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L'aggressione Usa al Venezuela

(13/1/2026) Nelle prime ore del 3 gennaio gli Stati Uniti hanno bombardato installazioni militari (colpendo anche abitazioni civili) a Caracas e in altre località, sequestrando il presidente Nicolás Maduro e la moglie, la deputata e Primera Combatiente Cilia Flores (nota da sempre per il suo impegno a fianco della Rivoluzione Bolivariana), condotti ammanettati prima a Guantanamo e poi a New York, per essere sottoposti a un processo farsa. L'operazione lampo è stata resa possibile, a quanto si è appreso, da potenti mezzi militari che hanno spento i radar e gli strumenti di comunicazione. Un centinaio le vittime tra civili e soldati: tra questi 32 cubani. Donald Trump ha rivendicato l'aggressione e ha preannunciato che Washington si prenderà carico di dirigere il Venezuela verso una "transizione giudiziosa e appropriata", impadronendosi naturalmente delle sue risorse (i giacimenti di petrolio più ricchi al mondo, oltre alle terre rare).

Si è trattato di un attacco senza precedenti alla legalità internazionale, già ampiamente calpestata nelle settimane precedenti con l'affondamento in acque internazionali di almeno 35 imbarcazioni accusate senza alcuna prova di narcotraffico e la conseguente uccisione di oltre un centinaia di persone, con la confisca di bastimenti carichi di petrolio partiti da porti venezuelani e con la minaccia di chiudere completamente lo spazio aereo del paese.

"Mi preoccupa che non si sia rispettato il diritto internazionale", è stata la timida reazione del segretario generale dell'Onu, Guterres. Più decisi i comunicati di condanna del Ministero degli Esteri russo, verso quella che definisce "violazione inaccettabile della sovranità di uno Stato indipendente", e di quello cinese, che parla di minaccia "alla pace e alla sicurezza in America Latina e nei Caraibi" (una delegazione di alto livello del governo di Pechino si era appena incontrata con Maduro per riaffermare oltre seicento accordi di cooperazione). Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna hanno diramato una presa di posizione congiunta denunciando "la gravità di quanto sta avvenendo in Venezuela" e affermando che le azioni statunitensi costituiscono "un precedente estremamente pericoloso per la pace e la sicurezza regionale". Ma non è mancato chi ha festeggiato l'aggressione Usa, come il presidente argentino Milei, mentre Giorgia Meloni si è limitata a giustificarla.

Cosa succederà adesso? Il controllo di Washington sul Venezuela è ancora tutto da verificare. Domenica 4 migliaia di persone hanno manifestato a Caracas e in altre città per respingere l'attacco Usa e chiedere la liberazione di Maduro. La Fanb (Fuerza Armada Nacional Bolivariana) ha riconosciuto la decisione della Sala Constitucional del Tribunale Supremo di ordinare alla vicepresidente Delcy Rodríguez di giurare come presidente incaricata, garantendo così la continuità amministrativa dello Stato. A confermare la compattezza del vertice bolivariano, la Fanb ha espresso il suo appoggio al decreto di estado de conmoción exterior firmato da Maduro e ratificato ora da Rodríguez, che ha ricevuto anche l'appoggio del procuratore generale Tarek William Saab "nel quadro del coordinamento tra i poteri pubblici".

Nel corso di una conferenza stampa, Rodríguez ha ribadito: "C'è un solo presidente di questo paese, che si chiama Nicolás Maduro Moros" e ha aggiunto: "In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, difendiamo uniti il nostro amato Venezuela che abbiammo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri (...) un popolo che non si consegna, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi né di imperi vecchi o in decadenza". Parole ben diverse da quelle che Trump sembrava aspettarsi quando aveva fatto capire che la vicepresidente stava collaborando con gli aggressori, in una sorta di guerra psicologica mirante a promuovere divisioni all'interno del governo. Per questo non sono mancate le minacce della Casa Bianca: se Rodríguez non farà ciò che le viene dettato pagherà "un prezzo molto alto, probabilmente maggiore di quello di Maduro". Immediata la risposta della presidente incaricata: "A quelli che mi minacciano dico: il mio destino lo decide solo Dio".

Alle dichiarazioni di Trump, secondo cui gli Stati Uniti controlleranno il petrolio venezuelano "a tempo indefinito", hanno risposto le manifestazioni quotidiane di protesta: sono scese in piazza le donne, i movimenti sociali, le organizzazioni delle comunas, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni pubbliche, fino alla grande mobilitazione di sabato 10 nella capitale e non solo, che ha visto accanto ai cortei assemblee popolari ed eventi culturali. Nel frattempo Maduro e Flores, comparsi davanti a un tribunale di New York, si sono dichiarati prigionieri politici e hanno registrato una prima vittoria: il Dipartimento di Giustizia statunitense ha infatti riscritto l'accusa contro Maduro cancellando il fantomatico Cártel de los Soles di cui il presidente venezuelano sarebbe stato il capo. Un cartello inesistente, utilizzato però da Washington fin dal 2020 come pretesto per accaparrarsi le ricchezze del paese sudamericano. In questo quadro gli Stati Uniti hanno sequestrato altri bastimenti carichi di petrolio, di cui uno battente bandiera russa.

E mentre Caracas procede alla scarcerazione di 116 detenuti politici (tra questi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò) come "un gesto unilaterale per rafforzare la pace", la Comisión Interamericana de Derechos Humanos esprime la sua "profonda preoccupazione" per l'operazione militare Usa, sottolineando "l'importqnza dell'applicazione del diritto internazionale, con pieno rispetto della sovranità, dell'integrità territoriale, del principio di non intervento e non aggressione, con la proibizione dell'uso della forza e la protezione integrale dei diritti umani, in base a quanto stabilito nella Carta dell'Oea e nella Carta delle Nazioni Unite".

 

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a cura di Nicoletta Manuzzato