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Molta tensione in Brasile

Teresa Isenburg

Così è passato un altro 31 marzo, data funesta per il Brasile. In quel giorno del 1964 i militari, strettamente connessi al mondo dell’economia industriale, agraria e bancaria, a forze maggioritari della Chiesa Cattolica e incentivati ed appoggiati da settori statunitensi ed europei, scatenavano un colpo di Stato molto violento e capillare, che già nel primo giorno destituiva politici legittimi e aggrediva strutture sindacali decapitandole. Una catastrofe destinata a durare vent’anni e a modificare strutturalmente il destino del paese che, fra fine anni ’50 e primi anni ’60, camminava lungo il percorso di riforme strutturali (industria pubblica, riforma agraria, alfabetizzazione, salute) lanciate da un presidente coraggioso, João Goulart, che si era circondato di uno straordinario gruppo di intellettuali e tecnici impegnati politicamente e socialmente: Paulo Freire, Darcy Ribeiro, Josué de Castro, Oscar Niemeyer, Miguel Arraes, Celso Furtado e tanti altri. Il meticoloso ventennale impegno di devastazione di qualunque progetto riformista per fare spazio ad un capitalismo selvaggio, razzista, finanziarizzato, oscurantista e infinitamente triste è stato parzialmente, ma sostanzialmente, ricostruito dalla Commissione Nazionale della Verità Memoria Giustizia/CNV, maggio 2012-dicembre 2014, insediata e difesa contro venti e tempeste dalla presidente Dilma Rousseff, indifferente al fatto che erano trascorsi quasi trent’anni dalla blanda ridemocratizzazione, ma convinta che il debito verso la società ferita andava onorato perché incancellabile. E così ci troviamo in questo 2026 alle soglie di una elezione politica minacciata da potentissime forze di destra, intenzionate a minare le fondamenta del patto costituzionale del 1988 per difendere la paurosa concentrazione dei redditi che privilegia un limitatissimo gruppo. Riunisco alcune informazioni su 1) contesto internazionale regionale e 2) situazione interna in Brasile.

1) Contesto internazionale regionale

*Tatiana Carlotti, “Scudo delle Americhe” minaccia la pace fra le nazioni sud-americane, “Opera Mundi”, 21.03.2026

Il 7 marzo 2026 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a fianco di leader di destra e di estrema destra latinoamericani, ha annunciato una coalizione militare volta a combattere la criminalità organizzata denominata narcoterrorismo. "Scudo delle Americhe", questa convergenza prevede che formazioni militari statunitensi conducano operazioni congiunte con le forze di sicurezza, militari e di polizia di diversi paesi. Partecipano al coordinamento, guidato dagli Stati Uniti d’America, Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad and Tobago. Anche José Antonio Kast, prossimo ad insediarsi come presidente del Cile, era presente.

Per valutare l'impatto di questa alleanza per attacchi nella regione, il giornale online “Opera Mundi” ha intervistato tre ricercatori dell'Istituto Nazionale di Studi Politici sugli Stati Uniti (INCTNEU): Carolina Pedroso (Unifesp), Neusa Maria Pereira Bojikian (INCT-INEU/Unicamp) e Roberto Moll (UFF). Essi concordano che l'iniziativa è preoccupante, compromette la pace nella regione e va ben oltre la lotta al narcotraffico in America Latina alla quale fa riferimento. Spiegano anche cosa si cela dietro l'accordo militare e, in particolare, gli effetti dello stesso sul Brasile, soprattutto in quest'anno 2026 elettorale.

Neusa Maria Pereira Bojikian, una delle curatrici del libro Il ritorno di Trump: shock politico e relazioni internazionali, San Paolo, Unesp, 2025, osserva che “Scudo delle Americhe” non è un'istituzione o un accordo multilaterale tra Washington e altre nazioni, bensì un "assetto flessibile di paesi selezionati dalla Casa Bianca", che ha l'obiettivo di essere un'organizzazione politica che Washington "determina e riconosce come funzionale". La scelta dei paesi, infatti, non è neutrale, ma riflette "affinità politiche e rapporti di potere per riorganizzare lo spazio regionale".

Per Bojikian, "esiste effettivamente una convergenza preliminare che facilita l'adesione, ma ciò non significa che la partecipazione sia solo volontaria o spontanea". Sottolinea che molti di questi paesi dipendono dal sostegno degli Stati Uniti e subirebbero un costo elevato se dicessero no a Trump. Non si tratta di "cooperazione tra pari", bensì di un esercizio di potere che combina "coercizione, allineamento politico e organizzazione di dipendenze tra questi paesi". In diversi casi ciò che si osserva è "un consenso condizionato in un contesto di relazioni asimmetriche" in cui gli Stati Uniti, un "attore che non fa parte della regione né si interessa dei suoi problemi", prevede la condivisione di informazioni e, potenzialmente, operazioni congiunte.

Caserme sotto l'estrema destra

Secondo Carolina Pedroso questo "progetto di integrazione regionale" significherà, in pratica, una maggiore presenza di personale militare statunitense in America Latina, in particolare in Sud America, dato che i paesi dell'America Centrale e dei Caraibi ospitano già truppe e basi statunitensi. Pedroso sottolinea che in Sud America, in particolare in Colombia, esiste una storia in tal senso. La differenza ora è che "Washington sta espandendo questa presenza in paesi che non avevano un allineamento politico e ideologico così forte, come Bolivia, Cile, Argentina e Paraguay". Peraltro "non esiste alcuna prova storica o empirica di un miglioramento dei tassi di criminalità e del traffico di droga con la presenza di personale militare statunitense". L'aumento di questa militarizzazione desta quindi "enorme allarme", soprattutto dopo le aggressioni di Washington contro il Venezuela e Cuba. «Non possiamo dimenticare il precedente stabilito dall'intervento degli Stati Uniti in Venezuela», un «punto di svolta» come standard adottato dal paese nei confronti delle nazioni sudamericane. «Ci sono sempre stati interventi e interferenze, ma non si era mai arrivati ​​al punto di bombardare una capitale sudamericana». «Quanto accaduto in Venezuela è un messaggio per la regione, un monito su cosa può succedere a qualsiasi governo che sfidi l'obiettivo egemonico degli Stati Uniti».

Roberto Moll osserva che questi paesi «disposti ad allinearsi a una prospettiva di estrema destra» subiranno, attraverso politiche integrate, «una standardizzazione dell'addestramento per le loro forze di sicurezza», militari e di polizia. Ciò significa “interiorizzare o, attraverso l’addestramento, stabilire un canale per trasmettere l’ideologia di estrema destra e la prospettiva americana sulla sicurezza”, assoggettando “l’intero continente all’imperativo del modello statunitense”. Finora “nessuno sa quali informazioni verranno condivise, il che, in termini di controllo della società civile, è preoccupante” . Allo stesso tempo, rimane aperta la questione di cosa si possa definire criminalità organizzata: “i movimenti sociali saranno considerati criminalità organizzata?” Lo stesso vale per il supporto logistico statunitense, di cui non si fa menzione specifica. “Trasferimento di armi? Armi letali?”, ha chiesto Moll.

Contenimento degli immigrati e Cina

I tre analisti hanno ricordato l’obiettivo del contenimento dell'immigrazione dall'America Latina verso gli Stati Uniti. Un sondaggio della CNN, del dicembre 2025, ha contato la deportazione di 200.000 persone nate in America Latina dall'inizio dell'amministrazione Trump. Moll ha avvertito che la repressione dell'immigrazione clandestina nella retorica e nei documenti ufficiali di Trump è posta sullo stesso piano della lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata, il che rafforza il discorso di Trump secondo cui "gli immigrati sono responsabili dell'epidemia di droga negli Stati Uniti". Ora, sottolinea Moll, “questo concetto si diffonderà in tutti i paesi del continente, equiparando l’immigrazione al narcotraffico. È assurdo, ma questa idea verrà esportata”, afferma il ricercatore, citando l’esempio del muro annunciato dal neopresidente cileno al confine con il Perù.

Altro obiettivo è contenere l’influenza cinese nella regione. Pedroso sottolinea che, sebbene "non sia esplicito, almeno in questo accordo, ciò che è presente nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il contenimento della presenza cinese, anche attraverso il coordinamento dell’opinione pubblica di questi paesi". Ne è esempio la recente diffusione di una voce secondo cui la Cina, che negli ultimi decenni ha accresciuto la sua influenza economica e di cooperazione in Sud America, avrebbe addirittura una base militare in territorio brasiliano.

Rischi di confine

Pedroso sottolinea inoltre le significative assenze dalla lista di Brasile, Colombia e Messico, paesi che intrattengono una solida collaborazione nella lotta al narcotraffico e che “rappresentano, in qualche modo, una forma di resistenza a questa egemonia, seppur indebolita a causa della situazione di frammentazione regionale”. Tuttavia “i leader [di questi paesi] spesso riescono solo a produrre dichiarazioni e retorica piuttosto che azioni concrete per eliminare o minimizzare il peso degli Stati Uniti nelle nostre dinamiche regionali e nella politica interna”, afferma la ricercatrice.

Molti degli Stati che hanno aderito allo “Scudo” confinano con il Brasile. “Lo stesso Paraguay ha firmato un accordo, consentendo la presenza e l'installazione di basi militari sul proprio territorio. Denise Assis, Acordo (do 15.12.2026) do Paraguai com os EUA permite matar e destruir. È o que nos ronda, “Brasil 247”, 16.03.2026; l'Ecuador, pur non condividendo un confine, sta attraversando un periodo di grande violenza. Va richiamata l'attenzione, ad esempio, sul profilo simile dei presidenti dell'Ecuador, Daniel Noboa, e di El Salvador, Nabil Bukele: "Entrambi sono giovani leader che hanno iniziato il loro attivismo politico con un orientamento teoricamente moderato, ma hanno abbracciato l'estrema destra con una politica di lotta alla criminalità alquanto discutibile, soprattutto a causa dei legami di questi stessi leader con la criminalità organizzata".

Frammentazione e riduzione dell'autonomia

Bojikian, a sua volta, ritiene che i paesi al di fuori della coalizione dovranno fare i conti con gli effetti di questa struttura, anche senza parteciparvi. "Purtroppo non si tratta semplicemente di decidere se partecipare o meno a questo tipo di iniziativa o ad altre specifiche, ma di comprendere che sono in atto dei cambiamenti e, in questo contesto, di preservare l'autonomia, la capacità di coordinamento regionale e il margine di manovra". Uno degli impatti diretti del processo in atto è la ridefinizione dell'agenda di sicurezza regionale. Militarizzando la lotta contro la criminalità e la migrazione, lo “Scudo” tende a stabilire un nuovo modello d'azione", che coinvolge anche i paesi che non vi partecipano. Questi paesi, spiega Bojikian, iniziano a operare "in un contesto in cui tale logica acquista attrattività, il che può generare pressioni interne per cambiamenti politici ed effetti indiretti, come tensioni nelle zone di confine". Inoltre cresce la possibilità di frammentazione regionale. Storicamente il coordinamento regionale è sempre stato una grande sfida, ma la chiara minaccia di divisione, come quella che emerge con questo tipo di iniziativa dello “Scudo”, tenta di consolidare la tattica del "divide et impera".

Nel caso brasiliano, sottolinea Bojikian, la minaccia si manifesta anche sotto forma di una riduzione dello spazio "per le iniziative autonome". In un sistema internazionale di coalizioni selettive e di fronte alla ridefinizione arbitraria delle priorità regionali da parte degli Stati Uniti, "il non allineamento cessa di essere una semplice opzione legittima e diventa una dichiarazione di inimicizia politica, competizione economica e di sicurezza". D'altra parte, "l'allineamento implica l'accettazione di un'agenda che comprometterà certamente altre dimensioni della politica estera brasiliana, in particolare il rapporto economico con la Cina".

Minacce alla pace regionale

Parallelamente gli Stati Uniti stanno stringendo accordi bilaterali di sicurezza con diversi paesi. In Paraguay, ad esempio, le forze di sicurezza statunitensi potrebbero operare liberamente. "Se un qualsiasi militare commette un crimine nel paese, verrà punito negli Stati Uniti", riferisce Roberto Moll. La tensione tra Ecuador e Colombia fa già parte di tale processo. Questa settimana il presidente Gustavo Petro ha accusato le forze ecuadoriane di aver bombardato il confine tra i due paesi. "Una regione in cui l'Ecuador ha interessi, ma che è stata bombardata con la scusa di combattere il narcotraffico. Ora, in nome di ciò, con carta bianca dagli Stati Uniti, avanzeranno nelle regioni di interesse lungo i confini?", si è chiesto Moll.

Secondo Carolina Pedroso, "la presenza militare in questi paesi aumenta certamente la possibilità di conflitti e tensioni, minacciando la costruzione di oltre 200 anni di pace nell'Atlantico meridionale, in particolare in Sud America". Si delineano anche rischi per le democrazie latinoamericane, tra cui le minacce di interferenze dirette nei processi elettorali che si terranno quest'anno in Colombia e Brasile. L'iniziativa “solleva ancora più campanelli d'allarme per i governi che cercheranno di proseguire i loro progetti, che si tratti di Iván Cepeda (candidato di sinistra in Colombia) o del presidente Lula”. “Sempre più gli Stati Uniti saranno disposti a usare tutto il loro arsenale militare, il loro soft power e le loro alleanze con le élite locali per produrre cambiamenti politici che li favoriscano». A riprova di ciò ci sono le elezioni truccate in Honduras, che hanno portato al potere il 27 gennaio 2026 Nasry Asfura, un alleato di Trump. «Spesso in America Centrale e nei Caraibi la situazione è molto più grave e la presenza imperialista degli Stati Uniti più palese; in Sud America, ci stiamo muovendo verso qualcosa di simile».

Elezioni 2026

Riflettendo su una possibile interferenza dello “Scudo” nel contesto elettorale brasiliano, Roberto Moll valuta che la coalizione ha già avuto un impatto, costringendo il governo Lula ad affrontare un'agenda di sicurezza che non era all'orizzonte. «Immaginiamo che gli Stati Uniti definiscano il PCC/Primeiro Comando da Capital e il CV/Comando Vermelho come organizzazioni narcoterroriste che colpiscono l'intero continente americano. In questo contesto bombardano il paese. Improvvisamente all'orizzonte si profila la possibilità di un intervento guidato dagli Stati Uniti, con il supporto di dodici paesi latinoamericani contro il Brasile», analizza. Moll non crede che ciò possa accadere così facilmente: «Il problema è che questa minaccia è concreta». Nel XIX secolo, ricorda lo storico, i paesi latinoamericani hanno attraversato una serie di conflitti, ma questo orizzonte bellico è scomparso nel XX secolo. «Ora ritorna all'orizzonte delle forze armate ed entra nell'orizzonte del governo brasiliano. Non sorprende che abbiano iniziato a parlare della necessità di sicurezza». «Si tratta di un'agenda che non esisteva in America Latina», ribadisce il ricercatore ricordando che, soprattutto in Sud America, i confini «sono estremamente stabili e le relazioni tra i paesi sono pacifiche». Tuttavia, alla vigilia delle elezioni, "il governo brasiliano dovrà preoccuparsi di un'agenda di sicurezza internazionale che non ha avuto alcuna priorità nei dibattiti politici". Un'agenda favorevole al candidato di estrema destra, Flávio Bolsonaro. "Insisterà sul fatto che il governo del PT è alleato con il PCC e rappresenta una minaccia per il continente", afferma Moll, sottolineando che questi temi saranno sollevati e discussi e potrebbero servire "come strumento di persuasione politica" nella campagna elettorale. E in materia di pressione elettorale non va dimenticato che a metà marzo l’assessore di Trump Darren Beattie si apprestava a venire in Brasile per incontrare il ministro del Supremo Tribunale Federale Kassio Nunes, che al momento occupa per rotazione la carica di vicepresidente del Superiore Tribunale Elettorale e ne diventerà presidente a giugno. Scopo della visita era parlare … di elezioni brasiliane. Lula ha bloccato l’ingresso dal momento che non sono ancora risolti i divieti di ingresso negli Usa di diversi ministri, fra cui quello della Sanità. Come si vede il clima complessivo non è buono.

*La posizione del Brasile all’interno delle principali organizzazioni “regionali” (cioè esterne all’Occidente) risente non poco del contesto internazionale sopra ricordato, ora ulteriormente minato dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran. Fra il 16 e il 21 marzo 2026 a Bogotà si sono tenuti una serie di incontri della CELAC/Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, fondata nel 2010, incluso il Forum di alto livello Celac-Africa e culminati con un discorso intenso di Lula, che in parallelo è anche intervenuto alla Cop15 delle Nazioni Unite sulla protezione delle specie migratorie, criticando duramente il mortifero immobilismo delle Nazioni Unite. Nel quadro di spostamento a destra di diversi paesi latinoamericani non stupisce che l’incontro della Celac non abbia prodotto molto. Se si ha la pazienza di leggere la Declaração de Bogotá (Ministeo das relações Exteriores, www.gov.br/mre) fino in fondo, vedendo quali paesi non hanno sottoscritto determinati articoli, si vede chiaramente il quadro complessivo. L’articolo 1. comunque mantiene lo spirito del sodalizio: “Dichiariamo la piena vigenza della Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come zona di pace”, inoltre chiediamo “una persona nazionale dell’America Latina e dei Caraibi per assumere l’incarico di segretario generale delle Nazioni Unite”. Va ricordato che, su proposta di Gabriel Boric insieme a Brasile e Messico, è sul tappeto per questa carica Michelle Bachelet, ma il neopresidente cileno, il nostalgico pinochetista Antonio Kast, fra i primi atti compiuti dopo l’insediamento l’11 marzo 2026, già il 24 marzo ritirava l’appoggio del governo a tale candidatura.

L’altra grande organizzazione internazionale in cui il Brasile ha un peso è i quella dei BRICS, che soffrono anch’essi delle lacerazioni che solcano il pianeta. Mi sembra inutile cercare di fare prognostici sul futuro, ma vale la pena ricordare che i Brics sono nati dai cambiamenti geopolitici degli ultimi lustri, dipanando un filo di collegamento organizzato fra paesi già molto interconnessi sul piano commerciale ed economico, quasi in modo indipendente da convergenze politico-ideologiche. Vorrei solo richiamare l’attenzione su un accadimento di qualche settimana fa, che alla luce degli accadimenti recenti merita, mi sembra, di essere ripresa. Prendo lo spunto da un articolo di Reynaldo José Aragon Gonçalves, che mi sembra un giornalista e studioso molto puntuale e in grado di guardare il mondo al di là dei limitati confini dell’Occidente e delle sue dinamiche: O Atlantico Sul e a nova disputa pelo poder global (“Brasil 247”, 16.2.2026). L’analisi sottolinea come la geopolitica del secolo XXI non è più regolata da separazioni territoriali, ma dipende ormai dalla capacità di mantenere i flussi in funzioni. Ed è in tale contesto che va considerata l’esercitazione navale Will for Peace, svoltasi dal 9 al 16 gennaio 2026 al largo della costa sudafricana, vicino a Simon’s Town, sotto la bandiera dei Brics+. Questa attività attorno al Capo di Buona Speranza “non annuncia un confronto militare diretto né ridefinisce frontiere. Indica la disposizione di grandi paesi del Sud Globale di testare coordinamenti in una rotta che può funzionare come alternativa in momenti di tensione. Agendo insieme in un corridoio sensibile di commercio internazionale, gli Stati sperimentano capacità di protezione al di fuori del circuito tradizionalmente dominante … obiettivo è ridurre la possibilità di blocco unilaterale. … La legittimità per garantire sicurezza marittima conferisce influenza politica ed economica durevole. … Secondo il comunicato delle forze armate sudafricane, l'obiettivo principale delle esercitazioni è la cooperazione in azioni marittime congiunte per assicurare la sicurezza del traffico navale internazionale e proteggere le attività economiche nel mare, soprattutto in una delle aree più movimentate della rete marittima del mondo”. La Cina ha partecipato con un destroyer e una nave di appoggio logistico, la Russia con una corvetta e una nave cargo, l’Iran con la nave da spedizione Iris, l’Africa del Sud con unità della marina e imbarcazioni di pattuglia, Brasile e India come osservatori. (Redação Forças da Defesa, “jornalja.com.br”, 10.01.2026). Poco più di un mese dopo, il 28.02.2026, l'ingiustificata aggressione israelo-statunitense all’Iran diceva tutto sulla centralità della connettività dei flussi. Il 9 marzo il presidente dell’Africa del Sud compiva una visita di Stato molto amichevole in Brasile. Come stanno dunque i Brics in questo mondo stravolto? Forse sono meno fragili di quanto alcuni ritengono.

2) La situazione interna in Brasile non è buona non tanto sul piano concreto, ma piuttosto nella percezione dell’opinione pubblica. Gli indicatori economici (salari, costo della vita, occupazione, inflazione, cultura) sono positivi, ma l’apatia politica, che qui come altrove paralizza la partecipazione, impedisce di ottenere consenso. La destra (ormai indistinguibile fra area estrema e settore “normale”) opera con abilità e ha trovato una discreta unità dopo la designazione, da parte del condannato e incarcerato Jair Bolsonaro, di suo figlio Flávio come candidato alla presidenza della repubblica nelle elezioni di ottobre 2026, tanto che sembra che le candidature di Lula e Flávio siano equivalenti. Al momento il discorso elettorale della destra ripete che obiettivo è l’amnistia di Bolsonaro, condannato insieme a militari e altri a 27 anni di carcere, e il cammino per questo obiettivo passa, con grave pericolo istituzionale, per l’attacco al Superiore Tribunale Federale e alla Costituzione di cui il primo è garante. È come se il golpismo, un virus, nonostante i processi legittimi e documentati, continuasse ad operare con capacità di mutazione al modificarsi delle situazioni. Pesano molto nel clima generale le indagini della polizia federale che ha portato alla luce due gravi crimini: una truffa molto vasta a carico di pensionati con prelievi di quote da parte di finti sindacati e altra truffa sul modello della piramide Ponzi in una banca di media dimensione. Aspetti specifici della cleptocrazia che inquina ovunque pesantemente le forme di rappresentanza democratica parlamentare. L’attivazione di commissioni parlamentari di inchiesta viene in alcuni casi utilizzata per coinvolgere in modo illecito esponenti o alleati di governo, creando un accresciuto clima di qualunquismo.

Intanto il governo continua nelle sue azioni sociali che incidono non poco nella vita delle persone, ma che non si riesce a fare apprezzare: un intervento massiccio nella sanità pubblica, l'eliminazione dei contratti 6x1 (sei giorni di lavoro a fronte di un singolo giorno di riposo), tema che tra l’atro ha avviato una riflessioni importante su come la vita va vissuta, e altre cose simili. Ovviamente la guerra anche qui è un disastro: si pagano le scelte scellerate di Bolsonaro, come la vendita di raffinerie di petrolio che oggi impongono l’importazione di benzina in presenza di esportazione di greggio o il mancato arrivo di fertilizzanti per agricoltura. Probabilmente al centro della strategia elettorale ricorrerà spesso il tema della sovranità nazionale, che ha radici in una cultura assai diffusa. Ciò è diventato particolarmente necessario dopo il discorso del candidato Flávio Borsonaro al CPAC/ Conservative Political Action Conference 26-29 marzo a Dallas, in cui ha esplicitamente chiesto a Trump di fare pressione sulle elezioni brasiliane e ha offerto l’accesso alle terre rare del paese per svincolare gli Usa dal condizionamento cinese. “L’elezione presidenziale del 2026 non sarà solo una disputa fra nomi. Sarà una disputa fra due idee di paese. Da un lato la difesa della sovranità politica, di voto senza tutela esterna e di controllo nazionale sulle risorse strategiche. Dall’altro un campo che già ha dimostrato in pubblico e all’estero di essere disposto a internazionalizzare il conflitto interno e a presentare il Brasile come soluzione per gli intenti strategici di Washington”. Gustavo Tapioca, Flávio Bolsonaro espõe progeto de entrega do Brasil à Trump, “Brasil 247”, 28.03.2026.

San Paolo, 4/4/2026

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato