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Venezuela, netta vittoria del Gran Polo Patriótico

"Ancora una volta hanno vinto la Costituzione e la pace". Con queste parole il presidente Maduro ha salutato la netta vittoria del Gran Polo Patriótico (la coalizione formata dal Psuv e da altri movimenti progressisti) nelle legislative del 6 dicembre. Il Gpp ha superato il 69% di voti, conquistando 253 seggi su 277: riprende così il controllo dell'Asamblea Nacional ribaltando il risultato del 2015. L'alleanza dei vecchi partiti tradizionali Acción Democrática e Copei, con l'aggiunta di Cambiemos, Avanzada Progresista, El Cambio, ha ottenuto meno del 19%, mentre l'altro raggruppamento d'opposizione, composto da Venezuela Unida, Primero Venezuela e Voluntad Popular Activistas (frazione di Voluntad Popular), poco più del 4%. Il Partido Comunista de Venezuela ha raggiunto il 2,7%. Percentuali minori per tutte le altre liste (erano iscritte ben 107 organizzazioni politiche, in gran parte antichaviste).

Sostanzialmente bassa l'affluenza alle urne (31%): questo dato sarà sicuramente sfruttato dalla propaganda dell'autoproclamato presidente Juan Guaidó, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e Grupo de Lima. Guaidó aveva invitato a disertare le urne definendo il voto "una frode". Tra quanti si erano schierati per il boicottaggio anche l'ex candidato presidenziale Capriles Radonski, che in un primo tempo si era detto pronto a partecipare alle elezioni. A fargli cambiare opinione la decisione di Bruxelles, che adducendo motivi pretestuosi aveva respinto l'invito a inviare una delegazione di osservatori.

Nonostante il rifiuto europeo, oltre trecento osservatori internazionali hanno seguito il 6 dicembre il processo elettorale e hanno potuto testimoniare la correttezza e la validità del voto. Tra questi l'ex senatrice colombiana Piedad Córdoba, la parlamentare salvadoregna Nidia Díaz, tre ex presidenti (il paraguayano Lugo, il boliviano Morales, l'ecuadoriano Correa) e l'ex primo ministro spagnolo Rodríguez Zapatero. Quest'ultimo, in un intervento presso la tv venezuelana, ha invitato l'Unione Europea a rivedere la sua politica nei confronti del governo Maduro, visto il fallimento della strategia delle sanzioni. La fine del blocco economico al Venezuela è stata chiesta anche dal Grupo de Puebla (di cui lo stesso Zapatero fa parte).

Va detto che se le sanzioni non sono riuscite a piegare la Rivoluzione Bolivariana, comportano però costi pesantissimi per il paese: le entrate petrolifere sono scese del 99%, il pil è crollato e la disoccupazione è aumentata. La vita quotidiana è messa a dura prova dalle continue interruzioni nell'erogazione del servizio idrico, dai ripetuti blackout, dalla difficoltà nei rifornimenti di benzina. Il blocco pone inoltre ostacoli all'importazione di alimenti e di forniture mediche, particolarmente importanti queste ultime in un periodo di pandemia. La diffusione del coronavirus è stata contenuta grazie al capillare controllo territoriale: poco più di centomila i casi accertati, quasi mille le persone decedute. Ma i problemi economici rischiano di ripercuotersi sui programmi sociali come i Comités Locales de Suministro y Producción (Clap), che distribuiscono prodotti alimentari a sette milioni di famiglie, e la Gran Misión Vivienda Venezuela, che alla fine dello scorso anno aveva assegnato tre milioni di alloggi popolari.

Scontata la reazione di Washington al successo del Gran Polo Patriótico. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha definito le elezioni "una farsa" e ha dichiarato il suo appoggio alla consulta popular convocata da Guaidó, dal 7 al 12 dicembre (in gran parte online) per chiedere "la fine dell'usurpazione della presidenza da parte di Nicolás Maduro". Con questa iniziativa l'autoproclamato ha cercato di rilanciare la sua popolarità, in forte declino, vantando una vasta adesione di cui peraltro non esiste alcuna prova. Quanto all'Organización de los Estados Americanos, in una risoluzione approvata il 9 dicembre (con i voti contrari di Messico e Bolivia) afferma che le elezioni venezuelane non sono state "né libere né giuste". Un documento apertamente interventista, come ha affermato la rappresentante messicana Luz Elena Baños. Una risoluzione assai simile, che condannava la rielezione di Evo Morales, fornì la giustificazione per il colpo di Stato in Bolivia del novembre 2019. (13/12/2020)

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato