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Argentina, il lawfare come strumento politico

Il presidente Macri non riesce più a nascondere la drammatica crisi economica in atto. Proteste, cortei, mobilitazioni si susseguono da mesi contro l'incremento vertiginoso delle tariffe, l'aumento dell'inflazione, la chiusura di piccole e medie industrie, la crescita della povertà e della disoccupazione. E intanto l'Argentina continua a indebitarsi con il Fondo Monetario Internazionale, ponendo una pesante ipoteca sullo sviluppo futuro. L'opposizione alla politica del governo è apparsa chiara nello sciopero generale del 29 maggio, il quinto della gestione Macri e quello che ha mostrato la maggiore forza e compattezza paralizzando tutto il paese. L'astensione dal lavoro ha coinciso con il 50° anniversario del Cordobazo, la rivolta popolare della città di Córdoba durante il regime di Juan Carlos Onganía. Un altro anniversario, il 43° dall'inizio della più sanguinosa dittatura della storia del paese, era stato ricordato il 24 marzo con una grandiosa manifestazione: non solo un omaggio alle decine di migliaia di desaparecidos, ma la riaffermazione della necessità della memoria contro un governo che celebra l'oblio.

Intanto l'Argentina è già entrata in pieno clima elettorale. Il primo turno delle presidenziali è fissato per il 27 ottobre, ma Macri è da tempo impegnato in una campagna per la rielezione in cui utilizza l'appoggio di magistrati collusi e organi di stampa complici. L'obiettivo è liberarsi della sua più temibile avversaria, Cristina Fernández, inventando una causa dopo l'altra. Tra le "prove" presentate dagli inquirenti, le fotocopie di alcuni quaderni che sarebbero stati scritti dall'ex autista di un funzionario governativo e che proverebbero episodi di corruzione nella costruzione di opere pubbliche durante le presidenze di Cristina e del marito, Néstor Kirchner. Il fatto che l'autista abbia ammesso di aver distrutto quegli stessi quaderni, e che quindi sia impossibile visionare gli originali, getta molte ombre sulle indagini. Tra i più accaniti persecutori della ex presidente vi è il giudice Claudio Bonadio, chiamato anche "il Sergio Moro argentino", che non ha mai nascosto la sua ostilità verso l'accusata.

La causa più grave riguarda la supposta protezione ai funzionari iraniani sospettati dell'attentato contro la sede dell'Amia, l'Asociación Mutual Israelita Argentina di Buenos Aires, che nel 1994 costò la vita a 85 persone. Nonostante la mancanza di prove, i servizi segreti statunitensi e israeliani puntarono subito il dito contro l'Iran e più volte è stata chiesta la carcerazione preventiva di Cristina Fernández perché il suo governo aveva raggiunto un accordo con Teheran per poter interrogare i presunti colpevoli (l'accordo era stato regolarmente approvato dal Congresso e comunque non entrò mai in vigore). A 25 anni di distanza da quella strage, rimasta impunita, a fine febbraio una sentenza ha comunque messo a nudo le manovre politiche e giudiziarie che permisero allora di sviare le indagini.

Tra gli imputati figurava Carlos Menem, capo dello Stato al momento dell'attentato, che avrebbe esercitato pressioni sugli inquirenti perché abbandonassero la pista siria, che puntava verso un cittadino di origine siriana amico di famiglia. Il tribunale ha condannato a sei anni di carcere l'ex giudice Juan José Galeano, che pagò il testimone Carlos Telleldín perché indicasse in una decina di agenti di polizia della provincia di Buenos Aires i collegamenti locali con i terroristi (gli agenti vennero prosciolti una decina di anni dopo). Oltre a Galeano sono stati condannati a pene minori gli ex procuratori Eamon Mullen e José Barbaccia, l'allora capo dei servizi segreti Hugo Anzorreguy, il suo vice Carlos Anchezar e il commissario Carlos Castañeda, ex capo della divisione Protección del Orden Constitucional, mentre sono stati assolti sia Menem che l'ex titolare della Delegación de Asociaciones Israelita-Argentina, Rubén Beraja (che pure era gravemente indiziato). I familiari delle vittime dell'Amia hanno accolto la sentenza come un appoggio alla loro ricerca di verità e giustizia, pur considerando troppo lievi le pene comminate e contestando l'assoluzione di Menem e Beraja.

Ai ripetuti tentativi di escluderla dalla competizione elettorale per via giudiziaria, Cristina Fernández ha risposto con una mossa a sorpresa: il 18 maggio ha annunciato che concorrerà alla vicepresidenza, proponendo come candidato alla massima carica dello Stato l'avvocato Alberto Fernández. La decisione è legata anche alla necessità di costruire un fronte più ampio contro il macrismo, scegliendo un personaggio che può ottenere l'appoggio del peronismo moderato. Ex capo di gabinetto di Kirchner, Alberto Fernández aveva avuto dei contrasti con Cristina, cui si è riavvicinato solo l'anno scorso.

"Alberto Fernández presidente e Cristina Fernández vicepresidente è una concessione, una sconfitta in una battaglia per guadagnare la guerra. La sicurezza di un governo di salvezza nazionale contro la possibilità di un governo che amplifichi l'eredità kirchnerista", scrive Katu Arkonada su La Jornada del 25 maggio. La scelta di Cristina nasce dall'esigenza di opporsi alla narrazione macrista, che giustifica l'austerità e la riduzione dei diritti sociali responsabilizzando i governi kirchneristi della crisi del paese. Per questo tale scelta "fa esplodere la strategia politico-mediatica macrista e costruisce un binomio pensato più per governare che per la campagna. Un binomio che vuole essere il pilastro di un grande Frente Patriótico, un ritorno al nazional-popolare (sebbene questa volta più nazionale che popolare), in una coalizione ampia che includa dal kirchnerismo all'80% del peronismo, passando per il sindacalismo e la piccola e media impresa". (30/5/2019)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato