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Scudo delle Americhe: l'ultima trovata di Trump  (8/3/2026)

Come è cambiato il panorama dellAmerica Latina  (21/2/2026)

 

Argentina

Centinaia di migliaia in piazza a cinquant'anni dal golpe  (25/3/2026)

L'Argentina di Milei cancella le conquiste sindacali  (7/3/2026)

 

Costa Rica

Laura Fernández è la nuova presidente  (2/2/2026)

 

Cuba

Cuba tra dialogo e attacchi  (18/3/2026)

Cuba sotto assedio  (13/2/2026)

 

Ecuador

Ecuador, il socio privilegiato degli Usa  (18/3/2026)

 

Honduras

La destra cancella l'eredità di Xiomara Castro  (26/3/2026)

 

Perù

Nuovo cambio della guardia  (19/2/2026)

 

Venezuela

L'aggressione Usa al Venezuela  (13/1/2026)

 


Honduras, la destra cancella l'eredità di Xiomara Castro

La destituzione il 25 marzo del procuratore generale Johel Zelaya e la sua sostituzione con un avvocato conservatore, Pablo Emilio Reyes, è l'ultimo atto, in ordine di tempo, della strategia attuata dalla maggioranza di destra che domina il nuovo Congresso per mettere a tacere quanti continuano a evidenziare i brogli e le irregolarità delle elezioni del 30 novembre. Sempre il 25 marzo la presidente della Corte Suprema de Justicia, Rebeca Ráquel Obando, si è dimessa prima che contro di lei venisse avviato un processo politico. Altro bersaglio è Marlon Ochoa, che rischia di essere estromesso dal Consejo Nacional Electoral di cui fa parte, per aver denunciato senza mezzi termini il golpe elettorale conclusosi con la proclamazione a presidente del candidato più gradito al grande capitale e alla Casa Bianca, Nasry Asfura. E questo senza verificare le tante inconsistenze dei verbali elettorali e gli innumerevoli ricorsi e disattendendo la decisione del precedente Congresso, presieduto da Luis Redondo del partito Libre, che ordinava la realizzazione di un nuovo conteggio, decisione convalidata da Xiomara Castro.

La presidenza di Xiomara aveva registrato nuove politiche sociali, con aumento delle spese destinate alla sanità e all'istruzione, sussidi per l'energia a famiglie e settori produttivi, sospensione della cacciata delle comunità indigene dalle loro terre, nonché la liberazione dei militanti ambientalisti ingiustamente incarcerati per aver difeso le acque del fiume Guapinol da un progetto estrattivo. Dal 27 gennaio, giorno dell'insediamento di Asfura, l'oligarchia sta facendo di tutto per cancellare questa eredità. Oltre novemila persone sono state licenziate dai servizi pubblici, su cui si profila una serie di privatizzazioni, mentre si mira a rendere più flessibile e precario il lavoro. E se in politica estera Castro si era avvicinata al Messico e aveva rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per volgersi verso Pechino, Asfura ha mostrato le sue predilezioni, prima ancora di prendere possesso della carica, recandosi in visita a Washington e a Tel Aviv.

26/3/2026


Argentina, centinaia di migliaia in piazza a cinquant'anni dal golpe

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza il 24 marzo, a cinquant'anni dal colpo di Stato del 1976, per ripetere ancora una volta Nunca más. Un'affluenza mai vista e un chiaro segnale di ripudio alla politica del presidente Milei. "Siamo in questa piazza con i 30.000 come bandiera, con le Madres e le Abuelas, con i sopravvissuti dei campi di concentramento, con i figli, le figlie, i nipoti e le nipoti, i fratelli e le sorelle, con i familiari dei detenidos-desaparecidos e con l'insieme degli organismi dei diritti umani, accompagnati dal popolo, per dire a Milei: la memoria è il nostro strumento", afferma il documento letto in Plaza de Mayo dall'abuela Estela de Carlotto. Il governo Milei "non solo è negazionista, ma rivendica il terrorismo di Stato e il genocidio. Per questo smantella le politiche di Memoria, Verdad y Justicia e taglia anche i finanziamenti agli spazi di memoria che funzionano nei luoghi dove ci furono centri clandestini". Lo stesso comunicato è stato ripetuto nelle tante mobilitazioni che si sono tenute in tutte le principali città argentine.

E nonostante i tentativi dei negazionisti di nascondere i crimini della dittatura, pochi giorni prima dell'anniversario del golpe era stata annunciata l'identificazione di dodici persone, i cui resti ossei erano stati rinvenuti lo scorso anno all'interno della guarnigione militare di La Perla, nei pressi di Córdoba, dove dal 1976 al 1978 funzionò un campo di concentramento clandestino. Era stato portato lì anche il giovane Raúl Mateo Molina, sequestrato il 5 ottobre del 1976 e, secondo alcune testimonianze, ucciso lo stesso giorno. La madre, Sara Coca Luján de Molina, si è spenta il 20 marzo all'età di cent'anni. Tra le fondatrici delle Madres de Plaza de Mayo, Sara era stata rinchiusa in carcere per un anno. Dopo la sua liberazione ha lottato fino all'ultimo perché si facesse luce su quanto avvenuto a La Perla: "Qui ci sono desaparecidos e vogliamo i loro corpi. Il nostro dolore non finirà finché non ci avranno consegnato i corpi. È un dovere dello Stato. Come popolo, dobbiamo pretendere che facciano questa ricerca".

25/3/2026


Ecuador, il socio privilegiato degli Usa

Un giro di vite contro gli avversari politici e un rafforzamento dei già stretti legami con gli Stati Uniti. Questi gli obiettivi prioritari di Daniel Noboa. Per quanto riguarda il primo punto, va in tal senso la cancellazione del visto all'accademico spagnolo Fernando Casado, accusato di "incitare al disordine e destabilizzare il paese" e, grazie a una sentenza del Tribunal Contencioso Electoral, la proscrizione per nove mesi del maggior partito d'opposizione, Revolución Ciudadana, per il presunto reato di criminalità organizzata "a fini di riciclaggio". Gli esponenti di Rc non potranno così partecipare alle elezioni locali del prossimo febbraio, per le quali dovrebbero iscrivere la loro candidatura entro novembre.

Quanto ai rapporti con Washington, agli inizi di marzo il capo dello Stato ha annunciato sul suo account X "una nuova fase contro il narcoterrorismo e l'estrazione mineraria illegale" attraverso "operazioni congiunte con i nostri alleati della regione, compresi gli Stati Uniti". E il 7 ha partecipato al lancio dell'iniziativa trumpiana Shield of the Americas, un modo per aprire i confini del paese all'ingresso di truppe Usa dopo la bocciatura, da parte dell'elettorato, del referendum in cui chiedeva tra l'altro di cancellare dalla Costituzione il divieto di installare basi straniere su territorio nazionale. Del resto già da qualche tempo le Forze Speciali statunitensi, dipendenti dal Southern Command, avevano iniziato l'addestramento dei militari ecuadoriani. E l'11 marzo è stata inaugurata a Quito la nuova sede del Federal Bureau of Investigation, anche se agenti Fbi operavano già nel paese in base a un accordo di cooperazione in materia di sicurezza sottoscritto dall'ex presidente Guillermo Lasso nel 2023 e convalidato da Noboa l'anno successivo. E per compiacere Donald Trump, niente di meglio che la rottura delle relazioni diplomatiche con Cuba.

A differenza dunque della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che ha sempre difeso con fermezza la sovranità nazionale, respingendo ogni ingresso di truppe straniere nonostante le pressioni del vicino del Nord, Noboa intende trasformare l'Ecuador nell'alleato privilegiato degli Usa, prendendo il posto che in precedenza aveva la Colombia.

E proprio con la Colombia è in corso una disputa commerciale che negli ultimi giorni ha minacciato di trasformarsi in guerra aperta, quando il presidente Gustavo Petro ha denunciato un bombardamento alla frontiera tra i due paesi, che ha provocato 27 morti. Noboa ha negato ogni responsabilità nell'accaduto, sostenendo che i militari ecuadoriani stavano effettuando un'offensiva contro gruppi di narcotrafficanti all'interno del loro territorio. In precedenza il governo di Quito aveva imposto un aumento dei dazi alla nazione vicina accusandola di non fare abbastanza sforzi per combattere i narcos e Bogotà aveva risposto adottando un'analoga misura.

18/3/2026


Cuba tra dialogo e attacchi

In un messaggio televisivo trasmesso il 13 marzo Díaz-Canel ha confermato l'esistenza di riunioni bilaterali tra funzionari dell'Avana e rappresentanti del governo di Washington per "cercare soluzioni attraverso il dialogo" alle divergenze tra i due paesi. Questi incontri - ha spiegato il presidente cubano - si realizzano seguendo la politica storica della Rivoluzione e "sulla base dell'uguaglianza, della sovranità e dell'autodeterminazione". Il giorno successivo Díaz-Canel è intervenuto sui disordini avvenuti nella città di Morón, riconoscendo l'esistenza di un malessere sociale per i continui apagones e la scarsità di alimenti, ma assicurando che "non ci sarà impunità" per gli atti di violenza commessi. Nel corso delle proteste un gruppo di manifestanti aveva lanciato pietre contro la sede del Comitato Municipale del Partido Comunista, trascinando poi all'esterno alcuni mobili dell'edificio per darli alle fiamme.

Intanto non accenna a fermarsi l'offensiva della Casa Bianca contro l'isola. Nel corso del vertice di Doral del 7 marzo, in cui Donald Trump ha lanciato lo Scudo delle Americhe, non è mancato l'accenno a Cuba. "Molti di voi - queste le parole del presidente Usa - sono venuti oggi e hanno detto: 'Spero che possiate occuparvi di Cuba', perché hanno problemi con Cuba, vero? Sono rimasto sorpreso, ma quattro di voi hanno detto: 'Potreste farci un favore? Occupatevi di Cuba'. Io mi impegno, d'accordo?" In quell'incontro erano presenti la prima ministra di Trinidad and Tobago Kamla Persad-Bissessar, che ha appoggiato gli attacchi Usa alle imbarcazioni di presunti narcotraficanti e ha dato appoggio logistico all'aggressione del 3 gennaio contro il Venezuela; il dominicano Abinader, che a fine 2025 ha ceduto agli Usa parte della base aerea di San Isidro e dell'aeroporto Las Américas in funzione antivenezuelana e anticubana; l'honduregno Asfura, che tra le prime misure dopo l'insediamento ha posto fine all'accordo grazie al quale medici e infermieri cubani prestavano assistenza nelle zone più povere e isolate; Irfaan Alí della Guyana, che ha chiuso con le brigadas médicas pretendendo di cambiare i termini dell'accordo. La scelta di rinunciare al personale sanitario inviato dall'Avana è stata presa, dietro esplicita pressione statunitense, anche dai governi del Guatemala, della Giamaica, di Antigua and Barbuda, delle Bahamas. Non potevano mancare, tra gli invitati a Doral, l'ecuadoriano Noboa e Chaves del Costa Rica: entrambi hanno deciso in marzo di rompere le relazioni diplomatiche con Cuba, mostrando in tal modo la loro fedeltà incondizionata alla Casa Bianca.

E mentre Trump continua a proferire minacce ("Credo veramente che avrò l'onore di prendere Cuba in qualche modo", ha detto, per poi chiarire: "Intendo dire liberarla oppure occuparla") i colloqui proseguono e l'Avana, strangolata dall'assedio e dalla mancanza di petrolio, è costretta a dare segni di apertura. Dopo la decisione di liberare 51 detenuti, "nello spirito di buona volontà e di stretti e fluidi rapporti" con il Vaticano, in campo economico è stato pubblicato un decreto che consente la creazione di società miste tra imprese pubbliche e settore privato, attraverso una nuova figura: la Sociedad de Responsabilidad Limitada Mixta. Ed è allo studio la possibilità, per i cubani residenti all'estero, di investire in imprese private sull'isola. Cambiamenti "non sufficientemente drastici", ha commentato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. Contro "la crescente pressione esterna sull'Isola della Libertà" si è espresso un comunicato del Ministero degli Esteri russo, che riafferma "l'incrollabile solidarietà con il governo e il fraterno popolo cubano".

Nel frattempo hanno confessato i cinque uomini arrestati dopo uno scontro a fuoco nelle acque territoriali cubane il 25 febbraio: intendevano sbarcare sull'isola per compiere attentati. Erano in dieci a bordo dell'imbarcazione registrata in Florida: all'ordine di identificarsi avevano aperto il fuoco ferendo il comandante della guardia costiera. Gli agenti avevano risposto uccidendo quattro attaccanti e ferendo gli altri (uno di questi morirà in seguito). Come ha spiegato il presidente Díaz-Canel in un intervento televisivo il gruppo, formato da emigrati cubani, progettava "un'infiltrazione armata con scopi terroristici, finanziatra e organizzata dal territorio degli Stati Uniti".

18/3/2026


Scudo delle Americhe: l'ultima trovata di Trump

Shield of the Americas, Scudo delle Americhe: questa l'iniziativa lanciata da Trump che ha riunito il 7 marzo, nel suo club di golf di Doral (Florida), i capi di Stato e di governo dell'America Latina e dei Caraibi a lui affini per "sradicare i cartelli criminali" che operano nell'emisfero. In realtà un'alleanza con tutti quei leader disposti ad aprire i confini dei propri paesi alle truppe statunitensi con il pretesto di colpire il narcotraffico. "L'unico modo per sconfiggere questi nemici è quello di scatenare il potere dei nostri eserciti: Dobbiamo usare il nostro esercito, voi dovete usare il vostro", ha affermato il magnate. Il terreno di scontro di questa coalizione militare, accolta con applausi dai presenti, sarà naturalmente il territorio latinoamericano. Come ha sintetizzato Natalia Molano, portavoce in lingua spagnola del Dipartimento di Stato, "questa amministrazione ha ristabilito la preminenza degli Stati Uniti nella regione".

Una preminenza tutta basata sulla forza e al di fuori di ogni diritto internazionale: oltre all'aggressione al Venezuela con il sequestro di Nicolás Maduro, gli scorsi mesi sono stati contrassegnati dall'affondamento in acque internazionali di più di quaranta imbarcazioni accusate senza alcuna prova di trasportare droga (con la conseguente uccisione di oltre 150 persone) e dall'abbordaggio a una decina di navi cisterna che trasportavano petrolio venezuelano.

All'incontro erano presenti i presidenti del Salvador Nayib Bukele, dell'Honduras Nasry Asfura, del Costa Rica Rodrigo Chaves, di Panama José Mulino, della Repubblica Dominicana Luis Abinader, della Guyana Irfaan Alí, dell'Ecuador Daniel Noboa, dell'Argentina Javier Milei, della Bolivia Rodrigo Paz, del Paraguay Santiago Peña, del Cile José Antonio Kast (che prenderà possesso della carica l'11 marzo) e la prima ministra di Trinidad and Tobago Kamla Persad-Bissessar.

Nel corso del suo discorso di apertura Trump ha attaccato il Messico (che, al pari di Brasile e Colombia, non era stato invitato al vertice), accusandolo di essere "l'epicentro della violenza" dei narcos. "I cartelli messicani stanno nutrendo e orchestrando molto dello spargimento di sangue e del caos in questo emisfero e il governo degli Stati Uniti farà ciò che è necessario per difendere la nostra sicurezza nazionale e per proteggere la sicurezza del popolo statunitense". Non è certo la prima volta che dalla potenza del Nord arrivano simili minacce: la presidente Sheinbaum si è sempre dichiarata disposta alla cooperazione con gli Usa sul piano dell'informazione, ma rifiutando qualsiasi ipotesi di ingresso di militari stranieri nel paese.

8/3/2026


L'Argentina di Milei cancella le conquiste sindacali/font>

Una cancellazione di conquiste ottenute con decenni di lotte dei lavoratori. La Ley de modernización laboral approvata il 27 febbraio dal Senato (la Camera aveva già detto sì la settimana precedente) è stata promulgata il 6 marzo dal presidente Milei nonostante le grandi manifestazioni e le proteste di tutto il mondo sindacale. La riforma prevede la riduzione degli indennizzi per licenziamento, consente il pagamento in beni o servizi anziché in denaro, concede al datore di lavoro il diritto di scegliere il periodo di ferie, limita il diritto di sciopero nei servizi pubblici e permette giornate di lavoro fino a 12 ore senza pagamento di straordinari, ma solo con la compensazione di "ore libere da concordare". Limita inoltre la portata dei contratti collettivi e le libertà sindacali. Un grave attacco ai diritti collettivi e individuali e una violazione dei principi costituzionali, afferma in un comunicato la Cgt, la Confederación General del Trabajo, che ha presentato un ricorso davanti alla giustizia.

Mobilitazioni e scioperi generali si sono susseguiti fin da dicembre, segnando il percorso parlamentare di questa legislazione regressiva, che viene incontro alle richieste del Fondo Monetario Internazionale. Le pariole d'ordine contro la riforma del lavoro sono echeggiate a Buenos Aires e in altre 25 città sabato 7 febbraio, nella massiccia Marcha del Orgullo Antifascista y Antirracista promossa da diverse organizzazioni del collettivo Lgbtiq+. Il mercoledì successivo, alle migliaia di persone scese in piazza per respingere la riforma, il governo ha risposto con una violenta repressione e con la denuncia di terrorismo a carico di 17 dimostranti. Città militarizzate ed estrema violenza hanno caratterizzato anche lo sciopero generale convocato dalla Confederación General del Trabajo il 19 febbraio, che ha registrato un'adesione del 90% e ha paralizzato il trasporto pubblico. Lo stesso copione repressivo si ripete da tempo, con brutali attacchi ad anziane e anziani che ogni mercoledì protestano davanti al Congresso per ottenere aumenti alle loro misere pensioni. Neppure la stampa viene risparmiata: sotto il governo Milei sono 150 i giornalisti e fotografi rimasti feriti mentre documentavano l'operato delle forze di polizia.

All'inizio dell'anno Milei aveva emesso un "decreto di necessità e urgenza" volto a creare "un servizio di intelligence con un'operatività simile a un gruppo parapoliziesco, mettendo a rischio tutte le garanzie costituzionali - ha spiegato a La Jornada la presidente dell'Asociación Americana de Juristas, Claudia Roca - l'Argentina non è un paese in conflitto o in guerra, che meriti in qualche modo le violazioni di tutte le norme e convenzioni internazionali". Contro il decreto si sono espresse diverse organizzazioni, dalle Madres e dalle Abuelas de Plaza de Mayo al Servicio de Paz y Justicia presieduto dal Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel.

7/3/2026


Come è cambiato il panorama dell'America Latina

Nel 2020 il partito spagnolo di estrema destra Vox lanciava il Foro de Madrid, la crociata per la riconquista della Iberosfera in parte "sequestrata da regimi totalitari di ispirazione comunista - si legge nel documento ideologico Carta de Madrid - appoggiati dal narcotraffico e da paesi terzi. Tutti questi sotto l'ombra del regime cubano e di iniziative come il Foro de São Paulo e il Grupo de Puebla (...) L'avanzata del comunismo costituisce una seria minaccia per la prosperità e lo sviluppo delle nostre nazioni e per la libertà e i diritti dei nostri compatrioti". Sono passati pochi anni e questa nuova offensiva ha ridisegnato il volto della regione, grazie anche all'appoggio dell'amministrazione Trump, che ha rispolverato la Dottrina Monroe. Da notare che tra i firmatari della Carta de Madrid troviamo anche esponenti di paesi estranei alla Iberosfera, come l'italiana Giorgia Meloni.

Il panorama della regione mostra infatti, in questo secondo decennio del secolo, un diffondersi e un consolidarsi di governi neoliberisti in economia e apertamente filostatunitensi in politica estera. Le elezioni di questi anni hanno portato al governo politici di destra e di estrema destra: nel 2022 diventa presidente Rodrigo Chaves in Costa Rica (a cui succederà ora Laura Fernández), mentre in Perù, grazie a un golpe parlamentare, il potere finisce in mano al partito fujimorista attraverso una serie di marionette, da Dina Boluarte a José Jerí e adesso a José María Balcázar. Nel 2023 vengono eletti Javier Milei in Argentina, Daniel Noboa in Ecuador e Santiago Peña in Paraguay (in quest'ultimo caso una conferma della destra); l'anno successivo José Raúl Mulino a Panama, mentre Najib Bukele ottiene un secondo mandao in Salvador. Nel 2025 le consultazioni premiano il pinochetista José Antonio Kast in Cile e Rodrigo Paz in Bolivia; nello stesso anno in Honduras con un colpo di Stato elettorale la candidata della sinistra alle presidenziali, Rixi Moncada, che risultava al primo posto nei sondaggi, finisce terza e la vittoria viene aggiudicata a Nasry Asfura, personaggio apertamente sponsorizzato da Trump.

La responsabilità è da addebitare anche ad errori della sinistra (come in Bolivia dove le divisioni tra Morales e Arce hanno contribuito non poco alla sconfitta). Ma non si può nascondere che i risultati del campo avverso sono stati ottenuti grazie a forti flussi di denaro canalizzati nei media, alla diffusione di bots e fake news, a uno spregiudicato uso del lawfare che ha colpito, con accuse pretestuose, gli esponenti che nei vari paesi potevano incarnare un progetto progressista: l'argentina Cristina Fernández (ora agli arresti domiciliari), gli ecuadoriani Rafael Correa e il suo vice Jorge Glas (il primo costretto a non mettere piede in patria, il secondo trascinato in carcere dopo essere stato prelevato con la forza dall'ambasciata messicana), il legittimo presidente peruviano Pedro Castillo, destituito e gettato in prigione, e l'ex prima ministra Betssy Chávez, che ha ricevuto asilo politico nell'ambasciata messicana.

Resistono la Colombia di Gustavo Petro, sempre sotto minaccia di attentati e golpe (e in maggio si terranno le presidenziali), il Messico di Claudia Sheinbaum, costantemente sotto pressione statunitense (e che comunque continua coraggiosamente ad aiutare Cuba), il Brasile di Lula (anche lui vittima a suo tempo di lawfare), impegnato a mediare con un Congresso di destra che tende a bloccare le riforme più importanti. Resiste il Venezuela che cerca di salvare il nocciolo della Rivoluzione Bolivariana. E soprattutto resiste Cuba.

Un duro colpo ha subito anche l’integrazione regionale, che era stata lanciata per impulso soprattutto di Chávez al fine di contrastare la potenza del Nord: l’Unasur (Unión de Naciones Suramericanas) non si riunisce da anni; la Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), che raccoglie tutti i paesi del continente a eccezione di Usa e Canada, non è riuscita a pronunciarsi contro l’attacco al Venezuela. Solo Messico, Colombia, Brasile, Uruguay e Cile (ma in quest'ultimo paese il presidente progressista Gabriel Boric sarà sostituito a marzo da Kast) hanno firmato insieme alla Spagna un comunicato di condanna.

21/2/2026


Nuovo cambio della guardia in Perù

Dal 18 febbraio il Perù ha un nuovo presidente, il parlamentare José María Balcázar. Sostituisce José Jerí, destituito dal Congresso dopo soli quattro mesi perché accusato di contratti irregolari e di aver favorito gli interessi di alcuni imprenditori con i quali si era riunito in segreto (era circolata una sua foto mentre di sera si recava a un incontro in un ristorante cinese, con un cappuccio in testa per non farsi riconoscere). Il suo successore appartiene a Perú Libre, il partito che aveva portato Castillo al governo. Formalmente di sinistra, questa formazione ha finito per allearsi con il fujimorismo. Il leader di Pl, Vladimir Cerrón, su cui pende un mandato di cattura per corruzione, ha dichiarato che la sua priorità è combattere "la sinistra moderata" e che per questo non teme di appoggiarsi all'estrema destra.

Anche il passato di Balcázar non è certo esemplare. Nel suo ruolo di giudice liberò nel 2003 due imprenditori dei media accusati di aver accettato tangenti per appoggiare la dittatura di Fujimori (la sentenza venne in seguito annullata). Ha un procedimento penale in corso per appropriazione indebita dei fondi del Colegio de Abogados di Lambayaque, Colegio dal quale fu espulso nel 2022, e un'altra causa penale per aver tentato di negoziare la chiusura del primo procedimento promettendo all'ex procuratrice generale Patricia Benavides il suo voto nel Congresso. Forti critiche ha ricevuto per essersi opposto a una legge contro il matrimonio infantile e per aver difeso i rapporti sessuali di adulti con ragazze minorenni. Resterà in carica fino alle elezioni presidenziali e legislative, previste per il 12 aprile.

La destituzione di Jerí non ha comunque suscitato grande rammarico nella popolazione. La sua gestione era cominciata con lo spiegamento dell'esercito nelle strade e la dichiarazione dello stato d'emergenza dopo la grande manifestazione contro la sua nomina che si era tenuta a Lima (il violento attacco della polizia contro il corteo aveva provocato un morto e oltre cento feriti). In novembre era scoppiato il caso di Betssy Chávez, ex prima ministra di Castillo, in detenzione preventiva dal 2023 sotto l'accusa di complicità con l'ex capo dello Stato e liberata nel settembre 2025 (attualmente è rifugiata nell'ambasciata messicana). La concessione dell'asilo diplomatico a Chávez da parte di Città del Messico ha portato alla rottura delle relazioni tra i due paesi e il Congresso peruviano ha dichiarato la presidente Sheinbaum persona non grata.

Sempre in novembre il fujimorismo ha portato a termine la sua vendetta contro chi aveva osato opporsi all'autoritarismo della sua maggioranza parlamentare. L'ex presidente Martín Vizcarra è stato condannato a 14 anni di prigione per corruzione, in base a fatti che sarebbero avvenuti quando era governatore del dipartimento di Moquegua. Undici anni, cinque mesi e quindici giorni la sentenza contro Pedro Castillo, per aver tentato di chiudere il Congresso che intendeva destituirlo (e che poi lo depose pur non contando sul numero di voti necessario). Condannati anche tre suoi ministri, tra cui Betssy Chávez. "Una farsa": così Castillo ha definito il processo.

19/2/2026


Cuba sotto assedio

"Una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale" (le stesse parole usate nel 2015 da Obama contro il Venezuela): così Donald Trump ha definito il governo cubano. L'isola "ospita e coopera con paesi e attori considerati ostili agli Stati Uniti, comprese Russia e Cina" e appoggia "politiche che possono destabilizzare l'emisfero occidentale". Accuse che suonano ridicole, ma le cui conseguenze sono tragiche. Dopo aver aggredito il Venezuela, Trump ha firmato il 29 gennaio un ordine esecutivo che impone la cessazione totale dell'aiuto petrolifero e finanziario che Caracas garantiva all'Avana. L'obiettivo è provocare un cambiamento di regime attraverso lo strangolamento dell'economia. Non è solo la produzione a soffrirne: la mancanza di combustibile mette in crisi l'approvvigionamento idrico e il funzionamento degli ospedali, dagli apparecchi per la dialisi alle incubatrici dei neonati alla conservazione dei vaccini. "Cuba non potrà sopravvivere", ha dichiarato con cinismo il presidente Usa alla stampa.

"Questa nuova misura evidenzia la natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense a fini puramente personali", ha commentato il presidente Díaz-Canel, che in un altro intervento ha invitato la comunità internazionale a decidere "se permetterà che un crimine come quello che si sta commettendo oggi contro Cuba, e che si può commettere contro qualsiasi altra nazione del mondo, è ciò che avremo come futuro per l'umanità", ponendo come alternativa "una lotta per la solidarietà, la cooperazione, la sovranità, il multilateralismo e il rispetto dei diritti di tutti".

Intanto la situazione sull'isola, che già vede apagones quotidiani che durano ore, è destinata ad aggravarsi con la minaccia di Washington di imporre dazi a qualunque paese osi fornire petrolio a Cuba. Il governo ha deciso di razionare il combustibile e di dare priorità al telelavoro e alle lezioni online come misure di emergenza. Ed è stato rinviato a data da destinarsi il principale appuntamento letterario, la 34ª Feria Internacional del Libro de La Habana, che si doveva tenere dal 12 al 22 febbraio.

Cominciano anche ad attivarsi le prime operazioni di solidarietà. Il Messico, che il 5 gennaio aveva inviato un bastimento carico di greggio, ha deciso di proseguire gli aiuti umanitari (due navi con oltre 800 tonnellate di alimenti e altri prodotti di base sono giunte il 12 febbraio nel porto dell'Avana), cercando poi "attraverso tutte le vie diplomatiche" il modo per riprendere le spedizioni di combustibile. Il governo cileno (ancora guidato da Gabriel Boric) ha annunciato l'intenzione di inviare aiuti attraverso il Fondo Chile contro el Hambre y la Pobreza.

La Cina non ha risparmiato le critiche all'ordine esecutivo di Trump. Pechino appoggia fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale e "si oppone con forza a qualsiasi azione e pratica inumana che privi il popolo cubano dei suoi diritti alla sussistenza e allo sviluppo", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri. E il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha ribadito la posizione di Mosca: "È inammissibile esercitare pressione economica e usare la forza" contro l'isola, alla quale "ci uniscono solide relazioni di amicizia, comprensione mutua e solidarietà". L'Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha avvertito che, con queste sanzioni, gli Stati Uniti violano la Carta dell'Onu e il diritto internazionale.

13/2/2026


Costa Rica, Laura Fernández è la nuova presidente

Promette mano dura contro la delinquenza organizzata, seguendo le orme di Bukele in Salvador, e la riforma del potere giudiziario, in linea con altri governi di destra del mondo. È la nuova presidente del Costa Rica, la politologa Laura Fernández Delgado (Partido Pueblo Soberano), uscita vincitrice dalle presidenziali del primo febbraio sconfiggendo il socialdemocratico Alvaro Ramos, del Partido de Liberación Nacional. "Dobbiamo edificare la Terza Repubblica - ha detto nel suo primo discorso dopo la vittoria - Il mandato che mi conferisce il popolo sovrano è chiaro, il cambiamento sarà profondo e irreversibile", senza fornire ulteriori dettagli sulle modifiche che intende proporre.

Fernández, che assumirà l'8 maggio, è l'erede politica dell'attuale presidente, il neoliberista Rodrigo Chaves, di cui è stata ministra della Pianificazione e capo di gebinetto. Interessante il curriculum di Chaves: ex funzionario della Banca Mondiale, periodo durante il quale era stato denunciato per molestie sessuali, è stato poi ministro del Tesoro nel governo Alvarado, carica dalla quale si è dimesso ben presto, infine è approdato alla massima carica dello Stato grazie a un discorso securitario, di attacco alle posizioni garantiste dei difensori dei diritti umani e costruendo l'immagine di un paese in preda alla criminalità dilagante (mentre gli indici dei resti mostrano tutt'altra realtà). Temi ripresi nella sua campagna da Fernández, la cui elezione è stata accompagnata da un chiaro successo nel voto per l'Asamblea Legislativa, dove Pueblo Soberano ha conquistato 31 seggi su 57. Liberación Nacional ha ottenuto 17 deputati, 7 la sinistra del Frente Amplio e uno ciascuno la Coalición Agenda Ciudadana (centrosinistra) e l'Unidad Social Cristiana (destra).

2/2/2026


L'aggressione Usa al Venezuela

Nelle prime ore del 3 gennaio gli Stati Uniti hanno bombardato installazioni militari (colpendo anche abitazioni civili) a Caracas e in altre località, sequestrando il presidente Nicolás Maduro e la moglie, la deputata e Primera Combatiente Cilia Flores (nota da sempre per il suo impegno a fianco della Rivoluzione Bolivariana), condotti ammanettati prima a Guantanamo e poi a New York, per essere sottoposti a un processo farsa. L'operazione lampo è stata resa possibile, a quanto si è appreso, da potenti mezzi militari che hanno spento i radar e gli strumenti di comunicazione. Un centinaio le vittime tra civili e soldati: tra questi 32 cubani. Donald Trump ha rivendicato l'aggressione e ha preannunciato che Washington si prenderà carico di dirigere il Venezuela verso una "transizione giudiziosa e appropriata", impadronendosi naturalmente delle sue risorse (i giacimenti di petrolio più ricchi al mondo, oltre alle terre rare).

Si è trattato di un attacco senza precedenti alla legalità internazionale, già ampiamente calpestata nelle settimane precedenti con l'affondamento in acque internazionali di almeno 35 imbarcazioni accusate senza alcuna prova di narcotraffico e la conseguente uccisione di oltre un centinaia di persone, con la confisca di bastimenti carichi di petrolio partiti da porti venezuelani e con la minaccia di chiudere completamente lo spazio aereo del paese.

"Mi preoccupa che non si sia rispettato il diritto internazionale", è stata la timida reazione del segretario generale dell'Onu, Guterres. Più decisi i comunicati di condanna del Ministero degli Esteri russo, verso quella che definisce "violazione inaccettabile della sovranità di uno Stato indipendente", e di quello cinese, che parla di minaccia "alla pace e alla sicurezza in America Latina e nei Caraibi" (una delegazione di alto livello del governo di Pechino si era appena incontrata con Maduro per riaffermare oltre seicento accordi di cooperazione). Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna hanno diramato una presa di posizione congiunta denunciando "la gravità di quanto sta avvenendo in Venezuela" e affermando che le azioni statunitensi costituiscono "un precedente estremamente pericoloso per la pace e la sicurezza regionale". Ma non è mancato chi ha festeggiato l'aggressione Usa, come il presidente argentino Milei, mentre Giorgia Meloni si è limitata a giustificarla.

Cosa succederà adesso? Il controllo di Washington sul Venezuela è ancora tutto da verificare. Domenica 4 migliaia di persone hanno manifestato a Caracas e in altre città per respingere l'attacco Usa e chiedere la liberazione di Maduro. La Fanb (Fuerza Armada Nacional Bolivariana) ha riconosciuto la decisione della Sala Constitucional del Tribunale Supremo di ordinare alla vicepresidente Delcy Rodríguez di giurare come presidente incaricata, garantendo così la continuità amministrativa dello Stato. A confermare la compattezza del vertice bolivariano, la Fanb ha espresso il suo appoggio al decreto di estado de conmoción exterior firmato da Maduro e ratificato ora da Rodríguez, che ha ricevuto anche l'appoggio del procuratore generale Tarek William Saab "nel quadro del coordinamento tra i poteri pubblici".

Nel corso di una conferenza stampa, Rodríguez ha ribadito: "C'è un solo presidente di questo paese, che si chiama Nicolás Maduro Moros" e ha aggiunto: "In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, difendiamo uniti il nostro amato Venezuela che abbiammo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri (...) un popolo che non si consegna, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi né di imperi vecchi o in decadenza". Parole ben diverse da quelle che Trump sembrava aspettarsi quando aveva fatto capire che la vicepresidente stava collaborando con gli aggressori, in una sorta di guerra psicologica mirante a promuovere divisioni all'interno del governo. Per questo non sono mancate le minacce della Casa Bianca: se Rodríguez non farà ciò che le viene dettato pagherà "un prezzo molto alto, probabilmente maggiore di quello di Maduro". Immediata la risposta della presidente incaricata: "A quelli che mi minacciano dico: il mio destino lo decide solo Dio".

Alle dichiarazioni di Trump, secondo cui gli Stati Uniti controlleranno il petrolio venezuelano "a tempo indefinito", hanno risposto le manifestazioni quotidiane di protesta: sono scese in piazza le donne, i movimenti sociali, le organizzazioni delle comunas, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni pubbliche, fino alla grande mobilitazione di sabato 10 nella capitale e non solo, che ha visto accanto ai cortei assemblee popolari ed eventi culturali. Nel frattempo Maduro e Flores, comparsi davanti a un tribunale di New York, si sono dichiarati prigionieri politici e hanno registrato una prima vittoria: il Dipartimento di Giustizia statunitense ha infatti riscritto l'accusa contro Maduro cancellando il fantomatico Cártel de los Soles di cui il presidente venezuelano sarebbe stato il capo. Un cartello inesistente, utilizzato però da Washington fin dal 2020 come pretesto per accaparrarsi le ricchezze del paese sudamericano. In questo quadro gli Stati Uniti hanno sequestrato altri bastimenti carichi di petrolio, di cui uno battente bandiera russa.

E mentre Caracas procede alla scarcerazione di 116 detenuti politici (tra questi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò) come "un gesto unilaterale per rafforzare la pace", la Comisión Interamericana de Derechos Humanos esprime la sua "profonda preoccupazione" per l'operazione militare Usa, sottolineando "l'importqnza dell'applicazione del diritto internazionale, con pieno rispetto della sovranità, dell'integrità territoriale, del principio di non intervento e non aggressione, con la proibizione dell'uso della forza e la protezione integrale dei diritti umani, in base a quanto stabilito nella Carta dell'Oea e nella Carta delle Nazioni Unite".

13/1/2026

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato