Latinoamerica-online.it

Ecuador, vittoria parziale della rivolta popolare

Regna una calma tesa in Ecuador dopo l'accordo tra governo e movimento indigeno che ha posto fine, per il momento, a undici giorni di mobilitazioni e di sanguinosa repressione, con il tragico bilancio di otto morti e 1.340 feriti (oltre a migliaia di arrestati). La protesta popolare era stata scatenata all'inizio di ottobre dall'annuncio del decreto esecutivo 833, che togliendo il sussidio ai combustibili e liberalizzandone il prezzo aveva provocato aumenti fino al 123%. Era uno dei provvedimenti imposti al paese dal Fondo Monetario Internazionale, che in marzo aveva concesso un prestito di 4 miliardi e 200 milioni di dollari, di cui 900 milioni già versati: il resto nei prossimi tre anni, condizionato all'osservanza delle draconiane misure pattuite.

Il prestito era stato contestato a suo tempo da alcuni economisti, secondo i quali la richiesta rispondeva in realtà a motivi politici. Andrés Arauz, autore (insieme a Mark Weisbrot) del rapporto Obstáculos al crecimiento: El programa del FMI en Ecuador, afferma che "in questo momento non esiste una congiuntura per stabilire trattati di libero commercio, come pretendono gli Stati Uniti. Allora, davanti alla minaccia di un ritorno di governi progressisti, cercano di condizionare la politica economica, basata su modelli neoliberisti". Nel caso ecuadoriano, ribadisce Arauz, "non c'era un'economia in recessione, né la necessità di effettuare questo tipo di accordo con il Fondo Monetario".

I primi a sollevarsi contro il rincaro dei combustibili erano stati taxisti e trasportatori, ma ben presto la rivolta si era estesa e aveva coinvolto l'intera popolazione, con mobilitazioni e blocchi stradali in tutto il territorio nazionale. In particolare era scesa in campo la Conaie, la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, sfidando l'estado de excepción (la sospensione delle garanzie costituzionali) e poi il coprifuoco decretati dal presidente Moreno. L'8 ottobre un gruppo di manifestanti aveva fatto irruzione nell'edificio dell'Asamblea Nacional, da cui era stato respinto dalla polizia con un fitto lancio di gas lacrimogeni. Il giorno successivo la capitale, abbandonata dal governo che si era trasferito a Guayaquil, era diventata l'epicentro dello sciopero generale promosso da sindacati, movimenti indigeni, collettivi femministi e organizzazioni studentesche. Una protesta corale, in cui la base aveva scavalcato i propri dirigenti.

Di fronte alla rivolta generalizzata, Moreno ha colpevolizzato il suo predecessore Rafael Correa e i dirigenti di Revolución Ciudadana, accusati di orchestrare un tentato golpe in alleanza con il presidente venezuelano Maduro. Un tentativo di trovare capri espiatori che non sembra abbia trovato molta presa nella popolazione. Alla fine il capo dello Stato ha dovuto accettare di sedersi al tavolo delle trattative con il movimento indigeno. Il dialogo è stato mediato da rappresentanti di Naciones Unidas Ecuador e della Conferenza Episcopale e ha portato all'abrogazione del famigerato decreto 833.

Anche se è stato subito festeggiato come un trionfo, l'accordo raggiunto costituisce una vittoria parziale. Innanzitutto perché prevede l'istituzione immediata di una commissione che proceda all'elaborazione di un nuovo decreto in sostituzione del precedente (e si teme che il governo cerchi di reintrodurre, con altri termini, un provvedimento analogo). Poi perché non si è parlato delle altre misure proposte dall'esecutivo, come l'eliminazione dell'imposta sul reddito e soprattutto una riforma del lavoro che riduce i diritti e apre la strada a licenziamenti di massa nel settore pubblico e alla privatizzazione della sicurezza sociale.

E soprattutto esiste in questo scenario un elemento di debolezza: le divergenze tra il movimento indigeno e il correismo, accusato dai primi di aver centrato lo sviluppo del paese sul modello estrattivo. Nel corso delle trattative il presidente della Conaie, Jaime Vargas, ha assecondato il discorso di Moreno sulle responsabilità dei disordini, chiedendo addirittura l'intervento della giustizia contro Correa (posizione contraddetta da un altro dirigente indigeno, Leónidas Iza). il capo dello Stato ha saputo trarre profitto da questa spaccatura dell'opposizione scatenando una persecuzione contro i dirigenti di Revolución Ciudadana: la parlamentare Gabriela Rivadeneira ha dovuto rifugiarsi nell'ambasciata del Messico, mentre l'ex sindaca Alexandra Arce e la prefetta di Pichincha, Paola Pabón, sono state arrestate. (15/10/2019)

Articolo precedente sull'Ecuador in archivio 2019:

L'Ecuador revoca l'asilo politico ad Assange (12/4/2019)

 

Latinoamerica-online.it

a cura di Nicoletta Manuzzato