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Argentina, centinaia di migliaia in piazza a cinquant'anni dal golpe Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza il 24 marzo, a cinquant'anni dal colpo di Stato del 1976, per ripetere ancora una volta Nunca más. Un'affluenza mai vista e un chiaro segnale di ripudio alla politica del presidente Milei. "Siamo in questa piazza con i 30.000 come bandiera, con le Madres e le Abuelas, con i sopravvissuti dei campi di concentramento, con i figli, le figlie, i nipoti e le nipoti, i fratelli e le sorelle, con i familiari dei detenidos-desaparecidos e con l'insieme degli organismi dei diritti umani, accompagnati dal popolo, per dire a Milei: la memoria è il nostro strumento", afferma il documento letto in Plaza de Mayo dall'abuela Estela de Carlotto. Il governo Milei "non solo è negazionista, ma rivendica il terrorismo di Stato e il genocidio. Per questo smantella le politiche di Memoria, Verdad y Justicia e taglia anche i finanziamenti agli spazi di memoria che funzionano nei luoghi dove ci furono centri clandestini". Lo stesso comunicato è stato ripetuto nelle tante mobilitazioni che si sono tenute in tutte le principali città argentine. E nonostante i tentativi dei negazionisti di nascondere i crimini della dittatura, pochi giorni prima dell'anniversario del golpe era stata annunciata l'identificazione di dodici persone, i cui resti ossei erano stati rinvenuti lo scorso anno all'interno della guarnigione militare di La Perla, nei pressi di Córdoba, dove dal 1976 al 1978 funzionò un campo di concentramento clandestino. Era stato portato lì anche il giovane Raúl Mateo Molina, sequestrato il 5 ottobre del 1976 e, secondo alcune testimonianze, ucciso lo stesso giorno. La madre, Sara Coca Luján de Molina, si è spenta il 20 marzo all'età di cent'anni. Tra le fondatrici delle Madres de Plaza de Mayo, Sara era stata rinchiusa in carcere per un anno. Dopo la sua liberazione ha lottato fino all'ultimo perché si facesse luce su quanto avvenuto a La Perla: "Qui ci sono desaparecidos e vogliamo i loro corpi. Il nostro dolore non finirà finché non ci avranno consegnato i corpi. È un dovere dello Stato. Come popolo, dobbiamo pretendere che facciano questa ricerca". (25/3/2026)
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cura di Nicoletta Manuzzato |