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Bolivia, la resistenza indigena contro il golpe

Dagli altipiani centinaia di contadini con i ponchos rojos, di uomini e donne con le bandiere whipala sono giunti a La Paz dando vita a massicce manifestazioni e subendo la violenta repressione della polizia. A Sacaba, nel dipartimento di Cochabamba, i sostenitori di Morales sono stati selvaggiamente attaccati dalle forze di sicurezza. In tutto il paese si registrano giÓ una trentina di morti e centinaia di feriti. E' il tragico bilancio del golpe razzista e classista attuato dall'Úlite bianca, che non ha mai digerito un presidente aymara. Intanto il governo de facto cerca di imporre l'ordine della dittatura concedendo l'impunitÓ ai militari per le azioni compiute nel corso della repressione. E per non lasciare dubbi sulla sua collocazione internazionale, il nuovo esecutivo ha rotto le relazioni diplomatiche con Venezuela e Cuba e ha ritirato la Bolivia dall'Alba e dall'Unasur.

In America Latina la Bolivia ha il triste primato del maggior numero di colpi di Stato (ben 188). Il 189░ Ŕ avvenuto il 10 novembre: Evo Morales costretto a rinunciare di fronte alla violenza scatenata dai gruppi di estrema destra, che hanno trovato l'appoggio di una polizia in rivolta per ragioni economiche e la complicitÓ dei militari. Sono stati questi ultimi, attraverso un comunicato letto da Williams Kaliman, comandante delle forze armate, a sollecitare le dimissioni del presidente dando l'avallo al golpe. Da qui la decisione di Morales di abbandonare la Casa del Pueblo (la nuova sede del governo) per evitare una guerra civile. "Il colpo di Stato si Ŕ consumato", ha commentato il vicepresidente GarcÝa Linera, anch'egli dimissionario.

Fin da quando il voto del 20 ottobre aveva ratificato il trionfo di Morales, l'opposizione aveva rifiutato di riconoscere il responso delle urne denunciando presunti brogli. I blocchi stradali, le serrate, gli assalti alle abitazioni di esponenti del Mas, le aggressioni contro chiunque avesse tratti indigeni, i saccheggi non venivano fermati neppure dalla decisione dell'esecutivo di accettare un ricontrollo del processo elettorale da parte dell'Organizaciˇn de los Estados Americanos (non certo sospetta di simpatie verso i governi progressisti). A Cochabamba la grande manifestazione promossa dalla Confederaciˇn de Mujeres Campesinas Bartolina Sisa veniva attaccata da squadracce in moto. E Patricia Arce, sindaca di Vinto, veniva aggredita da oppositori che, dopo averla picchiata, le buttavano addosso pittura rossa e le tagliavano i capelli. Era solo il preludio di quanto sarebbe accaduto dopo la presa del potere da parte dei golpisti.

Il nucleo pi¨ estremista Ŕ raccolto intorno al ComitÚ CÝvico Pro Santa Cruz il cui leader, l'ultraconservatore Luis Fernando Camacho, ha eclissato la figura di Carlos Mesa, l'avversario battuto da Morales nelle consultazioni. Da Santa Cruz, culla dell'opposizione, Camacho ha portato la violenza in tutto il paese, fino a La Paz dove oggi appare il protagonista indiscusso di questo ennesimo attentato alla democrazia. Ma chi c'Ŕ dietro il colpo di Stato? Un blocco eterogeneo: settori civili, imprenditoriali, religiosi alleati ai vertici della polizia e delle forze armate. E naturalmente complicitÓ internazionali, in particolare da parte del governo statunitense. La posta in gioco Ŕ il litio, di cui la Bolivia possiede enormi giacimenti: lo sfruttamento di questa ricchezza non sarÓ pi¨ destinato a migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma finirÓ ancora una volta nelle mani di qualche transnazionale.

Mentre i golpisti tentavano di costruire una finzione costituzionale con la proclamazione a presidente ad interim di Jeanine A˝ez, giÓ seconda vicepresidente del Senato, in un'Asamblea Legislativa priva di quorum, Evo Morales giungeva a CittÓ del Messico dove Lˇpez Obrador gli aveva offerto asilo politico. Il suo era stato un viaggio complicato: il governo di MartÝn Vizcarra aveva impedito al velivolo dell'aviazione messicana, che trasportava in esilio l'ex presidente insieme al suo vice Linera, di atterrare in territorio peruviano per rifornirsi di carburante e quello di LenÝn Moreno aveva proibito il sorvolo dello spazio aereo ecuadoriano. Tutto in ossequio alla posizione statunitense: Donald Trump aveva infatti celebrato la "rinuncia" di Morales come un ritorno alla democrazia. Sulla stessa linea il segretario generale dell'Oea, Almagro, che era arrivato ad affermare: "In Bolivia c'Ŕ stato un colpo di Stato il 20 ottobre, quando Morales ha commesso i brogli". Pi¨ pilatesca la dichiarazione dell'alta rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini: senza alcuna parola di condanna per la rottura dell'ordine costituzionale, si era limitata ad auspicare che "tutte le parti esercitino moderazione e responsabilitÓ e portino pacificamente e tranquillamente il paese a nuove e credibili elezioni". (19/11/2019)

Articolo precedente sulla Bolivia in archivio 2019:

Evo Morales rieletto presidente (26/10/2019)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato