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Messico, tra solidarietà umana e corruzione statale

Come nel 1985. Dopo il disastroso terremoto di 7,1 gradi che il 19 settembre (tragica fatalità: lo stesso giorno di 32 anni fa) ha colpito vaste zone di Morelos, Puebla, Estado de México, Guerrero e della capitale, facendo oltre 300 vittime, è scattata una gara di solidarietà. Migliaia di giovani e meno giovani sono accorsi ad aiutare, a scavare tra i resti degli edifici cercando superstiti, a distribuire acqua, a organizzare la raccolta di viveri e indumenti per quanti avevano perso tutto. Le stesse scene si erano viste pochi giorni prima in Chiapas, Oaxaca e Tabasco, devastati dalla micidiale scossa del 7 settembre (8,2 gradi; 90 morti). Di fronte alla tragedia è emerso il Messico migliore, generoso, pronto a operare senza risparmiarsi.

Come nel 1985, alle autorità vanno addebitate molte delle conseguenze drammatiche delle scosse, per aver chiuso entrambi gli occhi (in cambio di tangenti) di fronte al mancato rispetto delle norme antisismiche. 32 anni fa, davanti alla catastrofe, lo Stato fu completamente assente. La società civile si incaricò di riempire il vuoto di potere: si costituirono squadre di salvataggio e si crearono tendopoli per i senzatetto. Il coordinamento dei soccorsi a Città del Messico fu per tre o quattro giorni in mano ai suoi abitanti. Il presidente Miguel de la Madrid, priista, non si fece sentire per 36 ore. E nei giorni successivi il governo, appoggiato dai mezzi di comunicazione, cercò di ridimensionare il bilancio delle vittime (decine di migliaia, il numero esatto non si saprà mai) e di cancellare al più presto dalle vie del centro i segni dell'enorme ferita. L'obiettivo del potere era un veloce "ritorno alla normalità": in gioco vi era la preparazione dei Mondiali di calcio, che il Messico doveva ospitare l'anno successivo. Bisognava dimostrare che il paese non era in ginocchio, che era in grado di accogliere l'atteso evento.

Ma la gente non diede retta agli inviti a rimanere in casa. Il 27 settembre si tenne la prima mobilitazione: più di 30.000 persone sfilarono in silenzio e, con caschi e mascherine a ricordare il lavoro svolto tra le macerie, raggiunsero il palazzo presidenziale per chiedere un effettivo programma di ricostruzione per i settori popolari. E il 24 ottobre nasceva, dall'unione di una quarantina di organizzazioni, la Coordinadora Unica de Damnificados. L'impatto di quei giorni però andò ben oltre, facendosi sentire nelle elezioni del 1988 dove solo i brogli permisero al Pri di mantenersi al potere, sconfiggendo la candidatura di Cuauhtémoc Cárdenas.

Questa volta l'intervento dello Stato non è mancato, ma non certo nella direzione sperata. Dal 1985 la situazione politica è cambiata, nel governo federale e in quelli statali, ma la corruzione è rimasta e ha pervaso anche gli altri partiti dello schieramento, dal Pan al Prd, quest'ultimo da tempo in mano all'ala centrista de Los Chuchos. Dopo aver riconquistato il potere nel 2012, il Pri si è ripromesso di non lasciare spazio all'iniziativa della cittadinanza mobilitando, fin dal giorno successivo alla scossa, esercito e marina. Peccato che l'invio dei militari, malamente coordinati come denunciato da più parti, sia servito solo ad allontanare i tantissimi volontari che avevano lavorato per ore alla ricerca di sopravvissuti. E in molte zone già compaiono le scavatrici a rimuovere le rovine.

La rivista Proceso documenta quanto accade all'alba del 22 settembre nella colonia Roma della capitale, dove più numerosi sono stati i crolli: le macchine iniziano a demolire quanto resta del Laboratorio Cencon, dove due donne sono ancora sepolte. I militari assicurano che non vi sono segni di vita, ma - fanno notare i familiari - le forze armate non hanno in dotazione i sofisticati strumenti che permettono di cogliere eventuali segnali come il calore dei corpi o il più piccolo movimento. Strumenti che invece molti gruppi di volontari organizzati potrebbero utilizzare, se non fossero tenuti lontano dal teatro delle operazioni. Lo testimonia un video di Guerrilla Comunicacional, in cui il responsabile di una squadra di tecnici altamente specializzati si lamenta del fatto che l'esercito impedisca l'accesso, rifiutando la loro preziosa collaborazione.

Le associazioni per i diritti umani accusano inoltre le autorità federali e locali di requisire quanto raccolto spontaneamente dalla popolazione per porlo sotto l'etichetta dell'agenzia governativa Dif. Un filmato ampiamente circolante in rete mostra l'arrivo, nello Stato di Morelos, di camion colmi di viveri provenienti dal Michoacán: le scorte di cibo, anziché essere ripartite tra i terremotati, vengono dirottate verso i magazzini già strapieni dell'agenzia, perché - questa la motivazione - mancano le borse per la distribuzione.

Nel frattempo si continua a parlare di Frida Sofía, la bambina individuata sotto le macerie del Colegio Enrique Rébsamen. La vicenda ha tenuto incollati davanti ai televisori milioni di messicani e non solo, riportando alla memoria il caso italiano di Vermicino. Ma con un finale diverso: la scoperta che Frida Sofía non è mai esistita. Non si sa come sia nata la voce di una piccola sopravvissuta che riusciva a comunicare con i soccorritori, ma è certo che gli sforzi per il suo "salvataggio" sono stati ampiamente sfruttati da Televisa, emittente legata al governo, per ampliare il suo share. Uno show che ha passato in secondo piano la morte, drammaticamente reale, di una ventina di bambini. Anche qui le responsabilità ufficiali sono enormi: la scuola, costruita negli anni Ottanta, aveva visto recentemente l'aggiunta abusiva di un sopralzo, nell'indifferenza di quanti avevano l'obbligo di intervenire. (23/9/2017)

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a cura di Nicoletta Manuzzato