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l'informazione dall'America Latina - febbraio 2012

  

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In mostra a Roma le foto di Tina Modotti

Ecuador

I cinque anni di Rafael Correa

La missione dell'Onu incaricata di indagare gli avvenimenti del 30 settembre 2010 in Ecuador, quando la rivolta di alcuni reparti di polizia sfociò nel sequestro del capo dello Stato, è stata chiara: si trattò di "un tentativo di destabilizzazione politica e una minaccia all'ordine costituzionale e democratico". I delegati delle Nazioni Unite sono giunti a tale conclusione dopo una serie di incontri con autorità civili e militari, esponenti politici e rappresentanti della società civile. L'inchiesta era stata sollecitata dal governo di Quito per confutare le posizioni dell'opposizione, che ha sempre negato l'ipotesi di un fallito colpo di Stato. La polemica ha avuto eco anche negli Stati Uniti, dove The Washington Post, nel suo editoriale del 12 gennaio, ha definito il presidente Correa "un autocratico accolito di Hugo Chávez", che "dovrebbe essere noto per il più completo e spietato assalto alla libertà dei media in corso nell'emisfero occidentale". segue

Nella foto: il presidente Rafael Correa.

Guatemala

Ríos Montt sarà processato per genocidio

Come previsto, uno dei primi provvedimenti adottati dal governo di Otto Pérez Molina è stato quello di affidare all'esercito la lotta contro il crimine organizzato. Il nuovo presidente ricalca così le scelte adottate dal messicano Calderón (con il catastrofico risultato di un aumento esponenziale della violenza). Del resto l'ex generale aveva centrato la sua campagna elettorale sulla promessa di mano dura contro il narcotraffico, che del Guatemala ha fatto uno degli snodi principali nella rotta dalla Colombia al grande mercato statunitense. La cerimonia di insediamento di Pérez Molina, il 14 gennaio, alla presenza di decine di delegazioni internazionali, si è svolta in un clima di tensione: il giorno prima, nel centro della capitale, il deputato Oscar Valentín Leal, del partito di destra Libertad Democrática Renovada, e il fratello Erick erano caduti sotto i colpi di ignoti killer. segue

Nella foto: il luogo dell'attentato al deputato Leal.

El Salvador

"A nome dello Stato chiedo perdono per El Mozote"

"Per quel massacro, per le aberranti violazioni dei diritti umani e per gli abusi perpetrati, a nome dello Stato salvadoregno chiedo perdono alle famiglie delle vittime". Con queste parole il presidente Funes si è rivolto alle centinaia di persone raccolte nel villaggio di El Mozote, dove nel dicembre del 1981 soldati del battaglione Atlacatl (corpo d'élite addestrato dagli Stati Uniti) assassinarono un migliaio di civili, molti dei quali bambini. Funes ha voluto citare anche i nomi dei responsabili della strage, come risultano dal rapporto della Comisión de la Verdad: il tenente colonnello Domingo Monterrosa, il maggiore José Armando Azmitia, il maggiore Natividad de Jesús Cáceres. segue

Nella foto: il presidente Funes commosso durante il suo discorso a El Mozote.

Messico

Morire di fame nella Sierra Tarahumara

Già a fine novembre era stato lanciato l'allarme: a causa della prolungata siccità, le riserve di cibo delle comunità della Sierra Tarahumara (Stato di Chihuahua) stavano esaurendosi. "Molta gente non ha da mangiare; poiché non ha piovuto non è cresciuto il mais e neppure i fagioli; da mesi abbiamo dovuto uccidere le capre perché non c'era erba per alimentarle; gli asini e le mule stanno morendo e ancora non è arrivato l'inverno": questa la denuncia di una rappresentante della popolazione, che aveva bussato a diverse istituzioni statali e federali senza ottenere risposta. Ora si apprende che quattro persone (sei secondo altre versioni) sono morte d'inedia e si è diffusa la voce - poi smentita - che altre decine si sarebbero suicidate per la fame. Ma, come scrive Víctor Quintana su La Jornada del 17 gennaio, "nella Tarahumara la fame non è una notizia, è un fatto cronico, strutturale". Le etnie di questa regione "furono spinte dalla conquista spagnola prima, dall'avidità di bianchi e meticci poi, verso le zone più alte e inospitali di quel territorio: pendici, cime e gole sassose. Questo le condannò a praticare un'agricoltura non sufficiente alla sussistenza, che li mantiene in uno stato di denutrizione permanente". segue

Nella foto: indigeni della Sierra Tarahumara. Sul Messico vi segnaliamo l'articolo di Ips Un'oasi millenaria a rischio di scomparsa

America Latina

Nuovo viaggio di Ahmadinejad

"Le nostre relazioni con i paesi dell'America Latina sono molto buone e continuano a svilupparsi; la cultura dei popoli di quella regione e le loro esigenze storiche sono simili alle richieste del popolo iraniano". Lo ha detto Ahmadinejad prima di lasciare Teheran per un nuovo giro nella regione. Accanto alle ragioni economiche (gli scambi commerciali sono in crescita, soprattutto con l'Ecuador), la motivazione politica: la ricerca di appoggi nel pieno del conflitto diplomatico con gli Stati Uniti. Da questo punto di vista il risultato per il presidente iraniano non può dirsi entusiasmante, anche se non gli è mancato il sostegno dei tradizionali alleati. Non a caso da questo viaggio era assente il Brasile, dove Dilma Rousseff - a differenza del suo predecessore Lula, che nel 2010 aveva svolto opera di mediazione sulla questione del nucleare - sembra orientata a prendere le distanze dalla Repubblica Islamica. segue

Nella foto: Ahmadinejad al suo arrivo a Managua. Sull'argomento vi segnaliamo l'articolo de il manifesto del 10 gennaio.

Colombia

Santos dice no al dialogo

L'anno è iniziato con un comunicato del nuovo leader delle Farc, Timoleón Jiménez Timochenko (nella foto), che aveva sostituito in novembre Alfonso Cano (ucciso in un'offensiva delle forze armate). Dichiarandosi disposto a sedersi al tavolo del negoziato, Timochenko pone sul tappeto le questioni da discutere: "le privatizzazioni, la deregulation, la libertà assoluta di commercio e di investimento, il saccheggio ambientale, la democrazia di mercato, la dottrina militare" e conclude sottolineando che il conflitto in corso "non avrà soluzione finché le nostre voci non saranno ascoltate". segue

Sulla Colombia vi segnaliamo l'articolo di Barbara Meo Evoli La dura lotta dei minatori invisibili

Cuba

Indulto a quasi tremila detenuti

Il 2011 si chiude a Cuba con la concessione dell'indulto a quasi tremila detenuti, tra cui diversi stranieri, in omaggio alla prossima visita sull'isola di papa Benedetto XVI. Il provvedimento è stato comunicato dal presidente Castro (nella foto) il 23 dicembre, al termine della riunione plenaria dell'Asamblea Nacional del Poder Popular. Nel suo messaggio Raúl ha anche affermato che Cuba mantiene la proposta di avanzare verso la normalizzazione delle relazioni con Washington, nonostante la mancanza di volontà politica manifestata dall'amministrazione Obama. Ha poi ribadito l'importanza della lotta contro la corruzione, che nel corso di quest'anno ha visto l'arresto di numerosi funzionari. segue

Su Cuba vi segnaliamo l'articolo de il manifesto del 31 dicembre.

Argentina

Cristina Fernández sarà operata in gennaio

Sarà il vicepresidente Amado Boudou ad assumere il potere esecutivo dal 4 al 24 gennaio, periodo in cui Cristina Fernández (nella foto) non potrà esercitare le sue funzioni. Il 4 infatti la presidente sarà sottoposta a intervento chirurgico per un cancro alla tiroide. Il tumore sembra circoscritto e non sono state riscontrate metastasi, ma la notizia della malattia ha fortemente scosso l'opinione pubblica. Il 10 dicembre una grande folla aveva accompagnato la cerimonia di inizio del secondo mandato presidenziale. Nel suo discorso d'investitura, Cristina Fernández aveva ricordato la svolta segnata dall'ascesa alla presidenza del marito Néstor Kirchner: "L'Argentina ha fatto un balzo fenomenale dalla sua assunzione nel maggio 2003. Oggi abbiamo un paese che è cresciuto più che nei suoi duecento anni di storia". Ma aveva anche sottolineato che il compito non è finito: "Finché ci sarà un solo povero, il nostro progetto nazionale, popolare e democratico non sarà completato". segue

Vi segnaliamo che il 28 dicembre il manifesto ha dedicato un'intera pagina all'Argentina.

Perú

Humala svolta a destra

Sono passati solo cinque mesi dall'insediamento e il presidente Humala ha già preso le distanze da quei settori popolari che lo avevano portato alla vittoria, per appoggiarsi sui gruppi di potere economico e sulle forze armate. Il cambiamento è stato segnato dal rimpasto di governo della prima metà di dicembre, con cui i tecnocrati neoliberisti hanno guadagnato terreno, mentre la sinistra ha perso numerose posizioni. Alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Salomón Lerner è stato sostituito dall'autoritario titolare dell'Interno, il colonnello a riposo Oscar Valdés. Accanto a lui, ha accresciuto la sua influenza come consigliere presidenziale un altro ex colonnello, Adrián Villafuerte, già compromesso con il fujimorismo. Intervistato da Página/12, il leader del Partido Socialista Javier Diez Canseco ammette: "Non c'è una rottura di Humala con la sinistra, ma un indebolimento di quel rapporto e un significativo allontanamento". segue

Nella foto: la protesta contro il progetto minerario a Cajamarca.

Honduras

I militari svolgeranno compiti di polizia

"E' la conseguenza diretta dell'applicazione del terrorismo di Stato, come parte della politica di un governo che violenta sistematicamente i diritti umani". Così il Comité de perseguidos, presos y exiliados políticos ha commentato la nomina a capo del servizio di informazioni della polizia di Elder Madrid Guerra, denunciato a più riprese per arresti illegali, abuso di autorità e torture nei confronti di esponenti dell'opposizione. Prosegue nel frattempo la militarizzazione del paese, nonostante le critiche di ampi settori della società civile. Il 5 dicembre il regime di Tegucigalpa ha approvato lo stato d'emergenza in materia di sicurezza pubblica per novanta giorni (prorogabili), autorizzando le forze armate a svolgere compiti di polizia. segue

Nella foto: manifestazione di giornaliste contro la violenza.

Messico

Caccia ai militanti sociali

"Nel quadro della violenza scatenata dalla guerra contro il narcotraffico, il paese assiste a una caccia a militanti sociali, difensori dei diritti umani e cittadini che hanno deciso di alzare la voce e reclamare giustizia - afferma l'editoriale de La Jornada dell'8 dicembre, dopo aver riportato un lungo elenco di sequestri e omicidi - E' difficile pensare che tutte le aggressioni riferite siano prodotto del caso; al contrario sembrerebbero contenere un messaggio di morte diretto ai settori della società che si sono mobilitati per la pacificazione del paese e per la giustizia verso le vittime e i loro familiari". Tra i più recenti bersagli di questa caccia figurano Eva Alarcón Ortiz e Miguel Marcial Bautista Valle, rispettivamente coordinatrice e presidente dell'Organización de Campesinos Ecologistas de la Sierra de  Petatlán y Coyuca de Catalán, nello Stato del Guerrero. Di loro non si sa più nulla dal 7 dicembre: un gruppo di uomini armati ha fermato l'autobus su cui viaggiavano alla volta di Città del Messico, li ha obbligati a scendere e li ha trascinati via. Nei mesi scorsi era stata chiesta invano la protezione della polizia per Eva Alarcón che, insieme a Natalia Ruiz Martínez, aveva denunciato i responsabili dell'assassinio del giovane ecologista Zenaido Ruiz Martínez, avvenuto in giugno. segue

Nella foto: il cadavere di uno dei due studenti uccisi dalla polizia nel Guerrero.

America Latina

Una comunità continentale senza Usa e Canada

"Un giorno storico". Così si è espresso il presidente Chávez commentando la conclusione del vertice che il 2 e 3 dicembre, nella capitale venezuelana, ha portato alla nascita della Celac, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. E l'aggettivo storico non è eccessivo: trenta capi di Stato, un vicepresidente e due ministri degli Esteri hanno sancito la creazione di una comunità che riunisce tutti i paesi del continente, a eccezione di Stati Uniti e Canada. In pratica un'alternativa all'Organización de los Estados Americanos, come ha sottolineato l'ecuadoriano Rafael Correa: "Abbiamo bisogno di un nuovo sistema interamericano. L'Oea è stata sistematicamente sequestrata dagli interessi nordamericani. Questo la rende poco affidabile per i tempi dell'America Latina". segue

Panama

Lavitola e lo scandalo Finmeccanica

Lo scandalo Finmeccanica sta travolgendo il presidente Ricardo Martinelli, grande amico di Silvio Berlusconi. I quotidiani panamensi hanno denunciato che, nella commessa per l'acquisto di radar, elicotteri e sistemi di cartografia da satellite da tre aziende controllate dal gruppo italiano (Selex Sistemi Integrati, AgustaWestland e Telespazio), figura un costo supplementare di ben 81 milioni di dollari. Una differenza notevole, che però non sembra preoccupare la magistratura locale e neppure la Contraloría General guidata da Gioconda de Bianchini, che guarda caso - prima di essere nominata a quell'incarico dal capo dello Stato - lavorava per le imprese dello stesso Martinelli. Nella vicenda compare a più riprese il nome di Valter Lavitola, il faccendiere coinvolto con Tarantini nel giro di escort per il premier e attualmente latitante. A fungere da intermediaria, in cambio di una commissione del 10%, era infatti la società anonima panamense Agafia Corp, creata nel 2010 pochi giorni prima del viaggio a Panama di Berlusconi (con Lavitola al seguito, come testimonia il video che ritrae i due mentre scendono dall'aereo). segue

Nella foto: aeroporto di Panama, Berlusconi scende dall'aereo seguito da Lavitola (contrassegnato con il cerchio rosso).

Brasile

Il governo perde un altro ministro

Già sette componenti del governo di Dilma Rousseff (nella foto), scelti su pressione del suo predecessore Lula o dei partiti alleati, si sono dimessi o sono stati rimossi. L'ultimo caso in ordine di tempo riguarda il titolare del dicastero del Lavoro, Carlos Lupi, che il 4 dicembre ha rinunciato all'incarico. Le accuse di irregolarità e ruberie a carico del suo Ministero in realtà erano note da tempo, ma come per gli altri anche la nomina di Lupi, presidente del Partido Democrático Trabalhista, faceva parte delle regole del gioco. In Brasile un capo dello Stato può essere eletto pur essendo privo di maggioranza parlamentare: in tal caso è costretto, per governare, a costruirsi una rete di alleanze (generalmente in cambio di posti ministeriali). Una situazione che si scontra con l'intransigenza di Dilma verso ogni forma di corruzione. segue

Messico

La sinistra candida López Obrador

Prd, Pt, Movimiento Ciudadano (ex Convergencia) e il Movimiento de Regeneración Nacional (Morena) fondato da López Obrador si presenteranno insieme alle elezioni del 2012. Lo hanno annunciato i rappresentanti dei diversi partiti nel corso di una conferenza stampa congiunta. Il candidato alle massima carica dello Stato sarà ancora Andrés Manuel López Obrador, che nelle inchieste condotte da due agenzie indipendenti ha superato l'altro aspirante, Marcelo Ebrard. La decisione di costituire una coalizione, presa dopo mesi di discussioni, permetterà alla sinistra di concorrere con qualche speranza di successo alle presidenziali del prossimo anno. E soprattutto dovrebbe chiudere ogni ipotesi di accordo del Prd con l'attuale partito di governo, il Pan, per contrastare l'avanzata del Pri (favorito nei sondaggi con il suo precandidato, Enrique Peña Nieto). segue

Nicaragua

Violenti scontri dopo la vittoria di Ortega

La giornata elettorale del 6 novembre si è chiusa come nelle previsioni: Daniel Ortega (nella foto insieme alla moglie, Rosario Murillo) è stato rieletto presidente con il 62,4% dei voti, mentre il suo diretto avversario, l'imprenditore Fabio Gadea di Alianza Pli, si è fermato al 31%. Arnoldo Alemán del Partido Liberal Constitucionalista, il corrotto ex capo di Stato un tempo alleato di Ortega, non ha raggiunto neppure il 6%, un dato che testimonia il suo declino politico. Nello stesso giorno gli elettori erano chiamati a scegliere i novanta deputati nazionali e i venti rappresentanti nicaraguensi nel Parlamento Centroamericano. Sostanzialmente analogo il responso delle urne: il Frente Sandinista ha ottenuto quasi il 61% di consensi, distaccando ampiamente Pli (31,5%) e Plc (6,4%). segue

Guatemala

Il ritorno dei Kaibiles

Dopo 25 anni di governi civili un militare torna alla guida del Guatemala, questa volta non grazie a un golpe, ma vincendo il secondo turno con quasi il 54% dei voti. L'ascesa al potere di Otto Pérez Molina (nella foto) apre comunque il campo a inquietanti interrogativi. Non solo per il passato dell'ex generale, le violazioni dei diritti umani di cui si sarebbe macchiato e l'accusa di coinvolgimento nell'uccisione del vescovo Gerardi. A preoccupare è il suo progetto di militarizzazione della lotta al narcotraffico, sull'esempio del Messico di Felipe Calderón che Pérez cita espressamente come modello. Dimenticando che la guerra di Calderón ha fatto finora 50.000 morti e ha reso la società messicana ostaggio della criminalità organizzata e dell'esercito. In Guatemala la situazione non sarebbe diversa, visto che a combattere la delinquenza sarebbero chiamati i Kaibiles, le truppe d'élite già responsabili di crimini e massacri. segue

Cuba

Nuova condanna dell'Onu all'embargo Usa

Il 25 ottobre, per la ventesima volta, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro Cuba. I voti a favore sono stati 186; due i paesi contrari (Usa e Israele) e tre gli astenuti (Isole Marshall, Micronesia e Palau). Sono passati quasi cinquant'anni da quel 3 febbraio 1962 in cui il presidente Kennedy proclamò l'embargo per punire l'isola che aveva osato sfidare il potere dell'impero. Nel rapporto presentato dal governo di Raúl Castro all'Assemblea dell'Onu si sottolinea come nulla sia cambiato da allora, neppure con la gestione Obama, che si è anzi caratterizzata "per un aggravamento della dimensione extraterritoriale del blocco". Nel mirino dell'intervento Usa non mancano le imprese straniere interessate alle prospezioni petrolifere in acque cubane. "Compagnie di paesi terzi che hanno legami commerciali con Cuba sono oggetto di persecuzione, minacce e sanzioni da parte delle autorità del governo statunitense in qualsiasi angolo del mondo, indipendentemente dalla loro origine, dal loro patrimonio, dal fatto che abbiano o meno vincoli con gli Stati Uniti". segue

Bolivia

Morales cede alle richieste indigene

La strada che doveva unire il dipartimento di Cochabamba a quello del Beni attraversando la riserva naturale del Tipnis non si farà. Lo ha annunciato in una conferenza stampa il presidente Morales cedendo alle richieste dell'Octava Marcha Indígena, giunta a La Paz dopo aver percorso 650 chilometri in poco più di due mesi. A far decidere il governo in tal senso è stata l'accoglienza da eroi che i tremila indigeni hanno ricevuto al loro ingresso in città e l'appoggio manifesto della grande maggioranza della popolazione. Insieme alla salvaguardia del Tipnis, i partecipanti alla marcia avevano presentato altre quindici rivendicazioni, che sono state discusse in lunghe riunioni con il capo dello Stato. segue

Nella foto: la Marcha Indígena arriva a La Paz.

Colombia

La morte di Cano è un colpo alla pace

Dicono che il presidente Santos si sia messo a piangere dalla gioia alla notizia della morte del comandante guerrigliero Alfonso Cano (nella foto). Con la scomparsa del numero uno delle Farc, ucciso in un'offensiva dell'esercito nel dipartimento del Cauca, il governo segna sicuramente un punto a suo favore. E soprattutto a favore di uno sbocco militare al conflitto (opzione che le autorità di Bogotá continuano a preferire). Cano infatti, che per la sua preparazione culturale era considerato l'ideologo degli insorti, era "il più fervido assertore della necessità della soluzione politica e della pace", ricorda il comunicato delle Farc del 5 novembre. Nell'agosto scorso, in un filmato di saluto ai partecipanti all'Encuentro por la Paz di Barrancabermeja, il leader guerrigliero aveva detto: "Crediamo nel dialogo, riteniamo praticabile la parola d'ordine centrale di questo evento e la consideriamo giusta. Il dialogo è la via". Al tempo stesso aveva deplorato il tono "minaccioso" del governo, che vedeva nella guerra l'unica risposta ai problemi del paese. Anche Colombianas y Colombianos por la Paz, l'organizzazione diretta dall'ex senatrice Piedad Córdoba, esprime in un comunicato la sua profonda preoccupazione: "Il governo nazionale sta dimostrando che, ponendo come priorità il confronto armato rispetto alla soluzione politica attraverso il dialogo e il negoziato, manca di una vera politica di pace e cerca solo di mantenere i privilegi e i vantaggi ottenuti con la guerra". segue

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Latinoamerica-online.it  anno XII

a cura di Nicoletta Manuzzato

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 259 del 13/4/04

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