Latinoamerica-online.it

Tutto incerto in Brasile (e non solo)

Teresa Isenburg

Situazione internazionale Il quadro internazionale continua a dominare la scena in Brasile: Mercosur, Venezuela, Gaza sono i temi principali, mentre il presidente Lula è molto attivo in contatti telefonici con i dirigenti dei grandi paesi del Sud del mondo (Putin 14.01;  Xi 22.01; Erdogan 21.01; Modi 22.01), con Trump (26.01) e con viaggi importanti (in India il 19-21  febbraio). Lula è stato molto sollecito nel prendere contatto con la presidente interina  Delcy Rodriguez, il Ministero della Salute ha inviato stock di medicinali per rifornire le strutture sanitarie bombardate durante l’attacco del 3 gennaio 2026 nello Stato di La Guaira mentre, da quello che è dato sapere, l’imprenditore brasiliano Joesley Batista (padrone insieme al fratello del Gruppo J&F, una delle principali imprese di produzione e commercializzazione internazionale di proteine animali) ha svolto e svolge una azione diplomatica informale fra il governo nordamericano e i dirigenti venezuelani, mantenendo buon relazioni anche con il governo brasiliano (Todo apoio a Delcy Rodrigues na crise venezuelana, “Brasil 247”, 11.01.2026;  Ministerio da saude doarà 100 toneladas de insumos medicos pra tratar venezuelanos apòs destruição de centro de distribuição do pais, “gov.br/Ministerio da saude, 13.01.2026).

Per quanto concerne “l’invito” di Trump al Brasile per entrare nel cosiddetto Consiglio della pace per Gaza, Lula non ha ancora sciolto formalmente la riserva, ne denuncia il carattere coloniale e coglie l’occasione per chiedere una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la partecipazione palestinese. Per quanto riguarda l’accordo UE-Mercosur sottoscritto il 17 gennaio 2026, appoggio è stato espresso su quasi tutta la stampa, dal governo, dalle associazioni di categoria, da buona parte dei partiti e dei sindacati. Due osservazioni: probabilmente le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno spinto le due parti a concludere un confronto trascinato per un quarto di secolo con un obiettivo geopolitico oltre che economico; il fatto che la firma sia avvenuta a Asunción non sembra innocente. L’opportunistico  tergiversare final dell'UE, di cui la Meloni è stata protagonista, ha consentito di togliere dalla  scena finale il Brasile la cui presidenza annuale scadeva a fine 2025; non a caso Lula non ha partecipato alla cerimonia e ben ha fatto Santiago Peña a ricordare l’impegno testardo di Lula per difendere e realizzare l’accordo.

Alcune voci critiche di un certo peso hanno espresso dubbi, che sembrano piuttosto fondati, sulla ricaduta positiva per il Brasile dell’accordo stesso. In particolare l’economista Paulo Nogueira Batista Junior, già vicepresidente del Nuovo Banco di Sviluppo dei Brics e direttore esecutivo del FMI per il Brasile fra 2007 e 2015, da tempo analizza in modo critico l’accordo (UE-Mercosul: anatomia de um acordo colonial, “Outras Palavras”, 13.12.204; Acordo Mercosul/União Europea, “A Terra è redonda”, 18.12.2025; Victor Farinelli, Tratado Mercosul-UE è “ultrapassado e de corte neoliberal”, afirma economista, “Brasil de Fato”, 9.01.2026). Esso, ritiene Paulo Nogueira, perpetua la disuguaglianza, danneggia l’industria nazionale e l’agricoltura familiare, oltre ad imporre limitazioni ambientali. Anche Paulo Kliass, economista e consulente di carriera del governo, ritiene che l’accordo è pregiudiziale per i paesi del Mercosur, in particolare per il Brasile: congela infatti per futuri decenni le condizioni di sottomissione e subalternità attualmente esistenti nel commercio internazionale, consolida il ruolo del settore primario (reprimavização) dell’economia, limita la sovranità nazionale e compromette il futuro dell’industria brasiliana (Paulo Kliass, AcordoUnião Europeia-Mercosul, “Vermelho”, 21.01.2026). In analogia con le posizioni del mondo contadino internazionale (non dell’agrobusiness) anche questo settore in Brasile appoggia la revisione giudiziaria dell’accordo votata dal Parlamento Europeo, accordo che può colpire i piccoli contadini e l’agricoltura familiare dando invece forza alle richieste dell’agricoltura per esportazione. Indirizzo che minaccia la sovranità del paese e i costi alimentari  per la popolazione (Finapop, O preço do acordo União Europeia-Mercosul pode ser pago na mesa do brasileiro, “Brasil de Fato”, 16.01.2026); Mariana Castro, “Vitoria para i campesinato”, diz Via Campesina após Parlamento Europeo travar o acordo com o Mercosul;  “Brasil de Fato”, 21.01.2026).

Situazione interna *Al momento e nei prossimi mesi l’attenzione è concentrata sulla scadenza elettorale di ottobre–novembre 2026 che riguarda la presidenza della Repubblica, la Camera dei Deputati, 2/3 del Senato, i governatori  e le assemblee legislative degli Stati. Una scadenza vissuta da tutte le parti in campo come strategica e foriera di conseguenze durature. Volendo riassumere al massimo, lo spartiacque è fra il mantenimento di una convivenza sociale umanizzata (anche se molto schiacciata sulla difensiva) o il trionfo del patrimonialismo e della rendita con impoverimento della maggioranza della popolazione, fra una collocazione indipendente all’interno del Sud globale o un posizionamento subalterno nell’area di influenza dell’imperialismo coloniale del ventunesimo secolo. Le incognite sono molte: in primo luogo non si sa come l’imperialismo statunitense, senza dimenticare quello europeo in posizione di socio di minoranza, si intrometteranno nelle elezioni brasiliane. Difficile per adesso capire il significato politico della lunga telefonata fra Lula e Trump del 26.01. Né cosa farà la lobby sionista, supportata direttamente dal governo di Israele, assai potente nella Federazione soprattutto attraverso strumenti tecnologici di  comunicazione e di controllo.  Inoltre non è ancora chiaro chi sarà il candidato alla presidenza della destra (all’interno della quale non mancano incrinature e conflitti) né se ci saranno candidati del centrodestra e quali potranno essere. La sinistra/centrosinistra (quest’ultima almeno in parte) presenterà Lula. Non è facile capire il mondo e parti di esso in questo periodo di ridefinizione dei rapporti di forza a scala planetaria, escluso fare qualsiasi tipo di previsioni in un contesto che sembra un caleidoscopio in continuo movimento. Al termine di questo testo accludo un articolo (di cui traduco solo la prima parte) che mi sembra assai utile per avere una possibile cornice interpretativa in cui collocare gli accadimenti che si sovrappongono in tempi molto complessi.

*La difesa dei redditi bassi, dei salari e delle condizioni di lavoro continua ad essere un necessario impegno costante di parte dell’esecutivo e di forze politiche e sindacali; infatti la pressione degli interessi forti per ridurre il debito pubblico, interpretato come causa di tutti i mali, tagliando la spesa sociale è sempre fortissima. Al momento è in discussione un disegno di legge per eliminare la cosiddetta scala 6x1, cioè quei contratti, considerati incompatibili con condizioni di vita dignitosi, che prevedono sei giorni di lavoro e un solo giorno di riposo, mentre il governo è riuscito a far votare in Parlamento l’esenzione fiscale per redditi  fino a 5000 reais; ma difendere investimenti in salute ed educazione incontra una opposizione feroce nella Camera con forte maggioranza di una destra antisociale. Tuttavia il Ministero della Salute sta svolgendo un intenso lavoro di rafforzamento del SUS/Sistema Unico di Salute, lo straordinario servizio pubblico creato dall’Assemblea Costituente e inserito nella Costituzione del 1988. Esso è frutto di un lungo lavoro di un gruppo di medici, in buona parte comunisti, che negli ultimi anni ’70, ancora prima dell’amnistia del 1979, e molto intensamente negli anni ’80 ha elaborato un progetto completo che ha poi potuto confluire nella Costituzione. Ed è bene ricordare l’apporto che alla costruzione di tale progetto hanno dato Giovanni Berlinguer e il gruppo dei medici del lavoro del nostro paese.

Così oggi il Brasile è un caso quasi unico dell’Occidente con un sistema di salute pubblico universale. Ovviamente esso è sottodimensionato rispetto alle esigenze, soffre della piaga della terziarizzazione, subisce un ininterrotto attacco critico infondato, ma rimane fondamentale per tutti i cittadini (inclusi quelli che si avvalgono di assicurazioni private) e insostituibile per i più. Durante il governo Bolsonaro il SUS è stato massacrato e nei tre anni di governo Lula sono stati compiuti con successo molti interventi di ripristino, soprattutto nel settore delle vaccinazioni oggetto di negazionismo scientifico negli anni precedenti. In questi mesi vi è uno sforzo immenso e che sembra dare risultati significativi per ridurre i tempi di attesa e per ampliare gli interventi specialistici. Personalmente sogno una internazionale per conquistare la sanità pubblica in ogni paese. (Aquiles Lins, Governo federal reposiciona o SUS como eixo central de saúde publica, “Brasil 247”, 31.12. 2025; Paulo Emilio, Programa conclui formação del 109.000 agentes de saúde entodo i país, “Agênci Brasil”, 3.01.2026; Governo federal vai construir primeiro hospital inteligente do SUS, “gov.br/Ministerio da saúde”, 7.01.2026; Dilma diz que “SUS inteligente”è marco histótico para o Brasil e para o Banco do Brics, “Brasil 247”, 7.01.2026) Reynaldo José Aragon Gonçalves, Brasil 247, 14.12.2025).

*È in corso  da alcuni mesi, da parte della polizia federale, un'azione energica contro l’area finanziaria del crimine organizzato, cosa che disturba molto i poteri forti che reagiscono attaccando governo e istituzioni. Come scrive il giornalista e studioso Reynaldo José Aragon Gonçalves, che in questo momento mi sembra uno dei migliori analisti delle interconnessioni e dei contesti politici, “dal 2025, con l'Operazione Carbonio Nascosto (un vasto crimine di lavaggio di denaro attraverso truffe nella rete di distribuzione di  benzina con uffici nella via Faria Lima, il cuore territoriale dei grandi gruppi finanziari) è diventato evidente che il governo Lula ha abbandonato l’approccio difensivo e ha deciso di attaccare il cuore materiale della criminalità organizzata: il sistema finanziario, il riciclaggio di denaro, gli operatori sofisticati e i circuiti che collegano il capitale illegale, la politica e la cattura istituzionale. Questo cambiamento non nasce dal volontarismo, ma dalla volontà politica. Lula sa che nel 2026 (anno elettorale) la criminalità organizzata non sarà solo un problema di sicurezza pubblica, ma uno strumento attivo di destabilizzazione democratica, amplificato da piattaforme digitali, finanziamenti opachi e operazioni psicologiche. … Questa curvatura  rivela un calcolo strategico. Il governo Lula ha capito che, alla vigilia del 2026, la criminalità organizzata non agirà solo come un'economia illecita, ma come un'infrastruttura di guerra ibrida. Il denaro sporco finanzia campagne opache, compra protezione istituzionale, alimenta la disinformazione ed espande la capacità di coercizione politica. Interrompere questo flusso significa interrompere il potere.

Il caso Banco Master (una vastissima truffa che ha creato un enorme buco in una banca dai molti collegamenti  leciti e illeciti) emerge proprio in questo contesto. Non inaugura l'offensiva; ne è un effetto. Quando lo Stato scala la piramide e tocca il sistema finanziario, le reazioni cessano di essere di natura poliziesca e diventano istituzionali, mediatiche e politiche. È lì che si misura la profondità del cambiamento, ed è lì che parte della sinistra sbaglia nel trattare l'episodio come secondario. È proprio questo il calcolo che spiega l'anticipazione nella repressione rafforzata al crimine organizzato del governo Lula. L'esperienza latinoamericana e globale dimostra che, in anni elettorali critici, criminalità, estrema destra e interessi esterni tendono a convergere. Il denaro illecito funge da lubrificante per il caos: finanzia atti, sostiene reti digitali, compra il silenzio istituzionale ed espande la capacità di esercitare pressione sullo Stato. Questa non è improvvisazione; è scelta di una azione  consolidata. Attaccando il sistema finanziario della criminalità lo Stato non solo reprime le illegalità, ma interferisce con la capacità operativa di destabilizzazione. Ecco perché la reazione non proviene solo da fazioni o operatori marginali, ma da settori che dipendono dall'opacità finanziaria per mantenere l'influenza politica. Ignorare questa dimensione significa sottovalutare il vero conflitto che si avvicina nel 2026”. Come evidente questa analisi non si applica solo al Brasile e ben ne sappiamo qualche cosa in Italia.

*A tre anni dal tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 non si può non sottolineare ancora una volta che esso è stato evitato grazie all'azione ferma in quel giorno del presidente Lula e di alcuni ministri presenti  a Brasilia (in primo luogo dell’allora ministro della Giustizia, Flavio Dino, e del suo staff) e che per il lavoro coordinato  della polizia federale, della Procura Generale della Repubblica, di alcuni ministri del Supremo Tribunale Federale è stato possibile identificare i responsabili del golpe e condannarli in tribunale. I dati numerici danno un'idea del lavoro  compiuto e della vastità dell’azione eversiva. Azioni del Supremo Tribunale Federale: 1628 azioni penali, di cui  518 per crimini gravi, 1110 per crimini meno gravi. Detenzioni: 141 detenzioni, 29 detenzioni preventive, 112 detenzioni definitive, 44 detenzioni domiciliari con o senza braccialetto elettronico. Condanne: 638 condannati, 279 per crimini gravi, 359 per crimini meno gravi, 10 assolti.  Accordi di non persecuzione penale: 552 accordi  omologati con pene pecuniarie di 2.976.100 reais. Estradizioni: 61 richieste di rimpatrio per cittadini fuggiti all’estero. Altri dati: 131 estinzioni di azione per compimento della pena, 112 esecuzioni penali in corso. A breve la giustizia militare deciderà il destino amministrativo e gerarchico dei militari condannati dal STF (portal.stf.jus.br; Denise Assis, STM/Superior Trubunal Militar dará inicio a julgamento de perda de cargos e patentes na primeira semana de fevereiro, “Brasil 247”, 9.01.2026)*.

Come invito alla lettura traduco la parte iniziale dell’articolo di  Reynaldo José Aragon Gonçalves,  La nuova guerra in America Latina non è per il territorio, è per flussi (“Brasil  247, 14.12.2025).

“Per decenni, il potere politico in America Latina è stato analizzato utilizzando una grammatica relativamente stabile: colpi di Stato, elezioni contestate, rivolte militari, interventi diretti. Questa grammatica è invecchiata. Ciò che si sta consolidando oggi nel continente è un regime di potere che non ha bisogno di rovesciare i governi per governare le società. Opera a un livello più profondo, più materiale e silenzioso: il controllo dei flussi che sostengono la vita sociale. Energia, mobilità, lavoro, sicurezza e informazione hanno cessato di essere semplici politiche pubbliche e hanno iniziato a funzionare come leve di disciplinamento collettivo. Quando questi flussi vengono interrotti, resi più costosi o destabilizzati, l'intera società viene spinta in uno stato permanente di vulnerabilità. La vita quotidiana diventa disorganizzata, la prevedibilità scompare e la politica finisce per essere vissuta come gestione della paura, non come una scelta. Il controllo dei flussi, quindi, sostituisce la presa di potere dello Stato perché è più economico, più efficace e meno visibile. Non produce martiri immediati, ma produce società stanche, frammentate e politicamente disarmate. È su questo terreno che si sviluppa il conflitto contemporaneo ed è da questa prospettiva che bisogna comprendere l'America Latina”. E forse non solo quella. (Reynaldo José Aragon Gonçalves, Brasil 247, 14.12.2025)

A nova guerra na América Latina não é por território, é por fluxos Quando o controle dos fluxos substitui a tomada do Estado

Durante décadas, o poder político na América Latina foi analisado a partir de uma gramática relativamente estável: golpes de Estado, eleições disputadas, quarteladas, intervenções diretas. Essa gramática envelheceu. O que se consolida hoje no continente é um regime de poder que não precisa derrubar governos para governar sociedades. Ele opera em um plano mais profundo, material e silencioso: o controle dos fluxos que sustentam a vida social. Energia, mobilidade, trabalho, segurança e informação deixaram de ser apenas políticas públicas e passaram a funcionar como alavancas de disciplinamento coletivo. Quando esses fluxos são interrompidos, encarecidos ou tornados instáveis, a sociedade inteira é empurrada para um estado permanente de vulnerabilidade. O cotidiano se desorganiza, a previsibilidade desaparece e a política passa a ser vivida como gestão do medo, não como escolha.O controle dos fluxos, portanto, substitui a tomada do Estado porque é mais barato, mais eficaz e menos visível. Ele não produz mártires imediatos, mas produz sociedades cansadas, fragmentadas e politicamente desarmadas. É nesse terreno que o conflito contemporâneo se desloca — e é a partir dele que a América Latina precisa ser compreendida.

A América Latina como laboratório do poder por interdição

A América Latina não atravessa uma sequência caótica de crises nacionais desconectadas. Ela se converteu, nas últimas décadas, em um laboratório privilegiado de formas contemporâneas de dominação, onde o poder opera sem precisar assumir a forma clássica da ocupação, do golpe ou da ditadura explícita. O que se observa é a disseminação de um mesmo método, adaptado a contextos distintos, mas guiado por uma lógica comum: governar pela instabilidade administrada. Nesse regime, a violência não aparece necessariamente como ruptura abrupta, mas como condição permanente do cotidiano. Rodovias tornam-se zonas de risco, o trabalho perde previsibilidade, a energia oscila, a segurança deixa de ser um direito e passa a ser um privilégio intermitente. As instituições continuam funcionando, eleições ocorrem, discursos democráticos são mantidos, mas a vida social se organiza sob a sensação constante de bloqueio, ameaça e exceção. Governa-se menos por decisões explícitas e mais pela incapacidade estrutural de garantir normalidade. Essa é a marca do governo indireto. O poder não se afirma pela presença ostensiva, mas pela retirada seletiva. Retira-se proteção, retira-se investimento, retira-se previsibilidade. O Estado não é destruído; ele é esvaziado em seus pontos vitais. A consequência é uma sociedade politicamente paralisada, obrigada a negociar sua sobrevivência diária em vez de disputar gestão estratégica da escassez e do colapso controlado.

Venezuela: o limite absoluto da barbárie imperial

A Venezuela ocupa um lugar singular no tabuleiro latino-americano porque ela revela, sem mediações, o ponto extremo da lógica de interdição. Ali, o poder imperial abandona qualquer verniz normativo e opera em sua forma mais crua: cerco total, asfixia econômica prolongada e naturalização da eliminação política como horizonte legítimo. Não se trata de pressão diplomática nem de disputa institucional, mas de guerra contra a possibilidade mesma de soberania. Ao longo de anos, fluxos vitais foram sistematicamente bloqueados. Energia, finanças, comércio exterior, acesso a insumos básicos e capacidade de investimento foram transformados em armas. A sociedade venezuelana foi empurrada para um estado de desgaste contínuo, em que cada dia se converte em exercício de sobrevivência. Essa não é uma consequência colateral; é o próprio método. A interdição prolongada produz cansaço social, fragmentação interna e erosão da confiança coletiva, criando as condições para a rendição sem necessidade de ocupação militar direta. É nesse contexto que a ameaça aberta à vida da liderança política deixa de ser um tabu e passa a circular como possibilidade concreta. Quando se cogita publicamente a eliminação física de um chefe de Estado, o que está em jogo não é apenas a Venezuela, mas o retorno explícito do assassinato político como instrumento aceitável da ordem internacional. O recado é inequívoco: governos que escapam ao controle dos fluxos dominantes podem ser destruídos não apenas economicamente, mas biologicamente. A Venezuela, portanto, não é uma exceção patológica. Ela é o horizonte-limite do regime de interdição estratégica aplicado ao continente.

China, rotas e infraestrutura: a ameaça real à hegemonia

A presença chinesa na América Latina explica, mais do que qualquer discurso ideológico, a intensificação recente das estratégias de interdição. O que está em disputa não é um alinhamento político formal, mas algo muito mais profundo: a reconfiguração material dos fluxos que sustentam o poder no continente. Ao investir em infraestrutura, energia, logística e financiamento de longo prazo, a China desloca o eixo histórico da dependência latino-americana, atingindo o núcleo da hegemonia exercida pelos Estados Unidos desde o pós-guerra.

Rotas comerciais sempre foram instrumentos de dominação. Durante décadas, a integração latino-americana esteve subordinada a corredores controlados direta ou indiretamente pelo Atlântico Norte, pelo sistema financeiro dolarizado e por gargalos logísticos externos. Projetos como a Ferrovia Bioceânica não são apenas obras de transporte: eles representam a possibilidade concreta de romper com esse regime de estrangulamento, conectando o continente ao Pacífico, à Ásia e a novos circuitos de valor sem mediação imperial. É justamente por isso que esses projetos são tratados como ameaças estratégicas. Ao reduzir a dependência de portos, seguros, crédito e cadeias logísticas sob influência norte-americana, a infraestrutura financiada ou construída com participação chinesa enfraquece a principal arma do império contemporâneo: a capacidade de bloquear, punir e disciplinar economias inteiras sem disparar um único tiro. Quando as rotas se diversificam, a interdição perde eficácia. A reação, portanto, não se dá no plano do debate público, mas no da sabotagem indireta. Instabilidade política, criminalização de projetos estratégicos, desinformação, pressão financeira e desorganização social tornam-se mecanismos para impedir que essas alternativas se consolidem. A disputa EUA–China, vista da América Latina, não é uma abstração geopolítica distante. Ela se materializa no asfalto das rodovias, nos trilhos inacabados, nos portos congestionados e na permanente ameaça de colapso. É ali, no controle das rotas, que a hegemonia começa a ruir — e é ali que o conflito se intensifica.

Os Estados Unidos como império em declínio coercitivo

O império norte-americano não está desaparecendo de forma abrupta, mas seu poder hegemônico está entrando em um processo de declínio que se manifesta, sobretudo, pela transformação da coerção direta em formas mais sutis e caóticas de controle. Ao longo das últimas décadas, os EUA perderam a capacidade de impor sua vontade por meio da coordenação internacional, mas mantiveram a capacidade de exercer coerção através da punição e da interdição estratégica. Essa transição explica boa parte da violência silenciosa que golpeia grandes projetos regionais, ele recorre a um novo arsenal de ferramentas coercitivas. Essas incluem sanções econômicas, tarifas punitivas, a proliferação de narativas negativas, e até ações militares indiretas — todas operando não para destruir, mas para minar a confiança, desacelerar o desenvolvimento e manter a instabilidade controlada. Os EUA sabem que não podem mais garantir sua liderança global com a força bruta do passado. O que restou, e o que ainda exerce poder, é a capacidade de fragmentar alianças, interromper fluxos vitais, e manter o continente latino-americano submisso por via do risco constante e da desconfiança criada ao redor de seus parceiros mais independentes. O império, portanto, não necessita mais da guerra aberta, pois exerce um controle indireto e contínuo, em um movimento estratégico de degradar a possibilidade de união e autonomia entre os países do Sul Global. Esse declínio coercitivo é um dos maiores desafios da América Latina: como se manter soberana sem cair na tentação de responder ao império com as mesmas ferramentas brutais, como se o mesmo campo de disputa de guerra aberta ainda fosse possível. No entanto, os EUA, apesar de suas ações desestruturantes, continuam com o controle de muitos pontos críticos: as instituições financeiras globais, a vigilância tecnológica, e, em grande parte, a capacidade de regular o fluxo de informações.

Lula e o Brasil como força de contenção histórica

No epicentro das tensões geopolíticas e econômicas que atravessam a América Latina e o mundo, o Brasil sob a liderança de Lula surge não como um ator que se opõe diretamente ao imperialismo dos Estados Unidos ou à crescente influência da China, mas como um mediador estratégico e equilibrado. Lula não se vê como um herói revolucionário que desafia as grandes potências, mas como um operador que sabe que a verdadeira soberania latino-americana hoje exige mais do que declarações retóricas: exige equilíbrio, inteligência e contenção estratégica. Ao contrário de outras lideranças regionais, que podem ser tentadas a confrontar os EUA ou a China de forma direta e aberta, Lula tem se destacado pela habilidade em criar pontes entre potências conflitantes. Sua habilidade de manobrar com destreza entre os interesses dos Estados Unidos e da China, enquanto mantém a autonomia do Brasil, é um exemplo claro de maturidade política. Em sua recente conversa com Trump, Lula não apenas resgatou o Brasil da órbita de um confronto direto com o império norte-americano, mas também abriu espaço para uma reaproximação estratégica, algo vital para garantir a continuidade do desenvolvimento econômico e a estabilidade política da América Latina, conseguendo redefinir as regras de engajamento geopolítico, assegurando que o continente tenha espaço para se desenvolver de forma soberana sem ser engolido pelas grandes potências. Lula também percebe que a interdição estratégica de fluxos é uma realidade que não pode ser ignorada. A batalha por infraestrutura, energia, rotas comerciais e informações é uma das maiores arenas de disputa internacional hoje, e o Brasil, com sua vasta extensão territorial e recursos estratégicos, tem o poder de atuar como uma âncora de estabilidade na América Latina, enquanto também impede que o continente seja dilacerado por forças externas. Sua política externa, portanto, é profundamente pragmática, voltada para a criação de alternativas autônomas de desenvolvimento, mas sempre dentro de uma lógica de equilíbrio multipolar.

Soberania, ou a escolha entre integração e destruição

A América Latina chegou a um ponto em que a soberania já não pode ser confundida com retórica, símbolos nacionais ou autonomia formal de governos. O que está em jogo é algo mais profundo e decisivo: a capacidade concreta de controlar os fluxos que sustentam a vida social. Onde a energia falha, as rotas são bloqueadas, o trabalho é precarizado, a segurança se dissolve e a informação é capturada, não há autodeterminação possível, apenas administração da sobrevivência. O continente se encontra, portanto, diante de uma encruzilhada histórica. De um lado, a continuidade do regime de interdição estratégica, que promete estabilidade aparente ao custo da fragmentação permanente, da violência difusa e da submissão estrutural a interesses externos. De outro, a construção lenta, difícil e conflitiva de integração soberana, baseada em infraestrutura própria, diversificação de rotas, cooperação regional e capacidade política de conter escaladas imperiais. Essa escolha não é abstrata. Ela se manifesta diariamente nos portos congestionados, nos projetos sabotados, nas sanções normalizadas e nas ameaças explícitas à vida de lideranças que ousam sair da linha. É nesse cenário que o papel do Brasil ganha dimensão histórica. Ao atuar como força de contenção, mediação e equilíbrio, Lula não oferece um caminho heroico ou espetacular, mas algo mais raro e mais necessário: tempo histórico. Tempo para que o continente não seja empurrado para a destruição, tempo para que alternativas materiais amadureçam, tempo para que a soberania deixe de ser promessa e se torne prática. A disputa em curso não é apenas geopolítica; é civilizatória. E, como toda disputa desse tipo, ela não será vencida por gestos simbólicos, mas pela capacidade de organizar a realidade. É isso que está em jogo na América Latina hoje.

San Paolo, 29/1/2026

 

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato