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La nuova politica Usa in America Latina

Come scrivono vari commentatori, la politica statunitense verso l'America Latina ha virato dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Donroe, come il New York Post ha definito la politica dell'attuale presidente Donald Trump. Se infatti prima di lui l'intromissione Usa nel resto del continente era mascherata e i colpi di Stato, pur favoriti e guidati da Washington, erano affidati alle forze armate locali o ultimamente alla magistratura e a parlamentari asserviti, ora gli Stati Uniti intervengono direttamente, come è avvenuto il 3 gennaio in Venezuela. Del resto in questi anni gli Usa stanno ampliando la loro presenza militare in America Latina e nei Caraibi: secondo dati risalenti al 2023 si contano 76 basi, più o meno grandi, sotto il controllo operativo del Southern Command. A queste andrebbero aggiunte altre installazioni non confermate ufficialmente, a formare una fitta rete che copre l'intera regione.

Dopo il lancio in marzo dello Scudo delle Americhe, Trump ha proseguito nella sua campagna contro i governi progressisti dietro la scusa della lotta al narcotraffico. Un pretesto che serve a giustificare le continue "esecuzioni extragiudiziarie" (questa la definizione delle Nazioni Unite) degli equipaggi di ogni imbarcazione che osi avventurarsi nel Mar dei Caraibi o nel Pacifico orientale sulle rotte utilizzate - a detta della Casa Bianca - dai narcotrafficanti. Dal settembre scorso a oggi sono una sessantina le imbarcazioni bombardate in acque internazionali e quasi duecento le persone uccise perché definite, senza alcuna prova, trafficanti di droga. Nei social del presidente Usa, del ministro della Guerra Hegseth e del Southern Command sono stati pubblicati volta per volta i filmati degli attacchi, quasi si trattasse di videogiochi: si vedono motoscafi o barche a vela che solcano le acque prima di essere raggiunte da un ordigno e scomparire nella nuvola causata dall'esplosione.

I bersagli veri però sono Brasile, Colombia e Messico. Il Brasile voterà in ottobre e Washington spera nella vittoria di Flavio Bonsonaro, che gli permetta di riportare anche questo paese nell'orbita della destra. Quanto alla Colombia, che va alle urne il 31 maggio, conta sull'aiuto del fedele alleato Ecuador, il paese ormai in mano ai narcotrafficanti e che nonostante questo continua ad accusare Bogotá di non fare abbastanza per sconfiggere i cartelli della droga. E proprio il presidente ecuadoriano Noboa, con un'aperta intromissione negli affari interni del vicino paese, durante una conversazione telefonica ha promesso alla candidata dell'estrema destra colombiana Paloma Valencia di cancellare i dazi imposti a Bogotá in caso di sua vittoria.

Quanto al Messico, dove non si prevedono elezioni a breve e dove rimane alta la popolarità della presidente Claudia Sheinbaum, pressioni e minacce statunitensi sono continue. "I cartelli governano il Messico - ha affermato recentemente Trump - Questo veleno uccide centinaia di migliaia di statunitensi all'anno. Già abbiamo risolto il problema per via marittima, molto presto lo risolveremo per via terrestre". E ancora: "Sentiranno qualche lamentela da parte di alcuni, come i rappresentanti del Messico e di altri luoghi. Se non faranno il loro lavoro, lo faremo noi".

In aprile era scoppiato il caso di Chihuahua: la morte in un incidente automobilistico di quattro persone, tra cui due agenti della Cia di ritorno da un'operazione anticrimine, ha rivelato che la governatrice dello Stato, la panista Maru Campos, aveva stretto accordi con Washington all'insaputa del governo federale. Una violazione della Costituzione e della Ley de Seguridad Nacional, ha stigmatizzato Sheinbaum. È poi venuto alla luce un accordo tra la Junta Central de Agua y Saneamiento di Chihuahua e Israele. Un accordo che prevede da parte messicana contratti e garanzie a favore del settore privato israeliano. La protesta popolare non si è fatta attendere: il 16 maggio migliaia di persone sono scese in piazza nello Stato per chiedere un processo politico contro Campos.

L'ingerenza dell'amministrazione Trump non si è fermata al tentativo di fare dello Stato governato da Maru Campos una base d'operazione della Cia. Quasi come ritorsione dopo la scoperta dei fatti di Chihuahua, a fine aprile il Dipartimento di Giustizia statunitense con grande clamore mediatico, ma senza presentare prove, ha chiesto l'estradizione del governatore dello Stato di Sinaloa, il morenista Rubén Rocha Moya, e di altri funzionari ed ex funzionari statali per presunti legami con il cartello di Sinaloa. Da notare, come ha affermato la presidente Sheinbaum, che la cooperazione in materia di sicurezza tra i due paesi mostra un'enorme asimmetria: gli Stati Uniti non hanno soddisfatto nessuna delle quasi 300 richieste di estradizione presentate dal Messico dal 2018 a oggi (compresi soggetti implicati nella scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa), ben diversamente da quanto hanno fatto le autorità messicane.

Colombia e Messico sono ancora i bersagli che emergono dalle filtrazioni di numerosi file audio, rivelati tra fine aprile e inizi maggio dal portale investigativo Hondurasgate in collaborazione con i media spagnoli Canal Red e Diario Red. Nessun dubbio sulla loro autenticità, come provato da organizzazioni indipendenti che hanno escluso il ricorso all'intelligenza artificiale. A parlare attraverso WhatsApp, Signal e Telegram sono l'ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, l'attuale capo di Stato Nasry Asfura e la vicepresidente María Antonieta Mejía. Dalle registrazioni emerge il piano della Casa Bianca di creare in Honduras una testa di ponte contro i governi progressisti della regione e di affidare a Hernández, che è stato graziato da Trump mentre stava scontando una pena di 45 anni di carcere per narcotraffico, il ruolo di operatore politico in questa operazione. Accanto agli statunitensi compaiono gli israeliani: come rivela lo stesso Hernández nelle conversazioni, il denaro necessario per ottenere la grazia "è venuto da un gruppo di rabbini e da gente che appoggiava Israele" (in un'altra occasione assicura di poter contare sull'appoggio di Netanyahu).

In cambio Washington si aspetta la costruzione di una nuova base militare, l'espansione delle Zedes (le Zonas de Empleo y Desarrollo Económico su cui la presidente Xiomara Castro aveva voluto ripristinare la sovranità nazionale), una legge che garantisca il controllo dell'intelligenza artificiale a imprese statunitensi e israeliane e una campagna mediatica di produzione di falsi dossier, che può contare anche su un generoso contributo economico offerto dal presidente argentino Milei, per destabilizzare i governi di Bogotá e di Città del Messico ed estirpare "il cancro della sinistra dall'Honduras e da tutta l'America Latina". A tale scopo. così Hernández istruisce Tomás Zambrano, presidente del Congreso Nacional: “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza”. E ancora: “Non molleremo il potere e faremo tutto ciò che è necessario per tenerlo. E se la situazione precipita bisogna dare la colpa ai comunisti. Questa è la narrazione che dobbiamo imporre: sono loro i violenti che provocano, noi stiamo solo rispondendo agli attacchi”. (28/5/2026)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato