratégicos, desinformação, pressão financeira e desorganização social tornam-se mecanismos para impedir que essas alternativas se consolidem. A disputa EUA–China, vista da América Latina, não é uma abstração geopolítica distante. Ela se materializa no asfalto das rodovias, nos trilhos inacabados, nos portos congestionados e na permanente ameaça de colapso. É ali, no controle das rotas, que a hegemonia começa a ruir — e é ali que o conflito se intensifica. Os Estados Unidos como império em declínio coercitivo
O império norte-americano não está desaparecendo de forma abrupta,
mas seu poder hegemônico está entrando em um processo de declínio
que se manifesta, sobretudo, pela transformação da coerção direta
em formas mais sutis e caóticas de controle. Ao longo das últimas
décadas, os EUA perderam a capacidade de impor sua vontade por meio
da coordenação internacional, mas mantiveram a capacidade de
exercer coerção através da punição e da interdição estratégica.
Essa transição explica boa parte da violência silenciosa que Lula e o Brasil como força de contenção histórica No epicentro das tensões geopolíticas e econômicas que atravessam a América Latina e o mundo, o Brasil sob a liderança de Lula surge não como um ator que se opõe diretamente ao imperialismo dos Estados Unidos ou à crescente influência da China, mas como um mediador estratégico e equilibrado. Lula não se vê como um herói revolucionário que desafia as grandes potências, mas como um operador que sabe que a verdadeira soberania latino-americana hoje exige mais do que declarações retóricas: exige equilíbrio, inteligência e contenção estratégica. Ao contrário de outras lideranças regionais, que podem ser tentadas a confrontar os EUA ou a China de forma direta e aberta, Lula tem se destacado pela habilidade em criar pontes entre potências conflitantes. Sua habilidade de manobrar com destreza entre os interesses dos Estados Unidos e da China, enquanto mantém a autonomia do Brasil, é um exemplo claro de maturidade política. Em sua recente conversa com Trump, Lula não apenas resgatou o Brasil da órbita de um confronto direto com o império norte-americano, mas também abriu espaço para uma reaproximação estratégica, algo vital para garantir a continuidade do desenvolvimento econômico e a estabilidade política da América Latina, conseguendo redefinir as regras de engajamento geopolítico, assegurando que o continente tenha espaço para se desenvolver de forma soberana sem ser engolido pelas grandes potências. Lula também percebe que a interdição estratégica de fluxos é uma realidade que não pode ser ignorada. A batalha por infraestrutura, energia, rotas comerciais e informações é uma das maiores arenas de disputa internacional hoje, e o Brasil, com sua vasta extensão territorial e recursos estratégicos, tem o poder de atuar como uma âncora de estabilidade na América Latina, enquanto também impede que o continente seja dilacerado por forças externas. Sua política externa, portanto, é profundamente pragmática, voltada para a criação de alternativas autônomas de desenvolvimento, mas sempre dentro de uma lógica de equilíbrio multipolar. Soberania, ou a escolha entre integração e destruição
A América Latina chegou a um ponto em que a soberania já não pode
ser confundida com retórica, símbolos nacionais ou autonomia formal
de governos. O que está em jogo é algo mais profundo e decisivo: a
capacidade concreta de controlar os fluxos que sustentam a vida
social. Onde a energia falha, as rotas são bloqueadas, o trabalho é
precarizado, a segurança se dissolve e a informação é capturada,
não há autodeterminação possível, apenas administração da
sobrevivência. San Paolo, 29/1/202 6
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a
cura di Nicoletta Manuzzato |