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La morte di Ramiro Valdés in una Cuba sotto assedio È morto il 21 giugno, a 94 anni, il viceprimo ministro Ramiro Valdés Menéndez, uno degli ultimi esponenti della vecchia guardia rivoluzionaria. Valdés aveva partecipato con Fidel all'assalto del Cuartel Moncada; esiliato in Messico era tornato a Cuba a bordo del Granma per raggiungere la Sierra Maestra e aveva combattuto a Santa Clara a fianco del Che. Dopo la Rivoluzione aveva ricoperto vari incarichi: in particolare aveva diretto gli organi di sicurezza dello Stato. Migliaia di persone hanno voluto rendere omaggio alla sua memoria sfilando davanti all'urna che raccoglie i suoi resti mortali, a testimonianza della volontà di resistenza di un popolo. La sua scomparsa avviene in un periodo drammatico per l'isola, sottoposta a un assedio sempre più feroce da parte degli Stati Uniti. Un solo dato documenta l'impatto combinato della crisi economica e dell'inasprimento delle sanzioni di Washington in questi ultimi anni: dal 2018 al 2025 il tasso di mortalità infantile è passato dal 4 al 9,9 per ogni mille nati vivi e la sopravvienza dei bambini malati di cancro è scesa dall'85 al 65%. Senza considerare le conseguenze devastanti dell'inasprimento del bloqueo nel corso dei primi mesi del 2026. Tra le tante provocazioni della Casa Bianca, l'imputazione presentata in maggio contro Raúl Castro accusato di aver ordinato nel 1996, quando era a capo delle Fuerzas Armadas Revolucionarias, l'abbattimento di due velivoli dell'organizzazione anticubana Hermanos al Rescate, che avevano ripetutamente violato lo spazio aereo dell'isola. All'Avana in migliaia hanno manifestato contro questa imputazione e la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha affermato che l'accusa contro Castro risponde alla storica visione statunitense di ingerenza nei confronti di altri paesi. Dichiarazioni di condanna contro l'ennesimo strumento di pressione Usa sono venute anche da Russia e Cina. L'8 giugno l'alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk ha sollecitato gli Stati Uniti a togliere "immediatamente" le sanzioni decise da gennaio contro l'isola. "Le restrizioni sul combustibile imposte dall'inizio del 2026 e il recente inasprimento delle sanzioni extraterritoriali colpiscono direttamente i cubani, in particolare i più vulnerabili - ha affermato Türk in un comunicato - Ci sono bambini che muoiono perché i medici non hanno accesso ai rifornimenti sanitari e ai farmaci essenziali. Questo è inaccettabile". Le critiche internazionali non scuotono comunque la determinazione di Washington di asfissiare l'economia cubana per provocare una crisi umanitaria e fornire il pretesto a un intervento. Se qualche sollievo è venuto dagli aiuti inviati da alcuni paesi latinoamericani (Messico, Belice, Brasile, la Colombia di Petro), dal carico di greggio giunto a fine marzo dalla Russia e dalle tonnellate di riso inviate dalla Cina, l'imposizione di sanzioni non si arresta e colpisce il presidente Díaz-Canel e famiglia, il figlio, la nuora e il nipote di Raúl Castro, nonché le piattaforme online per l'invio di denaro da parte dei parenti all'estero e le imprese collegate al conglomerato militare Gaesa (Grupo de Administración Empresarial SA). E la Corte Suprema Usa ha sentenziato che, in base alla legge Helms-Burton, la ExxonMobil può chiedere i danni alla compagnia petrolifera statale cubana per le perdite subite dall'espropriazione del 1960 (si tratta di oltre un miliardo di dollari al cambio attuale). Per non parlare delle minacce che non si sono mai fermate. Ai giornalisti che chiedevano se il Pentagono progettasse un'operazione per sequestrare Díaz-Canel simile a quella condotta contro Maduro, il segretario della Guerra, Pete Hegseth, ha risposto che "tutte le opzioni sono sul tavolo". Alla stessa domanda Donald Trump ha ribadito: "È possibile", aggiungendo che "prendere Cuba è come un gioco da bambini". Una vittoria per l'isola è venuta invece dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, che il 26 giugno ha approvato il Piano Strategico per Cuba 2026-2030 per un ammontare di oltre 116 milioni di dollari. 29 i voti a favore e solo due contrari: Stati Uniti e Marocco. 27/6/2026 |
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L'estrema destra torna al governo in Colombia Iván Cepeda ha riconosciuto la vittoria del candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella, ottenuta con uno stretto margine (circa 250.000 voti). "Ho deciso di accettare il risultato dello scrutinio", ha affermato Cepeda, aggiungendo però che questo non significa "rimanere in silenzio di fronte a fatti molto gravi come l'aperta e indebita ingerenza straniera, in questo caso degli Stati Uniti e degli sfacciati interventi di Trump". Il candidato del Pacto Histórico ha denunciato inoltre una massiccia operazione di compravendita di voti da parte del suo avversario e ha criticato "l'uso di sofisticati trucchi di intelligenza artificiale" che "pongono in dubbio apertamente la legittimità del prossimo governo". In precedenza il presidente Petro aveva sostenuto che le elezioni avrebbero dovuto essere annullate a causa delle intromissioni della Casa Bianca e la ministra degli Esteri, Rosa Yolanda Villavicencio, ha inviato in merito una nota di protesta all'Organización de los Estados Americanos. Il ballottaggio del 21 giugno, che ha visto una partecipazione di oltre il 63%, fotografa un paese polarizzato, dove l'uribismo è stato assorbito dai sostenitori di El Tigre, come De la Espriella ama farsi chiamare. E proprio utilizzando questo pseudonimo il futuro presidente ha celebrato la vittoria con una frase dal tono minaccioso: "El Tigre morde duramente e può mordere con ancora più forza". "Al signor De la Espriella voglio dire che non ci fa paura - ha risposto Cepeda - Abbiamo una lunga storia di resistenza e abbiamo sconfitto molti governi autoritari e molti politici violenti". L'estrema destra torna dunque al governo a Bogotá, dopo la parentesi rappresentata da Gustavo Petro. Gli Stati Uniti sono stati i primi a manifestare la propria soddisfazione per il risultato del ballottaggio in Colombia. "L'amministrazione Trump spera di lavorare strettamente con il suo prossimo governo per avanzare nella cooperazione in materia di sicurezza regionale", ha dichiarato il segretario di Stato, Marco Rubio. Felicitazioni sono arrivate dai capi di Stato di Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, Paraguay e dalla candidata peruviana Keiko Fujimori. E tra quanti festeggiano c'è sicuramente il governo israeliano, con il quale De la Espriella intende riallacciare rapporti "come mai prima", dopo la rottura decretata da Petro come protesta contro i massacri a Gaza e contro il sequestro, nell'ottobre scorso, di due cittadine colombiane che facevano parte della Sumud Flotilla. 25/6/2026 |
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Si è spenta Taty Almeida, presidente delle Madres de Plaza de Mayo Se ne è andata senza poter accarezzare le ossa di suo figlio Alejandro, come avrebbe tanto desiderato. Lydia Estela Uranga de Almeida, da tutti nota come Taty, si è spenta il 14 giugno a Buenos Aires, all'età di 95 anni. La presidente delle Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora era nata in una famiglia di militari e la sua vita si era svolta senza scosse fino al 17 giugno del 1975 quando Alejandro, studente di medicina e militante del Partido Revolucionario de los Trabajadores, venne sequestrato dalla Triple A, l'Alianza Anticomunista Argentina. Da allora Taty non aveva smesso un giorno di cercarlo, bussando a tutte le porte, ma inutilmente. Inizialmente aveva creduto a quanto le avevano raccontato i parenti militari: che i responsabili erano da rintracciare tra i peronisti, tanto che il golpe del 1976 per un breve momento le aveva infuso speranza. In seguito si era resa conto dell'errore e aveva deciso di avvicinarsi alle Madres, anche se con qualche esitazione: temeva che per la sua estrazione familiare la considerassero una spia. Comprendere il significato delle battaglie del figlio la trasformò in un'attiva militante per i diritti umani e contro l'imperialismo. "Mi sento partorita da Alessandro - disse in un'intervista per l'Archivo Oral de Memoria Abierta - Mi ha tolto da quella bolla in cui avevo vissuto tutta la vita. E sono molto orgogliosa che sia stato lui a partorirmi". Non smise di lottare fino all'ultimo: era presente il 24 marzo, in sedia a rotelle accanto a Estela de Carlotto, all'evento per il cinquantenario del colpo di Stato. Sempre ottimista, anche in questi tempi bui per l'Argentina, era solita ripetere: "Non ci hanno vinto!" 15/6/2026 |
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La Bolivia in rivolta chiede le dimissioni di Paz Una vera e propria rivolta contro il governo di Rodrigo Paz è in corso dagli inizi di maggio in Bolivia. Ad accendere la scintilla l'effetto sui prezzi al consumo dell'aumento dei carburanti, che per vent'anni avevano goduto di sussidi statali (da un giorno all'altro si è registrato un rialzo dell'87% della benzina e del 163% del diesel). A questo si è aggiunta la soppressione delle imposte alle grandi fortune, compresa ovviamente la famiglia presidenziale, e la legalizzazione dell'appropriazione delle terre comunali da parte dell'agroindustria. Per non parlare del memorandum d'intesa sui minerali critici firmato a fine aprile con gli Stati Uniti: in pratica una svendita delle ricchezze del paese, in particolare il litio. Dopo le proteste della fine del 2025 la ribellione, che punta alle dimissioni del capo dello Stato, ha visto questa volta come protagonista soprattutto il mondo rurale mentre la Cob, pur scesa in piazza per chiedere aumenti salariali e l'impegno a non privatizzare imprese pubbliche, non ha fermato le attività produttive. Come scrive l'ex vicepresidente Alvaro García Linera, "la vera forza veniva dalle comunità contadine aymara e dai quartieri periferici della città di El Alto. Non proveniva da un comando centralizzato né da un leader visibile. I blocchi stradali emergevano dalle singole regioni, frutto di assemblee provinciali, portando alla paralisi di tutte le arterie che comunicano la sede del goveno - La Paz e le città dell'altopiano El Alto, Oruro, Potosí - con il resto del territorio. Dopo settimane il Tropico di Cochabamba, luogo d'influenza dell'ex presidente Morales, si unì parzialmente al blocco delle terre alte aymara". Dunque il ruolo di Evo Morales, ingigantito dalla propaganda governativa per trovare un capro espiatorio, viene qui fortemente ridimensionato. Non si è trattato solo di questioni economiche: la rivolta è stata dettata anche dal desiderio di difendere lo Stato plurinazionale e le sue conquiste. Scrive ancora Linera: "Il periodo storico in cui i popoli indigeni e contadini avevano sperimentato per la prima volta in secoli il riconoscimento di cittadinanza (2006-2019), in cui avevano avuto accesso in modo massiccio a cariche pubbliche e abbandonato la miseria - il 30% della popolazione era uscito dalla povertà - era stato squalificato dal governo e dal coro di scribacchini come mero tempo di barbarie, di concessione di prebende, di delegittimazione delle istituzioni". La risposta dell'esecutivo è stata la criminalizzazione della protesta, che sarebbe promossa da "narcoterroristi" come ha affermato lo stesso capo dello Stato. Con l'avallo del Congresso Paz ha promulgato una legge che elimina le restrizioni all'intervento delle forze armate in conflitti interni, aprendo la strada alla dichiarazione dell'estado de excepción. Scontri si sono registrati a più riprese tra polizia e dimostranti scesi a La Paz da El Alto e altri incidenti dopo il tentativo degli agenti di sgomberare le decine di blocchi stradali disseminati nel paese. Almeno sette persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni; centinaia sono gli arresti arbitrari di dirigenti sindacali e contadini e dai centri di detenzione giungono numerose denunce di torture. Una delegazione argentina di osservatori che intendeva verificare eventuali violazioni dei diritti umani è stata bloccata alla frontiera ed espulsa con il pretesto di irregolarità nei documenti. Nella scelta della repressione non poteva mancare all'esecutivo il sostegno incondizionato di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito "l'impegno incrollabile degli Stati Uniti" a fianco del governo di Paz "nella ricostruzione del paese dopo vent'anni di politiche socialiste fallite". 15/6/2026 |
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La Colombia verso il ballottaggio tra sospetti di brogli e ingerenze Usa Il Consejo Nacional Electoral ha reso noti i risultati definitivi del primo turno delle elezioni del 31 maggio: l'avvocato miliardario Abelardo de la Espriella. del movimento Defensores de la Patria, ha ottenuto il 43,73% dei voti, seguito da Iván Cepeda, del Pacto Histórico, con il 40,91%. Un esito che ha colto molti di sorpresa, dato che Cepeda era in testa in tutti i sondaggi della vigilia, potendo contare sull'eredità politica del presidente Gustavo Petro: nuove norme a favore dei lavoratori, aumento del salario minimo, un bonus mensile per gli anziani privi di pensione, una riforma agraria volta a consegnare due milioni e mezzo di ettari a contadini, comunità indigene e afro. Oltre due milioni di colombiani hanno visto migliorare le loro condizioni grazie al primo governo di sinistra del paese e quasi due milioni sono usciti dall'estrema miseria. Unico dato negativo: il mancato raggiungimento dell'obiettivo della paz total con i gruppi armati, in particolare l'Eln e le dissidenze delle Farc (proprio a queste ultime è stato attribuito l'attentato dinamitardo del 25 aprile sulla Panamericana, nel dipartimento del Cauca, che ha provocato ventun morti e decine di feriti). Il successo di De la Espriella è dovuto in parte al voto utile degli elettori delll'estrema destra che, invece di sostenere la senatrice Paloma Valencia candidata dell'ex presidente Uribe, hanno preferito convergere in gran parte su un nome più sicuro per sconfiggere "il comunismo". In tal modo Valencia è scesa, dal 15% che le attribuivano le inchieste, a un misero 6,9% e non ha potuto far altro che promettere il suo appoggio al vincitore della giornata. Ma non si possono tralasciare i sospetti di brogli, avanzati dallo stesso Petro fin dal giorno del voto e ribaditi in vista del ballottaggio del 21 giugno. A quanto pare il software utilizzato nel conteggio preliminare contiene 885.409 persone in più di quelle registrate nel censimento elettorale. A questo dato va aggiunta la pesante intromissione della Casa Bianca: Donald Trump ha dichiarato ufficialmente la sua preferenza per De la Espriella, definendolo "un leader intelligente, forte e tenace" e assicurando che, in caso di vittoria, ristabilirà "la legge e l'ordine". In realtà nel curriculum di questo campione dell'estrema destra figura la difesa di truffatori, paramilitari e trafficanti di droga. "Deploro che proprio esponenti e governi che intendono lottare contro il narcotraffico stiano aiutando a portare il crimine al potere politico in Colombia", ha commentato Petro. 6/6/2026 |
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L'Argentina sempre più vicina a Israele e Usa "Protezione dei beni comuni globali": con questa denominazione l'Argentina ha formalizzato in maggio un'alleanza militare con il Southern Command volta ad assicurare per cinque anni "la sicurezza marittima dell'Atlantico Sud". In tal modo il governo Milei, disconoscendo il diritto internazionale, cede a Washington la sovranità sulle sue acque territoriali. Già in gennaio era stata denunciata da più parti la decisione del capo dello Stato di sottrarre il controllo del porto di Ushuaia, porta d'accesso all'Antartide, alla provincia di Tierra del Fuego, governata da un oppositore, per venire incontro alla richiesta statunitense di installare qui una propria base per sommergibili, consolidando così la propria presenza in una zona strategica importante. Del resto l'ingerenza del colosso del Nord nella politica argentina è ormai aperta: l'ambasciatore Usa, Peter Lamelas, ha suggerito che Buenos Aires dovrebbe "preoccuparsi" dei suoi legami in materia di "sicurezza, comunicazioni e infrastruttura chiave" con la Cina, dove vige "un sistema gestito da un governo comunista, che usa questo controllo per manipolare l'informazione e la gente". Il mese precedente Milei si era invece recato in Israele (per la terza volta dall'inizio del suo mandato) firmando con Tel Aviv gli Accordi di Isacco, che prevedono un'espansione "della cooperazione nell'innovazione, nella tecnologia, nel commercio e nell'apertura economica", ma soprattutto un incremento del "coordinamento contro le organizzazioni terroristiche". Un quadro che, nelle intenzioni, mira a coinvolgere altri paesi latinoamericani. Se Milei può contare sull'appoggio incondizionato di Usa e Israele, la sua popolarità è in netto calo in patria: secondo gli ultimi sondaggi, l'approvazione della sua gestione non arriva al 38%. Allo scandalo per la criptovaluta $Libra e a quello riguardante le tangenti riscosse dalla sorella Karina per l'acquisto di medicinali per i disabili si è aggiunto ora ora il caso del capo di gabinetto Manuel Adorni, cui si addebitano spese per 800.000 dollari quando il suo stipendio mensile si aggira sui 2.500 dollari. E cresce l'opposizione popolare alla politica di tagli alla spesa pubblica: il 20 maggio migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il paese, dando vita alla Marcha Federal de Salud, per protestare contro il mancato finanziamento degli ospedali pubblici e dei programmi per i disabili. La settimana precedente i partecipanti alla quarta Marcha Federal Universitaria avevano riempito le strade della capitale e delle altre principali città per esigere l'attuazione della legge che destina fondi alle università, legge approvata dal Congresso dopo i veti dello stesso Milei. Scienziati e ambientalisti contestano poi la riforma delle norme sulla protezione dei ghiacciai andini, entrata in vigore in aprile. La legge precedente, risalente al 2010, proibiva ogni attività mineraria e di prospezione in quelle regioni, indispensabili riserve d'acqua. La responsabilità sulla definizione delle aree protette è passata ora ai governi provinciali, molti dei quali non nascondono l'intenzione di lasciar campo libero all'industria mineraria, interessata alla presenza nel sottosuolo di rame e di litio. 30/5/2026 |
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America Latina, si prepara un nuovo Plan Cóndor? Si prepara un nuovo Plan Cóndor con la scusa della lotta al crimine? Il 28 maggio, in una riunione nella capitale cilena, i rappresentanti di Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Perù (tutti paesi governati dalla destra o dall'estrema destra) hanno concordato un coordinamento in materia di sicurezza, intelligence e controllo di frontiere, sottoscrivendo il Compromiso regional de Santiago contra la delincuencia organizada transnacional. Già in aprile il presidente cileno José Antonio Kast aveva scelto Buenos Aires come meta del primo viaggio ufficiale dopo il suo insediamento. Nel corso di quella che lo stesso Kast ha definito "una riunione molto produttiva" con il suo omologo argentino Javier Milei, i due capi di Stato si sono impegnati ad approfondire un'agenda bilaterale in tema di integrazione economica, ma soprattutto contrasto alla delinquenza organizzata e all'immigrazione irregolare. I colloqui non si sono però limitati a questo. Il nuovo inquilino de La Moneda ha sottolineato di poter contare "sulla piena collaborazione del governo argentino" per ottenere la cattura e l'estradizione di Galvarino Apablaza Guerra, importante leader del Frente Patriótico Manuel Rodríguez, accusato dell'uccisione del senatore Jaime Guzmán (l'ideologo della Costituzione di Pinochet). Arrestato e torturato in Cile, Apablaza venne poi espulso e riparò in Argentina dove nel 2010 ottenne lo status di rifugiato politico. Condizione di cui ha goduto fino al 2016, quando il governo di Mauricio Macri l'ha revocata, rompendo una tradizione di protezione internazionale che l'Argentina aveva fino allora rispettato. Da quel momento è iniziato un iter giudiziaio che non si è ancora concluso. Apablaza si è sempre dichiarato innocente e le prove contro di lui si basano unicamente su testimonianze che furono estorte con la tortura. In aprile Milei, nell'intento di fare un regalo al suo ospite cileno (che di Guzmán era amico), ha ottenuto dalla magistratura un ordine di arresto di Apablaza, che però è riuscito per ora a far perdere le sue tracce. Il caso di Apablaza non è unico: un altro membro del Frente, Ricardo Palma Salamanca, arrestato dopo il caso Guzmán e torturato, era stato poi condannato all'ergastolo. Fuggito dal carcere e riparato in Francia, ha ottenuto lo status di rifugiato politico da Parigi, che ha negato al Cile la sua estradizione. Uno schiaffo agli eredi del pinochetismo, desiderosi di catturare gli ex guerriglieri che avevano osato sfidare in armi la dittatura. Nel 1973 molti cileni (ma anche uruguayani, boliviani, paraguayani) si rifugiarono in Argentina, dove il governo costituzionale li riconobbe come rifugiati, ma quando venne varato il Plan Cóndor tutte queste persone furono sequestrate e fatte sparire. "Una delle grandi vittime della dittatura è stata la Convenzione sui Rifugiati - afferma l'avvocato argentino di Apablaza, Rodolfo Yanzón - Oggi purtroppo lo stiamo ripetendo". 29/5/2026 |
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La nuova politica Usa in America Latina Come scrivono vari commentatori, la politica statunitense verso l'America Latina ha virato dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Donroe, come il New York Post ha definito la politica dell'attuale presidente Donald Trump. Se infatti prima di lui l'intromissione Usa nel resto del continente era mascherata e i colpi di Stato, pur favoriti e guidati da Washington, erano affidati alle forze armate locali o ultimamente alla magistratura e a parlamentari asserviti, ora gli Stati Uniti intervengono direttamente, come è avvenuto il 3 gennaio in Venezuela. Del resto in questi anni gli Usa stanno ampliando la loro presenza militare in America Latina e nei Caraibi: secondo dati risalenti al 2023 si contano 76 basi, più o meno grandi, sotto il controllo operativo del Southern Command. A queste andrebbero aggiunte altre installazioni non confermate ufficialmente, a formare una fitta rete che copre l'intera regione. Dopo il lancio in marzo dello Scudo delle Americhe, Trump ha proseguito nella sua campagna contro i governi progressisti dietro la scusa della lotta al narcotraffico. Un pretesto che serve a giustificare le continue "esecuzioni extragiudiziarie" (questa la definizione delle Nazioni Unite) degli equipaggi di ogni imbarcazione che osi avventurarsi nel Mar dei Caraibi o nel Pacifico orientale sulle rotte utilizzate - a detta della Casa Bianca - dai narcotrafficanti. Dal settembre scorso a oggi sono una sessantina le imbarcazioni bombardate in acque internazionali e quasi duecento le persone uccise perché definite, senza alcuna prova, trafficanti di droga. Nei social del presidente Usa, del ministro della Guerra Hegseth e del Southern Command sono stati pubblicati volta per volta i filmati degli attacchi, quasi si trattasse di videogiochi: si vedono motoscafi o barche a vela che solcano le acque prima di essere raggiunte da un ordigno e scomparire nella nuvola causata dall'esplosione. I bersagli veri però sono Brasile, Colombia e Messico. Il Brasile voterà in ottobre e Washington spera nella vittoria di Flavio Bonsonaro, che gli permetta di riportare anche questo paese nell'orbita della destra. Quanto alla Colombia, che va alle urne il 31 maggio, conta sull'aiuto del fedele alleato Ecuador, il paese ormai in mano ai narcotrafficanti e che nonostante questo continua ad accusare Bogotá di non fare abbastanza per sconfiggere i cartelli della droga. E proprio il presidente ecuadoriano Noboa, con un'aperta intromissione negli affari interni del vicino paese, durante una conversazione telefonica ha promesso alla candidata dell'estrema destra colombiana Paloma Valencia di cancellare i dazi imposti a Bogotá in caso di sua vittoria. Quanto al Messico, dove non si prevedono elezioni a breve e dove rimane alta la popolarità della presidente Claudia Sheinbaum, pressioni e minacce statunitensi sono continue. "I cartelli governano il Messico - ha affermato recentemente Trump - Questo veleno uccide centinaia di migliaia di statunitensi all'anno. Già abbiamo risolto il problema per via marittima, molto presto lo risolveremo per via terrestre". E ancora: "Sentiranno qualche lamentela da parte di alcuni, come i rappresentanti del Messico e di altri luoghi. Se non faranno il loro lavoro, lo faremo noi". In aprile era scoppiato il caso di Chihuahua: la morte in un incidente automobilistico di quattro persone, tra cui due agenti della Cia di ritorno da un'operazione anticrimine, ha rivelato che la governatrice dello Stato, la panista Maru Campos, aveva stretto accordi con Washington all'insaputa del governo federale. Una violazione della Costituzione e della Ley de Seguridad Nacional, ha stigmatizzato Sheinbaum. È poi venuto alla luce un accordo tra la Junta Central de Agua y Saneamiento di Chihuahua e Israele. Un accordo che prevede da parte messicana contratti e garanzie a favore del settore privato israeliano. La protesta popolare non si è fatta attendere: il 16 maggio migliaia di persone sono scese in piazza nello Stato per chiedere un processo politico contro Campos. L'ingerenza dell'amministrazione Trump non si è fermata al tentativo di fare dello Stato governato da Maru Campos una base d'operazione della Cia. Quasi come ritorsione dopo la scoperta dei fatti di Chihuahua, a fine aprile il Dipartimento di Giustizia statunitense con grande clamore mediatico, ma senza presentare prove, ha chiesto l'estradizione del governatore dello Stato di Sinaloa, il morenista Rubén Rocha Moya, e di altri funzionari ed ex funzionari statali per presunti legami con il cartello di Sinaloa. Da notare, come ha affermato la presidente Sheinbaum, che la cooperazione in materia di sicurezza tra i due paesi mostra un'enorme asimmetria: gli Stati Uniti non hanno soddisfatto nessuna delle quasi 300 richieste di estradizione presentate dal Messico dal 2018 a oggi (compresi soggetti implicati nella scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa), ben diversamente da quanto hanno fatto le autorità messicane. Colombia e Messico ritornano nelle filtrazioni di numerosi file audio, rivelati tra fine aprile e inizi maggio dal portale investigativo Hondurasgate in collaborazione con i media spagnoli Canal Red e Diario Red. Nessun dubbio sulla loro autenticità, come provato da organizzazioni indipendenti che hanno escluso il ricorso all'intelligenza artificiale. A parlare attraverso WhatsApp, Signal e Telegram sono l'ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, l'attuale capo di Stato Nasry Asfura e la vicepresidente María Antonieta Mejía. Dalle registrazioni emerge il piano della Casa Bianca di creare in Honduras una testa di ponte contro i governi progressisti della regione e di affidare a Hernández, che è stato graziato da Trump mentre stava scontando una pena di 45 anni di carcere per narcotraffico, il ruolo di operatore politico in questa operazione. Accanto agli statunitensi compaiono gli israeliani: come rivela lo stesso Hernández nelle conversazioni, il denaro necessario per ottenere la grazia "è venuto da un gruppo di rabbini e da gente che appoggiava Israele" (in un'altra occasione assicura di poter contare sull'appoggio di Netanyahu). In cambio Washington si aspetta la costruzione di una nuova base militare, l'espansione delle Zedes (le Zonas de Empleo y Desarrollo Económico su cui la presidente Xiomara Castro aveva voluto ripristinare la sovranità nazionale), una legge che garantisca il controllo dell'intelligenza artificiale a imprese statunitensi e israeliane e una campagna mediatica di produzione di falsi dossier, che può contare anche su un generoso contributo economico offerto dal presidente argentino Milei, per destabilizzare i governi di Bogotá e di Città del Messico ed estirpare "il cancro della sinistra dall'Honduras e da tutta l'America Latina". A tale scopo. così Hernández istruisce Tomás Zambrano, presidente del Congreso Nacional: “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza”. E ancora: “Non molleremo il potere e faremo tutto ciò che è necessario per tenerlo. E se la situazione precipita bisogna dare la colpa ai comunisti. Questa è la narrazione che dobbiamo imporre: sono loro i violenti che provocano, noi stiamo solo rispondendo agli attacchi”. 28/5/2026 |
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Il Venezuela tra controllo Usa e segnali di resistenza È iniziata il 19 aprile la Gran Peregrinación Nacional per una Venezuela Sin Sanciones y en Paz, che si snoderà attraverso tre direttrici principali partendo dagli Stati di Zulia, Táchira e Amazonas per concludersi il Primo Maggio nella capitale. La mobilitazione è stata lanciata dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez con l'obiettivo di unificare settori politici, sociali e religiosi in una richiesta di massa per la pace e contro le sanzioni. Un appello all'unità del paese in un momento di particolare difficoltà, con il governo sotto controllo da parte degll'amministrazione Trump. Lo dimostrano i provvedimenti che Rodríguez è stata costretta ad adottare, come la riforma parziale della Ley Orgánica de Hidrocarburos, l'amnistia per i reati commessi durante le crisi politiche avvenute tra il 2002 e il 2025, il ristabilimento delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La Gran Peregrinación Nacional è solo l'ultimo di una serie di atti di resistenza contro l'attacco statunitense. Il 3 febbraio lavoratori, studenti e militanti dei movimenti sociali avevano dato vita a un grande corteo, convocato dal Partido Socialista Unido de Venezuela, per esigere la liberazione di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sequestrati un mese prima. E il 6 marzo Delcy Rodríguez aveva invitato i venezuelani a partecipare la domenica successiva alla votazione dei progetti destinati alle Comunas popolari, strutture di autogoverno comunitario per la gestione dei problemi locali. "In questo primo appuntamento dopo l'aggressione militare del 3 gennaio diciamo al mondo: il Venezuela continua il suo cammino di pace, di tranquillità, di sviluppo", aveva affermato la presidente: un chiaro segnale di continuità del chavismo e della sua democrazia diretta e partecipativa. 20/4/2026 |
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La Colombia impegnata in una battaglia dei dazi con l'Ecuador Si intensifica la battaglia dei dazi tra Colombia ed Ecuador. La disputa aveva avuto inizio il 21 gennaio, quando il presidente ecuadoriano Noboa aveva annunciato l'imposizione di una tassa del 30% sui prodotti colombiani, con il pretesto di recuperare i costi della sicurezza alla frontiera, che il paese vicino avrebbe trascurato. Come risposta, Bogotá aveva deciso di sospendere la vendita di energia elettrica a Quito. A fine febbraio l'Ecuador annunciava l'incremento della tassa al 50%, aumentata poi al 100% (scatterà il primo maggio), come ritorsione alla richiesta di Gustavo Petro di liberare l'ex vicepresidente, nazionalizzato colombiano, Jorge Glas, considerato prigioniero politico. A questo ulteriore scatto, Petro ha affermato che si limiterà a dazi "intelligenti", senza seguire l'Ecuador nel folle aumento. Dietro questa controversia c'è naturalmente lo scontro politico tra il conservatore Noboa, stretto alleato di Trump, e il progressista Petro. Contro quest'ultimo la destra ha sempre cercato di alimentare voci sulla sua presunta vicinanza con i narcotrafficanti. In marzo il giornale El Espectador, riportando un articolo del New York Times, ha sostenuto che contro il presidente colombiano sono state aperte negli Stati Uniti due indagini, per presunte riunioni con esponenti del crimine organizzato che avrebbero finanziato la sua campagna elettorale. Tutto falso naturalmente: un tentativo di squalificare fin dall'inizio quello che sarà il candidato del Pacto Histórico, Iván Cepeda, alle elezioni di fine maggio. Del resto Petro è stato spesso nel mirino dei narcos: l'ultimo attentato è avvenuto in febbraio, mentre viaggiava in elicottero. A conferma dell'importanza della figura del primo presidente di sinistra del paese, le consultazioni che si sono tenute l'8 marzo hanno visto il Pacto Histórico imporsi come la prima forza politica del Congresso. 14/4/2026 |
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Messico, la polemica sulle desapariciones "Tendenzioso e privo di rigore giuridico". Così le autorità messicane hanno definito il rapporto del Comitato delle Nazioni Unite contro la Sparizione Forzata che, afferma il governo di Città del Messico, non ha preso in considerazione "le osservazioni, le analisi e gli aggiornamenti presentati, in base ai quali si dimostra che le argomentazioni non coincidono né con la definizione di sparizione forzata dello stesso Comitato, né con i progresso istituzionali raggiunti dal 2019 e in particolare dal 2025". La reazione si spiega con la decisione del Comitato di sollecitare il segretario generale dell'Onu, Guterres, affinché porti con urgenza il problema davanti all'Assemblea Generale, dal momento che "indizi ben fondati" dimostrerebbero che desapariciones forzadas come crimini di lesa umanità si sono commesse e continuano a commettersi nel paese. Il Comitato afferma comunque di non aver trovato prove di una politica in tal senso a livello di Stato Federale, come azione o come omissione deliberata. Una precisazione importante, perché secondo lo Statuto di Roma per sparizione forzata si intende "la cattura, la detenzione o il sequestro di persone da parte di uno Stato o di una organizzazione politica o con l'autorizzazione, l'appoggio o il consenso tacito di questo, seguito dalla negazione ad ammettere tale privazione della libertà o a dare informazioni sulla sorte o sul recapito di queste persone, nell'intento di mantenerle al di fuori della protezione della legge per un periodo prolungato". "Ammettendo che non esista tale condizione - si legge sull'editoriale de La Jornada del 3 aprile - quanti pretendono di sottoporre il Messico a una tutela esterna generano il forte sospetto che dietro questa richiesta vi siano intenzioni e interessi che non si azzardano a rendere pubblici. Si mostra inoltre la tendenza, già segnalata dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani dell'Organización de los Estados Americanos, ad operare con l'obiettivo di colpire le amministrazioni progressiste per atti di violenza dello Stato avvenuti nel periodo neoliberista". E in effetti la grande maggioranza delle oltre 130.000 vittime di sparizione forzata, cifra confermata ufficialmente a fine marzo, si concentrano in due periodi: la guerra sucia tra il 1950 e il 1990 e la guerra contro il narco dal 2006 al 2019. Purtroppo la violenza nel paese, pur essendo diminuita, non è certo cessata con i governi progressisti di López Obrador e ora di Claudia Sheinbaum: i crimini più efferati si concentrano in alcuni Stati come il Michoacán, dove nella notte del primo novembre è stato assassinato il presidente municipale di Uruapan, Carlos Manzo Rodríguez. Come Sinaloa, dove il 27 febbraio il corpo senza vita di Rubí Patricia Gómez Tagle è stato trovato nella sua casa di Mazatlán. All'interno del collettivo Corazones Unidos por una Misma Causa, Rubí si batteva con coraggio per ritrovare il figlio Edgar, scomparso lo scorso anno. O come il Morelos, dove il 26 marzo l'attivista sociale Sandra Rosa Camacho Flores è stata uccisa dai killer nella sua abitazione di Temoac. 4/4/2026 |
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Haiti, dramma senza fine Sempre drammatiche le notizie che giungono da Haiti. Almeno settanta morti e trenta feriti: questo il bilancio, fornito dal Collettivo di Difesa dei Diritti Umani, dell'attacco di una banda criminale avvenuto la settimana scorsa nella regione agricola di Artibonite. Quasi seimila persone hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire alla violenza, aggiungendosi ai tantissimi sfollati in tutto il paese a causa del conflitto (si calcola siano quasi un milione e mezzo). La capitale continua ad essere controllata in gran parte dai gruppi armati. A Port-au-Prince, denuncia un rapporto di Médecins Sans Frontières basato su dati medici e testimonianze delle vittime, "le aggressioni sessuali hanno sperimentato una recrudescenza allarmante dal 2021. Vengono ora utilizzate in maniera sistematica come mezzo per seminare il terrore nella popolazione". Una situazione che vede la polizia locale praticamente impotente. In ottobre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva deciso la trasformazione della Missione Multinazionale diretta dal Kenia in una nuova Gang Suppression Force, che potrà contare su oltre cinquemila membri e, a differenza della missione precedente, avrà la facoltà di procedere all'arresto dei sospetti pandilleros. Un primo contingente di agenti provenienti dal Ciad è già giunto ad Haiti. Il 7 febbraio è scaduto il mandato del Conseil Présidentiel de Transition, che era presieduto dall'agosto scorso dall'imprenditore Laurent Saint-Cyr. Il Consiglio era stato creato nell'aprile 2024 per riportare l'ordine e indire nuove elezioni. Niente di tutto questo è avvenuto. Il potere è passato ora al primo ministro Alix Didier Fils-Aimé, appoggiato dagli Stati Uniti: difficilmente gli haitiani saranno chiamati a breve a scegliere liberamente il loro governo. 2/4/2026 |
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El Salvador: in quattro anni oltre 500 morti nelle carceri Dall'instaurazione nell'aprile 2022 del régimen de excepción, secondo i dati del Socorro Jurídico Humanitario sono 504 le persone che hanno perso la vita mentre erano rinchiuse in centri di detenzione. Il 90% dei decessi riguarderebbe detenuti che non erano legati alle maras. E - sostiene il Sjh - le vittime potrebbero essere molte di più, addirittura duemila. Da quei centri vengono continue denunce di sovraffollamento, torture, mancanza di assistenza medica, mentre una commissione di esperti delle Nazioni Unite accusa El Salvador di possibili crimini di lesa umanità. Contro la sospensione delle garanzie costituzionali, usata non solo per combattere le bande criminali, ma per silenziare sindacalisti, ambientalisti, difensori dei diritti umani e chiunque si opponga al presidente Bukele, il 25 gennaio si era svolta nella capitale una massiccia manifestazione. Sonia Urrutia, della direzione del Bloque de Resistencia y Rebeldía Popular, aveva riassunto così le richieste dei dimostranti: "Esigiamo che cessi il regime d'eccezione". Nonostante questo, l'Asamblea Legislativa ha continuato ad approvarne ogni mese la proroga (l'ultima in ordine di tempo il 26 marzo). La stessa Asamblea Legislativa, controllata dal partito di Bukele Nuevas Ideas, aveva votato a fine luglio dello scorso anno una riforma della Costituzione per permettere la rielezione a tempo indefinito del capo dello Stato, estendendone il mandato da cinque a sei anni ed eliminando il ballottaggio. El Salvador si trasforma dunque sempre più in un regime autoritario. Del resto Bukele ha più volte ribadito che non lo preoccupa il fatto che lo chiamino dittatore. 29/3/2026 |
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Honduras, la destra cancella l'eredità di Xiomara Castro La destituzione il 25 marzo del procuratore generale Johel Zelaya e la sua sostituzione con un avvocato conservatore, Pablo Emilio Reyes, è l'ultimo atto, in ordine di tempo, della strategia attuata dalla maggioranza di destra che domina il nuovo Congresso per mettere a tacere quanti continuano a evidenziare i brogli e le irregolarità delle elezioni del 30 novembre. Sempre il 25 marzo la presidente della Corte Suprema de Justicia, Rebeca Ráquel Obando, si è dimessa prima che contro di lei venisse avviato un processo politico. Altro bersaglio è Marlon Ochoa, che rischia di essere estromesso dal Consejo Nacional Electoral di cui fa parte, per aver denunciato senza mezzi termini il golpe elettorale conclusosi con la proclamazione a presidente del candidato più gradito al grande capitale e alla Casa Bianca, Nasry Asfura. E questo senza verificare le tante inconsistenze dei verbali elettorali e gli innumerevoli ricorsi e disattendendo la decisione del precedente Congresso, presieduto da Luis Redondo del partito Libre, che ordinava la realizzazione di un nuovo conteggio, decisione convalidata da Xiomara Castro. La presidenza di Xiomara aveva registrato nuove politiche sociali, con aumento delle spese destinate alla sanità e all'istruzione, sussidi per l'energia a famiglie e settori produttivi, sospensione della cacciata delle comunità indigene dalle loro terre, nonché la liberazione dei militanti ambientalisti ingiustamente incarcerati per aver difeso le acque del fiume Guapinol da un progetto estrattivo. Dal 27 gennaio, giorno dell'insediamento di Asfura, l'oligarchia sta facendo di tutto per cancellare questa eredità. Oltre novemila persone sono state licenziate dai servizi pubblici, su cui si profila una serie di privatizzazioni, mentre si mira a rendere più flessibile e precario il lavoro. E se in politica estera Castro si era avvicinata al Messico e aveva rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per volgersi verso Pechino, Asfura ha mostrato le sue predilezioni, prima ancora di prendere possesso della carica, recandosi in visita a Washington e a Tel Aviv. 26/3/2026 |
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Argentina, centinaia di migliaia in piazza a cinquant'anni dal golpe Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza il 24 marzo, a cinquant'anni dal colpo di Stato del 1976, per ripetere ancora una volta Nunca más. Un'affluenza mai vista e un chiaro segnale di ripudio alla politica del presidente Milei. "Siamo in questa piazza con i 30.000 come bandiera, con le Madres e le Abuelas, con i sopravvissuti dei campi di concentramento, con i figli, le figlie, i nipoti e le nipoti, i fratelli e le sorelle, con i familiari dei detenidos-desaparecidos e con l'insieme degli organismi dei diritti umani, accompagnati dal popolo, per dire a Milei: la memoria è il nostro strumento", afferma il documento letto in Plaza de Mayo dall'abuela Estela de Carlotto. Il governo Milei "non solo è negazionista, ma rivendica il terrorismo di Stato e il genocidio. Per questo smantella le politiche di Memoria, Verdad y Justicia e taglia anche i finanziamenti agli spazi di memoria che funzionano nei luoghi dove ci furono centri clandestini". Lo stesso comunicato è stato ripetuto nelle tante mobilitazioni che si sono tenute in tutte le principali città argentine. E nonostante i tentativi dei negazionisti di nascondere i crimini della dittatura, pochi giorni prima dell'anniversario del golpe era stata annunciata l'identificazione di dodici persone, i cui resti ossei erano stati rinvenuti lo scorso anno all'interno della guarnigione militare di La Perla, nei pressi di Córdoba, dove dal 1976 al 1978 funzionò un campo di concentramento clandestino. Era stato portato lì anche il giovane Raúl Mateo Molina, sequestrato il 5 ottobre del 1976 e, secondo alcune testimonianze, ucciso lo stesso giorno. La madre, Sara Coca Luján de Molina, si è spenta il 20 marzo all'età di cent'anni. Tra le fondatrici delle Madres de Plaza de Mayo, Sara era stata rinchiusa in carcere per un anno. Dopo la sua liberazione ha lottato fino all'ultimo perché si facesse luce su quanto avvenuto a La Perla: "Qui ci sono desaparecidos e vogliamo i loro corpi. Il nostro dolore non finirà finché non ci avranno consegnato i corpi. È un dovere dello Stato. Come popolo, dobbiamo pretendere che facciano questa ricerca". 25/3/2026 |
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Ecuador, il socio privilegiato degli Usa Un giro di vite contro gli avversari politici e un rafforzamento dei già stretti legami con gli Stati Uniti. Questi gli obiettivi prioritari di Daniel Noboa. Per quanto riguarda il primo punto, va in tal senso la cancellazione del visto all'accademico spagnolo Fernando Casado, accusato di "incitare al disordine e destabilizzare il paese" e, grazie a una sentenza del Tribunal Contencioso Electoral, la proscrizione per nove mesi del maggior partito d'opposizione, Revolución Ciudadana, per il presunto reato di criminalità organizzata "a fini di riciclaggio". Gli esponenti di Rc non potranno così partecipare alle elezioni locali del prossimo febbraio, per le quali dovrebbero iscrivere la loro candidatura entro novembre. Quanto ai rapporti con Washington, agli inizi di marzo il capo dello Stato ha annunciato sul suo account X "una nuova fase contro il narcoterrorismo e l'estrazione mineraria illegale" attraverso "operazioni congiunte con i nostri alleati della regione, compresi gli Stati Uniti". E il 7 ha partecipato al lancio dell'iniziativa trumpiana Shield of the Americas, un modo per aprire i confini del paese all'ingresso di truppe Usa dopo la bocciatura, da parte dell'elettorato, del referendum in cui chiedeva tra l'altro di cancellare dalla Costituzione il divieto di installare basi straniere su territorio nazionale. Del resto già da qualche tempo le Forze Speciali statunitensi, dipendenti dal Southern Command, avevano iniziato l'addestramento dei militari ecuadoriani. E l'11 marzo è stata inaugurata a Quito la nuova sede del Federal Bureau of Investigation, anche se agenti Fbi operavano già nel paese in base a un accordo di cooperazione in materia di sicurezza sottoscritto dall'ex presidente Guillermo Lasso nel 2023 e convalidato da Noboa l'anno successivo. E per compiacere Donald Trump, niente di meglio che la rottura delle relazioni diplomatiche con Cuba. A differenza dunque della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che ha sempre difeso con fermezza la sovranità nazionale, respingendo ogni ingresso di truppe straniere nonostante le pressioni del vicino del Nord, Noboa intende trasformare l'Ecuador nell'alleato privilegiato degli Usa, prendendo il posto che in precedenza aveva la Colombia. E proprio con la Colombia è in corso una disputa commerciale che negli ultimi giorni ha minacciato di trasformarsi in guerra aperta, quando il presidente Gustavo Petro ha denunciato un bombardamento alla frontiera tra i due paesi, che ha provocato 27 morti. Noboa ha negato ogni responsabilità nell'accaduto, sostenendo che i militari ecuadoriani stavano effettuando un'offensiva contro gruppi di narcotrafficanti all'interno del loro territorio. In precedenza il governo di Quito aveva imposto un aumento dei dazi alla nazione vicina accusandola di non fare abbastanza sforzi per combattere i narcos e Bogotà aveva risposto adottando un'analoga misura. 18/3/2026 |
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Cuba tra dialogo e attacchi In un messaggio televisivo trasmesso il 13 marzo Díaz-Canel ha confermato l'esistenza di riunioni bilaterali tra funzionari dell'Avana e rappresentanti del governo di Washington per "cercare soluzioni attraverso il dialogo" alle divergenze tra i due paesi. Questi incontri - ha spiegato il presidente cubano - si realizzano seguendo la politica storica della Rivoluzione e "sulla base dell'uguaglianza, della sovranità e dell'autodeterminazione". Il giorno successivo Díaz-Canel è intervenuto sui disordini avvenuti nella città di Morón, riconoscendo l'esistenza di un malessere sociale per i continui apagones e la scarsità di alimenti, ma assicurando che "non ci sarà impunità" per gli atti di violenza commessi. Nel corso delle proteste un gruppo di manifestanti aveva lanciato pietre contro la sede del Comitato Municipale del Partido Comunista, trascinando poi all'esterno alcuni mobili dell'edificio per darli alle fiamme. Intanto non accenna a fermarsi l'offensiva della Casa Bianca contro l'isola. Nel corso del vertice di Doral del 7 marzo, in cui Donald Trump ha lanciato lo Scudo delle Americhe, non è mancato l'accenno a Cuba. "Molti di voi - queste le parole del presidente Usa - sono venuti oggi e hanno detto: 'Spero che possiate occuparvi di Cuba', perché hanno problemi con Cuba, vero? Sono rimasto sorpreso, ma quattro di voi hanno detto: 'Potreste farci un favore? Occupatevi di Cuba'. Io mi impegno, d'accordo?" In quell'incontro erano presenti la prima ministra di Trinidad and Tobago Kamla Persad-Bissessar, che ha appoggiato gli attacchi Usa alle imbarcazioni di presunti narcotraficanti e ha dato appoggio logistico all'aggressione del 3 gennaio contro il Venezuela; il dominicano Abinader, che a fine 2025 ha ceduto agli Usa parte della base aerea di San Isidro e dell'aeroporto Las Américas in funzione antivenezuelana e anticubana; l'honduregno Asfura, che tra le prime misure dopo l'insediamento ha posto fine all'accordo grazie al quale medici e infermieri cubani prestavano assistenza nelle zone più povere e isolate; Irfaan Alí della Guyana, che ha chiuso con le brigadas médicas pretendendo di cambiare i termini dell'accordo. La scelta di rinunciare al personale sanitario inviato dall'Avana è stata presa, dietro esplicita pressione statunitense, anche dai governi del Guatemala, della Giamaica, di Antigua and Barbuda, delle Bahamas. Non potevano mancare, tra gli invitati a Doral, l'ecuadoriano Noboa e Chaves del Costa Rica: entrambi hanno deciso in marzo di rompere le relazioni diplomatiche con Cuba, mostrando in tal modo la loro fedeltà incondizionata alla Casa Bianca. E mentre Trump continua a proferire minacce ("Credo veramente che avrò l'onore di prendere Cuba in qualche modo", ha detto, per poi chiarire: "Intendo dire liberarla oppure occuparla") i colloqui proseguono e l'Avana, strangolata dall'assedio e dalla mancanza di petrolio, è costretta a dare segni di apertura. Dopo la decisione di liberare 51 detenuti, "nello spirito di buona volontà e di stretti e fluidi rapporti" con il Vaticano, in campo economico è stato pubblicato un decreto che consente la creazione di società miste tra imprese pubbliche e settore privato, attraverso una nuova figura: la Sociedad de Responsabilidad Limitada Mixta. Ed è allo studio la possibilità, per i cubani residenti all'estero, di investire in imprese private sull'isola. Cambiamenti "non sufficientemente drastici", ha commentato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. Contro "la crescente pressione esterna sull'Isola della Libertà" si è espresso un comunicato del Ministero degli Esteri russo, che riafferma "l'incrollabile solidarietà con il governo e il fraterno popolo cubano". Nel frattempo hanno confessato i cinque uomini arrestati dopo uno scontro a fuoco nelle acque territoriali cubane il 25 febbraio: intendevano sbarcare sull'isola per compiere attentati. Erano in dieci a bordo dell'imbarcazione registrata in Florida: all'ordine di identificarsi avevano aperto il fuoco ferendo il comandante della guardia costiera. Gli agenti avevano risposto uccidendo quattro attaccanti e ferendo gli altri (uno di questi morirà in seguito). Come ha spiegato il presidente Díaz-Canel in un intervento televisivo il gruppo, formato da emigrati cubani, progettava "un'infiltrazione armata con scopi terroristici, finanziatra e organizzata dal territorio degli Stati Uniti". 18/3/2026 |
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Scudo delle Americhe: l'ultima trovata di Trump Shield of the Americas, Scudo delle Americhe: questa l'iniziativa lanciata da Trump che ha riunito il 7 marzo, nel suo club di golf di Doral (Florida), i capi di Stato e di governo dell'America Latina e dei Caraibi a lui affini per "sradicare i cartelli criminali" che operano nell'emisfero. In realtà un'alleanza con tutti quei leader disposti ad aprire i confini dei propri paesi alle truppe statunitensi con il pretesto di colpire il narcotraffico. "L'unico modo per sconfiggere questi nemici è quello di scatenare il potere dei nostri eserciti: Dobbiamo usare il nostro esercito, voi dovete usare il vostro", ha affermato il magnate. Il terreno di scontro di questa coalizione militare, accolta con applausi dai presenti, sarà naturalmente il territorio latinoamericano. Come ha sintetizzato Natalia Molano, portavoce in lingua spagnola del Dipartimento di Stato, "questa amministrazione ha ristabilito la preminenza degli Stati Uniti nella regione". Una preminenza tutta basata sulla forza e al di fuori di ogni diritto internazionale: oltre all'aggressione al Venezuela con il sequestro di Nicolás Maduro, gli scorsi mesi sono stati contrassegnati dall'affondamento in acque internazionali di più di quaranta imbarcazioni accusate senza alcuna prova di trasportare droga (con la conseguente uccisione di oltre 150 persone) e dall'abbordaggio a una decina di navi cisterna che trasportavano petrolio venezuelano. All'incontro erano presenti i presidenti del Salvador Nayib Bukele, dell'Honduras Nasry Asfura, del Costa Rica Rodrigo Chaves, di Panama José Mulino, della Repubblica Dominicana Luis Abinader, della Guyana Irfaan Alí, dell'Ecuador Daniel Noboa, dell'Argentina Javier Milei, della Bolivia Rodrigo Paz, del Paraguay Santiago Peña, del Cile José Antonio Kast (che prenderà possesso della carica l'11 marzo) e la prima ministra di Trinidad and Tobago Kamla Persad-Bissessar. Nel corso del suo discorso di apertura Trump ha attaccato il Messico (che, al pari di Brasile e Colombia, non era stato invitato al vertice), accusandolo di essere "l'epicentro della violenza" dei narcos. "I cartelli messicani stanno nutrendo e orchestrando molto dello spargimento di sangue e del caos in questo emisfero e il governo degli Stati Uniti farà ciò che è necessario per difendere la nostra sicurezza nazionale e per proteggere la sicurezza del popolo statunitense". Non è certo la prima volta che dalla potenza del Nord arrivano simili minacce: la presidente Sheinbaum si è sempre dichiarata disposta alla cooperazione con gli Usa sul piano dell'informazione, ma rifiutando qualsiasi ipotesi di ingresso di militari stranieri nel paese. 8/3/2026 |
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L'Argentina di Milei cancella le conquiste sindacali Una cancellazione di conquiste ottenute con decenni di lotte dei lavoratori. La Ley de modernización laboral approvata il 27 febbraio dal Senato (la Camera aveva già detto sì la settimana precedente) è stata promulgata il 6 marzo dal presidente Milei nonostante le grandi manifestazioni e le proteste di tutto il mondo sindacale. La riforma prevede la riduzione degli indennizzi per licenziamento, consente il pagamento in beni o servizi anziché in denaro, concede al datore di lavoro il diritto di scegliere il periodo di ferie, limita il diritto di sciopero nei servizi pubblici e permette giornate di lavoro fino a 12 ore senza pagamento di straordinari, ma solo con la compensazione di "ore libere da concordare". Limita inoltre la portata dei contratti collettivi e le libertà sindacali. Un grave attacco ai diritti collettivi e individuali e una violazione dei principi costituzionali, afferma in un comunicato la Cgt, la Confederación General del Trabajo, che ha presentato un ricorso davanti alla giustizia. Mobilitazioni e scioperi generali si sono susseguiti fin da dicembre, segnando il percorso parlamentare di questa legislazione regressiva, che viene incontro alle richieste del Fondo Monetario Internazionale. Le pariole d'ordine contro la riforma del lavoro sono echeggiate a Buenos Aires e in altre 25 città sabato 7 febbraio, nella massiccia Marcha del Orgullo Antifascista y Antirracista promossa da diverse organizzazioni del collettivo Lgbtiq+. Il mercoledì successivo, alle migliaia di persone scese in piazza per respingere la riforma, il governo ha risposto con una violenta repressione e con la denuncia di terrorismo a carico di 17 dimostranti. Città militarizzate ed estrema violenza hanno caratterizzato anche lo sciopero generale convocato dalla Confederación General del Trabajo il 19 febbraio, che ha registrato un'adesione del 90% e ha paralizzato il trasporto pubblico. Lo stesso copione repressivo si ripete da tempo, con brutali attacchi ad anziane e anziani che ogni mercoledì protestano davanti al Congresso per ottenere aumenti alle loro misere pensioni. Neppure la stampa viene risparmiata: sotto il governo Milei sono 150 i giornalisti e fotografi rimasti feriti mentre documentavano l'operato delle forze di polizia. All'inizio dell'anno Milei aveva emesso un "decreto di necessità e urgenza" volto a creare "un servizio di intelligence con un'operatività simile a un gruppo parapoliziesco, mettendo a rischio tutte le garanzie costituzionali - ha spiegato a La Jornada la presidente dell'Asociación Americana de Juristas, Claudia Roca - l'Argentina non è un paese in conflitto o in guerra, che meriti in qualche modo le violazioni di tutte le norme e convenzioni internazionali". Contro il decreto si sono espresse diverse organizzazioni, dalle Madres e dalle Abuelas de Plaza de Mayo al Servicio de Paz y Justicia presieduto dal Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. 7/3/2026 |
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Come è cambiato il panorama dell'America Latina Nel 2020 il partito spagnolo di estrema destra Vox lanciava il Foro de Madrid, la crociata per la riconquista della Iberosfera in parte "sequestrata da regimi totalitari di ispirazione comunista - si legge nel documento ideologico Carta de Madrid - appoggiati dal narcotraffico e da paesi terzi. Tutti questi sotto l'ombra del regime cubano e di iniziative come il Foro de São Paulo e il Grupo de Puebla (...) L'avanzata del comunismo costituisce una seria minaccia per la prosperità e lo sviluppo delle nostre nazioni e per la libertà e i diritti dei nostri compatrioti". Sono passati pochi anni e questa nuova offensiva ha ridisegnato il volto della regione, grazie anche all'appoggio dell'amministrazione Trump, che ha rispolverato la Dottrina Monroe. Da notare che tra i firmatari della Carta de Madrid troviamo anche esponenti di paesi estranei alla Iberosfera, come l'italiana Giorgia Meloni. Il panorama della regione mostra infatti, in questo secondo decennio del secolo, un diffondersi e un consolidarsi di governi neoliberisti in economia e apertamente filostatunitensi in politica estera. Le elezioni di questi anni hanno portato al governo politici di destra e di estrema destra: nel 2022 diventa presidente Rodrigo Chaves in Costa Rica (a cui succederà ora Laura Fernández), mentre in Perù, grazie a un golpe parlamentare, il potere finisce in mano al partito fujimorista attraverso una serie di marionette, da Dina Boluarte a José Jerí e adesso a José María Balcázar. Nel 2023 vengono eletti Javier Milei in Argentina, Daniel Noboa in Ecuador e Santiago Peña in Paraguay (in quest'ultimo caso una conferma della destra); l'anno successivo José Raúl Mulino a Panama, mentre Najib Bukele ottiene un secondo mandato in Salvador. Nel 2025 le consultazioni premiano il pinochetista José Antonio Kast in Cile e Rodrigo Paz in Bolivia; nello stesso anno in Honduras con un colpo di Stato elettorale la candidata della sinistra alle presidenziali, Rixi Moncada, che risultava al primo posto nei sondaggi, finisce terza e la vittoria viene aggiudicata a Nasry Asfura, personaggio apertamente sponsorizzato da Trump. La responsabilità è da addebitare anche ad errori della sinistra (come in Bolivia dove le divisioni tra Morales e Arce hanno contribuito non poco alla sconfitta). Ma non si può nascondere che i risultati del campo avverso sono stati ottenuti grazie a forti flussi di denaro canalizzati nei media, alla diffusione di bots e fake news, a uno spregiudicato uso del lawfare che ha colpito, con accuse pretestuose, gli esponenti che nei vari paesi potevano incarnare un progetto progressista: l'argentina Cristina Fernández (ora agli arresti domiciliari), gli ecuadoriani Rafael Correa e il suo vice Jorge Glas (il primo costretto a non mettere piede in patria, il secondo trascinato in carcere dopo essere stato prelevato con la forza dall'ambasciata messicana), il legittimo presidente peruviano Pedro Castillo, destituito e gettato in prigione, e l'ex prima ministra Betssy Chávez, che ha ricevuto asilo politico nell'ambasciata messicana. Resistono la Colombia di Gustavo Petro, sempre sotto minaccia di attentati e golpe (e in maggio si terranno le presidenziali), il Messico di Claudia Sheinbaum, costantemente sotto pressione statunitense (che comunque continua coraggiosamente ad aiutare Cuba), il Brasile di Lula (anche lui vittima a suo tempo di lawfare), impegnato a mediare con un Congresso di destra che tende a bloccare le riforme più importanti. Resiste il Venezuela che cerca di salvare il nocciolo della Rivoluzione Bolivariana. E soprattutto resiste Cuba. Un duro colpo ha subito anche l’integrazione regionale, che era stata lanciata per impulso soprattutto di Chávez al fine di contrastare la potenza del Nord: l’Unasur (Unión de Naciones Suramericanas) non si riunisce da anni; la Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), che raccoglie tutti i paesi del continente a eccezione di Usa e Canada, non è riuscita a pronunciarsi contro l’attacco al Venezuela. Solo Messico, Colombia, Brasile, Uruguay e Cile (ma in quest'ultimo paese il presidente progressista Gabriel Boric sarà sostituito a marzo da Kast) hanno firmato insieme alla Spagna un comunicato di condanna. 21/2/2026 |
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Nuovo cambio della guardia in Perù Dal 18 febbraio il Perù ha un nuovo presidente, il parlamentare José María Balcázar. Sostituisce José Jerí, destituito dal Congresso dopo soli quattro mesi perché accusato di contratti irregolari e di aver favorito gli interessi di alcuni imprenditori con i quali si era riunito in segreto (era circolata una sua foto mentre di sera si recava a un incontro in un ristorante cinese, con un cappuccio in testa per non farsi riconoscere). Il suo successore appartiene a Perú Libre, il partito che aveva portato Castillo al governo. Formalmente di sinistra, questa formazione ha finito per allearsi con il fujimorismo. Il leader di Pl, Vladimir Cerrón, su cui pende un mandato di cattura per corruzione, ha dichiarato che la sua priorità è combattere "la sinistra moderata" e che per questo non teme di appoggiarsi all'estrema destra. Anche il passato di Balcázar non è certo esemplare. Nel suo ruolo di giudice liberò nel 2003 due imprenditori dei media accusati di aver accettato tangenti per appoggiare la dittatura di Fujimori (la sentenza venne in seguito annullata). Ha un procedimento penale in corso per appropriazione indebita dei fondi del Colegio de Abogados di Lambayaque, Colegio dal quale fu espulso nel 2022, e un'altra causa penale per aver tentato di negoziare la chiusura del primo procedimento promettendo all'ex procuratrice generale Patricia Benavides il suo voto nel Congresso. Forti critiche ha ricevuto per essersi opposto a una legge contro il matrimonio infantile e per aver difeso i rapporti sessuali di adulti con ragazze minorenni. Resterà in carica fino alle elezioni presidenziali e legislative, previste per il 12 aprile. La destituzione di Jerí non ha comunque suscitato grande rammarico nella popolazione. La sua gestione era cominciata con lo spiegamento dell'esercito nelle strade e la dichiarazione dello stato d'emergenza dopo la grande manifestazione contro la sua nomina che si era tenuta a Lima (il violento attacco della polizia contro il corteo aveva provocato un morto e oltre cento feriti). In novembre era scoppiato il caso di Betssy Chávez, ex prima ministra di Castillo, in detenzione preventiva dal 2023 sotto l'accusa di complicità con l'ex capo dello Stato e liberata nel settembre 2025 (attualmente è rifugiata nell'ambasciata messicana). La concessione dell'asilo diplomatico a Chávez da parte di Città del Messico ha portato alla rottura delle relazioni tra i due paesi e il Congresso peruviano ha dichiarato la presidente Sheinbaum persona non grata. Sempre in novembre il fujimorismo ha portato a termine la sua vendetta contro chi aveva osato opporsi all'autoritarismo della sua maggioranza parlamentare. L'ex presidente Martín Vizcarra è stato condannato a 14 anni di prigione per corruzione, in base a fatti che sarebbero avvenuti quando era governatore del dipartimento di Moquegua. Undici anni, cinque mesi e quindici giorni la sentenza contro Pedro Castillo, per aver tentato di chiudere il Congresso che intendeva destituirlo (e che poi lo depose pur non contando sul numero di voti necessario). Condannati anche tre suoi ministri, tra cui Betssy Chávez. "Una farsa": così Castillo ha definito il processo. 19/2/2026 |
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Cuba sotto assedio "Una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale" (le stesse parole usate nel 2015 da Obama contro il Venezuela): così Donald Trump ha definito il governo cubano. L'isola "ospita e coopera con paesi e attori considerati ostili agli Stati Uniti, comprese Russia e Cina" e appoggia "politiche che possono destabilizzare l'emisfero occidentale". Accuse che suonano ridicole, ma le cui conseguenze sono tragiche. Dopo aver aggredito il Venezuela, Trump ha firmato il 29 gennaio un ordine esecutivo che impone la cessazione totale dell'aiuto petrolifero e finanziario che Caracas garantiva all'Avana. L'obiettivo è provocare un cambiamento di regime attraverso lo strangolamento dell'economia. Non è solo la produzione a soffrirne: la mancanza di combustibile mette in crisi l'approvvigionamento idrico e il funzionamento degli ospedali, dagli apparecchi per la dialisi alle incubatrici dei neonati alla conservazione dei vaccini. "Cuba non potrà sopravvivere", ha dichiarato con cinismo il presidente Usa alla stampa. "Questa nuova misura evidenzia la natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense a fini puramente personali", ha commentato il presidente Díaz-Canel, che in un altro intervento ha invitato la comunità internazionale a decidere "se permetterà che un crimine come quello che si sta commettendo oggi contro Cuba, e che si può commettere contro qualsiasi altra nazione del mondo, è ciò che avremo come futuro per l'umanità", ponendo come alternativa "una lotta per la solidarietà, la cooperazione, la sovranità, il multilateralismo e il rispetto dei diritti di tutti". Intanto la situazione sull'isola, che già vede apagones quotidiani che durano ore, è destinata ad aggravarsi con la minaccia di Washington di imporre dazi a qualunque paese osi fornire petrolio a Cuba. Il governo ha deciso di razionare il combustibile e di dare priorità al telelavoro e alle lezioni online come misure di emergenza. Ed è stato rinviato a data da destinarsi il principale appuntamento letterario, la 34ª Feria Internacional del Libro de La Habana, che si doveva tenere dal 12 al 22 febbraio. Cominciano anche ad attivarsi le prime operazioni di solidarietà. Il Messico, che il 5 gennaio aveva inviato un bastimento carico di greggio, ha deciso di proseguire gli aiuti umanitari (due navi con oltre 800 tonnellate di alimenti e altri prodotti di base sono giunte il 12 febbraio nel porto dell'Avana), cercando poi "attraverso tutte le vie diplomatiche" il modo per riprendere le spedizioni di combustibile. Il governo cileno (ancora guidato da Gabriel Boric) ha annunciato l'intenzione di inviare aiuti attraverso il Fondo Chile contro el Hambre y la Pobreza. La Cina non ha risparmiato le critiche all'ordine esecutivo di Trump. Pechino appoggia fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale e "si oppone con forza a qualsiasi azione e pratica inumana che privi il popolo cubano dei suoi diritti alla sussistenza e allo sviluppo", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri. E il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha ribadito la posizione di Mosca: "È inammissibile esercitare pressione economica e usare la forza" contro l'isola, alla quale "ci uniscono solide relazioni di amicizia, comprensione mutua e solidarietà". L'Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha avvertito che, con queste sanzioni, gli Stati Uniti violano la Carta dell'Onu e il diritto internazionale. 13/2/2026 |
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Costa Rica, Laura Fernández è la nuova presidente Promette mano dura contro la delinquenza organizzata, seguendo le orme di Bukele in Salvador, e la riforma del potere giudiziario, in linea con altri governi di destra del mondo. È la nuova presidente del Costa Rica, la politologa Laura Fernández Delgado (Partido Pueblo Soberano), uscita vincitrice dalle presidenziali del primo febbraio sconfiggendo il socialdemocratico Alvaro Ramos, del Partido de Liberación Nacional. "Dobbiamo edificare la Terza Repubblica - ha detto nel suo primo discorso dopo la vittoria - Il mandato che mi conferisce il popolo sovrano è chiaro, il cambiamento sarà profondo e irreversibile", senza fornire ulteriori dettagli sulle modifiche che intende proporre. Fernández, che assumirà l'8 maggio, è l'erede politica dell'attuale presidente, il neoliberista Rodrigo Chaves, di cui è stata ministra della Pianificazione e capo di gebinetto. Interessante il curriculum di Chaves: ex funzionario della Banca Mondiale, periodo durante il quale era stato denunciato per molestie sessuali, è stato poi ministro del Tesoro nel governo Alvarado, carica dalla quale si è dimesso ben presto, infine è approdato alla massima carica dello Stato grazie a un discorso securitario, di attacco alle posizioni garantiste dei difensori dei diritti umani e costruendo l'immagine di un paese in preda alla criminalità dilagante (mentre gli indici dei resti mostrano tutt'altra realtà). Temi ripresi nella sua campagna da Fernández, la cui elezione è stata accompagnata da un chiaro successo nel voto per l'Asamblea Legislativa, dove Pueblo Soberano ha conquistato 31 seggi su 57. Liberación Nacional ha ottenuto 17 deputati, 7 la sinistra del Frente Amplio e uno ciascuno la Coalición Agenda Ciudadana (centrosinistra) e l'Unidad Social Cristiana (destra). 2/2/2026 |
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L'aggressione Usa al Venezuela Nelle prime ore del 3 gennaio gli Stati Uniti hanno bombardato installazioni militari (colpendo anche abitazioni civili) a Caracas e in altre località, sequestrando il presidente Nicolás Maduro e la moglie, la deputata e Primera Combatiente Cilia Flores (nota da sempre per il suo impegno a fianco della Rivoluzione Bolivariana), condotti ammanettati prima a Guantanamo e poi a New York, per essere sottoposti a un processo farsa. L'operazione lampo è stata resa possibile, a quanto si è appreso, da potenti mezzi militari che hanno spento i radar e gli strumenti di comunicazione. Un centinaio le vittime tra civili e soldati: tra questi 32 cubani. Donald Trump ha rivendicato l'aggressione e ha preannunciato che Washington si prenderà carico di dirigere il Venezuela verso una "transizione giudiziosa e appropriata", impadronendosi naturalmente delle sue risorse (i giacimenti di petrolio più ricchi al mondo, oltre alle terre rare). Si è trattato di un attacco senza precedenti alla legalità internazionale, già ampiamente calpestata nelle settimane precedenti con l'affondamento in acque internazionali di almeno 35 imbarcazioni accusate senza alcuna prova di narcotraffico e la conseguente uccisione di oltre un centinaia di persone, con la confisca di bastimenti carichi di petrolio partiti da porti venezuelani e con la minaccia di chiudere completamente lo spazio aereo del paese. "Mi preoccupa che non si sia rispettato il diritto internazionale", è stata la timida reazione del segretario generale dell'Onu, Guterres. Più decisi i comunicati di condanna del Ministero degli Esteri russo, verso quella che definisce "violazione inaccettabile della sovranità di uno Stato indipendente", e di quello cinese, che parla di minaccia "alla pace e alla sicurezza in America Latina e nei Caraibi" (una delegazione di alto livello del governo di Pechino si era appena incontrata con Maduro per riaffermare oltre seicento accordi di cooperazione). Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna hanno diramato una presa di posizione congiunta denunciando "la gravità di quanto sta avvenendo in Venezuela" e affermando che le azioni statunitensi costituiscono "un precedente estremamente pericoloso per la pace e la sicurezza regionale". Ma non è mancato chi ha festeggiato l'aggressione Usa, come il presidente argentino Milei, mentre Giorgia Meloni si è limitata a giustificarla. Cosa succederà adesso? Il controllo di Washington sul Venezuela è ancora tutto da verificare. Domenica 4 migliaia di persone hanno manifestato a Caracas e in altre città per respingere l'attacco Usa e chiedere la liberazione di Maduro. La Fanb (Fuerza Armada Nacional Bolivariana) ha riconosciuto la decisione della Sala Constitucional del Tribunale Supremo di ordinare alla vicepresidente Delcy Rodríguez di giurare come presidente incaricata, garantendo così la continuità amministrativa dello Stato. A confermare la compattezza del vertice bolivariano, la Fanb ha espresso il suo appoggio al decreto di estado de conmoción exterior firmato da Maduro e ratificato ora da Rodríguez, che ha ricevuto anche l'appoggio del procuratore generale Tarek William Saab "nel quadro del coordinamento tra i poteri pubblici". Nel corso di una conferenza stampa, Rodríguez ha ribadito: "C'è un solo presidente di questo paese, che si chiama Nicolás Maduro Moros" e ha aggiunto: "In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, difendiamo uniti il nostro amato Venezuela che abbiammo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri (...) un popolo che non si consegna, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi né di imperi vecchi o in decadenza". Parole ben diverse da quelle che Trump sembrava aspettarsi quando aveva fatto capire che la vicepresidente stava collaborando con gli aggressori, in una sorta di guerra psicologica mirante a promuovere divisioni all'interno del governo. Per questo non sono mancate le minacce della Casa Bianca: se Rodríguez non farà ciò che le viene dettato pagherà "un prezzo molto alto, probabilmente maggiore di quello di Maduro". Immediata la risposta della presidente incaricata: "A quelli che mi minacciano dico: il mio destino lo decide solo Dio". Alle dichiarazioni di Trump, secondo cui gli Stati Uniti controlleranno il petrolio venezuelano "a tempo indefinito", hanno risposto le manifestazioni quotidiane di protesta: sono scese in piazza le donne, i movimenti sociali, le organizzazioni delle comunas, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni pubbliche, fino alla grande mobilitazione di sabato 10 nella capitale e non solo, che ha visto accanto ai cortei assemblee popolari ed eventi culturali. Nel frattempo Maduro e Flores, comparsi davanti a un tribunale di New York, si sono dichiarati prigionieri politici e hanno registrato una prima vittoria: il Dipartimento di Giustizia statunitense ha infatti riscritto l'accusa contro Maduro cancellando il fantomatico Cártel de los Soles di cui il presidente venezuelano sarebbe stato il capo. Un cartello inesistente, utilizzato però da Washington fin dal 2020 come pretesto per accaparrarsi le ricchezze del paese sudamericano. In questo quadro gli Stati Uniti hanno sequestrato altri bastimenti carichi di petrolio, di cui uno battente bandiera russa. E mentre Caracas procede alla scarcerazione di 116 detenuti politici (tra questi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò) come "un gesto unilaterale per rafforzare la pace", la Comisión Interamericana de Derechos Humanos esprime la sua "profonda preoccupazione" per l'operazione militare Usa, sottolineando "l'importqnza dell'applicazione del diritto internazionale, con pieno rispetto della sovranità, dell'integrità territoriale, del principio di non intervento e non aggressione, con la proibizione dell'uso della forza e la protezione integrale dei diritti umani, in base a quanto stabilito nella Carta dell'Oea e nella Carta delle Nazioni Unite". 13/1/2026 |
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a cura di Nicoletta Manuzzato |